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	<title>WikiMafia - Contributi dell&#039;utente [it]</title>
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	<subtitle>Contributi dell&amp;#039;utente</subtitle>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Bruno_Contrada&amp;diff=10908</id>
		<title>Bruno Contrada</title>
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		<updated>2026-03-13T10:32:20Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Bruno Contrada&#039;&#039;&#039; (Napoli, [[2 settembre]] [[1931]] - Palermo, [[12 marzo]] [[2026]]) è stato un ex funzionario, agente segreto ed ex poliziotto italiano; è stato dirigente generale della Polizia di Stato, numero tre del Sisde, capo della Mobile di Palermo, e capo della sezione siciliana della Criminalpol. Condannato a 10 anni di reclusione per &#039;&#039;&#039;[[Concorso esterno in associazione mafiosa|concorso esterno in associazione mafiosa]]&#039;&#039;&#039; in via definitiva nel 2007, il [[7 luglio]] [[2017]] la sentenza è stata dichiarata dalla stessa Corte di Cassazione &amp;quot;&#039;&#039;ineseguibile e improduttiva di effetti penali&#039;&#039;&amp;quot;, dando seguito alla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell&#039;Uomo che aveva condannato l&#039;Italia in quanto prima del [[1994]], quando la suprema Corte si espresse a sezioni riunite, il reato &amp;quot;&#039;&#039;era poco chiaro&#039;&#039;&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Bruno Contrada 2.jpg|400px|thumb|right|Bruno Contrada]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A tal proposito, [[Gian Carlo Caselli]], ex-procuratore capo di Palermo che contestò il reato a Contrada, in un&#039;intervista a &amp;quot;la Stampa&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.lastampa.it/2017/07/08/italia/cronache/gian-carlo-caselli-sul-caso-contrada-la-suprema-corte-non-ha-capito-quel-reato-esiste-da-sempre-UILP331620vt4tDkNQuQqM/pagina.html Gian Carlo Caselli sul caso Contrada: “La Suprema Corte non ha capito, quel reato esiste da sempre”, la Stampa, 8 luglio 2017]&amp;lt;/ref&amp;gt; ha ribadito: &amp;quot;&#039;&#039;La Cedu e la Cassazione non prendono in esame i fatti specifici che portano alla responsabilità di Contrada. Quindi non si tratta di un’assoluzione per quanto riguarda i fatti. Che in ogni caso sono e restano gravissimi.&#039;&#039;&amp;quot;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sentenza di Strasburgo, in sintesi, aveva motivato la sua decisione con il principio giuridico contenuto nell&#039;articolo 7 della Convenzione europea dei diritti umani, per il quale “&#039;&#039;Nulla poena sine lege&#039;&#039;” (niente pena senza una legge che la preveda). Un principio che i giudici di Strasburgo poterono richiamare al caso Contrada solo grazie a &#039;&#039;&#039;un errore dei rappresentati dello Stato Italiano&#039;&#039;&#039;, i giuristi &#039;&#039;&#039;Ersilia Spatafora&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Paola Accardo&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Giuseppe Pipitone, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/07/mafia-dopo-la-sentenza-contrada-esultano-i-colletti-bianchi-di-cosa-nostra-legale-dellutri-precedente-importante/3714489/ Mafia, dopo la sentenza Contrada esultano i colletti bianchi di Cosa nostra. Legale Dell’Utri: “Precedente importante”], il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2017&amp;lt;/ref&amp;gt;, le quali non obiettarono alcunché circa la premessa dei giudici europei che definiva il concorso esterno come “&#039;&#039;creazione della giurisprudenza&#039;&#039;“, quando in realtà ha &amp;quot;&#039;&#039;un&#039;origine normativa&#039;&#039;&amp;quot;, perché scaturisce dalla combinazione tra la norma incriminatrice (l’articolo 416 bis) e l’articolo 110 del codice penale che prevede il concorso in reato. Senza quella contestazione di merito, quindi, la CEDU ha potuto facilmente condannare l’Italia per il caso Contrada ravvisando la violazione dell’art. 7 della Convenzione Europea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
Dichiarato vincitore del concorso per esami per vice-Commissario di polizia in prova, indetto il [[1° Giugno]] [[1957]], Bruno Contrada, dopo avere prestato servizio per il periodo di prova presso la Questura di Latina, proveniente dall&#039;Istituto Superiore della Polizia di Stato di Roma, il [[24 dicembre]] [[1959]] venne nominato Vice-Commissario nel ruolo della carriera direttiva dell&#039;Amministrazione della Polizia di Stato: per il periodo compreso tra il [[25 luglio]] 1959 e il [[1° agosto]] [[1961]] venne assegnato, quale funzionario addetto, alla Questura di Latina, prima all&#039;Ufficio Politico, poi alla III Divisione e infine alla Squadra Mobile; dal 1° agosto 1961 al [[4 novembre]] [[1962]] diresse il Commissariato di Sezze Romano, in provincia di Latina, con la qualifica di&lt;br /&gt;
Commissario aggiunto, conseguita il [[23 giugno]] 1961.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 4 novembre venne inviato in missione a Palermo, trasferimento reso definitivo dal [[5 febbraio]] [[1963]], dove venne assegnato alla Squadra Mobile con diversi incarichi, prima come dirigente della Volante, poi delle sezioni Antimafia e Investigativa, infine, dal [[1° settembre]] [[1973]], come Dirigente; in questa veste fu lui a raccogliere la testimonianza del primo pentito di [[Cosa Nostra]] [[Leonardo Vitale]], che 10 anni prima di [[Tommaso Buscetta]] aveva consegnato agli inquirenti una mappa precisa delle famiglie mafiose palermitane e della struttura interna dell&#039;organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si occupò anche della scomparsa del giornalista [[Mauro De Mauro]], rapito e ucciso dalla mafia nel [[1970]]: per Contrada e il suo vice [[Boris Giuliano]] la scomparsa era legata alle indagini sull&#039;attentato in cui morì Enrico Mattei, presidente dell&#039;ENI, ufficialmente morto in un incidente aereo, mentre per il generale [[Carlo Alberto dalla Chiesa]] la pista più probabile erano le sue indagini sul traffico di droga delle cosche palermitane; al caso lavorava anche il colonnello dei Carabinieri [[Giuseppe Russo]], poi ucciso nel [[1976]] dai [[Corleonesi]]. Nel [[1976]] Contrada lasciò a Giuliano la guida della Squadra Mobile per passare alla Criminalpol e sei anni dopo andò al SISDE come coordinatore dei centri siciliano e sardo; nel settembre [[1982]] venne nominato dal prefetto Emanuele De Francesco capo di Gabinetto dell&#039;Alto Commissario per la lotta alla mafia, dove restò fino al [[1985]], per poi andare l&#039;anno successivo al Reparto Operativo della Direzione del Sisde, riorganizzandone le funzioni e assegnandogli una specifica competenza antimafia, cosa che creò un conflitto di attribuzione con la preesistente [[Direzione Investigativa Antimafia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal [[31 maggio]] [[1987]] assunse la direzione del Coordinamento dei Gruppi di Ricerca latitanti del SISDE, carica da cui fu temporaneamente sospeso dall&#039;[[8 agosto]] [[1989]] per essere assegnato al Servizio Ispettivo, salvo poi poi tornarvi il [[6 marzo]] [[1990]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[26 marzo]] [[1991]] Contrada venne nominato Dirigente Generale della Polizia di Stato, sempre in posizione distaccata presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[1° luglio]] [[1992]] il pentito [[Gaspare Mutolo]] fece per la prima volta il suo nome a [[Paolo Borsellino]], durante il primo interrogatorio dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia. Circostanza confermata dallo stesso Mutolo nell&#039;udienza del [[21 febbraio]] [[1996]] per il processo sulla [[Strage di Via d&#039;Amelio]] e ribadita anche recentemente in quello sulla [[Processo per la Trattativa Stato-mafia|Trattativa Stato-Mafia]]. Durante quell&#039;interrogatorio Borsellino ricevette una telefonata in cui il capo della Polizia [[Vincenzo Parisi]] lo invitava al ministero degli Interni per incontrare il neo-ministro [[Nicola Mancino]], circostanza confermata dall&#039;agenda del magistrato, che segnò &amp;quot;&#039;&#039;1° luglio ore 19:30: Mancino&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/16/trattativa-pentito-mutolo-borsellino-sapeva-che-qualcuno-voleva-accordo-con-boss/846458/ Citato in Trattativa, Mutolo: “Borsellino sapeva che qualcuno voleva accordo con boss”, il Fatto Quotidiano, 16 gennaio 2014]&amp;lt;/ref&amp;gt;; al ministero incontrò anche Bruno Contrada, che rivelò al magistrato di essere a conoscenza dell&#039;interrogatorio segreto con il pentito: &amp;quot;&#039;&#039;so che è con Mutolo, me lo saluti&#039;&#039;&amp;quot;. Sempre Mutolo riferì che Borsellino, di ritorno dopo due ore, era &amp;quot;&#039;&#039;tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano.&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;Citato dall&#039;udienza del 21 febbraio 1994&amp;lt;/ref&amp;gt; Anni dopo la moglie di Borsellino, Agnese, in una appello lanciato dalla trasmissione di Michele Santoro &amp;quot;Servizio Pubblico&amp;quot;, chiese al ministro degli Interni: &amp;quot;&#039;&#039;Perché Paolo rientrato la sera di quello stesso giorno da Roma, mi disse che aveva respirato aria di morte?&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;Servizio Pubblico, Puntata 6 dicembre 2012&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[24 dicembre]] 1992 Contrada venne arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, sulla base delle rivelazioni di diversi collaboratori di giustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Il processo Contrada ==&lt;br /&gt;
* Per approfondire, vedi [[Processi Contrada]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il processo si aprì l&#039;[[11 febbraio]] [[1994]] di fronte alla V sezione del Tribunale di Palermo, presieduta dal giudice Francesco Ingargiola con giudici a latere Salvatore Barresi (estensore della sentenza di 1° grado) e Donatella Puleo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[14 febbraio]] il GIP emise un decreto di giudizio immediato su richiesta dello stesso Contrada, chiamato a rispondere del reato di concorso esterno in associazione mafiosa in base agli artt.110-416, con le aggravanti di cui ai commi IV e V, e artt.110-416bis, con le aggravanti di cui ai commi IV, V e VI&amp;lt;ref&amp;gt;Francesco Ingargiola, Sentenza n.338/1996, Tribunale di Palermo - V Sezione Penale, 5 aprile 1996, p.2&amp;lt;/ref&amp;gt;, per avere, dapprima come&lt;br /&gt;
funzionario di polizia e successivamente come Dirigente dell&#039;Alto Commissariato per il coordinamento della lotta alla mafia e del SISDE, contribuito sistematicamente alle attività ed agli scopi criminali di &amp;quot;Cosa Nostra&amp;quot;, in particolare fornendo ad esponenti della &amp;quot;[[Commissione provinciale|Commissione Provinciale]]&amp;quot; di Palermo, notizie riservate riguardanti indagini e operazioni di Polizia da svolgere nei confronti dei medesimi e di altri appartenenti&lt;br /&gt;
all&#039;associazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La fase dibattimentale ===&lt;br /&gt;
All&#039;udienza del [[12 aprile]] [[1994]], compiuto l&#039;accertamento della regolare costituzione delle parti, il Tribunale procedette all&#039;esame delle questioni preliminari concernenti il contenuto del fascicolo per il dibattimento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In particolare il Pubblico Ministero [[Antonio Ingroia]] chiese e ottenne l&#039;inserimento di alcuni atti c.d. &amp;quot;irripetibili&amp;quot;, nonché di alcuni atti ottenuti tramite rogatoria internazionale, formulava richiesta, cui non si opponeva la difesa, di inserimento nel fascicolo del dibattimento di alcuni atti irripetibili nonché di alcuni atti assunti a seguito di commissione rogatoria internazionale, per mera omissione non inseriti nel fascicolo dal GIP.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Risolte le questioni preliminari, il Presidente dichiarò aperto il dibattimento e il PM procedette all&#039;esposizione introduttiva dei fatti, affermando che il processo prendeva le mosse dalle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, in particolare [[Tommaso Buscetta]], [[Gaspare Mutolo]], [[Giuseppe Marchese]], [[Rosario Spatola]], [[Francesco Marino Mannoia]], [[Salvatore Cancemi]] e [[Pietro Scavuzzo]], i quali accusavano Contrada di avere mantenuto, fin dal periodo in cui operava presso gli uffici investigativi della Questura di Palermo, &#039;&#039;&#039;stabili rapporti con esponenti di spicco di Cosa Nostra&#039;&#039;&#039; e di avere posto in essere una continuativa condotta di agevolazione nei loro confronti, realizzata avvalendosi delle notizie a lui note grazie agli incarichi ricoperti; il PM sostenne anche che le dichiarazioni dei pentiti avevano trovato conferma di veridicità in una complessa serie di riscontri di natura obiettiva acquisiti all&#039;esito delle indagini e che il quadro probatorio si era arricchito anche di numerose altre acquisizioni di natura documentale e testimoniale confermative delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel corso della fase dibattimentale, protrattasi per &#039;&#039;&#039;165 udienze&#039;&#039;&#039;, il Tribunale ascoltò come testimoni i pentiti sopra citati, oltre a 50 testimoni dell&#039;accusa e 144 della difesa, oltre ad altri 58 richiesti a vario titolo da entrambe le parti&amp;lt;ref&amp;gt;Ivi, pp. 8-22&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell&#039;udienza del [[13 giugno]] [[1995]] Contrada venne colto da un malore e il Tribunale ne ordinò il ricovero presso l&#039;ospedale Civico di Palermo, disponendo l&#039;acquisizione delle relazioni mediche sulle sue condizioni di salute. All&#039;udienza del [[28 luglio]] la difesa formulò l&#039;istanza di revoca della misura cautelare in carcere, sia per insussistenza delle esigenze cautelari sia per le condizioni di salute di Contrada, ottenendola tre giorni dopo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All&#039;udienza del [[23 novembre]] il PM Antonio Ingroia iniziò a illustrare le proprie conclusioni, concludendo dopo 21 udienze il [[19 gennaio]] [[1996]], chiedendo una pena di 12 anni di reclusione&amp;lt;ref&amp;gt;Ivi, p.23&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La difesa iniziò a illustrare le proprie conclusioni all&#039;udienza del [[7 febbraio]], concludendo dopo 22 udienze il [[29 marzo]], con la richiesta di assoluzione dell&#039;imputato da tutte le imputazioni &amp;quot;&#039;&#039;perché il fatto non sussiste&#039;&#039;&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Conclusione ===&lt;br /&gt;
Il [[5 aprile]] Contrada prese la parole per un ultimo intervento difensivo, dopo il quale il Presidente dichiarò chiuso il dibattimento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine della Camera di Consiglio Contrada &#039;&#039;&#039;fu condannato a dieci anni di reclusione&#039;&#039;&#039; per concorso esterno in associazione mafiosa, nonché al pagamento delle spese processuali e a quelle relative al proprio mantenimento in carcere durante la custodia cautelare, nonché all&#039;interdizione perpetua dai pubblici uffici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Contrada fu riconosciuto colpevole di aver reso, pur non facendo parte della struttura organizzativa di “Cosa Nostra” e rimanendovi esterno, &amp;quot;&#039;&#039;&#039;&#039;&#039;un contributo peculiarmente efficace in relazione alle funzioni pubbliche esercitate&#039;&#039;&#039;, estrinsecatosi in molteplici singole condotte di agevolazione e rafforzamento dell&#039;associazione mafiosa per un notevole arco temporale&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;Ivi, p.822&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sentenza affermò che Contrada&amp;lt;ref&amp;gt;Ivi, p.819&amp;lt;/ref&amp;gt;:&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;è stata “&#039;&#039;persona disponibile&#039;&#039;” nei confronti di “Cosa Nostra”&#039;&#039;&#039; ed ha intrattenuto rapporti con diversi mafiosi, in particolare con Rosario Riccobono e Stefano Bontate;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;ha posto in essere specifiche condotte di favoritismo nei confronti di mafiosi consistenti in agevolazioni&#039;&#039;&#039;: 1) nel rilascio di patenti a Stefano Bontate e Giuseppe Greco, secondo quanto riferito dai collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi e Francesco Marino Mannoia; 2) nel rilascio di porti d’arma ai fratelli Caro secondo quanto riferito dal collaboratore Rosario Spatola;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;ha realizzato condotte di agevolazione della latitanza di mafiosi&#039;&#039;&#039;: in favore di Rosario Riccobono, secondo quanto dichiarato da Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo, ed anche in favore di esponenti dell’area corleonese e dello stesso Salvatore Riina, secondo quanto dichiarato da Giuseppe Marchese che ha riferito anche del privilegiato rapporto che l&#039;imputato intratteneva con Michele e Salvatore Greco;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;ha fornito all&#039;organizzazione mafiosa notizie afferenti ad indagini di P.G., di cui era venuto a conoscenza in relazione ai suoi incarichi istituzionali&#039;&#039;&#039;: al riguardo vanno ricordate le informazioni sulle operazioni interforze realizzate nel trapanese su cui ha riferito Rosario Spatola, la comunicazione in ordine alla telefonata anonima sugli autori dell&#039;omicidio Tagliavia di cui ha detto Giuseppe Marchese, l&#039;episodio riguardante la comunicazione a Rosario Riccobono dell&#039;informale denunzia delle estorsioni subite dal costruttore Gaetano Siracusa riferito da Gaspare Mutolo;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;ha avuto incontri diretti con mafiosi&#039;&#039;&#039;: come Rosario Riccobono, riferito da Rosario Spatola, e come Calogero Musso, mafioso del trapanese facente parte di una cosca alleata di Salvatore Riina, del quale ha parlato Pietro Scavuzzo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si legge poi nella sentenza che la fase dibattimentale permise di accertare altre condotte&amp;lt;ref&amp;gt;Ivi, p. 820&amp;lt;/ref&amp;gt;, confermandole da fonti testimoniali e documentali assolutamente autonome dalle prime, in particolare:&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;specifiche condotte di favoritismo nei confronti di indagati mafiosi&#039;&#039;&#039;: si veda l&#039;episodio del rinnovo della licenza del porto di pistola ad Alessandro Vanni Calvello nonchè l’incontro concesso tempestivamente nei locali dell’Alto Commissario ad Antonino Salvo;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;condotte di agevolazione della latitanza di mafiosi e di soggetti in stretti rapporti criminali con l&#039;organizzazione mafiosa&#039;&#039;&#039;: vicenda Gentile in relazione alla latitanza del mafioso Salvatore Inzerillo e gli episodi relativi all&#039;agevolazione della fuga dall&#039;Italia di Oliviero Tognoli e di John Gambino;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;condotte di interferenza in indagini giudiziarie riguardanti fatti di mafia al fine di deviarne il corso o di comunicare all&#039;organizzazione mafiosa notizie utili&#039;&#039;&#039;: l&#039;episodio delle intimidazioni alla vedova Parisi e quello attinente alle indagini sui possibili collegamenti tra gli omicidi Giuliano e Ambrosoli;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;&#039;comportamenti di intimidazione e di freno alle indagini anti-mafia posti in essere nei confronti di funzionari di Polizia&#039;&#039;&#039;: vedi interventi sui funzionari di P.S. Gentile-Montalbano e Marcello Immordino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Ulteriori gradi di giudizio ===&lt;br /&gt;
==== Primo Appello ====&lt;br /&gt;
Il primo processo di Appello si concluse il [[4 maggio]] [[2001]] &#039;&#039;&#039;con un&#039;assoluzione&#039;&#039;&#039; per Contrada. La Corte di Appello, infatti, pur condividendo i parametri di diagnosi tecnico-giuridica assunti dal Tribunale di Palermo, ritenne di non poter confermare la sentenza in primo luogo perché le dichiarazioni dei pentiti non avevano portato a fatti dotati di &amp;quot;&#039;&#039;necessaria specificità&#039;&#039;&amp;quot;, in secondo luogo perché non era stata presa in considerazione la &amp;quot;&#039;&#039;particolare condizione professionale dell&#039;imputato&#039;&#039;&amp;quot;, funzionario di polizia a lungo impegnato in indagini antimafia anche contro i suoi principali accusatori&amp;lt;ref&amp;gt;Giorgio Lattanzi, Sentenza di Cassazione, 10 maggio 2007, p.10&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In sostanza, la sentenza di appello, sebbene rilevasse delle anomalie comportamentali di Contrada (in ipotesi censurabili in separata sede disciplinare) non considerava assistite del sufficiente peso probatorio sia le dichiarazioni dei pentiti sia le altre fonti utilizzate dal tribunale&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Primo pronunciamento della Cassazione ====&lt;br /&gt;
Il [[12 dicembre]] [[2002]] a Corte di Cassazione, con sentenza pronunciata dalla II sezione penale, riteneva fondato il ricorso del pubblico ministero e &#039;&#039;&#039;annullava con rinvio per nuovo giudizio&#039;&#039;&#039; la sentenza d&#039;appello del 4 maggio per la &amp;quot;&#039;&#039;radicale carenza della struttura normativa della sentenza&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;Ivi, p.11&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le carenze motivazionali correlate a deficitarie o contraddittorie valutazioni del materiale probatorio palesate nella sentenza d&#039;appello, unite a evidenti errori di diritto (per tutti: a fronte della pur ritenuta &amp;quot;sincerità&amp;quot; delle dichiarazioni dei pentiti, le stesse furono ritenute inidonee a superare il vaglio di attendibilità probatoria, avallando l&#039;ipotesi della &amp;quot;sindrome vendicatoria&amp;quot;) furono alla base dell&#039;annullamento della prima sentenza di appello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Secondo processo d&#039;appello ====&lt;br /&gt;
Il nuovo processo d&#039;appello iniziò l&#039;[[11 dicembre]] [[2003]] e vide il contributo di un nuovo collaboratore di giustizia, [[Antonino Giuffrè]], capo mandamento della famiglia mafiosa di Caccamo, che parlò anche di un episodio specifico del coinvolgimento di Contrada &#039;&#039;&#039;nella latitanza di Totò Riina&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Salvatore Scaduti, Sentenza di Appello, Corte di Appello di Palermo, 25 febbraio 2006, p.227&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[25 febbraio]] [[2006]] la Corte confermò integralmente la sentenza di primo grado del 5 aprile 1996.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== La sentenza definitiva di condanna ====&lt;br /&gt;
Il [[10 maggio]] [[2007]] la Corte di Cassazione, presidente Giorgio Lattanzi, rigettò il ricorso dei difensori di Contrada e confermò la sentenza d&#039;appello, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali. L&#039;ex-numero tre del SISDE venne così tradotto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Dopo il processo ==&lt;br /&gt;
=== La richiesta di grazia e di differimento della pena ===&lt;br /&gt;
A fine dicembre 2007 l&#039;avvocato difensore di Contrada, Giuseppe Lipera, inviò al presidente della Repubblica [[Giorgio Napolitano]] una &amp;quot;accorata supplica&amp;quot; al fine di sollecitarlo a concedere la grazia in mancanza di un&#039;esplicita richiesta da parte dell&#039;interessato che, ritenendosi innocente, non intendeva inoltrarla.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La richiesta arrivò a causa delle presunte condizioni mediche precarie dell&#039;imputato, che il [[28 dicembre]] venne trasferito al Cardarelli di Napoli su disposizione del giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere per motivi di salute. Il suo avvocato dichiarò alla stampa: &amp;quot;&#039;&#039;Adesso spero che il ministero della Giustizia si attivi velocemente per le pratiche necessarie alla concessione della grazia per permettere a un servitore dello Stato gravemente malato di poter tornare a casa propria [...] A Mastella dico: non perdete tempo, se muore l&#039;avrete sulla coscienza. Il magistrato di sorveglianza sta finalmente capendo che il mio cliente può morire da un momento all&#039;altro. La verità è che deve tornare a casa.&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/caso-contrada/trasferito-ospedale/trasferito-ospedale.html Contrada trasferito in ospedale &amp;quot;E&#039; gravemente malato&amp;quot;, la Repubblica, 28 dicembre 2007]&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;quot;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ciononostante, il magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere rigettò l&#039;istanza di differimento della pena proposta per Bruno Contrada, dopo aver esaminato le relative perizie mediche&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/caso-contrada/no-differimento-pena/no-differimento-pena.html Mafia, Contrada resta in carcere &amp;quot;No al differimento della pena&amp;quot;, la Repubblica, 8 gennaio 2008]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il Presidente della Repubblica, dopo aver appreso che la lettera dell&#039;avvocato Lipera non fosse una richiesta ufficiale di concessione della grazia, sospese l&#039;iter precedentemente avviato, anche alla luce dell&#039;annunciata richiesta di revisione del processo&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/cronaca/caso-contrada/quirinale-grazia/quirinale-grazia.html Contrada, il Quirinale frena. Ritirato l&#039;iter per la grazia, la Repubblica, 10 gennaio 2008]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La richiesta dell&#039;eutanasia e la concessione dei domiciliari nel 2008 ===&lt;br /&gt;
Il [[16 aprile]] 2008 contrada chiese l&#039;eutanasia con una richiesta al giudice tutelare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere presentata dalla sorella, che spiegò la volontà di morire dell&#039;ex-numero due del SISDE perché «&#039;&#039;questa sembra l&#039;unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilgiornale.it/news/sorella-contrada-eutanasia-bruno.html La sorella di Contrada: &amp;quot;Eutanasia per Bruno&amp;quot;, il Giornale, 17 aprile 2008]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 luglio]] dello stesso anno i suoi legali diffusero la notizia della perdita di ben 22 chili da parte di Contrada, per dimostrare l&#039;incompatibilità dell&#039;ex-numero 2 del Sisde col regime carcerario, omettendo di dichiarare però che &#039;&#039;&#039;il dimagrimento del detenuto era derivante dal suo rifiuto di nutrirsi&#039;&#039;&#039;. Il [[24 luglio]] gli vennero concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute per una durata di 6 mesi, con l&#039;obbligo di domicilio, negando la possibilità di recarsi a Palermo in quanto &#039;&#039;&#039;i giudici confermarono la sua pericolosità sociale&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Fine pena ===&lt;br /&gt;
