Michele Aiello

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L'imprenditore Michele Aiello

Michele Aiello (Palermo, 2 settembre 1953) è un ex imprenditore operante nel campo dell'edilizia e della sanità. È stato condannato a 15 anni e 6 mesi di carcere per il reato di associazione mafiosa nel Processo Talpe alla DDA insieme, tra gli altri, all'ex Presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro e ai marescialli Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. Michele Aiello infatti si rivelò essere un imprenditore colluso con l'organizzazione Cosa nostra. Gli sono stati sequestrati dei beni per un valore di circa 800 milioni di euro.

Biografia

La fortuna di Aiello

L'imprenditore Aiello

Michele Aiello seguì fin dall´inizio le orme del padre, l’imprenditore edile Gaetano Aiello. Business principale delle sue società era la costruzione di strade di penetrazione agraria. Per più di vent’anni, infatti, gran parte delle stradelle che tagliavano i poderi delle campagne siciliane furono costruite dalle ditte di Aiello. Prima nella provincia di Palermo, poi – ampliando gli orizzonti – nella provincia di Trapani e poi via via presso località di tutta l’Isola. Agli inizi degli anni ’90, gli Aiello potevano vantare un giro di affari di qualche miliardo, con centinaia e centinaia di lavori realizzati da Trapani a Caltanissetta.

Lavori a Caccamo

Alla fine del 2002, su indicazione dello stesso pentito, i carabinieri sequestrano dal covo di Giuffrè una cinquantina di lettere, di biglietti e di comunicazioni. L’autore è, per la maggior parte, Bernardo Provenzano in persona. Gli investigatori si trovano tra le mani tantissimo materiale. Ed è materiale che scotta. Le mani della mafia spalancate sull’imprenditoria siciliana. Le famiglie locali che impongono il pizzo a tutti i cantieri edili della zona. I singoli capimafia che stabiliscono la “scelta” delle forniture e dell’uso dei mezzi. E poi, parte dei soldi che vanno ai capimandamento, e infine a Provenzano, che decide sui grossi affari e sull’equilibrio dell’intera organizzazione. Dall’arresto di Totò Riina, è un sistema gestito quasi esclusivamente con i pizzini, con una fitta corrispondenza che Bernardo Provenzano intrattiene con i rappresentanti di Cosa Nostra di tutta l’Isola.

In molti pizzini sequestrati a Giuffrè figura la parola “AIELLO”. Sono comunicazioni relative a lavori effettuate dall’imprenditore bagherese in varie zone della Sicilia. Tra queste c’è Caccamo, paese natale di Nino Giuffrè e – fino al suo arresto – sottoposto al suo ferreo controllo mafioso. Nel pizzino, Provenzano scrive a Giuffrè “…Senti, assiemi, al tuo presente ti mando 21 mln saldo x strade AIELLO tuo paese. Dammi conferma che le ricevi”. Con l’accenno al “tuo paese”, Provenzano intende chiaramente Caccamo. Gli accertamenti dei carabinieri confermano: si sta parlando di alcune strade costruite dalle ditte di Aiello nella zona di Caccamo tra il 2000 e il 2001, tutte finanziate dall’Assessorato Regionale Agricoltura e Foreste. Ma non erano i primi lavori che Aiello realizzava in quella zona. Racconta Giuffrè: “Ci sono strade che interessano anche a noi perché ci sono persone a noi vicine, ci sono uomini d’onore, che hanno bisogno nelle loro campagne di queste strade, ragion per cui noi interveniamo direttamente”. Ad esempio, a Caccamo, c’erano i “fratelli Liberto”, ovvero la famiglia mafiosa del luogo, che negli anni ’90 “avevano fatto la progettazione di una strada e non veniva mai in porto”, avevano anche insistito presso i vertici di Cosa Nostra, ma “la richiesta era rimasta inevasa per molto tempo”. “Successivamente – continua il pentito - grazie ad un mio interessamento presso Aiello, diciamo, che nel giro di pochissimo tempo, gli hanno fatto la strada”. Tra il 1994 e il 1995, presso contrada Raffo a Caccamo, vengono effettuati i lavori per una strada di penetrazione agraria. Il cantiere è affidato all’Associazione Interpoderale che prende il nome dalla contrada. I componenti dell’associazione sono Giorgio, Giovanni, Salvatore e Giuseppe Liberto. Presidente, il figlio di Giuseppe, Salvatore Liberto. Il progetto viene redatto dalla “Sicil Project” di Bagheria, con sede in via Bagnera n.14. La stessa sede delle ditte di Michele Aiello, anche se il titolare formalmente non è Aiello, bensì due geometri suoi collaboratori.

