Maxiprocesso di Palermo

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Così solo il diritto vince sul delitto, la democrazia e la civiltà sulla barbarie.
(Giuseppe Ayala)


Il Maxiprocesso di Palermo è lo storico processo contro Cosa Nostra che coinvolse 475 imputati per diversi capi d'accusa, tra cui quello di associazione a delinquere di stampo mafioso. Si svolse nell'Aula bunker del Carcere Ucciardone di Palermo tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987.

Il processo è considerato la prima vera reazione dello Stato Italiano nei confronti della mafia siciliana. I membri di Cosa Nostra furono per la prima volta condannati in quanto appartenenti ad un'organizzazione mafiosa unitaria e di tipo verticistico.

Il processo fu possibile grazie alla nascita del cosiddetto Pool antimafia di Palermo, la cui direzione unitaria permise ai giudici che ne facevano parte di avere una visione completa del fenomeno della mafia siciliana, almeno al livello militare. Oltre all'accentramento delle indagini nelle mani di un gruppo di magistrati specializzati, l'altro elemento di forza del Maxiprocesso fu l'utilizzo dei pentiti: in primis Tommaso Buscetta, poi Salvatore Contorno e altri collaboratori permisero di squarciare il velo dell'omertà che aveva garantito l'invisibilità di Cosa Nostra per decenni.

L'Aula Bunker durante il Maxiprocesso
La Pubblica Accusa e la Corte nell'Aula Bunker dell'Ucciardone

Antefatti

Negli anni precedenti al Maxiprocesso c'era stato il golpe militare all'interno di Cosa Nostra da parte del Clan dei Corleonesi per impossessarsi del vertice dell'organizzazione. Dopo gli omicidi di Stefano Bontate, il 23 aprile 1981, e Salvatore Inzerillo, l'11 maggio 1981 , iniziò la c.d. mattanza: i Corleonesi uccisero centinaia di membri delle storiche famiglie della mafia palermitana in quella che è passata alla storia come Seconda Guerra di Mafia.

Parallelamente agli omicidi tra le cosche, i Corleonesi iniziarono una politica di attacco frontale nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni: vennero trucidati, tra gli altri, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto dalla Chiesa, Pio La Torre.

Il pool antimafia

Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Antonino Caponnetto

L'intuizione per far fronte a questa tragica sequenza di morti venne da Rocco Chinnici, allora a capo dell'ufficio istruzione di Palermo. Chinnici decise di affidare le indagini sulla mafia ad un gruppo specializzato di magistrati, favorendo la circolazione e la condivisione delle informazioni. In tal modo si riuscì a mettere a fuoco in maniera complessiva la mafia, non più analizzando soltanto ristrette porzioni del fenomeno, ma esaminandolo con uno sguardo d'insieme. Il Pool e il capo della Squadra Mobile, il vicequestore Ninni Cassarà, avviarono un'azione di contrasto a Cosa Nostra come mai prima di allora. In particolare quest'ultimo stilò di persona il c.d. "Rapporto dei 162", considerato l'embrione dell'ipotesi investigativa alla base del Maxiprocesso.

La risposta della mafia non si fece attendere e arrivò con l'omicidio di Rocco Chinnici, il 23 luglio 1983. A sostituirlo fu chiamato Antonino Caponnetto, che portò ad un livello di efficienza ancora maggiore il funzionamento del Pool, ora composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Fu data particolare importanza al metodo investigativo inaugurato da Giovanni Falcone e basato sull'analisi dei movimenti bancari per comprendere collegamenti che altrimenti non sarebbero mai emersi.

Il principio della centralizzazione delle indagini ebbe come ovvia conseguenza la necessità di riunificare tutte le istruttorie in un unico processo. Aggiungendo altri filoni investigativi al nucleo di indagine originario, prese forma quella che poi sarebbe divenuta l'istruttoria del Maxiprocesso.

Una svolta fondamentale fu l'irrompere sulla scena di Tommaso Buscetta nel 1984, che con le sue dichiarazioni permise uno sguardo inedito dentro a Cosa Nostra. Il 29 settembre 1984, grazie alle dichiarazioni del "Boss dei due mondi", scattò il blitz di San Michele durante il quale vennero eseguiti 366 mandati di cattura nei confronti di presunti mafiosi.

I pentiti

Il ruolo dei pentiti fu fondamentale per l'avvio delle indagini e per lo svolgersi del processo. Le loro dichiarazioni permisero una lettura innovativa dell'organizzazione Cosa nostra.

I pentiti furono 21, tra gli altri: Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno, Vincenzo Sinagra, Stefano Calzetta, Sebastiano Dattilo, Gennaro Totta, Koh Bak Kin, Rodolfo Azzoli, Salvatore Di Marco.

