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	<title>WikiMafia - Contributi dell&#039;utente [it]</title>
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	<subtitle>Contributi dell&amp;#039;utente</subtitle>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Trattativa_Stato-mafia&amp;diff=6351</id>
		<title>Trattativa Stato-mafia</title>
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		<updated>2018-02-13T17:35:40Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Francescab: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}[[Categoria:Rapporti tra Cosa Nostra e politica]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L&#039;iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia&amp;quot;.&amp;lt;ref&amp;gt; Nicola Pisano, Sentenza 9043/10 contro Francesco Tagliavia, II Corte d’Assise di Firenze, 5 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con il termine &#039;&#039;&#039;Trattativa Stato-Mafia&#039;&#039;&#039; si intende generalmente la negoziazione avvenuta tra alcuni rappresentanti delle istituzioni ed esponenti di [[Cosa Nostra]], con il fine ultimo da parte dello Stato di far cessare la stagione stragista e da parte di Cosa Nostra di ottenere alcuni benefici in relazione ad alcuni istituti giuridici: il carcere duro, la legge sui collaboratori di giustizia, la revisione dei processi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Antefatti ==&lt;br /&gt;
Il [[30 gennaio]] [[1992]] la Corte di Cassazione aveva confermato le condanne di primo grado del [[Maxiprocesso di Palermo]], mandando all&#039;ergastolo i principali boss di Cosa Nostra, tra cui [[Totò Riina]]. Fu a seguito di questa sentenza che la [[Commissione regionale (Cosa Nostra)|Commissione regionale]] di Cosa Nostra decise di iniziare la c.d. “&#039;&#039;stagione stragista&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nei primi giorni di febbraio l&#039;allora ministro [[Calogero Mannino]] confidò all&#039;amico Giuliano Guazzelli, maresciallo dei Carabinieri, &amp;quot;Ora o uccidono me, o uccidono Lima&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;Sandra Amurri, &amp;quot;Nel 1992 Mannino si salvò due volte&amp;quot;, il Fatto Quotidiano, 31 marzo 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;. L&#039;intuizione di Mannino fu profetica, perché il [[12 marzo]] 1992 alcuni sicari uccisero effettivamente [[Salvo Lima]], all&#039;epoca eurodeputato della DC e &amp;quot;vicerè&amp;quot; di [[Giulio Andreotti]] in Sicilia, con il duplice fine di vendicarsi di uno dei politici che aveva tradito la promessa di far saltare in Cassazione il Maxiprocesso e di lanciare un preciso messaggio all&#039;allora Presidente del Consiglio che aveva firmato un decreto-legge che riportava in carcere i boss scarcerati per decorrenza dei termini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il primo annuncio della stagione delle stragi ===&lt;br /&gt;
La mattina del [[6 marzo]] il giudice bolognese &#039;&#039;&#039;Leonardo Grassi&#039;&#039;&#039;, che si stava occupando delle stragi delliItalicus e della stazione di Bologna, ricevette una lettera da Elio Ciolini, il “&#039;&#039;depistatore&#039;&#039;” delle indagini della strage di Bologna. Il contenuto di tale lettera era il seguente:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Nuova strategia della tensione in Italia-periodo marzo-luglio 1992. Nel periodo marzo-luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone comuni in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale omicidio di esponente politico Psi, Pci, Dc, sequestro ed eventuale omicidio del presidente della Repubblica.&#039;&#039;”  &amp;lt;ref&amp;gt;Maurizio Torrealta, La Trattativa, Milano, BUR, 2010, p. 257&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il giudice Grassi inviò un&#039;informativa al ministro dell&#039;interno Vincenzo Scotti, che a sua volta informò tutti i prefetti pochi giorni dopo l&#039;omicidio Lima. Il [[16 marzo]] il capo della Polizia &#039;&#039;&#039;Vincenzo Parisi&#039;&#039;&#039; scrisse in una nota riservata che vi erano state minacce di morte al Presidente del Consiglio Andreotti e ai ministri Vizzini e Mannino&amp;lt;ref&amp;gt;Repubblica Inchieste, [http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/10/16/foto/l_allerta_del_viminale_temiamo_omicidi_politici-23321177/1/#1 &amp;quot;Il documento del Viminale: Temiamo omicidi politici&amp;quot;], 16 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[18 marzo]] il giudice Grassi ricevette un&#039;altra lettera da Ciolini in cui venne esplicitato un futuro attentato terroristico diretto ai vertici del Psi e a personaggi di rilievo. Il giudice lo stesso giorno mostrò ad alcuni ufficiali della Sezione anticrimine del Ros di Bologna un foglio di appunti con il seguente contenuto: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Strategia della tensione marzo-luglio ‘92&lt;br /&gt;
Matrice masso-politico-Mafia=Siderno Group Montreal&lt;br /&gt;
Cosa Nostra-Catania-Roma (DC-ANDREOTTI) -ANDREOTTI-VIA-D’ACQUISTO-LIMA&lt;br /&gt;
Sissan-&lt;br /&gt;
(…) &lt;br /&gt;
Protezione Dc via Mr D’ACQUISTO e LIMA-previsto futuro Presidenza ANDREOTTI-&lt;br /&gt;
Dc domanda voti alla Cupola per nuove elezioni.&lt;br /&gt;
Corrente Dc sinistra no d’accordo con voti Cupola. ANDREOTTI, secondo gli sviluppi della politica di sinistra e destra, poco reticente. Si giustifica LIMA per pressioni a ANDREOTTI.&lt;br /&gt;
È prevista anche, con l’accordo Psi, Repubblica Presidenziale ANDREOTTI. &lt;br /&gt;
Cupole-Pressione a ANDREOTTI nuovi sviluppi, indirizzo politico, leghe ecc, mette la situazione della mafia in Sicilia in difficoltà&lt;br /&gt;
Strategia&lt;br /&gt;
Creare intimidazione nei confronti di quei soggetti e Istituzioni stato affinchè non abbiano la volontà di farlo e distogliere l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Maurizio Torrealta, La trattiva, Milano, BUR, 2010 pp. 258-260&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il giorno dopo il ministro dell&#039;interno &#039;&#039;&#039;Vincenzo Scotti&#039;&#039;&#039; davanti alla Commissione Affari costituzionali del Senato affermò &amp;quot;&#039;&#039;nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo&#039;&#039;&amp;quot;, conquistandosi le prime pagine di tutti i giornali (“Allarme complotto in Italia” (Corriere), “Scotti grida al colpo di Stato” (Unità), “Lo Stato è in pericolo” (Repubblica)) ma Andreotti minimizzò derubricando l&#039;allarme a &amp;quot;&#039;&#039;una patacca&#039;&#039;&amp;quot;, mentre Bettino Craxi sostenne che parlare di &amp;quot;minaccia al sistema&amp;quot; fosse esagerato.&amp;lt;ref&amp;gt; Corriere della Sera, 20 marzo 1992 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il secondo annuncio delle stragi ===&lt;br /&gt;
Sempre il 19 marzo sull&#039;agenzia giornalistica &amp;quot;Repubblica&amp;quot; venne pubblicato un articolo intitolato “&#039;&#039;Un’ira per Lima? Sicilia come Singapore del Mediterraneo&#039;&#039;” in cui venne ipotizzato un disegno politico-eversivo mirante a far collassare il vecchio sistema e a far divenire Cosa Nostra uno stato vero e proprio attraverso l’autonomia regionale e amministrativa della regione Sicilia.&amp;lt;ref&amp;gt;Agenzia Giornalistica Repubblica, quotidiano politico economico finanziario, riservato agli abbonati, Anno XIII, n-65, 19 marzo 1992, riportato in Maurizio Torrealta, &#039;&#039;La Trattativa&#039;&#039;, Milano, BUR, 2010 p.634 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo un&#039;indagine della Dia il fondatore dell&#039;Agenzia aveva militato nell&#039;estrema destra, era legato al principe Borghese e fu coinvolto nella strage di Piazza Fontana. Inoltre nel 1993 vennero denunciati presunti finanziamenti da parte del Sisde proprio all&#039;Agenzia di stampa, smentiti da quest&#039;ultima. È quindi probabile che l&#039;Agenzia fosse a conoscenza di quanto stava per accadere grazie a notizie occulte, ma che non potesse rivelarle esplicitamente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due articoli pubblicati dall’Agenzia rispettivamente 48 e 24 ore prima della strage di Capaci, scritti da Vittorio Sbardella (leader della Dc laziale e vicino all&#039;onorevole Lima) anticiparono un “botto esterno” che avrebbe dovuto influire sulle elezioni del Presidente della Repubblica per bloccare la candidatura di Andreotti. È possibile ricondurre questo “botto esterno” alla strage di Capaci anche a seguito delle dichiarazioni di Giovanni Brusca e Vito Ciancimino:&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;Giovanni Brusca&#039;&#039;&#039;: “andando ad uccidere l’onorevole Lima in qualche modo per riflesso si andava ad additare l’onorevole Andreotti come mafioso. Con Salvatore Riina dicevamo quella frase poco felice, cioè: con una fava due piccioni, nel senso che avremmo ucciso da un lato il dottor Falcone e dall&#039;altro per effetto l&#039;onorevole Andreotti non sarebbe più stato eletto presidente della Repubblica” &amp;lt;ref&amp;gt; Ivi, p. 287&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;Vito Ciancimino&#039;&#039;&#039;: “l&#039;attentato in pregiudizio del dottor Falcone è stato pilotato per impedire l’elezione dell’onorevole Andreotti a presidente della Repubblica.”&amp;lt;ref&amp;gt; interrogatorio del 3 aprile 1998 davanti a pm Palermo, Firenze, Caltanissetta &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[24 aprile]] il governo presieduto da Andreotti cadde.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La figura di Mannino ===&lt;br /&gt;
Come già detto, tra i politici che temevano per la propria vita vi era il ministro democristiano Calogero Mannino, il quale aveva confidato al maresciallo Guazzelli di aver ricevuto a casa una corona di fiori e temeva di essere colpito insieme a Lima. Dopo la morte dell&#039;europarlamentare, Mannino confidò nuovamente al maresciallo: “il prossimo potrei essere io”.  In realtà chi fu assassinato da Cosa Nostra fu proprio il maresciallo Guazzelli il [[4 aprile]] 1992 sulla strada Agrigento-Porto Empedocle, con una sventagliata di mitra. Gli inquirenti sostennero che l&#039;omicidio del maresciallo fosse un avvertimento proprio a Mannino.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questi, tra l&#039;aprile e il maggio del 1992, incontrò informalmente il capo della polizia Vincenzo Parisi, [[Bruno Contrada]] e il capo del Ros [[Antonio Subranni]] per avviare un contatto con Cosa Nostra ed evitare ulteriori assassinii tra gli uomini dello stato&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.repubblica.it/politica/2012/06/22/news/quando_il_palazzo_tremava_per_le_bombe_di_cosa_nostra-37702893/ Attilio Bolzoni, Quando il Palazzo tremava per le bombe di Cosa Nostra, la Repubblica, 22 giugno 2012]&amp;lt;/ref&amp;gt;. Nel maggio del 1992 inoltre in una lettera anonima del c.d. Corvo 2 si parlò di un presunto incontro avvenuto tra Mannino e Riina stesso in una chiesa a San Giuseppe Jato, ma la circostanza non è mai stata confermata in alcuna sede giudiziaria. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La posizione di Mannino nell&#039;ambito della trattativa assunse tratti ancora più inquietanti quando il [[21 dicembre]] [[2011]] una giornalista de &amp;quot;il Fatto Quotidiano&amp;quot;, Sandra Amurri, ascoltò per caso tale affermazione di Mannino rivolta all&#039;europarlamentare del Pdl Giuseppe Gargani: &amp;quot;&#039;&#039;Hai capito, &#039;&#039;&#039;questa volta ci fottono&#039;&#039;&#039;, questa volta ci incastrano. A Palermo hanno capito tutto. Perché quel cretino del figlio di Ciancimino ha raccontato tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Glielo devi dire a Ciriaco de Mita, dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione, perché lui ora i magistrati lo sentiranno.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/10/mannino-fuorionda-sulla-trattativa-hanno-capito-tutto-stavolta-fottono/196466/ Sandra Amurri, Mannino, “fuorionda” sulla trattativa: “Hanno capito tutto, stavolta ci fottono”, il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2012]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La strage di Capaci e la mancata elezione di Andreotti al Quirinale === &lt;br /&gt;