L&#039;[[11 ottobre]] [[2012]] Contrada venne scarcerato: dei 10 anni di pena, ne scontò 4 in carcere e 4 ai domiciliari, mentre i restanti 2 gli vennero scontati per buona condotta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Le sentenze della CEDU ===&lt;br /&gt;
L&#039;[[11 febbraio]] [[2014]] la Corte europea dei diritti dell&#039;uomo (CEDU), organo del Consiglio d&#039;Europa, condannò lo Stato italiano per la ripetuta mancata concessione dei domiciliari a Contrada sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado quella che la corte definisce &amp;quot;&#039;&#039;la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario&#039;&#039;&amp;quot;, in quanto violazione dell&#039;art.3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell&#039;uomo e delle libertà fondamentali e di cui l&#039;Italia è firmataria e a cui la sua giurisdizione è vincolata. Lo Stato fu condannato a pagare 10mila euro di danni morali e 5mila euro per il rimborso spese.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[13 aprile]] dell&#039;anno successivo la CEDU condannò poi lo Stato italiano a un risarcimento di 10mila euro per danni morali e 2500 per le spese processuali, in quanto secondo la Corte, Contrada non doveva essere né processato né condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che all&#039;epoca dei fatti contestati (1979-1988) il reato non era codificato e &amp;quot;&#039;&#039;l&#039;accusa di concorso esterno non era sufficientemente chiara&#039;&#039;&amp;quot;. Secondo la Corte l&#039;Italia ha violato l&#039;articolo 7 della convenzione dei diritti dell&#039;uomo, che afferma il principio &amp;quot;&#039;&#039;nulla poena sine lege&#039;&#039;&amp;quot;, cioè che «&#039;&#039;nessuno può essere condannato per un&#039;azione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale&#039;&#039;». L&#039;unico reato contestabile, se ritenuto colpevole, sarebbe stato quello di favoreggiamento personale. Nel luglio 2015 il governo italiano presentò ricorso alla Grande Chambre, che però il [[15 settembre]] lo respinse.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo Giancarlo Caselli, &amp;quot;&#039;&#039;la tesi non convince, posto che il concorso esterno compare addirittura in sentenze della Corte di Cassazione risalenti all&#039;800 ed è poi stato ripreso in molte altre successive (che non sono un fuor d&#039;opera rispetto alla mafia quando trattano di cospirazione politica o terrorismo, perché si tratta pur sempre, ontologicamente, di associazioni criminali e di partecipazione esterna, per cui la struttura è identica e i precedenti ci sono). In realtà, le oscillazioni giurisprudenziali sono sopravvenute successivamente, ben dopo i fatti contestati al dott. Contrada, e cioè a partire dal 1991: quando l’introduzione della speciale aggravante mafiosa ha dato luogo al c.d. “favoreggiamento mafioso”, a fronte del quale si è ipotizzato che non potesse esservi più spazio autonomo per il concorso esterno, in quanto assorbito dal favoreggiamento. Quindi, il contrario di quel che ha scritto Strasburgo&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/15/caso-contrada-fatti-confermati-ed-erano-gravissimi/1593466/ Gian Carlo Caselli, Bruno Contrada: fatti confermati, ed erano gravissimi, il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2015]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La Richiesta di Revisione ===&lt;br /&gt;
In seguito alla pronuncia europea, Contrada presentò per la quarta volta richiesta di revisione del processo. Per effetto della pronuncia della Corte costituzionale sul caso Dorigo, la Cassazione ammise automaticamente la richiesta al tribunale di Caltanissetta, che accolse l&#039;istanza di revisione riservandosi di giudicare in seguito. Il [[18 novembre]] [[2015]] la Corte respinse la richiesta, confermando la condanna definitiva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La nuova sentenza della Cassazione e la revoca della condanna ===&lt;br /&gt;
Contrada e il suo legale Stefano Giordano presentarono quindi una nuova richiesta alla Corte d&#039;Appello di Palermo nell&#039;ottobre 2016, affinché venisse recepita la sentenza della CEDU e fosse revocata la condanna, ma il [[27 ottobre]] la Corte respinse la richiesta di revoca, non riconoscendo le motivazioni giurisprudenziali della CEDU, dichiarando la revoca inammissibile perché la corte europea si baserebbe su «&#039;&#039;un&#039;interpretazione comunitaria di fatto incompatibile con l&#039;ordinamento italiano&#039;&#039;».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Contrada così si rivolse alle sezione riunite della Cassazione, che il [[7 luglio]] [[2017]] ha revocato, tramite annullamento senza rinvio, la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa a Contrada, dichiarandola &amp;quot;&#039;&#039;ineseguibile e improduttiva di effetti penali&#039;&#039;&amp;quot; poiché il fatto non era previsto come reato (articolo 530 c.p.p. comma 1), in accoglimento della sentenza di Strasburgo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Le reazioni alla revoca ====&lt;br /&gt;
La revoca della condanna portò a diverse polemiche, soprattutto per il fatto che su diversi media si spacciò l&#039;annullamento per assoluzione, nonostante i fatti alla base della condanna definitiva non fossero stati smentiti né dalla CEDU né dalla nuova pronuncia della Cassazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo &#039;&#039;&#039;Marco Travaglio&#039;&#039;&#039;, direttore de &amp;quot;Il Fatto Quotidiano&amp;quot;, la sentenza riporta l&#039;antimafia all&#039;età della pietra&amp;lt;ref&amp;gt;Marco Travaglio, L&#039;età della Pietra, Il Fatto Quotidiano, 9 luglio 2017&amp;lt;/ref&amp;gt;: &amp;quot;&#039;&#039;Ora, con buona pace della Corte di Strasburgo che la mafia non l&#039;ha mai vista neppure in cartolina, e della nostra Cassazione che invece dovrebbe saperne qualcosa, il reato di concorso esterno non è un&#039;invenzione: è sempre esistito, come il concorso in omicidio, in rapina, in truffa, in corruzione ecc. Nel 1875, quando la Sicilia aveva una Cassazione tutta sua e la mafia si chiamava brigantaggio, già venivano condannati i suoi concorrenti esterni agrigentini per “complicità in associazione di malfattori”. Nel 1982 la legge Rognoni-La Torre creò finalmente il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis del Codice penale) e subito dopo, nel 1987, il pool di Falcone e Borsellino contestò il concorso esterno in associazione mafiosa ai colletti bianchi di Cosa Nostra nella sentenza-ordinanza del maxiprocesso-ter.&#039;&#039;&amp;quot;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo Attilio Bolzoni de &amp;quot;la Repubblica&amp;quot;, le motivazioni del caso Contrada possono aprire a una revisione del processo anche per [[Marcello Dell&#039;Utri]], braccio destro di [[Silvio Berlusconi]]: &amp;quot;&#039;&#039;Proprio partendo da queste motivazioni c&#039;è l&#039;esultanza anche degli avvocati di Marcello Dell&#039;Utri. E ben si comprende. I giudici della Cassazione hanno ritenuto provate le collusioni del braccio destro di Berlusconi solo dal 1977 al 1992, confermando l&#039;assoluzione della Corte di Appello per le accuse successive al 1992. Nei tempi, il caso Contrada sembra una fotocopia del caso Dell&#039;Utri.&lt;br /&gt;
Se le cose stanno davvero così — e cioè se le motivazioni della Cassazione hanno seguito gli indirizzi della Corte Europea — anche l&#039;ex senatore in carcere dal 2014 può legittimamente sperare in una svolta.&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;[http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/07/08/quel-verdetto-sul-reato-fantasma-che-puo-ribaltare-dellutri17.html?ref=search Attilio Bolzoni, Quel verdetto sul reato fantasma che può ribaltare pure il caso Dell&#039;Utri, la Repubblica, 8 luglio 2017]&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;quot;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Giorgio Lattanzi, Sentenza di Cassazione, 10 maggio 2007&lt;br /&gt;
* Salvatore Scaduti, Sentenza di Appello, Corte di Appello di Palermo - I sezione penale, 25 febbraio 2006&lt;br /&gt;
* Francesco Ingargiola, Sentenza n.338/1996, Tribunale di Palermo - V Sezione Penale, 5 aprile 1996&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Poliziotti]] [[Categoria:Forze dell&#039;Ordine]] [[Categoria:Collusi]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]]&lt;br /&gt;
[[File:Donne-vittime-di-mafia.jpg|alt=Donne vittime innocenti di mafia|miniatura|200x200px]]&lt;br /&gt;
Le donne vittime innocenti delle mafie in Italia sono &#039;&#039;&#039;131&#039;&#039;&#039;. L&#039;organizzazione mafiosa col più alto numero di donne uccise è [[Cosa Nostra|Cosa nostra]], con &#039;&#039;&#039;52 vittime&#039;&#039;&#039;. Seguono la [[&#039;Ndrangheta|&#039;ndrangheta]] con &#039;&#039;&#039;43&#039;&#039;&#039;, la [[camorra]] con &#039;&#039;&#039;19&#039;&#039;&#039;, le mafie pugliesi con &#039;&#039;&#039;15&#039;&#039;&#039; e la [[Mafia del Brenta]] con una (la studentessa [[Cristina Pavesi]]). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
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|description=Tutte le donne vittime innocenti delle mafie, i loro nomi, le loro storie, le organizzazioni che le hanno uccise.  &lt;br /&gt;
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&amp;lt;center&amp;gt;(&#039;&#039;Pierpaolo Farina&#039;&#039;, ideatore di WikiMafia)&amp;lt;/center&amp;gt;&amp;lt;/blockquote&amp;gt;[[File:Vittime innocenti delle mafie cover wikimafia.jpg|400px|miniatura|destra|alt=Vittime innocenti delle mafie - WikiMafia]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L&#039;attuale sezione contiene le biografie delle &#039;&#039;&#039;vittime innocenti delle mafie&#039;&#039;&#039; di cui si ha notizia. Ad oggi sono morte per mano mafiosa in Italia &#039;&#039;&#039;1.076 persone&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;&#039;Breve nota metodologica&#039;&#039;&#039;. La lista all&#039;interno di questa sezione, in ordine alfabetico, è in parte diversa da quella diffusa da [[Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie|Libera]]. Abbiamo escluso infatti, per una questione di rigore scientifico, &#039;&#039;&#039;133 nomi&#039;&#039;&#039; riferibili a vittime di criminalità comune, corruzione e terrorismo, nonché quelle su cui non vi era alcuna notizia certa nei vari archivi da noi generalmente consultati, né sul sito di Libera. Anche le vittime delle mafie uccise all&#039;estero sono categorizzate su WikiMafia [[:Categoria:Vittime innocenti delle mafie all&#039;estero|in un elenco a parte]]. In compenso, &#039;&#039;&#039;abbiamo inserito 91 nomi di vittime&#039;&#039;&#039; delle varie organizzazioni mafiose, ad oggi non inserite nell&#039;elenco letto da Libera ogni 21 marzo. &#039;&#039;&#039;L&#039;attuale lavoro di revisione è aggiornato al 12 marzo 2026&#039;&#039;&#039;. Progressivamente stiamo aggiornando tutte le biografie con le varie categorie per rendere più facile anche la ricerca, l&#039;analisi e lo studio da parte di tutti. &amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di queste, [[:Categoria:Donne Vittime di mafia|131 &#039;&#039;&#039;sono donne&#039;&#039;&#039;]] e [[:Categoria:Minori Vittime di mafia|137 &#039;&#039;&#039;sono minori&#039;&#039;&#039;]] (di cui [[:Categoria:Bambini Vittime di mafia|91 &#039;&#039;&#039;bambini&#039;&#039;&#039;]] tra gli 0 mesi e i 14 anni). &#039;&#039;&#039;Sono 529 quelle senza giustizia&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanto riguarda le singole organizzazioni:&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;523&#039;&#039;&#039; sono riconducibili a [[:Categoria:Vittime di Cosa Nostra|Cosa Nostra]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;243&#039;&#039;&#039; alla [[:Categoria:Vittime di &#039;ndrangheta|&#039;ndrangheta]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;227&#039;&#039;&#039; alla [[:Categoria:Vittime di Camorra|Camorra]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;65&#039;&#039;&#039; alla [[:Categoria:Vittime della Sacra Corona Unita e delle mafie pugliesi|Sacra Corona Unita e alle altre mafie pugliesi]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;14&#039;&#039;&#039; alla [[:Categoria:Vittime della Stidda|Stidda]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;2&#039;&#039;&#039; alla [[:Categoria:Vittime della Mafia del Brenta|Mafia del Brenta]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;1&#039;&#039;&#039; ai [[:Categoria:Vittime dei Basilischi|Basilischi]];&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;1&#039;&#039;&#039; la cui organizzazione non è stata mai individuata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo omicidio di mafia riconosciuto in quanto tale nel nostro Paese è stato quello di [[Giuseppe Montalbano (garibaldino)|Giuseppe Montalbano]], medico e patriota che aveva partecipato anche all&#039;impresa dei Mille con Garibaldi, ucciso il [[:Categoria:Morti il 3 marzo|3 marzo]] [[:Categoria:Morti nel 1861|1861]] a Santa Margherita di Belice, in provincia di Agrigento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L&#039;esigenza di ricordare i nomi delle vittime nacque originariamente con [[Saveria Antiochia]], madre di [[Roberto Antiochia|Roberto]], poliziotto agente di scorta di [[Ninni Cassarà]] ucciso nel [[:Categoria:Morti nel 1985|1985]]. Anche dalla sua lotta per veder riconosciuta verità e giustizia per la morte del figlio e di assicurargli la stessa dignità nel ricordo riservata alle &amp;quot;vittime eccellenti&amp;quot;, dal [[21 marzo]] [[1996]] Libera organizza la Giornata della Memoria e dell&#039;Impegno per ricordarle. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa sezione e le statistiche indicate sono frutto del meticoloso lavoro di ricerca, totalmente volontario, del gruppo memoria di WikiMafia, iniziato col lancio il [[5 marzo]] [[2020]] della [https://www.wikimafia.it/eranosemisocial/ &#039;&#039;&#039;prima campagna social&#039;&#039;&#039; in memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie], che tra il 18 e il 22 marzo di quell&#039;anno portò migliaia di persone a usare l’hashtag &#039;&#039;&#039;&#039;&#039;#eranosemi&#039;&#039;&#039;&#039;&#039; per far partire le proprie “catene di memoria”.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questo prezioso lavoro di memoria è infatti &#039;&#039;&#039;un cantiere perennemente aperto&#039;&#039;&#039;. E anche noi ne abbiamo di lavoro da fare per raccontare nel miglior modo possibile tutte le storie che magari ora sono solamente abbozzate sull’enciclopedia. &#039;&#039;&#039;In caso aveste informazioni biografiche più dettagliate&#039;&#039;&#039; sulle vittime in elenco o su nuove vittime, vi chiediamo di inviarcele [https://www.wikimafia.it/contattaci/ contattandoci via mail], insieme alle fonti originali da cui sono tratte le informazioni. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:I protagonisti]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Vincenzo_Natale&amp;diff=10905</id>
		<title>Vincenzo Natale</title>
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		<updated>2026-03-12T11:16:32Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{Espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Vincenzo Natale&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (N.D. - Villa Literno, 28 settembre 2003) è stato una vittima innocente di camorra.  ==Biografia== Figlio dell&amp;#039;attrice Luigia Petito, fu ucciso il 28 settembre 2003, intorno alle 22:30, in via Vittorio Veneto a Villa Literno. Il giovane si trovò in mezzo a un agguato tra camorristi affiliati al Clan dei Bidognetti e dei Tavoletta.  ==Indagini e Processi== La sentenza della Corte d&amp;#039;Assise di Santa Maria Capua Vetere n. 2/...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{Espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Vincenzo Natale&#039;&#039;&#039; (N.D. - Villa Literno, [[28 settembre]] [[2003]]) è stato una vittima innocente di [[camorra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Figlio dell&#039;attrice Luigia Petito, fu ucciso il 28 settembre 2003, intorno alle 22:30, in via Vittorio Veneto a Villa Literno. Il giovane si trovò in mezzo a un agguato tra camorristi affiliati al Clan dei Bidognetti e dei Tavoletta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Indagini e Processi==&lt;br /&gt;
La sentenza della Corte d&#039;Assise di Santa Maria Capua Vetere n. 2/12, confermata dalla Corte D&#039;Assise d&#039;Appello di Napoli n. 81/13, stabilì che Vincenzo era &amp;quot;&#039;&#039;del tutto estraneo agli ambienti malavitosi&#039;&#039;&amp;quot; e ad &amp;quot;&#039;&#039;ambienti e rapporti delinquenziali&#039;&#039;&amp;quot; e che fu vittima di un &amp;quot;&#039;&#039;raid omicida che aveva come obiettivi soggetti diversi&#039;&#039;&amp;quot;. La sua morte fu dovuta alla &amp;quot;&#039;&#039;sfortuna di trovarsi sulla via di fuga di altri due soggetti, rimasti solo feriti nell&#039;agguato, i quali erano i veri obbiettivi del comando omicida&#039;&#039;&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Memoria==&lt;br /&gt;
Grazie all&#039;impegno della madre Luigia, che ha portato avanti una battaglia in nome del figlio, Vincenzo è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Fondazione Polis, Scheda biografica su Vincenzo Natale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di Camorra]]  &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti il 28 settembre]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti nel 2003]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di mafia del 28 settembre]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di mafia di settembre]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di mafia del 2003]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{Espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Salvatore Richiello&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (N.D. - Castelvolturno, 18 aprile 1991) è stato un bambino vittima innocente di camorra.  ==Biografia== Figlio di Michele, netturbino a Pozzuoli, venne ucciso mentre si trovava insieme al padre e a Pellegrino De Micco, 23enne pluri-pregiudicato.   ==Bibliografia== * Vito Faenza (1991). &amp;quot;&amp;#039;&amp;#039;In Campania è strage continua – In tre giorni sette morti ammazzati&amp;#039;&amp;#039;&amp;quot;, l&amp;#039;Unità, 21 aprile.   Categoria:Minori Vittime di maf...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{Espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Salvatore Richiello&#039;&#039;&#039; (N.D. - Castelvolturno, [[18 aprile]] [[1991]]) è stato un bambino vittima innocente di [[camorra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Figlio di Michele, netturbino a Pozzuoli, venne ucciso mentre si trovava insieme al padre e a Pellegrino De Micco, 23enne pluri-pregiudicato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Vito Faenza (1991). &amp;quot;&#039;&#039;In Campania è strage continua – In tre giorni sette morti ammazzati&#039;&#039;&amp;quot;, l&#039;Unità, 21 aprile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Minori Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Bambini Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Minori Vittime di Camorra]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Bambini Vittime di Camorra]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di Camorra]]  &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti il 18 aprile]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti nel 1991]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di mafia del 18 aprile]]&lt;br /&gt;
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&lt;hr /&gt;
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&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Domenico Di Donna&#039;&#039;&#039; (N.D. - Torre del Greco, [[1° aprile]] [[1988]]) è stato un cameriere, ucciso dalla [[camorra]] nella c.d. &amp;quot;strage del Venerdì Santo&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Domenico, 61 anni, stava servendo ai tavoli della &amp;quot;Taverna del Buongustaio&amp;quot;, dove erano seduti a tavola sei esponenti del clan Galliano-Mennella, quando un commando fece irruzione nel locale e lo crivellò di colpi rivolti al tavolo dei camorristi. Morì sul colpo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Renato Caprile (1988). &#039;&#039;La strage del Venerdì Santo&#039;&#039;, la Repubblica, 3 aprile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Lavoratori]] [[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Vittime di Camorra]] [[Categoria:Morti il 1° aprile]] [[Categoria:Morti nel 1988]] [[Categoria:Lavoratori Vittime di mafia]] [[Categoria:Vittime di mafia del 1° aprile]] [[Categoria:Vittime di mafia di aprile]] [[Categoria:Vittime di mafia del 1988]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{bozza}} &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Raffaele Sarnataro&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (N.D. - Bellizzi, 21 aprile 1982) è stato un commerciante, vittima innocente di Camorra.   Categoria:Morti il 21 aprile Categoria:Morti nel 1982 Categoria:Vittime innocenti delle mafie Categoria:Vittime di Camorra Categoria:Commercianti Categoria:Commercianti Vittime di mafia Categoria:Commercianti Vittime di Camorra Categoria:Vittime di mafia di aprile Categoria:Vittime di mafia del 1982...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
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&#039;&#039;&#039;Raffaele Sarnataro&#039;&#039;&#039; (N.D. - Bellizzi, [[21 aprile]] [[1982]]) è stato un commerciante, vittima innocente di [[Camorra]].&lt;br /&gt;
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[[Categoria:Morti il 21 aprile]] [[Categoria:Morti nel 1982]]&lt;br /&gt;
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&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Antonio Esposito&#039;&#039;&#039; (N.D. - Bellizzi, [[21 aprile]] [[1982]]) è stato un imprenditore, vittima innocente di [[Camorra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti il 21 aprile]] [[Categoria:Morti nel 1982]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Vittime di Camorra]]&lt;br /&gt;
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&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Raffaele Sarnataro&#039;&#039;&#039; (N.D. - Bellizzi, [[21 aprile]] [[1982]]) è stato un commerciante, vittima innocente di [[Camorra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti il 21 aprile]] [[Categoria:Morti nel 1982]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Vittime di Camorra]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Commercianti]] [[Categoria:Commercianti Vittime di mafia]] [[Categoria:Commercianti Vittime di Camorra]]&lt;br /&gt;
