Franco Coco Trovato: differenze tra le versioni

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'''Franco Coco Trovato''' (Marcedusa, [[2 maggio]] [[1947]]) è stato un boss della [['Ndrangheta|'ndrangheta]] in Lombardia a capo di un gruppo criminale con base operativa a Lecco che operava anche nel milanese, nel varesotto e nel comasco.
 
'''Franco Coco Trovato''' (Marcedusa, [[2 maggio]] [[1947]]) è stato un boss della [['Ndrangheta|'ndrangheta]] in Lombardia a capo di un gruppo criminale con base operativa a Lecco che operava anche nel milanese, nel varesotto e nel comasco.

Versione attuale delle 11:56, 5 dic 2017


Franco Coco Trovato

Franco Coco Trovato (Marcedusa, 2 maggio 1947) è stato un boss della 'ndrangheta in Lombardia a capo di un gruppo criminale con base operativa a Lecco che operava anche nel milanese, nel varesotto e nel comasco.

La disputa sul nome: Coco, Coco Trovato, Trovato?

Per quanto riguarda la questione del nome, come si legge nella Relazione introduttiva del PM al processo Wall Street[1]:

«Converrà chiarire all'esordio, una volta per tutte, che l'attuale nome del principale imputato del procedimento è Franco TROVATO, pur essendo egli stato chiamato per quasi tutta la sua vita Franco Coco. La variazione, per lui come per i suoi fratelli, è intervenuta nel 1991 ed è dovuta ad un riconoscimento di paternità del genitore. Poiché in molti atti si parla tuttavia dell'indagato col vecchio cognome, nel prosieguo saranno in genere indicati entrambi i nomi familiari. Gli altri fratelli, coimputati nel proc. “Wall Street” sono Mario TROVATO e Rolando COCO (questi ha conservato il suo vecchio cognome)».

Per questo motivo la ‘ndrina viene definita convenzionalmente dei “Coco Trovato”: sia per il doppio cognome esibito nelle aule di tribunale dal boss capostipite, sia perché nel caso di Rolando, il terzo fratello, è sopravvissuto il cognome Coco nella dinastia criminale. A livello processuale, tuttavia, anche nell'inchiesta Insubria, che aveva per protagonista il fratello Mario, gli inquirenti definirono la 'ndrina semplicemente dei "Trovato", per motivi anagrafici.

Biografia

L'arrivo a Como e i primi anni

Coco Trovato si trasferì da Marcedusa, paesino di 448 abitanti in provincia di Catanzaro, a Lecco nel 1967, all'età di 20 anni, dove inizialmente trovò lavoro come muratore nei cantieri edilizi della zona.

Il Maresciallo dei Carabinieri in congedo, Paolo Chiandotto, a capo del gruppo operativo che lo arrestò nel 1992, dichiarò in un’intervista di averlo conosciuto giovanissimo nel 1972, quando Coco Trovato abitava a Calolziocorte dove si trovava anche lui. A tal proposito ricordò che:

«Già nel 1967 era stato coinvolto in traffico illecito di caffè con la Svizzera. Ma era sempre un signore, affabile ed elegante, cercava di aiutare tutti anche perché era un modo per legare a sé le persone che poi con lui si sentivano in debito. Ma ovviamente questa era la facciata e dietro c’era il resto».[2]

Questa sua apparente affabilità venne decisamente smentita nei racconti di collaboratori di giustizia come Salvatore Annacondia, che durante il processo Wall Street ci tenne a sottolineare che “Coco è per certi versi un pazzo, capace di uccidere solo perché qualcuno lo saluta storto”[3], mentre secondo Giuseppe Di Bella “se qualcuno non collaborava, scattava subito la rappresaglia: l’avvertimento, l’intimidazione e l’omicidio”[4].