* Per approfondire, vedi [[Strage di Capaci]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[23 maggio]] alle 17:58 500 kg di tritolo uccisero [[Giovanni Falcone]], sua moglie [[Francesca Morvillo]] e gli agenti di scorta [[Antonio Montinaro]], [[Rocco Dicillo]] e [[Vito Schifani]]. Due giorni dopo &#039;&#039;&#039;Oscar Luigi Scalfaro&#039;&#039;&#039; venne eletto Presidente della Repubblica, al posto di Giulio Andreotti, confermando la tesi, avallata da alcuni pentiti, secondo cui la strage di Capaci avesse come fine trasversale quello di bloccare proprio l&#039;elezione del sette volte Presidente del Consiglio ai vertici dello Stato italiano.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[28 maggio]] il ministro dell&#039;Interno Vincenzo Scotti candidò [[Paolo Borsellino]] a capo della Direzione Nazionale Antimafia, dicendosi disponibile a riaprire i termini del concorso per il posto a cui aveva fatto domanda Falcone prima di morire. L&#039;ipotesi fu rifiutata subito dal diretto interessato, che in una lettera al ministro scrisse: “&#039;&#039;La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento.&#039;&#039;” Il giudice rinunciò alla candidatura temendo di venir accusato di aver fatto carriera sulla morte di Falcone, affermando che tale situazione fosse “&#039;&#039;come un osso gettato davanti ai cani.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in Enrico Deaglio, &#039;&#039;Il vile agguato&#039;&#039;, Feltrinelli, 2012&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== La prima trattativa: Paolo Bellini, la primula nera ==&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Paolo Bellini&#039;&#039;&#039;, ex militante di Avanguardia Nazionale, coinvolto nella strage di Bologna e vicino ai Servizi segreti, rappresenta &#039;&#039;&#039;la prima traccia di una trattativa tra uomini dello Stato e Cosa Nostra&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;La vicenda Bellini è raccontata nel dettaglio in Maurizio Torrealta, La Trattativa, Milano, BUR, 2012, p. 377 e ss.&amp;lt;/ref&amp;gt;. Egli fu detenuto nel carcere di Sciacca intorno al 1981 e proprio nel carcere di Sciacca conobbe Antonino Gioè, con cui ebbe un&#039;assidua frequentazione. L&#039;interesse di Bellini per le opere d&#039;arte era tale che nel 1991 venne contattato anche dall&#039;ispettore Procaccia della Questura di Reggio Calabria per ritrovare alcuni quadri rubati alla Pinacoteca di Modena, per i quali chiese aiuto proprio a Gioè, facendo intendere che i quadri fossero in possesso della [[Mala del Brenta]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tra il marzo-aprile del 1992 Bellini conobbe il maresciallo &#039;&#039;&#039;Roberto Tempesta&#039;&#039;&#039;, del Nucleo tutela del patrimonio artistico, anch&#039;egli interessato alle opere della Pinacoteca di Modena. Bellini gli fece intendere di avere conoscenze in Sicilia e di poter infiltrarsi nella mafia siciliana per recuperare le opere. I contatti ripresero nei mesi successivi, durante i quali il maresciallo Tempesta diede a Bellini una busta gialla contenente le fotografie delle opere. Bellini contattò quindi Gioè, consegnandogli la suddetta busta ma quest’ultimo gli disse che per le opere di Modena non avrebbe potuto fare niente, ma che sarebbe stato in grado di recuperare opere di valore maggiore rispetto a tali quadri. In cambio chiese però dei &#039;&#039;&#039;benefici per alcuni detenuti&#039;&#039;&#039;, consegnando a Bellini le foto di opere più importanti e un biglietto nel quale erano segnati i nomi di alcuni soggetti per i quali chiese benefici. (alcuni di questi nomi: [[Luciano Leggio]], [[Pippò Calò]], [[Bernardo Brusca]]). Inoltre nei successivi incontri che avvennero tra Bellini e Gioè si ipotizzò di compiere attentati a monumenti di grande valore artistico, come la torre di Pisa proprio per trattare sul regime del carcere duro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[12 agosto]] Bellini e il maresciallo Tempesta si incontrarono nuovamente e il Bellini gli consegnò il “&#039;&#039;piccolo papello&#039;&#039;” di Gioè. Il maresciallo disse però che non sarebbe stato in grado di gestire la trattativa da solo e che avrebbe sentito “altri personaggi”. Il [[25 agosto]] Tempesta si recò quindi dal colonnello [[Mario Mori]], comandante del Ros, dicendogli di essere entrato in contatto con questo soggetto come fonte informativa e gli consegnò il bigliettino contenente i nomi dei cinque mafiosi per i quali ottenere gli arresti domiciliari o il ricovero ospedaliero. Il colonnello Mori disse subito che l&#039;ipotesi era impraticabile poiché questi soggetti rappresentavano il “&#039;&#039;ghota della mafia&#039;&#039;” e sarebbe stato impossibile scarcerarli ma comunque di mantenere i rapporti con Bellini. Tempesta rimase in contatto con Bellini e nel settembre del 1992 venne a sapere che quest’ultimo non era stato contattato da alcuno e solo successivamente seppe che la proposta era stata ritenuta impraticabile. Il [[24 maggio]] [[1993]] Bellini venne arrestato per ricettazione di mobili e oggetti d’antiquariato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Le dichiarazioni di Giovanni Brusca ===&lt;br /&gt;
[[Giovanni Brusca]] nel marzo-aprile del 1992 venne contattato da Antonino Gioè, il quale gli disse di essere stato avvicinato da Bellini, interessato al recupero di opere d’arte e in contatto con alcuni uomini dello Stato attraverso i quali sarebbe stato possibile ottenere benefici. Brusca quindi si attivò per recuperare gli oggetti d&#039;arte utilizzabili come “merce di scambio” e contestualmente contattò [[Salvatore Riina]], il quale gli diede un bigliettino con alcuni nomi di detenuti. È proprio su tali nomi che c’è divergenza tra le varie deposizioni: secondo Brusca infatti i nomi ivi contenuti erano anche quelli di Giuseppe Gambino, Bernardo Brusca e Giovan Battista Pullarà. Soltanto in relazione a Gambino e Brusca venne ipotizzata la possibilità di ottenere benefici. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il suicido di Antonino Gioè ===&lt;br /&gt;
Il [[19 marzo]] 1993 la Direzione Investigativa Antimafia arrestò Antonino Gioè e [[Gioacchino La Barbera]] nel covo di via Ughetti 17 a Palermo. Il [[29 luglio]] Gioè venne trovato impiccato a una finestra dagli agenti di sorveglianza del carcere. Gioè nella sua cella ha lasciato una lettera rivolta agli uomini dello Stato, in cui venne citato per la prima volta Bellini:&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;(…) dimenticavo di dire che mio fratello Mario nell’andare a tentare di recuperare un credito ha consegnato al creditore una tessera dello stesso creditore il che adesso mi rendo conto che quest’ultimo fosse un infiltrato: mio fratello non lo ha incontrato e il figlio ha detto che il padre era ricercato. Supponendo che il signor Bellini fosse un infiltrato sarò lui stesso a darvi conferma di quanto sto scrivendo.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt; Maurizio Torrealta, La trattativa, Milano,BUR, 2010 p.380 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== La seconda trattativa: Mori-Ciancimino ==&lt;br /&gt;
Il [[30 maggio]] 1992 [[Massimo Ciancimino]], figlio di [[Vito Ciancimino|Vito]], incontrò casualmente sul volo Roma-Palermo il capitano del Ros [[Giuseppe De Donno]], il quale gli chiese di poter incontrare il padre per discutere di un possibile accordo riguardante alcuni benefici per i mafiosi detenuti. L&#039;ex-sindaco di Palermo nei primi giorni del giugno 1992 contattò [[Bernardo Provenzano]] per riferire dell&#039;avvicinamento, il quale gli diede il consenso per porsi da mediatore tra i Carabinieri e Riina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nello stesso periodo, mentre il ministro di Grazia e Giustizia Martelli l&#039;[[8 giugno]] 1992 faceva approvare un decreto che inaspriva il carcere per i mafiosi, De Donno incontrava Vito Ciancimino in compagnia del generale Mario Mori nella seconda settimana di giugno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 giugno]] Riina, venuto a conoscenza dell’incontro, disse a Brusca testuali parole: “&#039;&#039;si sono fatti sotto&#039;&#039;” e preparò il c.d. &#039;&#039;papello&#039;&#039;, cioè le richieste di Cosa Nostra allo Stato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[23 giugno]] De Donno iniziò a cercare le coperture istituzionali e informò dell&#039;incontro avvenuto con Ciancimino Liliana Ferrario, direttrice degli affari penali del ministero di giustizia, la quale ne diede notizia al ministro Martelli. Il [[25 giugno]] De Donno in compagnia di Mario Mori incontrò [[Paolo Borsellino]] con il quale parlarono soltanto del rapporto mafia e appalti senza far alcun accenno all&#039;incontro avvenuto con Ciancimino&amp;lt;ref&amp;gt;Torrealta, op.cit., p. 425&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sera stessa Borsellino durante l’ultimo convegno in pubblico affermò: “&#039;&#039;In questo momento io, oltre che magistrato sono testimone. Sono testimone perché avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto come amico di Giovanni tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico, anche delle opinioni e delle convinzioni che io mi sono fatto raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all&#039;autorità giudiziaria, che è l&#039;unica in grado valutare quando queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell&#039;evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell&#039;immediatezza di questa tragedia ha fatto pensare a me , e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita&#039;&#039;&amp;quot;.&amp;lt;ref&amp;gt;Il video è disponibile [https://www.youtube.com/watch?v=dqUSYwhmKCw su youtube]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Prima della strage di via D’Amelio ===&lt;br /&gt;
Il [[28 giugno]] si insediò il nuovo governo presieduto da &#039;&#039;&#039;Giuliano Amato&#039;&#039;&#039;. Il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti venne spostato agli Esteri, mentre [[Nicola Mancino]] lo sostituì al vertice del Viminale. Quest’ultimo disse di aver pregato il ministro Scotti di rimanere agli Interni ma venne smentito dallo stesso Scotti il quale affermò di “&#039;&#039;essere andato a dormire da Ministro dell’Interno e di essersi svegliato Ministro degli Esteri&#039;&#039;”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti venne interrogato nel corso del processo per la strage di via D’Amelio e in particolare gli fu chiesto come mai fosse uscito da un governo come ministro degli Interni per entrare in un nuovo governo come ministro degli Esteri. In risposta l&#039;ex-ministro fece un sorriso indecifrabile, come se non potesse rispondere in maniera chiara alla domanda. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[29 giugno]] Liliana Ferrario informò Borsellino, all&#039;aeroporto di Fiumicino, dell’incontro avvenuto tra Mori e Ciancimino e il magistrato disse che ci avrebbe pensato lui. Pochi giorni dopo lo stesso Borsellino però scoppiò in lacrime davanti a due giovani giudici, Massimo Russo e Alessandra Camassa, dicendo che un amico lo aveva tradito. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[1° luglio]] mentre Borsellino stava interrogando il mafioso [[Gaspare Mutolo]] alla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, venne convocato al Viminale dove si stava insediando il nuovo ministro Mancino. Al ritorno il giudice parve visibilmente scosso, tanto che il pentito affermò che fumava due sigarette insieme. Il suo stato d’animo era dovuto all&#039;incontro con [[Bruno Contrada]], numero due del Sisde, il quale gli aveva fatto una battuta sul pentimento di Mutolo, informazione quest’ultima che sarebbe dovuta essere segreta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Queste le dichiarazioni di Mutolo: “&#039;&#039;[…] Quindi manca qualche ora, 40 minuti, cioè all’incirca un’ora e mi ricordo che quando è venuto è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io insomma non sapendo che cosa…Dottore, ma che cosa ha? E molto lui preoccupato e serio, mi fa che, viceversa del ministro si è incontrato con il dottor Parisi e il dottor Contrada…mi dice di scrivere di mettere a verbale quello che gli avevo detto oralmente, cioè che il dottor Contrada diciamo era colluso con la mafia, che il giudice Signorino diciamo, era amico dei mafiosi…amico…insomma che tutto quel che sapeva gli diceva, ci ho detto guardi noi più di questo non possiamo verbalizzare niente, perché ci dissi io, io…insomma a me mi ammazzano e quindi a me interessa che prima io verbalizzo tutto quello che concerne l’organigramma mafioso. […] l’ultima sera che ci lasciamo con il dottor Borsellino è stato, mi sembra, il venerdì, dopo due giorni il giudice…salta in aria.&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt; udienza del 21 febbraio 1996 per il processo per la strage di via D’Amelio&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sera stessa il giudice Borsellino confidò alla moglie di aver respirato “aria di morte”&amp;lt;ref&amp;gt;La circostanza fu riferita nella puntata del 6 dicembre 2012 da Agnese Borsellino, quando chiese all&#039;ex-ministro degli Interni Nicola Mancino: &amp;quot;&#039;&#039;Perché Paolo rientrato la sera di quello stesso giorno da Roma, mi disse che aveva respirato aria di morte?&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il “papello” ===&lt;br /&gt;
Durante la prima settimana di luglio Totò Riina fece arrivare nelle mani di Vito Ciancimino le richieste che avrebbe dovuto presentare alle istituzioni. Il foglio era composto da 12 punti, che Ciancimino giudicò subito impresentabili. Il foglio, mostrato da Massimo Ciancimino, conteneva tali punti:&lt;br /&gt;
# Revisione sentenza Maxiprocesso&lt;br /&gt;
# Annullamento decreto legge 41-bis&lt;br /&gt;
# Revisione legge Rognoni-La Torre&lt;br /&gt;
# Riforma legge pentiti&lt;br /&gt;
# Riconoscimento benefici ai dissociati brigate rosse per condannati di mafia&lt;br /&gt;
# Arresti domiciliari dopo i 70 anni di età&lt;br /&gt;
# Chiusura supercarceri&lt;br /&gt;
# Carcerazione vicino le case dei familiari&lt;br /&gt;
# Niente censura posta familiari&lt;br /&gt;
# Misure prevenzione sequestro non fattibile&lt;br /&gt;
# Arresto solo flagranza di reato&lt;br /&gt;
# Levare tasse carburanti come Aosta&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In fondo all&#039;elenco l&#039;annotazione: Consegnato spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori dei Ros. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 13 luglio 1992 Ciancimino mostrò il suddetto papello ai carabinieri, i quali giudicarono le richieste irricevibili. Alle proposte di Riina Vito Ciancimino contrappose un altro elenco con richieste considerate più ragionevoli: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;allegati per mittente&lt;br /&gt;
Mancino Rognoni&lt;br /&gt;
Ministro Guardasigilli Giustizia&lt;br /&gt;
Abolizione 416 bis&lt;br /&gt;
Strasburgo Maxi processo&lt;br /&gt;
Sud Partito&lt;br /&gt;
Riforma Giustizia alla americana&lt;br /&gt;
Sistema elettivo con persone superiori ai 50 anni indipendentemente dal titolo di studio: (es. Leonardo Sciascia)&lt;br /&gt;
