Antonio Zagari: differenze tra le versioni

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..immonda e degenere mamma-matrigna che risponde al nome di ‘Ndrangheta [..] sa che senza la paura della gente cesserebbe di proliferare ed esistere.
(Antonio Zagari)

Antonio Zagari (San Ferdinando (RC), 1 gennaio 1954 - San Ferdinando (RC), 2004) è stato uno ‘ndranghetista che ha operato nel varesotto negli anni ’70 e ’80, collaboratore di giustizia dal 1990. Era figlio di Giacomo Zagari, boss della Locale di Malnate della ‘ndrangheta.[1]

Biografia

Infanzia e adolescenza

Antonio Zagari nacque a San Ferdinando (RC), un piccolo paese tra Rosarno e Gioia Tauro, il 1° Gennaio 1954. Il padre, Giacomo Zagari, allora ventiquattrenne già militava nelle fila della criminalità organizzata. Pochi mesi dopo la famiglia Zagari si trasferì nel varesotto, a Galliate Lombardo, cittadina sul lago di Varese. Il 12 Dicembre dello stesso anno nacque la sorella Maria e fu necessario un altro trasloco; si spostarono nel paese a fianco, Buguggiate, in una casa rudimentale dove Antonio spese la sua infanzia.

Il padre Giacomo lavorò per poco tempo e dopo l’arrivo del fratello dalla Calabria iniziò a dedicarsi solamente ad azioni criminose. Era totalmente disinteressato alla famiglia e pensava che la sua unica funzione fosse quella di generale figli maschi utili per rinforzare le fila dell’esercito della ‘ndrangheta. Atri tre fratelli maschi nacquero in seguito: Enzo nel ’57, Andrea nel ’63 e Giuseppe nel ’76.[2]

Antonio studiò inizialmente in un collegio religioso per poi spostarsi in una scuola pubblica di Varese. Sospeso da quest’ultima a circa 14 anni iniziò a lavorare come garzone. Giunse poi il primo arresto in Lombardia del padre che scontò sei mesi di carcere. Alla fine del ’68 Antonio si dovette trasferire per circa sei mesi a San Ferdinando per guarire da problemi al sistema linfatico. In questo periodo, vivendo a casa degli zii, entrò in contatto per la prima volta con il mondo e le dinamiche mafiose. Tornato a casa iniziò a lavorare svogliatamente in una fabbrica del varesotto.[3]

L’affiliazione alla ‘ndrangheta

Nell’ottobre del 1969 avvenne un fatto che portò Antonio ad avvicinarsi alla criminalità organizzata. Il padre fu arrestato ad Imperia ed Antonio volle andare ad incontrarlo in carcere. Giacomo Zagari si professò totalmente innocente di fronte al figlio e gli fece credere che fosse tutto un complotto della Polizia. Antonio, solo sedicenne, da quel momento iniziò a disprezzare le forze dell’ordine. Tornato in Lombardia iniziò a frequentare amici di suo padre, portare lettere e messaggi, nascondere armi e partecipare a riunioni organizzative del gruppo criminale.[4] Il primo significativo atto criminoso compiuto da Antonio fu l’aver dato alle fiamme una vetreria nella quale lavorava. La motivazione era il fatto che i proprietari gli erano antipatici. [5] In un’occasione conobbe Peppino Pesce, capo della potente famiglia che deteneva il potere della ‘ndrangheta a Rosarso. Nel 1971 viene ufficialmente affiliato alla ‘ndrangheta in Calabria proprio da Peppino. [6] Inizialmente credeva nella ‘’Ragione Sociale’’ dell’associazione mafiosa ma qualche anno dopo scrisse: ..dopo un po’ mi resi conto però, che gli uomini che ne fanno parte sono in realtà una accozzaglia di assassini senza dignità, gente priva di onore..[7]

I primi arresti

All’età di 19 anni scontò un breve periodo in carcere a causa del contrabbando di banconote false tra Svizzera ed Italia. Soffrì molto la detenzione ma non collaborò in nessun modo con le forze dell’ordine. Una volta uscito alternò lavori saltuari a rapine a mano armata. Nella primavera del ’74 contava una decina di rapine tra banche, gioiellerie e uffici postali.[8] Il 21 Agosto 1974, dopo un inseguimento causato dalla rapina ad una gioielleria a Pizzighettone (CR), venne arrestato. Rimase in carcere par quasi cinque anni, fino al 10 Aprile 1979. Durante la detenzione ebbe l’occasione di conoscere importanti esponenti della ‘ndrangheta come Domenico Tripolo e Rocco Scriva. Constatò che i calabresi in carcere costituivano gruppi che seguivano le ferree regole della ‘ndrangheta, mantenendo contatti con l’esterno e affiliando nuove leve. [9]

I primi omicidi e lo spaccio di droga

Tornato in libertà compì ben presto altri atti quali rapine, estorsioni, sparatorie ed incendi. Conobbe poi e si innamorò di Angela Vella; riuscì inoltre a far affiliare il fratello Giuseppe Vella. Il 26 Maggio 1979 commise il suo primo omicidio nei confronti di Giuseppe Furnò, siciliano che gestiva la prostituzione e aveva iniziato a taglieggiare commercianti ‘’protetti’’ dalla famiglia Zagari. L’omicidio venne commesso a Gallarate (VA), nel cortile dell’abitazione di Furnò. [10]