L'incontro con Giacomo Zagari

Per quanto riguarda le prime imprese criminali di Coco Trovato, come raccontò agli inquirenti Antonio Zagari, figlio di Giacomo e collaboratore di giustizia, dopo pochi mesi dal suo arrivo a Lecco questi si legò a suo padre, all'epoca capo della locale di Varese e punto di riferimento per la ‘ndrangheta in Lombardia, nonché all'epoca basista per una serie di rapine a banche, supermercati e portavalori, commesse poi nella zona di Varese proprio da Coco Trovato, Raffaele Laudari e altri complici[5]; il futuro capo della locale di Lecco entrò anche nel business dei sequestri di persona gestito dalla ‘ndrangheta del varesotto (in particolare quelli ai danni di Cristina Mazzotti, Giovanni Stucchi e Pietro Fiocchi). Dal certificato penale prodotto al processo di Wall Street risultavano prima del 1992 due precedenti penali per detenzione abusiva di armi risalenti al 1972 e al 1974, quando venne anche arrestato per rapina in concorso con Raffaele Laudari, futuro membro operativo della locale di Lecco. In merito alla situazione patrimoniale della sua famiglia nel 1974, dichiarò al processo il capitano della Guardia di Finanza Sandro Senatore[6]:

«abbiamo verificato che nel periodo della sua detenzione la sua famiglia versava in non ottime condizioni economiche, anzi, potremmo serenamente dire che si trovava nell'indigenza perché sembrava che, assente Coco Trovato, fosse venuto meno il... il cespite principale sul quale la famiglia contava. Tant'è che in quel periodo, addirittura, ricordo che la famiglia di Coco Trovato viveva addirittura in affitto in un appartamento, apparentemente, ripeto, in uno stato che sfiorava l'indigenza, ecco, questo è sicuramente...»

L'ascesa criminale, l'alleanza con i De Stefano

Come ebbe modo di dichiarare sempre Zagari, Coco Trovato «Ha iniziato con la qualifica di camorrista, ma nel 1983 era già santista. Qualche anno più tardi era capo società nel lecchese»[7].

Questa sua rapida ascesa criminale fu possibile grazie all'ingresso nel traffico di stupefacenti e al legame con la famiglia di Paolo De Stefano, boss di Reggio Calabria, con cui trascorse nel 1983 la comune detenzione a Lecco. Il legame tra le due famiglie sarebbe rimasto forte anche dopo la morte di De Stefano, ucciso il 13 ottobre 1985 nella seconda guerra di ‘ndrangheta: la figlia di Coco Trovato, Giuseppina, sposò nel 1992 il primogenito di De Stefano, Carmine.

Le dichiarazioni di Zagari sono illuminanti per quanto riguarda la forza della ‘ndrangheta a Lecco, in quanto confermavano l’esistenza della c.d. “Società Maggiore” nella locale lecchese; non in tutte le locali si riesce infatti a formare la società maggiore, tanto che gli affiliati usano il termine “Società” per indicare una locale dove è presente. La dote di “santista” è il primo livello della società maggiore, mentre la “Santa” è quella struttura organizzativa creata negli anni ’70 per permettere ai pezzi da 90 della ‘ndrangheta di entrare a pieno titolo nei salotti buoni; in principio potevano farne parte solamente 33 affiliati. I santisti hanno la doppia natura di massone e ‘ndranghetista e il loro compito non è di azione, ma di pensiero e di organizzazione.

Gli equilibri lombardi durante la seconda guerra di ‘ndrangheta

Per quanto riguarda gli effetti della seconda guerra di ‘ndrangheta in Lombardia, il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro[8] dichiarò:

«*Mah... fino all'85 eravamo tutti una cosa, quindi Papalia, i Sergi, i miei platioti, ecco diciamo, i platioti, anche dei santulucoti... dei santulucoti e anche degli africoti perché il paese dove sono nato io limita con Africo Nuovo, quindi...

P.M. - E successivamente, dopo lo scoppio della guerra?

- Successivamente, dopo lo scoppio della guerra, come in tutte le guerre c'è chi muore e chi risorge. Sono risorti loro.»

Quindi, mentre durante la prima metà degli anni ‘80 le organizzazioni criminali calabresi operanti in Lombardia erano tra loro collegate, l’esplodere della guerra in Calabria determinò la contrapposizione tra i referenti dello schieramento Tegano-De Stefano-Libri e tra quelli degli Imerti-Serraino-Condello. Come confermarono a processi diversi pentiti, il gruppo di Franco Coco Trovato era il principale (ma non l'unico) referente in Lombardia di Paolo De Stefano.

