Tommaso Buscetta

Da WikiMafia.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca
"Ero entrato e rimango con lo spirito di quando io ero entrato. Ma dagli anni '70 in poi questa associazione, cosiddetta Cosa Nostra, ha sovvertito l'ideale, poco pulito per la gente che vive dentro alla legge, ma tanto bello per noi che vivevamo in questa associazione, cominciando con delle cose che non erano più consoni all'ideale della Cosa Nostra; con delle violenze che non appartenevano più a quegli ideali. Io non condivido più quella struttura a cui io appartenevo. Quindi non sono un pentito"

Vita

Pentimento

Maxiprocesso

Il 9 aprile 1986 Luciano Leggio chiese il confronto con Tommaso Buscetta. Chiesero il confronto anche Giuseppe Bona e Tommaso Spadaro che dichiarò di essere in possesso di documenti che dimostravano la falsità delle dichiarazioni del pentito.

La strage dei Buscetta

Tommaso Buscetta, ricevendo una telefonata da sua nuora lunedì 11 settembre 1982, seppe che i suoi due figli Benedetto e Antonio erano scomparsi il sabato precedente, chiaramente nell'ambito di una vendetta trasversale nei suoi confronti.

L'uccisione dei familiari di Buscetta proseguì il 24 dicembre 1982 con l'omicidio del genero, marito della figlia Felicia, insieme ad alcuni parenti della prima moglie di Buscetta. La strage avvenne nella pizzeria di proprietà del genero di Tommaso Buscetta. Due giorni dopo, il 26 dicembre, furono uccisi il fratello e il figlio, nipote di Tommaso.

La Seconda Guerra di mafia

Buscetta parlò della situazione venutasi a creare nella Commissione di Cosa nostra prima dello scoppio della Seconda Guerra di mafia. I membri legati ai palermitani vedevano di cattivo occhio le azioni dei corleonesi, come l'uccisione di alcuni uomini dello stato (ad esempio Emanuele Basile, Michele Reina, Piersanti Mattarella) senza averne prima discusso con i membri della Commissione stessa. Salvatore Inzerillo, per dimostrare la propria superiorità rispetto al clan dei Corleonesi, compì dunque un'azione analoga, ovvero l'uccisione del procuratore di Palermo Gaetano Costa. Il gesto di Inzerillo fu utilizzato dai Corleonesi per legittimare la sua successiva uccisione, in quanto fu mostrato come non fosse degno di stare nella Commissione.

La mappa delle famiglie

Così Buscetta disegna la mappa del potere di Cosa Nostra sulla città di Palermo:

  • Porta Nuova: guidata da Pippo Calò, Salvatore Lo Presti, Gaetano Carollo, Giovanni Carollo, Salvatore Cocuzza
  • San Lorenzo - Partanna: famiglie Bonanno, Madonia, Riccobono
  • Uditore: famiglie Buscemi, Sciarrabba, Bonura
  • Villagrazia: Vernengo, Pullarà, Bontade
  • Corso dei Mille: Zanca, Marchese, Tinnirello
  • Kalsa: Spadaro, Senapa
  • Ciaculli: Greco, Prestifilippo, Puccio

Nel circondario di Palermo, questa è la suddivisione delle famiglie:

  • Cinisi - Partinico: Di Maggio, Badalamenti, Coppola, Pipitone
  • Bagheria: Alfano, Greco, Scaduto
  • Corleone - Altofonte - San Giuseppe Jato: Bagarella, Brusca, Di Carlo, Geraci, Provenzano, Mutisi, Salomone, Luciano Liggio

Altre dichiarazioni

Buscetta parlò di Antonino Salomone, mafioso dello schieramento perdente della Seconda Guerra di Mafia. Salomone tornò in Italia dal Brasile, dove si era trasferito e dove aveva avviato un'attività di costruzioni edili. Salomone era intanto divenuto cittadino brasiliano, e ciò rendeva ancora più inspiegabile il suo ritorno in Italia. Tommaso Buscetta affermò di avere la certezza matematica del fatto che Antonino Salomone avesse lasciato il Brasile per non essere costretto ad ucciderlo. Salomone era considerato il tramite tra i corleonesi e le famiglie americane per il traffico di stupefacenti. Antonino Salomone era stato poi arrestato nel 1984.

Quando fu chiamato a parlare al Maxiprocesso, Salomone smentì le dichiarazioni di Buscetta, affermando che l'odio tra le loro famiglie rimaneva invariato (odio che risaliva, a suo dire, addirittura all'essersi rifiutato di essere padrino del figlio di Tommaso Buscetta). Salomone dichiarò dunque che il suo ritorno in Italia aveva a che fare soltanto con vicende sue personali. Salomone ricordò inoltre di esser già stato condannato per traffico di stupefacenti, alludendo al fatto che il motivo del suo ritorno in Italia poteva anche risiedere in questioni legate al narcotraffico. Salomone negò inoltre di aver mai conosciuto Giovanni Bontade, dopo che quest'ultimo lo interrogò dalle celle dell'aula bunker.

Buscetta aggiunse dettagli riguardo contrasti interni alla famiglia Bontate. Giovanni Bontate voleva infatti scalzare dal ruolo di comando il fratello Stefano Bontate, membro della Commissione. Giovanni addirittura, secondo Buscetta, chiese a Stefano di dimettersi dalla Commissione, facendo anche pressioni sul "Papa" Michele Greco. Era inoltre accusato di aver agito in accordo con i Corleonesi per favorire l'omicidio del fratello. Questo conflitto andò poi ad avvantaggiare la fazione corleonese che approfittava della situazione di debolezza all'interno della famiglia avversaria. Il 22 maggio 1986 Giovanni Bontate comparve davanti ai giudici per discolparsi, confermando la sua totale estreneità ai fatti.

Buscetta parlò poi dell'omicidio di Salvatore Inzerillo, affermando che fu accompagnato a casa dell'amante da Giuseppe Montalto, figlio di Salvatore Montalto. Riguardo il figlio Giuseppe Inzerilo, Buscetta parlò di come fosse stato rapito dai Corleonesi, che prima di ucciderlo gli tagliarono il braccio dicendo che non avrebbe più potuto uccidere Salvatore Riina. Il ragazzo infatti aveva espresso propositi di vendetta per l'omicidio del padre.