Tommaso Buscetta

Tommaso Buscetta nell'aula bunker del Maxiprocesso

Tommaso Buscetta disegnò la struttura e il funzionamento di Cosa Nostra mostrando il fenomeno mafioso sotto una nuova luce. Il contributo più importante di Buscetta infatti "è consistito nell'aver offerto una chiave di lettura dei fatti di mafia, nell'aver consentito di guardare dall'interno le vicende dell'organizzazione"[1]

Le dichiarazioni principali di Buscetta possono essere sintetizzate come segue:

  • Cosa nostra: I mafiosi riferendosi all'organizzazione non parlano di mafia ma di Cosa nostra. La vita dell'organizzazione è disciplinata da un rigido regolamento di natura orale e non scritta. Queste norme regolano anche l'ingresso di uomini nella struttura mafiosa. Cosa nostra è ormai strutturata in ogni provincia siciliana, ma il centro del potere dell'organizzazione è Palermo.
  • Suddivisione territoriale: La città di Palermo è organizzata in mandamenti: le famiglie prendono il nome dal mandamento a cui appartengono. Per quanto riguarda la provincia di Palermo, le famiglie prendono il nome del paese in cui operano. Tre famiglie territorialmente limitrofe costituiscono un mandamento ed eleggono un solo rappresentante. I capi dei mandamenti palermitani e i rappresentanti dei mandamenti provinciali compongono la Commissione.
Dopo l'ascesa dei Corleonesi è nata la cosidetta Interprovinciale, che ha il compito di coordinare gli interessi di più province.
  • Commissione: La Commissione sovrintende, controlla e dispone il governo di Cosa Nostra. L'organismo ha il compito di assicurare il rispetto delle regole di Cosa Nostra e risolvere le eventuali frizioni tra famiglie. Ad esempio, per ordinare un omicidio, il rappresentante di una famiglia deve rivolgersi al capo mandamento, il quale tratterà la questione in Commissione. Nel caso dell'omicidio di un capofamiglia, l'assassinio deve avvenire con il consenso della famiglia (oltre che della Commissione). In caso contrario sono quasi inevitabili gravi conseguenze per chi trasgredisce.
Mentre in origine la figura che controllava la Commissione era quella del Commissario, successivamente fu chiamato Capo
  • Famiglia: Ogni famiglia è una struttura a base territoriale con una costituzione gerarchica. Gli uomini d'onore o soldati sono organizzati in gruppi da dieci, le decine, ciascuna delle quali è coordinata da un capodecina. La famiglia è governata da un rappresentante con nomina elettiva. Il rappresentante è poi assistito da un vicecapo e da uno o più consiglieri.

Buscetta illustrò inoltre le dinamiche che hanno portato allo scatenarsi della Seconda Guerra di Mafia, con il prevalere dello schieramento corleonese sull'ala moderata di Cosa Nostra, ovvero quella rappresentata da Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, che avevano comandato su Palermo fino a quegli anni.

Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta furono confermate dai riscontri, anche se la descrizione che diede il pentito di alcuni avvenimenti fu accettata con qualche riserva. La visione dell'ascesa dei Corleonesi si basava infatti su uno spinto dualismo che mostra il punto di vista unilaterale del pentito. La contrapposizione tra buoni (i membri della mafia perdente) e cattivi (i Corleonesi) è chiaramente dettata dall'appartenenza di Buscetta al primo schieramento. Nonostante i tentativi di Buscetta di ridimensionare la ferocia dei membri della fazione perdente spacciandola per "ala moderata", i boss sconfitti erano feroci assassini dall'alto spessore criminale.

Salvatore Contorno

Salvatore Contorno

Salvatore Contorno, detto "Coriolano della Floresta", era un killer della famiglia di Santa Maria del Gesù, sopravvissuto ad un agguato dei killer dei corleonesi. Nel rapporto di Ninni Cassarà era stato chiamato "Fonte prima luce". Fu definito dalla Corte d'Assise "pietra miliare del processo per quanto riguarda la conoscenza dell'organizzazione mafiosa, i suoi riti, i suoi personaggi: per la comprensione del fenomeno sopratutto nei suoi aspetti pratici."[2] In particolare Contorno descrisse accuratamente il funzionamento dei gruppi di fuoco dell'ala militare di Cosa nostra, proponendo un modello di analisi che si rivelò utile nella ricostruzione di molti omicidi. Le sue dichiarazioni contribuirono all'arresto di circa 160 persone.

Nelle dichiarazioni di Contorno sono però riscontrabili alcune differenze con quello che aveva affermato Tommaso Buscetta. In particolare per quanto riguarda la composizione della Cupola, Contorno incluse tra i membri anche personaggi come Benedetto Santapaola, Mariano Agate e Leonardo Greco. La ricostruzione di Contorno fu ritenuta però meno attendibile di quella di Buscetta, dal momento che quest'ultimo, essendo di un prestigio ben maggiore, aveva una conoscenza approfondita e in prima persona dei piani più alti dell'organizzazione.

Vincenzo Sinagra

Questo individuo grigio, rozzo, indotto, disarmante nella sua ingenuità elementare, carente in modo assoluto di doti particolari e di sagacia e di furbizia, assurge tuttavia ad esempio di elevatezza morale e di civismo concreto, cedendo d'improvviso, in una sublime catarsi autopunitiva, all'impulso irrefrenabile di rigurgitare tutti i tremendi delitti di cui è stato spettatore e partecipe[2]

Vincenzo Sinagra fu un collaboratore fondamentale per la sua conoscenza di crimini e omicidi efferati. Egli era stato un killer della famiglia di Corso dei Mille. Le sue dichiarazioni, confermate da numerosi riscontri oggettivi, portarono al chiarimento delle dinamiche legate a numerosi fatti di mafia. Grazie alla sua testimonianza, ad esempio, fu scoperta la "camera della morte" di Piazza Sant'Erasmo: il luogo dove gli uomini del clan Marchese, egemone a Corso dei Mille, torturavano e uccidevano le loro vittime.