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&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Lorenzo Pace&#039;&#039;&#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, [[7 luglio]] [[1976]]) è stato un giovane vittima innocente di [[Cosa Nostra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Lorenzo aveva 14 anni e insieme ai suoi amici e coetanei [[Riccardo Cristaldi]], [[Benedetto Zuccaro]] e [[Giovanni La Greca]] si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il rapimento e l&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Il [[7 luglio]] [[1976]] la banda di ragazzini venne rapita e portata in un casolare isolato, nelle campagne di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. a raccontare le sue sorti fu, di fronte a [[Leonardo Guarnotta]] e [[Giovanni Falcone]], il collaboratore di giustizia [[Antonino Calderone]], che iniziò la sua carriera criminale proprio con quella che passò alla storia come la &amp;quot;[[Strage dei Picciriddi]]&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La loro colpa? Qualche giorno prima avevano scippato la madre del boss [[Nitto Santapaola]]. I quattro vennero lasciati per due giorni senza cibo, né acqua. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone provò a convincere Santapaola che sarebbe bastato spaventarli, senza ucciderli, ma il boss non volle sentire ragioni e per porre fine alle discussioni mandò suo fratello, che i quattro ragazzini conoscevano perché ne frequentavano la rosticceria, al casolare: in questo modo, avendo capito chi li aveva rapiti, i suoi non potevano far altro che ucciderli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone raccontò che i quattro vennero portati nei pressi di un pozzo, dove vennero strangolati con delle corde. Una volta uccisi, i corpi vennero gettati nel pozzo. Qualche tempo dopo un cugino di Calderone, che aveva partecipato all&#039;esecuzione, confessò di non aver avuto il coraggio di stringere fino in fondo il cappio, quindi probabilmente uno di loro venne gettato nel pozzo ancora vivo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Guarnotta, Leonardo (2019). &#039;&#039;C&#039;era una volta il Pool antimafia&#039;&#039;, Milano, Zolfo Editore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Minori Vittime di mafia]] [[Categoria:Minori Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 7 luglio]] [[Categoria:Morti nel 1976]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Giovanni La Greca&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, 7 luglio 1976) è stato un giovane vittima innocente di Cosa Nostra.  ==Biografia== Giovanni aveva 14 anni e insieme ai suoi amici e coetanei Riccardo Cristaldi, Benedetto Zuccaro e Lorenzo Pace si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano.   ===Il rapimento e l&amp;#039;omicidio=== Il 7 luglio 1976 la banda di ragazzini venne rapita e portata...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Giovanni La Greca&#039;&#039;&#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, [[7 luglio]] [[1976]]) è stato un giovane vittima innocente di [[Cosa Nostra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Giovanni aveva 14 anni e insieme ai suoi amici e coetanei [[Riccardo Cristaldi]], [[Benedetto Zuccaro]] e [[Lorenzo Pace]] si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il rapimento e l&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Il [[7 luglio]] [[1976]] la banda di ragazzini venne rapita e portata in un casolare isolato, nelle campagne di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. a raccontare le sue sorti fu, di fronte a [[Leonardo Guarnotta]] e [[Giovanni Falcone]], il collaboratore di giustizia [[Antonino Calderone]], che iniziò la sua carriera criminale proprio con quella che passò alla storia come la &amp;quot;[[Strage dei Picciriddi]]&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La loro colpa? Qualche giorno prima avevano scippato la madre del boss [[Nitto Santapaola]]. I quattro vennero lasciati per due giorni senza cibo, né acqua. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone provò a convincere Santapaola che sarebbe bastato spaventarli, senza ucciderli, ma il boss non volle sentire ragioni e per porre fine alle discussioni mandò suo fratello, che i quattro ragazzini conoscevano perché ne frequentavano la rosticceria, al casolare: in questo modo, avendo capito chi li aveva rapiti, i suoi non potevano far altro che ucciderli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone raccontò che i quattro vennero portati nei pressi di un pozzo, dove vennero strangolati con delle corde. Una volta uccisi, i corpi vennero gettati nel pozzo. Qualche tempo dopo un cugino di Calderone, che aveva partecipato all&#039;esecuzione, confessò di non aver avuto il coraggio di stringere fino in fondo il cappio, quindi probabilmente uno di loro venne gettato nel pozzo ancora vivo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Guarnotta, Leonardo (2019). &#039;&#039;C&#039;era una volta il Pool antimafia&#039;&#039;, Milano, Zolfo Editore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Minori Vittime di mafia]] [[Categoria:Minori Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 7 luglio]] [[Categoria:Morti nel 1976]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Benedetto Zuccaro&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, 7 luglio 1976) è stato un giovane vittima innocente di Cosa Nostra.  ==Biografia== Benedetto aveva 15 anni e insieme ai suoi amici e coetanei Riccardo Cristaldi, Giovanni La Greca e Lorenzo Pace si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano.   ===Il rapimento e l&amp;#039;omicidio=== Il 7 luglio 1976 la banda di ragazzini venne rapita e portat...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Benedetto Zuccaro&#039;&#039;&#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, [[7 luglio]] [[1976]]) è stato un giovane vittima innocente di [[Cosa Nostra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Benedetto aveva 15 anni e insieme ai suoi amici e coetanei [[Riccardo Cristaldi]], [[Giovanni La Greca]] e [[Lorenzo Pace]] si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il rapimento e l&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Il [[7 luglio]] [[1976]] la banda di ragazzini venne rapita e portata in un casolare isolato, nelle campagne di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. a raccontare le sue sorti fu, di fronte a [[Leonardo Guarnotta]] e [[Giovanni Falcone]], il collaboratore di giustizia [[Antonino Calderone]], che iniziò la sua carriera criminale proprio con quella che passò alla storia come la &amp;quot;[[Strage dei Picciriddi]]&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La loro colpa? Qualche giorno prima avevano scippato la madre del boss [[Nitto Santapaola]]. I quattro vennero lasciati per due giorni senza cibo, né acqua. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone provò a convincere Santapaola che sarebbe bastato spaventarli, senza ucciderli, ma il boss non volle sentire ragioni e per porre fine alle discussioni mandò suo fratello, che i quattro ragazzini conoscevano perché ne frequentavano la rosticceria, al casolare: in questo modo, avendo capito chi li aveva rapiti, i suoi non potevano far altro che ucciderli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone raccontò che i quattro vennero portati nei pressi di un pozzo, dove vennero strangolati con delle corde. Una volta uccisi, i corpi vennero gettati nel pozzo. Qualche tempo dopo un cugino di Calderone, che aveva partecipato all&#039;esecuzione, confessò di non aver avuto il coraggio di stringere fino in fondo il cappio, quindi probabilmente uno di loro venne gettato nel pozzo ancora vivo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Guarnotta, Leonardo (2019). &#039;&#039;C&#039;era una volta il Pool antimafia&#039;&#039;, Milano, Zolfo Editore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Minori Vittime di mafia]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 7 luglio]] [[Categoria:Morti nel 1976]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Riccardo_Cristaldi&amp;diff=10896</id>
		<title>Riccardo Cristaldi</title>
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		<updated>2026-03-09T09:14:41Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Riccardo Cristaldi&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, 7 luglio 1976) è stato un giovane vittima innocente di Cosa Nostra.  ==Biografia== Riccardo aveva 15 anni e insieme ai suoi amici e coetanei Benedetto Zuccaro, Giovanni La Greca e Lorenzo Pace si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano.   ===Il rapimento e l&amp;#039;omicidio=== Il 7 luglio 1976 la banda di ragazzini venne rapita e portata...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Riccardo Cristaldi&#039;&#039;&#039; (Catania, N.D. - Mazzarino, [[7 luglio]] [[1976]]) è stato un giovane vittima innocente di [[Cosa Nostra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Riccardo aveva 15 anni e insieme ai suoi amici e coetanei [[Benedetto Zuccaro]], [[Giovanni La Greca]] e [[Lorenzo Pace]] si dedicava a piccoli furti nel quartiere di San Cristoforo a Catania, dove vivevano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il rapimento e l&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Il [[7 luglio]] [[1976]] la banda di ragazzini venne rapita e portata in un casolare isolato, nelle campagne di Mazzarino, in provincia di Caltanissetta. a raccontare le sue sorti fu, di fronte a [[Leonardo Guarnotta]] e [[Giovanni Falcone]], il collaboratore di giustizia [[Antonino Calderone]], che iniziò la sua carriera criminale proprio con quella che passò alla storia come la &amp;quot;[[Strage dei Picciriddi]]&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La loro colpa? Qualche giorno prima avevano scippato la madre del boss [[Nitto Santapaola]]. I quattro vennero lasciati per due giorni senza cibo, né acqua. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone provò a convincere Santapaola che sarebbe bastato spaventarli, senza ucciderli, ma il boss non volle sentire ragioni e per porre fine alle discussioni mandò suo fratello, che i quattro ragazzini conoscevano perché ne frequentavano la rosticceria, al casolare: in questo modo, avendo capito chi li aveva rapiti, i suoi non potevano far altro che ucciderli. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Calderone raccontò che i quattro vennero portati nei pressi di un pozzo, dove vennero strangolati con delle corde. Una volta uccisi, i corpi vennero gettati nel pozzo. Qualche tempo dopo un cugino di Calderone, che aveva partecipato all&#039;esecuzione, confessò di non aver avuto il coraggio di stringere fino in fondo il cappio, quindi probabilmente uno di loro venne gettato nel pozzo ancora vivo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Guarnotta, Leonardo (2019). &#039;&#039;C&#039;era una volta il Pool antimafia&#039;&#039;, Milano, Zolfo Editore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Minori Vittime di mafia]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 7 luglio]] [[Categoria:Morti nel 1976]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Francesco_Aversano&amp;diff=10895</id>
		<title>Francesco Aversano</title>
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		<updated>2026-03-09T08:43:32Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Francesco Aversano&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (N.D. - Casal di Principe, 30 settembre 1973) è stato un bambino campano, vittima innocente di camorra.  ==Biografia== Francesco venne ucciso a soli 9 anni di fronte alla cappella dell&amp;#039;Istituto scolastico Santissima Maria Preziosa di Via Croce, a Casal di Principe, in provincia di Caserta. Un proiettile vagante lo colpì mentre si trovava in strada, durante un conflitto a fuoco tra i due gruppi di camorra rivali dell&amp;#039;e...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Francesco Aversano&#039;&#039;&#039; (N.D. - Casal di Principe, [[30 settembre]] [[1973]]) è stato un bambino campano, vittima innocente di [[camorra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Francesco venne ucciso a soli 9 anni di fronte alla cappella dell&#039;Istituto scolastico Santissima Maria Preziosa di Via Croce, a Casal di Principe, in provincia di Caserta. Un proiettile vagante lo colpì mentre si trovava in strada, durante un conflitto a fuoco tra i due gruppi di camorra rivali dell&#039;epoca, i Simeone e i Della Corte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il racconto di quel giorno venne fatto da Suor Adelia, tra le educatrici dell&#039;istituto:&amp;lt;blockquote&amp;gt;&amp;quot;Vedemmo Francesco che tentava di aggrapparsi al cancello della cappella come per ripararsi, ma aveva tutta la mano insanguinata. Fu un momento terribile. Quei tempi sono passati e questo paese può esprimere finalmente tutte le sue potenzialità riprendendosi la sua dignità, quella che ha sempre avuto. Ora è cambiata la cultura e così bisogna continuare perché negli ultimi anni si è fatto tantissimo ed è necessario che tutte le persone di buona volontà facciano rete per tenere fuori chi vuole fare solo del male&amp;quot;.&amp;lt;/blockquote&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Memoria ==&lt;br /&gt;
Francesco non ebbe mai giustizia e per questo non è stato mai riconosciuto come vittima innocente dallo Stato italiano. Il Comune di Casal di Principe nel 2019 gli ha dedicato un parco pubblico, mentre il 29 settembre 2023 ha scoperto una targa a cinquant&#039;anni dall&#039;omicidio sul luogo del delitto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla cerimonia in ricordo di Francesco Aversano, erano presenti anche due sorelle del bambino ucciso, Anna e Margherita: &amp;quot;&#039;&#039;Nostro Fratello non è stato mai riconosciuto vittima innocente&#039;&#039; – dice Margherita – &#039;&#039;vorremmo che lo Stato, invece, facesse giustizia anche dopo tanti anni per un ragazzo di nove anni che si è trovato per caso in una sparatoria tra bande rivali&#039;&#039;&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Sardo, Raffaele (2023). &#039;&#039;Una targa per Francesco Aversano, la prima vittima innocente di Camorra a Casal di Principe&#039;&#039;, la Repubblica, 30 settembre.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Minori Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Bambini Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Minori Vittime di Camorra]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Bambini Vittime di Camorra]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di Camorra]]  &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti il 30 settembre]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti nel 1973]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime senza giustizia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Ignazio_Modica&amp;diff=10894</id>
		<title>Ignazio Modica</title>
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		<updated>2026-03-09T08:40:49Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Ignazio Modica&#039;&#039;&#039; (N.D. - Casteldaccia, [[4 dicembre]] [[1921]]) è stato un sacerdote italiano, vittima innocente di [[Cosa Nostra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Il 4 dicembre 1921 Don Ignazio Modica si trovava davanti alla sua chiesa, in Piazza Madrice a Casltedaccia, quando venne ucciso. Le indagini furono subito depistate, attribuendo il fatto alla solita questione di donne sempre molto frequente nei delitti di mafia. Tuttavia, alla fine sulla base di nuove testimonianze vennero individuati quattro mafiosi del paese, che però non vennero mai arrestati e processati e che si diedero latitanti per tutto il ventennio fascista.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le ragioni del delitto===&lt;br /&gt;
Don Modica si era macchiato di una colpa imperdonabile: alle elezioni del [[1913]] aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe sostenuto il giolittiano Aguglia, invece che Scialabba, sostenuto dalla [[mafia]] e dal futuro sindaco di Casteldaccia, nonché suo zio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non solo: da economo del paese, sostenne pubblicamente la necessità di trasparenza sugli appalti comunali finanziati dal Governo per le opere pubbliche locali. Un&#039;onta troppo grande.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tanto che dopo aver vinto il concorso come parroco della sua città non riuscì a prendere possesso della parrocchia, perché una manifestazione di donne glielo impedì. chiudendo la chiesa e tagliando le corde delle campane perché non suonassero. Dopo un mese, padre Modica perdonò i manifestanti, rinunciando alla nomina e mantenendo solamente la carica di vicario economo spirituale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lui perdonò, la mafia no. E così per quasi un secolo di lui si perse la memoria, finché un giovane ricercatore, Giuseppe Canale, con la parrocchia locale, hanno riportato la sua storia alla luce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Lo Monaco, Vito (2024). &#039;&#039;Don Ignazio Modica,storia del prete che sfidava la mafia&#039;&#039;, Centro Studi Pio La Torre, 30 settembre.&lt;br /&gt;
* Palermo Today (2025). &#039;&#039;A Casteldaccia si ricorda padre Ignazio Modica, il giovane sacerdote assassinato dalla mafia nel 1921&#039;&#039;, 4 dicembre.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Sacerdoti]] [[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 4 dicembre]] [[Categoria:Morti nel 1921]] [[Categoria:Vittime senza giustizia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Giuseppe_Di_Matteo&amp;diff=10893</id>
		<title>Giuseppe Di Matteo</title>
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		<updated>2026-03-09T08:11:27Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&#039;&#039;&#039;Giuseppe Di Matteo&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[19 gennaio]] [[1981]] - San Giuseppe Jato, [[11 gennaio]] [[1996]]) è stato un ragazzino vittima di mafia, ucciso a quasi 15 anni come ritorsione nei confronti del padre, il collaboratore di giustizia [[Santino Di Matteo]], che di fronte al suo rapimento non aveva ritrattato le sue dichiarazioni ai magistrati. L&#039;omicidio ebbe grande risalto nell&#039;opinione pubblica per le modalità spietate con cui fu eseguito e la freddezza dei suoi assassini: fu prima strangolato e poi il cadavere liquefatto in una vasca di acido nitrico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Giuseppe-di-matteo-cavallo.jpg|300px|Giuseppe Di Matteo a cavallo|alt=Giuseppe Di Matteo a cavallo|miniatura]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Figlio di Santino Di Matteo detto &#039;&#039;Mezzanasca&#039;&#039;, Giuseppe era un bambino come tanti altri e aveva una grande passione per i cavalli. Suo padre, in stretti rapporti con [[Giovanni Brusca]], fu arrestato il [[4 giugno]] [[1993]] con l&#039;accusa di aver eseguito diversi omicidi e poco dopo iniziò a collaborare. La sua collaborazione permise di arrivare a una svolta nelle indagini sulle stragi di [[Strage di Capaci|Capaci]] e [[Strage di Via Mariano d’Amelio|Via d&#039;Amelio]], in quanto Di Matteo fece i nomi dei boss e degli uomini d&#039;onore coinvolti&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in Giuseppe Di Matteo, il bambino trucidato da Cosa nostra, Antimafia Duemila, 11 gennaio 2018&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Cosa Nostra]] quindi incaricò &#039;&#039;&#039;Giovanni Brusca&#039;&#039;&#039; di rapire il ragazzino e il [[23 novembre]] [[1993]] quattro uomini del [[Clan dei Corleonesi]] travestiti da poliziotti lo adescarono all&#039;uscita dal maneggio che era solito frequentare, dicendogli che lo avrebbero portato dal padre. Lo portarono quindi in una villa a Misilmeri, dove era stato allestito il bunker per la prigionia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente, venne recapitato al nonno, Giuseppe Di Matteo, un biglietto con scritto:  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«&#039;&#039;Il bambino c&#039;è l&#039;abbiamo noi, non andare ai carabinieri se tieni alla pelle di tuo nipote»&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in Antimafia Duemila&amp;lt;/ref&amp;gt;. Poi una sera il nonno fu avvicinato da un affiliato che gli mostrò una foto del bambino e gli disse: «&#039;&#039;Devi andare da tuo figlio e farci sapere che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse fatte a quei personaggi, deve finire di fare tragedie&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rientrato a casa, il nonno raccontò quanto accaduto alla nuora, la signora Franca, che chiamò subito la DIA per parlare con suo marito. In una delle stanze degli uffici della DIA di Palermo la moglie riferì al pentito del rapimento del figlio ma, nonostante messaggi intimidatori e nuove foto del figlio continuassero ad arrivare a casa del nonno tramite un uomo di fiducia di Brusca, &#039;&#039;&#039;Pietro Romeo&#039;&#039;&#039;, la famiglia decise di non denunciare la scomparsa del bambino ma di avviare una trattativa, in virtù dell&#039;antico legame con [[Benedetto Spera]], capomandamento di Belmonte Mezzagno, vicinissimo a [[Bernardo Provenzano]]. Nel mentre, Santino continuò a collaborare e i suoi racconti trovarono riscontri fattuali da parte dei sostituti procuratori [[Giuseppe Pignatone]] e [[Francesco Lo Voi]]&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[13 dicembre]] 1993 Santino, preoccupato per l&#039;incolumità del figlio, valutò la possibilità di interrompere la collaborazione e provare a salvarlo, avvalendosi della facoltà di non rispondere durante un&#039;udienza in cui era a chiamato a deporre. A seguito di un incontro col padre al Commissariato di Palermo, Santino decise di cercare il bambino alla &amp;quot;sua&amp;quot; maniera e, quando fu tradotto a Roma in Pizza Vescovio in una delle sedi della DIA per rispondere ad alcune domande, approfittò di un vuoto di sorveglianza per scappare in Umbria, dove si nascose da conoscenti, salvo poi costituirsi alle autorità locali e denunciare la scomparsa del figlio. Il piccolo Giuseppe venne trasferito in varie località in Provincia di Palermo, Trapani e Agrigento e Brusca chiese anche aiuto a [[Matteo Messina Denaro]] per nascondere il bambino, che fu trasferito da Gangi a Castellammare del Golfo&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notizia del rapimento divenne di dominio pubblico poco tempo dopo, quando un redattore vide l&#039;immagine del bambino e un&#039;altra in cui saltava a cavallo su una volante della polizia. Anche dentro Cosa Nostra non mancarono i contrasti: il boss Antonino Madonia affrontò a brutto muso [[Leoluca Bagarella]] nel carcere di Paliano, trovando inaccettabile il rapimento del bambino al fine di ricattare il padre. Quando la Corte d&#039;Assise di Palermo condannò Bagarella e Brusca come esecutori materiali dell&#039;omicidio di [[Ignazio Salvo]] proprio grazie alla collaborazione di Santino Di Matteo, Brusca andò su tutte le furie e ordinò a [[Vincenzo Chiodo]], [[Giuseppe Monticciolo]] ed [[Enzo Brusca]] di uccidere il bambino, che nel frattempo era stato portato nella casa di quest&#039;ultimo a Giambascio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fu così che l&#039;[[11 gennaio]] [[1996]], 8 giorni prima di compiere quindici anni, Giuseppe Di Matteo fu strangolato e poi sciolto nell&#039;acido dopo &#039;&#039;&#039;779 giorni&#039;&#039;&#039; &#039;&#039;&#039;di prigionia&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in &amp;quot;&#039;&#039;La madre del bimbo sciolto nell&#039;acido: «Giuseppe ha vinto, la mafia ha perso»&#039;&#039;&amp;quot;, Corriere della Sera, 10 novembre 2008&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Il racconto di quella sera fu dettagliatamente ricostruito sia da Chiodo che da Monticciolo, divenuti collaboratori di giustizia dopo l&#039;arresto. All&#039;udienza del 28 luglio 1998 Chiodo raccontò:&amp;lt;blockquote&amp;gt;«Si, allora già eravamo nella stanza, io ho aperto la porta... ho fatto pure fatica ad aprire la porta perché era quasi arrugginita, perché giù c&#039;era molta umidità... c&#039;era sempre la condensa del corpo che stava chiuso senza avere un&#039;aria... come in altre case. Allora io ho detto al bambino - io ero ancora incappucciato - ho detto al bambino di mettersi in un angolo cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, in un angolo con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io gli ho detto, si è messo di fronte il muro, diciamo, a faccia al muro. Io ci sono andato da dietro, ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l&#039;ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino giù e Monticciolo si stava avviando per tenere le gambe, gli dice &amp;quot;&#039;&#039;mi dispiace&#039;&#039;&amp;quot;, rivolto al bambino, &amp;quot;&#039;&#039;&#039;tuo papà ha fatto il cornuto&#039;&#039;&#039;&amp;quot;. Nello stesso momento o subito dopo Enzo Brusca dice &amp;quot;ti dovevo guardare meglio degli occhi miei&amp;quot;, dice, &amp;quot;eppure chi lo doveva dire?&amp;quot;, queste sono state le parole diciamo al bambino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io mi ricordo il bambino, cioè me lo ricordo quasi giornalmente la faccia, diciamo, mi ricordo sempre, ce l&#039;ho sempre davanti agli occhi. Il bambino non ha capito niente, perché non se l&#039;aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era... come voglio dire, non aveva la reazione più di un bambino, sembrava molle... anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente... non lo so, mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro..., cioè questo, il bambino penso che non ha capito niente, neanche lui ha capito, dice: sto morendo, penso non l&#039;abbia neanche capito. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi... A me poi mi sono cominciate tremare le gambe ed io ho lasciato il posto a Monticciolo, che lui mi ha detto di andare anche sopra, dopo che però il bambino penso che già era morto perché si vedeva che già gli occhi proprio al di fuori... vedevo la bava che gli usciva tutta dalla bocca. Ed io sono uscito, nell&#039;attimo che stavo andando sopra a vedere se c&#039;era movimento strano... e ho visto il Monticciolo che tirava forte la corda e con il piede batteva forte nella corda per potere stringere ancora il cappio, nella corda... Ho preso un pochettino d&#039;aria, sono risceso e ho detto a Monticciolo &amp;quot;dammi di nuovo a me la corda&amp;quot; e il Monticciolo dice &amp;quot;va beh, lascia stare&amp;quot;, finché poi il bambino già era morto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Enzo Brusca ogni tanto si appoggiava al petto del bambino per sentire i battiti del cuore, quando ha visto che il bambino già era morto mi ha ordinato Enzo Brusca a me &amp;quot;spoglialo&amp;quot;. Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire, diciamo, o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio al polso e tutto, abbiamo versato l&#039;acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l&#039;ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l&#039;hanno preso per un braccio, l&#039;uno, così, e l&#039;abbiamo messo nell&#039;acido e ce ne siamo andati sopra. Andando sopra abbiamo lasciato il tappo del tunnel socchiuso per fare uscire il vapore dell&#039;acido che usciva... Quando siamo saliti sopra Enzo Brusca e Monticciolo mi hanno baciato, dicendo che mi ero comportato... come se mi avessero fatto gli auguri di Natale o chissà... complimentandosi per come mi ero comportato... Siamo entrati dentro la casa dove avevamo cenato prima, così, eravamo lì, abbiamo fumato una sigaretta, si parlava così. Poi dopo un po&#039; Enzo Brusca mi dice &amp;quot;vai sopra, vai a guardare che cosa c&#039;è, se funziona l&#039;acido, se va bene o meno».&amp;lt;/blockquote&amp;gt;Chiodo riferì in udienza di non aver provato alcun tipo di emozione in quel momento:&amp;lt;blockquote&amp;gt;«Io ero un soldato, io eseguivo... io ho condiviso sempre le scelte di Brusca e le scelte degli altri, io mi sento responsabile, io non voglio... cioè non voglio incolpare altri e discolpare la mia persona, io mi sento responsabile come è responsabile Brusca e tutti, io mi sento responsabile diciamo, anche se io posso dire che era meglio se non succedeva il discorso del bambino e non succedeva che io ero presente in quella situazione, cioè questo, e non lo auguro a nessuno, diciamo, né primo, né chi ne ha fatto uno, né chi ne ha fatto due, né chi ne ha fatto tre, perché io non lo so se i miei figli mi possono a me perdonare. Prima il Presidente me lo diceva, io a volte non ho il coraggio di guardare i miei figli».  &amp;lt;/blockquote&amp;gt;Ed ha proseguito: &amp;lt;blockquote&amp;gt;«Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c&#039;era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare con un bastone e ho visto che c&#039;era solo un pezzo di gamba... e una parte... però era un attimo perché sono andato... uscito perché lì dentro la puzza dell&#039;acido... era... cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a letto a dormire, abbiamo dormito lì. Monticciolo mi ha detto che alle 5 lo dovevo chiamare perché lui se ne doveva andare; abbiamo dormito tutti e tre assieme nello stesso letto matrimoniale che avevamo nella stanza lì».&amp;lt;/blockquote&amp;gt;Chiodo si svegliò l&#039;indomani di buon mattino e aveva Monticciolo, che andò a svuotare il fusto con l&#039;acido, rifiutando la collaborazione di Brusca. Il corpo di Giuseppe &#039;&#039;&#039;si era interamente liquefatto&#039;&#039;&#039;, senza che nulla di solido fosse rimasto, salvo la corda che gli era rimasta messa al collo. Con una latta aveva prelevato quel liquido di colore scuro versandolo nei due bidoncini di plastica che prima contenevano l’acido, svuotandoli in aperta campagna. Vedendo la corda che era rimasta, Brusca scherzando disse a Vincenzo Chiodo di tenerla come trofeo, essendo stato il suo primo omicidio. Poi bruciarono il materasso dove aveva dormito il ragazzino, i suoi indumenti e tutto quello che gli apparteneva. Con un’ascia Vincenzo Chiodo fece in mille pezzettini la rete, sulla quale era stato adagiato il materasso e che era stata ancorata al pavimento con i piedi annegati nel cemento; aveva raccolto i pezzi, le coperte, la macchina fotografica in diversi sacchi della spazzatura che aveva distribuito in vari cassonetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Indagini e processi==&lt;br /&gt;