Abolizione carcere preventivo se non in flagranza di reato (in questo caso rito direttissimo)&lt;br /&gt;
Abolizione monopolio tabacchi (controllo stupefacenti non…)&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo documento, come si evince, ha un carattere più politico e le richieste sembrano rivolte ad un soggetto più largo, cioè un nuovo soggetto politico in grado di gestire meglio la trattativa con Cosa Nostra. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== La strage di via d’Amelio ==&lt;br /&gt;
* Per approfondire vedi [[Strage di Via d&#039;Amelio]]&lt;br /&gt;
Il [[19 luglio]] alle 16:58 ci fu una violentissima esplosione in via Mariano D’Amelio a Palermo che provocò la morte del giudice [[Paolo Borsellino]] e degli agenti di scorta [[Claudio Traina]], [[Emanuela Loi]], [[Agostino Catalano]], [[Vincenzo Li Muli]] e [[Eddie Walter Cosina]]. La bomba, 90 kg di tritolo, era collocata nel vano di un&#039;auto (una Fiat 126 rossa rubata il 10 luglio 1992) utilizzata come autobomba. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
4.1 L’arresto di Vincenzo Scarantino &lt;br /&gt;
Il 26 settembre 1992 venne arrestato Vincenzo Scarantino accusato di strage e furto aggravato. Tra il giugno e l’agosto del 1993 le dichiarazioni rese da Francesco Andriotta, compagno di cella di Scarantino, confermarono che Scarantino aveva rubato la Fiat 126 per ordine di Giuseppe Orfino, titolare di una carrozzeria in cui un’altra Fiat 126 intestata ad una donna, era stata lasciata per riparazioni. Sulla base di questi elementi e sulle dichiarazioni di Scarantino stesso che il 24 giugno 1994 iniziò a collaborare, vennero rinviati a giudizio Scarantino, Giuseppe Orfino, Salvatore Profeta e Pietro Scotto. &lt;br /&gt;
Il 26 gennaio 1996 la Corte d’assise condannò all’ergastolo Salvatore Profeta, Giuseppe Orfino e Pietro Scotto e a 18 anni di reclusione Vincenzo Scarantino. &lt;br /&gt;
La collaborazione di Scarantino fu però molto travagliata, poiché nel 1998 egli in aula ritrattò, dicendo di aver accusato solo innocenti e di essersi inventato tutto perché spinto da magistrati ed investigatori. &lt;br /&gt;
Il 1 febbraio 2002 nel corso del processo di appello detto Borsellino-bis Scarantino cambiò nuovamente versione, affermando di ritrattare perché lo avevano minacciato e che la verità era quella raccontata nel primo processo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
4.2 La testimonianza di Gaspare Spatuzza &lt;br /&gt;
Il 26 giugno 2008 Gaspare Spatuzza raccontò di essere stato proprio lui stesso a rubare la Fiat 126 usata come autobomba, sottolineando come i freni di quest’ultima fossero consumati e che aveva provveduto egli stesso a farli sistemare. Questo dettaglio, apparentemente irrilevante, ebbe grande importanza poiché i freni dell’autobomba di via d’Amelio erano nuovi e provarono quindi la versione del pentito. &lt;br /&gt;
Venne dunque organizzato un confronto tra Gaspare Spatuzza e Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura (autoaccusatosi del furto della macchina). Quest’ultimo ammise di essersi inventato tutto su pressione di poliziotti e scoppiò a piangere e anche Scarantino chiese di interrompere il confronto. &lt;br /&gt;
La versione raccontata da Spatuzza risultò quindi attendibile. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
5. La seconda fase della trattativa&lt;br /&gt;
Dalla consegna del papello iniziò la seconda fase della trattativa, il cui obiettivo era mutato: dalla cattura dei superlatitanti a quella di Totò Riina. &lt;br /&gt;
Alla fine di agosto ci fu un ulteriore incontro tra Vito Ciancimino e i carabinieri del Ros durante il quale vennero consegnate delle mappe della zona di Palermo-Monreale fino all’area di Passo di Rignano da parte dei Carabinieri a Ciancimino affinchè indicasse dove fosse il covo di Riina. Tali cartine topografiche vennero a loro volta consegnate a Bernardo Provenzano, intorno a novembre del 1992, il quale fece dei segni in corrispondenza della residenza di Riina. &lt;br /&gt;
Contemporaneamente il 12 dicembre 1992 il ministro Mancino in un articolo sul Corriere della Sera considerò la cattura del superlatitante “obiettivo concretamente perseguibile”. &amp;lt;ref&amp;gt;  &lt;br /&gt;
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/12/12/una-cupola-parallela-nelle-mani-del.html?ref=search &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 19 dicembre 1992 Vito Ciancimino venne arrestato inaspettatamente, forse perché chiese un passaporto valido per l’espatrio. &lt;br /&gt;
Quando Vito Ciancimino fu arrestato, egli ebbe la consapevolezza di essere stato tradito e di essere stato soltanto uno strumento per giungere alla cattura di Riina. La trattativa avrebbe continuato con Bernardo Provenzano senza di lui. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
5.1 L’arresto di Riina e la mancata perquisizione del covo&lt;br /&gt;
L’8 gennaio 1993 venne arrestato Baldassare Di Maggio, autista di Totò Riina, il quale diede importanti &lt;br /&gt;
informazioni al generale dei carabinieri Francesco Delfino, utili alla cattura di Riina. Grazie alle rivelazioni dell’autista Riina venne catturato il 15 gennaio 1993 dal Capitano Ultimo. Il covo di Riina non venne perquisito immediatamente dopo l’arresto, e le riprese furono interrotte dal Ros alle 16 dello stesso giorno. Soltanto il 30 gennaio 1993 venne comunicato ai magistrati che l’attività di controllo fu interrotta poche ore dopo l’arresto. &lt;br /&gt;
Il 1 febbraio scattò la perquisizione ma era ormai troppo tardi: il covo era stato ripulito totalmente, con i mobili ammassati in una stanza e le pareti imbiancate. &lt;br /&gt;
Con l’arresto di Riina si aprì una terza fase della trattativa Stato-mafia con nuovi interlocutori e mediatori: Bernardo Provenzano e Marcello Dell’Utri.&lt;br /&gt;
Il 10 febbraio 1993 il Ministro Martelli si dimise dall’incarico di Ministro della Giustizia e venne sostituito da Giovanni Conso, scelto personalmente da Luigi Scalfaro. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
6. Le indagini sui movimenti leghisti meridionali &lt;br /&gt;
Il 4 dicembre 1992 la Commissione antimafia, presieduta da Luciano Violante, interrogò Leonardo Messina in una località segreta. Leonardo Messina, detto Narduzzo, uomo d’onore nel 1980 e capodecina del mandamento in un paese vicino a Caltanissetta, San Cataldo, iniziò a collaborare con la giustizia nel giugno del 1992. &lt;br /&gt;
Secondo il racconto del pentito, Cosa Nostra aveva come scopo quello di ottenere uno Stato proprio, attraverso un progetto separatista della Sicilia. Le spinte separatiste erano sostenute oltre che dalla massoneria, anche da settori delle istituzioni, dell’imprenditoria e della politica. (“forze esterne” o ancora “formazioni nuove”) La Sicilia indipendente, staccata dal resto d’Italia sarebbe diventata lo Stato di Cosa Nostra. In particolare queste ultime parole di Messina sono inquietanti: “Oggi possono arrivare al potere (Cosa Nostra) senza fare un colpo di stato”, e ancora “Cosa Nostra appoggerà una forza politica siciliana con un nome nuovo”. &lt;br /&gt;
In un successivo interrogatorio, reso il 6 febbraio 1996 davanti alla Procura di Palermo, Leonardo Messina precisò le sue affermazioni, dichiarando che Provenzano, Riina, Madonia e Santapaola tra l’agosto del 1991 e l’inizio del 1992 discussero di un progetto politico volto a dividere l’Italia in tre Stati: uno del Nord uno del Centro e uno del Sud. Coinvolti erano non solo esponenti della criminalità organizzata ma anche politica, massoneria e potenze straniere.&lt;br /&gt;
Secondo altri collaboratori di giustizia non solo siciliani ma anche calabresi e pugliesi, fin dal 1991 fu messo in moto un progetto politico-criminale tra Cosa Nostra, altre organizzazioni mafiose e ambienti della massoneria deviata con lo scopo di eliminare i vecchi referenti politici e creare le condizioni per la nascita di un nuovo soggetto politico, anche attraverso azioni terroristiche. &lt;br /&gt;
Le investigazioni della Dia successive alle dichiarazioni di Messina portarono ad individuare il ruolo trainante di massoneria deviata tra cui Licio Gelli (Gran maestro della loggia massonica P2) e della destra eversiva come Stefano Delle Chiaie (estremista di destra capo di Avanguardia Nazionale) nella nascita delle Leghe meridionali.&lt;br /&gt;
Secondo le informative della Dia del 3 giugno 1997 e del 31 gennaio 1998, nel 1991 nacquero i movimenti leghisti legati a Licio Gelli: &lt;br /&gt;
-	Lega italiana del 7 maggio 1991&lt;br /&gt;
-	Lega italiana-Lega delle leghe fondata il 31 gennaio 1992&lt;br /&gt;
-	Lega Italia del marzo 1993&lt;br /&gt;
-	Vari movimenti leghisti nelle regioni centrali e meridionali in particolare Lega meridionale Centro-Sud-Isole fondata 27 giugno 1989&lt;br /&gt;
-	Sicilia Libera nata nel 1993  &lt;br /&gt;
&amp;lt;ref&amp;gt; informative n 17959/97 del 3 giugno 1997 e n 3815/98 del 31 gennaio 1998 e allegati &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In particolare le dichiarazioni di Tullio Cannella, rese il 28 maggio 1997, mettono in luce come il movimento secessionista Sicilia Libera facesse parte di una strategia politica più ampia che avrebbe costituito la soluzione finale per tutti i problemi di Cosa Nostra. &lt;br /&gt;
Queste le dichiarazioni: “il movimento Sicilia Libera era solo uno dei movimenti di una complessa strategia politica e criminale della quale sono stato messo al corrente da Bagarella” e poi ancora “le stragi al Nord erano finalizzate a distrarre l’attenzione dal problema di Cosa Nostra in Sicilia, a creare un clima più propizio per addivenire in quel momento in tempi più brevi alla separazione dell’Italia fra Nord e Sud.” &amp;lt;ref&amp;gt; Maurizio Torrealta, La Trattativa, BUR, 2010 p.358-359 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
Un altro collaboratore di giustizia, Massimo Pizza, facente parte del mondo della finanza e legato alla criminalità organizzata, durante un interrogatorio del 25 luglio 1996 dichiarò: “la Lega Meridionale è la longa manus di Cosa Nostra e deve attuare un progetto di rivoluzione politica, ispirato da Licio Gelli, che sarebbe sfociato in una nuova forma di Stato. Tale progetto si articolava in tre fasi: 1) una fase di infiltrazione nelle istituzioni e in particolare nell’arma dei Carabinieri e della Polizia 2) una seconda fase consistente nella delegittimazione della classe politica e della magistratura 3) una terza fase militare. “ &amp;lt;ref&amp;gt; Maurizio Torrealta, La Trattativa, BUR, 2010 p.314-315 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
Pizza affermò inoltre il coinvolgimento non solo di Licio Gelli ma anche del Senatore Andreotti, che in un primo tempo aveva appoggiato il progetto e successivamente si era tirato indietro. Da ciò si potrebbe ipotizzare anche una nuova lettura dell’omicidio Lima, e cioè quella di una pressione su Andreotti attraverso l’omicidio, per aver ancora una volta tradito il sistema criminale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
7. La stagione stragista&lt;br /&gt;
7.1 La tentata strage di Via Fauro&lt;br /&gt;
Il 14 maggio 1993 alle 21,35 a Roma avvenne una potente esplosione tra Via Fauro e Via Boccioni. L’esplosione provocò il danneggiamento degli edifici, alcuni feriti ma nessuna vittima. L’obiettivo dell’attentato era Maurizio Costanzo a causa del suo impegno giornalistico contro la mafia. &lt;br /&gt;
Un’altra interpretazione avvallata fu che l’obiettivo non era il giornalista ma piuttosto un funzionario dei servizi civili, Lorenzo Narracci, che abitava in via Fauro e il cui nome fu rinvenuto nel luogo dell’attentato di Capaci.&lt;br /&gt;
7.2 La strage di via dei Georgofili a Firenze&lt;br /&gt;
Il 27 maggio 1993 qualche minuto dopo l’una di notte in via dei Georgofili a Firenze ci fu una violentissima esplosione che provocò la morte di cinque persone, il ferimento di circa trenta, il crollo della Torre dei Pulci, sede dell’accademia dei Georgofili e il danneggiamento della galleria degli Uffizi. &lt;br /&gt;
L’ipotesi che l’obiettivo non fosse un monumento o la galleria degli Uffizi venne avvallata durante il dibattimento per la strage, il 28 novembre 1996, durante il quale si ipotizzò che l’obiettivo fosse la stessa Accademia dei Georgofili, luogo di ritrovo di uomini politici di rilievo. Nel consiglio accademico erano presenti nomi di personaggi illustri, tra cui il Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Inoltre l’accademia poteva contare di un certo numero di membri autorevoli del Grande Oriente d’Italia, loggia massonica, segno di una connivenza tra ambienti piduisti e mafia. &lt;br /&gt;
Il 4 giugno 1993 Nicolò Amato venne dimesso dalla guida del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dimostratosi negli ultimi mesi particolarmente intransigente sull’applicazione del 41 bis. Al suo posto venne nominato, su pressione del presidente Oscar Luigi Scalfaro, Adalberto Capriotti, un anziano magistrato di Trento con nessuna competenza nel settore carcerario. &lt;br /&gt;
Il 29 giugno 1993 nacque Forza Italia, i cui fondatori erano oltre a Silvio Berlusconi anche Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. &lt;br /&gt;
7.3 La strage di Via Palestro a Milano&lt;br /&gt;
Il 27 luglio 1993 verso le 23:00 esplose un’autobomba in Via Palestro a Milano, provando la morte di cinque persone e il ferimento di altre sei. L&#039;onda d&#039;urto dell&#039;esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti, distrusse il muro del Padiglione d&#039;Arte Contemporanea e danneggiò la vicina Galleria d&#039;Arte Moderna. La deflagrazione provocò, nella notte, verso le 4 e mezzo del mattino, un&#039;altra esplosione dovuta alla rottura di una tubatura sotterranea del gas, che provocò ulteriori danni al Padiglione, alle opere d&#039;arte al suo interno e anche alla vicina Villa Reale.&lt;br /&gt;