L'alleanza con Flachi e la nascita del nuovo gruppo

A metà degli anni ‘80 conobbe Pepé Flachi, dominus dei quartieri milanesi di Comasina e Bruzzano, rendendosi conto che i due clan insieme avrebbero potuto dominare il mercato della droga nel milanese, nel comasco e nel lecchese. Flachi era infatti “l’erede” della vecchia banda di rapinatori della Comasina, capeggiata da Renato Vallanzasca e Antonio Colia: con il loro arresto Flachi ereditò l’organizzazione.

Nel giugno 1986 lalleanza fu sancita in un incontro a Caponago, in provincia di Monza, a casa di Emilio Bandiera, esponente del clan di Coco-Trovato e zio di Flachi (poi divenuto collaboratore di giustizia)[9].

Nella nuova organizzazione assunse un ruolo centrale Antonio Schettini, importante a tal punto da diventare egli stesso il terzo capo dell'organizzazione unificata.

L'organigramma del gruppo Flachi-Trovato-Schettini. Fonte: Omicron.[10]

Oltre a tutta la rete lecchese di Franco Trovato e quella di Flachi sul milanese, la nuova organizzazione poté contare su numerosi nuovi personaggi, operanti anche in altre zone della Lombardia, attirati dalla forza centripeta del trio e dalle prospettive di conseguire maggior "potere criminale" e più ampi guadagni dal traffico di stupefacenti.

Come si può vedere nella infografica nella pagina seguente, facevano parte di questi “nuovi adepti”:

  • la rete di Cusano, Cinisello Balsamo, Sesto S. Giovanni, capeggiata dai fratelli Mario e Luciano Sarlo;
  • la rete di Busto Arsizio capeggiata da Pasquale Ventura;
  • il “gruppo Pace”, guidato da Salvatore Pace;
  • il gruppo “Leandri-Varletta”, guidato da Pierino Leandri e Rino Varletta.

Per riepilogare, l’organizzazione quindi agiva nei quartieri milanesi di Comasina, Bruzzano e Quarto Oggiaro, nelle aree limitrofe alla metropoli (Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Cusano Milanino e Limbiate), oltre a Busto Arsizio, Lecco e Cermenate. Ogni gruppo aveva il controllo totale dell’attività di spaccio di stupefacenti nell’ambito territoriale di competenza. Tra le alleanze più importanti figuravano quella con i Papalia di Corsico – Buccinasco e quella con i clan catanesi di Jimmy Miano, Salvatore Cappello e Salvatore Bonaccorsi, con cui il gruppo gestiva attività illecite all’interno dell’Autoparco di Via Salomone a Milano.

La faida con il gruppo Batti

Le indagini sul gruppo “Flachi-Trovato-Schettini” che poi sfociarono nell'operazione Wall Street iniziarono subito dopo il tentato omicidio di Coco Trovato a Bresso, nella centralissima via Roma, in quella che passò alla storia come “la faida col gruppo Batti”.

Il gruppo criminale di Salvatore Batti e di suo nipote Ciro si riforniva da Flachi e spacciava in esclusiva e in piena autonomia a Comasina, per via dell'amicizia col boss, cosa che non era mai stata vista di buon occhio da Coco Trovato, che pure però aveva dovuto accettarla.

Un susseguirsi di eventi portò infine alla guerra che provocò lo sterminio di tutto il gruppo: anzitutto, la decisione dei Batti di non rifornirsi più in esclusiva dai Flachi-Trovato-Schettini, ma di rivolgersi ai turchi, che praticavano un prezzo all'ingrosso per l’eroina inferiore (un kg comprato da Flachi costava 40 milioni di lire contro i 30 dei turchi e talvolta il risparmio toccava il 50%)[11]; poi la necessità di Flachi di darsi alla latitanza, assumendo dunque un ruolo subordinato rispetto a Coco Trovato; infine una furiosa lite nel maggio 1990 tra il boss della ‘ndrangheta e il boss napoletano, di cui raccontarono i collaboratori di giustizia a processo. esplose il conflitto armato tra i due gruppi: in particolare, i Batti avevano cominciato a rifornirsi dai turchi a un prezzo inferiore.

L’evento scatenante fu il tentato omicidio a Terzigno, in provincia di Napoli, di Salvatore Batti, la cui auto venne affiancata il 30 giugno 1990 da un altro veicolo dal quale partirono diversi colpi di arma da fuoco. La risposta pochi mesi dopo fu il tentato omicidio di Coco Trovato, che il 15 settembre si trovava appunto a Bresso insieme a Giuseppe De Stefano e si salvarono per puro caso da un vero e proprio agguato, nel quale però persero la vita due passanti, Luigi Recalcati e Pietro Carpita.