Il pizzino di Totò Riina

La prima volta che “salta fuori” il nome di Aiello è il15 gennaio 1993, giorno in cui arrestano Totò Riina, il capo dei capi. I militari gli trovano indosso una serie di pizzini, tra i quali uno che fa: “Altofonte vicino cava Buttitti strada interpoderale. Ing. AIELLO”. In quei tempi, il nome Aiello non dice niente. Ma, dai primi riscontri dei carabinieri, emerge che il pizzino si riferisce ad alcuni lavori presso Valle Rena, sede dell’unità locale della “Valle Rena di Buttitta Gaetano e C. snc”, con sede a Bagheria, strada vicinale Consono. I lavori erano stati effettuati dalla “Stradedil srl” di Michele Aiello. La faccenda diventa più chiara dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti.

Gioacchino La Barbera racconta di aver fornito alcuni automezzi per quei lavori. E che poi, come sempre, andò a parlare con il capomafia della zona, Giovanni Brusca, informandolo di quel cantiere. Ma Brusca “non sembrava particolarmente interessato”. Cosa strana. Brusca, infatti, in queste cose non accettava eccezioni o proroghe. I cantieri il pizzo dovevano pagarlo. Tutti. Ben presto, però, La Barbera capì che quell’imprenditore era in qualche modo “privilegiato” da Cosa Nostra. Le sue imprese non erano sottoposte alle estorsioni, come tutte le altre imprese che si trovavano a lavorare nella zona dello Jatino.

Dichiarazioni poi confermate dallo stesso Giovanni Brusca, che aggiunge: “Fu Bernardo Provenzano in persona che mi diede una serie di raccomandazioni per i lavori che Aiello doveva fare ad Altofonte tra il 1989 e il 1994. Una serie di lavori tra i quali c’era proprio quello nei pressi della cava Buttitta”. Aiello infatti godeva di un “trattamento privilegiato”. La sua “messa a posto” era pari al 2,5 % invece che all’abituale 7%, mentre non gli venivano imposti – come invece accadeva a tutte le altre imprese – né i fornitori né l’uso dei mezzi”.

Aiello e la mafia di Bagheria

“Quando venne arrestato Nicola Eucaliptus per la prima volta – racconta Nino Giuffrè nel novembre 2002 - l’Aiello si rivolse direttamente a me. Voleva sapere a chi si doveva rivolgere non solo per la messa a posto dei lavori, ma anche per l’aiuto necessario all’approvazione ed al finanziamento dei progetti. Dopo averne parlato con Provenzano, e con l’accordo di quest’ultimo, mi occupai personalmente di mettere l’Aiello nelle mani di Pietro Lo Iacono”.

Gli Eucaliptus intercettati

Con la famiglia Eucaliptus, però, i rapporti non si spezzano. Durante il periodo delle indagini, le telecamere nascoste degli investigatori registrano più volte la scena di Nicola Eucaliptus (nel frattempo in libertà vigilata ndr), e del figlio Salvatore, che varcano la soglia del Centro Diagnostica di Aiello.

L’otto febbraio 2003 – scrivono i PM - nell’Opel Corsa di Salvatore Eucaliptus viene registrata una conversazione dove si afferma “inequivocabilmente” che i mafiosi di Bagheria “devono usare la massima cautela nei contatti con l’Aiello, per salvaguardarne la posizione all’esterno”. Poco più di un mese dopo, l’11 marzo, nella stessa automobile, Eucaliptus jr trova la microspia e la distrugge. Fine delle intercettazioni. Arrestato nel giugno 2004, Salvatore Eucaliptus ammetterà di aver avuto l’informazione proprio da Aiello.