Sempre nel ’79 la famiglia Zagari si trasferisce a Malnate, in via Zara 8. La nuova casa divenne il centro operativo della Locale della ‘ndrangheta nel varesotto.[11]

Il 25 Ottobre 1979 venne colto nell’atto di incendiare un autobus a scopo di intimidazione. Per questo fatto rimase in carcere fino all’1 Agosto 1981.[12] Alla sua uscita il padre Giacomo si trovava in soggiorno obbligato a Trento. Antonio ed Enzo dunque dovettero gestire gli affari del clan. I fratelli nel frattempo avevano aperto un night club a Malnate che da lì a poco sarebbe diventato un centro di ritrovo per banditi. Il club venne chiuso entro la fine del ’82. [13]

Dal 1981 la famiglia Zagari si immise nel mercato della droga, in particolare dell’eroina. Il principale collaboratore e fornitore era Antonino Jerinò, collegato ai clan calabresi di Gioiosa Jonica e Africo Nuovo. Jerinò fu inviato appositamente in Lombardia per gestire lo spaccio nelle zone di Varese, Como e Milano. Un altro gruppo calabrese operante a Milano era quello gestito dal boss di Reggio Calabria Paolo de Stefano, grande amico del catanese Nitto Santapaola.In fine altri grossi guadagni del mercato milanese erano spartiti da un altro catanese, Angelo Epaminonda. La collaborazione non durò per molto. Dopo l’insorgere di qualche screzio con Jerinò gli Zagari decisero di continuare a spacciare per conto loro a livelli inferiori.[14]

Il 3 Ottobre 1981 commise un altro omicidio ai danni del siciliano Orazio Savoca, facente parte della banda del defunto Furnò. Il corpo di Savoca fu ritrovato nelle campagne nei dintorni di Malnate. [15] Nel 1982 Antonio si rese protagonista di tre mancati omicidi in rapida successione. Antonino Abramo fu colpito di striscio nella piazza di Malnate; Mario Lo Sardo venne salvato dopo un lungo intervento mentre Giuseppe Di Stefano, scampato anch’egli all’omicidio, portò testimonianze dell’accaduto ai Carabinieri. Il 9 Luglio 1982 freddò Francesco Girardi nel cortile di casa sua a Varese. Nello stesso giorno era deceduto anche Enzo Zagari a causa di un incidente in moto. Nell’obitorio si trovò di fronte al corpo del fratello e al corpo di Girardi, pianto dalla famiglia. Antonio anni dopo descrisse con lucidità gli sguardi intrecciati con la figlia di Girardi, la quale in processo testimoniò contro di lui. [16][17]

L’inizio delle collaborazioni con la giustizia e la latitanza

Il 13 Maggio ‘83 venne arrestato a causa delle confessioni di un altro mafioso riguardo all’omicidio di un gioielliere di Bisuschio (VA). Sentendo di non avere più il controllo della propria vita Antonio Zagari decise di collaborare con i Carabinieri. Spostato dal carcere alla caserma dopo poco si pentì di aver parlato ed evase iniziando una lunga latitanza. Frutto un nascondiglio segreto nella soffitta di casa sua e una buca nei boschi di Malnate. Negli stessi boschi però il 20 Febbraio ‘85 ingaggiò con due spacciatori uno scontro a fuoco nel quale uno dei due rimase ucciso. Fu dunque costretto a fuggire nei pressi del lago di Garda dove si nascose per 3 giorni in un antico convento e poi prese una casa in affitto a Salò (BS). La latitanza si concluse alla stazione di Brescia il 24 Aprile ’85. Dal processo di primo grado accumulò 30 anni di condanne, sentenza confermata in Appello. La moglie nel 1988 chiese la separazione. Nell’anno successivo la Suprema Corte di Cassazione fece scadere i termini di carcerazione e dunque fu rimesso in libertà.[18]

Il sabotaggio dell’Anonima dell’Aspromonte

Sin dai primi sequestri che l’Anonima Aspromonte compì con l’aiuto della sua famiglia, Antonio si trovò in pieno disaccordo. Infatti rispettivamente nel ’74 e nel ’75 furono rapiti e mai più liberati Emanuele Riboli, amico personale di Antonio ed Enzo Zagari, e Cristina Mazzotti. [19] Si riavvicinò all’ambiente malavitoso anche se il padre Giacomo Zagari era restio a causa dei fatti avvenuti in caserma anni prima e considerava il figlio ‘’cornuto’’ a causa del divorzio, spingendolo verso l’omicidio dell’ex moglie. Entrò però nelle grazie di Sebastiano Giampaolo, pezzo grosso dell’Anonima, dal quale apprese che erano in programma diversi sequestri nel varesotto; Antonio era determinato a sabotare la loro messa in atto.[20] Iniziò una collaborazione con il giovane Colonnello dei Carabinieri Gianpaolo Ganzer al quale riferiva gli sviluppi dell’organizzazione dei rapimenti. Cercò di allungare i tempi per scoprire i nomi delle future vittime, tenuti segreti. Contemporaneamente il padre gli metteva pressioni di modo che portasse a termine vari omicidi tra i quali quelli dei parenti di un pentito, ma Antonio pensava che: ..un conto era uccidere gente appartenente all’ambiente criminale[]… un altro era di ammazzare o concorrere all’uccisione di persone innocenti..[21]. Cercò di gestire la situazione ma nel Novembre ’89 dovette uccidere Antonio Lancelotti e Ettore Versino .[22]

