Giovanni Spampinato

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"Ma chi te lo fa fare?" ripetevano a Giovanni. "In effetti può essere pericoloso, però credo che ne valga la pena."
(Giovanni Spampinato)

Giovanni Spampinato

Giovanni Spampinato (Ragusa, 6 novembre 1946 - Ragusa, 27 ottobre 1972) è stato un giornalista italiano, ucciso perché indagava su inchieste scomode.

Biografia

Nel dopoguerra Ragusa fu una ricca miniera di giacimenti di petrolio, che attirò molti per la possibilità di arricchimento, e per questo venne definita "capitale italiana del petrolio".
Ragusa venne vista inoltre come una provincia tranquilla, fin troppo, e per questo fu soprannominata "provincia babba".
Proprio in quegli anni, a Ragusa, crebbe Giovanni Spampinato. Studente di filosofia all'Università di Palermo, e con una grande passione per il giornalismo.
Figlio di un comunista, sviluppò presto idee e posizioni di sinistra. Fatto che gli causò qualche problema, poiché la stampa in città a quei tempi era schierata su posizioni anticomuniste.
Giovanni Spampinato viene ricordato come schivo, riservato, impegnato, e dal cuore grande. La delusione del mondo e delle persone lo portò spesso a periodi di solitudine: "L'ironia, l'autoironia mi ha salvato da molti momenti di crisi. Ma anche il vivere così comporta dei rischi: se mi fossi preso più sul serio avrei realizzato qualcosa, non avrei sbandato".[1]
Nel 1969 cominciò a scrivere per il quotidiano "L'Ora" di Palermo, fino a diventarne il corrispondente da Ragusa.
Giornale molto prestigioso, diffuso a Palermo, "L'Ora" a Ragusa era letto da una piccola élite, poiché veniva stampato la mattina a Palermo e arrivava a Ragusa solo la sera, in prossimità della chiusura delle edicole. Veniva acquistato, dunque, solo da chi era particolarmente motivato e interessato a leggere il punto di vista di sinistra sulle vicende siciliane; da chi era interessato ad un giornalismo di denuncia e di inchiesta, fatto da giornalisti che non avevano paura di parlare di notizie scomode e di mafia. Fu un giornale impegnato in battaglie civili, che diede voce a tutti e che, anche se politicamente schierato, non rinunciò mai alla sua autonomia redazionale.
Giovanni visse con un po' di frustrazione il fatto di scrivere da Ragusa per un giornale che lì leggevano in pochi, ma vedere i suoi articoli in prima linea lo ripagò sempre.
Scrisse anche per "L'Opposizione di Sinistra" e per l'"Unità" dal 1969 al 1972.
Tuttavia, il tesserino di pubblicista gli venne assegnato dall'Ordine dei Giornalisti solo dopo la sua morte.
In quegli anni ci fu la Guerra fredda e la possibilità del PCI al potere faceva paura. Per questo, in maniera indiretta, si sostennero fascisti e gruppi estremisti di destra, mafiosi, e settori deviati dell'apparato di sicurezza.
Questo portò molti giovani di sinistra alla ricerca della verità, poiché non credevano alle informazioni date ufficialmente.
Giovanni iniziò il suo percorso di giornalista in quegli anni. Egli intuì che alcuni fatti di cronaca verificatisi a Ragusa non erano casi isolati, bensì legati tra loro, collegati a fatti che attraversarono l'Italia in quegli anni (furono gli anni della Strage di piazza Fontana).
Giovanni cominciò ad interessarsi ai traffici illeciti che avvenivano nelle acque siciliane, dove si svolgeva non solo un contrabbando di sigarette (i sigarettari erano in genere uomini di estrema destra), ma dove sbarcavano anche navi cariche di armi.
Altro traffico illecito su cui Giovanni cominciò ad indagare riguardò il traffico di reperti archeologici.
Una delle intuizioni di Giovanni fu che in queste lucrose attività non erano coinvolti solo delinquenti, ma personalità importanti della società; e che tutti questi traffici avevano un collegamento con la parte politica della destra.
Ragusa non fu dunque una semplice cittadina tranquilla.
La facilità dei collegamenti tramite il porto consentì, in quegli anni, intensi traffici di contrabbando di sigarette, armi e droga.
In questa apparente tranquilla cittadina dilagò il neofascismo[2].
Giovanni fu un giornalista completo, tanti furono gli ambiti che lo interessarono: fu molto legato ai giovani, all'istruzione[3], e ai fermenti del '68 che animarono gli animi: "I giovani così, i giovani colà. È facile astrarre, creare nuove categorie. Ma il più delle volte ci si dimentica di andare a vedere da vicino questi marziani, non si pensa nemmeno di cercare di capire chi sono e cosa vogliono. Ma vogliamo farglielo dire a loro, chi sono e cosa vogliono?"[4]
E ancora, si interessò ai lavoratori e stette sempre dalla loro parte: scrisse della crisi dell’agricoltura, e delle condizioni in cui gli uomini erano costretti a lavorare nelle serre.
Si interessò a problematiche cittadine, prima fra tutte la carenza di risorse idriche.
Si occupò di analisi economiche e sociali, politiche, di cronaca. Furono anni di grandi contrapposizioni ideologiche e politiche.
Scrisse di speculazione edilizia, dell’interesse di alcuni giovani neofascisti per reperti archeologici, del prosperare del malaffare in quella parte della Sicilia che riguardava Ragusa (rapporti con la mafia, traffico di armi e droga); un luogo dove si alimentava la destra estremista (con campi di addestramento di forze paramilitari e organizzazioni neofasciste).
Scrisse articoli clamorosi. Tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971 Giovanni raccolse una serie di informazioni che rivelarono un intreccio nascosto tra politica, affari, traffici illeciti e attività eversive, che riguardarono in particolare il triangolo Ragusa – Siracusa – Catania, e che si realizzarono nel silenzio delle attività investigative.