Stefano Calzetta

Stefano Calzetta fu un utile collaboratore, nonostante alcune riserve di cui si volle tener conto nel valutare le sue dichiarazioni. Furono considerate attendibili infatti solo le narrazioni di fatti di cui era stato testimone. Inoltre, i continui ripensamenti sul suo pentimento (si finse pazzo e disse di aver avuto un'amnesia) e sulle dichiarazioni, furono un altro elemento che indusse la Corte ad agire con prudenza. Calzetta inoltre non era affiliato ufficialmente a Cosa nostra, infatti al Maxiprocesso fu assolto per insufficienza di prove in merito all'accusa di 416bis.

Le origini della sua collaborazione con la giustizia sono probabilmente da ricercare nel timore di essere ucciso, dal momento che Calzetta aveva parlato del ruolo di Mario Prestifilippo nella Strage di via Isidoro Carini.

Prima del processo

Il processo prese le mosse con molte difficoltà. Gli avvocati degli imputati speravano di riuscire a farlo trasferire altrove, in modo che i giudici fossero meno esperti in fatto di mafia. Inoltre, temendo ritorsioni, inizialmente soltanto 4 giudici popolari accettarono l'incarico. Alla fine ne furono scelti 16: più del neccessario per paura di rinunce o attentati. Per quanto riguarda il presidente fu scelto Alfonso Giordano che proveniva dalla magistratura civile e non penale.

Parte dei media si rivelò ostile al processo, sostenendo che fosse impossibile processare un'intera organizzazione e che ciò comportasse un enorme spreco di denaro e risorse, oltre ad essere dannoso per l'immagine della città. Per gli stessi motivi, la cittadinanza si trovò spaccata tra i sostenitori e i critici del processo.

Il comune di Palermo, per volere del sindaco Leoluca Orlando, si costituì parte civile.

L'istruttoria e l'ordinanza di rinvio a giudizio

Dopo gli omicidi in rapida successione del commissario Beppe Montana, il 28 luglio 1985, e del vicequestore Ninni Cassarà, il 6 agosto 1985, i giudici del Pool antimafia si trovarono in una condizione di reale e grave pericolo. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero trasferiti d'urgenza con le loro famiglie al carcere dell'Asinara per completare l'istruttoria del processo. Una volta concluso il lavoro, venne addirittura chiesto ai due giudici di pagare le spese per il vitto e l'alloggio della loro permanenza sull'isola.

L'ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 venne depositata l'8 novembre 1985.

L'aula bunker

L'aula bunker fu costruita in Via Enrico Albanese, all'interno del complesso del carcere Ucciardone, per permettere uno spostamento agevole dei detenuti. L'aula fu provvista di sofisticati sistemi di sicurezza, porte blindate e vetri antiproiettile per evitare il rischio di attentati e fughe, mentre il soffitto fu costruito in modo che potesse resistere ad attacchi aerei.

Il processo

Il processo si aprì in una situazione di enorme tensione e di grande attenzione mediatica. Cosa Nostra impose il silenzio militare fino alla sentenza, e il numero di omicidi si ridusse in modo considerevole.

Con un apposito decreto del 6 febbraio 1986, furono nominati:

Il 10 febbraio 1986, tre mesi dopo l'ordinanza di rinvio a giudizio, il processo cominciò ufficialmente.

Imputati

La fase dibattimentale

Il 10 febbraio, dopo aver esperito le modalità per la formazione del collegio giudicante e svolto l'appello delle parti presenti e gli accertamenti relativi alla costituzione degli imputati citati, la Corte procedette, tramite ordinanza, a risolvere alcune questioni incidentali sollevate dagli avvocati difensori.

Fu così che a 14 ore dall'inizio del dibattimento il numero di imputati si ridusse da 475 a 468: veniva infatti disposta la separazione del giudizio nei confronti di Ugo Martello (che non era stato tradotto per mancata concessione del relativo nulla osta da parte del Tribunale di Milano) e nei confronti del boss Gaetano Badalamenti, di Giuseppe Baldinucci, Vincenzo Randazzo, Fioravante Palestrini, Stravos Papastavru e Micail Karakonstantis per legittimo impedimento a comparire a causa della detenzione all'estero, alcuni negli USA altri in Egitto.

Alle 23:00 l'udienza venne sospesa e rinviata alle 9:30 del giorno successivo per procedere alla costituzione delle parti civili, conclusasi il 12 febbraio.

Il 14 febbraio il Presidente, dopo aver dato lettura dei capi di imputazione e concluso le formalità di apertura dell'udienza, dichiarò aperto il dibattimento.

Nella fase dibattimentale, furono numerosi gli episodi di tensione. Gli imputati nelle celle mostrarono spesso segni di nervosismo. Addirittura l'imputato Alfredo Bono partecipò alle udienze su una lettiga, a causa della malattia.

Gli avvocati difensori proposero numerosissime questioni preliminari concernenti la costituzione di alcuni parti civili, la nullità degli atti istruttori, dell'ordinanza di rinvio a giudizio, del decreto di citazione a giudizio, oltre alla competenza per territorio. La Corte risolse tutte le questioni due ordinanze, una del 24 e l'altra del 28 febbraio, che sbloccarono la situazione[3].