Inaspettatamente il 16 Gennaio 1990 l’Anonima decise di entrare in atto. Solamente due ore prima del sequestro Antonio riuscì a scoprire che il bersaglio era Antonella Dellea, figlia del proprietario dalla ditta Edilnafta di Germignaga (VA), paese sul Lago Maggiore. All’ultimo momento avvisò il Colonnello Ganzer. Dopo uno scontro a fuoco nel cortile della ditta quattro rapitori dell’Anonima rimasero uccisi. Dopo due settimane Giacomo Zagari e Luigi Angioi vennero arrestati con l’accusa di essere gli organizzatori del tentato sequestro.[23]

Allontanatosi dal contesto criminale tentò di non dare chiarimenti agli altri calabresi fino a che il 17 Luglio 1990 Vincenzo Bruzzese e Mauro Lucchetta lo prelevarono da casa sua. Antonio comprese la situazione e sparò ad entrambi, uccidendo Lucchetta e ferendo gravemente Bruzzese, il quale riportò l’accaduto ai medici. Antonio Zagari venne in fine arrestato lo stesso giorno nella casa di Malnate.[24]

Le confessioni e i processi

Grazie alle confessioni di Antonio Zagari seguirono numerosi processi e prese il via la cosiddetta Operazione Isola Felice che portò a decine di arresti in Lombardia, Piemonte e Calabria. [25] Tra le numerose condanne della Corte di Cassazione si trovano quelle di Giacomo Zagari e Luigi Angioi a 18 anni di reclusione. [26]

L’autobiografia e la morte

Nel Luglio 1992 la casa editrice Edizioni Periferia pubblicò l’autobiografia di Antonio Zagari Ammazzare stanca, autobiografia di uno ‘ndranghetista pentito nella quale si trovano dettagliate dinamiche e sviluppi della ‘ndrangheta in Lombardia. Nelle ultime pagine del libro Zagari afferma: ..non sono le sentenze della Giustizia che mi preoccupano, bensì quelle emesse dalla ‘Ndrangheta che non concede appelli e benefici. [27] Trovò la morte in un incidente d’auto nel 2004 a San Ferdinando, il paese di nascita. [28]

Bibliografia

  • Soprano Arturo (Presidente), Sentenza n. 2/97 contro “Zagari Antonio + 125” – Procedimento Penale n.7/95, Corte di Assise di Varese, 13 novembre 1997
  • Zagari, Ammazzare stanca, Castrovillari, Edizioni Periferia, 1992
  • Archivio Storico de “La Repubblica”
  • Archivio di “MilanoMafia”

Note

  1. Tribunale di Varese, Corte di Assise, sentenza di primo grado nei confronti di Zagari Antonio + 125, pp. 1639-1642
  2. Antonio Zagari, Ammazzare stanca, Castrovillari, Edizioni Periferia, 1992, pp. 7-12
  3. Ivi, pp. 15-23
  4. Ivi, pp. 23-25
  5. Ivi, p. 29
  6. Ivi, p. 26
  7. Ivi, p. 29
  8. Ivi, pp. 30-32
  9. Ivi, pp. 33-35
  10. Ivi, pp. 36-42
  11. Tribunale di Varese, Corte di Assise, sentenza di primo grado nei confronti di Zagari Antonio + 125, pp. 1645-46
  12. Antonio Zagari, Ammazzare stanca, Castrovillari, Edizioni Periferia, 1992, pp. 43-45
  13. Ivi, pp. 45-51
  14. Ivi, pp. 66-68
  15. Ivi, pp. 47-51
  16. Tribunale di Varese, Corte di Assise, sentenza di primo grado nei confronti di Zagari Antonio + 125, p. 668
  17. Antonio Zagari, Ammazzare stanca, Castrovillari, Edizioni Periferia, 1992, pp. 54-65
  18. Ivi, pp. 69-86
  19. Ivi, p. 37
  20. Ivi, pp. 88-92
  21. Ivi, pp. 94-98
  22. Ivi, pp. 103-105
  23. Ivi, pp. 107-116
  24. Ivi, pp. 118-121
  25. Caterina Pasolini, In manette al nord i capi della ‘ndrangheta,”La Repubblica”, 15/01/1994
  26. Antonio Zagari, Ammazzare stanca, Castrovillari, Edizioni Periferia, 1992, p. 121
  27. Ivi, p. 123
  28. Redazione MilanoMafia, Preso Rocco Zagari, viveva in un residence tra le colline di emiliane, MilanoMafia