Tre giorni dopo, il 18 settembre, Coco Trovato uccise Ciro Batti, che negava le responsabilità dello zio nell’attentato ai suoi danni. A raccontare la genesi dell’omicidio fu Salvatore Annacondia, che al processo rivelò che Coco Trovato era andato su tutte le furie di fronte a Batti che negava le responsabilità dello zio e gli dava del bugiardo: «A quel punto Coco si imbestialì e gli sparò un colpo di pistola alla testa [...] Ciro portava i capelli tagliati corti, quasi a caschetto, attorno alla fronte, praticamente a zero sotto l’orecchio e con una certa lunghezza dietro la nuca. Coco diceva che anche questo suo aspetto lo aveva fatto imbestialire»[12]. Sempre Annacondia, confermato dalla testimonianza di un altro collaboratore, Giuseppe Di Bella, raccontò che il cadavere di Batti fu nascosto nella sua auto, poi pressata a scatoletta in una discarica:

«Io osservavo che anziché pressare i cadaveri che potevano sempre essere ritrovati, poteva essere più sicuro bruciarli come facevamo noi in Puglia. Ma Coco rispose che questo noi lo potevamo fare perché disponevamo di luoghi come cave e zone costiere nei pressi di marmerie, dove si potevano bruciare i cadaveri senza dare nell’occhio. Diceva, invece, che a Milano non si poteva bruciare neppure un copertone senza essere visti»[13].

Infine, Salvatore Batti fu ucciso il 23 dicembre 1990 a San Gennaro Vesuviano (Napoli), in circostanze misteriose. A tal proposito, il pentito Michele Di Donato riferì che Batti era stato ucciso da killer calabresi e l'incursione fu possibile perché in cambio dell'omicidio Mario Fabbrocino ottenne il 18 dicembre l’omicidio del figlio di Raffaele Cutolo, Roberto, in soggiorno obbligato a Tradate. Nell'ottobre 2016 il collaboratore di giustizia Antonino Fiume rivelò ai magistrati che la decisione di ucciderlo fu presa a Milano, durante una riunione del “Consorzio”, sovrastruttura criminale della ‘ndrangheta che fino al 1990 operava per avere il controllo di tutte le principali attività illecite a livello nazionale e riuniva intorno a un tavolo anche i boss di Cosa Nostra e della Camorra. Il favore venne richiesto da Fabbrocino, che ottenne il benestare di Giuseppe De Stefano e di Franco Coco Trovato, benché storicamente Cutolo fosse un alleato di Paolo De Stefano.[14]

La pervasività del potere di Coco Trovato

A proposito della manifestazione del potere mafioso a Lecco, si legge sempre nella sentenza di Wall Street:

«L’articolazione lecchese dell’organizzazione qui giudicata fu anche quella che manifestò in modo più evidente alcune caratteristiche tipiche della presenza territoriale del sodalizio mafioso, operando in quella realtà economica in forme delinquenziali diverse, e altrettanto penetranti nel tessuto sociale, rispetto al traffico di stupefacenti. A Lecco più che altrove, l’associazione esplicò, almeno a livello programmatico, quelle forme tipiche di controllo del territorio che nella visione tradizionale del fenomeno criminale si definiscono mafiose».[15]

Le principali attività portate avanti dai Coco Trovato nell'area lecchese erano:

  1. Riciclaggio dei profitti derivanti dal traffico di stupefacenti in fiorenti attività economiche e commerciali;
  2. Uso della violenza e dell’intimidazione nei confronti delle realtà socio-economiche lecchesi, con gestione di prestiti ad usura e delle conseguenti condotte estorsive
  3. l’attività di “presenza ambientale” sul territorio, concretatasi nei rapporti con organismi rappresentativi dei commercianti, con appartenenti alle forze dell’ordine, con funzionari dell’amministrazione della giustizia.

A Lecco non fu commesso dall'associazione alcun omicidio (si pensi che Antonio Schettini realizzò a Milano l’omicidio di Laudari, che abitava a Lecco) e il traffico di stupefacenti era tenuto a livelli non elevati, tanto che sempre Schettini affermò al processo che anche i clienti lecchesi si recavano a Milano per acquistare la droga.

