Storia della mafia

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Origini

Nel 1860 Garibaldi con le sue camicie rosse invase la Sicilia per annetterla al regno d’Italia, sconfiggendo l’esercito borbonico. La spedizione ebbe un rapido successo poiché lo sbarco innescò una rivolta interna che non lasciò scampo ai Borboni. Ma quale fu la causa del disagio che spinse i siciliani ad appoggiare i garibaldini? Con la legge del 4 agosto 1812, il Parlamento siciliano aveva formalmente abolito il sistema feudale, che, però, continuò ancora per oltre un secolo ad essere la struttura socio-economica portante della Sicilia. I baroni che prima gestivano immensi feudi in quanto vassalli del re, continuarono lo stesso a spadroneggiarvi in quanto proprietari. Questo modello basato sul latifondo aveva favorito la miseria della popolazione e la debolezza delle classi sociali diverse da quella possidente, unitamente alla diffusione del particolarismo (tendenza a curarsi solo dei propri interessi, spesso a danno degli interessi altrui), del familismo (concezione che assolutizza i legami familiari arrivando all'estraniamento dalle responsabilità sociali), del clientelismo (sistema di relazioni tra persone che, accomunate da motivi di interesse, si scambiano favori, spesso a danno di altri). Il popolo siciliano sperava in un cambiamento sociale con l’annessione al regno d’Italia.

Il risorgimento, tuttavia, deluse le aspettative. I primi governi italiani (quelli della Destra storica, aventi ministri solo settentrionali) vollero la sottomissione senza condizioni al nuovo Stato, imponendo il servizio di leva obbligatoria (che privò le famiglie contadine di braccia giovani) e insaprendo le tasse (tra cui quella odiosa sul macinato). Nei primi dieci anni le politiche governative fecero nascere la questione meridionale: investimenti pubblici vennero concessi quasi eslusivamente a industrie del nord; la redistrubuzione delle terre fu iniqua; fu ritirato il denaro metallico e sostituito con cartamoneta, il che il che consentì l’avvio di una spirale inflazionistica; Fu emarginato e poi smembrato il Banco delle Due Sicilie. Il risultato fu il peggioramento socio-economico dell’intero meridione. Anche sul fronte politico l’integrazione fu problematica: Si voleva inserire siciliani fra i ministri del re, ma gli uomini politici locali praticavano l’omicidio e il sequestro contro i loro avversari. In Sicilia c’erano, inoltre, i rivoluzionari repubblicani che avevano legami con bande semi-criminali, gli aristocratici e il clero ancora fedeli ai borboni o indipendentisti. L’insieme di tutti questi fattori fece si che i primi quindici anni dell’unità furono contrassegnati da numerose rivolte in Sicilia. La prima nel 1862 per mano dello stesso Garibaldi che, preoccupato della situazione del nuovo regno, scelse la Sicilia come piattaforma per una nuova invasione della penisola. L’obiettivo era Roma, governata dal Papa, ma un esercito italiano lo fermò sull’aspromonte. Il governo italiano allora instaurò la legge marziale in tutta l’isola, diventando un precedente importante per gli anni a venire. Non volendo o non potendo trovare l’appoggio per pacificare la Sicilia con mezzi politici, si fece ricorso alla soluzione militare (assedi di città, arresti di massa, incarcerazioni senza processo). La situazione non migliorò, tanto che nel 1866 ci fu un’altra rivolta a Palermo, simile a quella del 1860 contro i Borboni. I tumulti e le repressioni si attenuarono nel 1876, quando politici siciliani entrarono nella compagine del governo.

