Filippo Marchese

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Filippo Marchese

Filippo Marchese (Palermo, 11 settembre 1938 – Palermo, 1983-1984), detto Milinciana (Melanzana), mafioso di Corso dei mille, è tra i protagonisti più feroci e sanguinari della cosiddetta Seconda guerra di Mafia che provocò centinaia di morti tra il 1978 e il 1984.

Cocainomane, sadico, con una passione quasi erotica per la violenza, è celebre per la sua "camera della morte" in piazza Sant'Erasmo, dove torturò e uccise decine di persone, strangolate e sciolte nell'acido, oppure fatte a pezzi e buttate a mare. Inoltre, fu il principale responsabile dei numerosi omicidi del Triangolo della morte Bagheria-Casteldaccia-Altavilla, che insanguinarono la provincia palermitana durante la permanenza del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, dal 2 maggio al 3 settembre 1982.

Benché fosse diventato il capo di uno dei principali gruppi di fuoco dei Corleonesi, Totò Riina lo fece uccidere tra il 1983 e il 1984 dal killer Pino Greco U' Scarpuzzedda, perché considerato troppo pericoloso e instabile. Il suo cadavere non fu mai ritrovato.

Biografia

Carriera in Cosa nostra

Il Triangolo della Morte

Dopo i primi scontri tra la fazione di Totò Riina e quella di Stefano Bontade, Filippo Marchese si schierò dalla parte dei Corleonesi, diventando uno dei loro killer più fidati (insieme a Pino Greco, di Ciaculli), tanto da partecipare agli omicidi di Pio La Torre e dei boss Bontade e Inzerillo. Il suggello dell'affiliazione ai Corleonesi fu l'omicidio del cognato Pietro Marchese (fratello della moglie), ammazzato in carcere nel luglio 1982.

Poi però, la sera del 3 agosto 1982, venne ammazzato l'altro fratello della moglie, il trentottenne Gregorio Marchese, con una fucilata in faccia durante un banchetto con 11 invitati, nella villa al mare di Filippo, a Casteldaccia: ignaro dell'identità dei killer del cognato, Marchese cominciò a colpire quasi a caso, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue nei giorni successivi. A guidare la mano di Marchese è Salvatore Montalto di Villabate, un mafioso che era da poco passato con i Corleonesi e aspirante reggente della cosca del paese alle porte di Palermo, arrestato poi il 7 novembre 1982.

Fu proprio per fare un "regalo" a Montalto che i Corloenesi incaricarono Filippo Marchese e il suo gruppo di fuoco di compiere la famigerata Strage di Natale di Bagheria del 1981, quando due automobili - una Bmw e una Fiat 127 – inseguirono una Golf bianca con a bordo il boss di Villabate Giovanni Di Peri, insieme a Biagio e Antonino Pitarresi, padre e figlio. Di Peri e Biagio Pitarresi furono ammazzati, mentre Antonino Pitarresi venne rapito e fatto sparire nel nulla. Nella sparatoria, venne colpito anche Onofrio Valvola, un pensionato che si era affacciato per vedere cosa stava succedendo, che sarebbe morto in un lago di sangue poco dopo.

Ma fu dall'agosto 1982 che Filippo Marchese cominciò a insanguinare i comuni della provincia. Inizialmente si mise a caccia dei membri della banda Parisi di Altavilla Milicia, una banda di briganti – capeggiati da Antonino Parisi, latitante dai tempi dell'omicidio del carabiniere Orazio Costantino (1969) – che operavano nelle campagne tra Pizzo Cane e Grotta Mazzamuto. Giovedì 5 agosto i killer di Marchese ammazzarono, ad Altavilla, il fratello del latitante, Giusto Parisi, 39 anni. Poi fu la volta di Cosimo Manzella, 47 anni, consigliere comunale di Casteldaccia, ex-democristiano da poco passato al Psi, e del suo portaborse Michelangelo Amato, 26 anni. I due furono colpiti dai proiettili dei killer in piena mattinata, davanti al municipio di Bagheria.

