Questo è l’articolo scritto da Pierpaolo Farina, ideatore di WikiMafia, in occasione dell’uscita del numero speciale de “I Siciliani Giovani”, diretto da Riccardo Orioles, uscito oggi 5 giugno 2017.

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«Cosa diavolo c’entriamo noi con i Siciliani?» Proprio nulla, argomentavo io. Tutto, sosteneva l’altro. Ma noi siamo un’Enciclopedia, loro un mensile, noi non siamo giornalisti, insistevo. Ma di là, come al solito, trovai una determinazione e un’ostinazione che non si davano per vinte.

A distanza di quattro anni, aveva ragione l’altro. WikiMafia è nata per fare in ambito accademico-scientifico quello che in ambito giudiziario Rocco Chinnici aveva fatto con il pool antimafia: riorganizzare tutta la conoscenza sul fenomeno mafioso in un unico luogo accessibile a tutti, principalmente attraverso voci enciclopediche che approfondiscano e analizzino i personaggi, gli eventi, i processi, le dinamiche che hanno caratterizzato la storia delle mafie nel nostro paese.

Gratuita e libera come Wikipedia ma scientificamente controllata: perché ogni fonte è verificata al millimetro, ma soprattutto ogni voce è scritta in maniera chiara e semplice. A tutto questo abbiamo unito la forza dei social media, raggiungendo risultati di mobilitazione civile straordinari per una “semplice enciclopedia”: dal documentario su Pippo Fava di nuovo in prima serata su Rai3 nel trentennale dell’omicidio alla cittadinanza onoraria a Nino Di Matteo a Milano nel 2016.

Non ci limitiamo a fare i “monaci benedettini” dell’antimafia, chiusi nel nostro monastero: facciamo opinione, sradichiamo stereotipi, combattiamo quotidianamente quelle sacche di privilegio che fondano la propria sopravvivenza proprio nella mancanza di conoscenza. E lo facciamo anzitutto con lo studio, sottoponendo a continua revisione critica le nostre convinzioni ad ogni nuova indagine o comportamento che studiamo.

La lotta alla mafia non si fonda infatti su una scienza esatta. Ma chi ha fatto la differenza si è impadronito anzitutto di ogni ramo del sapere. Voi andreste mai in guerra senza conoscere il nemico? No. E allora perché chi si cimenta con questa lotta non dovrebbe avere il dovere morale di fare anzitutto un lavoro su se stesso prima di pretendere il cambiamento dagli altri? Max Weber una volta scrisse: «Moda o ambizione letteraria inducono oggi a credere di poter fare a meno dello specialista, o di poterlo ridurre ad un ruolo subalterno al servizio di chi “guarda, vede, intuisce”. Quasi tutte le scienze devono ai dilettanti qualcosa, ma il dilettantismo non può essere il principio della scienza: ne sarebbe la fine».

Ecco perché facciamo quello che facciamo. Antonio Gramsci sosteneva che la cultura è l’unico strumento che le masse hanno per ribellarsi ai padroni. Per questo le mafie temono più la scuola della giustizia, perché toglie loro da sotto i piedi quel terreno di coltura di cui già parlava Falcone che affonda le sue radici nella società e rappresenta la loro vera forza. Se c’è una cosa che li terrorizza è sapere che noi possiamo sapere. Che chi è un loro suddito scopra di poter diventare un cittadino, dove i favori tornano ad essere diritti.

Loro, che si vantano di essere monopolisti dell’informazione sui territori che controllano, sono terrorizzati da quella verità che nasce solo dalla produzione di conoscenza. Ecco perché noi, con i Siciliani, c’entriamo tutto. Non solo perché facciamo la stessa lotta ma soprattutto perché condividiamo lo stesso Spirito. Quello che porta ragazzi sempre più giovani ad appassionarsi allo studio del fenomeno mafioso, lo stesso spirito che ci sostiene nei momenti più bui, che ci fa immaginare un mondo diverso da quello in cui viviamo, dove la libertà non è una parola vuota sbandierata ai dibattiti politici in tv.

Quello stesso Spirito che ci rende una famiglia, dove a contare non è il sangue ma la convinzione profonda che alla fine di tutta questa storia vinceremo noi. E quella verità per cui il primo Direttore di questo giornale è morto. Lor Signori e i loro amici sono avvisati.