Intorno alla strage di Milano le dichiarazioni di Gioacchino Pennino, uomo d’onore e uomo politico della Dc, misero in luce un particolare non irrilevante: al numero 6 di via Palestro si trovava il Centro europeo di comunicazione, una società di pubbliche relazioni collegata alla nuova obbedienza massonica fondata da Giuliano Di Bernardo. L’ipotesi che le bombe erano collocate in luoghi mirati e predefiniti e che avessero molteplici obiettivi risulta ancora più evidente. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
7.4 La strage di piazza S.Giovanni in Laterano a Roma&lt;br /&gt;
Pochi minuti dopo la bomba di Milano, alle ore 0.03 del 28 luglio 1993 scoppiò un’altra bomba a Roma in piazza S.Giovanni in Laterano. L’esplosione provocò danni ai palazzi circostanti ma miracolosamente non fece vittime. &lt;br /&gt;
L’autobomba esplose davanti alla Caritas, nella sede del Vicariato, luogo che ha coordinato le spedizioni di Solidarnosc, sindacato fondato in Polonia intorno agli anni Ottanta di matrice cattolica e anticomunista. &lt;br /&gt;
Secondo le dichiarazioni rese da Tullio Cannella il 25 giugno 1997 davanti alla Corte d’assise di Firenze, l’ideazione delle stragi fu basata su un piano preventivamente stabilito tra uomini d’onore e ambienti economico, politico e massonico. “Bagarella mi disse: è molto facile caro Tullio, che tutta viene scaricata la responsabilità su Salvatore Riina o su di me. Mentre altri hanno questa responsabilità.” &amp;lt;ref&amp;gt; Maurizio Torrealta, La Trattativa, BUR, 2010 pag 556 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
7.5 L’autobomba alla chiesa di S.Giorgio al Velabro a Roma&lt;br /&gt;
Cinque minuti dopo la bomba di piazza S.Giovanni, ne scoppiò un’altra alle 0.08 in via Velabro a Roma. Fu la terza autobomba scoppiata durante quella notte. La deflagrazione provocò gravi danni alla chiesa di S.Velabro e alcuni feriti ma in maniera non grave. &lt;br /&gt;
Varie ipotesi furono fatte riguardo tale bomba, tra cui quella che sottolinea come in tale chiesa si riunissero usualmente gli aderenti al Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio, un ordine cavalleresco vicino alla Chiesa Cattolica e a cui aderivano numerosi personaggi nobiliari e con incarichi ufficiali. &lt;br /&gt;
Merita sottolineare anche il fatto che per l’esecuzione delle stragi c’era stata la necessità di movimentare ingenti somme di denaro per mezzo di un bancario addetto ad un’agenzia siciliana. Tutto ciò sembra alludere a giochi di potere tra lobby, massoneria e criminalità organizzata. &lt;br /&gt;
Ancora più allarmante fu quello che avvenne immediatamente dopo l’esplosione delle bombe e cioè che si verificò un misterioso guasto al centralino di Palazzo Chigi. I telefoni della presidenza del consiglio rimasero isolati per due ore, dalle 0.22 fino alle 3.02 del 28 luglio. &lt;br /&gt;
La mattina seguente il prefetto Angelo Finocchiaro rassegnò le dimissioni dalla direzione del Sisde e al suo posto venne nominato il prefetto Domenico Salazar.&lt;br /&gt;
Mentre l’offensiva stragista di Cosa Nostra raggiungeva il culmine, la risposta dello Stato fu alquanto morbida. Nel novembre del 1993 non vennero rinnovati 343 provvedimenti di 41-bis a detenuti mafiosi per dare “un segnale positivo di distensione”. Una proposta che fu avanzata dal vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Di Maggio, nominato dal Ministro della Giustizia Giovanni Conso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
7.6 La strage dello stadio Olimpico&lt;br /&gt;
All’inizio del 1994 durante il derby Roma-Lazio sarebbe dovuta esplodere un’altra autobomba accanto ad alcune corriere che trasportavano i carabinieri per il servizio d’ordine pubblico. Se la bomba fosse esplosa avrebbe provocato più di duecento morti tra le forze di polizia e numerosi civili.  Nel gennaio del 1994 una Lancia Thema venne attrezzata per esplodere e portata allo stadio Olimpico di Roma. L’ordigno era predisposto per esplodere con un telecomando. L’auto venne parcheggiata un’ora prima della fine della partita. L’esplosione però non avvenne a causa di un guasto del telecomando.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
7.7 Dalle bombe ai decreti-legge&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 27 febbraio 1994 vennero arrestati i fratelli Graviano a Milano e un mese dopo, il 28 marzo 1994 Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche con il neo partito Forza Italia. &lt;br /&gt;
Secondo le dichiarazioni di Antonino Giuffrè rese il 7 gennaio del 2003, ci fu un contatto tra Cosa Nostra e Berlusconi già intorno agli anni Settanta. Ma ciò che preme sottolineare è il fatto che con l’omicidio di Salvo Lima Cosa Nostra volle chiudere i rapporti con la politica democristiana e aprirne altri con un nuovo soggetto politico, vale a dire Forza Italia. &lt;br /&gt;
Questa formazione politica nacque quindi come effetto della trattativa, e avrebbe dovuto dare garanzie che la democrazia cristiana non era più in grado di offrire. Cosa Nostra invece avrebbe dovuto cercare e offrire voti a questa formazione politica. L’uomo cerniera capace di condurre le trattative venne individuato nella persona di Marcello Dell’Utri, vicino a Cosa Nostra e ottimo referente per Berlusconi. &lt;br /&gt;
Il 13 luglio 1994 fu emanato il decreto Biondi, che consentiva per la maggior parte dei condannati per corruzione di beneficiare degli arresti domiciliari durante il giudizio. Il decreto modificava poi l’art 275 c.p.p. nella parte in cui la pericolosità di chi commetteva reati per mafia non fosse presunta ma valutata di volta in volta dal giudice, così da verificare se sussistessero esigenze cautelari. Il decreto venne poi ritirato. &lt;br /&gt;
Il primo agosto 1996 venne presentato un progetto di legge dai senatori Melchiorre Cirami e Bruno Napoli, appartenenti al partito Centro Cristiano Democristiano, che prevedeva la c.d. dissociazione. Si prevedevano cioè una serie di benefici per quei mafiosi che avessero ripudiato Cosa Nostra senza accusare altri appartenenti all’organizzazione. È bene sottolineare come tale proposta di legge fosse una delle richieste avanzate da Cosa Nostra nel c.d. papello e che avrebbe significato un’apertura dello Stato nei confronti di tali soggetti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
8. L’infiltrato Luigi Ilardo&lt;br /&gt;
Nel giugno del 1993 il detenuto Luigi Ilardo, cugino del boss Piddu Madonia, chiese un incontro con la Dia dichiarando di riconoscere alcuni artificieri delle stragi del 1992-1993. Il capo della Dia, Gianni De Gennaro affidò l’incarico di incontrare Ilardo al colonello Michele Riccio. Ilardo decise di iniziare un processo di collaborazione, essendo disposto ad essere un infiltrato in Cosa Nostra. &lt;br /&gt;
Il 31 ottobre 1995 il collaboratore riuscì ad ottenere la fiducia di Bernardo Provenzano con il quale era da tempo in contatto e riuscì a fissare un incontro con il boss. Il colonello Riccio comunicò subito ai superiori, tra cui Mori, la possibilità di catturare Provenzano ma questi sembravano disinteressati alla notizia. &lt;br /&gt;
Durante l’incontro tra Ilardo e Provenzano infatti ci fu soltanto un servizio di osservazione dei luoghi ad una certa distanza dal casolare dove si teneva l’incontro. A seguito dell’incontro non avvenne alcun arresto, ma anzi il colonnello Mori e i colleghi Obinu e Ganzer dissero a Riccio di non predisporre alcuna relazione per i magistrati poiché riguardavano attività di latitanti. &lt;br /&gt;
L’arresto di Provenzano avvenne l’11 aprile 2006, dopo 46 anni di latitanza. &lt;br /&gt;
Trascorsi alcuni mesi l’autorità giudiziaria di Palermo manifestò l’idea che Ilardo dovesse iniziare una collaborazione formale con i magistrati. &lt;br /&gt;
Il colonello Mori spinse affinchè Ilardo collaborasse esclusivamente con il magistrato Tinebra, mentre Ilardo espresse fermamente la volontà che ci fosse anche il dottor Caselli e che senza tale soggetto egli non avrebbe collaborato. Il colloquio non venne verbalizzato e il dottor Tinebra chiese che si proseguisse successivamente. &lt;br /&gt;
Il dottor Caselli chiese quindi a Riccio di registrare le dichiarazioni di Ilardo in vista dei successivi interrogatori, ma ciò non avvenne perché il 10 maggio 1996 Ilardo fu ucciso perché scoperto collaboratore di giustizia. Il giorno stesso dell’uccisione di Ilardo, Riccio venne raggiunto dal capitano Damiano della procura di Caltanissetta, il quale visibilmente preoccupato gli riferì che era trapelata la notizia della collaborazione e che aveva già diramato la notizia al colonello Mori e al maggiore Obinu. Nei mesi successivi il colonello Mori e Obinu insistettero per non redigere un rapporto conclusivo su quanto era avvenuto, e in particolare sulle vicende connesse al mancato arresto di Provenzano. La stessa Procura di Caltanissetta chiese a Riccio di non inserire nel rapporto alcun riferimento al colloquio avvenuto tra Ilardo e i magistrati. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
9. Il processo sulla trattativa &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
9.1 Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino&lt;br /&gt;
Il 19 dicembre 2007 il settimanale “Panorama” pubblicò un’intervista fatta a Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino ex sindaco di Palermo, nella quale vennero toccati argomenti “scottanti” del periodo delle stragi del 1992-1993 e di una “trattativa” tra Stato e Cosa Nostra a cui Massimo aveva assistito. &lt;br /&gt;
La risposta dell’autorità giudiziaria non tardò ad arrivare e pochi giorni dopo le procure di Caltanissetta e di Palermo vollero interrogare Massimo Ciancimino. Il 29 gennaio 2008 Ciancimino venne sentito dalla procura di Caltanissetta di fronte al procuratore Renato di Natale e al sostituto Rocco Liguori. &lt;br /&gt;
Il 7 aprile 2008 iniziò a collaborare con la Procura di Palermo nell’ambito delle coperture riguardanti la latitanza di Bernardo Provenzano, davanti ai sostituti procuratori Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. &lt;br /&gt;
Massimo Ciancimino ha fornito uno dei contributi maggiori nell’analisi della trattativa stato-mafia attraverso la sua collaborazione. &lt;br /&gt;
Durante l’interrogatorio del 9 novembre 2009 Massimo raccontò del rapporto tra suo padre e Bernardo Provenzano ricordando come Vito desse del tu a Provenzano chiamandolo “Binno”, mentre il boss dava del lei a Ciancimino chiamandolo “ingegnere”. Il rapporto tra i due era infatti molto stretto poiché il boss, compaesano di Vito e più piccolo d’età aveva preso ripetizioni di matematica da questo. &lt;br /&gt;
Durante l’interrogatorio dell’8 luglio 2009 Ciancimino jr. raccontò della nascita della trattativa e del ruolo assunto da suo padre e dal colonnello Mario Mori e dal capitano De Donno e le varie fasi di questo rapporto, sottolineando come a seguito dell’arresto del padre e di Totò Riina i rapporti fossero continuati tra Dell’Utri e Provenzano.&lt;br /&gt;
Nel corso del processo Massimo Ciancimino fornì importanti documenti, che durante una perquisizione avvenuta il 17 febbraio del 2005 a casa sua non sono stati esaminati ma rimasti chiusi in una cassaforte che pare non essere stata vista. Proprio tale cassetta di sicurezza, a dire di Ciancimino, conteneva il papello, il contropapello e altri “pizzini”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
19 dicembre 2007: Ciancimino rilascia un&#039;intervista a Panorama. Poco dopo viene chiamato dalle Procure di Caltanissetta e Palermo. Inizia l&#039;indagine sulla trattativa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
2008: si pente Gaspare Spatuzza, kiler dei Graviano. Si accusa del furto e della preparazione della fiat 126 che uccise Borsellino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
2009: Ciancimino rivela i particolari degli incontri tra il ros e suo padre&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
2010: le procure di palermo e caltanissetta sentono: Martelli, Conso, Ferraro, Violante, Scalfaro, Ciampi, Mancino, Nicolò Amato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
21 aprile 2011: la procura di palermo arresta ciancimino per calunnia verso de gennaro&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
25 novembre 2011: Mancino inizia a sentire Loris D&#039;Ambrosio, consulente giuridico di Napolitano&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
21 dicembre 2011: Sandra Amurri ascolta per caso Mannino e Gargani: &amp;quot;a palermo hanno capito tutto, stavolta ci fottono. Quel cretino di ciancimino ha detto tante cazzate, ma su di noi ci ha azzeccato&amp;quot;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
9 marzo 2012: la procura di Caltanissetta archivia le posizioni dei politici pur con pesanti giudizi su di loro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
16 marzo 2012: il pg di cassazione Vitaliano Esposito chiede le carte dell&#039;inchiesta di caltanissetta. Mancino lo chiama subito per complimentarsi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
giugno 2012: si chiude l&#039;indagine di Palermo, 12 indagati&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Francescab</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Fallito_Attentato_di_via_Fauro&amp;diff=6250</id>
		<title>Fallito Attentato di via Fauro</title>
