Piersanti Mattarella: differenze tra le versioni

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<center>''Nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia.'' </center>
 
<center>''Nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia.'' </center>

Versione attuale delle 14:09, 6 gen 2018


Nella classe dirigente non solo politica, ma pure economica e finanziaria, si affermano comportamenti individuali e collettivi che favoriscono la mafia. Bisogna intervenire per eliminare quanto a livello pubblico, attraverso intermediazioni e parassitismi, ha fatto e fa proliferare la mafia.
(Piersanti Mattarella)


Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, esponente della Democrazia Cristiana, assassinato da Cosa Nostra mentre era Presidente della Regione Sicilia.

Piersanti Mattarella


Biografia

Primi anni

Figlio del potente Bernardo Mattarella, ministro democristiano per una ventina d'anni in tutti i governi della Repubblica e indicato alla Commissione Antimafia nel 1965 da Danilo Dolci come politico legato ai boss fin dal dopoguerra[1], Piersanti dovette da sempre fare i conti con la presenza ingombrante del padre, da cui si smarcò, però, anche politicamente.

Dopo gli studi liceali (frequentò il San Leone Magno dei Fratelli Maristi a Roma) e la militanza nell'Azione Cattolica, cominciò a far politica con la Democrazia Cristiana, ma nella corrente di Aldo Moro, espressione della migliore tradizione del cattolicesimo democratico (quella dei Dossetti e dei La Pira). Laureatosi in giurisprudenza, insegnò per molti anni diritto civile all'Università, facendosi valere anche in ambito universitario.

L'attività politica

Alle elezioni comunali di Palermo del 1960, vinte dalla Democrazia Cristiana, Piersanti venne eletto consigliere comunale, nonostante le aspre polemiche (la sua colpa era di essere "il figlio di Bernardo"). Nel 1967 venne eletto deputato all'Assemblea Regionale Siciliana: nel 1971 (l'anno in cui morì suo padre), ottenne l'assessorato al Bilancio: nonostante gli scandali che scossero la Regione in quegli anni, persino le opposizioni, tra cui la più intransigente di tutti, quella comunista, riconobbero le doti e le qualità di buon amministratore al giovane e serio "figlio di Bernardo". Nel 1978 venne eletto Presidente della Regione Sicilia, guidando una giunta di centro-sinistra (che cadde nel 1979, costringendolo ad un rimpasto).

Come dimostrazione della sua indipendenza anche politica dal padre, rifiutò sempre di candidarsi nel collegio di Castellammare, dove era nato, feudo elettorale del padre, dove avrebbe potuto contare su un plebiscito assoluto: l'unica concessione che fece ai democristiani del suo paese fu la il comizio di chiusura della campagna elettorale regionale nella città. Scrisse il giornalista Marcello Cimino, a tal proposito: "Era per lui come un debito che voleva pagare a una tradizione dalla quale poi non traeva alcun vantaggio diretto. Anzi. Dalla tradizione clientelare, paternalistica e ministeriale del partito democristiano, quale andò crescendo in Sicilia dopo il 1948 sempre più abbarbicato al potere, Piersanti Mattarella si tenne sempre discosto..."[2].

Il suo impegno contro la mafia

La serietà e il rigore nell'attività politica, che tanti consensi bipartisan gli avevano fatto conquistare, furono applicati anche nei confronti di Cosa Nostra, quando tentò di bonificare alcuni assessorati pesantemente infiltrati dalla criminalità organizzata, tra tutti quello all'Agricoltura.

Quando nel febbraio 1979 si tenne la Conferenza Regionale dell'Agricoltura, presso Villa Igea, di fronte al plateale attacco di Pio La Torre all'assessorato (indicato come "centro di corruzione regionale"), Piersanti non difese il proprio assessore, Giuseppe Aleppo, ma riconobbe la necessità di una totale trasparenza nella gestione dei contributi agricoli regionali: le parole di Mattarella furono riportate da un solo quotidiano, ma crearono sgomento, soprattutto in Cosa Nostra, che cominciò a progettarne l'eliminazione, essendone comprovata l'incorruttibilità.

L'omicidio

Il giorno dell'Epifania del 1980, Mattarella, priva di scorta che rifiutava nei giorni festivi, fu ucciso da un killer appena si mise alla guida della sua 132. Era in macchina con la moglie, che supplicò inutilmente il killer di non sparare, ai due figli e alla suocera. Trasportato in ospedale ancora vivo, vi morì mezz'ora dopo, sotto lo sguardo sgomento del fratello Sergio. Il delitto fu rivendicato da una sigla neofascista, benché la dinamica dell'agguato risultasse troppo aliena agli agguati dei terroristi dell'epoca. A supportare l'ipotesi che la matrice dell'omicidio non fosse mafiosa, bensì terroristica, fu Leonardo Sciascia[3].

L'8 gennaio si svolsero i funerali di Stato, con l'omelia dell'Arcivescovo Pappalardo.

Le indagini

Nonostante la magistratura avesse setacciato oltre cento chili di documenti, sentito amici, collaboratori, compagni di partito, assessori, oltre ad aver indagato negli ambienti di estrema destra e sinistra, non fu trovato alcuno spiraglio che potesse giustificare l'omicidio. Solo nell'estate 1989 emerse con decisione la matrice nera dell'agguato: Giovanni Falcone emise, in qualità di procuratore aggiunto, diversi mandati di cattura per omicidio e favoreggiamento contro Valerio "Giusva" Fioravanti e altri esponenti dell'estrema destra, sospettati di aver partecipato all'omicidio Mattarella su richiesta del boss Pippo Calò.