L'inchiesta Tumino

Giovanni Spampinato pagò con la vita la sua ricerca della verità, ad appena ventisei anni. Stava indagando sull'omicidio di un commerciante di antiquariato, l'ingegnere Angelo Tumino, da sempre fascista ed ex consigliere al consiglio comunale del Movimento Sociale Italiano. Un caso che riguardò la collusione tra malaffare e istituzioni.
Per fare luce sulla morte dell’ingegnere Tumino, che venne trovato morto il 26 febbraio 1972 in Contrada Ciarberi (nelle campagne a pochi chilometri da Ragusa), Giovanni capì che bisognava indagare negli ambienti frequentati dall’ingegnere: tra la borghesia cittadina e i neofascisti del Movimento Sociale Italiano.
Tumino venne ucciso proprio nei giorni in cui Giovanni, durante le sue inchieste sul neofascismo, rivelò la presenza a Ragusa del latitante Stefano Delle Chiaie, detto il “bombardiere nero” (ricercato per le bombe del 12 dicembre 1969 all’Altare della Patria) e di altri neofascisti (come Vittorio Quintavalle) legati a Junio Valerio Borghese, il quale aveva tentato un colpo di Stato, nel dicembre 1970, con la complicità della mafia. Giovanni si appassionò fortemente a quel delitto. Tumino non era un delinquente qualunque; trafficava reperti archeologici.
Tre giorni dopo il delitto Giovanni scrisse di una pista che portava fin dentro il Palazzo di Giustizia: scoprì che subito dopo il ritrovamento del corpo dell’ingegnere, il sostituto procuratore incaricato delle indagini aveva interrogato un amico della vittima (il figlio di un magistrato di Ragusa nonché il presidente del Tribunale di Ragusa): Roberto Campria, uno con una passione spasmodica per le armi, e che intratteneva rapporti con trafficanti di opere d’arte.
Campria venne convocato dalle forze dell’ordine, confermò di essere amico dell’ingegnere Tumino ma di non sapere che fosse morto. Parlò delle persone che frequentavano entrambi, sempre nell’ambito di acquisto e commercio di materiale antico.
Quello dell’ingegnere Tumino rimase a lungo un omicidio irrisolto. Secondo Giovanni questo accadeva perché si voleva tenere nascosta la responsabilità di qualcuno molto noto.
Giovanni raccolse informazioni e si rese conto che l’omicidio Tumino era avvenuto nell’ambito dell’ambiente di destra ma soprattutto in quello del traffico di reperti archeologici; e che non si trattava di un omicidio commesso dagli ambienti delinquenziali, ma probabilmente ordinato o voluto da un “intoccabile”. Nessuno osò però scavare e andare affondo a quel delitto.
Giovanni indagò a lungo su quell’omicidio e si pose domande fondamentali: come mai il corpo di Tumino venne rivestito e sistemato con cura? L’ingegnere Tumino venne ucciso in contrada Ciarberi o vi fu portato già morto? Come mai, poco dopo l’omicidio, la macchina (che dalle testimonianze risultò essere proprio quella di Tumino) percorse per due volte a tutta velocità e a fari spenti quella strada? Un uomo da solo poteva spostare un corpo di più di cento chili?
Secondo Spampinato vi era la probabilità che l’assassino non avesse agito da solo.
Attraverso varie testimonianze raccolte, Giovanni Spampinato scoprì diversi elementi: il testimone Gino Pollicita rivelò di aver visto, la mattina del delitto, Tumino insieme al magistrato Saverio Campria (padre di Roberto) e la moglie (notizia che la Procura di Ragusa non approfondì). In secondo luogo, la sera dell’omicidio, la Guardia di Finanza fermò una macchina (probabilmente quella dell’ingegnere Tumino) guidata però da Vittorio Quintavalle; pochi giorni dopo il giudice istruttore smentì di tutta fretta questo verbale.
E ancora, i contadini descrissero la figura di Roberto Campria nella persona che era stata vista insieme a Tumino nelle campagne e nel giorno del delitto[5].
Tante furono le stranezze che Giovanni scoprì su Campria: subito dopo la morte dell’ingegnere Tumino egli si trovava a casa dell’assassinato per rovistare tra le carte di Tumino; inoltre Campria si trovava con Tumino lungo il tragitto che portava al luogo del ritrovamento del cadavere. Campria non fu mai né formalmente accusato né formalmente indagato. Giovanni fu l’unico a segnalare le anomalie che riguardarono le modalità del palazzo di giustizia, ma in questa ricerca della verità venne lasciato solo[6].
In seguito ad un articolo di Giovanni Spampinato[7], Campria lo querelò per diffamazione, salvo poi non presentarsi al processo e quindi far decadere la querela.
L’idea che si fece Giovanni dell’omicidio Tumino fu questa[8]: l’ingegnere si era messo in traffici illeciti, gestiti dalla mafia, e poi quando decise di uscirne fu ucciso. Giovanni era sicuro che Campria centrasse in prima persona in quell’omicidio, nonostante quest’ultimo dichiarasse la sua estraneità ai fatti, e anzi si avvicinò spesso a Giovanni per chiedergli di scrivere articoli che sottolineassero l’innocenza della sua persona. Giovanni non gli credette mai e anzi cercò di convincerlo a confessare. In quel momento Campria avvertì un pericolo in Giovanni.