Mentre le cimici dei ROS registrano tutto, cioè tra il 2002 e il 2003, gli Eucaliptus parlano spesso di Aiello. Lo chiamano – sbrigativi - l’”ingegnere”, ma il tono è sempre e comunque rispettoso. Non sembra proprio che parlino di una semplice vittima dei loro ricatti. Ma c’è anche inquietudine, tra gli Eucaliptus, padre e figlio, perché sentono il fiato sul collo della Procura antimafia. Il 20 gennaio 2003 Salvatore Eucaliptus riferisce al padre che c’è un certo Giovanni, soprannominato “il pazzo” (attualmente non identificato), che ha un problema con Aiello. Il padre sbotta contro il figlio e conclude il discorso con un imperativo eloquente: “L’ingegnere problemi non deve averne”. Nello stesso giorno, poi, Nicola Eucaliptus raccomanda al figlio: “Noi altri meno ci andiamo nell’ingegnere e meglio è. Noi dall’ingegnere ci dobbiamo andare per le cose utili nostre. Punto e basta”. L’11 febbraio, ennesimo botta e risposta tra i due:

(Legenda: NE: Nicola Eucaliptus, SE: Salvatore Eucaliptus)

SE: Siccome questo ce l’aveva con me…c’era …OMISSIS… voleva parlare con l’ingegnere…ed io gli ho detto di no…

EN: No, no, l’ingegnere no…

ES: …e io glielo avevo detto…

EN: L’ingegnere no…non dobbiamo andare a consumare l’ingegnere noi altri (…) Noi altri le persone le dobbiamo rovinare, se non li roviniamo, noi altri…piacere non ce ne sentiamo!

L'affare dell'hotel Zabara

Per la sua lussuosissima clinica privata, perfetto coronamento del successo ottenuto nel settore sanitario, Aiello acquista – nel dicembre 2000 - la struttura dell’ex Hotel “Zabara”. Sarà lì che costruirà Villa Santa Teresa, centro clinico di livello europeo nel campo della diagnostica tumorale. Un operazione da circa 10 miliardi di lire, secondo i pm “praticamente senza concorrenza”. Un affare del genere, lo dice il buon senso, non poteva certo lasciare indifferenti i potenti mafiosi di Bagheria. E infatti Michele Aiello – durante un interrogatorio – dichiarerà di aver pagato il pizzo a Carlo Castronovo. Qualcosa come 700 milioni di lire.

Le intercettazioni

Ma, dalle intercettazioni emerge qualcosa di diverso. È stato veramente Carlo Castronovo ad “occuparsi” dell’edificio ex “Zabara”, ma in maniera piuttosto differente rispetto a quanto dichiarato da Aiello. Il 29 maggio 1999, quindi più di un anno e mezzo prima dell’acquisto, Carlo Castronovo discute della vendita della struttura con Salvatore Andolina, secondo i pm “soggetto vicino alla famiglia mafiosa di Bagheria”. Andolina si fa portavoce degli interessi di imprecisati “palermitani” che avevano messo gli occhi sull’ex hotel Zabara. Ma Castronovo tergiversa, prende tempo. “E noi che ci guadagniamo?”. Non abbastanza, evidentemente. E infatti nella vendita dell’immobile saranno privilegiati gli interessi bagheresi. Aiello comprerà lo “Zabara” e ci farà la clinica, e Pietro Lo Iacono potrà dire a Giuffrè: “Se hai bisogno di esami, tac o cose così, ti puoi servire da noi a Bagheria perché abbiamo a disposizione il centro diagnostica di Aiello”.