La notizia della morte di Giuseppe Di Matteo fu data proprio da Giuseppe Monticciolo dopo l&#039;arresto e da VIncenzo Chiodo, che si costituì volontariamente. Per l&#039;omicidio furono condannati all&#039;ergastolo circa 100 mafiosi, tra cui Giovanni Brusca, arrestato il [[20 maggio]] [[1996]], Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, [[Giuseppe Graviano]], Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone. Monticciolo fu condannato a 20 anni di carcere, Enzo Brusca 30, Chiodo a 21 anni, [[Gaspare Spatuzza]] a 12 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[22 luglio]] [[2018]] il tribunale civile di Palermo ha stabilito &#039;&#039;&#039;un risarcimento di 2,2 milioni di euro&#039;&#039;&#039; per la famiglia&amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Giuseppe Di Matteo, 2,2 milioni di risarcimento alla famiglia del 12enne sciolto nell’acido da Cosa Nostra&#039;&#039;, il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2018&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Film e Tv==&lt;br /&gt;
La storia di Giuseppe Di Matteo è raccontata nel film &amp;quot;&#039;&#039;Sicilian Ghost Story&#039;&#039;&amp;quot; e nella serie tv &amp;quot;&#039;&#039;Il Cacciatore&#039;&#039;&amp;quot;, trasmessa su Rai2.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia== &lt;br /&gt;
*Archivio Antimafia Duemila&lt;br /&gt;
*Archivio Corriere della Sera&lt;br /&gt;
*Archivio il Fatto Quotidiano&lt;br /&gt;
*Testimonianza di Vincenzo Chiodo, tratta dal Verbale dell&#039;udienza del 28 luglio 1998&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
|site_name=WikiMafia&lt;br /&gt;
|keywords=giuseppe di matteo, santino di matteo, bambino sciolto nell&#039;acido, wikimafia, vittime innocenti delle mafie, bambini vittime di cosa nostra, bambini vittime di mafia, antimafia, mafia, mafie&lt;br /&gt;
|description=Giuseppe Di Matteo (Palermo, 19 gennaio 1981 - San Giuseppe Jato, 11 gennaio 1996) è stato un bambino vittima di mafia, sciolto nell&#039;acido come ritorsione nei confronti del padre, il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo&lt;br /&gt;
|image=File:Giuseppe-di-matteo-cavallo.jpg&lt;br /&gt;
|image_alt=Giuseppe DI Matteo&lt;br /&gt;
|type=website&lt;br /&gt;
|section=Vittime innocenti delle mafie&lt;br /&gt;
}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Minori Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Bambini Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Nati il 19 gennaio]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Nati nel 1981]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti l&#039;11 gennaio]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti nel 1996]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{espandere}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Ignazio Modica&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (N.D. - Casteldaccia, 4 dicembre 1921) è stato un sacerdote italiano, vittima innocente di Cosa Nostra.  ==Biografia== Il 4 dicembre 1921 Don Ignazio Modica si trovava davanti alla sua chiesa, in Piazza Madrice a Casltedaccia, quando venne ucciso. Le indagini furono subito depistate, attribuendo il fatto alla solita questione di donne sempre molto frequente nei delitti di mafia. Tuttavia, alla fine sulla base di nuove test...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Ignazio Modica&#039;&#039;&#039; (N.D. - Casteldaccia, [[4 dicembre]] [[1921]]) è stato un sacerdote italiano, vittima innocente di [[Cosa Nostra]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Il 4 dicembre 1921 Don Ignazio Modica si trovava davanti alla sua chiesa, in Piazza Madrice a Casltedaccia, quando venne ucciso. Le indagini furono subito depistate, attribuendo il fatto alla solita questione di donne sempre molto frequente nei delitti di mafia. Tuttavia, alla fine sulla base di nuove testimonianze vennero individuati quattro mafiosi del paese, che però non vennero mai arrestati e processati e che si diedero latitanti per tutto il ventennio fascista.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le ragioni del delitto===&lt;br /&gt;
Don Modica si era macchiato di una colpa imperdonabile: alle elezioni del [[1913]] aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe sostenuto il giolittiano Aguglia, invece che Scialabba, sostenuto dalla [[mafia]] e dal futuro sindaco di Casteldaccia, nonché suo zio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non solo: da economo del paese, sostenne pubblicamente la necessità di trasparenza sugli appalti comunali finanziati dal Governo per le opere pubbliche locali. Un&#039;onta troppo grande.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tanto che dopo aver vinto il concorso come parroco della sua città non riuscì a prendere possesso della parrocchia, perché una manifestazione di donne glielo impedì. chiudendo la chiesa e tagliando le corde delle campane perché non suonassero. Dopo un mese, padre Modica perdonò i manifestanti, rinunciando alla nomina e mantenendo solamente la carica di vicario economo spirituale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lui perdonò, la mafia no. E così per quasi un secolo di lui si perse la memoria, finché un giovane ricercatore, Giuseppe Canale, con la parrocchia locale, hanno riportato la sua storia alla luce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Lo Monaco, Vito (2024). &#039;&#039;Don Ignazio Modica,storia del prete che sfidava la mafia&#039;&#039;, Centro Studi Pio La Torre, 30 settembre.&lt;br /&gt;
* Palermo Today (2025). &#039;&#039;A Casteldaccia si ricorda padre Ignazio Modica, il giovane sacerdote assassinato dalla mafia nel 1921&#039;&#039;, 4 dicembre.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Sacerdoti]] [[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 4 dicembre]] [[Categoria:Morti nel 1921]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Cristina Mazzotti</title>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: /* Indagini e processi */&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Cristina Mazzotti&#039;&#039;&#039; (Losanna, [[22 giugno]] [[1957]] - Varellino di Galliate, agosto [[1975]]) è stata una studentessa milanese, sequestrata e uccisa dalla [[&#039;ndrangheta]]. &lt;br /&gt;
[[File:Cristina-mazzotti.jpg|300px|miniatura|destra|alt=Cristina Mazzotti|Cristina Mazzotti]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Cristina era la figlia di Helios Mazzotti, un industriale attivo nel settore cerealicolo. Nata a Losanna, viveva a Milano in un appartamento in Piazza della Repubblica, di fronte alla famosa &amp;quot;&#039;&#039;Torre Breda&#039;&#039;&amp;quot;, nota all&#039;epoca anche come &amp;quot;torre dei ricchi&amp;quot;&amp;lt;ref&amp;gt;Citato nello spettacolo teatrale &amp;quot;[[5 centimetri d&#039;aria|5 cm d&#039;aria - Storia di Cristina Mazzotti e dei figli rapiti]]&amp;quot;&amp;lt;/ref&amp;gt;. Il successo imprenditoriale del padre Helios la trasformò in un obiettivo durante la Stagione dei Sequestri di persona, che funestò l&#039;Italia intera negli anni &#039;70 e nei primi anni &#039;80.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il rapimento===&lt;br /&gt;
Lunedì [[30 giugno]] [[1975]], appena una settimana dopo aver compiuto 18 anni, Cristina era uscita col fidanzato, Carlo Galli, e con Emanuela Luisari, la sua migliore amica, per festeggiare la promozione in terza liceo, allora l&#039;ultimo anno del Liceo classico. Dopo aver bevuto qualcosa con altri amici al Bar Bosisio di Erba, i tre si rimisero in macchina, una &#039;&#039;Mini Minor&#039;&#039; gialla, per fare ritorno alla casa di famiglia dei Mazzotti a Eupilio, piccolo comune del comasco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sulla strada per Longone al Segrino&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in &amp;quot;&#039;&#039;La Vicenda Mazzotti&#039;&#039;&amp;quot;, Fondazione Mazzotti&amp;lt;/ref&amp;gt;, l&#039;auto venne fermata da una Fiat 125, da cui scesero due uomini a volto coperto, che senza dire una parola, fecero mettere i tre ragazzi sul sedile dietro, con la testa tra le ginocchia. All&#039;altezza di Appiano Gentile, a circa 40 km da Eupilio, i ragazzi vennero fatti scendere e un altro uomo chiese chi fosse Cristina Mazzotti. La ragazza, per evitare ritorsioni nei confronti degli altri due, si palesa immediatamente e viene incappucciata e caricata su un&#039;altra macchina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La prigionia e la richiesta del riscatto===&lt;br /&gt;
Cristina venne portata in una cascina a Castelletto Ticino, in provincia di Novara, affittata nel novembre del 1974 da &#039;&#039;&#039;Giuliano Angelini&#039;&#039;&#039;, geometra di 39 anni con precedenti penali per un traffico di tir rubati e persino d&#039;armi (il suo nome era perfino emerso fra gli estremisti di destra collegati all’inchiesta sulla strage di piazza Fontana nel 1969)&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;. Insieme a lui, dal febbraio 1975, abitava in quella cascina la sua compagna, &#039;&#039;&#039;Loredana Patroncini&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il primo lavoro che i due eseguirono come nuovi inquilini di quella cascina fu circondare la rete di recinzione con una stuoia di canne, così da poter lavorare tranquillamente senza essere visti mentre preparavano la buca dove Cristina sarebbe stata mantenuta tutto il tempo della prigionia. La buca era profonda un metro e 45 centimetri, lunga due metri e 65, larga un metro e 55. Dalle valutazioni successive fatte al processo:&amp;lt;blockquote&amp;gt;«L’altezza non consentiva alla prigioniera di mantenere la posizione eretta. Si pensi anche che le pareti di cemento, essendo state allestite di fresco, il tenore di umidità doveva essere quanto mai elevato e che la ragazza era tenuta al freddo e al buio. Inoltre l’aerazione della cella non poteva essere che deficitaria se la comunicazione con l’esterno avveniva mediante &#039;&#039;&#039;un tubo di plastica della sezione di 5 cm&#039;&#039;&#039;…»&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in &amp;quot;5 cm d&#039;aria&amp;quot;&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/blockquote&amp;gt;La prima telefonata arrivò il [[4 luglio]], nella villa di famiglia dei Mazzotti ad Eupilio. Il &amp;quot;telefonista&amp;quot; era &#039;&#039;&#039;Sebastiano Spadaro&#039;&#039;&#039;, un calabrese di 23 anni già coinvolto in altri sequestri (Riboli, De Micheli). Per darsi un tono si faceva chiamare &amp;quot;&#039;&#039;Il marsigliese&#039;&#039;&amp;quot;, benché non avesse alcun legame con la città francese. La richiesta iniziale fu di &#039;&#039;&#039;5 miliardi di lire&#039;&#039;&#039;, una cifra assolutamente fuori dalla portata della famiglia Mazzotti. Il padre, Helios, si offrì in cambio della figlia, ma ai sequestratori non interessava lo scambio. &amp;lt;blockquote&amp;gt;Spadaro: «5 miliardi» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mazzotti: «Dovete essere ragionevoli e io sarò… sarò disposto a togliermi la camicia per mia figlia» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spadaro: «Guardi che sua figlia è diventata molto nervosa» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mazzotti: «Ma io non ho la possibilità» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spadaro: «Io le, io le ho chiesto quella cifra e deve pagare quella cifra se no, altrimenti, gliene mando un pezzettino al giorno. Le faccio fare la fine di Paul Getty…» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mazzotti: «Le dico immediatamente che non posso arrivare neanche lontanamente a quella cifra, ma neanche lontanamente perché è umanamente impossibile. L’unica cosa che può creare questo fatto è che mi uccida; va bene.» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spadaro: «Va bene, cosa vuole, non me ne frega, morto un papa se ne fa un altro, che cosa vuole… Ha capito cosa le ho detto: io non ho pietà» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mazzotti: «Senta una cosa, lei ha dei figli?» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spadaro: «Eh?» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mazzotti: «Ha dei figli lei?» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spadaro: «Non sono affari che la riguardano! Pronto.» &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mazzotti: «Se lei fosse nelle condizioni di non poter esaudire una richiesta, cosa fa?»&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/blockquote&amp;gt;Nel mentre Angelini somministrava alla povera Cristina farmaci soporiferi ed eccitanti, questi ultimi soprattutto quando obbligavano la ragazza a scrivere alla famiglia per convincerli a pagare il riscatto per liberarla. Alla fine di luglio la famiglia ipotecò la casa, racimolando &#039;&#039;&#039;1 miliardo e 50 milioni di lire&#039;&#039;&#039; (pari a quasi 4 milioni di euro odierni). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sera di venerdì [[1° agosto]] Spadaro richiamò la famiglia, confermando le istruzioni e le modalità del pagamento del riscatto, con una busta per la famiglia lasciata sull’autostrada dei laghi. Lo zio di Cristina, insieme a un amico, girarono per due ore per quasi tutta la Brianza, finché in un bosco di acacie vicino a Castelseprio consegnarono i soldi del riscatto&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tuttavia, &#039;&#039;&#039;Cristina era già morta&#039;&#039;&#039;. Al processo venne fuori che la ragazza, malnutrita e stremata, non aveva retto per il trattamento disumano cui era stata sottoposta in quelle settimane di prigionia. Al processo si riuscì a risalire alla data della morte: esattamente il giorno prima del pagamento del riscatto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Indagini e processi ==&lt;br /&gt;
Le indagini, per tutta una prima fase, avevano brancolato nel buio. Poi un uomo legato ad Angelini, &#039;&#039;&#039;Libero Ballinari&#039;&#039;&#039;, specializzato nell&#039;esportare valuta oltreconfine, tentò di ripulire la propria parte derivante dal sequestro di Cristina in una banca svizzera. L&#039;impiegata, tuttavia, segnalò l&#039;anomalo versamento alla polizia federale, che avvisò subito quella italiana. Arrestato, Ballinari iniziò a collaborare con gli inquirenti, facendo i nomi degli altri complici della banda e facendo ritrovare il corpo di Cristina, rinvenuto il [[1° settembre]] [[1975]] in una discarica a Varallino di Galliate, in provincia di Novara.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ai funerali di Cristina, tenutisi nella chiesa parrocchiale di Eupilio, parteciparono oltre 30mila persone&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in &amp;quot;La vicenda Mazzotti&amp;quot;, Fondazione Mazzotti&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La ricostruzione dei fatti al processo di Novara ===&lt;br /&gt;
Dalle dichiarazioni di Ballinari nel [[1976]] scaturì un processo a carico di Angelini e dei suoi complici, imputati per omicidio per “dolo eventuale”. Durante il processo, venne fuori che Angelini e la sua banda avevano ricevuto un compenso pari al 10% del riscatto complessivo (104 milioni di lire), meno di quanto pattuito coi calabresi per via della morte dell&#039;ostaggio. Ad oggi, quei 104 milioni sono gli unici recuperati del miliardo e 50 milioni del riscatto pagato dalla famiglia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante il processo, Angelini sostenne che la morte di Cristina avvenne dopo l’ultima somministrazione di valium; tuttavia, gli inquirenti ipotizzarono anche che la studentessa fosse stata uccisa a bastonate e lasciata a morire nella discarica ancora in coma. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine del processo, i condannati all’ergastolo furono otto, tra cui Angelini, mentre 2 i condannati a 30 anni e 3 a più di 20; altri 4 a pene minori. In Appello, confermato dalla Cassazione, gli ergastoli scesero a 4, 2 vennero condannati a 30 anni e 5 a più di 20. Ballinari venne condannato all&#039;ergastolo nel 1980, al termine di un altro processo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il coinvolgimento della &#039;ndrangheta ===&lt;br /&gt;
Il [[12 gennaio]] [[1994]] con l&#039;[[operazione Isola Felice]], nata dalle dichiarazioni di [[Antonio Zagari]], figlio del boss [[Giacomo Zagari|Giacomo]], primo &#039;ndranghetista giunto in Lombardia negli anni &#039;50, venne fatta luce sul coinvolgimento della &#039;ndrangheta nel sequestro di Cristina, nonché in quello di [[Emanuele Riboli]] e di [[Antonella Dellea]]. Tuttavia, relativamente alla partecipazione di suo padre e di Giuseppe Morabito, Zagari riferì che &#039;&#039;&#039;i due avevano sì ideato il sequestro&#039;&#039;&#039;, ma che poi si erano ritirati una volta appreso che nell&#039;organizzazione vi era anche Alberto Menzaghi, un varesino sospettato di essere un confidente. Anche per questo motivo Giacomo Zagari e Giuseppe Morabito vennero ritenuti non imputabili per il sequestro e l&#039;omicidio Mazzotti, a differenza di Domenico Loiacono e Francesco Aquilano, altri due affiliati che, a detta di Zagari, avevano intascato ben 800 milioni sul miliardo e 50 milioni del riscatto&amp;lt;ref&amp;gt;Le dichiarazioni di Zagari sono contenute nell&#039;ordinanza di custodia cautelare dell&#039;allora GIP Maurizio Grigo, Procedimento n. 14258/21 contro Zagari Antonio e altri, pp. 302-318.&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Le nuove risultanze del 2007 ====&lt;br /&gt;
Nel 2007 l’impronta di un palmo e due impronte digitali raccolte dalla Scientifica nel 1975 vennero attribuite a &#039;&#039;&#039;Demetrio Latella&#039;&#039;&#039;, affiliato alla &#039;ndrangheta. Il giudice per le indagini preliminari, tuttavia, respinse l&#039;arresto chiesto dalla procura di Torino per mancanza di esigenze cautelari, benché Latella ammise di essere stato uno dei sequestratori e chiamò in causa altre due persone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il fascicolo, passato a Milano per competenza territoriale, fu archiviato nel 2012: prescritti, per varie ragioni, il sequestro di persona e l&#039;omicidio volontario aggravato. Nel frattempo, però, una sentenza delle sezioni unite della Cassazione nel 2015 aveva indicato &#039;&#039;&#039;imprescrittibile il reato di omicidio volontario&#039;&#039;&#039;. Venne quindi ripresentato un nuovo esposto dal nuovo avvocato della famiglia Mazzotti, Fabio Repici&amp;lt;ref&amp;gt;L&#039;avvocato che seguì storicamente il processo negli anni &#039;70 fu il prof. [[Carlo Smuraglia]].&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La nuova inchiesta del 2022 ===&lt;br /&gt;
Il [[9 novembre]] 2022 vennero chiuse le indagini portate avanti dal sostituto procuratore della [[Direzione distrettuale antimafia di Milano]] Stefano Civardi, coordinate dai procuratori aggiunti [[Alessandra Dolci]] e [[Alberto Nobili]], oramai andato in pensione. Secondo l&#039;accusa, Morabito e Zagari furono invece ideatori del sequestro a scopo di estorsione. Nell&#039;avviso di conclusione delle indagini, il pubblico ministero sostenne che i quattro indagati (Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Giuseppe Morabito) avevano agito in concorso con altre tredici persone tutte condannate all&#039;epoca, «con apporti causali anche distinti, ma comunque convergenti e in attuazione di un comune progetto criminoso»&amp;lt;ref&amp;gt;Mario Consani, &#039;&#039;Omicidio di Cristina Mazzotti, un giudice riapre il caso 48 anni dopo: altri 4 imputati, tra cui un boss&#039;&#039;, Il Giorno, 9 maggio 2023.&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il rinvio a giudizio ===&lt;br /&gt;
All&#039;Udienza preliminare del [[24 ottobre]] [[2023]] il GUP di Milano, Angela Minerva, ha accolto le richieste del pubblico ministero, rinviando a giudizio &#039;&#039;&#039;Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Giuseppe Morabito&#039;&#039;&#039;, fissando per il [[25 settembre]] [[2024]] la data della prima udienza del processo, che si svolgerà davanti alla Corte d&#039;Assise di Como&amp;lt;ref&amp;gt;Gabriele Moroni, &#039;&#039;Cristina Mazzotti rapita e uccisa a soli 18 anni. Dopo quasi mezzo secolo l’anonima calabrese è sotto processo&#039;&#039;, il Giorno, 24 ottobre 2023.&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Le condanne in primo grado ===&lt;br /&gt;
Mercoledì 4 febbraio, la Corte d’Assise di Como ha condannato in primo grado all’ergastolo &#039;&#039;&#039;Giuseppe Calabrò&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Demetrio Latella, assolvendo&#039;&#039;&#039; &#039;&#039;&#039;Antonio Talia&#039;&#039;&#039;. Per la Corte i due hanno fatto parte del &#039;&#039;&#039;commando che portò via Cristina&#039;&#039;&#039;, consegnandola nelle mani dei suoi &#039;&#039;&#039;custodi-aguzzini.&#039;&#039;&#039; Prescritto il rapimento, resta &#039;&#039;&#039;l’omicidio aggravato&#039;&#039;&#039;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== In memoria di Cristina Mazzotti ==&lt;br /&gt;
=== La Fondazione Cristina Mazzotti ===&lt;br /&gt;
Sette settimane dopo il ritrovamento del corpo della figlia, il 5 aprile 1976 Helios Mazzotti morì di infarto in Argentina, dove si trovava abitualmente per lavoro. Prima di morire, l&#039;imprenditore aveva espresso il desiderio di creare una Fondazione intitolata alla figlia, la cui principale finalità doveva essere quella di aiutare le famiglie colpite dai sequestri di persona e arginare il fenomeno. Più tardi, tuttavia, si mise a fuoco uno scopo diverso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un amico giornalista della famiglia, direttore del quotidiano &amp;quot;La Provincia di Como&amp;quot;, suggerì di dedicare la Fondazione al recupero e al reinserimento dei giovani con particolari problematiche sociali, anche in considerazione della giovane età di diversi tra i rapitori di Cristina. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Fondazione nacque così per contrastare anche la diffusione di comportamenti antisociali, agendo altresì come cassa di risonanza nei confronti delle istituzioni. Il quotidiano &amp;quot;La Provincia di Como&amp;quot;, in accordo con la famiglia, aprì una sottoscrizione pubblica destinata alla costituenda Fondazione Cristina Mazzotti. La partecipazione popolare fu enorme e in pochi giorni la sottoscrizione raggiunse i 100 milioni di lire (circa 400 mila euro di oggi). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ogni lettore aveva mediamente versato 10/15mila lire (dai 35 ai 50 Euro). Costituita il 10 ottobre 1975, la Fondazione fu riconosciuta ente Morale nel 1982. Presidente Carla Antonia Airoldi Mazzotti, con la collaborazione attiva di Eolo Mazzotti, fratello di Helios e zio di Cristina.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Le prime attività della fondazione furono indirizzate ad aiutare i giovani attraverso erogazioni finanziarie a varie scuole della provincia di Como. Si trattò, fra altre cose, di concorrere nelle spese per acquisti di apparecchiature tecnico-scientifiche, attrezzature sportive e borse di studio. Ecco alcune delle voci:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* 1976 – Scuola elementare di Vercana, attrezzature didattiche&lt;br /&gt;
* 1977 – Scuola elementare di Eupilio, attrezzature sportive&lt;br /&gt;
* 1978 – Scuola professionale Leonardo da Vinci, Como, apparecchiature tecnico- scientifiche&lt;br /&gt;
* 1984-1989 – Borsa di studio pluriennale studente di scuola media superiore&lt;br /&gt;
* 1985 - Scuola elementare di Eupilio, partecipazione a edificazione del terzo lotto&lt;br /&gt;
* 1988 – Oratorio parrocchiale di Eupilio, partecipazione alla costruzione di struttura polivalente per attività ricreative, sportive e culturali&lt;br /&gt;
* 1997 – Asilo nido di Eupilio, concorso alle spese di adeguamento in osservanza alle norme&lt;br /&gt;
* 1998 – Borse di studio per specializzandi in psicologia alla Clinic Tavistock di Londra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Contemporaneamente, la Fondazione organizzava eventi e meeting a cadenza annuale, quasi sempre finalizzati a studiare la fenomenologia criminale e a sensibilizzare media e opinione pubblica. Tra le collaborazioni, spiccavano quelle con Regione Lombardia e Regione Lazio, la Camera di Commercio di Milano, varie Università, il Centro Lombardo problemi dello stato e occasionalmente con altri enti, quali l’Organizzazione mondiale della sanità. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già nel 1979 la Fondazione iniziò a collaborare con il docente di psicologia Dan Olweus, svedese, un  pioniere nell’individuare e studiare il fenomeno del bullismo nei paesi dove ha insegnato, la Norvegia e la Svezia, dopo ripetuti episodi di suicidi da parte di ragazzi vessati dai loro compagni. Per tutti gli anni &#039;80, la Fondazione promosse anche incontri e tavole rotonde su vari temi: la criminalità in Lombardia, l’atteggiamento nei confronti dei sequestri, la criminalità organizzata a Roma, nell’area tiburtina e a Guidonia, i rapporti fra giustizia e informazione,  fra stato e mafia, il coinvolgimento degli Enti locali nella lotta alla criminalità e la droga. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni &#039;90, quando i sequestri di persona sembrarono scemare, la Fondazione Mazzotti proseguì la sua attività concentrandosi sul disagio ambientale. In particolare, nel 1995 e nel 1996 collaborò con il Centro Interuniversitario Roma-Napoli-Firenze-Milano per un convegno sul disagio giovanile e uno sulla protezione psico-sociale dell&#039;adolescenza, un tema ripreso singolarmente nei convegni patrocinati gli anni successivi a Firenze e Roma. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Negli anni Duemila la Fondazione continuò a operare attivamente con diverse iniziative, finché non si trasformò nel febbraio 2021 in un Fondo incardinato nella Fondazione Provinciale Comasca&amp;lt;ref&amp;gt;Fonte: [https://www.facebook.com/fondazionecristinamazzotti/posts/3549931558395711 Pagina Facebook della Fondazione Cristina Mazzotti], 5 febbraio 2021&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Lo Spettacolo teatrale 5 centimetri d&#039;aria ===&lt;br /&gt;
Nel [[2015]] venne portato in scena lo spettacolo teatrale &amp;quot;[[5 centimetri d&#039;aria]]&amp;quot;, che al suo interno ricostruisce la vicenda di Cristina Mazzotti e degli altri rampolli della buona borghesia non solo lombarda rapiti durante la stagione dei sequestri di persona. Alla sceneggiatura partecipò anche Pierpaolo Farina, direttore di WikiMafia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Binelli, Raffaello (2015). &#039;&#039;Quarant’anni fa il sequestro di Cristina Mazzotti&#039;&#039;, Il Giornale, 21 giugno.&lt;br /&gt;
*Grigo, Maurizio (1994). Ordinanza di custodia cautelare - Procedimento n. 14258/21 contro Zagari Antonio e altri, Tribunale di Milano - Ufficio per le Indagini preliminari, 12 gennaio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Landoni, Lucia (2021). &#039;&#039;[https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/05/20/news/cristina_mazzotti_rapita_anonima_sequestri_roseto_per_ricordarla-301920646/ Cristina Mazzotti, la 18enne rapita e uccisa 46 anni fa dall&#039;Anonima Sequestri: a Novara un roseto per ricordarla],&#039;&#039; La Repubblica, 20 maggio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Studenti]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Donne Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di &#039;ndrangheta]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Nati il 22 giugno]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Nati nel 1957]]  &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti nel 1975]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime Sequestri di persona]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Angelo Gullo</title>