Lecco, il "paradiso" di Coco Trovato

Il cognato di Coco Trovato, Vincenzo Musolino, divenuto collaboratore di giustizia, dichiarò al processo: “Allora, per quello che riguarda la zona di Lecco, non so se ho già riferito, so sicuramente, potrei dire sicuramente perché era un po' il paradiso di Trovato.”[16] Un’analisi condivisa anche dal Capitano dei Carabinieri di Lecco dell’epoca, Mauro Masic, che al processo dichiarò:

«Teniamo presente che nel '91 ancora non si aveva a Lecco eh... la sensazione di essere di fronte a un gruppo criminale così forte, in quanto Lecco era, per assurdo, un territorio molto tranquillo: non succedevano reati grossi, non c'erano grandi rapine, era un territorio vivibile, come lo è tutt'ora, da questo punto di vista. Per cui vi è stata una certa difficoltà, da parte delle Forze di Polizia e del lecchese, di rendersi conto della situazione cui erano di fronte»[17]

Particolarmente rilevanti furono le parole che il Capitano dei Carabinieri spese sulla consapevolezza della comunità lecchese sulla reale identità di Coco Trovato:

«L'impressione che si aveva per chi veniva a Lecco dal di fuori - come sono arrivato io, per puro caso, per altro, nell'ambito di un normale avvicendamento nostro della vita di carriera - era che tutti sapessero, perché Lei poteva andare in qualsiasi ristorante, a un certo punto parlare col gestore: "Ma Lei, per Caso, dei Coco...", "Mah, sì..." Tutti sapessero, nessuno volesse in qualche modo mettere le mani... mettersi in mezzo. Anche perché c'è un po' da dire che il Lecchese nella misura in cui si parla di interessi economici è molto attento, fa l'imprenditore, dice: "Io faccio l'imprenditore, non è il mio mestiere fare altro"»

Nel perseguire l’obiettivo di legittimazione sociale e di inquinamento dei meccanismi di funzionamento economico e commerciale, il gruppo di Coco Trovato si servì di alcuni “alleati”, più o meno inconsapevoli, quali organismi istituzionali, rappresentanti delle forze dell’ordine e, soprattutto, un rapporto di "generica connivenza", come venne scritto nella sentenza, da parte delle forze economiche lecchesi.

Si pensi che il presidente dell'Unione Commercianti lecchesi, Giuseppe Crippa, arrivò ad elogiare pubblicamente in diverse occasioni il boss calabrese[18], arrivando addirittura a concedergli con l'Unione Commercianti la medaglia d’oro, ufficialmente consegnata alla moglie Eustina intestataria della pizzeria Wall Street; l’Ordine ospedaliero militare di Betlemme (organismo che non aveva rapporti con l'Unione commercianti) riconobbe invece a Franco Coco-Trovato e a Vincenzo Musolino il cavalierato dell'Ordine (su richiesta dell'Unione commercianti).

Al processo, di fronte alla richiesta di spiegazione del PM, Crippa rispose: «Solo una normale amicizia, ci andavo a mangiare le pizze (…) come la maggioranza dei lecchesi non sapevo chi erano questi personaggi»[19]. Ciononostante, in un'intercettazione agli atti del processo il presidente, parlando con Coco Trovato, gli assicurava "la stima, il rispetto e l'amicizia"[20]; sempre dalle intercettazioni venne ricostruito il quadro, poi confermato dalla sentenza, di un rapporto di fornitura degli infissi per i ristoranti "Wall Street" e "Il Portico" proprio in virtù dell'amicizia tra Crippa e Coco Trovato[21], e non per ragioni di convenienza economica; Crippa, per paura di ritorsioni a seguito della rottura prematura di alcuni infissi nella pizzeria Wall Street dopo la fornitura, decise autonomamente di proporre per l'onorificenza il quartier generale di Coco Trovato e poi di proporre lui e il cognato per il cavalierato dell'Ordine ospedaliero di Betlemme.

Musolino su questo punto al processo dichiarò[22]:

«P.M. - Quindi Lei non ha personalmente premuto in alcun modo perché questa onorificenza venisse data?