I pentiti

Ma lo scenario si fa ancora più nitido con le dichiarazioni dei pentiti. “Sin dall’inizio – ha dichiarato Giuffrè – questo centro era il fiore all’occhiello di Bagheria, ed è stato molto sponsorizzato nell’ambito nostro (di Cosa Nostra ndr). Io sono stato subito informato che c’era questo progetto, che era molto importante per due motivi. Da un lato c’era l’interesse economico di Provenzano e della famiglia di Bagheria, dall’altro c’era l’interesse per la salute personale del Provenzano stesso e non solo”. Intorno a metà degli anni ’90, quando si comincia a pensare all’acquisto della struttura, definita da Giuffrè l’ “anti-Zagarella”, a Bagheria c’era una situazione particolare. “Personaggi come Gino Scianna ed Enzo Giammanco erano stati arrestati e Bernardo Provenzano, che di queste persone era lo sponsor principale, aveva il problema di trovare nuove figure di riferimento dal punto di vista mafioso e imprenditoriale”. E la persona giusta era proprio Michele Aiello, uno “pulito”, e in più “l’astro nascente di Bagheria”. Provenzano, intanto, aveva già i suoi piani, tra cui quelli di interessarsi “del settore della sanità”. Con l’acquisto della struttura, così, “l’ingegnere Aiello chiude il cerchio e la famiglia mafiosa di Bagheria mette finalmente nelle mani l’hotel Zabara”. Racconta ancora il pentito Angelo Siino: “Non so se alla fine degli anni ‘80 o intorno al 90-91 ebbi a sentire parlare che (quelli di Bagheria ndr) cercavano di fare un investimento sulla circonvallazione di Bagheria. Cercavano di acquisire un vecchio istituto che facevano addirittura riferimento ai salesiani, che volevano adibire a clinica. Io in questa occasione ho sentito parlare di investimenti nel campo della sanità, ne ho sentito parlare a Gino Scianna, Nino Gargano, Eucaliptus. Parlavano di questa cosa”.

I "parenti eccellenti" nel libro paga di Aiello

Michele Aiello era il datore di lavoro di diverse centinaia di dipendenti. Tra di questi non mancavano quelli, per così dire, “sospetti”. Una serie di parentele e strani legami che hanno subito messo in allarme la procura antimafia di Palermo. Segretaria personale di Michele Aiello era una certa Paola Mesi, classe 1972, amministratore unico e socio di minoranza di una delle società di Aiello, la “Selda srl”, con sede in Bagheria. L’imprenditore le aveva anche procurato un cellulare delle “rete riservata”, che lei utilizzava esclusivamente per mettersi in contatto con Aiello. Paola Mesi è sorella di Maria Mesi, classe 1965, considerata l’amante di Matteo Messina Denaro, superlatitante di Trapani. Insieme al fratello Francesco Mesi, classe 1970 - anche lui in passato dipendente dell´Ati group - è stata già arrestata e condannata per favoreggiamento.

Dipendenti delle ditte di Aiello erano anche Pietro Badami di Villafrati, classe 1937, indagato per mafia negli anni ’80; Pietro Scaduto, classe 1941, già condannato per fatti riguardanti la “famiglia” di Bagheria; Francesco Scordato, classe 1926, secondo i magistrati “inserito organicamente nella famiglia mafiosa di Bagheria”, Alessandro Caltagirone, classe 1971, figlio di Francesco Paolo Caltagirone, socio della famigerata I.C.RE (Industria Chiodi e Reti srl) insieme a Nino Gargano e Leonardo Greco; Antonino Spina di Torretta, classe 1963, nipote di Giovanni Cusimano, boss di Partanna-Mondello; Giuseppe Triolo, classe 1962, nipote di Nino Parisi, condannato per l’omicidio del carabiniere Orazio Costantino.

Gli investigatori hanno registrato (e intercettato) a proposito, una serie di conversazioni tra Nicola Eucaliptus e Michele Aiello, presso i locali della Diagnostica per Immagini. Il vecchio boss, originario di Acquedolci, raccomanda ad Aiello di assumere un giovanotto, Maurizio Causerano, figlio di una sua amica di Acquedolci, Marianna Pellegrino. Eucaliptus poi dirà alla sua vecchia amica di “aver parlato con l’amico suo ingegnere” che gli avrebbe detto di “non preoccuparsi” perché era “a sua disposizione”. E infatti il giovanotto di Acquedolci, insieme alla sua fidanzata, verranno regolarmente assunti. E l’imprenditore, durante un interrogatorio, ammetterà: “Si, li ho assunti su richiesta dell’Eucaliptus”.