Il 1° marzo successivo, il Presidente diede inizio alla fase degli interrogatori degli imputati, i quali in massima parte si attenevano alle dichiarazioni rese in istruttoria, ribadendo la propria estraneità ai fatti contestati.

Nel mentre, il 20 febbraio 1986 fu arrestato a Ciaculli, in un casolare con un mulo, Michele Greco detto "il Papa", capo della Cupola di Cosa nostra, dopo due anni di latitanza.

I pentiti

Il 3 aprile 1986 l'avvocato di Tommaso Buscetta dichiarò: "L'imputato Tommaso Buscetta, che aveva rinunziato a comparire, è a disposizione della Corte". Scortato dai carabinieri e dal vicequestore Antonio Manganelli, Buscetta fece il suo ingresso in aula nell'assoluto silenzio, a riprova del ruolo apicale che aveva svolto all'interno di Cosa nostra. Il processo entrò nel vivo quando Buscetta iniziò a parlare.

Affermò: "Ero entrato e rimango con lo spirito di quando io ero entrato. [...] Cosa Nostra, ha sovvertito l'ideale [...] con delle violenze che non appartenevano più a quegli ideali. Io non condivido più quella struttura a cui io appartenevo. Quindi non sono un pentito." Buscetta scaricò così la responsabilità del suo pentimento sullo schieramento corleonese, colpevole di aver snaturato l'organizzazione.

L'unico confronto fu quello tra Tommaso Buscetta e Pippo Calò. Calò era il capofamiglia di Porta Nuova, la famiglia a cui era appartenuto Buscetta, e i due erano stati grandi amici. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra di mafia però, Calò passò allo schieramento corleonese. Durante il confronto, che sarebbe dovuto servire per dimostrare la falsità delle accuse, le cose andarono in maniera del tutto diversa. Alla fine infatti il vincitore si rivelò Buscetta stesso, mentre Calò non riuscì a replicare alle dure accuse del collaboratore di giustizia.

Alla fine gli avvocati degli imputati che avevano chiesto a loro volta il confronto, ritirarono la loro richiesta, comprendendo che sarebbe stato controproducente. Tra gli altri, avevano chiesto il confronto Luciano Leggio il 9 aprile 1986, Giuseppe Bona e Tommaso Spadaro che avevano dichiarato di essere in possesso di documenti che potevano provare la falsità delle accuse rivolte. Anche queste richieste di confronto furono ritirate.

Dopo Buscetta fu il turno del collaboratore Salvatore Contorno, l'11 aprile 1986. Il suo ingresso in aula fu accolto in maniera diversa rispetto a Buscetta: dalle gabbie si levarono grida e insulti. Anche questo fu una prova della differenza di spessore criminale che separava i due collaboratori di giustizia. Inoltre fu origine di grandi problemi il fatto che Contorno utilizzasse per parlare uno stretto dialetto palermitano. In questo modo, era sicuro di farsi capire dagli imputati, ma la comprensione risultava difficile per chi non fosse avvezzo all'uso del dialetto.

Durante la deposizione, il presidente Giordano rivolse una domanda a Contorno in maniera errata, poiché sembrava che il presidente stesse aiutando il collaboratore a ricordare le dichiarazioni fatte in istruttoria. Nell'aula si levarono le grida di protesta dei detenuti, e gli avvocati chiesero la ricusazione nei confronti di Alfonso Giordano. La seduta fu sospesa e la richiesta di ricusazione respinta dalla Corte d'Appello il giorno seguente.

La Corte, al solo fine di allegare agli atti una versione degli interrogatori di Contorno in lingua italiana (e quindi di più facile lettura rispetto alle trascrizioni originali) nominò il 19 giugno come interprete il professor Santi Correnti, il quale depositò la trascrizione durante l'udienza del 4 settembre dello stesso anno.

Il collaboratore Vincenzo Sinagra, killer della famiglia di Corso dei Mille, riportò nei minimi dettagli durante il suo interrogatorio dell'11 giugno decine di omicidi a cui aveva preso parte o di cui era a conoscenza. Sinagra non confermò solamente le dichiarazioni rese in istruttoria, ma confermò anche, nel corso dei confronti con Salvatore Rotolo e Paolo Alfano (richiesti dalla difesa e ammessi dalla Corte all'udienza del 17 giugno) le accuse a loro rivolte. Inoltre ebbe numerose crisi nervose che portarono all'intervento delle forze dell'ordine.

Gli interrogatori

La deposizione del "Papa" Michele Greco al Maxiprocesso

Il 23 maggio fu la volta dell'interrogatorio di Luciano Leggio, che parlò invece del Golpe Borghese. Affermò che Buscetta nel 1970 era stato contattato da Junio Valerio Borghese, a capo della Decima Mas, per ottenere l'appoggio di Cosa nostra al golpe militare. Egli si sarebbe invece opposto all'appoggio della mafia, impedendo di fatto il colpo di stato. Leggio sperava riferire un fatto di cui Buscetta non aveva parlato, per poterlo così delegittimare. In realtà Buscetta aveva parlato approfonditamente in istruttoria della vicenda. La pubblica accusa avrebbe chiesto poi l'assoluzione per Luciano Leggio, affermando che di fatto egli non avesse più alcun potere dentro a Cosa nostra.