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		<updated>2017-07-13T17:23:17Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Francescab: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Fallito attentato.jpg|400px|thumb|right|La macchina dopo l&#039;attentato]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“ Sono nato una seconda volta fuori dal teatro Parioli, tra via Fauro e via Boccioni, il 14 maggio 1993” (Maurizio Costanzo)  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con attentato di Via Fauro ci si riferisce al progetto di agguato messo in atto da alcuni esponenti di Cosa Nostra ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, avvenuto il 14 maggio 1993 a Roma in Via Fauro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== L’attentato ==&lt;br /&gt;
Alle 21,35 del 14 maggio 1993 in Via Ruggero Fauro ci fu una violentissima esplosione. Questa provocò gravi danni ai palazzi contigui, e in particolare agli edifici al numero 60, 62 e 64 della medesima via e quello al numero 5 di via Boccioni. Gravi danni si riscontrarono inoltre in circa sessanta vetture parcheggiate nella zona. L’esplosione provocò la formazione di una voragine profonda circa quaranta centimetri e larga tre metri. &lt;br /&gt;
Il quantitativo di esplosivo era posto in un’auto, una Fiat Uno bianca, parcheggiata nei pressi, secondo il classico metodo dell’autobomba.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
1.1 Antefatti e contesto storico&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Maurizio Costanzo fu considerato un obiettivo da Cosa Nostra a causa del suo impegno antimafia in campo televisivo. In particolare il 26 settembre 1991, un mese dopo l’assassinio di Libero Grassi, venne pensata e organizzata una maratona di cinque ore su due reti televisive (in onda dalle 20,30 fino alle 23 su Rai Tre “Samarcanda”, diretta da Santoro e successivamente dalle 23 fino all’1 “il Costanzo show”) dedicata alla lotta alla mafia con la partecipazione, tra gli altri, di Giovanni Falcone e il ministro Martelli e con collegamenti da Palermo, Milano, Reggio Calabria. &lt;br /&gt;
Il fatto che Maurizio Costanzo facesse trasmissioni contro la mafia è quindi il movente che spinse Cosa Nostra a colpirlo. Vincenzo Sinacori affermò infatti:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 “ e Costanzo poi venni a sapere che era un obiettivo perché con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio” e ancora: “si parlò di una trasmissione che fece lui dove si parlava di ricoveri facili all’ospedale e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d’onore. Questo fu una causa scatenante.“ &amp;lt;ref&amp;gt;Torrealta M., La trattativa, BUR 2010 pag. 498 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’attentato ai danni di Maurizio Costanzo venne progettato nel settembre-ottobre del 1991 da Salvatore Riina durante una riunione a Castelvetrano. A questa riunione erano presenti oltre al boss, Vincenzo Sinacori, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e Mariano Agate. &lt;br /&gt;
Gli obiettivi principali di Cosa Nostra in quel periodo erano il giudice Giovanni Falcone e il ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli. Maurizio Costanzo era invece un obiettivo secondario. Queste le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori, capomandamento di Mazara del Vallo nel 1992 e collaboratore di giustizia dal settembre 1996.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“In questo incontro Totò Riina ci disse che dovevamo incominciare a pensare sia a Falcone che a Martelli. (…) e se non trovavamo loro, dovevamo vedere se incontravamo o Costanzo o qualche giornalista di quelli che in quel periodo ci davano fastidio.”  &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa, BUR, 2010 p.498 &amp;lt;/ref&amp;gt;    &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le riunioni operative per l’attentato si svolsero a Palermo, nella casa del mafioso Gerolamo Biondino, detto Mimmo. &lt;br /&gt;
Matteo Messina Denaro venne incaricato di procurare l’esplosivo, mentre Vincenzo Sinacori del trasporto dell’esplosivo e delle armi a Roma. Per svolgere tale operazione venne costruita appositamente un’intercapedine sul camion. &lt;br /&gt;
I sodali, giunti a Roma, iniziarono a cercare il giudice Falcone e il ministro Martelli nelle zone maggiormente frequentate dai soggetti, come ad esempio ristoranti nei pressi della Cassazione e del Ministero di Grazia e Giustizia. La ricerca non diede alcun risultato.&lt;br /&gt;
Decisero quindi di rivolgere la loro attenzione al giornalista Maurizio Costano. Egli venne individuato facilmente e pedinato per circa tre giorni. Nel corso dei pedinamenti acquisirono due fatti decisivi per scegliere la strada dell’esplosivo: Costanzo era scortato da un’auto e la sua abitazione era protetta da personale di guardia.&lt;br /&gt;
L’attentato dinamitardo richiese però il consenso di Riina. Così Sinacori contattò Riina per mezzo di Salvatore Biondino, ma il boss ordinò di sospendere l’operazione a Roma perché “avevano trovato cose più grosse giù”. &lt;br /&gt;
Di nuovo nelle parole del Sinacori: “ e a questo punto io presi nuovamente l’aereo, andai a Roma, gli dissi a Matteo che dovevamo andare via, perché per il momento dovevamo sospendere l’operazione.“ &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 501 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La seconda fase del progetto è raccontata da un altro esponente di Cosa Nostra, collaboratore di giustizia dal febbraio 1996: Antonio Scarano, originario di Catanzaro ma residente a Roma. Egli entrò in contatto con Matteo Messina Denaro intorno agli anni Ottanta e negli anni Novanta venne coinvolto nell’organizzazione delle stragi.&lt;br /&gt;
Nel maggio del 1993 fu proprio Scarano che fornì alloggio a tutti i sodali nella casa del figlio Francesco, in quel periodo in carcere. &lt;br /&gt;
Coinvolto nelle stragi s’iniziò a occupare dei pedinamenti di Costanzo e dei relativi sopralluoghi per circa tre giorni accompagnato da Cannella, Benigno e Lo Nigro. &lt;br /&gt;
Al compimento del terzo giorno, rubarono una Fiat bianca (che sarà quella utilizzata nell’attentato) e il giorno successivo prelevarono l’esplosivo portato a Roma da Matteo Messina Denaro nel 1992 e nascosto in casa di Scarano. L’autobomba fu preparata il pomeriggio dello stesso giorno presso il centro commerciale Le Torri: l’esplosivo, circa 110 chili, fu sistemato nel bagagliaio della Fiat. Nel tardo pomeriggio l’auto venne parcheggiata in via Fauro in attesa del passaggio di Maurizio Costanzo. &lt;br /&gt;
Qualcosa però andò storto: l’auto non esplose a causa di un guasto al congegno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1.2 Il giorno dell’attentato&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riparato il guasto, la sera del 14 maggio 1993 alle 21.35 avvenne l’esplosione, ma nonostante lo scoppio della bomba anche questa volta qualcosa non andò secondo le previsioni. &lt;br /&gt;
Maurizio Costanzo e sua moglie Maria De Filippi scamparono all’attentato per pochi secondi. Rimasero invece feriti seppur non in modo grave le due guardie del corpo di Costanzo.&lt;br /&gt;
Scarano dichiarò infatti:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 “La sera dell’esplosione praticamente hanno sbagliato perché si aspettava un 164 che ci doveva stare il dottor Costanzo dentro. E invece è uscita una Mercedes. Però Benigno ha perso un po’ di tempo nel senso di ”é lui? Non è lui? Allora ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo, diciamo, o millesimo di secondo, in ritardo.“ &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 503 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notte successiva all’attentato tutti lasciarono Roma, chi in macchina chi in treno, eccetto Cannella che si recò in Nord Italia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;ref&amp;gt; Dichiarazioni di M. Costanzo dopo l’attentato a Servizio Pubblico  https://www.youtube.com/watch?v=8bF-vUkO-_A &amp;lt;ref/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1.3 Diverse interpretazioni dell’attentato&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcune dichiarazioni di pentiti suggeriscono diverse interpretazioni dell’attentato di Via Fauro. &lt;br /&gt;
Secondo la dichiarazione del medico Gioacchino Pennino, massone, membro di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia, resa il 30 giugno 1999 al Tribunale di Firenze l’attentato doveva andare proprio come andò. &lt;br /&gt;
Doveva cioè essere soltanto un avvertimento a Maurizio Costano a causa del suo impegno giornalistico contro Cosa Nostra e che meditava di entrare in politica assieme a Michele Santoro. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“La matrice all’attentato a Costanzo, per quello che io ho creduto, o penso di aver capito, era quella di dare un segnale che non si doveva mettere in politica” &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 504 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche Tullio Cannella avvalla la stessa tesi, riportando ciò che gli disse Bagarella in merito alle stragi del 1993 e in particolare riguardo Via Fauro: &lt;br /&gt;
“ ‘U vedi, ora ‘u Costanzo con ‘sta bumbiciedda s’assistemò” , nel senso mi ha detto: “ Vedi, Costanzo, con questa piccola bomba si è sistemato, si è tranquilizzato”. &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa , BUR, 2010 p. 506 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E ancora afferma che Bagarella gli disse: &lt;br /&gt;
“No, l’importante era farlo impaurire. Sai, non è il caso, perché essendo amico di amici di Canale 5, non era il caso di farlo morire.” &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa , BUR, 2010 p. 506 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infine, un’ultima interpretazione avanzata da alcuni difensori avvalla l’ipotesi che il destinatario dell’attentato non fosse Maurizio Costanzo, bensì Lorenzo Narraci, funzionario del Sisde che abitava proprio in Via Fauro. Figura enigmatica, il suo nome fu ritrovato in un biglietto nel luogo della strage di Capaci. &lt;br /&gt;
Tale tesi però non fu accolta dalla magistratura fiorentina che nella motivazione della sentenza per la strage di via Georgofili scrisse:&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
“ La tesi, però, è veramente peregrina e insostenibile, giacchè non v’è nulla, nemmeno il più labile indizio, che possa sostenerla. Infatti il dottor Narracci è stato esaminato all’udienza del 21 dicembre 1996 ed ha dichiarato di essere rientrato in casa, il giorno 14 maggio 1993, verso le ore 16.30 e di non essersi più mosso fino all’ora dell’esplosione. Come si potesse attentare alla vita del dottor Narracci facendo esplodere un’autobomba a circa 150 metri dalla sua abitazione nessuno lo ha mai spiegato. (…) “&amp;lt;ref&amp;gt;  Torrelata M., La trattativa, BUR, 2010 pp. 507-508 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bibliografia:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/09/26/rai-fininvest-contro-la-mafia.html &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sentenza di primo grado stragi del 1993: http://www.misteriditalia.it/stragi1993/lasentenza/03ROMAviafauro.pdf&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Valutazioni delle prove, sentenza di primo grado stragi del 1993: http://www.misteriditalia.it/stragi1993/lasentenza/10VALUTPROVE.pdf&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Francescab</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Fallito_Attentato_di_via_Fauro&amp;diff=6249</id>
		<title>Fallito Attentato di via Fauro</title>
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		<updated>2017-07-13T17:19:03Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Francescab: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Fallito attentato.jpg|400px|thumb|right|La macchina dopo l&#039;attentato]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“ Sono nato una seconda volta fuori dal teatro Parioli, tra via Fauro e via Boccioni, il 14 maggio 1993” (Maurizio Costanzo)  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con attentato di Via Fauro ci si riferisce al progetto di agguato messo in atto da alcuni esponenti di Cosa Nostra ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, avvenuto il 14 maggio 1993 a Roma in Via Fauro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1. L’attentato&lt;br /&gt;
Alle 21,35 del 14 maggio 1993 in Via Ruggero Fauro ci fu una violentissima esplosione. Questa provocò gravi danni ai palazzi contigui, e in particolare agli edifici al numero 60, 62 e 64 della medesima via e quello al numero 5 di via Boccioni. Gravi danni si riscontrarono inoltre in circa sessanta vetture parcheggiate nella zona. L’esplosione provocò la formazione di una voragine profonda circa quaranta centimetri e larga tre metri. &lt;br /&gt;
Il quantitativo di esplosivo era posto in un’auto, una Fiat Uno bianca, parcheggiata nei pressi, secondo il classico metodo dell’autobomba.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
1.1 Antefatti e contesto storico&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Maurizio Costanzo fu considerato un obiettivo da Cosa Nostra a causa del suo impegno antimafia in campo televisivo. In particolare il 26 settembre 1991, un mese dopo l’assassinio di Libero Grassi, venne pensata e organizzata una maratona di cinque ore su due reti televisive (in onda dalle 20,30 fino alle 23 su Rai Tre “Samarcanda”, diretta da Santoro e successivamente dalle 23 fino all’1 “il Costanzo show”) dedicata alla lotta alla mafia con la partecipazione, tra gli altri, di Giovanni Falcone e il ministro Martelli e con collegamenti da Palermo, Milano, Reggio Calabria. &lt;br /&gt;