Venerdì 7 e sabato 8 agosto Casteldaccia e Altavila contarono sei morti: Pietro Martorana ad Altavilla Milicia, Santo Grassadonia e Michele Carollo prima e Francesco Pinello poi a Casteldaccia. Sempre qui, poco prima la mezzanotte, vi fu il macabro ritrovamento a pochi metri dalla stazione di carabinieri, in una Fiat 127 rossa, dei due cadaveri incaprettati di Cesare Peppuccio Manzella, ex operaio Fiat, e Ignazio Pedone, meccanico. I due erano stati sequestrati e interrogati da Filippo Marchese, che poi li aveva strangolati e trasformati nei protagonisti del macabro e plateale gesto. Il ritrovamento avvenne grazie a una telefonata alla stazione dei carabinieri: "Se vi volete divertire, andate a guardare nella macchina che è posteggiata proprio davanti alla vostra caserma".

Con Filippo Marchese, quindi, Cosa Nostra cominciò a scimmiottare le Brigate Rosse, rivendicando gli omicidi al telefono. Un chiaro segno di sfida al Prefetto Dalla Chiesa, che si ripeté martedì 9 agosto quando gli uomini di Marchese uccisero quasi in contemporanea - alle 8.20 e alle 8.25 – dei parenti del boss Giovanni Di Peri, ucciso nella strage di Natale di Bagheria. Salvatore Di Peri venne ammazzato a Palermo, in via dei Tornieri, presso il mercato della Vucciria, mentre Pietro Di Peri venne ammazzato a Villabate, in via Alcide De Gasperi. Arrivò una telefonata al quotidiano L'Ora: “Pronto, siamo l'equipe dei killer del triangolo della morte: con i fatti di stamattina l'operazione che chiamiamo "Carlo Alberto", in onore del prefetto, è quasi conclusa. Dico quasi conclusa”. Dalla Chiesa venne ammazzato una ventina di giorni dopo, il 3 settembre. Il giorno dopo, alla redazione palermitana de La Sicilia, arrivò la chiamata: "L'operazione Carlo Alberto si è conclusa".

Giovedì 11 agosto, nella mattinata, vi furono gli ultimi due omicidi degli uomini di Filippo Marchese a Palermo: nei vialetti del Policlinico venne ucciso Paolo Giaccone, medico legale che si era rifiutato di falsificare la perizia sulla strage di Natale del 1981, mentre intorno alle dieci, i killer Salvatore Rotolo, Angelo Baiamonte, i fratelli Vincenzo e Antonino Sinagra e loro cugino Vincenzo Sinagra (detto U' Ndli) si incontrarono in via Messina Marine e si recarono in via 4 aprile, tra via Alloro e piazza Marina, per ammazzare Diego Di Fatta, colpevole di uno scippo ad un'anziana signora protetta dalla mafia di Corso dei Mille. Del gruppo di fuoco, riuscì a scampare all'arresto dei carabinieri, che avevano assistito all'omicidio in diretta, solo Rotolo: l'auto infatti si era infilata in un vicolo cieco. Anni dopo Vincenzo Sinagra U' Ndli sarebbe diventato un importante collaboratore di giustizia, svelando numerosi particolari di questo periodo.

Dopo questi omicidi, di Filippo Marchese si persero le tracce. Secondo quanto raccontano i pentiti, Filippo Marchese venne ammazzato e fatto sparire da Pino Greco Scarpuzzedda, per volontà di Totò Riina.

La famiglia di Corso dei Mille

Corso dei Mille è il quartiere che si estende da Piazza Scaffa a Brancaccio ad Acqua dei Corsari fino a lambire Ciaculli e Croceverde Giardini. Alla fine anni '70, nella zona, viene rinvenuta una grossissima raffineria d'eroina, controllata direttamente dal boss Pietro Vernengo: 80 chili di polvere bianca, fornelli ancora accesi, ampolle e strumenti rudimentali per la lavorazione della droga. Sempre in una traversa di Corso dei Mille, in Via Pecori Girardi, il capo della squadra mobile Boris Giuliano individuò il covo di Leoluca Bagarella, uno degli uomini di punta del clan dei Corleonesi, alleati dei Marchese. Dentro il bunker c'erano quattro chili di eroina. Per quella scoperta e per il ritrovamento all'aeroporto di Punta Raisi di una valigia con 500mila dollari, Giuliano pagò un prezzo altissimo. Fu ucciso la mattina del 21 luglio del 1979 in un bar di Via Evangelista Di Blasi, mentre ordinava un caffè. Dell'omicidio fu accusato Pietro Marchese, in quel periodo uno degli "uomini d'onore" più sicuri del clan di Corso dei Mille, che venne fatto ammazzare da Filippo Marchese nel luglio 1982.