Di particolare interesse l'interrogatorio di Michele Greco, il capo della Cupola di Cosa nostra, avvenuto l'11 giugno. Buscetta aveva affermato che Greco di fatto fosse soltanto una marionetta nelle mani dei corleonesi, e che il suo ruolo di vertice nella Commissione non rispecchiasse il suo vero potere, di fatto inferiore a molti altri boss. Durante l'interrogatorio Michele Greco cercò di apparire come un semplice latifondista senza alcun legame con Cosa nostra, sostenendo che la sua famiglia di appartenenza non erano i Greco di Ciaculli, bensì i Greco di Croceverde-Giardini. Durante l'interrogatorio furono continui i riferimenti alla morale e alla religione, a supporto della figura di contadino estraneo alla mafia.

Il 20 giugno 1986 fu convocato Ignazio Salvo, che giunse con una valigetta contenente documenti che sarebbero dovuti servire per dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati. La sua presenza rappresentava la volontà dello Stato di non colpire soltanto l'ala militare di Cosa nostra, ma anche i rappresentanti delle ramificazioni della mafia che andavano a toccare il potere politico. Ignazio Salvo era accusato di essere uomo d'onore della famiglia di Salemi, come suo cugino Nino Salvo.

I testimoni

Molti dei testimoni chiamati a riferire dei fatti non trovarono il coraggio di parlare. Anche molti parenti di vittime tacquero o negarono addirittura le dichiarazioni fatte in istruttoria. Vita Rognetta, madre di un amico di Salvatore Contorno, e per questo ucciso da Cosa nostra, fu una rara eccezione. Deponendo con una fotografia del figlio in mano dichiarò: "E se vogliono venirmi a uccidere ora, questi signori, possono venire a uccidere a me. Me ne vado con mio figlio. Perchè non ho più nessuno, solo questo figlio"

Oltre ai familiari degli uomini di Stato uccisi dalla mafia, come i figli del Generale Dalla Chiesa, il 14 novembre 1986 depose anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando per confermare la costituzione di parte civile da parte del Comune.

Un giorno durante il dibattimento, un gruppo di donne si affacciò alle ringhiere riservate al pubblico gridando verso la Corte. Queste donne (ribattezzate poi "le Erinni") erano parenti di un mafioso che si diceva si sarebbe pentito. Così speravano di convincere gli imputati che la storia del pentimento fosse solo un'invenzione, in modo da evitare il pericolo di vendette trasversali.

Verso la fase finale

L'unico omicidio che ruppe il silenzio delle armi imposto da Cosa nostra fu, il 7 ottobre 1986, fu quello del piccolo Claudio Domino. Le reali motivazioni non sono mai state scoperte, anche se i sospetti ricaddero subito sulla mafia per via del fatto che la madre del bambino lavorava all'Aula bunker. Per questo alcuni imputati si dissociarono pubblicamente dall'azione, come fece Giovanni Bontate. Il fratello di Stefano Bontate, passato allo schieramento corleonese, lesse un comunicato che diceva così: "Noi siamo rammaricati e addolorati quanto l'intera cittadinanza per l'eccidio dell'innocente Claudio Domino[...]". Questa dichiarazione non fu condivisa da molti mafiosi, poichè parlando alla prima persona plurale di fatto ammetteva l'esistenza di Cosa Nostra.

Il processo rischiò di bloccarsi a causa di una norma del codice di procedura penale. Questa norma prevedeva che, dopo l'istruttoria dibattimentale e prima della discussione finale, fosse necessario leggere gli atti del processo. Solitamente, per evitare un'inutile perdita di tempo, il presidente pronunciava la frase "Sull'accordo delle parti, si danno per letti gli atti", proseguendo nel dibattimento. Gli avvocati degli imputati si opposero all'utilizzo di questa formula, costringendo la lettura integrale degli atti. Dato che ciò avrebbe comportato un tempo eccessivo, e avrebbe avuto gravi conseguenze per quanto riguardava le scadenze dei termini di custodia cautelare, fu approvato d'urgenza il decreto Violante-Mancino, che permise di omettere la lettura delle carte permettendo così la prosecuzione del processo.

Conclusione

La requisitoria fu tenuta il 22 aprile 1987 dai Pubblici Ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. Dopo 12 giorni, l'accusa chiese 28 ergastoli (compresi tutti i membri della cupola), quasi 5000 anni di carcere (esattamente 46 secoli, 75 anni e 11 mesi), quasi 24 miliardi di lire di multa (esattamente 23 miliardi 734 milioni 700 mila lire), 45 assoluzioni.

Domenico Signorino affermò: "Ciò che vi chiedo in sostanza non è la condanna della mafia, già scritta nella storia e nella coscienza dei cittadini, ma la condanna dei mafiosi che sono raggiunti da certi elementi di responsabilità"

Giuseppe Ayala aggiunse: "Io spero che noi accusando abbiamo in fondo difeso, da magistrati palermitani, in un processo che si celebra a Palermo, davanti alla Corte d'Assise di Palermo, i valori più autentici della nostra terra nei quali tutti noi dobbiamo continuare a credere e a riconoscerci [...] E vi devo infine dire con grande sincerità, che il collega Signorino ed io siamo non certi, siamo certissimi che la vostra sentenza, signori giudici, sarà un'autentica affermazione di giustizia. Così solo, senza lotte, il diritto vince sul delitto, la democrazia e la civiltà sulla barbarie. Grazie"

Il 30 marzo 1987 iniziarono le 32 arringhe della parte civile, 635 dei legali degli imputati. La difesa si articolò principalmente sulla tesi che i pentiti mentissero per vendicarsi, o comunque sull'inattendibilità delle loro dichiarazioni.