I. - No, ma penso neanche Trovato. Ci teneva Crippa a entrare... a fare entrare il Trovato nella cerchia, diciamo, perché lì a Lecco c'è una specie di cupola, io posso chiamarla mafiosa, e penso che si può chiamare anche mafiosa. Difficilmente una persona estranea o qualcosa fuori dal giro riesce a entrare anche negli affari... in tutto quello che è il tessuto sociale Lecchese. Tutto sembra così normale, ma invece è tutto guidato, tutto sotto controllo, diciamo, nella zona. Il fatto è che tutti sapevano chi era Trovato o facevano finta di non saperlo perché gli stava bene, giustamente, gli dava una certa sicurezza nel territorio e gli stava bene a tutti, diciamo. Le persone che erano lì erano consapevoli, diciamo.»

Il fiuto politico: vota Lega, vota Gamma

Per quanto riguarda le preferenze politiche di Coco Trovato, stando alle dichiarazioni del pentito Giuseppe Di Bella, nel maggio 1990, prima dell’exploit della Lega Nord, il boss fece campagna a favore di un candidato, nome in codice “Gamma”, che poi avrebbe fatto carriera nel partito nordista: «Franco Coco Trovato aveva scelto il suo cavallo: è Gamma. Lo dice a tutti. Votare Lega, votare Gamma. Se così è deciso, non c'è nulla da discutere».

Secondo Di Bella, la filosofia di Coco Trovato era semplice: «Comincia a sellare il puledro quando è ancora troppo piccolo perché qualcuno ci scommetta sopra. Sapendo che poi, se diventa grande e veloce, non ci sarà nemmeno bisogno di rincorrerlo. Riconoscerà da solo il suo padrone»[23].

Sempre secondo Di Bella, «Coco Trovato aveva agganci in tribunale e Camera di commercio di Lecco, dove il direttore aveva un compito ben preciso: facilitare gli amici e le aziende legate al clan», mentre per il collaboratore Vittorio Foschini raccontò ad Armando Spataro di contatti in Cassazione per mandare in fumo il processo: «Era Cesare Bruno (avvocato e pezzo grosso delle cosche, nda) quello che insisteva di più perché Raffaele Ascione (membro dell’omonima famiglia di camorra, nda), come diceva lui, aveva contatti, in Cassazione, per buttare giù il processo Wall Street».[24]

I centri del potere dei Trovato: il Portico e Wall Street

A partire dal 1982, Franco Coco Trovato si insediò nell’area territoriale lecchese attraverso l’acquisto del ristorante “Il Portico” di Airuno, nel quale furono investite alcune centinaia di milioni; tra il 1987 e il 1990 investì almeno 6 miliardi di lire nell'acquisto e ristrutturazione dello stesso ristorante e del ristorante Wall Street a Lecco, poi divenuto il suo quartier generale.

Oltre a questi due, nell'area lecchese tra i locali di proprietà di Franco Coco Trovato c'erano l'abitazione di Nunzia Biron a Olgiate Molgora, il ristorante-pizzeria “Santa Lucia” di Merate e il night-club Mescal.

L'arresto

Il 31 agosto 1992, dopo settimane di appostamenti, Coco Trovato fu arrestato proprio nel suo quartier generale. Il Corriere della Sera, a commento della notizia, scrisse di uno dei boss più sanguinari della storia della 'ndrangheta:

«Francesco Coco Trovato, 45 anni, ritenuto un manager della 'ndrangheta, alleato di ferro di Pepè Flachi, l'erede di Vallanzasca, è stato preso mercoledì notte al Wall Street, ristorante vip di Lecco di proprietà della moglie. Da tre giorni i militari del Gruppo di Como, guidati dal colonnello Carmine Adinolfi, facevano discretamente la posta ma lui riusciva ad eclissarsi nel labirinto del suo impero: oltre ai locali pubblici un sacco di società finanziarie, appartamenti, negozi intestati a una girandola di prestanome».[25]

Il processo e le condanne

Al termine del processo Wall Street, il 26 aprile 1997 il boss venne condannato a quattro ergastoli, pena poi confermata nei successivi gradi di giudizio.

La vita in carcere

Detenuto nel carcere di massima sicurezza di Terni, in regime carcerario 41bis, Coco Trovato in carcere il 20 ottobre 2017 ha conseguito la laurea magistrale in giurisprudenza, discutendo una tesi proprio sul 41 bis[26].