La sanità

Il salto di qualità, Michele Aiello, lo compie buttandosi a capofitto nel business sanitario. È con la sanità, infatti, che aumenta esponenzialmente i propri introiti. Nei quattro anni precedenti al suo arresto, infatti, le società sanitarie di Aiello frutteranno qualcosa come 200 miliardi di vecchie lire. Comincia nel 1996, con l’acquisizione della “Diagnostica per immagini srl”, che presto diventerà “Villa Santa Teresa - Diagnostica per Immagini e Radioterapia srl”. Soltanto quattro anni dopo, nel 2000, è proprietario di ben cinque società che si occupano di diagnostica ultra-sofisticata (Diagnostica per immagini, Centro di Medicina Nucleare San Gaetano S.r.l, A.T.M. Alte Tecnologie Medicali S.r.l) e di forniture sanitarie (Radiosystems Protection srl). L’ultimo affare, nel dicembre del 2000, è l’acquisto dell’Hotel “Zabara”. Aiello, il 14 novembre 2002 – un anno prima di venire arrestato – trasforma l’ex hotel in una grande clinica da circa 108 posti letto – nome della società: “Villa Santa Teresa - Group spa” - specializzata in esami diagnostici con l’utilizzo di apparecchiature ad alta tecnologia.

Ma all’inizio le cose non vanno bene. Bilanci in passivo, forti debiti alle banche, società che non vanno. Ma poi cambia tutto. Aiello scopre il modo di farsi “gonfiare” i rimborsi da parte della Regione e comincia a ingozzare le proprie cliniche di soldi pubblici. Tanti, tantissimi, soldi pubblici. Il tutto grazie alla collaborazione di Lorenzo Iannì, che diventa direttore del distretto ASL di Bagheria nel luglio 1999 e che è legato a Michele Aiello da una lunga amicizia, o meglio – come scrivono i PM – da molteplici “rapporti di amicizia e di interesse”. Entrambi, tra l’altro, condividono la passione politica per l’Udc.

La truffa dei rimborsi

I rimborsi. Ecco il punto. Nella cosiddetta “assistenza indiretta” la Regione garantisce al proprietario della clinica privata un rimborso più o meno parziale delle terapie effettuate e, più in generale, dei costi sostenuti. Fa da tramite il distretto territoriale dell’Ausl, che si prende carico di trasmettere la documentazione all’assessorato regionale della sanità.

Secondo gli accertamenti della Procura, fino a metà 1999 i rimborsi regionali effettuati in favore delle società sanitarie di Aiello sono perfettamente regolari. Poi, nel luglio 1999, Lorenzo Iannì viene nominato direttore del distretto sanitario di Bagheria e comincia a mettere le mani nella documentazione delle società di Aiello. Vengono messe in atto così tutta una serie di “modifiche apparentemente poco significative” che di fatto determinano un aumento vertiginoso dei rimborsi alle cliniche dell’imprenditore bagherese. Il neodirettore dell’ASL di Bagheria svela al suo vecchio amico le innumerevoli “falle” nel sistema di assistenza indiretta. Gioca sull’ambiguità burocratica di tutte quelle carte, e con numerosi “trucchetti” (dichiarazioni false nei verbali, uso di documentazione non prescritta, uso di fotocopie invece che originali, etc) riesce a far ottenere ad Aiello rimborsi tripli o quadrupli per la stessa terapia. Risultato: sull’imprenditore bagherese, come per magia, piovono decine e decine di milioni di euro. È proprio una bella amicizia, quella tra Aiello e Iannì. Il dirigente del distretto di Bagheria, molto spesso, riceve somme di denaro più o meno consistenti. Doni generosi che il facoltoso amico, in segno di gratitudine, non gli fa mai mancare. Intorno al 2000, poi, Aiello fa costruire per il manager dell’ASL addirittura una “sepoltura gentilizia”. Un piccolo mausoleo funerario realizzato da una delle sue ditte edili. “In seguito l’avrei pagato, di sicuro” dichiara Iannì durante un interrogatorio.