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		<updated>2026-01-22T18:14:29Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;{{Bozza}}  &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Angelo Gullo&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Palermo, N.D. - Palermo, 23 gennaio 1993) è stato un giovane palermitano, vittima innocente di mafia.   ==Bibliografia== * Alfio Sciacca, &amp;#039;&amp;#039;Il ragazzo ucciso perché rubò nella villa di Totò Riina&amp;#039;&amp;#039;, Corriere della Sera, 17 settembre 2008.  Categoria:Vittime innocenti delle mafie Categoria:Vittime di Cosa Nostra Categoria:Morti il 23 gennaio Categoria:Morti nel 1993 Categoria:Vittime senza giustizia&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{Bozza}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Angelo Gullo&#039;&#039;&#039; (Palermo, N.D. - Palermo, 23 gennaio 1993) è stato un giovane palermitano, vittima innocente di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Alfio Sciacca, &#039;&#039;Il ragazzo ucciso perché rubò nella villa di Totò Riina&#039;&#039;, Corriere della Sera, 17 settembre 2008.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] [[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] [[Categoria:Morti il 23 gennaio]] [[Categoria:Morti nel 1993]] [[Categoria:Vittime senza giustizia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Giuseppe Di Matteo</title>
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		<updated>2026-01-11T11:20:00Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&#039;&#039;&#039;Giuseppe Di Matteo&#039;&#039;&#039; (Palermo, [[19 gennaio]] [[1981]] - San Giuseppe Jato, [[11 gennaio]] [[1996]]) è stato un ragazzino vittima di mafia, ucciso a quasi 15 anni come ritorsione nei confronti del padre, il collaboratore di giustizia [[Santino Di Matteo]], che di fronte al suo rapimento non aveva ritrattato le sue dichiarazioni ai magistrati. L&#039;omicidio ebbe grande risalto nell&#039;opinione pubblica per le modalità spietate con cui fu eseguito e la freddezza dei suoi assassini: fu prima strangolato e poi il cadavere liquefatto in una vasca di acido nitrico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[File:Giuseppe-di-matteo-cavallo.jpg|300px|Giuseppe Di Matteo a cavallo|alt=Giuseppe Di Matteo a cavallo|miniatura]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Figlio di Santino Di Matteo detto &#039;&#039;Mezzanasca&#039;&#039;, Giuseppe era un bambino come tanti altri e aveva una grande passione per i cavalli. Suo padre, in stretti rapporti con [[Giovanni Brusca]], fu arrestato il [[4 giugno]] [[1993]] con l&#039;accusa di aver eseguito diversi omicidi e poco dopo iniziò a collaborare. La sua collaborazione permise di arrivare a una svolta nelle indagini sulle stragi di [[Strage di Capaci|Capaci]] e [[Strage di Via Mariano d’Amelio|Via d&#039;Amelio]], in quanto Di Matteo fece i nomi dei boss e degli uomini d&#039;onore coinvolti&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in Giuseppe Di Matteo, il bambino trucidato da Cosa nostra, Antimafia Duemila, 11 gennaio 2018&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Cosa Nostra]] quindi incaricò &#039;&#039;&#039;Giovanni Brusca&#039;&#039;&#039; di rapire il ragazzino e il [[23 novembre]] [[1993]] quattro uomini del [[Clan dei Corleonesi]] travestiti da poliziotti lo adescarono all&#039;uscita dal maneggio che era solito frequentare, dicendogli che lo avrebbero portato dal padre. Lo portarono quindi in una villa a Misilmeri, dove era stato allestito il bunker per la prigionia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Immediatamente, venne recapitato al nonno, Giuseppe Di Matteo, un biglietto con scritto:  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«&#039;&#039;Il bambino c&#039;è l&#039;abbiamo noi, non andare ai carabinieri se tieni alla pelle di tuo nipote»&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in Antimafia Duemila&amp;lt;/ref&amp;gt;. Poi una sera il nonno fu avvicinato da un affiliato che gli mostrò una foto del bambino e gli disse: «&#039;&#039;Devi andare da tuo figlio e farci sapere che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse fatte a quei personaggi, deve finire di fare tragedie&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rientrato a casa, il nonno raccontò quanto accaduto alla nuora, la signora Franca, che chiamò subito la DIA per parlare con suo marito. In una delle stanze degli uffici della DIA di Palermo la moglie riferì al pentito del rapimento del figlio ma, nonostante messaggi intimidatori e nuove foto del figlio continuassero ad arrivare a casa del nonno tramite un uomo di fiducia di Brusca, &#039;&#039;&#039;Pietro Romeo&#039;&#039;&#039;, la famiglia decise di non denunciare la scomparsa del bambino ma di avviare una trattativa, in virtù dell&#039;antico legame con [[Benedetto Spera]], capomandamento di Belmonte Mezzagno, vicinissimo a [[Bernardo Provenzano]]. Nel mentre, Santino continuò a collaborare e i suoi racconti trovarono riscontri fattuali da parte dei sostituti procuratori [[Giuseppe Pignatone]] e [[Francesco Lo Voi]]&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[13 dicembre]] 1993 Santino, preoccupato per l&#039;incolumità del figlio, valutò la possibilità di interrompere la collaborazione e provare a salvarlo, avvalendosi della facoltà di non rispondere durante un&#039;udienza in cui era a chiamato a deporre. A seguito di un incontro col padre al Commissariato di Palermo, Santino decise di cercare il bambino alla &amp;quot;sua&amp;quot; maniera e, quando fu tradotto a Roma in Pizza Vescovio in una delle sedi della DIA per rispondere ad alcune domande, approfittò di un vuoto di sorveglianza per scappare in Umbria, dove si nascose da conoscenti, salvo poi costituirsi alle autorità locali e denunciare la scomparsa del figlio. Il piccolo Giuseppe venne trasferito in varie località in Provincia di Palermo, Trapani e Agrigento e Brusca chiese anche aiuto a [[Matteo Messina Denaro]] per nascondere il bambino, che fu trasferito da Gangi a Castellammare del Golfo&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La notizia del rapimento divenne di dominio pubblico poco tempo dopo, quando un redattore vide l&#039;immagine del bambino e un&#039;altra in cui saltava a cavallo su una volante della polizia. Anche dentro Cosa Nostra non mancarono i contrasti: il boss Antonino Madonia affrontò a brutto muso [[Leoluca Bagarella]] nel carcere di Paliano, trovando inaccettabile il rapimento del bambino al fine di ricattare il padre. Quando la Corte d&#039;Assise di Palermo condannò Bagarella e Brusca come esecutori materiali dell&#039;omicidio di [[Ignazio Salvo]] proprio grazie alla collaborazione di Santino Di Matteo, Brusca andò su tutte le furie e ordinò a [[Vincenzo Chiodo]], [[Giuseppe Monticciolo]] ed [[Enzo Brusca]] di uccidere il bambino, che nel frattempo era stato portato nella casa di quest&#039;ultimo a Giambascio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fu così che l&#039;[[11 gennaio]] [[1996]], 8 giorni prima di compiere quindici anni, Giuseppe Di Matteo fu strangolato e poi sciolto nell&#039;acido dopo &#039;&#039;&#039;779 giorni&#039;&#039;&#039; &#039;&#039;&#039;di prigionia&#039;&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Citato in &amp;quot;&#039;&#039;La madre del bimbo sciolto nell&#039;acido: «Giuseppe ha vinto, la mafia ha perso»&#039;&#039;&amp;quot;, Corriere della Sera, 10 novembre 2008&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Il racconto di quella sera fu dettagliatamente ricostruito sia da Chiodo che da Monticciolo, divenuti collaboratori di giustizia dopo l&#039;arresto. All&#039;udienza del 28 luglio 1998 Chiodo raccontò:&amp;lt;blockquote&amp;gt;«Si, allora già eravamo nella stanza, io ho aperto la porta... ho fatto pure fatica ad aprire la porta perché era quasi arrugginita, perché giù c&#039;era molta umidità... c&#039;era sempre la condensa del corpo che stava chiuso senza avere un&#039;aria... come in altre case. Allora io ho detto al bambino - io ero ancora incappucciato - ho detto al bambino di mettersi in un angolo cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, in un angolo con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io gli ho detto, si è messo di fronte il muro, diciamo, a faccia al muro. Io ci sono andato da dietro, ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l&#039;ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino giù e Monticciolo si stava avviando per tenere le gambe, gli dice &amp;quot;&#039;&#039;mi dispiace&#039;&#039;&amp;quot;, rivolto al bambino, &amp;quot;&#039;&#039;&#039;tuo papà ha fatto il cornuto&#039;&#039;&#039;&amp;quot;. Nello stesso momento o subito dopo Enzo Brusca dice &amp;quot;ti dovevo guardare meglio degli occhi miei&amp;quot;, dice, &amp;quot;eppure chi lo doveva dire?&amp;quot;, queste sono state le parole diciamo al bambino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io mi ricordo il bambino, cioè me lo ricordo quasi giornalmente la faccia, diciamo, mi ricordo sempre, ce l&#039;ho sempre davanti agli occhi. Il bambino non ha capito niente, perché non se l&#039;aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era... come voglio dire, non aveva la reazione più di un bambino, sembrava molle... anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente... non lo so, mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro..., cioè questo, il bambino penso che non ha capito niente, neanche lui ha capito, dice: sto morendo, penso non l&#039;abbia neanche capito. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi... A me poi mi sono cominciate tremare le gambe ed io ho lasciato il posto a Monticciolo, che lui mi ha detto di andare anche sopra, dopo che però il bambino penso che già era morto perché si vedeva che già gli occhi proprio al di fuori... vedevo la bava che gli usciva tutta dalla bocca. Ed io sono uscito, nell&#039;attimo che stavo andando sopra a vedere se c&#039;era movimento strano... e ho visto il Monticciolo che tirava forte la corda e con il piede batteva forte nella corda per potere stringere ancora il cappio, nella corda... Ho preso un pochettino d&#039;aria, sono risceso e ho detto a Monticciolo &amp;quot;dammi di nuovo a me la corda&amp;quot; e il Monticciolo dice &amp;quot;va beh, lascia stare&amp;quot;, finché poi il bambino già era morto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Enzo Brusca ogni tanto si appoggiava al petto del bambino per sentire i battiti del cuore, quando ha visto che il bambino già era morto mi ha ordinato Enzo Brusca a me &amp;quot;spoglialo&amp;quot;. Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire, diciamo, o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio al polso e tutto, abbiamo versato l&#039;acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l&#039;ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l&#039;hanno preso per un braccio, l&#039;uno, così, e l&#039;abbiamo messo nell&#039;acido e ce ne siamo andati sopra. Andando sopra abbiamo lasciato il tappo del tunnel socchiuso per fare uscire il vapore dell&#039;acido che usciva... Quando siamo saliti sopra Enzo Brusca e Monticciolo mi hanno baciato, dicendo che mi ero comportato... come se mi avessero fatto gli auguri di Natale o chissà... complimentandosi per come mi ero comportato... Siamo entrati dentro la casa dove avevamo cenato prima, così, eravamo lì, abbiamo fumato una sigaretta, si parlava così. Poi dopo un po&#039; Enzo Brusca mi dice &amp;quot;vai sopra, vai a guardare che cosa c&#039;è, se funziona l&#039;acido, se va bene o meno».&amp;lt;/blockquote&amp;gt;Chiodo riferì in udienza di non aver provato alcun tipo di emozione in quel momento:&amp;lt;blockquote&amp;gt;«Io ero un soldato, io eseguivo... io ho condiviso sempre le scelte di Brusca e le scelte degli altri, io mi sento responsabile, io non voglio... cioè non voglio incolpare altri e discolpare la mia persona, io mi sento responsabile come è responsabile Brusca e tutti, io mi sento responsabile diciamo, anche se io posso dire che era meglio se non succedeva il discorso del bambino e non succedeva che io ero presente in quella situazione, cioè questo, e non lo auguro a nessuno, diciamo, né primo, né chi ne ha fatto uno, né chi ne ha fatto due, né chi ne ha fatto tre, perché io non lo so se i miei figli mi possono a me perdonare. Prima il Presidente me lo diceva, io a volte non ho il coraggio di guardare i miei figli».  &amp;lt;/blockquote&amp;gt;Ed ha proseguito: &amp;lt;blockquote&amp;gt;«Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c&#039;era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare con un bastone e ho visto che c&#039;era solo un pezzo di gamba... e una parte... però era un attimo perché sono andato... uscito perché lì dentro la puzza dell&#039;acido... era... cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a letto a dormire, abbiamo dormito lì. Monticciolo mi ha detto che alle 5 lo dovevo chiamare perché lui se ne doveva andare; abbiamo dormito tutti e tre assieme nello stesso letto matrimoniale che avevamo nella stanza lì».&amp;lt;/blockquote&amp;gt;Chiodo si svegliò l&#039;indomani di buon mattino e aveva Monticciolo, che andò a svuotare il fusto con l&#039;acido, rifiutando la collaborazione di Brusca. Il corpo di Giuseppe &#039;&#039;&#039;si era interamente liquefatto&#039;&#039;&#039;, senza che nulla di solido fosse rimasto, salvo la corda che gli era rimasta messa al collo. Con una latta aveva prelevato quel liquido di colore scuro versandolo nei due bidoncini di plastica che prima contenevano l’acido, svuotandoli in aperta campagna. Vedendo la corda che era rimasta, Brusca scherzando disse a Vincenzo Chiodo di tenerla come trofeo, essendo stato il suo primo omicidio. Poi bruciarono il materasso dove aveva dormito il ragazzino, i suoi indumenti e tutto quello che gli apparteneva. Con un’ascia Vincenzo Chiodo fece in mille pezzettini la rete, sulla quale era stato adagiato il materasso e che era stata ancorata al pavimento con i piedi annegati nel cemento; aveva raccolto i pezzi, le coperte, la macchina fotografica in diversi sacchi della spazzatura che aveva distribuito in vari cassonetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Indagini e processi==&lt;br /&gt;
La notizia della morte di Giuseppe Di Matteo fu data proprio da Giuseppe Monticciolo dopo l&#039;arresto e da VIncenzo Chiodo, che si costituì volontariamente. Per l&#039;omicidio furono condannati all&#039;ergastolo circa 100 mafiosi, tra cui Giovanni Brusca, arrestato il [[20 maggio]] [[1996]], Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, [[Giuseppe Graviano]], Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone. Monticciolo fu condannato a 20 anni di carcere, Enzo Brusca 30, Chiodo a 21 anni, [[Gaspare Spatuzza]] a 12 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[22 luglio]] [[2018]] il tribunale civile di Palermo ha stabilito &#039;&#039;&#039;un risarcimento di 2,2 milioni di euro&#039;&#039;&#039; per la famiglia&amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;Giuseppe Di Matteo, 2,2 milioni di risarcimento alla famiglia del 12enne sciolto nell’acido da Cosa Nostra&#039;&#039;, il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2018&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Film e Tv==&lt;br /&gt;
La storia di Giuseppe Di Matteo è raccontata nel film &amp;quot;&#039;&#039;Sicilian Ghost Story&#039;&#039;&amp;quot; e nella serie tv &amp;quot;&#039;&#039;Il Cacciatore&#039;&#039;&amp;quot;, trasmessa su Rai2.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia== &lt;br /&gt;
*Archivio Antimafia Duemila&lt;br /&gt;
*Archivio Corriere della Sera&lt;br /&gt;
*Archivio il Fatto Quotidiano&lt;br /&gt;
*Testimonianza di Vincenzo Chiodo, tratta dal Verbale dell&#039;udienza del 28 luglio 1998&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
|site_name=WikiMafia&lt;br /&gt;
|keywords=giuseppe di matteo, santino di matteo, bambino sciolto nell&#039;acido, wikimafia, vittime innocenti delle mafie, bambini vittime di cosa nostra, bambini vittime di mafia, antimafia, mafia, mafie&lt;br /&gt;
|description=Giuseppe Di Matteo (Palermo, 19 gennaio 1981 - San Giuseppe Jato, 11 gennaio 1996) è stato un bambino vittima di mafia, sciolto nell&#039;acido come ritorsione nei confronti del padre, il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo&lt;br /&gt;
|image=File:Giuseppe-di-matteo-cavallo.jpg&lt;br /&gt;
|image_alt=Giuseppe DI Matteo&lt;br /&gt;
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|section=Vittime innocenti delle mafie&lt;br /&gt;
}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Minori Vittime di mafia‎]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Bambini Vittime di mafia]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime innocenti delle mafie]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime di Cosa Nostra]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Nati il 19 gennaio]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Nati nel 1981]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti l&#039;11 gennaio]] &lt;br /&gt;
[[Categoria:Morti nel 1996]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Il_giudice_fa_carriera_solo_per_meriti_antimafia%3F&amp;diff=10888</id>
		<title>Il giudice fa carriera solo per meriti antimafia?</title>
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		<updated>2026-01-09T15:19:44Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Il giudice fa carriera solo per meriti antimafia? a Articolo di Antonio Tajani su Giovanni Falcone&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;#RINVIA [[Articolo di Antonio Tajani su Giovanni Falcone]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Articolo_di_Antonio_Tajani_su_Giovanni_Falcone&amp;diff=10887</id>
		<title>Articolo di Antonio Tajani su Giovanni Falcone</title>
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		<updated>2026-01-09T15:19:43Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Il giudice fa carriera solo per meriti antimafia? a Articolo di Antonio Tajani su Giovanni Falcone&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&#039;&#039;&#039;Il giudice fa carriera solo per «meriti antimafia»?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
di Antonio Tajani, 7 gennaio 1988.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
◆◆◆&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la sentenza di primo grado del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], [[Antonino Caponnetto]] fu costretto, per ragioni di salute e suo malgrado, a fare ritorno a Firenze: accettò di dare le dimissioni anche perché gli era stata data rassicurazione dagli uomini dello Stato che il suo posto sarebbe andato a Falcone, tanto da dichiararlo anche pubblicamente&amp;lt;ref&amp;gt;citato in Nando dalla Chiesa, Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore, p. 82-83&amp;lt;/ref&amp;gt;. Ciononostante, il [[19 gennaio]] [[1988]] il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì [[Antonino Meli]], un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antonio Tajani, all&#039;epoca giornalista de &amp;quot;Il Giornale Nuovo&amp;quot; di Indro Montanelli, che negli anni si era duramente scagliato contro Falcone e il Pool antimafia, firma un articolo fedele alla linea del quotidiano. L&#039;articolo fu reso nuovamente pubblico nel 2018 dal Movimento 5 Stelle&amp;lt;ref&amp;gt;RaiNews, &#039;&#039;Elezioni, M5s: ecco che diceva Tajani su Falcone&#039;&#039;[http://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/elezioni-m5s-1988-giornale-tajani-giovanni-falcone-5da87c10-5195-43f0-a362-3c6f8dc0f73c.html].&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
◆◆◆&lt;br /&gt;
[[File:Articolo-tajani-falcone-1988.jpg|alt=articolo tajani falcone|miniatura|L&#039;articolo di Antonio Tajani (a.t.), reso nuovamente pubblico nel 2018 dal Movimento 5 Stelle.]]&lt;br /&gt;
Roma - Tutto è pronto per il classico colpo di scena. Al Consiglio superiore della magistratura spetta nominare il nuovo capo dell&#039;Ufficio istruzione di Palermo. La decisione non è più rinviabile e dovrebbe essere presa nell&#039;assemblea plenaria che inizia domani, subito dopo la discussione del «caso Infelisi». Se di semplice nomina si tratterà, il nome del papabile è già noto: [[Antonino Meli]], presidente della Corte di appello di Caltanissetta. E&#039; lui candidato già prescelto dalla apposita commissione, sulla base dei requisiti indispensabili: anzianità di servizio, merito ed attitudini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono mesi, però, che si lavora dietro le quinte per trasformare la nomina in una sorta di processo di beatificazione. Il nome sul quale si sono mossi gli accordi sotterranei è quello di [[Giovanni Falcone]]. Il giudice &#039;&#039;antimafia&#039;&#039; per eccellenza ha perso il primo round in commissione, ma non si e arreso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La scalata, del resto, non è facile: a parità di merito, tra Falcone ed Antonio Meli ci sono ben 16 anni di anzianità. Può ancora sperare di giocare il «jolly», delle «attitudini». Si tratta di quelle caratteristiche molto soggettive che [[Leonardo Sciascia]] bollò mesi fa, [[I professionisti dell&#039;Antimafia|in una sua celebre polemica]], come un sicuro mezzo per far carriera all&#039;ombra dell&#039;«antimafia». Anche quest&#039;arma, inoltre, rischia di essere spuntata ne confronti di Meli, che ha di retto il processo per l&#039;omicidio [[Rocco Chinnici|Chinnici]] e le cui attitudini «antimafia» sono almeno paragonabili a quelle del più giovane, ma più pubblicizzato collega.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, è proprio il documento della commissione (in alcuni brani sembra addirittura una indiretta risposta alla polemica sollevata da Sciascia) a riaffermare che in nessun caso l&#039;elemento dell&#039;attitudine può arrivare a «schiacciare» gli altri due. Insomma, secondo il documento, «uomo giusto al posto giusto» vuol dire soprattutto seguire criteri ponderati nelle nomine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D&#039;altra parte, gli accordi segreti tra politici e correnti dell&#039;Associazione magistrati esercitano una pressione crescente sul «plenum». Il compito più arduo, in questi giorni, è toccato ad uno dei membri «laici» designato dal Pci, Massimo brutti. Componente della commissione per le nomine, aveva votato contro la candidatura di Meli a sostegno di quella di Falcone. Ora sta esaminando il fascicolo personale del presidente di Caltanissetta per trovarvi il punto debole indispensabile alla sua&lt;br /&gt;
requisitoria. L&#039;impresa è difficile, perché furono proprio le componenti più legate al Pci ad esaltare, nei mesi scorsi, la figura e l&#039;operato di Antonio Meli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il disegno per spianare la strada a Falcone era infatti quello di promuovere Meli ad altro incarico: così, fu caldeggiato dalle sinistre del Csm per la poltrona di procuratore a Palermo e per quella di Presidente della Corte d&#039;appello di Catania. Allora, però, i requisiti «antimafia» non furono sufficienti. E così ora Brutti si trova costretto a demolire quegli stessi meriti che aveva contribuito a magnificare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo colpo di scena che attende il «plenum» del Csm è un telegramma dell&#039;ex capo dell&#039;Ufficio istruzione [[Antonino Caponnetto]]. Il messaggio conterrebbe una presa di posizione esplicita a favore di Falcone e sarebbe uno dei risultati del grande lavoro compiuto negli ultimi giorni nel Tribunale di Palermo. Per Falcone, infatti, c&#039;è stata una vera e propria richiesta di «far quadrato». E per reagire alle difficoltà con le quali si è scontrata a Roma la sua candidatura, si è tentato di far sottoscrivere all&#039;intero Ufficio istruzione un appello a favore del giudice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fallito parzialmente questo tentativo, si è lavorato almeno per ricostruire l&#039;unità della corrente di &#039;&#039;Unità per la Costituzione&#039;&#039;, che sulla candidatura di Falcone si era divisa. Dimostratosi insufficiente il sostegno del Pci, i «grandi elettori» del giudice istruttore si sarebbero rivolti anche alla Dc. E il ministro [[Sergio Mattarella]] (che è anche segretario provinciale dc) avrebbe personalmente sottoposto a De Mita il nome di Falcone, mettendo in particolare evidenza una sua dichiarazione pro-Dc dopo i recenti referendum.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I «si dice» a Palermo sono molti più d&#039;uno. C&#039;è chi afferma che un sostegno al giudice sarebbe stato promesso anche dal socialista Andò. E c&#039;è perfino chi afferma che il rinnovo del vertice dell&#039;Ufficio istruzione sarebbe collegato alla nuova inchiesta sulla mafia, che Falcone sta conducendo dalla scorsa estate e che potrebbe portare ad un nuovo maxiprocesso. Secondo queste voci, oltre 150 mandati di cattura sarebbero in fase avanzata di elaborazione e si starebbe valutando il momento «più opportuno» per renderli operativi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vere o no le «voci», negli ultimi giorni molte carte sono state rimescolate, da Palermo a Roma. Un colpo di scena sul nome di Falcone sottolineerebbe soprattutto un nuovo compromesso col Pci, che in molti inseguono all&#039;interno del Csm. Esistono anche altri segnali di una simile tendenza. Ad esempio, al momento di nominare gli esperti, destinati ad addestrare i nuovi magistrati sulla lotta alla criminalità organizzata, sono stati fatti tre nomi: Abdon Alinovi (ex presidente comunista della [[Commissione Parlamentare Antimafia|Commissione antimafia]]), [[Pino Arlacchi]] e [[Nando dalla Chiesa]] (ambedue sociologi).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine, sono stati scelti solo i primi due, ma è apparsa chiara l&#039;impostazione che si intende dare ad un certo tipo di addestramento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
|site_name=WikiMafia&lt;br /&gt;
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|description=L&#039;articolo contro Giovanni Falcone scritto da Antonio Tajani il 7 gennaio 1988, su &amp;quot;Il Giornale&amp;quot;.&lt;br /&gt;
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}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Articoli di giornale]] [[Categoria:Giovanni Falcone]] [[Categoria:Archivio 1988]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Il giudice fa carriera solo per «meriti antimafia»?</title>
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		<updated>2026-01-09T15:18:43Z</updated>