Il "Papa", capo della Commissione provinciale di Cosa Nostra, Michele Greco dichiarò: "Io desidero fare un augurio: io vi auguro la pace, signor presidente. A tutti voi io auguro la pace. Perchè la pace è la tranquillità e la serenità dello spirito e della coscienza. Per il compito che vi aspetta [...] la serenità è la base fondamentale per giudicare. Non sono parole mie, sono parole di nostro Signore che lo raccomandò a Mosè: Quando deve giudicare, che ci sia la massima serenità, che è la base fondamentale. E vi auguro ancora, signor presidente, che questa pace vi accompagnerà nel resto della vostra vita, oltre a questa occasione"

Il Presidente Alfonso Giordano affermò: "Io non posso, dopo un anno e otto mesi gomito a gomito con tutti costoro, togati e non, licenziarmi da loro senza avere espresso nei loro confronti il più profondo, sentito e affettuoso ringraziamento"

L'11 novembre 1987 alle 11.15 la Corte entrò in camera di consiglio dopo 349 udienze e 21 mesi dall'inizio del processo.

L'esito

Il Presidente del tribunale Alfonso Giordano durante la lettura la sentenza del Maxiprocesso di Palermo

Il 16 dicembre 1987 alle 18.07, conclusasi la camera di consiglio, il Presidente Alfonso Giordano iniziò la lettura delle 54 pagine della sentenza terminando alle ore 19,35. La lettura del dispositivo fu effettuata per capi d'imputazione.

"In nome del popolo italiano, la Corte d'Assise prima di Palermo, visti gli articoli di legge, dichiara:[...]"

In totale furono comminate: 360 condanne (74 in contumacia), 114 assoluzioni, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, 11.5 miliardi di lire di multe.

Tra le condanne, possono essere ricordati gli ergastoli a Michele Greco, Pippo Calò, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, l'assoluzione a Luciano Leggio, 7 anni a Ignazio Salvo, 3 anni e 6 mesi a Tommaso Buscetta, 6 anni a Salvatore Contorno.

Con il processo, finì anche la tregua militare della mafia. La sera stessa venne ucciso Antonino Ciulla mentre stava rincasando con un vassoio di cannoli per festeggiare l'assoluzione.

I numeri del Maxiprocesso

  • Documentazione: 750.000 pagine
La documentazione del Maxiprocesso, conservata al CIDMA di Corleone

Durata

  • Processo: 21 mesi, 638 giorni
  • Camera di consiglio: 35 giorni (387 ore)
  • Lettura della sentenza: 1 ora e mezza

Imputati

Suddivisione degli imputati del Maxiprocesso
  • 475 imputati (scesi a 460 durante il dibattimento)
  • 207 detenuti
  • 102 a piede libero o in libertà provvisoria
  • 44 agli arresti domiciliari
  • 121 latitanti

Fase dibattimentale

  • 22 mesi di dibattimento
  • 349 udienze
  • 8608 pagine di ordinanza-sentenza (40 volumi)
  • 1314 interrogatori
  • 635 arringhe difensive

Esito

  • 338 condanne (74 in contumacia)
  • 114 assoluzioni
  • 19 ergastoli
  • 2665 anni di carcere
  • 11.5 miliardi di multe

Protagonisti

  • 900 tra testimoni e parti lese
  • 200 avvocati difensori
  • 16 giudici popolari (tra effettivi e supplenti)
  • 3000 agenti delle forze dell'ordine
  • 600 giornalisti da tutto il mondo
  • 21 pentiti

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

Il Maxiprocesso approdò alla Corte d'Appello il 22 febbraio 1989 per concludersi il 12 dicembre 1990. Presidente della Corte di Assise di Appello era Vincenzo Palmegiano, mentre l'accusa era sostenuta dai pg Vittorio Aliquò e Luigi Croce.


Gli imputati del secondo grado erano così ripartiti:

  • 18 assassinati dopo la fine del processo in corte d' Assise
  • 10 deceduti per cause naturali
  • 27 ancora detenuti, in gran parte componenti della commissione di Cosa nostra
  • 52 agli arresti domiciliari

mentre tutti gli altri imputati erano stati scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare o erano latitanti.

Durante i mesi del dibattimento la Corte ascoltò negli USA il boss Gaetano Badalamenti e Tommaso Buscetta, a Roma Francesco Marino Mannoia e ad Alessandria il pentito Giuseppe Pellegriti e il neofascista Angelo Izzo. Palmegiano fu costretto a riaprire la fase dibattimentale a causa dell'irrompere sulla scenza giudiziaria di Francesco Marino Mannoia in qualità di pentito: in tutto la fase dibattimentale durò 22 mesi. L'accusa si resse ancora sulle dichiarazioni di Salvatore Contorno, Antonino Calderone, il nuovo pentito Francesco Marino Mannoia, ma sopratutto sul "Teorema Buscetta", che affermava la struttura verticistica e unitaria di Cosa Nostra. Nonostante fossero state confermate da riscontri obiettivi le dichiarazioni dei pentiti, la sentenza ridimensionò l'importanza delle loro dichiarazioni. Risultò particolarmente indebolita la visione verticistica e unitaria di Cosa Nostra, nonostante non fosse stata completamente disarticolata. I boss della Commissione ricevettero pene variabili e ingiustificabili (Ad esempio, Salvatore Riina e Michele Greco furono condannati all'ergastolo ma Bernardo Provenzano solo a 10 anni e Salvatore Greco a 6 anni, mentre altri killer come Giuseppe Lucchese Miccichè non ricevettero il massimo della pena). Addirittura rimasero impuniti gli omicidi del commissario Boris Giuliano, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del Generale Dalla Chiesa, dopo otto anni e ben due processi. Restò, pur fragilmente, il principio che gli omicidi fossero commissionati ad un livello più alto dell'organizzazione, dunque alcuni membri della Commissione furono condannati come mandanti.