Dei “favori” pecuniari di Aiello non beneficia solo Iannì. Insieme a lui anche altre due figure-chiave nella procedura di rimborso. Salvatore Prestigiacomo, collaboratore amministrativo del Distretto Sanitario di Base di Bagheria eAdriana La Barbera, responsabile dell´Ufficio liquidazione assistenza indiretta presso l’ASL 6 di Palermo. La figlia della dottoressa La Barbera, inoltre, viene assunto in una delle società di Aiello, così come i figli del dottor Scaduto, funzionario all’ASL 6. Lorenzo Iannì, davanti ai PM, all’inizio nega tutto, ma dura poco. Ben presto ammetterà che ci sono state delle forti “anomalie” nelle pratiche che interessavano Michele Aiello. Dichiara però che tutto è stato compiuto per “stupidità”, per rispetto ai “rapporti di amicizia” che intercorrevano tra loro.

Dai rimborsi alle convenzioni

L’inizio del 2002 riserva a Michele Aiello una spiacevole sorpresa. Succede quello che temeva da tempo e che – viste le sue fonti sempre bene informate – in parte prevedeva. Cambia la normativa regionale per il finanziamento alle cliniche private. Il regime di assistenza indiretta viene abolito per passare a quello, esclusivo, di assistenza diretta. Basta rimborsi a posteriori, dunque. Adesso si ragiona con gli accreditamenti, che avvengono a priori. Per ricevere finanziamenti pubblici, le cliniche private devono stipulare una convenzione con l’Ente regionale, che può erogare i finanziamenti solo se le terapie sono previste nel tariffario. Eppure Aiello, per tutto il 2002, riesce a ricevere fondi pubblici per cinque prestazioni sanitarie che non sono previste nel tariffario regionale, le quali, tra l’altro, essendo quelle più sofisticate, costituiscono una buona parte dei ricavi delle sue aziende. Questo avviene grazie alla firma di uno speciale protocollo di intesa tra la ASL 6 e “Villa Santa Teresa – Diagnostica per immagini srl”, e poi anche con la “ATM srl”. Oggetto dell’accordo: “Remunerazione extratariffaria per prestazioni di altissima specialità in regime di accreditamento provvisorio”. Praticamente, una “eccezione” fatta ad hoc per Michele Aiello.

L’imprenditore naviga comunque in buone acque, anche dopo l’abolizione dell’amata assistenza indiretta, grazie soprattutto al direttore generale dell’ASL 6, Giancarlo Manenti, presentatogli da Antonio Borzacchelli mesi prima. Soltanto con il regime di assistenza diretta, quindi dai primi mesi del 2002, alle cliniche di Aiello vengono accreditate qualcosa come 100 milioni di euro. In altre parole, uno dei più grandi impegni di spesa per la più grande azienda sanitaria dell’Isola e per la Regione Sicilia nel suo complesso. Ma nel giugno 2003, succede qualcosa di inaspettato. Dopo più di un anno di generosi accreditamenti, il nuovo direttore generale dell’AUSL 6 Guido Catalano blocca improvvisamente i finanziamenti alle società di Aiello. C’è qualcosa che non va, e vuole vederci chiaro. Catalano era succeduto a Manenti nel febbraio 2002.

Il tariffario concordato

A settembre 2003, Antonio Borzacchelli, vecchio “collaboratore” di Aiello e deputato regionale Udc, va a fargli visita per dimostrargli la propria solidarietà. Durante l’incontro, però, l’ex maresciallo lo mette al corrente anche di alcuni particolari non proprio secondari. “Le tue società – dice Borzacchelli – sono rimaste vittime di una specie di complotto targato Forza Italia”. Il direttore generale dell’AUSL Guido Catalano, l’assessore regionale alla Sanità Ettore Cittadini, insieme a numerosi personaggi politici vicini all’On. Gianfranco Miccichè, hanno infatti scelto di sostenere gli interessi dell’imprenditore Guido Filosto, proprietario della clinica “La Maddalena”. Tutto a danno degli interessi di Michele Aiello, imprenditore di area Udc.

