Michele Sindona

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Michele Sindona nacque a Patti, paese in provincia di Messina, nel 1920, figlio di un operatore del consorzio agrario. Dall’età di quattordici anni iniziò a lavorare per mantenersi agli studi, svolgendo lavori tra cui dattilografo, aiuto contabile e impiegato. Nel 1942 si laureò in Giurisprudenza all’Università di Messina. Nel 1946 si trasferì a Milano, dove iniziò l’attività di procuratore prima e quella di avvocato e consulente nel settore fiscale poi. Nel corso degli anni ’50 la sua fama divenne nazionale e all’inizio degli anni ‘60 dalla professione di avvocato si spostò in prima battuta nell’ambito finanziario e in seguito diventò banchiere. Nell’ottobre del 1961 era già socio di maggioranza nella Banca Privata Finanziaria, la cui effettiva proprietaria era la società Fasco Italiana di Michele Sindona. Nel 1964 con Carlo Bordoni, famoso broker, fondò una società di brokeraggio l’Euro-Market Money Brokers. Nel 1968 Sindona diventò proprietario della maggioranza (51%) della Banca Unione, attraverso la società Comarsec, mentre il 16% era posseduto dallo Ior, Istituto per le Opere di Religione e cioè la Banca Vaticana (che fu un partner fondamentale per Sindona). Inoltre Michele Sindona possedeva la Banca di Messina e la Finabank di Ginevra. Alla fine degli anni Sessanta il volume degli affari di Sindona superò i 40 milioni di dollari annuali, egli divenne proprietario di una serie di società italiane e statunitensi e più di un migliaio furono le banche-clienti, tra cui spiccava il Banco di Roma. Nei primi anni Settanta l’opinione pubblica vedette in Sindona un personaggio di spicco dell’alta finanza e uno dei più geniali uomini d’affari del mondo. Giulio Andreotti lo definì addirittura “il salvatore della lira”. Il grande progetto sindoniano iniziò nel 1971. Egli mirava al controllo delle società finanziarie Bastogi e Centrale e alla loro fusione e inoltre al controllo della Banca Nazionale dell’Agricoltura: mirò cioè a creare un polo alternativo rispetto a Mediobanca di Enrico Cuccia, uno degli Istituti di Credito più importanti del paese. Il 5 agosto del 1971 Sindona acquisì il controllo della Centrale, ma il governatore Carli bloccò il controllo sia della Bastogi sia della Banca Nazionale dell’Agricoltura e il 31 agosto ordinò un'ispezione della Banca d’Italia alla Banca Unione, mentre il 20 settembre alla Banca Privata Finanziaria. Le ispezioni si chiusero rispettivamente il 7 febbraio e il 24 marzo, riscontrando gravi irregolarità e un'illecita costituzione di contabilità riservata. Per Banca Unione si chiese lo scioglimento degli organi amministrativi per gravi irregolarità. Nonostante l’esito delle ispezioni, la Banca d’Italia fu cauta e il governatore Carli si limitò a segnalare le irregolarità riscontrate senza procedere alla liquidazione coatta e allo scioglimento degli organi amministrativi. Nel frattempo Sindona si trasferì negli Stati Uniti, dove nel luglio del 1972 acquistò la Franklin National Bank, la ventesima banca americana. Sul fronte italiano invece, a seguito dell’opposizione di Carli, Sindona tentò di riorganizzare in un’unica società, la finanziaria Finambro, le partecipazioni italiane. Per fare questo fu necessaria la autorizzazione di un aumento di capitale di 160 miliardi di lire, autorizzazione che venne negata dal nuovo ministro del Tesoro Ugo La Malfa. Nel 1973 Sindona avviò una nuova operazione: la fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione. Nell’estate del 1974 le vicende si susseguirono velocemente. Dal 10 luglio in avanti uomini del Banco di Roma acquistarono il pacchetto di maggioranza della Banca d’Unione attraverso due prestiti di 100 milioni di dollari, autorizzati dalla Banca d’Italia. Il Banco di Roma fu considerato il braccio operativo della Banca d’Italia. Il 29 luglio del 1974 la Banca d’Italia diede l’autorizzazione per l’incorporazione e il primo agosto nacque la nuova banca sindoniana, la Banca Privata Italiana, ma il suo patrimonio era inesistente. La banca nacque già sull’orlo della liquidazione coatta. Gli ispettori di vigilanza della Banca d’Italia scrissero nei loro rapporti che il patrimonio delle banche era interamente assorbito dalle perdite ed erano presenti numerose irregolarità amministrative. Solo il 24 settembre la Banca Privata italiana fu messa in liquidazione coatta. L’8 ottobre del 1974 anche la Franklin National Bank fu dichiarata fallita. Da un punto di vista giuridico ed economico il meccanismo utilizzato da Sindona fu il seguente: in primo luogo egli si servì del deposito bancario di denaro, facendo apparire sotto forma di deposito in valuta straniera somme di denaro, che in realtà non erano liquide ma immobilizzate presso banche estere del gruppo sindoniano. [1] In secondo luogo utilizzò il classico espediente delle cosiddette “scatole cinesi”, attraverso il quale venivano controllate più società investendo capitale minore rispetto al valore reale delle società controllanti.

La figura ivi riportata mostra la fitta rete di Sindona.
  1. Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche e amministrative a essa eventualmente connesse, VIII legislatura, Doc. XXIII, n. 2-sexies, 24 marzo 1982, Relazione conclusiva Azzaro Giuseppe