Il fatto che Maurizio Costanzo facesse trasmissioni contro la mafia è quindi il movente che spinse Cosa Nostra a colpirlo. Vincenzo Sinacori affermò infatti:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 “ e Costanzo poi venni a sapere che era un obiettivo perché con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio” e ancora: “si parlò di una trasmissione che fece lui dove si parlava di ricoveri facili all’ospedale e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d’onore. Questo fu una causa scatenante.“ &amp;lt;ref&amp;gt;Torrealta M., La trattativa, BUR 2010 pag. 498 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’attentato ai danni di Maurizio Costanzo venne progettato nel settembre-ottobre del 1991 da Salvatore Riina durante una riunione a Castelvetrano. A questa riunione erano presenti oltre al boss, Vincenzo Sinacori, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e Mariano Agate. &lt;br /&gt;
Gli obiettivi principali di Cosa Nostra in quel periodo erano il giudice Giovanni Falcone e il ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli. Maurizio Costanzo era invece un obiettivo secondario. Queste le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori, capomandamento di Mazara del Vallo nel 1992 e collaboratore di giustizia dal settembre 1996.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“In questo incontro Totò Riina ci disse che dovevamo incominciare a pensare sia a Falcone che a Martelli. (…) e se non trovavamo loro, dovevamo vedere se incontravamo o Costanzo o qualche giornalista di quelli che in quel periodo ci davano fastidio.”  &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa, BUR, 2010 p.498 &amp;lt;/ref&amp;gt;    &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le riunioni operative per l’attentato si svolsero a Palermo, nella casa del mafioso Gerolamo Biondino, detto Mimmo. &lt;br /&gt;
Matteo Messina Denaro venne incaricato di procurare l’esplosivo, mentre Vincenzo Sinacori del trasporto dell’esplosivo e delle armi a Roma. Per svolgere tale operazione venne costruita appositamente un’intercapedine sul camion. &lt;br /&gt;
I sodali, giunti a Roma, iniziarono a cercare il giudice Falcone e il ministro Martelli nelle zone maggiormente frequentate dai soggetti, come ad esempio ristoranti nei pressi della Cassazione e del Ministero di Grazia e Giustizia. La ricerca non diede alcun risultato.&lt;br /&gt;
Decisero quindi di rivolgere la loro attenzione al giornalista Maurizio Costano. Egli venne individuato facilmente e pedinato per circa tre giorni. Nel corso dei pedinamenti acquisirono due fatti decisivi per scegliere la strada dell’esplosivo: Costanzo era scortato da un’auto e la sua abitazione era protetta da personale di guardia.&lt;br /&gt;
L’attentato dinamitardo richiese però il consenso di Riina. Così Sinacori contattò Riina per mezzo di Salvatore Biondino, ma il boss ordinò di sospendere l’operazione a Roma perché “avevano trovato cose più grosse giù”. &lt;br /&gt;
Di nuovo nelle parole del Sinacori: “ e a questo punto io presi nuovamente l’aereo, andai a Roma, gli dissi a Matteo che dovevamo andare via, perché per il momento dovevamo sospendere l’operazione.“ &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 501 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La seconda fase del progetto è raccontata da un altro esponente di Cosa Nostra, collaboratore di giustizia dal febbraio 1996: Antonio Scarano, originario di Catanzaro ma residente a Roma. Egli entrò in contatto con Matteo Messina Denaro intorno agli anni Ottanta e negli anni Novanta venne coinvolto nell’organizzazione delle stragi.&lt;br /&gt;
Nel maggio del 1993 fu proprio Scarano che fornì alloggio a tutti i sodali nella casa del figlio Francesco, in quel periodo in carcere. &lt;br /&gt;
Coinvolto nelle stragi s’iniziò a occupare dei pedinamenti di Costanzo e dei relativi sopralluoghi per circa tre giorni accompagnato da Cannella, Benigno e Lo Nigro. &lt;br /&gt;
Al compimento del terzo giorno, rubarono una Fiat bianca (che sarà quella utilizzata nell’attentato) e il giorno successivo prelevarono l’esplosivo portato a Roma da Matteo Messina Denaro nel 1992 e nascosto in casa di Scarano. L’autobomba fu preparata il pomeriggio dello stesso giorno presso il centro commerciale Le Torri: l’esplosivo, circa 110 chili, fu sistemato nel bagagliaio della Fiat. Nel tardo pomeriggio l’auto venne parcheggiata in via Fauro in attesa del passaggio di Maurizio Costanzo. &lt;br /&gt;
Qualcosa però andò storto: l’auto non esplose a causa di un guasto al congegno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1.2 Il giorno dell’attentato&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riparato il guasto, la sera del 14 maggio 1993 alle 21.35 avvenne l’esplosione, ma nonostante lo scoppio della bomba anche questa volta qualcosa non andò secondo le previsioni. &lt;br /&gt;
Maurizio Costanzo e sua moglie Maria De Filippi scamparono all’attentato per pochi secondi. Rimasero invece feriti seppur non in modo grave le due guardie del corpo di Costanzo.&lt;br /&gt;
Scarano dichiarò infatti:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 “La sera dell’esplosione praticamente hanno sbagliato perché si aspettava un 164 che ci doveva stare il dottor Costanzo dentro. E invece è uscita una Mercedes. Però Benigno ha perso un po’ di tempo nel senso di ”é lui? Non è lui? Allora ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo, diciamo, o millesimo di secondo, in ritardo.“ &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 503 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notte successiva all’attentato tutti lasciarono Roma, chi in macchina chi in treno, eccetto Cannella che si recò in Nord Italia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;ref&amp;gt; Dichiarazioni di M. Costanzo dopo l’attentato a Servizio Pubblico  https://www.youtube.com/watch?v=8bF-vUkO-_A &amp;lt;ref/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1.3 Diverse interpretazioni dell’attentato&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcune dichiarazioni di pentiti suggeriscono diverse interpretazioni dell’attentato di Via Fauro. &lt;br /&gt;
Secondo la dichiarazione del medico Gioacchino Pennino, massone, membro di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia, resa il 30 giugno 1999 al Tribunale di Firenze l’attentato doveva andare proprio come andò. &lt;br /&gt;
Doveva cioè essere soltanto un avvertimento a Maurizio Costano a causa del suo impegno giornalistico contro Cosa Nostra e che meditava di entrare in politica assieme a Michele Santoro. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“La matrice all’attentato a Costanzo, per quello che io ho creduto, o penso di aver capito, era quella di dare un segnale che non si doveva mettere in politica” &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 504 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche Tullio Cannella avvalla la stessa tesi, riportando ciò che gli disse Bagarella in merito alle stragi del 1993 e in particolare riguardo Via Fauro: &lt;br /&gt;
“ ‘U vedi, ora ‘u Costanzo con ‘sta bumbiciedda s’assistemò” , nel senso mi ha detto: “ Vedi, Costanzo, con questa piccola bomba si è sistemato, si è tranquilizzato”. &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa , BUR, 2010 p. 506 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E ancora afferma che Bagarella gli disse: &lt;br /&gt;
“No, l’importante era farlo impaurire. Sai, non è il caso, perché essendo amico di amici di Canale 5, non era il caso di farlo morire.” &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa , BUR, 2010 p. 506 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infine, un’ultima interpretazione avanzata da alcuni difensori avvalla l’ipotesi che il destinatario dell’attentato non fosse Maurizio Costanzo, bensì Lorenzo Narraci, funzionario del Sisde che abitava proprio in Via Fauro. Figura enigmatica, il suo nome fu ritrovato in un biglietto nel luogo della strage di Capaci. &lt;br /&gt;
Tale tesi però non fu accolta dalla magistratura fiorentina che nella motivazione della sentenza per la strage di via Georgofili scrisse:&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
“ La tesi, però, è veramente peregrina e insostenibile, giacchè non v’è nulla, nemmeno il più labile indizio, che possa sostenerla. Infatti il dottor Narracci è stato esaminato all’udienza del 21 dicembre 1996 ed ha dichiarato di essere rientrato in casa, il giorno 14 maggio 1993, verso le ore 16.30 e di non essersi più mosso fino all’ora dell’esplosione. Come si potesse attentare alla vita del dottor Narracci facendo esplodere un’autobomba a circa 150 metri dalla sua abitazione nessuno lo ha mai spiegato. (…) “&amp;lt;ref&amp;gt;  Torrelata M., La trattativa, BUR, 2010 pp. 507-508 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bibliografia:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/09/26/rai-fininvest-contro-la-mafia.html &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sentenza di primo grado stragi del 1993: http://www.misteriditalia.it/stragi1993/lasentenza/03ROMAviafauro.pdf&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Valutazioni delle prove, sentenza di primo grado stragi del 1993: http://www.misteriditalia.it/stragi1993/lasentenza/10VALUTPROVE.pdf&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Francescab</name></author>
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		<title>File:Fallito attentato.jpg</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Francescab: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;== Licenza ==&lt;br /&gt;
{{subst:uwl}}&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Francescab</name></author>
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		<title>Fallito Attentato di via Fauro</title>
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		<updated>2017-07-13T17:16:06Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Francescab: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“ Sono nato una seconda volta fuori dal teatro Parioli, tra via Fauro e via Boccioni, il 14 maggio 1993” (Maurizio Costanzo)  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con attentato di Via Fauro ci si riferisce al progetto di agguato messo in atto da alcuni esponenti di Cosa Nostra ai danni del giornalista Maurizio Costanzo, avvenuto il 14 maggio 1993 a Roma in Via Fauro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1. L’attentato&lt;br /&gt;
Alle 21,35 del 14 maggio 1993 in Via Ruggero Fauro ci fu una violentissima esplosione. Questa provocò gravi danni ai palazzi contigui, e in particolare agli edifici al numero 60, 62 e 64 della medesima via e quello al numero 5 di via Boccioni. Gravi danni si riscontrarono inoltre in circa sessanta vetture parcheggiate nella zona. L’esplosione provocò la formazione di una voragine profonda circa quaranta centimetri e larga tre metri. &lt;br /&gt;
Il quantitativo di esplosivo era posto in un’auto, una Fiat Uno bianca, parcheggiata nei pressi, secondo il classico metodo dell’autobomba.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
1.1 Antefatti e contesto storico&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Maurizio Costanzo fu considerato un obiettivo da Cosa Nostra a causa del suo impegno antimafia in campo televisivo. In particolare il 26 settembre 1991, un mese dopo l’assassinio di Libero Grassi, venne pensata e organizzata una maratona di cinque ore su due reti televisive (in onda dalle 20,30 fino alle 23 su Rai Tre “Samarcanda”, diretta da Santoro e successivamente dalle 23 fino all’1 “il Costanzo show”) dedicata alla lotta alla mafia con la partecipazione, tra gli altri, di Giovanni Falcone e il ministro Martelli e con collegamenti da Palermo, Milano, Reggio Calabria. &lt;br /&gt;
Il fatto che Maurizio Costanzo facesse trasmissioni contro la mafia è quindi il movente che spinse Cosa Nostra a colpirlo. Vincenzo Sinacori affermò infatti:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 “ e Costanzo poi venni a sapere che era un obiettivo perché con le sue trasmissioni ci dava molto fastidio” e ancora: “si parlò di una trasmissione che fece lui dove si parlava di ricoveri facili all’ospedale e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d’onore. Questo fu una causa scatenante.“ &amp;lt;ref&amp;gt;Torrealta M., La trattativa, BUR 2010 pag. 498 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’attentato ai danni di Maurizio Costanzo venne progettato nel settembre-ottobre del 1991 da Salvatore Riina durante una riunione a Castelvetrano. A questa riunione erano presenti oltre al boss, Vincenzo Sinacori, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e Mariano Agate. &lt;br /&gt;
Gli obiettivi principali di Cosa Nostra in quel periodo erano il giudice Giovanni Falcone e il ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli. Maurizio Costanzo era invece un obiettivo secondario. Queste le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori, capomandamento di Mazara del Vallo nel 1992 e collaboratore di giustizia dal settembre 1996.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“In questo incontro Totò Riina ci disse che dovevamo incominciare a pensare sia a Falcone che a Martelli. (…) e se non trovavamo loro, dovevamo vedere se incontravamo o Costanzo o qualche giornalista di quelli che in quel periodo ci davano fastidio.”  &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa, BUR, 2010 p.498 &amp;lt;/ref&amp;gt;    &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le riunioni operative per l’attentato si svolsero a Palermo, nella casa del mafioso Gerolamo Biondino, detto Mimmo. &lt;br /&gt;
Matteo Messina Denaro venne incaricato di procurare l’esplosivo, mentre Vincenzo Sinacori del trasporto dell’esplosivo e delle armi a Roma. Per svolgere tale operazione venne costruita appositamente un’intercapedine sul camion. &lt;br /&gt;
I sodali, giunti a Roma, iniziarono a cercare il giudice Falcone e il ministro Martelli nelle zone maggiormente frequentate dai soggetti, come ad esempio ristoranti nei pressi della Cassazione e del Ministero di Grazia e Giustizia. La ricerca non diede alcun risultato.&lt;br /&gt;