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&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;#RINVIA [[Il giudice fa carriera solo per meriti antimafia?]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<title>Articolo di Antonio Tajani su Giovanni Falcone</title>
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&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&#039;&#039;&#039;Il giudice fa carriera solo per «meriti antimafia»?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
di Antonio Tajani, 7 gennaio 1988.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
◆◆◆&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la sentenza di primo grado del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], [[Antonino Caponnetto]] fu costretto, per ragioni di salute e suo malgrado, a fare ritorno a Firenze: accettò di dare le dimissioni anche perché gli era stata data rassicurazione dagli uomini dello Stato che il suo posto sarebbe andato a Falcone, tanto da dichiararlo anche pubblicamente&amp;lt;ref&amp;gt;citato in Nando dalla Chiesa, Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore, p. 82-83&amp;lt;/ref&amp;gt;. Ciononostante, il [[19 gennaio]] [[1988]] il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì [[Antonino Meli]], un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antonio Tajani, all&#039;epoca giornalista de &amp;quot;Il Giornale Nuovo&amp;quot; di Indro Montanelli, che negli anni si era duramente scagliato contro Falcone e il Pool antimafia, firma un articolo fedele alla linea del quotidiano. L&#039;articolo fu reso nuovamente pubblico nel 2018 dal Movimento 5 Stelle&amp;lt;ref&amp;gt;RaiNews, &#039;&#039;Elezioni, M5s: ecco che diceva Tajani su Falcone&#039;&#039;[http://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/elezioni-m5s-1988-giornale-tajani-giovanni-falcone-5da87c10-5195-43f0-a362-3c6f8dc0f73c.html].&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
◆◆◆&lt;br /&gt;
[[File:Articolo-tajani-falcone-1988.jpg|alt=articolo tajani falcone|miniatura|L&#039;articolo di Antonio Tajani (a.t.), reso nuovamente pubblico nel 2018 dal Movimento 5 Stelle.]]&lt;br /&gt;
Roma - Tutto è pronto per il classico colpo di scena. Al Consiglio superiore della magistratura spetta nominare il nuovo capo dell&#039;Ufficio istruzione di Palermo. La decisione non è più rinviabile e dovrebbe essere presa nell&#039;assemblea plenaria che inizia domani, subito dopo la discussione del «caso Infelisi». Se di semplice nomina si tratterà, il nome del papabile è già noto: [[Antonino Meli]], presidente della Corte di appello di Caltanissetta. E&#039; lui candidato già prescelto dalla apposita commissione, sulla base dei requisiti indispensabili: anzianità di servizio, merito ed attitudini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono mesi, però, che si lavora dietro le quinte per trasformare la nomina in una sorta di processo di beatificazione. Il nome sul quale si sono mossi gli accordi sotterranei è quello di [[Giovanni Falcone]]. Il giudice &#039;&#039;antimafia&#039;&#039; per eccellenza ha perso il primo round in commissione, ma non si e arreso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La scalata, del resto, non è facile: a parità di merito, tra Falcone ed Antonio Meli ci sono ben 16 anni di anzianità. Può ancora sperare di giocare il «jolly», delle «attitudini». Si tratta di quelle caratteristiche molto soggettive che [[Leonardo Sciascia]] bollò mesi fa, [[I professionisti dell&#039;Antimafia|in una sua celebre polemica]], come un sicuro mezzo per far carriera all&#039;ombra dell&#039;«antimafia». Anche quest&#039;arma, inoltre, rischia di essere spuntata ne confronti di Meli, che ha di retto il processo per l&#039;omicidio [[Rocco Chinnici|Chinnici]] e le cui attitudini «antimafia» sono almeno paragonabili a quelle del più giovane, ma più pubblicizzato collega.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, è proprio il documento della commissione (in alcuni brani sembra addirittura una indiretta risposta alla polemica sollevata da Sciascia) a riaffermare che in nessun caso l&#039;elemento dell&#039;attitudine può arrivare a «schiacciare» gli altri due. Insomma, secondo il documento, «uomo giusto al posto giusto» vuol dire soprattutto seguire criteri ponderati nelle nomine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D&#039;altra parte, gli accordi segreti tra politici e correnti dell&#039;Associazione magistrati esercitano una pressione crescente sul «plenum». Il compito più arduo, in questi giorni, è toccato ad uno dei membri «laici» designato dal Pci, Massimo brutti. Componente della commissione per le nomine, aveva votato contro la candidatura di Meli a sostegno di quella di Falcone. Ora sta esaminando il fascicolo personale del presidente di Caltanissetta per trovarvi il punto debole indispensabile alla sua&lt;br /&gt;
requisitoria. L&#039;impresa è difficile, perché furono proprio le componenti più legate al Pci ad esaltare, nei mesi scorsi, la figura e l&#039;operato di Antonio Meli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il disegno per spianare la strada a Falcone era infatti quello di promuovere Meli ad altro incarico: così, fu caldeggiato dalle sinistre del Csm per la poltrona di procuratore a Palermo e per quella di Presidente della Corte d&#039;appello di Catania. Allora, però, i requisiti «antimafia» non furono sufficienti. E così ora Brutti si trova costretto a demolire quegli stessi meriti che aveva contribuito a magnificare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo colpo di scena che attende il «plenum» del Csm è un telegramma dell&#039;ex capo dell&#039;Ufficio istruzione [[Antonino Caponnetto]]. Il messaggio conterrebbe una presa di posizione esplicita a favore di Falcone e sarebbe uno dei risultati del grande lavoro compiuto negli ultimi giorni nel Tribunale di Palermo. Per Falcone, infatti, c&#039;è stata una vera e propria richiesta di «far quadrato». E per reagire alle difficoltà con le quali si è scontrata a Roma la sua candidatura, si è tentato di far sottoscrivere all&#039;intero Ufficio istruzione un appello a favore del giudice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fallito parzialmente questo tentativo, si è lavorato almeno per ricostruire l&#039;unità della corrente di &#039;&#039;Unità per la Costituzione&#039;&#039;, che sulla candidatura di Falcone si era divisa. Dimostratosi insufficiente il sostegno del Pci, i «grandi elettori» del giudice istruttore si sarebbero rivolti anche alla Dc. E il ministro [[Sergio Mattarella]] (che è anche segretario provinciale dc) avrebbe personalmente sottoposto a De Mita il nome di Falcone, mettendo in particolare evidenza una sua dichiarazione pro-Dc dopo i recenti referendum.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I «si dice» a Palermo sono molti più d&#039;uno. C&#039;è chi afferma che un sostegno al giudice sarebbe stato promesso anche dal socialista Andò. E c&#039;è perfino chi afferma che il rinnovo del vertice dell&#039;Ufficio istruzione sarebbe collegato alla nuova inchiesta sulla mafia, che Falcone sta conducendo dalla scorsa estate e che potrebbe portare ad un nuovo maxiprocesso. Secondo queste voci, oltre 150 mandati di cattura sarebbero in fase avanzata di elaborazione e si starebbe valutando il momento «più opportuno» per renderli operativi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vere o no le «voci», negli ultimi giorni molte carte sono state rimescolate, da Palermo a Roma. Un colpo di scena sul nome di Falcone sottolineerebbe soprattutto un nuovo compromesso col Pci, che in molti inseguono all&#039;interno del Csm. Esistono anche altri segnali di una simile tendenza. Ad esempio, al momento di nominare gli esperti, destinati ad addestrare i nuovi magistrati sulla lotta alla criminalità organizzata, sono stati fatti tre nomi: Abdon Alinovi (ex presidente comunista della [[Commissione Parlamentare Antimafia|Commissione antimafia]]), [[Pino Arlacchi]] e [[Nando dalla Chiesa]] (ambedue sociologi).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine, sono stati scelti solo i primi due, ma è apparsa chiara l&#039;impostazione che si intende dare ad un certo tipo di addestramento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
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[[Categoria:Archivio antimafia - Articoli di giornale]] [[Categoria:Giovanni Falcone]] [[Categoria:Archivio 1988]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<title>Articolo di Antonio Tajani su Giovanni Falcone</title>
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&lt;div&gt;&#039;&#039;&#039;Il giudice fa carriera solo per «meriti antimafia»?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
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di Antonio Tajani, 7 gennaio 1988.&lt;br /&gt;
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Dopo la sentenza di primo grado del [[Maxiprocesso di Palermo|Maxiprocesso]], [[Antonino Caponnetto]] fu costretto, per ragioni di salute e suo malgrado, a fare ritorno a Firenze: accettò di dare le dimissioni anche perché gli era stata data rassicurazione dagli uomini dello Stato che il suo posto sarebbe andato a Falcone, tanto da dichiararlo anche pubblicamente&amp;lt;ref&amp;gt;citato in Nando dalla Chiesa, Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore, p. 82-83&amp;lt;/ref&amp;gt;. Ciononostante, il [[19 gennaio]] [[1988]] il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì [[Antonino Meli]], un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Antonio Tajani, all&#039;epoca giornalista de &amp;quot;Il Giornale Nuovo&amp;quot; di Indro Montanelli, che negli anni si era duramente scagliato contro Falcone e il Pool antimafia, firma un articolo fedele alla linea del quotidiano. L&#039;articolo fu reso nuovamente pubblico nel 2018 dal Movimento 5 Stelle&amp;lt;ref&amp;gt;RaiNews, &#039;&#039;Elezioni, M5s: ecco che diceva Tajani su Falcone&#039;&#039;[http://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/elezioni-m5s-1988-giornale-tajani-giovanni-falcone-5da87c10-5195-43f0-a362-3c6f8dc0f73c.html].&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
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[[File:Articolo-tajani-falcone-1988.jpg|alt=articolo tajani falcone|miniatura|L&#039;articolo di Antonio Tajani (a.t.), reso nuovamente pubblico nel 2018 dal Movimento 5 Stelle.]]&lt;br /&gt;
Roma - Tutto è pronto per il classico colpo di scena. Al Consiglio superiore della magistratura spetta nominare il nuovo capo dell&#039;Ufficio istruzione di Palermo. La decisione non è più rinviabile e dovrebbe essere presa nell&#039;assemblea plenaria che inizia domani, subito dopo la discussione del «caso Infelisi». Se di semplice nomina si tratterà, il nome del papabile è già noto: [[Antonino Meli]], presidente della Corte di appello di Caltanissetta. E&#039; lui candidato già prescelto dalla apposita commissione, sulla base dei requisiti indispensabili: anzianità di servizio, merito ed attitudini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono mesi, però, che si lavora dietro le quinte per trasformare la nomina in una sorta di processo di beatificazione. Il nome sul quale si sono mossi gli accordi sotterranei è quello di [[Giovanni Falcone]]. Il giudice &#039;&#039;antimafia&#039;&#039; per eccellenza ha perso il primo round in commissione, ma non si e arreso.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La scalata, del resto, non è facile: a parità di merito, tra Falcone ed Antonio Meli ci sono ben 16 anni di anzianità. Può ancora sperare di giocare il «jolly», delle «attitudini». Si tratta di quelle caratteristiche molto soggettive che [[Leonardo Sciascia]] bollò mesi fa, [[I professionisti dell&#039;Antimafia|in una sua celebre polemica]], come un sicuro mezzo per far carriera all&#039;ombra dell&#039;«antimafia». Anche quest&#039;arma, inoltre, rischia di essere spuntata ne confronti di Meli, che ha di retto il processo per l&#039;omicidio [[Rocco Chinnici|Chinnici]] e le cui attitudini «antimafia» sono almeno paragonabili a quelle del più giovane, ma più pubblicizzato collega.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, è proprio il documento della commissione (in alcuni brani sembra addirittura una indiretta risposta alla polemica sollevata da Sciascia) a riaffermare che in nessun caso l&#039;elemento dell&#039;attitudine può arrivare a «schiacciare» gli altri due. Insomma, secondo il documento, «uomo giusto al posto giusto» vuol dire soprattutto seguire criteri ponderati nelle nomine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
D&#039;altra parte, gli accordi segreti tra politici e correnti dell&#039;Associazione magistrati esercitano una pressione crescente sul «plenum». Il compito più arduo, in questi giorni, è toccato ad uno dei membri «laici» designato dal Pci, Massimo brutti. Componente della commissione per le nomine, aveva votato contro la candidatura di Meli a sostegno di quella di Falcone. Ora sta esaminando il fascicolo personale del presidente di Caltanissetta per trovarvi il punto debole indispensabile alla sua&lt;br /&gt;
requisitoria. L&#039;impresa è difficile, perché furono proprio le componenti più legate al Pci ad esaltare, nei mesi scorsi, la figura e l&#039;operato di Antonio Meli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il disegno per spianare la strada a Falcone era infatti quello di promuovere Meli ad altro incarico: così, fu caldeggiato dalle sinistre del Csm per la poltrona di procuratore a Palermo e per quella di Presidente della Corte d&#039;appello di Catania. Allora, però, i requisiti «antimafia» non furono sufficienti. E così ora Brutti si trova costretto a demolire quegli stessi meriti che aveva contribuito a magnificare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il secondo colpo di scena che attende il «plenum» del Csm è un telegramma dell&#039;ex capo dell&#039;Ufficio istruzione [[Antonino Caponnetto]]. Il messaggio conterrebbe una presa di posizione esplicita a favore di Falcone e sarebbe uno dei risultati del grande lavoro compiuto negli ultimi giorni nel Tribunale di Palermo. Per Falcone, infatti, c&#039;è stata una vera e propria richiesta di «far quadrato». E per reagire alle difficoltà con le quali si è scontrata a Roma la sua candidatura, si è tentato di far sottoscrivere all&#039;intero Ufficio istruzione un appello a favore del giudice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fallito parzialmente questo tentativo, si è lavorato almeno per ricostruire l&#039;unità della corrente di &#039;&#039;Unità per la Costituzione&#039;&#039;, che sulla candidatura di Falcone si era divisa. Dimostratosi insufficiente il sostegno del Pci, i «grandi elettori» del giudice istruttore si sarebbero rivolti anche alla Dc. E il ministro [[Sergio Mattarella]] (che è anche segretario provinciale dc) avrebbe personalmente sottoposto a De Mita il nome di Falcone, mettendo in particolare evidenza una sua dichiarazione pro-Dc dopo i recenti referendum.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I «si dice» a Palermo sono molti più d&#039;uno. C&#039;è chi afferma che un sostegno al giudice sarebbe stato promesso anche dal socialista Andò. E c&#039;è perfino chi afferma che il rinnovo del vertice dell&#039;Ufficio istruzione sarebbe collegato alla nuova inchiesta sulla mafia, che Falcone sta conducendo dalla scorsa estate e che potrebbe portare ad un nuovo maxiprocesso. Secondo queste voci, oltre 150 mandati di cattura sarebbero in fase avanzata di elaborazione e si starebbe valutando il momento «più opportuno» per renderli operativi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vere o no le «voci», negli ultimi giorni molte carte sono state rimescolate, da Palermo a Roma. Un colpo di scena sul nome di Falcone sottolineerebbe soprattutto un nuovo compromesso col Pci, che in molti inseguono all&#039;interno del Csm. Esistono anche altri segnali di una simile tendenza. Ad esempio, al momento di nominare gli esperti, destinati ad addestrare i nuovi magistrati sulla lotta alla criminalità organizzata, sono stati fatti tre nomi: Abdon Alinovi (ex presidente comunista della [[Commissione Parlamentare Antimafia|Commissione antimafia]]), [[Pino Arlacchi]] e [[Nando dalla Chiesa]] (ambedue sociologi).&lt;br /&gt;
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Alla fine, sono stati scelti solo i primi due, ma è apparsa chiara l&#039;impostazione che si intende dare ad un certo tipo di addestramento.&lt;br /&gt;
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== Note ==&lt;br /&gt;
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[[Categoria:Archivio antimafia - Articoli di giornale]] [[Categoria:Giovanni Falcone]] [[Categoria:Archivio 1988]]&lt;/div&gt;</summary>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=File:Articolo-tajani-falcone-1988.jpg&amp;diff=10883</id>
		<title>File:Articolo-tajani-falcone-1988.jpg</title>
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		<updated>2026-01-09T15:03:34Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;L&#039;articolo a firma Antonio Tajani (a.t.), reso nuovamente pubblico nel 2018&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Operazione_Crimine-Infinito&amp;diff=10882</id>
		<title>Operazione Crimine-Infinito</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Operazione_Crimine-Infinito&amp;diff=10882"/>
		<updated>2025-12-27T18:02:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: /* Fase dibattimentale */&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{Espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’&#039;&#039;&#039;Operazione Crimine-Infinito&#039;&#039;&#039; è un&#039;inchiesta coordinata dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Milano e Reggio Calabria contro la [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]]. L’operazione, scattata il [[13 luglio]] [[2010]], ha portato all’arresto di &#039;&#039;&#039;154 persone in Lombardia&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;156 in Calabria&#039;&#039;&#039; ed è considerata un punto di svolta nella conoscenza della struttura e delle articolazioni territoriali fuori dalla Calabria dell&#039;organizzazione, in particolare in [[Mafie in Lombardia|Lombardia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, per la prima volta veniva accertata in maniera inequivocabile &#039;&#039;&#039;la tendenziale unitarietà&#039;&#039;&#039; della &#039;ndrangheta, pur nella sostanziale autonomia delle singole articolazioni territoriali, in un modernissimo e difficile equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I processi risultanti dalle indagini, il &#039;&#039;&#039;Processo Crimine&#039;&#039;&#039; e il &#039;&#039;&#039;Processo Infinito&#039;&#039;&#039;, sono considerati i primi due veri grandi processi contro la &#039;ndrangheta nel suo complesso, indipendentemente dalle [[&#039;ndrina|&#039;ndrine]] di appartenenza dei singoli imputati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Antefatti ==&lt;br /&gt;
Il filone lombardo, &#039;&#039;&#039;Infinito&#039;&#039;&#039;, venne coordinato dal procuratore aggiunto [[Ilda Boccassini]] e dai sostituti procuratori milanesi [[Alessandra Dolci]], [[Paolo Storari]], [[Alessandra Cecchelli]] e dal sostituto procuratore di Monza [[Salvatore Bellomo]], mentre la direzione del filone calabrese, &#039;&#039;&#039;Crimine&#039;&#039;&#039;, fu affidata al procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria [[Nicola Gratteri]], al procuratore capo [[Giuseppe Pignatone]] e al procuratore aggiunto [[Michele Prestipino]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come già detto, l’operazione permise di affermare la struttura &#039;&#039;&#039;verticistico-orizzontale&#039;&#039;&#039; della ‘ndrangheta, al cui vertice si trova il Capo-Crimine. Con Crimine-Infinito venne spazzata via la convinzione ultra-decennale di inquirenti e studiosi sulla struttura fluida e orizzontale dell&#039;organizzazione calabrese, secondo cui ogni [[&#039;ndrina|‘ndrina]] agiva in maniera autonoma l’una dall&#039;altra. Lo scenario descritto dall&#039;operazione era invece completamente diverso: non solo vi era una presenza radicata in tutti e cinque i continenti, ma un fortissimo legame con la madrepatria, rinsaldato con la riunione annuale dei vertici in occasione della [[&#039;Ndrangheta#Il_Santuario_della_Madonna_di_Polsi|processione della Madonna di Polsi]], alla fine di agosto. Il Capo-Crimine, ai tempi dell&#039;inchiesta individuato nella persona di [[Domenico Oppedisano]], fungeva da autorità morale e garante delle regole interne dell&#039;associazione, ma non aveva i poteri che aveva ad esempio [[Totò Riina]] all&#039;interno dell&#039;organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Calabria, l’operazione mostrò il consolidamento dei tre mandamenti – quello Tirrenico, quello Centrale e quello Jonico, composti da diverse locali – coordinati da una sorta di cupola, denominata &amp;quot;&#039;&#039;&#039;la Provincia&#039;&#039;&#039;&amp;quot; o &amp;quot;&#039;&#039;&#039;Crimine&#039;&#039;&#039;&amp;quot;, che ha il pieno potere sulle &#039;ndrine che operano in Italia e all’estero, soprattutto per quanto attiene al narcotraffico e agli appalti pubblici. Secondo gli investigatori, le &#039;ndrine di Reggio Calabria sono &amp;quot;&#039;&#039;il centro propulsore delle iniziative dell’intera organizzazione mafiosa, nonché il punto di riferimento di tutte le proiezioni extraregionali, nazionali ed estere&#039;&#039;&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vera novità fu costituita dall’importanza assunta da Milano e dalle altre province lombarde nello scacchiere &#039;ndranghetista, tanto che si arrivò all&#039;istituzione di una [[Camera di Controllo (&#039;ndrangheta)|Camera di Controllo]], denominata &amp;quot;&#039;&#039;&#039;La Lombardia&#039;&#039;&#039;&amp;quot;, che serviva a coordinare le Locali lombarde.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Infinito, il filone lombardo ===&lt;br /&gt;
Le indagini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza partirono il [[30 ottobre]] [[2006]] a seguito di una notizia confidenziale su una presunta importazione in Italia di un grosso carico di stupefacenti organizzata da [[Rocco Piscioneri]] e [[Alfredo Scarfò]], sui quali gli inquirenti avevano già svolto indagini nell&#039;ambito dell&#039;[[Operazione Tequila]]&amp;lt;ref&amp;gt;Andrea Ghinetti, Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio 2010, p.61&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il filone lombardo permise di scoprire [[:Categoria:Locali in Lombardia|ben sedici locali]] nelle città di Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno&amp;lt;ref&amp;gt; Ivi, p.64 &amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ogni locale - tranne Rho (MI) - rispondeva a una propria locale madre in Calabria, mentre tutte erano coordinate dalla Camera di Controllo denominata &amp;quot;Lombardia&amp;quot;, in cui hanno rivestito un ruolo di vertice, nel corso del tempo, [[Cosimo Barranca]] (fino al [[15 agosto]] [[2007]]), [[Carmelo Novella]] (dal 15 agosto 2007 fino al giorno del suo omicidio, il [[14 luglio]] [[2008]]) e [[Pasquale Zappia]], dal [[31 agosto]] [[2009]] fino al blitz dell&#039;operazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il vertice della Lombardia era deputato a concedere agli affiliati “cariche” e “doti”, secondo gerarchie prestabilite e mediante cerimonie e rituali tipici dell’associazione mafiosa, come per esempio la partecipazione a riunioni e/o incontri. Le intercettazioni ambientali hanno accertato che il numero di locali scoperte è decisamente più basso rispetto a quelle realmente esistenti, come dimostra un dialogo tra due affiliati&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;, [[Saverio Minasi]] e [[Vincenzo Raccosta]]:&amp;lt;blockquote&amp;gt;&#039;&#039;&#039;MINASI&#039;&#039;&#039;: &#039;&#039;&amp;quot;vedi che qua in Lombardia siamo venti &amp;quot;locali&amp;quot;...&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;RACCOSTA&#039;&#039;&#039;: &#039;&#039;(inc.) ...&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;MINASI&#039;&#039;&#039;: &#039;&#039;&amp;quot;qua siamo venti &amp;quot;locali&amp;quot; siamo cinquecento uomini Cecè, non siamo uno...Cecè vedi che siamo cinquecento uomini qua in Lombardia, sono venti &amp;quot;locali&amp;quot; aperti, è mai possibile che a tutti... che poi tu hai un problema dentro al locale tuo... i responsabili dei &amp;quot;locali&amp;quot; (inc.), che poi hai problemi dentro al locale tuo, te la sbrighi tu... basta! a me mi dici che va tutto bene...&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/blockquote&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Crimine, il filone calabrese ===&lt;br /&gt;
Il filone calabrese, oltre a confermare quanto già si sapeva della &#039;ndrangheta, portò elementi utili a delineare ulteriormente i contorni dell&#039;organizzazione mafiosa, che risultò avere &#039;&#039;&#039;la propria base di comando strategico in Calabria&#039;&#039;&#039; (segnatamente nella provincia di Reggio Calabria) con attive ramificazioni sia nel Nord Italia (accertate in [[Mafie in Piemonte|Piemonte]], [[Mafie in Liguria|Liguria]], ma soprattutto in [[Mafie in Lombardia|Lombardia]] nell’hinterland milanese) sia all’estero con propaggini in [[Mafie in Germania|Germania]] (accertate nelle città di Singen, Rielasingen, Radolfzell, Ravensburg, Engen e Francoforte) e in [[Mafie in Svizzera|Svizzera]] (a Fravenfeld), ma anche in [[Mafie in Canada|Canada]] e [[Mafie in Australia|Australia]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In queste località l&#039;indagine permise di accertare che il modello organizzativo della &#039;ndrangheta era stato replicato in maniera fedele. Seppur ogni ramificazione territoriale godesse di una certa autonomia, tutte erano sottoposte al comando generale della provincia di Reggio Calabria.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle intercettazioni, per voce degli stessi esponenti, gli inquirenti vennero a conoscenza dei vari organismi (“provincia”, “mandamento”, “società”, “locale”), di gradi (“sgarro”, “santa”, “vangelo”), nonché dei ruoli (“cariche”) che davano un’unica chiave di lettura del fenomeno ‘ndrangheta nella prospettiva di una struttura unitaria gerarchicamente organizzata. Le indagini mostrarono come le decisioni venivano comunque assunte a dalla Provincia (o Crimine) nel rispetto rigoroso di regole e procedure, lasciando tuttavia alle articolazioni esterne ampi margini di autonomia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Processo Crimine ==&lt;br /&gt;
=== Fase dibattimentale ===&lt;br /&gt;