L'omicidio

Il 27 ottobre 1972 Campria telefonò a Giovanni per chiedergli di incontrarsi (facendogli intuire la possibilità di una confessione); Giovanni, benché avesse un po’ timore di quell’uomo non cedette alla paura e andò.
Fu assassinato da Campria, all’interno della sua auto con cinque proiettili, costituitosi subito dopo.
I giornali il giorno dopo titolarono “Assassinato perché cercava la verità”.

Il processo

L’attenzione per l’omicidio Tumino terminò con la morte di Spampinato. L’inchiesta venne svolta a carico di ignoti e ancora oggi non si sanno i colpevoli e il movente.
Per l’omicidio di Giovanni Spampinato, invece, si tenne il processo nel 1975 a Siracusa. Campria fu condannato a 21 anni di prigione.

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

Il 7 maggio 1977 la Corte di Appello di Catania escluse l'attenuante della provocazione per Campria: "Giovanni Spampinato pubblicò notizie che rispecchiano la verità, nell'esercizio del suo diritto-dovere di cronaca. […] Non sussiste quindi la provocazione. […] La Corte di Assise di Appello, in riforma della sentenza della Corte di Assise di Siracusa del 7 luglio 1975 esclude l'attenuante della provocazione."[9]
La pena di 21 anni di reclusione, rivolta a Campria, venne ridotta a 14 anni dalla Corte d’Appello di Catania, grazie alla seminfermità mentale.[10].

Cassazione

Nella sentenza del 3 ottobre 1978 venne rigettata la richiesta di ottenere l'attenuante della provocazione per l'omicida Campria: "Una cosa è certa: le dicerie di un piccolo ambiente (com'è quello di Ragusa) non sono attribuibili all'attività giornalistica, peraltro legittima della vittima, sicché, non è invocabile l'attenuante in esame"[11]
Campria scontò solamente 8 anni, nel manicomio di Barcellona Pozzo di Gotto.[12].