In questo periodo (1860-76) nasce la mafia, che inizialmente è agraria, imperniata nella figura del gabelloto mafioso, reggendosi su un sistema parassitario, grazie al ruolo di intermediazione tra comunità locale e Stato centrale, tra manodopera contadina e proprietari terrieri. Ottenuti in gabella gli ex feudi dei baroni, poco interessati a operarvi trasformazioni produttive, i primi mafiosi li dividevano in piccoli lotti, subaffittandoli ai contadini poveri e ricavando consistenti guadagni. I gabelloti divennero potenti e in assenza dello Stato gestirono da soli il monopolio della violenza (i piccoli criminali sparirono, c’era spazio solo per i mafiosi), creando proprie forze armate, i cosiddetti campieri. Il primo caso di mafia riguardò la vicenda del chirurgo Galati che ereditando il fondo Riella (un limoneto) dovette fare i conti con il guardiano della tenuta, Carollo. Quest’uomo era un mafioso e praticava la prima forma di racket della mafia siciliana: rubava limoni affinchè le rendite si abbassassero, così facendo avrebbe potuto comprare a basso costo il terreno. Perciò faceva pressione sull’ex proprietario, il quale per paura gli dava il 25-30% della rendita. Galati decise di licenziare il guardiano, che per vendetta uccise il suo sostituto, ma il proprietario non cedette alle intimidazioni anche quando gli arrivarono lettere minatorie contro la sua famiglia. La polizia non era troppo zelante e sembrava non voler catturare Carollo e i suoi scagnozzi. La mafia all’epoca agiva sotto la copertura di un’organizzazione religiosa comandata da Antonino Giammona (boss dell’Uditore, piccolo villaggio dove era situato il fondo Riella). Quest’uomo di umili origini fece fortuna durante le rivolte del ’48 e del ’60. La mafia dell’Uditore basava la sua economia sul racket della protezione dei limoneti. Poteva costringere i proprietari ad assumere i suoi uomini come guardiani e la sua rete di contatti con carrettieri, grossisti e portuali era in grado di minacciare la produzione di un’azienda agricola o di assicurarne l’arrivo sul mercato. Utilizzando la violenza si poteva fare cartello. Una volta assunto il controllo di un fondo, i mafiosi potevano rubare puntando ad un’economia parassitaria o ad acquistarlo ad un prezzo basso. Alla fine Galati fuggì a Napoli incapace di ottenere giustizia a causa dell’omertà degli abitanti e della collusione di parte delle istituzioni. La mafia acquisì i caratteri tipici dell’associazione segreta perché in quell’epoca era diffusa la massoneria e la carboneria e in secondo luogo, per il semplice fatto che conveniva. Usare una sinistra cerimonia di iniziazione e una tavola di leggi la cui prima regola era il castigo ai traditori, contribuiva a creare unità interna e senso di appartenenza. Parallelamente in Sicilia si sviluppò il fenomeno del brigantaggio che però si distingueva dalla mafia: i primi volevano un cambiamento sociale e di conseguenza attentavano alla proprietà privata e alla sicurezza dei baroni, i mafiosi invece gli offrivano “protezione”. Brigantaggio e mafia erano fenomeni antagonisti che però potevano entrare in rapporti simbiotici: i briganti concorrevano a creare tra le vittime una forte domanda di protezione sul territorio e i mafiosi approfittavano di questa circostanza per offrire la loro ”sicurezza”, prestandola a condizioni a prima vista accettabili. La violenza del mafioso per quanto costosa non era assolutamente da paragonare da paragonare a quella del brigante. Il brigantaggio, fenomeno delle classi subalterne, è stato tollerato e strumentalizzato dalle classi dominanti, fino a quando tornava utile per poi essere represso duramente (ciò avvenne quando la borghesia mafiosa andò al potere nel 1876). La mafia invece, espressione delle classi dirigenti, che continua ad esistere ancora oggi, ha saputo costruire e mantenere un rapporto organico e di connivenza col potere politico. La mafia in principio adottò una strategia di boicottaggio nei confronti dello Stato. Ben presto però i mafiosi capirono che la politica cercava di usarli come strumento di governo locale: prima la Destra che nei momenti più difficili, durante le rivolte, li usò per ripristinare l’ordine. Poi nel 1876, quando il governo Minghetti perse la fiducia dei politici siciliani a causa della proposta di una commissione parlamentare su mafia e banditismo (venne considerata un oltraggio dalla classe dirigente dell’isola), la Sinistra, invece molto forte in Sicilia, formò il suo primo governo che si rassegnò a collaborare con politici mafiosi. La mafia cominciò quindi ad affondare le mani nel mercato romano dei favori elettorali. Da una strategia di boicottaggio, quindi, si passò ad una di sfruttamento dello Stato. Entrambi gli schieramenti politici usarono la mafia come strumento di governo locale, solo in maniera differente. Il modello introdotto dalla Sinistra è quello che rimane valido ancora oggi. L’analisi più lucida sulla nascita della mafia ce la dà Leopoldo Franchetti, intellettuale toscano: <<la mafia nacque con la caduta del feudalesimo e l’arrivo del capitalismo che necessitava di uno Stato che garantisse ai vari imprenditori sicurezza attraverso il monopolio della violenza. Il regno d’Italia fallì e così i baroni e i loro scagnozzi cominciarono a prendere il controllo dell’economia (racket estorsione/protezione) e della politica (corruzione).