Variazione delle condanne tra primo e secondo grado di giudizio

Affermò a riguardo Giovanni Falcone:

Noi, a proposito del teorema Buscetta, non abbiamo mai parlato della cosiddetta "responsabilità oggettiva" della Cupola. Insomma, io in questa sentenza noto soltanto alcune contraddizioni. [4]

E aggiunse che comunque era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità:

"E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa per i 114 della nuova mafia, non è finito nel nulla ma con 11 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito" [4]


L'accusa aveva chiesto di confermare le condanne di Primo Grado in toto. Dopo un mese di camera di consiglio però l'esito fu ben diverso.

  • 12 ergastoli su 19 del primo grado
  • 258 condanne su 360

La sentenza fu considerata da alcuni disastrosa e inserita nel contesto di una "normalizzazione" dopo l'euforia del primo grado del Maxiprocesso.

Affermò Vincenzo Palmegiano: Il giudice non può partecipare alla lotta, non può mai giudicare solo perché la folla chiede un certo tipo di sentenza.[4]

Cassazione

Il processo si aprì il 9 dicembre 1991. Il 30 gennaio 1992 alle 16.50, dopo dieci giorni i giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione uscirono dalla camera di consiglio. Il presidente Antonio Valente inizia a elencare le risposte dei 269 ricorsi di accusa (rappresentata dai Pg Luigi Croce e Vittorio Aliquò) e difesa.

La Corte rivalutò il teorema Buscetta, secondo il quale i membri della Cupola erano responsabili degli omicidi dal momento che i delitti più importanti non vengono decisi a livello locale dalla singola famiglia. Furono così confermate le condanne di primo grado e fu disposto un nuovo processo presso un'altra Corte di Appello per quanto riguardava i delitti eccellenti: i boss della Commissione erano accusati per gli omicidi di Boris Giuliano o Carlo Alberto dalla Chiesa, ma anche per l'uccisione di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, e per la Strage della circonvallazione. Il verdetto della Corte d'Appello che era basato sulla responsabilità individuale dei boss fu ribaltato, riaffermando il principio della struttura verticistica di Cosa nostra e dell'importanza di questa struttura a livello decisionale.

Subito dopo la lettura della sentenza, si riaprì la corsa per la cattura di tutti gli imputati che nel frattempo, per decorrenza dei termini di custodia cautelare o per altri motivi, erano ancora liberi. Alcuni si costituirono, molti erano già in procinto di darsi alla latitanza o riuscirono a fuggire.

Così dichiarò il ministro di Grazia e Giustizia del tempo, Claudio Martelli: "La sentenza conferma l'unicità di Cosa Nostra, la sua struttura verticistica, le dinamiche interne che hanno portato alla guerra di mafia. Per la prima volta un processo di mafia si conclude accogliendo interamente l'impianto accusatorio e ponendo le basi per ulteriori condanne"

Sul verdetto di Cassazione pesò anche l'assenza del giudice Corrado Carnevale, detto "l'Ammazza-sentenze" che in molti altri casi aveva predisposto l'annullamento di sentenze d'Appello in fatti di mafia. Giuseppe Ayala dichiarò a proposito: "Senza la sua presenza si è giunti ad una sentenza così dura. Può trattarsi di una coincidenza, di una semplice coincidenza. Ma è un'ipotesi che io lascio a chi vuol credere alle coincidenze"

La nomina di Arnaldo Valente, con i consiglieri Giorgio Buogo, Umberto Papadia, Mario Pompa e Mario Schiavotti, al posto di Corrado Carnevale fu permessa da Giovanni Falcone. Falcone, chiamato dal ministro Claudio Martelli come direttore degli Affari penali, aveva monitorato 1500 sentenze di Cassazione riguardanti i reati di mafia. In seguito a tale analisi, scoppiò uno scandalo intorno al presidente della prima sezione Carnevale, che aveva predisposto l'annullamento di centinaia di condanne e la scarcerazione di importanti boss.

Il presidente della Corte di Cassazione Antonio Brancaccio, su sollecitazione di Martelli, introdusse il criterio di rotazione delle sezioni. In particolare, il sorteggio per il Maxiprocesso fu effettuato tra la prima, la seconda, la quinta e la sesta sezione (che risulterà quella estratta). Da parte sua, Corrado Carnevale, sommerso dalle critiche rinunciò ad assegnarsi il processo, come aveva fatto inizialmente.