Decisero quindi di rivolgere la loro attenzione al giornalista Maurizio Costano. Egli venne individuato facilmente e pedinato per circa tre giorni. Nel corso dei pedinamenti acquisirono due fatti decisivi per scegliere la strada dell’esplosivo: Costanzo era scortato da un’auto e la sua abitazione era protetta da personale di guardia.&lt;br /&gt;
L’attentato dinamitardo richiese però il consenso di Riina. Così Sinacori contattò Riina per mezzo di Salvatore Biondino, ma il boss ordinò di sospendere l’operazione a Roma perché “avevano trovato cose più grosse giù”. &lt;br /&gt;
Di nuovo nelle parole del Sinacori: “ e a questo punto io presi nuovamente l’aereo, andai a Roma, gli dissi a Matteo che dovevamo andare via, perché per il momento dovevamo sospendere l’operazione.“ &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 501 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La seconda fase del progetto è raccontata da un altro esponente di Cosa Nostra, collaboratore di giustizia dal febbraio 1996: Antonio Scarano, originario di Catanzaro ma residente a Roma. Egli entrò in contatto con Matteo Messina Denaro intorno agli anni Ottanta e negli anni Novanta venne coinvolto nell’organizzazione delle stragi.&lt;br /&gt;
Nel maggio del 1993 fu proprio Scarano che fornì alloggio a tutti i sodali nella casa del figlio Francesco, in quel periodo in carcere. &lt;br /&gt;
Coinvolto nelle stragi s’iniziò a occupare dei pedinamenti di Costanzo e dei relativi sopralluoghi per circa tre giorni accompagnato da Cannella, Benigno e Lo Nigro. &lt;br /&gt;
Al compimento del terzo giorno, rubarono una Fiat bianca (che sarà quella utilizzata nell’attentato) e il giorno successivo prelevarono l’esplosivo portato a Roma da Matteo Messina Denaro nel 1992 e nascosto in casa di Scarano. L’autobomba fu preparata il pomeriggio dello stesso giorno presso il centro commerciale Le Torri: l’esplosivo, circa 110 chili, fu sistemato nel bagagliaio della Fiat. Nel tardo pomeriggio l’auto venne parcheggiata in via Fauro in attesa del passaggio di Maurizio Costanzo. &lt;br /&gt;
Qualcosa però andò storto: l’auto non esplose a causa di un guasto al congegno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1.2 Il giorno dell’attentato&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Riparato il guasto, la sera del 14 maggio 1993 alle 21.35 avvenne l’esplosione, ma nonostante lo scoppio della bomba anche questa volta qualcosa non andò secondo le previsioni. &lt;br /&gt;
Maurizio Costanzo e sua moglie Maria De Filippi scamparono all’attentato per pochi secondi. Rimasero invece feriti seppur non in modo grave le due guardie del corpo di Costanzo.&lt;br /&gt;
Scarano dichiarò infatti:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 “La sera dell’esplosione praticamente hanno sbagliato perché si aspettava un 164 che ci doveva stare il dottor Costanzo dentro. E invece è uscita una Mercedes. Però Benigno ha perso un po’ di tempo nel senso di ”é lui? Non è lui? Allora ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo, diciamo, o millesimo di secondo, in ritardo.“ &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 503 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notte successiva all’attentato tutti lasciarono Roma, chi in macchina chi in treno, eccetto Cannella che si recò in Nord Italia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;ref&amp;gt; Dichiarazioni di M. Costanzo dopo l’attentato a Servizio Pubblico  https://www.youtube.com/watch?v=8bF-vUkO-_A &amp;lt;ref/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
1.3 Diverse interpretazioni dell’attentato&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alcune dichiarazioni di pentiti suggeriscono diverse interpretazioni dell’attentato di Via Fauro. &lt;br /&gt;
Secondo la dichiarazione del medico Gioacchino Pennino, massone, membro di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia, resa il 30 giugno 1999 al Tribunale di Firenze l’attentato doveva andare proprio come andò. &lt;br /&gt;
Doveva cioè essere soltanto un avvertimento a Maurizio Costano a causa del suo impegno giornalistico contro Cosa Nostra e che meditava di entrare in politica assieme a Michele Santoro. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“La matrice all’attentato a Costanzo, per quello che io ho creduto, o penso di aver capito, era quella di dare un segnale che non si doveva mettere in politica” &amp;lt;ref&amp;gt; Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010 p. 504 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Anche Tullio Cannella avvalla la stessa tesi, riportando ciò che gli disse Bagarella in merito alle stragi del 1993 e in particolare riguardo Via Fauro: &lt;br /&gt;
“ ‘U vedi, ora ‘u Costanzo con ‘sta bumbiciedda s’assistemò” , nel senso mi ha detto: “ Vedi, Costanzo, con questa piccola bomba si è sistemato, si è tranquilizzato”. &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa , BUR, 2010 p. 506 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E ancora afferma che Bagarella gli disse: &lt;br /&gt;
“No, l’importante era farlo impaurire. Sai, non è il caso, perché essendo amico di amici di Canale 5, non era il caso di farlo morire.” &amp;lt;ref&amp;gt; Torrelata M., La trattativa , BUR, 2010 p. 506 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infine, un’ultima interpretazione avanzata da alcuni difensori avvalla l’ipotesi che il destinatario dell’attentato non fosse Maurizio Costanzo, bensì Lorenzo Narraci, funzionario del Sisde che abitava proprio in Via Fauro. Figura enigmatica, il suo nome fu ritrovato in un biglietto nel luogo della strage di Capaci. &lt;br /&gt;
Tale tesi però non fu accolta dalla magistratura fiorentina che nella motivazione della sentenza per la strage di via Georgofili scrisse:&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
“ La tesi, però, è veramente peregrina e insostenibile, giacchè non v’è nulla, nemmeno il più labile indizio, che possa sostenerla. Infatti il dottor Narracci è stato esaminato all’udienza del 21 dicembre 1996 ed ha dichiarato di essere rientrato in casa, il giorno 14 maggio 1993, verso le ore 16.30 e di non essersi più mosso fino all’ora dell’esplosione. Come si potesse attentare alla vita del dottor Narracci facendo esplodere un’autobomba a circa 150 metri dalla sua abitazione nessuno lo ha mai spiegato. (…) “&amp;lt;ref&amp;gt;  Torrelata M., La trattativa, BUR, 2010 pp. 507-508 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bibliografia:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Torrealta M., La trattativa, BUR, 2010.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/09/26/rai-fininvest-contro-la-mafia.html &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sentenza di primo grado stragi del 1993: http://www.misteriditalia.it/stragi1993/lasentenza/03ROMAviafauro.pdf&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Valutazioni delle prove, sentenza di primo grado stragi del 1993: http://www.misteriditalia.it/stragi1993/lasentenza/10VALUTPROVE.pdf&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Francescab</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Giorgio_Ambrosoli&amp;diff=6115</id>
		<title>Giorgio Ambrosoli</title>
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		<updated>2017-03-06T17:16:58Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Francescab: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese.&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Stajano C., Un eroe borghese, il Saggiatore, 2016 p.100&amp;lt;/ref&amp;gt;  &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
                              &lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;(&#039;&#039;&#039;Giorgio Ambrosoli&#039;&#039;&#039;)&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Giorgio Ambrosoli&#039;&#039;&#039; (Milano, 17 ottobre 1933 – Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano. Fu assassinato da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano [[Michele Sindona]], sulle cui attività Ambrosoli stava indagando, nell&#039;ambito dell&#039;incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Giorgio Ambrosoli.jpg|400px|thumb|right|Giorgio Ambrosoli]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
Giorgio Ambrosoli nacque il 17 ottobre del 1933 a Milano, in via Paolo Giovio, figlio primogenito di Omero Riccardo Ambrosoli, avvocato, e Piera Agostoni. Frequentò le scuole elementari in via Crocefisso fino al 1943, anno in cui a causa dei bombardamenti la famiglia fu sfollata a Ronco di Ghiffia, sul Lago Maggiore. Qui Ambrosoli frequentò la scuola elementare e media mentre le scuole superiori al Liceo Classico Manzoni a Milano. Non fu uno studente modello e dovette ripetere l’anno della maturità. Nell’anno accademico 1952-53 Giorgio s’iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza e negli stessi anni s’impegnò attivamente nell’Unione monarchica Italiana, partito politico italiano volto a instaurare in Italia la monarchia costituzionale. Qui conobbe la sua futura moglie Anna Lorenza Goria, che sposò nel 1962 nella chiesa di San Babila e con la quale ebbe tre figli: Francesca, Filippo e Umberto. &lt;br /&gt;
Nel 1958 si laureò con una tesi in Diritto Costituzionale dal titolo “il Consiglio Superiore della Magistratura”. &lt;br /&gt;
Iniziò così la pratica forense, diventando procuratore ed esercitando la professione legale nello studio dell’avvocato Cetti Serbelloni. &lt;br /&gt;
Nel 1964 Ambrosoli ebbe l’occasione di specializzarsi nel settore del diritto societario e fallimentare, essendo stato chiamato a collaborare con i commissari liquidatori della Società Finanziaria Italiana. Tale collaborazione durò diversi anni, durante i quali Giorgio maturò qualità professionali ma anche umane, tra cui un profondo senso di giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La nomina a commissario liquidatore della Banca Privata Italiana e l’inizio della vicissitudine ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1974, dieci anni dopo la vicenda SFI, Ambrosoli fu nominato unico commissario liquidatore della Banca Privata Italiana (di proprietà di Michele Sindona) dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli. &amp;lt;ref&amp;gt; Decreto del ministro del Tesoro del 27 settembre 1974 &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
Per Giorgio Ambrosoli iniziarono le vicissitudini che lo portarono alla morte. &lt;br /&gt;
La Banca Privata Italiana e  Michele Sindona. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Michele Sindona nacque a Patti, paese in provincia di Messina, nel 1920, figlio di un operatore del consorzio agrario. Dall’età di quattordici anni iniziò a lavorare per mantenersi agli studi, svolgendo lavori tra cui dattilografo, aiuto  contabile e impiegato.&lt;br /&gt;
Nel 1942 si laureò in Giurisprudenza all’Università di Messina.&lt;br /&gt;
Nel 1946 si trasferì a Milano, dove iniziò l’attività di procuratore prima e quella di avvocato e consulente nel settore fiscale poi. Nel corso degli anni ’50 la sua fama divenne nazionale e all’inizio degli anni ‘60 dalla professione di avvocato si spostò in prima battuta nell’ambito finanziario e in seguito diventò banchiere.  &lt;br /&gt;
Nell’ottobre del 1961 era già socio di maggioranza nella Banca Privata Finanziaria, la cui effettiva proprietaria era la società Fasco Italiana di Michele Sindona.&lt;br /&gt;
Nel 1964 con Carlo Bordoni, famoso broker, fondò una società di brokeraggio l’Euro-Market Money Brokers.&lt;br /&gt;
 Nel 1968 Sindona diventò proprietario della maggioranza (51%) della Banca Unione, attraverso la società Comarsec, mentre il 16% era posseduto dallo Ior, Istituto per le Opere di Religione e cioè la Banca Vaticana (che fu un partner fondamentale per Sindona).  Inoltre Michele Sindona possedeva la Banca di Messina e la Finabank di Ginevra.&lt;br /&gt;
Alla fine degli anni Sessanta il volume degli affari di Sindona superò i 40 milioni di dollari annuali, egli divenne proprietario di una serie di società italiane e statunitensi e più di un migliaio furono le banche-clienti, tra cui spiccava il Banco di Roma. &lt;br /&gt;
Nei primi anni Settanta l’opinione pubblica vedette in Sindona un personaggio di spicco dell’alta finanza e uno dei più geniali uomini d’affari del mondo. Giulio Andreotti lo definì addirittura “il salvatore della lira”.  &lt;br /&gt;
Il grande progetto sindoniano iniziò nel 1971.  &lt;br /&gt;
Egli mirava al controllo delle società finanziarie Bastogi e Centrale e alla loro fusione e inoltre al controllo della Banca Nazionale dell’Agricoltura: mirò cioè a creare un polo alternativo rispetto a Mediobanca di Enrico Cuccia, uno degli Istituti di Credito più importanti del paese.   &lt;br /&gt;
Il 5 agosto del 1971 Sindona acquisì il controllo della Centrale, ma il governatore Carli bloccò il controllo sia della Bastogi sia della Banca Nazionale dell’Agricoltura e il 31 agosto ordinò un&#039;ispezione della Banca d’Italia alla Banca Unione, mentre il 20 settembre alla Banca Privata Finanziaria. Le ispezioni si chiusero rispettivamente il 7 febbraio e il 24 marzo, riscontrando gravi irregolarità e un&#039;illecita costituzione di contabilità riservata. Per Banca Unione si chiese lo scioglimento degli organi amministrativi per gravi irregolarità. Nonostante l’esito delle ispezioni, la Banca d’Italia fu cauta e il governatore Carli si limitò a segnalare le irregolarità riscontrate senza procedere alla liquidazione coatta e allo scioglimento degli organi amministrativi. &lt;br /&gt;
Nel frattempo Sindona si trasferì negli Stati Uniti, dove nel luglio del 1972 acquistò la Franklin National Bank, la ventesima banca americana.&lt;br /&gt;