Politica e mafia a fine '800

Verso la fine dell’800 scoppiò un caso nazionale in Sicilia: le miniere di zolfo producevano la morte di centinaia di lavoratori l’anno a causa delle esalazioni velenose. In particolar modo preoccupavano le condizioni dei giovani che, lavorando in miniera, conducevano una vita miserabile: pagati pochissimo e deformati dall’eccessivo lavoro, erano pure vittime di abusi sessuali. Nel 1883 a Favara (città in provincia di Agrigento, famosa per le sue zolfare) furono arrestate 200 persone con l’accusa di far parte della “fratellanza” un’organizzazione segreta. Due anni più tardi ci fu il processo e molti imputati vennero condannati. La fratellanza aveva un rituale di iniziazione e una struttura interna molto simile a quella che Tommaso Buscetta descrisse per Cosa Nostra. Le regole tra la cosca di Favara e quella palermitana erano simili già nel 1883. Com’era possibile tutto ciò (le città si trovano ad una distanza di 100 Km l’una dall’altra)? Probabiblmente alcuni mebri della Fratellanza, essendo stati in carcere a Palermo nel 1879, potrebbero aver solidarizzato con qualche mafioso locale. Ad ogni modo questa organizzazione controllava il mercato dello zolfo in parte della Sicilia occidentale. Utilizzando la violenza in modo organizzato e sfruttando i lavoratori questi criminali puntavano ad eliminare la concorrenza, talvolta facendo cartello con imprenditori, dirigenti, picconieri e guardie. Ricevette inoltre copertura da proprietari terrieri, ex sindaci che probabilmente erano collusi con la fratellanza. Purtroppo la pericolosità di questa prima mafia passò in secondo piano a favore dei riti che la caratterizzavano. Queste usanze definite primitive e arretrate venivano considerate dagli investigatori dell’epoca come elemento di debolezza e di poca pericolosità dell’organizzazione. Invece i riti e le regole della fratellanza creando un senso di appartenenza, garantivano una grande fedeltà tra gli affiliati. Il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, che aveva curato il caso della fratellanza di favara, nel 1900 redige un rapporto di 485 pagine presentato al procuratore generale del capoluogo siciliano nel quadro della preparazione di un processo. Le informazioni contenute nel documento sono talmente ben particolareggiate da poter essere considerate il primo quadro completo della mafia siciliana. Si viene a conoscenza della collocazione delle otto cosche che dominano i sobborghi e i paesi satelliti situati a nord e a ovest di Palermo. Sono presenti inoltre i nomi dei capi e sottocapi di ciascuna cosca, i profili di 218 uomini d’onore e la descrizione accurata del rito di iniziazione e del codice di comportamento della mafia. Sono illustrati i metodi imprenditoriali, la maniera in cui si infiltra e controlla le aziende ortofrutticole, falsifica banconote, commette rapine, terrorizza e assassina testimoni. Spiega che la mafia ha centralizzato i fondi per il sostegno delle famiglie dei detenuti e il pagamento degli avvocati. Racconta come i capi delle cosche mafiose lavorano insieme per la gestione degli affari dell’associazione e il controllo del territorio. Questo diagramma è abbastanza impressionante, perché corrisponde in misura larghissima a ciò che molti decenni più tardi Tommaso Buscetta rivelò a Giovanni Falcone. Ermanno Sangiorgi riuscì ad ottenere tutte queste informazioni perché nel periodo in cui era in servizio a Palermo si scatenava una faida tra famiglie mafiose e seguendo l’indagine della misteriosa sparizione di quattro persone, cominciò ad imbattersi e a capire la realtà criminale palermitana. Ma il momento più importante che gli permise di terminare il suo rapporto fu la cattura di Francesco Siino, il capo regionale della mafia (questa è la definizione che ne dà Sangiorgi) ormai sconfitto dal suo rivale Antonino Giammona (lo stesso Giammona che aveva intimidito il dr Galati e che nel frattempo ha fatto carriera). Il questore con un’abile mossa riuscì ad ottenere la collaborazione, prima dalla moglie di Siino e poi dal marito stesso. L’obiettivo di Sangiorgi non era tanto quello