In quel periodo si sta lavorando, infatti, presso l’assessorato alla Sanità, al tariffario sanitario definitivo, con i prezzi di tutte le prestazioni previste. Chiaro che gli interessi in gioco, a livello regionale, sono grossissimi. E lo scontro più forte sembra proprio quello tra Aiello e Filosto, e tra i loro due sponsor Udc e Forza Italia. Il referente principale di Aiello è il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, che già da molti anni intrattiene rapporti “sia personali che politici” con l’imprenditore di Bagheria. Inoltre, la moglie di Cuffaro, Giacoma Chiarelli, è socia del “Laboratorio Ria diagnostica ormonale srl”, società di cui Aiello nel 2001 cambierà la ragione sociale in “Centro di medicina nucleare San Gaetano srl”.

Ad occuparsi delle trattative per il tariffario per conto di Aiello è Roberto Rotondo, assistente dell’imprenditore, amministratore di una delle sue società e consigliere Udc al Comune di Bagheria. Rotondo incontra il presidente della Regione il 18 settembre 2003, ma c’è qualcosa che non va. La bozza di tariffario che gli presenta Cuffaro, infatti, è troppo sbilanciata verso gli interessi di Filosto. Chiaro che la “cordata” Forza Italia ha avuto il sopravvento. Poco dopo l’incontro, Rotondo chiama Aiello e gli racconta com’è andata. Cuffaro – dopo aver sentito le sue lamentele - gli ha dato una copia della bozza e gli ha detto: “Sistemala tu”. “Mi scrivi in rosso quello che si deve mettere, in verde quello che si deve levare”. Poi il presidente, evidentemente troppo impegnato, ha delegato l’affare al suo fedelissimo Nino Dina, deputato regionale Udc e membro della commissione sanità all’Ars. “Ti incontri con Nino – dice Cuffaro a Rotondo – gli spieghi un pochettino, tecnicamente com’è combinata, e facciamo per come si deve fare”. Alla fine dell’incontro, Cuffaro cominciò anche ad innervosirsi: “S´incazzò – racconta Rotondo ad Aiello - e ci riette tutti cuose a Nino… rice cca sta cuosa un po’ iessere accussì… Nino pensaci tu, l’amu a risuolbere…e mettiti raccordo cu iddu, sistematimi tutti chidda ca sa a sistimari…e passa per comu sa a fare…”. (Ha dato tutte cose a Nino... dice che questa cosa non può essere così... Nino pensaci tu... dobbiamo risolvere (la questione)... e mettiti d´accordo con lui, sistematemi tutto quello che si deve sistemare... e passa per come si deve fare). Intanto, il maresciallo Giuseppe Ciuro si avvale dei suoi buoni rapporti con numerosi giornalisti per sollecitare una campagna stampa favorevole a Villa Santa Teresa e agli interessi dell’imprenditore Aiello.

Il 5 settembre 2003 Ciuro chiama Aiello:

(Legenda: GC: Giuseppe Ciuro, MA: Michele Aiello)

GC: Quindi, l’hai letto il coso sul giornale?

MA: Sì

GC: E come ti è sembrato?

MA: Ma buono è

GC: Poi ho chiamato pure a cosa… come si chiama… a quel ragazzo di..

MA: Di Repubblica? C

GC: Si, di Repubblica

MA: Eh

GC: E mi ha detto che tra qualche giorno… dato che l’ha fatto il Giornale di Sicilia, se lo pubblichiamo noi – dice – il Giornale storce il muso. Facciamo passare qualche giorno, e noi ci andiamo con più “novizia” di particolari… così gli “arzigogolo” su che è un centro d’avanguardia… che è una cosa così…

MA: Certo

GC: I viaggi della speranza… queste cose qui….

MA: Ho capito, ho capito… va bene

GC: I DS hanno già preso posizione… hai visto?

MA: Sì sì

GC: Eh

MA: E questo è importante…

GC: E questo è mooolto importante (ride, ndr)

Sanità, l'atto finale: Cuffaro e Aiello da Bertini e il blitz “Talpe”

Il 20 ottobre 2003, un mese dopo la consegna del tariffario “corretto”, Roberto Rotondo viene convocato dall’On. Cuffaro presso la sede della presidenza della Regione. Cuffaro è preoccupato, nervoso. Gli dice di “tranquillizzare Aiello per i problemi del tariffario”, ma non è di questo che vuole parlare.