Il potere della famiglia mafiosa sul territorio era vastissimo ed era esercitato in maniera autoritaria e ferocissima. Corso dei mille fu teatro di numerosi fatti di sangue, anche molto cruenti, a causa anche dell'assenza dello Stato sul territorio. Questo era dovuto alla pratica consolidata della famiglia di corrompere funzionari delle forze dell'ordine. Filippo Marchese pagava regolarmente tre dirigenti della polizia palermitana, un commissario, un tenente e un colonnello, che lavoravano alla Questura di via Roma.

La Camera della Morte

Furono i pentiti Vincenzo Sinagra U' Ndli e Stefano Calzetta che ricostruirono, durante gli interrogatori per il Maxiprocesso di Palermo, decine di omicidi compiuti da Filippo Marchese e dai suoi fiancheggiatori. Nuove rivelazioni arrivarono dal 1992, dopo la decisione di collaborare con la giustizia di suo nipote Giuseppe "Pino" Marchese.

A piazza Sant'Erasmo, Filippo Marchese aveva installato la sua personale "camera della morte".

Il 13 luglio 1982 sequestrò il commerciante Antonio Militello, parente di Totuccio Contorno: Sinagra raccontò che ad attenderlo c'erano gli uomini più spietati del clan di corso dei Mille, con lo stesso Filippo Marchese. Prima di essere ucciso, Militello fu torturato, seviziato e alla fine il suo cadavere sotterrato per sempre in uno dei tanti cimiteri di mafia esistenti a Palermo.

Il 16 maggio 1982 il giovane muratore Rodolfo Buscemi e il cognato Matteo Rizzuto vennero portati nella camera della morte dagli uomini di Marchese, che li interrogò su alcuni questioni legate al pizzo dei commercianti di Villabate. Nella stanza c'era pure il boss di Ciaculli Pino Greco Scarpuzzedda, che gestiva con Marchese il territorio di Villabate. La colpa di Buscemi era di aver chiesto il pizzo senza nessuna autorizzazione: inizialmente il muratore mentì, sostenendo di non sapere che fossero zone protette, ma poi confessò e fece il nome del complice Antonino Migliore. Sia lui che il cognato vennero strangolati subito dopo la confessione. Poiché l'acido era finito, i due corpi furono chiusi nel bagagliaio di una Fiat Ritmo rubata, caricati poi su una barca ed infine gettati in fondo al mare, in un punto profondo oltre settanta metri (il cimitero marino della "famiglia" di Corso dei Mille e forse non l'unico della baia di Palermo), legati a due commune (vecchie vaschette di pietra recuperate in una discarica pubblica).

Antonino Migliore, 26enne, che risiedeva vicino a piazza Scaffa, venne sequestrato mentre stava aspettando nella sua Fiat l'apertura del passaggio a livello del Brancaccio: condotto in una villetta protetta da un giardino, non lontano da via Giafar, a cinque minuti dal passaggio a livello, viene interrogato e fa la stessa fine del suo compare: strangolato e gettato in mare.

Un altro caso è quello di Carmelo Lo Jacomo. L'uomo venne sequestrato dagli uomini di Marchese in piazza Torrelunga, infilato in una Mini Minor, con cui si allontanarono a grande velocità, scontrandosi però con un'altra Mini Minor parcheggiata. Il proprietario dell'automobile che vide tutto, un ex-carabiniere in pensione, Antonio Peri, si mise a inseguirli. Giunta all'altezza di largo Grandi, la Mini Minor dei killer si fermò, ne scese uno dei killer, che freddò Peri con 3 colpi di pistola. Anche Lo Jacomo venne ucciso, il corpo portato nella camera della morte e qui sciolto nell'acido. Il cadavere dell'ex carabiniere venne invece lasciato sul posto.