Nella requisitoria depositata il 9 marzo 1991, firmata dallo stesso Falcone, sui "delitti politici" siciliani (Michele Reina, Mattarella, Pio La Torre, Rosario Di Salvo), venivano esplicitamente accusati dell'omicidio del presidente della regione Fioravanti e Gilberto Cavallini, i quali avevano agito in un contesto di cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra. In particolare, Fioravanti, la cui presenza fu accertata a Palermo nei giorni del delitto, avrebbe goduto dell'appoggio di Francesco Mangiameli, dirigente siciliano di Terza Posizione, ucciso poi dallo stesso terrorista il 9 settembre 1980, e Gabriele De Francisci, militante del FUAN, proprietario di un appartamento nei pressi della casa di Mattarella.

Dopo la morte di Falcone, tuttavia, la pista dell'omicidio Mattarella come delitto di mafia venne confermata da Tommaso Buscetta, che pure fino a quel momento non aveva dichiarato alcunché in proposito. Stando alle parole di Buscetta, «Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all'uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo [...] In ogni caso [...] fu certamente un omicidio voluto dalla "Commissione"»[4].

Il processo

Il 12 aprile 1995 la prima sezione della Corte d' assise di Palermo condannò all'ergastolo per l'omicidio Mattarella i boss di Cosa Nostra Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Pippo Caò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[5].

Nonostante fosse stato riconosciuto dalla moglie di Mattarella, Irma Chiazzese, Fioravanti fu assolto in quanto la testimonianza della vedova e di altri non furono ritenuti attendibili. Dopo 35 anni, gli esecutori materiali del delitto Mattarella non sono stati ancora trovati.

Nella sentenza[6] si legge che: "l'istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l'azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi” e si aggiunge che da anni aveva “caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola”.

Andreotti sapeva, ma restò in silenzio

Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura.

Dichiarò Mannoia: «La ragione di questo delitto risiede nel fatto che Mattarella Piersanti, dopo aver intrattenuto rapporti amichevoli con i Salvo e Bontate Stefano, ai quali non lesinava i favori, aveva mutato la linea di condotta. Egli entrando in violento contrasto, ad esempio con il deputato Rosario Nicoletti, voleva rompere con la mafia, dare "uno schiaffo" a tutte le amicizie mafiose... Rosario Nicoletti riferì a Bontate. Attraverso Lima del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche Giulio Andreotti, che scese a Palermo e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, Lima, Nicoletti, Fiore Gaetano e altri. Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo, in periodo tra la primavera e l'estate 1979... Egli mi disse solo che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: "Staremo a vedere". Alcuni mesi dopo fu deciso l'omicidio Mattarella.»

La testimonianza di Mannoia fu giudicata attendibile dagli inquirenti e gli incontri tra Andreotti e i boss mafiosi al fine di discutere il delitto Mattarella sono trattati nella Sentenza Corte di Appello di Palermo 2 maggio 2003[7]. In particolare, nelle conclusioni si legge:

«Del resto, ad ultimativo conforto dell’assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all’assassinio dell'on. Piersanti Mattarella. Anche ammettendo la prospettata possibilità che l’imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è "sceso" in Sicilia per chiedere al boss Stefano Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell’intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull'azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse.»[8]

In particolare, fu proprio nell'incontro con Bontate in cui Andreotti chiese spiegazioni dell'improvvisa accelerazione sul caso Mattarella che venne pronunciata dal boss la famosa frase: "In Sicilia comandiamo noi e se non volete cancellare completamente la DC, dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l'Italia meridionale. Potete contare soltanto sui voti del Nord, dove votano tutti comunista, accettatevi questi."[9]

Bibliografia

  • Saverio Lodato, Quarant'anni di Mafia, Milano, BUR, 2013
  • Giulio Cavalli, L'innocenza di Giulio, Milano, Chiarelettere, 2012

Note

  1. Il dossier, presentato in una conferenza stampa e riprodotto nel libro "Chi gioca solo" nel 1966, costò a Danilo Dolci una condanna definitiva a 2 anni di reclusione per diffamazione: Mattarella infatti lo querelò, concedendogli facoltà di prova e, dopo un dibattimento durato circa due anni, con l'escussione di decine di testimoni e l'acquisizione di un'amplissima documentazione, il Tribunale di Roma, con una sentenza confermata sia in Appello che in Cassazione, affermava che le accuse di Dolci erano "nient'altro che il frutto di irresponsabili pettegolezzi, di malevoli dicerie se non addirittura di autentiche falsità."
  2. Marcello Cimino, l'Ora, 9 gennaio 1980, citato in Saverio Lodato, "Quarant'anni di Mafia", p.38
  3. Leonardo Sciascia, Quella confortevole ipotesi, Notizie Radicali, 7 gennaio 1980
  4. Dall'interrogatorio di Tommaso Buscetta, dall'Archivio Pio La Torre della Camera dei Deputati
  5. Delitti Politici, fu solo Cosa Nostra, La Repubblica, 13 aprile 1995
  6. Corte di Assise di Palermo, Sentenza n.9/95, 12 aprile 1995
  7. Sentenza Corte di Appello di Palermo, 2 maggio 2003, Parte III cap. 2 pp. 1093-1185 Presidente Scaduti, Relatore Fontana.
  8. Ibidem, pp. 1514-1515
  9. Citato in Giulio Cavalli, L'innocenza di Giulio, Milano, Chiarelettere, 2012, p.67