In memoria di Giovanni Spampinato

  • Nel 2007 venne assegnato alla memoria di Giovanni il Premio Saint-Vincent di Giornalismo.
  • Nel 2007 venne fondato in suo nome “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia (promosso dalla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti).
  • Nel 2007 il premio giornalistico Mario Francese si svolse a Ragusa, in segno di omaggio a Giovanni.
  • Nel 2008 andò in scena lo spettacolo teatrale “Il Caso Spampinato”, di Danilo Schininà e Roberto S. Rossi. Nel 2012 lo spettacolo fu riportato in scena con diverse innovazioni[13].
  • Il 13 gennaio 2010 nacque l’Archivio Spampinato, voluto dall’Associazione Giovanni Spampinato, che raccoglie documenti, articoli, pubblicazioni, fotografie e altro.
  • Il 26 aprile 2010, nella Sala AVIS di Ragusa, ebbe luogo il convegno “Noi e Giovanni, una vittima dimenticata e il dovere della memoria. Ricordi, testimonianze, proposte” in memoria di Giovanni Spampinato, con la presenza di Don Luigi Ciotti.
  • Il 27 ottobre 2011, Radio Itaca (Marsala) dedicò la prima puntata del programma radiofonico “Itaca ricorda” alla storia di Giovanni Spampinato.
  • Nel 2011, la quinta edizione del “Master in giornalismo investigativo e analisi delle fonti documentarie” di Milano è stato intitolato a Giovanni Spampinato.
  • Nel 2012, all’interno del Palazzo della Provincia di Ragusa, venne riaperta la sala stampa dedicata a Giovanni Spampinato nel 1995.
  • Il 29 ottobre 2015, a distanza di 43 anni dalla morte di Giovanni Spampinato, venne organizzato a Ragusa il convegno “Spampinato 43”. Nel corso di quest’ultimo fu rivelata una notizia che fino a quel momento era stata tenuta in riserbo dalla famiglia e dalla magistratura: nel 2008 venne inviata una lettera anonima, scritta a macchina, in cui si rivelavano particolari sull’omicidio Tumino[14].

Dicono di Giovanni Spampinato

  • “Mettiamo anche lui, quest’altro morto nostro, sul conto della Sicilia dell’indifferenza, della collusione e dell’intrigo, dell’agguato e del ricatto: per la parte che in tutte queste cose le compete lo mettiamo sul conto di una parte di questa città, Ragusa, quella dei suoi galantuomini abituati al consenso, al silenzio. Giovanni Spampinato per tenace coscienza e serena tradizione di famiglia si era scelto l’altra parte: coraggio brava gente, adesso almeno lui non parlerà più. Questo è un omicidio in nome collettivo, e si è andato compiendo per le strade e le piazze, tutte le strade e le piazze di questa città, nelle cancellerie di tribunale, negli uffici della gente che conta, nei rapporti di polizia, nella trama dei silenzi e delle omissioni.”[15]
  • “25 aprile 2007. Oggi avrebbe 60 anni, qualcuno però ha deciso di fermare la sua vita a pistolettate quando di anni ne aveva appena 25, nel 1972. Giovanni Spampinato è morto sul lavoro. È stato ucciso affinché la smettesse di rovistare in quel verminaio che era la provincia di Ragusa, città “babba” solo per chi non voleva vedere cosa ci fosse oltre la siepe, oltre il perbenismo ovattato, cortina fumogena che nascondeva traffici di ogni tipo: sbarco di armi, via vai di terroristi neri negli anni delle stragi, impunità per ricercati e tipi strani.”'[16]
  • “Il nostro Giovanni non doveva morire. La sua lotta e la sua ricerca della verità erano fatte in nome collettivo, al nostro posto. Dobbiamo rifare, come società civile, il nostro esame di coscienza. Noi cattolici per la nostra parte di responsabilità collettiva; il potere giornalistico e politico per le sue corresponsabilità, complicità e connivenza. L’assassinio di Giovanni Spampinato è stato derubricato a fatto di cronaca nera, mentre è stato un delitto del Potere come sistema “totale” che controllava la stampa e manipolava la lettura quotidiana dei fatti sociali e politici di questo lembo del Paese.”[17]
  • “Giovanni Spampinato raccontava la verità e lo faceva senza diffamare nessuno, segnalando il puzzo di mafia che alcuni siciliani avvertono fin da giovani, e che lui conosceva perché aveva nel Dna la cultura della responsabilità, e perché lavorava con “quei matti” de L’Ora, che si divertivano a fare un giornale di denuncia duro come la roccia.”[18]
  • Giovanni Spampinato fu ucciso per il suo coraggio, punito per aver voluto spingersi oltre la superficie, per aver squarciato il velo di ipocrisia e di falso perbenismo che regnava in una tranquilla città di provincia e per averne messo in luce misfatti e lati oscuri, al punto che all’epoca del delitto si insinuò di una morte “cercata”, conseguenza naturale di quegli scritti imprudenti con cui aveva finito per provocare il suo assassino.”[19]
  • “Ricordare, ancora oggi, è scomodo. Quindi meglio dimenticare chi, come Giovanni, facendo il proprio dovere ha svelato trame inedite nella cosiddetta “Provincia babba”. Ma ricordare, appunto, spesso è scomodo. Meglio strisciare, ancora oggi, dietro i potenti, i poteri forti e la mafia.”[20]

