di Pierpaolo Farina

C’era una volta uno spettacolo teatrale nato un po’ per caso che conquistò la scena milanese con tre settimane di tutto esaurito, costringendo il prestigioso teatro che lo ospitava a repliche extra. Lo interpretavano attori di primo livello sulla base di un testo scritto da studenti universitari e uno liceale che mai prima di allora si erano cimentati in un lavoro del genere, ma avevano qualcosa da dire: NO.

Due lettere possono sembrare poco, eppure erano tutto fuorché banali, dal momento che non assumevano la forma del monosillabo tipico della contestazione giovanile fine a se stessa, bensì esprimevano quella sete e quel bisogno di giustizia e libertà che anima da secoli chi si ribella a ciò che non va.

Lo spettacolo parlava di mafia a Milano: dagli anni ’50, con i primi boss al soggiorno obbligato, fino alle indagini più recenti che avevano squarciato il muro dell’omertà sulla colonizzazione della ‘ndrangheta al Nord. Si parlava anche di Expo2015, dove le mafie non riuscirono a banchettare come volevano ma mangiarono lo stesso, come si vide dalle inchieste successive. Un pezzo di storia che restava nei libri, nei giornali e nelle tesi di laurea assurgeva a opera d’arte, grazie anche al lavoro di una giovane drammaturga che non so come facesse a essere sempre allegra e di un regista con il fischio di R2-D2 come suoneria del cellulare, mama come indirizzo email e anche un po’ di fatto.

Era nato tutto senza che nessuno di noi avesse la benché minima idea della piccola rivoluzione che stavamo compiendo, quando Nando dalla Chiesa ci disse nel luglio 2013 che il rettore della Statale voleva fare una serata antimafia al Piccolo di Milano, anche per far conoscere WikiMafia, dalla cui presentazione era rimasto colpito il 21 marzo precedente: ragazzi che nulla sapevano di teatro e professionisti del teatro che non sapevano nulla di mafia che in un anno a furia di frequentarsi finirono per realizzare il più grande spettacolo sulla mafia nel Nord Italia che avesse mai solcato le scene fino a quel momento.

Tra quelle parole c’era tutto l’amore e la passione di cui ciascuno di noi era capace, l’idea che raccontando il male si potesse dare vita al bene che si intravedeva tra le pieghe di quel racconto così terribile e alla fine prendeva possesso della scena. In WikiMafia lo facciamo tutti i giorni, da sette anni, ma sul palcoscenico, quel palcoscenico, era tutta un’altra storia.

Lì prendeva fisicamente forma la frase di Camus, quando disse che fu proprio nel bel mezzo dell’inverno che scoprì dentro di sé un’estate che non si dava per vinta.

E io dico no – ogni notte ha un’alba” andò in scena al Piccolo Teatro di Milano dal 3 al 21 dicembre 2014, con diverse repliche aggiuntive pomeridiane. In un paese normale uno spettacolo che fa il tutto esaurito per tre settimane costringendo a diverse repliche verrebbe ripetuto in tutti i teatri d’Italia.

Purtroppo non siamo un paese normale, come dicevamo nello spettacolo: difatti sono 5 anni che non solca le scene. Perché mai, chiedetelo al Piccolo Teatro: noi non lo abbiamo ancora capito.

In una città dove nemmeno cinque anni prima il sindaco della città sosteneva che la mafia non c’era e contemporaneamente Lea Garofalo veniva rapita e uccisa, riuscimmo a dare uno scossone inimmaginabile a un intero sistema.

Giorgio Strehler una volta scrisse che:

“Ogni popolo ha il governo che si merita. Ogni pubblico il teatro che, sulle tavole dei palcoscenici meglio lo realizza con i suoi gusti, i suoi problemi, le sue particolari degenerazioni.” […] A questo punto l’unico tentativo che la natura stessa del teatro ci dice realizzabile sarà quella di aprire finalmente le porte dei nostri teatri illustrati ancora da marmi e dorature barocche, sulle strade, sulle piazze, ovunque si agita l’umanità contemporanea, con i suoi drammi, i suoi problemi, i suoi gridi più veri, di fissare rigidamente la condizione per cui da ‘divertimento’ il teatro si trasformi ancora in altissima festa collettiva, libera, cosciente della sua funzione artistica e sociale.”

Noi, che di teatro non sapevamo niente, la sua funzione artistica e sociale la facemmo nostra. Cinque anni dopo, per fortuna, non ci resta solamente l’amarezza per come è finita ma il ricordo di quell’estate che ancora oggi non si dà per vinta e che è la vera eredità di tutto quello che abbiamo fatto e continuiamo a fare.

Perché alla fine, come diceva Elias Canetti, libertà è poter fermare tutto e dire NO.

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