Nell'agosto dello stesso anno il suo legale ha firmato un ricorso alla Corte Europea per i diritti dell'uomo in relazione al presunto trattamento subito dal suo assistito a seguito di un periodo di applicazione del 41bis così lungo[27].

Note

  1. Armando Spataro, Relazione introduttiva del PM - Procedimento Penale n. 12602/92.21 PM, Corte d’Assise di Milano – II Sezione, 7 marzo 1996, p. 28
  2. Andrea Morleo, La 'ndrangheta a Lecco c'è da anni ma la guardia non si è mai abbassata, il Giorno, 3 marzo 2016
  3. Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni, Mafia a Milano, Sessant’anni di affari e delitti, Milano, Melampo editore, 2011, p.204
  4. Ibidem
  5. Le dichiarazioni di Antonio Zagari su Franco Coco Trovato sono rintracciabili in diversi processi contro la ‘ndrangheta negli anni ’90; oltre a Wall Street (Luigi Martino (Presidente), Sentenza contro “Annacondia + 143” – Procedimento penale n. 12602/92.21 PM, Corte d’Assise di Milano – II Sezione, 26 aprile 1997), nella sentenza di primo grado del processo Isola Felice emerge il suo ruolo nei sequestri di persona (cfr Arturo Soprano (Presidente), Sentenza n. 2/97 contro “Zagari Antonio + 125” – Procedimento Penale n.7/95, Corte di Assise di Varese, 13 novembre 1997, p. 302 e ss.)
  6. Luigi Martino, op. cit., p. 1174
  7. Armando Spataro, Richiesta di ordinanza di custodia cautelare in carcere e ordine di fermo di indiziato di delitto, Procura di Milano, 7 giugno 1993, p.237
  8. Luigi Martino, op. cit., p. 530
  9. Ivi, p. 571
  10. Omicron/37 - Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord, Gennaio/Febbraio 2002, Anno V, N.1-2, p. 4
  11. Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni, Mafia a Milano, Sessant'anni di affari e delitti, Milano, Melampo editore, 2011, p.198
  12. Ivi, p. 204
  13. Ivi, p.205
  14. Enrico Fierro, Lucio Musolino, “La Cupola delle Cupole uccise il figlio di Cutolo”, il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2016
  15. Luigi Martino, op. cit., p. 1165
  16. Ivi, p. 1257
  17. Ivi, p.1258
  18. Ivi, p.1217
  19. Ivi, p.1215
  20. Ivi, p.1217
  21. Ibidem
  22. Ibidem
  23. Gianluigi Nuzzi, Claudio Antonelli, Metastasi, Milano, Chiarelettere, 2010, p.66
  24. Portanova, Rossi, Stefanoni, op. cit., p. 211
  25. Corriere della Sera, 6 settembre 1992
  26. Franco Coco Trovato si è laureato in legge. Tesi sul 41bis e ricorso 'a tema' alla CEDU, LeccoOnline.it, 27 ottobre 2017
  27. Ibidem

Bibliografia

  • Martino Luigi (Presidente), Sentenza contro “Annacondia + 143” – Procedimento penale n. 12602/92.21 PM, Corte d’Assise di Milano – II Sezione, 26 aprile 1997
  • Nuzzi Gianluigi, Antonelli Claudio, Metastasi, Milano, Chiarelettere, 2010
  • Omicron/37 - Osservatorio Milanese sulla Criminalità Organizzata al Nord, Gennaio/Febbraio 2002, Anno V, N.1-2, p. 4
  • Portanova Mario, Rossi Giampiero, Stefanoni Franco, Mafia a Milano, Milano, Melampo Editore, 2010
  • Soprano Arturo (Presidente), Sentenza n. 2/97 contro “Zagari Antonio + 125” – Procedimento Penale n.7/95, Corte di Assise di Varese, 13 novembre 1997
  • Spataro Armando, Richiesta di ordinanza di custodia cautelare in carcere e ordine di fermo di indiziato di delitto, Procura di Milano, 7 giugno 1993
  • Spataro Armando, Relazione introduttiva del PM - Procedimento Penale n. 12602/92.21 PM, Corte d’Assise di Milano – II Sezione, 7 marzo 1996