Sul fronte italiano invece, a seguito dell’opposizione di Carli, Sindona tentò di riorganizzare in un’unica società, la finanziaria Finambro, le partecipazioni italiane. Per fare questo fu necessaria la autorizzazione di un aumento di capitale di 160 miliardi di lire, autorizzazione che venne negata dal nuovo ministro del Tesoro Ugo La Malfa.&lt;br /&gt;
Nel 1973 Sindona avviò una nuova operazione: la fusione tra la Banca Privata Finanziaria e la Banca Unione.&lt;br /&gt;
Nell’estate del 1974 le vicende si susseguirono velocemente.&lt;br /&gt;
Dal 10 luglio in avanti uomini del Banco di Roma acquistarono il pacchetto di maggioranza della Banca d’Unione attraverso due prestiti di 100 milioni di dollari, autorizzati dalla Banca d’Italia. Il Banco di Roma fu considerato il braccio operativo della Banca d’Italia. &lt;br /&gt;
Il 29 luglio del 1974 la Banca d’Italia diede l’autorizzazione per l’incorporazione e il primo agosto nacque la nuova banca sindoniana, la Banca Privata Italiana, ma il suo patrimonio era inesistente. La banca nacque già sull’orlo della liquidazione coatta.  Gli ispettori di vigilanza della Banca d’Italia scrissero nei loro rapporti che il patrimonio delle banche era interamente assorbito dalle perdite ed erano presenti numerose irregolarità amministrative. Solo il 24 settembre la Banca Privata italiana fu messa in liquidazione coatta.   &lt;br /&gt;
L’8 ottobre del 1974 anche la Franklin National Bank fu dichiarata fallita. Da un punto di vista giuridico ed economico il meccanismo utilizzato da Sindona fu il seguente:&lt;br /&gt;
in primo luogo egli si servì del deposito bancario di denaro, facendo apparire sotto forma di deposito in valuta straniera somme di denaro, che in realtà non erano liquide ma immobilizzate presso banche estere del gruppo sindoniano. &amp;lt;ref&amp;gt; Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso  Sindona e sulle responsabilità politiche e amministrative a essa eventualmente connesse, VIII legislatura, Doc. XXIII, n. 2-sexies, 24 marzo 1982,  Relazione conclusiva Azzaro Giuseppe &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
In secondo luogo utilizzò il classico espediente delle cosiddette “scatole cinesi”, attraverso il quale venivano controllate più società investendo capitale minore rispetto al valore reale delle società controllanti.&lt;br /&gt;
La figura ivi riportata mostra la fitta rete di Sindona.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il commissario liquidatore ===&lt;br /&gt;
Giorgio Ambrosoli assunse l’incarico di unico commissario liquidatore della Banca Privata Italiana nel settembre del 1974. Egli aveva il compito di accertare lo stato d&#039; insolvenza, lo stato passivo e il piano di riparto tra i creditori. Nel fare ciò fu aiutato da una squadra di polizia tributaria della Guardia di Finanza, e in particolare dal maresciallo Silvio Novembre con il quale intrattenne non soltanto un rapporto di natura professionale ma anche una vera e profonda amicizia. Il processo fu invece affidato al giudice istruttore Ovilio Urbisci e al pubblico ministero Guido Viola.&lt;br /&gt;
In ottobre Ambrosoli accertò che le perdite erano di 207 miliardi, dichiarò lo stato d’insolvenza e l’avvio dell’azione penale. Cinque mesi dopo, il 25 febbraio del 1975 Ambrosoli era pronto per il deposito dello stato passivo della Bpi: 531 miliardi, di cui 417 al passivo e 281 all’attivo tra crediti, immobili, partecipazioni azionarie. Escluse dal rimborso lo Ior e tutte le banche e società direttamente o indirettamente legate al gruppo Sindona.&lt;br /&gt;
Nell’ottobre del 1975 Ambrosoli ricevette una comunicazione dalla Finanbank di Ginevra: erano in deposito nella banca numerose azioni della Fasco. Il deposito era intestato alla Banca Privata Finanziaria. Il 10 ottobre Ambrosoli andò a Ginevra ed essendo commissario liquidatore (incarico che lo legittima a operare) indisse come azionista di maggioranza un’assemblea straordinaria della società, facendo cadere i vecchi amministratori e nominandone di nuovi. Ambrosoli era il nuovo presidente della Fasco. &lt;br /&gt;
Da questo momento in poi Giorgio venne a conoscenza del meccanismo delle scatole cinesi, e delle 300 società matrioske. &lt;br /&gt;
La risposta di Sindona non si fece attendere, e il 5 gennaio del 1976 denunciò Ambrosoli di essersi impossessato indebitamente delle azioni Fasco. Denuncia archiviata il 15 giugno dello stesso anno. &lt;br /&gt;
Dal 1976 in avanti il caso Sindona destò l’interesse di persone di ogni strato sociale e posizione, tra cui l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e il famoso capo della Loggia massonica p2, Licio Gelli. Le più alte personalità politiche e inserite nel mondo della finanza appoggiarono Sindona e il suo piano di salvataggio della banca per addossare alla collettività le perdite.&lt;br /&gt;
Tra la fine dell’estate del 1976 e l’inizio di autunno Sindona partì al contrattacco, scomodando le già citate personalità politiche insieme ad un gruppo di personaggi del mondo finanziario e della comunità italoamericana per contrastare l’estradizione voluta dai giudici. Attraverso una decina di “affidavit”, vale a dire di dichiarazioni giurate, essi sostennero la tesi della persecuzione politica a danno del banchiere anticomunista Sindona. L’ambiente in cui si muove Sindona era un intreccio tra affari e politica, tra massoneria, servizi segreti, alti prelati e mafiosi. &lt;br /&gt;
In questo clima la liquidazione della BPI andò avanti con gravi difficoltà. &lt;br /&gt;
Dal 1977 l’offensiva contro Ambrosoli crebbe di intensità, proprio nel periodo in cui egli stava lavorando alla seconda relazione nella quale doveva indicare le ragioni del fallimento della Banca che consegnò all’autorità giudiziaria l’8 maggio 1978. &lt;br /&gt;
Nel frattempo la Corte di Appello di Milano dichiarò lo stato d&#039;insolvenza della BPI e la Corte di Cassazione respinse un’istanza di sospensione del processo penale, avanzata da Sindona. &lt;br /&gt;
     Nel 1978 l’avvocato di Sindona scrisse sulla sua agenda “Sbarrare strada ad Ambrosoli.”&lt;br /&gt;
Il 10 dicembre Ambrosoli fu a New York, per collaborare con i giudici americani, che nel frattempo stavano cercando prove per l’istruzione del processo sul dissesto della Franklin National Bank. &lt;br /&gt;
Fra il settembre e l’ottobre del 1978 Sindona, conscio di non essere riuscito a salvare il suo impero e preoccupato dall’atteggiamento rigoroso di Ambrosoli decidette di chiedere aiuto alla mafia italoamericana. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Le minacce ===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine di dicembre cominciarono le numerose telefonate minatorie da parte della mafia italoamericana attraverso colui che Ambrosoli stesso definì un “picciotto” siciliano. Otto telefonate iniziate il 28 dicembre del 1978.&lt;br /&gt;
Sindona aveva deciso la morte del suo avversario. &lt;br /&gt;
L’ultima telefonata fu una minaccia di morte chiara e avvenne il 12 gennaio del 1978 a mezzogiorno. Questo il contenuto della telefonata finale:&lt;br /&gt;
Picciotto: Pronto, avvocato&lt;br /&gt;
Giorgio Ambrosoli: Buongiorno&lt;br /&gt;
P: Buon giorno. L’altro giorno ha voluto fare il furbo, ha fatto registrare tutta la telefonata! &lt;br /&gt;
G.A.: chi glielo ha detto?&lt;br /&gt;
P: eh, sono fatti miei chi me l&#039;ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più.&lt;br /&gt;
G.A. : ah non mi salva più.&lt;br /&gt;
P: Non la salvo più, perché lei è degno solo di morire ammazzato come un cornuto! Lei è un cornuto e bastardo!     &lt;br /&gt;
Ambrosoli non ricevette più altre telefonate da parte di quell’uomo siciliano, che parlava per conto del “grande capo”. “Sindona?” chiese Ambrosoli durante una conversazione “No, Giulio Andreotti” rispose il siciliano. &amp;lt;ref&amp;gt; Registrazione di alcune telefonate: https://www.youtube.com/watch?v=EDhNvAQ9Dbk &amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
Il 13 giugno un commesso della BPI sul coperchio di un bidone della spazzatura trovò i pezzi di una pistola segata, una 7,65. Tipico messaggio mafioso con l’univoco significato: ti faremo a pezzi come quella pistola. &lt;br /&gt;
Sindona stava cercando di mettere fuori gioco Ambrosoli proprio prima dell’arrivo dei giudici americani a Milano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L’omicidio ===&lt;br /&gt;
La mattina dell’8 luglio 1979 i giudici americani arrivarono a Milano per la rogatoria di fronte al giudice istruttore Giovanni Galati. Nel suo studio s&#039;incontrarono i giudici americani e magistrati italiani insieme agli avvocati di Sindona e Giorgio Ambrosoli. &lt;br /&gt;
La seconda udienza si tenne la mattina del 10 luglio, mentre la terza mercoledì 11 luglio 1979. &lt;br /&gt;
La rogatoria era terminata, manca solo la firma. Il processo della Franklin National Bank era avviato e la procedura di estradizione era ormai sulla buona strada. ( estradizione chiesta il 24 febbraio del 1975 e concessa solamente il 25 marzo del 1980.)   &lt;br /&gt;
L’omicidio di Ambrosoli avvenne la notte dell’11 luglio 1979.&lt;br /&gt;
William J.Arico, assoldato da Sindona nell’autunno del 1978 per togliere la vita ad Ambrosoli, atterrò a Milano l’8 luglio 1979. Si recò all’Hotel Splendido sotto falso nome: Robert McGovern.&lt;br /&gt;
La mattina dell’11 luglio noleggiò una Fiat rossa 127, targata Roma T42711. &lt;br /&gt;
La sera dell’11 luglio Ambrosoli, dopo una serata trascorsa con vecchi amici, era sull’uscio di casa. Venne avvicinato da Arico, sceso dalla Fiat rossa, il quale gli chiese in italiano: “Il signor Ambrosoli?” e Giorgio: “Sì”. E di nuovo Arico: “Mi scusi signor Ambrosoli” e gli sparò tre colpi al petto con una Magnum 357. &amp;lt;ref&amp;gt; Deposizione di Arico W, sentenza-ordinanza di G.Turone, processo a carico di Michele Sindona e altri, 17 luglio 1984 &amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
La vita di Ambrosoli cessò così, sul passo carraio di casa sua.&lt;br /&gt;
William Arico ripartì la mattina dopo per gli Stati Uniti.&lt;br /&gt;
Il funerale di Giorgio Ambrosoli si celebrò il 14 luglio 1979 nella chiesa di San Vittore a Milano. Nessuna autorità di governo era presente. Presenti invece il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e numerosi magistrati milanesi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La condanna di Sindona e la sua morte===&lt;br /&gt;
Il 3 agosto del 1979 Sindona scomparve da New York improvvisamente. Si ritenne che fosse stato rapito da terroristi di estrema sinistra che avevano come scopo quello di raccogliere informazioni sulle operazioni finanziarie illecite, sul suo rapporto con uomini politici e sull’omicidio Ambrosoli. Sindona ricomparve a New York il 16 ottobre , dove venne immediatamente arrestato per il fallimento della Franklin. Lo stesso banchiere confessò che egli aveva lasciato volontariamente gli Stati Uniti ed era giunto in Sicilia, simulando il proprio rapimento con l’aiuto di esponenti mafiosi italoamericani e siciliani.&lt;br /&gt;
Sindona così facendo sperava di distrarre l‘opinione pubblica dai delitti a lui attribuiti e passare da carnefice a vittima. Inoltre cercava indirettamente di minacciare uomini politici ed esponenti del mondo finanziario, rivelando informazioni e documenti.&lt;br /&gt;
E proprio in occasione delle indagini sul finto rapimento di Sindona i magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo scoprirono le liste P2 e i membri della loggia massonica, di cui anche Sindona faceva parte.&lt;br /&gt;
Alla fine del 1980 Sindona fu condannato a 25 anni di reclusione per il fallimento della Frankiln National Bank. &lt;br /&gt;
Gli Stati Uniti concedettero l’estradizione di Sindona in Italia sia per il fallimento della BPI sia per l’omicidio Ambrosoli.&lt;br /&gt;
Nei primi mesi del 1985 Sindona fu processato e condannato per i reati di bancarotta fraudolenta: 15 anni di reclusione. &lt;br /&gt;
Il 4 giugno del 1985 iniziò il dibattimento per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, che si concluse con la condanna dell’esecutore materiale e di Sindona alla pena dell’ergastolo il 18 marzo del 1986.&lt;br /&gt;
Solo tre giorni dopo la sentenza, Michele Sindona morì nel carcere di Voghera a causa di un caffè avvelenato con il cianuro di potassio. Le successive indagini appurarono che si trattò di un suicidio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Per saperne di più ==&lt;br /&gt;
===Libri===&lt;br /&gt;
*Corrado Stajano, Un eroe borghese, Milano, il Saggiatore, 2016&lt;br /&gt;
*Umberto Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Milano, Sironi Editore, 2009&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Cinema===&lt;br /&gt;
*Un eroe borghese di Michele Placido, 1995.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Televisione===&lt;br /&gt;
* Qualunque cosa succeda. Giorgio Ambrosoli, una storia vera di Alberto Nergrin, 2014.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Ambrosoli U., Qualunque cosa succeda, Milano, Sironi Editore, 2009  &lt;br /&gt;
* Stajano C., Un eroe borghese, Milano, il Saggiatore, 2016.  &lt;br /&gt;
* [http://www.senato.it/ric/lista.do?tipo=RelazioniCommissioniInchiesta&amp;amp;comm=COM4X137&amp;amp;leg=08&amp;amp;alias=comm_08_4_137_relcomminc&amp;amp;element_id=tree_menu_08_4_137&amp;amp;versione=xm Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Sindona e sulle responsabilità politiche e amministrative a essa eventualmente connesse], VIII legislatura, Roma,  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Avvocati]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Francescab</name></author>
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