di infliggere condanne pesanti agli imputati, ma quello di farli condannare per reato di associazione criminale, in modo da dimostrare con una sentenza che la mafia esisteva ed era una potente organizzazione criminale. Purtroppo Le condizioni politiche mutevoli dell’Italia di fine ‘800 complicarono le cose: Il generale Pelloux pirmo ministro italiano e grande stimatore di Sangiorgi si dimise in quegli anni dal suo incarico, facendo venir meno la copertura politica (Sangiorgi gli aveva spedito il suo rapporto). In secondo luogo, il procuratore capo di Palermo era probabilmente colluso con la mafia. In terzo luogo, Giammona e i suoi scagnozzi minacciarono molti testimoni, tanto che pure Siino ritrattò tutto ciò che aveva detto al questore. Il processo si concluse con poche condanne, non permettendo di dimostrare le convinzioni di Sangiorgi. Nello stesso periodo la mafia fece il suo primo cadavere eccellente: il marchese Emanuele Notarbartolo. Il primo febbraio 1893 due mafiosi commisero l’omicidio su un treno diretto per Palermo. La vittima, persona integerrima, si inimicò Raffaele Palizzolo, uomo politico siciliano colluso con la mafia. Il conflitto tra i due si accese sia quando Notarbartolo divenne sindaco di Palermo sia quando fu eletto direttore generale del Banco di Sicilia (Palizzolo era membro del consiglio direttivo), poiché il marchese si oppose al sistema di potere costruito da Palizzolo. La faccenda diventò personale a tal punto che don Raffaele decise di dare sfogo alla sua vendetta e ordinò che il suo arcinemico venisse ucciso. L’opinione pubblica rimase attonita a questo episodio di cronaca nera e si cominciò a parlare dell’accaduto e di criminalità in Sicilia. La mafia comprese la pericolosità di questa attenzione mediatica e mise in campo tutte le sue amicizie per far cadere il processo in un nulla di fatto. Ci vollero quasi sette anni prima dell’inizio delle udienze e sul banco degli imputati finirono due addetti del treno su cui viaggiava il marchese, che avevano un ruolo marginale nella vicenda. Il figlio di Notarbartolo, Leopoldo, si costituì parte civile al processo e, tra lo stupore del pubblico, accusò pubblicamente Raffaele Palizzolo di essere il mandante dell’omicidio del padre. Inoltre riuscì ad avere l’appoggio politico del presidente del consiglio (Pelloux, amico della famiglia Notarbartolo), che spinse affinchè si spostasse il processo da Palermo a Milano per evitare intimidazioni nei confronti dei testimoni, e fece in modo che la camera votasse a favore dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Palizzolo. Un prezioso aiuto per fare luce sul caso la diede il questore Sangiorgi partecipando alle indagini. La situazione per don Raffaele si complicò poiché emersero questioni inerenti alla cattiva gestione del Banco di Sicilia, attirando ancora di più l’attenzione dell’opinione pubblica. Molti politici lo abbandonarono dato che ormai era troppo compromesso. Dopo undici mesi di udienza la Corte d’Assise di Bologna (nel frattempo il processo era stato spostato nel capoluogo emiliano) condannò Palizzolo e uno dei killer a trent’anni di carcere. Per protesta si crearono in Sicilia movimenti a favore della sicilianità, poiché questa sentenza era frutto di un complotto ordito dai settentrionali per delegittimare l’intero popolo dell’isola. Fu un momento importantissimo, era stato inferto un duro colpo alla mafia e al potere politico colluso con essa. Purtroppo fu una vittoria di Pirro: la cassazione annullò il processo per un vizio formale (un testimone non aveva giurato in una sua deposizione). Ad ormai dieci anni dalla morte del marchese l’opinione pubblica si era stancata del caso e il mutato clima politico fecero cadere la vicenda nel dimenticatoio. Il nuovo processo svoltosi a Firenze nel 1904 produsse l’assoluzione degli imputati. Questi episodi di fine ‘800 e inizio ‘900 dimostrano che si possedevano molti elementi per sostenere che la mafia è un’organizzazione criminale (rapporto Sangiorgi), ma ancora una volta lo Stato, salvo pochi valorosi uomini, si rifiutò di combattere le cosche siciliane.