L'eredità

Il Maxiprocesso di Palermo ha avuto un'importanza storica. Innanzitutto, per la prima volta viene riconosciuta l'esistenza dell'organizzazione denominata Cosa nostra, e vengono analizzate le ramificazioni con la politica, l'economia e la società. Dal Maxiprocesso in poi non si è più potuto affermare che la mafia non esiste.

Inoltre il processo permise, attribuendo validità al "teorema Buscetta", di non dover dimostrare ogni volta in tutti i processi di mafia successivi il principio della responsabilità oggettiva della Cupola. Tutti i membri della Commissione da quel momento furono imputabili dei crimini effettuati con l'assenso della Cupola stessa.

L'utilizzo dei pentiti, e la credibilità che venne loro data, fu preso come modello indispensabile per molti processi a venire.

In più, si infranse definitivamente il mito dell'impunità della mafia. Questo portò alla crisi della leadership di Salvatore Riina, che decise di scatenare la strategia stragista, con le conseguenze note a tutti.

Ma sopratutto, il Maxiprocesso fu la testimonianza concreta della presenza di uno Stato finalmente deciso con ogni mezzo ad interrompere il rapporto di convivenza, subalternità e dipendenza nei confronti della mafia.

Pagine corrlate

Atti giudiziari

L'istruttoria del Maxi-Processo

La famosa Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 con cui venne istruito il Maxiprocesso di Palermo è un documento di 8608 pagine diviso in 40 volumi.

  1. Lista Imputati
  2. Capi di Imputazione (1)
  3. Capi di Imputazione (2)
  4. Capi di Imputazione (3)
  5. Parte I - L'apparato strutturale e le principali attività di Cosa Nostra
  6. Parte II - Il traffico di stupefacenti - capitolo 1: I Fratelli Grado
  7. Parte II - Il traffico di stupefacenti - capitolo 2: Il Laboratorio di Via Messina Marine
  8. Parte II - Il traffico di stupefacenti - capitolo 3: Tommaso Spadaro e la sua organizzazione
  9. Parte II - Il traffico di stupefacenti - capitolo 4: Le vie di rifornimento della droga - i Catanesi
  10. Parte II - Il traffico di stupefacenti - capitolo 5: L'esportazione di eroina negli Stati Uniti (1)
  11. Parte II - Il traffico di stupefacenti - capitolo 5: L'esportazione di eroina negli Stati Uniti (2)
  12. Parte III - La c.d. Guerra di Mafia - capitolo 1: Premesse Generali
  13. Parte III - La c.d. Guerra di Mafia - capitolo 2: Gli omicidi della Guerra di Mafia
  14. Parte III - La c.d. Guerra di Mafia - capitolo 3: Altri omicidi della Guerra di Mafia (1)
  15. Parte III - La c.d. Guerra di Mafia - capitolo 3: Altri omicidi della Guerra di Mafia (2)
  16. Parte III - La c.d. Guerra di Mafia - capitolo 4: L'omicidio di Alfio Ferlito
  17. Parte IV - Gli attentati contro pubblici funzionari - capitoli 1-2-3
  18. Parte IV - Gli attentati contro pubblici funzionari - capitolo 4: L'omicidio Dalla Chiesa
  19. Parte V - Altri delitti di mafia - capitolo 1: Gli omicidi
  20. Parte V - Altri delitti di mafia - capitolo 2: Le imputazioni minori
  21. Parte VI - Le singole posizioni - capitoli 1-2: da Abbate Giuseppe a Baiamonte Benedetto
  22. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Baiamonte Concetta a Buscemi Salvatore
  23. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Buscetta Tommaso a Chimera Vittorio
  24. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Chione Otello a Di Caccamo Benedetto
  25. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Di Carlo Andrea a Fazio Salvatore
  26. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Fazio Salvatore a Giustolisi Antonietta
  27. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Grado Antonino a Ingrassia Andrea
  28. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Ingrassia Giuseppe a Lombardo Giovanni
  29. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Lombardo Sebastiano a Marsalone Salvatore Giuseppe
  30. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Martello Biagio a Palazzolo Saverio
  31. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Palestini Fioravante a Randazzo Vincenzo
  32. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Rapisarda Giovanni a Salerno Luigi
  33. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Sanfilippo Ettore a Taormina Giovanni
  34. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2: da Tarascio Concetto a Vitale Paolo
  35. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 2-3: da Vitrano Arturo a Zito Benedetto
  36. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 4: Le indagini bancarie (1)
  37. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 4: Le indagini bancarie (2) - da Abbate a Grado
  38. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 4: Le indagini bancarie (3) - da Graziano a Lupo
  39. Parte VI - Le singole posizioni - capitolo 4: Le indagini bancarie (4) - da Madonia a Zanca
  40. Chiusura Istruttoria - Disposizioni e lista degli imputati con relativi capi d'accusa

Bibliografia

  • Ufficio Istruzione Processi Penali, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 - Procedimento Penale N. 2289/82 R.G.U.I., Tribunale di Palermo, 8 novembre 1985

Note

  1. Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706
  2. 2,0 2,1 Tribunale di Palermo, Corte di Assise, Sentenza contro Abbate Giovanni + 459
  3. Sentenza di 1° grado, p.576
  4. 4,0 4,1 4,2 "Io non lotto, faccio solo le sentenze, Intervista a Giovanni Falcone e Vincenzo Palmegiano, Repubblica, 12 dicembre 1990