Il processo si aprì davanti al Giudice per l&#039;Udienza Preliminare Giuseppe Minutoli il [[13 giugno]] [[2011]]. Si costituirono parte civile al processo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell&#039;Interno, la Regione Calabria, la Provincia di Reggio Calabria, l&#039;Anas, le associazioni &amp;quot;Sos Impresa&amp;quot; e la Federazione Antiracket Italiana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La requisitoria fu aperta dal pubblico ministero [[Michele Prestipino]] il [[27 settembre]] e fu chiusa dal collega [[Nicola Gratteri]] il [[24 ottobre]], insieme ai sostituti procuratori Antonio De Bernardo, Giovanni Musarò e Maria Luisa Miranda. La procura chiese la condanna per 118 dei 120 imputati con rito abbreviato e l&#039;assoluzione per due per non aver commesso il fatto&amp;lt;ref&amp;gt;Lucio Musolino, «”Crimine”, Gratteri chiede 118 condanne», Corriere della Calabria, 24 ottobre 2011.&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Sentenze di primo grado ===&lt;br /&gt;
L&#039;[[8 marzo]] [[2012]] il Gup condannò 93 persone, assolvendone 34 e rinviando a giudizio 40 indagati che avevano optato per il rito ordinario. La condanna più dura, 14 anni e otto mesi di reclusione, venne inflitta al &#039;&#039;maistru&#039;&#039;, Giuseppe Commisso, di Siderno, mentre il &#039;capocrimine&#039;, [[Domenico Oppedisano]], 82 anni, originario di Rosarno, venne condannato a 10 anni e 8 mesi: per entrambi la procura aveva chiesto 20 anni. Nonostante la sentenza identificasse per la prima volta l&#039;unitarietà della &#039;ndrangheta e l&#039;esistenza della struttura di vertica (Provincia), non venne riconosciuta ad essa l&#039;aggravante della transnazionalità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il processo con rito ordinario davanti al Tribunale di Locri si concluse il [[19 luglio]] [[2013]] 24 condanne e 12 assoluzioni. Il Tribunale condannò a 19 anni e 6 mesi Domenico Gangemi, a 18 anni Ernesto Mazzaferro, a 16 anni Francesco Gattuso, a 15 anni Mario Giuseppe Stelitano, a 13 anni Giuseppe Antonio Primerano e Rocco Bruno Tassone, a 11 anni Antonio Futia e Antonio Figliomeni, a 9 anni e 7 mesi Giuseppe Giampaolo, a 9 anni Domenico Rocco Cento e Antonio Cuppari, a 8 anni Antonio Angelo Cianciaruso e Michele Fiorillo&amp;lt;ref&amp;gt;Corriere della Calabria, &#039;&#039;&amp;quot;Crimine&amp;quot;: 24 condanne e 12 assoluzioni&#039;&#039;, 19 luglio 2013.&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Ulteriori gradi di giudizio ===&lt;br /&gt;
==== Appello ====&lt;br /&gt;
La corte di Appello di Reggio Calabria, chiamata a decidere sulle condanne del rito abbreviato, comminò 96 condanne e 96 assoluzioni, il [[27 febbraio]] [[2014]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanto riguarda il rito ordinario, la sentenza arrivò il [[16 luglio]] [[2015]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Cassazione ====&lt;br /&gt;
Abbreviato: &#039;&#039;Sentenza n. 830/2016&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - Prima sezione penale, 17 giugno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Processo Infinito ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Fase dibattimentale ===&lt;br /&gt;
Il processo, svoltosi nell&#039;aula bunker di via Uccelli di Nemi a Milano si divise in due tronconi. In 119 scelsero il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Tutti gli altri imputati andarono a dibattimento con rito ordinario. Il processo, presieduto dal Giudice dell&#039;udienza preliminare di Milano Roberto Arnaldi cominciò l&#039;[[11 maggio]] [[2011]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si costituirono parti civili: la Regione Calabria (fu la prima volta che l&#039;ente venne ammessa come parte civile al di fuori del proprio territorio regionale), la Regione Lombardia (solo dal [[14 giugno]]), la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell&#039;Interno, il Ministero della Difesa, il Commissario straordinario antiracket, la Provincia di Monza e della Brianza, i Comuni di Bollate, Desio, Pavia, Seregno, Paderno Dugnano (dal [[17 giugno]]), la Federazione Nazionale Associazioni Antiracket di Tano Grasso, i curatori fallimentari della Perego Strade, l&#039;imprenditore Agostino Augusto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Sentenze di primo grado ===&lt;br /&gt;
Il primo grado del rito abbreviato si concluse il [[19 novembre]] [[2011]] con 110 condanne fino a 16 anni di reclusione per i presunti appartenenti alle 16 &amp;quot;locali&amp;quot; della &#039;ndrangheta in Lombardia. La sentenza riconobbe l&#039;esistenza di una cupola dell&#039;organizzazione mafiosa calabrese con infiltrazioni nel settore edile e con tentativi di inquinare anche la vita politica lombarda.&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2013/04/23/877995-milano-maxi-processo-infinito-ndrangheta-sentenza-secondo-grado.shtml Maxi processo &amp;quot;Infinito&amp;quot;, &#039;ndrangheta di nuovo alla sbarra]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il processo di primo grado con rito ordinario si concluse il [[16 dicembre]] [[2012]] con quaranta condanne con pene comprese tra i 3 e i 20 anni. Il collegio dell’ottava sezione penale di Milano condannò [[Pio Candeloro]] a 20 anni, [[Pino Neri|Giuseppe &#039;Pino&#039; Neri]] a 18 anni, mentre l&#039;ex-carabiniere [[Michele Berlingieri]] fu condannato a 13 anni e 6 mesi. Tredici anni di reclusione e una multa di 200mila euro furono invece comminati all&#039;ex-direttore della Asl di Pavia [[Carlo Chiriaco]], definito dagli investigatori «&#039;&#039;figura inquietante e paradigmatica&#039;&#039;». L’imprenditore [[Ivano Perego]] fu condannato invece a 12 anni. Il collegio, presieduto da Maria Luisa Balzarotti, stabilì anche, a pena espiata, 3 anni di libertà vigilata per tutti i condannati.&amp;lt;ref&amp;gt; [http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/06/ndrangheta-infiltrazioni-in-lombardia-40-condanne-13-anni-a-chiriaco/437935/ ‘Ndrangheta, infiltrazioni in Lombardia: 40 condanne. 13 anni a ex direttore asl Pavia, Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2012]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I risarcimenti a carico degli imputati a favore delle parti civili furono:&lt;br /&gt;
* € 1.000.000 per la Regione Lombardia;&lt;br /&gt;
* € 300.000 alla Provincia di Monza e Brianza;&lt;br /&gt;
* € 300.000 al Comune di Pavia;&lt;br /&gt;
* € 300.000 al Comune di Desio;&lt;br /&gt;
* € 300.000 al Comune di Seregno;&lt;br /&gt;
* € 200.000 al Comune di Bollate;&lt;br /&gt;
* € 200.000 alla Regione Calabria;&lt;br /&gt;
* € 50.000 alla Federazione anti-racket italiana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tribunale stabilì anche delle provvisionali di:&lt;br /&gt;
* € 500.000 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri;&lt;br /&gt;
* € 500.000 al Ministero della Difesa;&lt;br /&gt;
* € 500.000 al Commissario straordinario per le iniziative anti-racket;&lt;br /&gt;
* € 250.000 al Ministero dell&#039;Interno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Ulteriori gradi di giudizio ===&lt;br /&gt;
==== Appello ====&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il processo d&#039;appello del rito abbreviato&#039;&#039;&#039; si concluse il [[23 aprile]] [[2013]] quando i giudici della Corte d’Appello di Milano confermarono le &#039;&#039;&#039;110 condanne&#039;&#039;&#039; inflitte in primo grado dal gup Roberto Arnaldi nel novembre 2011, riducendo lievemente le pene. La decisione della prima corte d’Appello, presieduta da Rosa Polizzi arrivò dopo 9 ore di camera di consiglio. Al termine della lettura del dispositivo, durata circa un’ora, gli imputati dalle gabbie applaudirono con atteggiamento ironico e quasi di sfida. Le lievi riduzioni di pena riguardarono una quarantina di imputati, tra cui [[Alessandro Manno]], capo della Locale di Pioltello, che passò da 16 anni a 15 anni e 3 mesi di carcere, [[Cosimo Barranca]], capo Locale di Milano, che passò da 14 a 12 anni di carcere, e [[Vincenzo Mandalari]], capo Locale di Bollate, che fu condannato a 12 anni e otto mesi contro i 14 del primo grado. Tra i beneficiari della riduzione di pena vi fu anche [[Pasquale Zappia]], nominato ai vertici della &amp;quot;Lombardia&amp;quot; durante il Summit di Paderno Dugnano: per lui si è passati dai 12 anni inflitti in primo grado a 9 anni in appello. Invariata invece la pena dell’ex sindaco del comune di Borgarello (Pavia), Giovanni Valdes, che si è visto confermare un anno e quattro mesi (pena sospesa) per turbativa d’asta.&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/23/ndrangheta-lombardia-appello-processo-infinito-conferma-110-condanne/573576/ “Ndrangheta Lombardia, appello processo ‘Infinito’ conferma 110 condanne” 23 aprile 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il processo di Appello del rito ordinario&#039;&#039;&#039; si concluse il [[28 giugno]] [[2014]], quando la Corte d’Assise d’Appello di Milano confermò, con lievi riduzioni di pena e una sola assoluzione, le condanne fino a 20 anni di reclusione inflitte in primo grado agli imputati. Il collegio presieduto da Rosa Malacarne accolse, nella sostanza, le richieste del sostituto pg milanese Laura Barbaini, che chiese la conferma delle condanne inflitte in primo grado. La pena di Pino Neri a 18 anni di reclusione venne confermata, mentre quella per Carlo Chiriaco fu ridotta di un anno e quella di [[Vincenzo Novella]], figlio di [[Carmelo Novella|Carmelo]], passò da 16 a 13 anni e 10 mesi. Ivano Perego ottenne una riduzione della pena di 9 mesi, mentre l&#039;ex-carabiniere Michele Berlingieri si vide confermata la pena di primo grado. Fu aumentata di un anno invece la pena a Pio Candeloro, che passò quindi a 21 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello confermò anche i risarcimenti disposti dalla sentenza di primo grado a favore delle parti civili.&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/28/ndragheta-in-lombardia-operazione-infinito-in-appello-confermate-le-condanne/1043389/ ‘Ndrangheta in Lombardia, operazione Infinito: in appello condanne confermate, Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2014]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Cassazione ====&lt;br /&gt;
Il [[6 giugno]] 2014 &#039;&#039;&#039;il processo di rito abbreviato&#039;&#039;&#039; arrivò a sentenza definitiva. La VI Sezione Penale della Cassazione confermò quasi tutte le condanne ai 92 imputati del processo d’appello, annullando la sentenza d&#039;appello e rinviando a nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano: Rocco Coluccio, Nicola Lucà (limitatamente all&#039;aggravante dell&#039;associazione mafiosa), Armando Barranca, Giovanni Castagnella e Giuseppe Sgrò (limitatamente al trattamento sanzionatorio)  e Alfredo Introini, Salvatore Paolillo e Giovanni Valdes (limitatamente all&#039;aggravante prevista dal comma 2 dell&#039;art.353 del Codice Penale, &amp;quot;Turbata libertà degli Incanti&amp;quot;).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il Processo con rito ordinario&#039;&#039;&#039; in Cassazione si concluse il [[30 aprile]] [[2015]] con la conferma delle 41 condanne emesse in Appello. &#039;&#039;&#039;Carlo Chiriaco&#039;&#039;&#039; ottenne l&#039;annullamento della sentenza d&#039;appello limitatamente alla statuizione di confisca, con rinvio per un nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Milano (il resto del ricorso fu giudicato inammissibile). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
=== Crimine ===&lt;br /&gt;
* Pignatone, Giuseppe (2010). &#039;&#039;Decreto di Fermo di indiziato di delitto - Procedimento Penale n. 1389/2008 R.G.N.R. D.D.A. (Operazione Crimine)&#039;&#039;, Voll. 1-4, Tribunale di Reggio Calabria, 5 luglio.&lt;br /&gt;
* Siotto, Maria Cristina (2016). &#039;&#039;Sentenza n. 830/2016&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - Prima sezione penale, 17 giugno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Infinito ===&lt;br /&gt;
====Ordinanza di custodia cautelare====&lt;br /&gt;
* Ghinetti, Andrea (2010). &#039;&#039;Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R.&#039;&#039;, Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
====Abbreviato====&lt;br /&gt;
* Arnaldi, Roberto (2011). &#039;&#039;Sentenza contro &amp;quot;Albanese + 118&amp;quot;&#039;&#039;, Tribunale di Milano - Ufficio del Giudice per l&#039;Udienza Preliminare, 19 novembre.&lt;br /&gt;
* Polizzi, Rosa (2013). &#039;&#039;Sentenza 2909/13 contro &amp;quot;Albanese + 108&amp;quot;&#039;&#039;, Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 23 aprile.&lt;br /&gt;
* Milo, Nicola (2014). &#039;&#039;Sentenza n. 30059/14 contro &amp;quot;Bertuccia Francesco + 91&amp;quot;&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - VI Sezione Penale, 6 giugno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
====Rito Ordinario====&lt;br /&gt;
* Balzarotti, Maria Luisa (2012). &#039;&#039;Sentenza 13255/12 contro &amp;quot;Agostino Fabio + 43&amp;quot;&#039;&#039;, Tribunale Ordinario di Milano - VIII Sezione Penale, 6 dicembre. &lt;br /&gt;
* Malacarne, Marta (2014). &#039;&#039;Sentenza n. 5339/14 contro &amp;quot;Agostino + 40&amp;quot;&#039;&#039;, Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 28 giugno.&lt;br /&gt;
* Esposito, Antonio (2015). &#039;&#039;Sentenza n. 34147/15 contro &amp;quot;Agostino + 40&amp;quot;&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 30 aprile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Inchieste antimafia]] [[Categoria:Inchieste in Lombardia]] [[Categoria:Inchieste sulla &#039;ndrangheta]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Operazione_Crimine-Infinito&amp;diff=10881</id>
		<title>Operazione Crimine-Infinito</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Operazione_Crimine-Infinito&amp;diff=10881"/>
		<updated>2025-12-27T18:02:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{Espandere}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’&#039;&#039;&#039;Operazione Crimine-Infinito&#039;&#039;&#039; è un&#039;inchiesta coordinata dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Milano e Reggio Calabria contro la [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]]. L’operazione, scattata il [[13 luglio]] [[2010]], ha portato all’arresto di &#039;&#039;&#039;154 persone in Lombardia&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;156 in Calabria&#039;&#039;&#039; ed è considerata un punto di svolta nella conoscenza della struttura e delle articolazioni territoriali fuori dalla Calabria dell&#039;organizzazione, in particolare in [[Mafie in Lombardia|Lombardia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infatti, per la prima volta veniva accertata in maniera inequivocabile &#039;&#039;&#039;la tendenziale unitarietà&#039;&#039;&#039; della &#039;ndrangheta, pur nella sostanziale autonomia delle singole articolazioni territoriali, in un modernissimo e difficile equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I processi risultanti dalle indagini, il &#039;&#039;&#039;Processo Crimine&#039;&#039;&#039; e il &#039;&#039;&#039;Processo Infinito&#039;&#039;&#039;, sono considerati i primi due veri grandi processi contro la &#039;ndrangheta nel suo complesso, indipendentemente dalle [[&#039;ndrina|&#039;ndrine]] di appartenenza dei singoli imputati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Antefatti ==&lt;br /&gt;
Il filone lombardo, &#039;&#039;&#039;Infinito&#039;&#039;&#039;, venne coordinato dal procuratore aggiunto [[Ilda Boccassini]] e dai sostituti procuratori milanesi [[Alessandra Dolci]], [[Paolo Storari]], [[Alessandra Cecchelli]] e dal sostituto procuratore di Monza [[Salvatore Bellomo]], mentre la direzione del filone calabrese, &#039;&#039;&#039;Crimine&#039;&#039;&#039;, fu affidata al procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria [[Nicola Gratteri]], al procuratore capo [[Giuseppe Pignatone]] e al procuratore aggiunto [[Michele Prestipino]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Come già detto, l’operazione permise di affermare la struttura &#039;&#039;&#039;verticistico-orizzontale&#039;&#039;&#039; della ‘ndrangheta, al cui vertice si trova il Capo-Crimine. Con Crimine-Infinito venne spazzata via la convinzione ultra-decennale di inquirenti e studiosi sulla struttura fluida e orizzontale dell&#039;organizzazione calabrese, secondo cui ogni [[&#039;ndrina|‘ndrina]] agiva in maniera autonoma l’una dall&#039;altra. Lo scenario descritto dall&#039;operazione era invece completamente diverso: non solo vi era una presenza radicata in tutti e cinque i continenti, ma un fortissimo legame con la madrepatria, rinsaldato con la riunione annuale dei vertici in occasione della [[&#039;Ndrangheta#Il_Santuario_della_Madonna_di_Polsi|processione della Madonna di Polsi]], alla fine di agosto. Il Capo-Crimine, ai tempi dell&#039;inchiesta individuato nella persona di [[Domenico Oppedisano]], fungeva da autorità morale e garante delle regole interne dell&#039;associazione, ma non aveva i poteri che aveva ad esempio [[Totò Riina]] all&#039;interno dell&#039;organizzazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Calabria, l’operazione mostrò il consolidamento dei tre mandamenti – quello Tirrenico, quello Centrale e quello Jonico, composti da diverse locali – coordinati da una sorta di cupola, denominata &amp;quot;&#039;&#039;&#039;la Provincia&#039;&#039;&#039;&amp;quot; o &amp;quot;&#039;&#039;&#039;Crimine&#039;&#039;&#039;&amp;quot;, che ha il pieno potere sulle &#039;ndrine che operano in Italia e all’estero, soprattutto per quanto attiene al narcotraffico e agli appalti pubblici. Secondo gli investigatori, le &#039;ndrine di Reggio Calabria sono &amp;quot;&#039;&#039;il centro propulsore delle iniziative dell’intera organizzazione mafiosa, nonché il punto di riferimento di tutte le proiezioni extraregionali, nazionali ed estere&#039;&#039;&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vera novità fu costituita dall’importanza assunta da Milano e dalle altre province lombarde nello scacchiere &#039;ndranghetista, tanto che si arrivò all&#039;istituzione di una [[Camera di Controllo (&#039;ndrangheta)|Camera di Controllo]], denominata &amp;quot;&#039;&#039;&#039;La Lombardia&#039;&#039;&#039;&amp;quot;, che serviva a coordinare le Locali lombarde.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Infinito, il filone lombardo ===&lt;br /&gt;
Le indagini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza partirono il [[30 ottobre]] [[2006]] a seguito di una notizia confidenziale su una presunta importazione in Italia di un grosso carico di stupefacenti organizzata da [[Rocco Piscioneri]] e [[Alfredo Scarfò]], sui quali gli inquirenti avevano già svolto indagini nell&#039;ambito dell&#039;[[Operazione Tequila]]&amp;lt;ref&amp;gt;Andrea Ghinetti, Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio 2010, p.61&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il filone lombardo permise di scoprire [[:Categoria:Locali in Lombardia|ben sedici locali]] nelle città di Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno&amp;lt;ref&amp;gt; Ivi, p.64 &amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ogni locale - tranne Rho (MI) - rispondeva a una propria locale madre in Calabria, mentre tutte erano coordinate dalla Camera di Controllo denominata &amp;quot;Lombardia&amp;quot;, in cui hanno rivestito un ruolo di vertice, nel corso del tempo, [[Cosimo Barranca]] (fino al [[15 agosto]] [[2007]]), [[Carmelo Novella]] (dal 15 agosto 2007 fino al giorno del suo omicidio, il [[14 luglio]] [[2008]]) e [[Pasquale Zappia]], dal [[31 agosto]] [[2009]] fino al blitz dell&#039;operazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il vertice della Lombardia era deputato a concedere agli affiliati “cariche” e “doti”, secondo gerarchie prestabilite e mediante cerimonie e rituali tipici dell’associazione mafiosa, come per esempio la partecipazione a riunioni e/o incontri. Le intercettazioni ambientali hanno accertato che il numero di locali scoperte è decisamente più basso rispetto a quelle realmente esistenti, come dimostra un dialogo tra due affiliati&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;, [[Saverio Minasi]] e [[Vincenzo Raccosta]]:&amp;lt;blockquote&amp;gt;&#039;&#039;&#039;MINASI&#039;&#039;&#039;: &#039;&#039;&amp;quot;vedi che qua in Lombardia siamo venti &amp;quot;locali&amp;quot;...&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;RACCOSTA&#039;&#039;&#039;: &#039;&#039;(inc.) ...&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;MINASI&#039;&#039;&#039;: &#039;&#039;&amp;quot;qua siamo venti &amp;quot;locali&amp;quot; siamo cinquecento uomini Cecè, non siamo uno...Cecè vedi che siamo cinquecento uomini qua in Lombardia, sono venti &amp;quot;locali&amp;quot; aperti, è mai possibile che a tutti... che poi tu hai un problema dentro al locale tuo... i responsabili dei &amp;quot;locali&amp;quot; (inc.), che poi hai problemi dentro al locale tuo, te la sbrighi tu... basta! a me mi dici che va tutto bene...&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/blockquote&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Crimine, il filone calabrese ===&lt;br /&gt;
Il filone calabrese, oltre a confermare quanto già si sapeva della &#039;ndrangheta, portò elementi utili a delineare ulteriormente i contorni dell&#039;organizzazione mafiosa, che risultò avere &#039;&#039;&#039;la propria base di comando strategico in Calabria&#039;&#039;&#039; (segnatamente nella provincia di Reggio Calabria) con attive ramificazioni sia nel Nord Italia (accertate in [[Mafie in Piemonte|Piemonte]], [[Mafie in Liguria|Liguria]], ma soprattutto in [[Mafie in Lombardia|Lombardia]] nell’hinterland milanese) sia all’estero con propaggini in [[Mafie in Germania|Germania]] (accertate nelle città di Singen, Rielasingen, Radolfzell, Ravensburg, Engen e Francoforte) e in [[Mafie in Svizzera|Svizzera]] (a Fravenfeld), ma anche in [[Mafie in Canada|Canada]] e [[Mafie in Australia|Australia]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In queste località l&#039;indagine permise di accertare che il modello organizzativo della &#039;ndrangheta era stato replicato in maniera fedele. Seppur ogni ramificazione territoriale godesse di una certa autonomia, tutte erano sottoposte al comando generale della provincia di Reggio Calabria.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle intercettazioni, per voce degli stessi esponenti, gli inquirenti vennero a conoscenza dei vari organismi (“provincia”, “mandamento”, “società”, “locale”), di gradi (“sgarro”, “santa”, “vangelo”), nonché dei ruoli (“cariche”) che davano un’unica chiave di lettura del fenomeno ‘ndrangheta nella prospettiva di una struttura unitaria gerarchicamente organizzata. Le indagini mostrarono come le decisioni venivano comunque assunte a dalla Provincia (o Crimine) nel rispetto rigoroso di regole e procedure, lasciando tuttavia alle articolazioni esterne ampi margini di autonomia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Processo Crimine ==&lt;br /&gt;
=== Fase dibattimentale ===&lt;br /&gt;
Il processo si aprì davanti al Giudice per l&#039;Udienza Preliminare Giuseppe Minutoli il [[13 giugno]] [[2011]]. Si costituirono parte civile al processo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell&#039;Interno, la Regione Calabria, la Provincia di Reggio Calabria, l&#039;Anas, le associazioni &amp;quot;Sos Impresa&amp;quot; e la Federazione Antiracket Italiana&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La requisitoria fu aperta dal pubblico ministero [[Michele Prestipino]] il [[27 settembre]] e fu chiusa dal collega [[Nicola Gratteri]] il [[24 ottobre]], insieme ai sostituti procuratori Antonio De Bernardo, Giovanni Musarò e Maria Luisa Miranda. La procura chiese la condanna per 118 dei 120 imputati con rito abbreviato e l&#039;assoluzione per due per non aver commesso il fatto&amp;lt;ref&amp;gt;Lucio Musolino, «”Crimine”, Gratteri chiede 118 condanne», Corriere della Calabria, 24 ottobre 2011.&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Sentenze di primo grado ===&lt;br /&gt;
L&#039;[[8 marzo]] [[2012]] il Gup condannò 93 persone, assolvendone 34 e rinviando a giudizio 40 indagati che avevano optato per il rito ordinario. La condanna più dura, 14 anni e otto mesi di reclusione, venne inflitta al &#039;&#039;maistru&#039;&#039;, Giuseppe Commisso, di Siderno, mentre il &#039;capocrimine&#039;, [[Domenico Oppedisano]], 82 anni, originario di Rosarno, venne condannato a 10 anni e 8 mesi: per entrambi la procura aveva chiesto 20 anni. Nonostante la sentenza identificasse per la prima volta l&#039;unitarietà della &#039;ndrangheta e l&#039;esistenza della struttura di vertica (Provincia), non venne riconosciuta ad essa l&#039;aggravante della transnazionalità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il processo con rito ordinario davanti al Tribunale di Locri si concluse il [[19 luglio]] [[2013]] 24 condanne e 12 assoluzioni. Il Tribunale condannò a 19 anni e 6 mesi Domenico Gangemi, a 18 anni Ernesto Mazzaferro, a 16 anni Francesco Gattuso, a 15 anni Mario Giuseppe Stelitano, a 13 anni Giuseppe Antonio Primerano e Rocco Bruno Tassone, a 11 anni Antonio Futia e Antonio Figliomeni, a 9 anni e 7 mesi Giuseppe Giampaolo, a 9 anni Domenico Rocco Cento e Antonio Cuppari, a 8 anni Antonio Angelo Cianciaruso e Michele Fiorillo&amp;lt;ref&amp;gt;Corriere della Calabria, &#039;&#039;&amp;quot;Crimine&amp;quot;: 24 condanne e 12 assoluzioni&#039;&#039;, 19 luglio 2013.&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Ulteriori gradi di giudizio ===&lt;br /&gt;
==== Appello ====&lt;br /&gt;
La corte di Appello di Reggio Calabria, chiamata a decidere sulle condanne del rito abbreviato, comminò 96 condanne e 96 assoluzioni, il [[27 febbraio]] [[2014]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per quanto riguarda il rito ordinario, la sentenza arrivò il [[16 luglio]] [[2015]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Cassazione ====&lt;br /&gt;
Abbreviato: &#039;&#039;Sentenza n. 830/2016&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - Prima sezione penale, 17 giugno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Processo Infinito ==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Fase dibattimentale ===&lt;br /&gt;
Il processo, svoltosi nell&#039;aula bunker di via Uccelli di Nemi a Milano si divise in due tronconi. In 119 scelsero il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Tutti gli altri imputati andarono a dibattimento con rito ordinario. Il processo, presieduto dal Giudice dell&#039;udienza preliminare di Milano Roberto Arnaldi cominciò l&#039;[[11 maggio]] [[2011]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si costituirono parti civili: la Regione Calabria (fu la prima volta che l&#039;ente venne ammessa come parte civile al di fuori del proprio territorio regionale), la Regione Lombardia (solo dal [[14 giugno]]), la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell&#039;Interno, il Ministero della Difesa, il Commissario straordinario antiracket, la Provincia di Monza e della Brianza, i Comuni di Bollate, Desio, Pavia, Seregno, Paderno Dugnano (dal [[17 giugno]]), la Federazione Nazionale Associazioni Antiracket di Tano Grasso, i curatori fallimentari della Perego Strade, l&#039;imprenditore Agostino Augusto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Sentenze di primo grado ===&lt;br /&gt;