Mafia, socialismo e fascismo

Mafia e socialismo

negli ultimi anni dell’800 le condizioni di vita dei contadini erano diventate insopportabili, a causa del sistema di intermediazione (molto lucrativo, vedi sopra) della coltivazione della terra gestito dai gabellotti per conto dei proprietari terrieri. I piccoli coltivatori siciliani, allora si unirono in organizzazioni chiamate fasci, il cui leader indiscusso era il corleonese Bernardino Verro. Il movimento, di chiara impostazione socialista, chiedeva nuovi contratti che stipulassero una ripartizione paritaria del prodotto tra i proprietari e i contadini di piccoli fondi. La mafia, visto il clima di incertezza politica, offrì a Verro la possibilità di essere iniziato. Il leader dei fasci accettò in parte per ingenuità (pochi sapevano cos’era la mafia veramente, i più la ritenevano una semplice associazione segreta) in parte perché accettò la loro protezione, essendo soggetto a molte minacce di morte. Le cose però precipitarono quasi subito: i mafiosi, avendo capito che lo Stato avrebbe represso i fasci, decisero di appoggiare i proprietari terrieri, declinando le richieste dei movimenti contadini. Verro si pentì amaramente di aver stretto vincoli con le famiglie corleonesi. Nel 1894 il fascio fu represso definitivamente con la legge marziale: l’esercito giunse in Sicilia e sedò le rivolte. Bernardino Verro venne condannato a dodici anni per aver cercato di fare la rivoluzione in Sicilia (sconterà solo un paio di anni in seguito ad un’amnistia). Le cose però per i contadini migliorarono: venne varata una legge che permetteva alle cooperative di accendere prestiti presso il Banco di Sicilia per conto dei contadini; il denaro doveva essere utilizzato per affittare la terra direttamente dai proprietari. Verro nel 1907 assunse la guida di una cooperativa fondata espressamente allo scopo di questa legge e aveva l’obiettivo di espellere dall’economia rurale gli intermediari (molti di questi mafiosi). La battaglia fu dura, poiché la mafia trovò un alleato nella Chiesa, spinta dall’odio verso il socialismo. Venne creato un fondo cattolico, la Cassa Agricola San Leoluca, gestita da personaggi alquanto sinistri, per fare concorrenza alla cooperativa di Verro, che aveva già acquisito nove tenute. Nel 1913 il leader socialista fu accusato di truffa, in realtà il suo tesoriere venne corrotto da alcuni mafiosi per commettere il reato. Verro però non si scompose e riuscì a diventare sindaco di Corleone con una maggioranza schiacciante. La mafia, non riuscendo a fermarlo e temendo che al processo per truffa rivelasse informazioni sulla cosca corleonese di cui aveva fatto parte, decise di ucciderlo. Nel 1915 venne colpito da cinque pallottole, successivamente il suo volto venne sfigurato per servire da monito a chiunque si fosse opposto. La notizia passò in secondo piano anche perchè nessuno rispose dell’omicidio del sindaco Corleonese.