di Pierpaolo Farina, da Qualcosa di Sinistra

 

Ventidue anni fa, alle 17:58, Giovanni Brusca premeva il telecomando che fece saltare in aria l’autostrada di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito SchifaniAntonio Montinaro e Rocco Dicillo. Oggi rivedremo le solite stanche commemorazioni, con migliaia di persone che scenderanno in piazza per dire che Falcone rivive in loro, che le sue idee camminano sulle loro gambe e via discorrendo.

Poi, salvo gli addetti i lavori, che sono una minoranza della minoranza, torneranno nell’inazione quotidiana contro la mafia esattamente come avevano fatto i 364 giorni precedenti. Perché essere antimafiosi, per davvero, costa fatica. Significa non farsi mai gli affari propri, non lasciarne scampare una alla propria coscienza, rifiutare di frequentare certi locali, certi giri, certe persone, andare sempre controcorrente (e quindi subire anche l’isolamento, non solo fisico, ma soprattutto morale)… essere antimafiosi, per davvero, significa essere cittadini, per davvero. Significa rifiutare un sistema, un tipo di società, un tipo di prospettiva che non include nessun’altra prospettiva se non lo status quo.

Significa essere intransigenti con chiunque, rifiutare ogni tipo di doppiopesismo, non guardare in faccia nessuno, tanto più se si aspira ad amministrare la cosa pubblica facendo politica, perché come diceva Sandro Pertini, “le solidarietà di partito sono complicità.” Significa rifiutare ogni compromesso con se stessi, grande o piccolo che sia, non importa quale sia la causa. Essere antimafiosi costa fatica, perché costa fatica essere liberi. E la maggior parte della gente non vuole essere libera, perché la libertà comporta scelte e assunzioni di responsabilità: preferisce essere felice (o illudersi di essere tale).

Tra la libertà e la felicità Giovanni Falcone scelse la prima. E pagò molto. E la sua vita è stata solo l’ultima cosa che ha dovuto sacrificare per portare avanti la sua lotta, per essere un vero antimafioso. Gliene dissero e gliene fecero di tutti i colori, subì valanghe di fango, tradimenti umani dolorosi, amarezze. Sopportò tutto. E non perché fosse un eroe, non era superman, era un uomo normale. Come ciascuno di noi aveva difetti e debolezze. La tendenza a mitizzarlo è la prima difesa degli inattivi che pensano di lavarsi la coscienza postulando una qualche superiorità fisica o morale: “Era un grande, nessuno mai come lui”.

No, ce ne sono tanti come lui, in potenza. Ma per pigrizia o per paura o per inconsapevolezza restano fiori ipotetici che non si daranno mai al mondo. Eppure sfioriranno anche loro, ma senza essere sbocciati. La mafia vince laddove i fiori decidono di non sbocciare. Per sbocciare, ci vuole coraggio. Falcone aveva coraggio. E il suo coraggio consisteva nel fare, molto semplicemente, il suo mestiere. Con onestà. E con la consapevolezza che per ogni fiore che non sboccia, non ci saranno altri semi che germoglieranno. Il modo migliore per ricordarlo è sbocciare. Tutti i giorni. 365 giorni l’anno.

E allora sbocciamo.