Il presidente, infatti, nell’ultimo mese, ha ricevuto numerose informazioni da parte di persone bene informate. Rivelazione di segreti d’indagine, in altre parole. Ora comprende che il problema principale, per Michele Aiello, non è certo quello del tariffario. “Ho anche saputo – gli dice Cuffaro - che Giuseppe Ciuro ha problemi…è indagato…oltre a lui, c’ anche un certo…un maresciallo dei carabinieri…un certo Riolo, pure lui indagato”.

Una decina di giorni dopo, il 31 ottobre, Totò Cuffaro decide che è ora di incontrare Michele Aiello di persona. Ma usando tutte le cautele. Nella mattinata, l’assistente di Aiello, Roberto Rotondo, viene contattato telefonicamente da un collaboratore di Cuffaro che lo invita a recarsi in presidenza. Giunto lì, Rotondo incontra quello stesso collaboratore, che gli riferisce che il presidente della Regione intende incontrare Aiello presso il negozio di abbigliamento “Bertini” di Bagheria, dove si reca di solito fare gli acquisti. L’appuntamento viene fissato per il pomeriggio. Nelle intercettazioni telefoniche dei collaboratori di Cuffaro viene più volte ripetuto che l’incontro dovrà avvenire “in incognito”. Per andare a Bagheria, il presidente della Regione, con un pretesto, si libera della scorta. Cosa strana, visto che in passato si era recato più volte presso quello stesso negozio, portandosi dietro – sempre e comunque - tutta la scorta. Un comportamento decisamente “anomalo”, quello di Cuffaro, come dichiara il suo segretario personale Vito Raso in sede di interrogatorio. Aiello lo aspetta nelle vicinanze del negozio di abbigliamenti. Gli viene raccomandato di non lasciare nessuna traccia esplicita dell’appuntamento, di non parlarne al telefono con nessuno. L’incontro avviene, e dura circa mezzora. Si parla di tante cose. Del tariffario, ma non solo. Poco dopo l’incontro, Aiello telefona a Carcione e gli riferisce: “Niente di eccezionale. Praticamente sanno quello che sappiamo noi. Né più né meno. Perché hanno un collegamento diretto con Roma. Dice: beh, apriteli gli occhi”. Aiello confesserà questi elementi anche davanti ai pm: “Praticamente ha detto che c’erano delle indagini in corso nei confronti di Ciuro e Riolo, notizie che ha ricevuto da Roma, ma non mi ha precisato dove”, e poi: “Durante quell’incontro sono state messe in evidenza le telefonate tra me, Ciuro e Riolo”. Cuffaro invece smentisce tutto. Secondo la sua versione, durante l’incontro dentro il negozio “Bertini”, si è parlato solo del tariffario. Riguardo il tariffario. Durante la telefonata a Carcione poco dopo l’incontro da “Bertini”, Aiello spiega la situazione: Cuffaro gli ha assicurato che le nuove tariffe saranno approvate “la settimana entrante”, e gli ha raccomandato di accettarle così come sono – almeno per il momento – perché “anche se vi sembrano un po’ basse…per tre mesi ve li dovete accettare per come sono”. Ma non c’è da temere: “Fra tre mesi li cambiamo – ha detto Cuffaro – facciamo un aggiornamento”.

Ma “la settimana entrante”, per Aiello e i suoi, sarà la più brutta della loro vita. All’alba del 5 novembre 2003, appena cinque giorni dopo l’incontro da “Bertini” con Cuffaro, Michele Aiello verrà arrestato. Insieme a lui, finiranno in manette anche Ciuro e Riolo.

Bibliografia

  • Dossier "Talpe alla DDA" a cura di www.90011.it, di Nino Fricano. Vedi i seguenti articoli:

Articolo 1[1] 2[2] 3[3] 4[4] 5[5] 6[6] 7[7] 8[8] 9[9] 10[10] 11[11] 12[12] 13[13] 14[14] 15[15]

  • Francesco La Licata su La Stampa: Il paradosso di Totò condannato e felice: "Ora posso restare" [16]
  • Su Antimafia duemila “Borzacchelli, un carabiniere coperto dai Servizi”[17]
  • Su Repubblica.it: Cuffaro si è dimesso da Governatore. "E' una decisione irrevocabile"[18]