Per saperne di più

Libri

  • Luciano Mirone, Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza, Castelvecchi 2008.
  • Alberto Spampinato, C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo, Ponte alle Grazie 2009.
  • Carlo Ruta, Morte a Ragusa, Edi.bi.si 2005
  • Gianni Bonina, Il triangolo della morte: Campria, Tumino, Spampinato, Meridie 1992.
  • Alberto Spampinato, Il giorno che uccisero mio fratello, nel volume “Vite ribelli”, Sperling e Kupfer 2007.

Film

  • L’ora di Spampinato, lungometraggio di Vincenzo Cascone e Danilo Schininà.
  • Diario Civile – Il rumore delle parole. Storia di Giovanni Spampinato, il giornalista di Ragusa ucciso dalla mafia, documentario di Fabrizio Marini.[21]

Note

  1. Diario civile - Il rumore delle parole. Storia di Giovanni Spampinato, il giornalista di Ragusa ucciso dalla mafia
  2. Giovanni Spampinato, "Squadrismo in Sicilia: Ragusa, il partito della malavita", L'Ora, 24 febbraio 1972
  3. Giovanni Spampinato, "Ragusa. Dopo la scuola la disoccupazione", L'Ora, 4 febbraio 1971
  4. Giovanni Spampinato, "La contestazione del '68. I giovani, i partiti e la democrazia", L'Opposizione di Sinistra, 20 dicembre 1969
  5. Luciano Mirone, "Giovanni intuì il nesso fra stragi e destra eversiva, mi ricorda Pasolini", ottobre 2008
  6. Giovanni Spampinato, "Ragusa. Il delitto Tumino: una pista è la mafia", L'Ora, 28 febbraio 1972
  7. Giovanni Spampinato, "Ragusa. Il delitto Tumino. Sotto torchio il figlio di un magistrato", L'Ora, 29 febbraio 1972
  8. Giovanni Spampinato, "Ragusa. Per il delitto Tumino indagini a zero", L'Ora, 7 luglio 1972
  9. Sentenza Corte di Appello di Catania, 7 maggio 1977, p. 40-58
  10. La vita di Giovanni, Associazione Giovanni Spampinato
  11. Sentenza Corte Suprema di Cassazione di Roma, 3 ottobre 1978, p. 24
  12. La vita di Giovanni, Associazione Giovanni Spampinato
  13. Torna in scena il dramma teatrale sul cronista di Ragusa
  14. Caso Spampinato, spunta una lettera anonima. Inedita, Ragusanews, 31 ottobre 2015
  15. Mario Genco, "Fu un omicidio annunciato, fu compiuto in nome collettivo", L'Ora, 28 ottobre 1972
  16. Tano Gullo, "Rovistava nel verminaio del perbenismo", La Repubblica di Palermo, 25 aprile 2007
  17. Luciano Nicastro, "Basta ipocrisia sulla morte di Giovanni", 8 gennaio 2010
  18. Lirio Abbate, "Sapeva riconoscere quel puzzo che rivela la presenza della mafia", L'Espresso
  19. Daniela Ferrara, "Quel morso in più", Operaincerta, 12 maggio 2010
  20. Paolo Borrometi, "Giovanni Spampinato 45 anni dopo ucciso (ancora) una volta", Laspia, 28 ottobre 2017
  21. Diario Civile - Il rumore delle parole. Storia di Giovanni Spampinato, il giornalista di Ragusa ucciso dalla mafia

Bibliografia

  • Fabrizio Marini, "Diario Civile – Il rumore delle parole. Storia di Giovanni Spampinato, il giornalista di Ragusa ucciso dalla mafia", documentario, Rai Storia.
  • Sito della Fondazione Giovanni Spampinato
  • Archivio Ragusanews
  • Archivio La Spia