Il primo grado del rito abbreviato si concluse il [[19 novembre]] [[2011]] con 110 condanne fino a 16 anni di reclusione per i presunti appartenenti alle 16 &amp;quot;locali&amp;quot; della &#039;ndrangheta in Lombardia. La sentenza riconobbe l&#039;esistenza di una cupola dell&#039;organizzazione mafiosa calabrese con infiltrazioni nel settore edile e con tentativi di inquinare anche la vita politica lombarda.&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/2013/04/23/877995-milano-maxi-processo-infinito-ndrangheta-sentenza-secondo-grado.shtml Maxi processo &amp;quot;Infinito&amp;quot;, &#039;ndrangheta di nuovo alla sbarra]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il processo di primo grado con rito ordinario si concluse il [[16 dicembre]] [[2012]] con quaranta condanne con pene comprese tra i 3 e i 20 anni. Il collegio dell’ottava sezione penale di Milano condannò [[Pio Candeloro]] a 20 anni, [[Pino Neri|Giuseppe &#039;Pino&#039; Neri]] a 18 anni, mentre l&#039;ex-carabiniere [[Michele Berlingieri]] fu condannato a 13 anni e 6 mesi. Tredici anni di reclusione e una multa di 200mila euro furono invece comminati all&#039;ex-direttore della Asl di Pavia [[Carlo Chiriaco]], definito dagli investigatori «&#039;&#039;figura inquietante e paradigmatica&#039;&#039;». L’imprenditore [[Ivano Perego]] fu condannato invece a 12 anni. Il collegio, presieduto da Maria Luisa Balzarotti, stabilì anche, a pena espiata, 3 anni di libertà vigilata per tutti i condannati.&amp;lt;ref&amp;gt; [http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/06/ndrangheta-infiltrazioni-in-lombardia-40-condanne-13-anni-a-chiriaco/437935/ ‘Ndrangheta, infiltrazioni in Lombardia: 40 condanne. 13 anni a ex direttore asl Pavia, Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2012]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I risarcimenti a carico degli imputati a favore delle parti civili furono:&lt;br /&gt;
* € 1.000.000 per la Regione Lombardia;&lt;br /&gt;
* € 300.000 alla Provincia di Monza e Brianza;&lt;br /&gt;
* € 300.000 al Comune di Pavia;&lt;br /&gt;
* € 300.000 al Comune di Desio;&lt;br /&gt;
* € 300.000 al Comune di Seregno;&lt;br /&gt;
* € 200.000 al Comune di Bollate;&lt;br /&gt;
* € 200.000 alla Regione Calabria;&lt;br /&gt;
* € 50.000 alla Federazione anti-racket italiana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tribunale stabilì anche delle provvisionali di:&lt;br /&gt;
* € 500.000 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri;&lt;br /&gt;
* € 500.000 al Ministero della Difesa;&lt;br /&gt;
* € 500.000 al Commissario straordinario per le iniziative anti-racket;&lt;br /&gt;
* € 250.000 al Ministero dell&#039;Interno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Ulteriori gradi di giudizio ===&lt;br /&gt;
==== Appello ====&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il processo d&#039;appello del rito abbreviato&#039;&#039;&#039; si concluse il [[23 aprile]] [[2013]] quando i giudici della Corte d’Appello di Milano confermarono le &#039;&#039;&#039;110 condanne&#039;&#039;&#039; inflitte in primo grado dal gup Roberto Arnaldi nel novembre 2011, riducendo lievemente le pene. La decisione della prima corte d’Appello, presieduta da Rosa Polizzi arrivò dopo 9 ore di camera di consiglio. Al termine della lettura del dispositivo, durata circa un’ora, gli imputati dalle gabbie applaudirono con atteggiamento ironico e quasi di sfida. Le lievi riduzioni di pena riguardarono una quarantina di imputati, tra cui [[Alessandro Manno]], capo della Locale di Pioltello, che passò da 16 anni a 15 anni e 3 mesi di carcere, [[Cosimo Barranca]], capo Locale di Milano, che passò da 14 a 12 anni di carcere, e [[Vincenzo Mandalari]], capo Locale di Bollate, che fu condannato a 12 anni e otto mesi contro i 14 del primo grado. Tra i beneficiari della riduzione di pena vi fu anche [[Pasquale Zappia]], nominato ai vertici della &amp;quot;Lombardia&amp;quot; durante il Summit di Paderno Dugnano: per lui si è passati dai 12 anni inflitti in primo grado a 9 anni in appello. Invariata invece la pena dell’ex sindaco del comune di Borgarello (Pavia), Giovanni Valdes, che si è visto confermare un anno e quattro mesi (pena sospesa) per turbativa d’asta.&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/23/ndrangheta-lombardia-appello-processo-infinito-conferma-110-condanne/573576/ “Ndrangheta Lombardia, appello processo ‘Infinito’ conferma 110 condanne” 23 aprile 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il processo di Appello del rito ordinario&#039;&#039;&#039; si concluse il [[28 giugno]] [[2014]], quando la Corte d’Assise d’Appello di Milano confermò, con lievi riduzioni di pena e una sola assoluzione, le condanne fino a 20 anni di reclusione inflitte in primo grado agli imputati. Il collegio presieduto da Rosa Malacarne accolse, nella sostanza, le richieste del sostituto pg milanese Laura Barbaini, che chiese la conferma delle condanne inflitte in primo grado. La pena di Pino Neri a 18 anni di reclusione venne confermata, mentre quella per Carlo Chiriaco fu ridotta di un anno e quella di [[Vincenzo Novella]], figlio di [[Carmelo Novella|Carmelo]], passò da 16 a 13 anni e 10 mesi. Ivano Perego ottenne una riduzione della pena di 9 mesi, mentre l&#039;ex-carabiniere Michele Berlingieri si vide confermata la pena di primo grado. Fu aumentata di un anno invece la pena a Pio Candeloro, che passò quindi a 21 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello confermò anche i risarcimenti disposti dalla sentenza di primo grado a favore delle parti civili.&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/28/ndragheta-in-lombardia-operazione-infinito-in-appello-confermate-le-condanne/1043389/ ‘Ndrangheta in Lombardia, operazione Infinito: in appello condanne confermate, Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2014]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==== Cassazione ====&lt;br /&gt;
Il [[6 giugno]] 2014 &#039;&#039;&#039;il processo di rito abbreviato&#039;&#039;&#039; arrivò a sentenza definitiva. La VI Sezione Penale della Cassazione confermò quasi tutte le condanne ai 92 imputati del processo d’appello, annullando la sentenza d&#039;appello e rinviando a nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano: Rocco Coluccio, Nicola Lucà (limitatamente all&#039;aggravante dell&#039;associazione mafiosa), Armando Barranca, Giovanni Castagnella e Giuseppe Sgrò (limitatamente al trattamento sanzionatorio)  e Alfredo Introini, Salvatore Paolillo e Giovanni Valdes (limitatamente all&#039;aggravante prevista dal comma 2 dell&#039;art.353 del Codice Penale, &amp;quot;Turbata libertà degli Incanti&amp;quot;).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il Processo con rito ordinario&#039;&#039;&#039; in Cassazione si concluse il [[30 aprile]] [[2015]] con la conferma delle 41 condanne emesse in Appello. &#039;&#039;&#039;Carlo Chiriaco&#039;&#039;&#039; ottenne l&#039;annullamento della sentenza d&#039;appello limitatamente alla statuizione di confisca, con rinvio per un nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Milano (il resto del ricorso fu giudicato inammissibile). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
=== Crimine ===&lt;br /&gt;
* Pignatone, Giuseppe (2010). &#039;&#039;Decreto di Fermo di indiziato di delitto - Procedimento Penale n. 1389/2008 R.G.N.R. D.D.A. (Operazione Crimine)&#039;&#039;, Voll. 1-4, Tribunale di Reggio Calabria, 5 luglio.&lt;br /&gt;
* Siotto, Maria Cristina (2016). &#039;&#039;Sentenza n. 830/2016&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - Prima sezione penale, 17 giugno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Infinito ===&lt;br /&gt;
====Ordinanza di custodia cautelare====&lt;br /&gt;
* Ghinetti, Andrea (2010). &#039;&#039;Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R.&#039;&#039;, Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
====Abbreviato====&lt;br /&gt;
* Arnaldi, Roberto (2011). &#039;&#039;Sentenza contro &amp;quot;Albanese + 118&amp;quot;&#039;&#039;, Tribunale di Milano - Ufficio del Giudice per l&#039;Udienza Preliminare, 19 novembre.&lt;br /&gt;
* Polizzi, Rosa (2013). &#039;&#039;Sentenza 2909/13 contro &amp;quot;Albanese + 108&amp;quot;&#039;&#039;, Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 23 aprile.&lt;br /&gt;
* Milo, Nicola (2014). &#039;&#039;Sentenza n. 30059/14 contro &amp;quot;Bertuccia Francesco + 91&amp;quot;&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - VI Sezione Penale, 6 giugno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
====Rito Ordinario====&lt;br /&gt;
* Balzarotti, Maria Luisa (2012). &#039;&#039;Sentenza 13255/12 contro &amp;quot;Agostino Fabio + 43&amp;quot;&#039;&#039;, Tribunale Ordinario di Milano - VIII Sezione Penale, 6 dicembre. &lt;br /&gt;
* Malacarne, Marta (2014). &#039;&#039;Sentenza n. 5339/14 contro &amp;quot;Agostino + 40&amp;quot;&#039;&#039;, Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 28 giugno.&lt;br /&gt;
* Esposito, Antonio (2015). &#039;&#039;Sentenza n. 34147/15 contro &amp;quot;Agostino + 40&amp;quot;&#039;&#039;, Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 30 aprile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Inchieste antimafia]] [[Categoria:Inchieste in Lombardia]] [[Categoria:Inchieste sulla &#039;ndrangheta]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Categoria:Lombardia</title>
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		<updated>2025-12-26T10:50:40Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Categoria:Lombardia a Categoria:Mafie in Lombardia&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;#RINVIA [[:Categoria:Mafie in Lombardia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Categoria:Mafie in Lombardia</title>
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		<updated>2025-12-26T10:50:40Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Categoria:Lombardia a Categoria:Mafie in Lombardia&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
[[Categoria:Presenza mafiosa in Italia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Direzione distrettuale antimafia</title>
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		<updated>2025-12-02T23:35:17Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;Direzione distrettuale antimafia&#039;&#039;&#039; (DDA) è una sezione istituita presso le 26 Procure della Repubblica con sede nel capoluogo del distretto di Corte d&#039;Appello, con competenza esclusiva sulle indagini di [[mafia]] e terrorismo. A livello nazionale le 26 DDA sono coordinate dalla [[Direzione nazionale antimafia|Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo]] (DNAA).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Disciplina normativa==&lt;br /&gt;
[[File:Falcone-primo-piano-1992.jpg|alt=Giovanni Falcone nel 1992|miniatura|296x296px|Giovanni Falcone nel 1992]]&lt;br /&gt;
La Direzione distrettuale antimafia è stata istituita col &#039;&#039;&#039;decreto-legge n. 367 del [[20 novembre]] [[1991]]&#039;&#039;&#039; (&#039;&#039;Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata), contestualmente alla creazione della [[Direzione nazionale antimafia]] e della [[Direzione Investigativa Antimafia]], convertito nella &#039;&#039;&#039;legge n. 8 del 20 gennaio 1992&#039;&#039;&#039;.&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le DDA rappresentano uno dei principali frutti del lavoro di [[Giovanni Falcone]] durante il suo periodo al Ministero della Giustizia come direttore generale degli Affari penali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La disciplina delle DDA è ora confluita nel [[Codice Antimafia|Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione]] (d.lgs. n. 159 del 2011), all&#039;art. 102&amp;lt;ref&amp;gt;Brocardi, art. 102 Codice Antimafia[https://www.brocardi.it/codice-antimafia/libro-iii/titolo-i/capo-i/art102.html?utm%20source=internal&amp;amp;utm%20medium=link&amp;amp;utm%20campaign=articolo&amp;amp;utm%20content=nav%20art%20prec%20dispositivo]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A trent&#039;anni dalla loro creazione, è indubbio che l&#039;intuizione iniziale del legislatore abbia portato i suoi frutti. L&#039;idea di predisporre una dimensione distrettuale della competenza antimafia ha permesso sia di migliorare e razionalizzare la suddivisione territoriale, sia di creare dei veri e propri pool investigativi, che trattassero solo di procedimenti specifici, quali quelli inerenti ai fenomeno mafioso, e per questo potessero essere più efficienti e solleciti, rispetto a quelli formatisi occasionalmente&amp;lt;ref&amp;gt;Si veda in proposito D’Ambrosio, &amp;quot;I pubblici ministeri antimafia: prime considerazioni sul d.l. 367/91&amp;quot;, in &#039;&#039;Documenti Giustizia&#039;&#039;, p. 29&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Struttura==&lt;br /&gt;
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale del capoluogo del distretto costituisce, nell&#039;ambito del suo ufficio, una direzione distrettuale antimafia designando i magistrati che devono farne parte per la durata non inferiore a due anni. Per la designazione, il procuratore distrettuale tiene conto delle specifiche attitudini e delle esperienze professionali. Della DDA possono farne parte solo magistrati in servizio in quella città, i quali sono inamovibili, non possono quindi comporre altri pool o dipartimenti interni alla procura, né svolgere altre attività. Il coordinatore della DDA assume la qualifica di &#039;&#039;&#039;Procuratore aggiunto&#039;&#039;&#039;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La scelta dei giudici specializzati avviene su criteri stringenti che con il passare del tempo hanno portato alla formazione di una categoria nuova di magistrato, abilmente preparato, capace di muoversi nell’intricato mondo della criminalità di stampo mafioso, competente nell’uso delle tecnologie e nelle tecniche d’indagine specifiche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La forza delle DDA, come del resto lo era del loro precursore storico, il [[Pool antimafia di Palermo]], risiede proprio nel consentire una tempestiva circolazione di notizie e informazioni tra tutti gli uffici, ed è per questo che risulta fondamentale la collaborazione tra le Procure, anche attraverso strumenti dei protocolli di intesa&amp;lt;ref&amp;gt;Si veda al riguardo Borraccetti, &amp;quot;L’attività di coordinamento del procuratore nazionale antimafia&amp;quot;, in AA.VV., &#039;&#039;Il coordinamento delle indagini di criminalità organizzata e terrorismo&#039;&#039;, Milano, 2004, p. 83&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Funzioni e competenze==&lt;br /&gt;
Le Direzioni distrettuali antimafia sono competenti a svolgere tutte le indagini relative ai reati di cui all&#039;art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale. Si occupa quindi di tutti quei &#039;&#039;&#039;delitti di grave allarme&#039;&#039;&#039; sociale previsti nel Codice Penale:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;all&#039;articolo 416&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
**sesto comma (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata alla tratta o alla riduzione e mantenimento in schiavitù o servitù o all&#039;acquisto e vendita di schiavi nonché all&#039;immigrazione clandestina&#039;&#039;);&lt;br /&gt;
**settimo comma (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata a commettere un delitto di sfruttamento sessuale di minori o di violenza sessuale in danno di minori&#039;&#039;);&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;all&#039;articolo 416&#039;&#039;&#039; realizzato allo scopo di commettere i delitti &lt;br /&gt;
**di cui agli articoli 473 e 474 (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata alla contraffazione e all&#039;introduzione nello Stato e commercio di prodotti contraffatti&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**600 (&#039;&#039;riduzione e mantenimento in schiavitù o servitù&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**601 (&#039;&#039;tratta di persone&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**602 (&#039;&#039;acquisto e vendita di schiavi&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**416-bis (&#039;&#039;associazione mafiosa&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**416 ter (&#039;&#039;Scambio elettorale politico-mafioso&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**452 quaterdecies (&#039;&#039;Attività organizzate per il traffico di rifiuti&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**630 (&#039;&#039;sequestro di persona a scopo di estorsione&#039;&#039;).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall&#039;[[Legge Rognoni - La Torre|articolo 416 bis]] o finalizzati ad agevolare le attività delle associazioni mafiose, nonché per i delitti previsti dall&#039;articolo 74 del DPR 309/1990 (&#039;&#039;associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope&#039;&#039;), dall&#039;articolo 291-quater del DPR 43/1973 (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri&#039;&#039;) e dall&#039;art. 260 del D.lgs n. 152/2006 (&#039;&#039;attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti&#039;&#039;), le funzioni indicate nel comma 1 lettera a) sono attribuite all&#039;ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla sua istituzione l&#039;&#039;&#039;e competenze della DDA sono andate man mano espandendosi&#039;&#039;&#039; (così come i reati riconducibili alla criminalità organizzata)&amp;lt;ref&amp;gt;Si veda A. D’Alessio “Attribuzioni delle Procure Distrettuali e delle Direzioni Distrettuali Antimafia create al loro interno” in AA.VV. Il “doppio binario” nell’accertamento dei fatti di mafia, Giappichelli, Torino, 2013, p. 248 ss.&amp;lt;/ref&amp;gt;, al fine di condurre le indagini attraverso un metodo sistemico, evitando la frammentazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[1991]], infatti, il novero dei delitti di competenza distrettuale era circoscritto ai reati di associazione mafiosa, al sequestro di persona a scopo di estorsione, all&#039;associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall&#039;art. 416-bis c.p. oppure al fine di agevolare l&#039;attività delle associazioni previste dallo stesso articolo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Peraltro, secondo la giurisprudenza della Cassazione, la competenza della direzione distrettuale antimafia, legittimamente radicata in relazione ad un delitto previsto dall&#039;art. 51, comma 3-bis, del c.p.p., &#039;&#039;&#039;si estende a tutti i reati connessi e agli imputati giudicati nello stesso procedimento&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All&#039;interno delle procure distrettuali il legislatore &#039;&#039;&#039;ha concentrato le funzioni inquirenti e requirenti&#039;&#039;&#039; che la legge prevede siano svolte dal pubblico ministero; la stessa giurisprudenza della Cassazione è costante nel qualificare la direzione distrettuale antimafia come una mera articolazione interna dell&#039;ufficio di procura, come tale priva di qualsivoglia rilevanza esterna sia in sede procedimentale che in sede processuale, e pertanto l&#039;eventuale esercizio delle relative funzioni da parte di magistrati diversi da quelli designati per la composizione della stessa non ha conseguenze in termini di nullità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le attività investigative delle direzioni distrettuali antimafia sono coordinate, sia pur nel rispetto di un&#039;ampia autonomia locale, dal [[Procuratore nazionale antimafia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le direzioni distrettuali antimafia in Italia==&lt;br /&gt;
Come già detto, le direzioni distrettuali antimafia in Italia sono ventisei, istituite nel capoluogo del distretto di Corte d&#039;Appello (dati aggiornati a dicembre 2025).&lt;br /&gt;
{| class=&amp;quot;wikitable&amp;quot;&lt;br /&gt;
|+Le direzioni distrettuali in Italia&lt;br /&gt;
!DDA&lt;br /&gt;
!Competenza&lt;br /&gt;
!Responsabile&lt;br /&gt;
!Qualifica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Ancona&lt;br /&gt;
|Marche&lt;br /&gt;
|Monica Garulli&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Bari&lt;br /&gt;
|Barletta-Andria-Trani&lt;br /&gt;
Bari&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Foggia&lt;br /&gt;
|Francesco Giannella&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Bologna&lt;br /&gt;
|Emilia Romagna&lt;br /&gt;
|Paolo Guido&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Brescia&lt;br /&gt;
|Bergamo&lt;br /&gt;
Brescia&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cremona&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mantova&lt;br /&gt;
|Francesco Prete&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Cagliari&lt;br /&gt;
|Sardegna&lt;br /&gt;
|Maria Alessandra Pelagatti&lt;br /&gt;
|Procuratrice della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Caltanissetta&lt;br /&gt;
|Caltanissetta&lt;br /&gt;
Enna&lt;br /&gt;
|Salvatore De Luca&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Campobasso&lt;br /&gt;
|Campobasso&lt;br /&gt;
Isernia&lt;br /&gt;
|Nicola D&#039;Angelo&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Catania&lt;br /&gt;
|Catania&lt;br /&gt;
Ragusa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Siracusa&lt;br /&gt;
|Francesco Curcio&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Catanzaro&lt;br /&gt;
|Catanzaro&lt;br /&gt;
Cosenza&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Crotone&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vibo Valentia&lt;br /&gt;
|Salvatore Curcio&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Firenze&lt;br /&gt;
|Toscana&lt;br /&gt;
|Giancarlo Dominijanni&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Genova&lt;br /&gt;
|Liguria&lt;br /&gt;
Massa e Carrara &lt;br /&gt;
|Nicola Piacente&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|L&#039;Aquila&lt;br /&gt;
|Abruzzo&lt;br /&gt;
|Alberto Sgambati&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Lecce&lt;br /&gt;
|Brindisi&lt;br /&gt;
Lecce&lt;br /&gt;
|Guglielmo Cataldi&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Messina&lt;br /&gt;
|Messina&lt;br /&gt;
|Antonio D&#039;Amato&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|[[Direzione distrettuale antimafia di Milano|Milano]]&lt;br /&gt;
|Como&lt;br /&gt;
Lecco&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lodi&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Milano&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Monza e Brianza&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pavia&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sondrio&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Varese&lt;br /&gt;
|Alessandra Dolci&lt;br /&gt;
|Procuratrice Aggiunta&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Napoli&lt;br /&gt;
|Avellino&lt;br /&gt;
Benevento&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Caserta&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Napoli&lt;br /&gt;
|Nicola Gratteri&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Palermo&lt;br /&gt;
|Agrigento&lt;br /&gt;
Palermo&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Trapani&lt;br /&gt;
|Maurizio de Lucia&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Perugia&lt;br /&gt;
|Umbria&lt;br /&gt;
|Raffaele Cantone&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Potenza&lt;br /&gt;
|Basilicata&lt;br /&gt;
|Francesco Curcio&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Reggio Calabria&lt;br /&gt;
|Reggio Calabria&lt;br /&gt;
|Giuseppe Lombardo&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Roma&lt;br /&gt;
|Lazio&lt;br /&gt;
|Ilaria Calò&lt;br /&gt;
|Procuratrice Aggiunta&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Salerno&lt;br /&gt;
|Salerno&lt;br /&gt;
|Rocco Alfano&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Torino&lt;br /&gt;
|Piemonte&lt;br /&gt;
Valle d&#039;Aosta&lt;br /&gt;
|Giovanni Bombardieri&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Trento&lt;br /&gt;
|Trentino-Alto Adige&lt;br /&gt;
|Patrizia Foiera&lt;br /&gt;
|Procuratrice Aggiunta&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Trieste&lt;br /&gt;
|Friuli-Venezia Giulia&lt;br /&gt;
|Patrizia Castaldini&lt;br /&gt;
|Procuratrice della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Venezia&lt;br /&gt;
|Veneto&lt;br /&gt;
|Stefano Ancillotto&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*AA.VV. (2013). &#039;&#039;Il “doppio binario” nell&#039;accertamento dei fatti di mafia&#039;&#039;, Torino, Giappichelli.&lt;br /&gt;
*D&#039;Ambrosio Luigi (1991). &amp;quot;I pubblici ministeri antimafia: prime considerazioni sul d.l. 367/91&amp;quot;, in &#039;&#039;Documenti Giustizia&#039;&#039;, n. 12.&lt;br /&gt;
*Melillo Giovanni, Spataro Armando, Vigna Pier Luigi (a cura di) (2004). &#039;&#039;Il coordinamento delle indagini di criminalità organizzata e terrorismo&#039;&#039;, Milano, Giuffrè.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Voci Correlate==&lt;br /&gt;
*[[Direzione Investigativa Antimafia]]&lt;br /&gt;
*[[Direzione nazionale antimafia]]&lt;br /&gt;
*[[Procuratore nazionale antimafia]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
|site_name=WikiMafia&lt;br /&gt;
|keywords=direzione distrettuale antimafia, wikimafia, antimafia, mafia, mafie,&lt;br /&gt;
|description=La Direzione distrettuale antimafia (DDA) è una sezione istituita presso le 26 Procure della Repubblica con sede nel capoluogo del distretto di Corte d&#039;Appello, con competenza esclusiva sulle indagini di mafia e terrorismo.&lt;br /&gt;
|image=&lt;br /&gt;
|image_alt=&lt;br /&gt;
|type=website&lt;br /&gt;
|section=antimafia&lt;br /&gt;
}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Antimafia]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Organi istituzionali antimafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Direzione_distrettuale_antimafia&amp;diff=10877</id>
		<title>Direzione distrettuale antimafia</title>
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		<updated>2025-12-02T23:35:04Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: /* Le direzioni distrettuali antimafia in Italia */&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
ìLa &#039;&#039;&#039;Direzione distrettuale antimafia&#039;&#039;&#039; (DDA) è una sezione istituita presso le 26 Procure della Repubblica con sede nel capoluogo del distretto di Corte d&#039;Appello, con competenza esclusiva sulle indagini di [[mafia]] e terrorismo. A livello nazionale le 26 DDA sono coordinate dalla [[Direzione nazionale antimafia|Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo]] (DNAA).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Disciplina normativa==&lt;br /&gt;
[[File:Falcone-primo-piano-1992.jpg|alt=Giovanni Falcone nel 1992|miniatura|296x296px|Giovanni Falcone nel 1992]]&lt;br /&gt;
La Direzione distrettuale antimafia è stata istituita col &#039;&#039;&#039;decreto-legge n. 367 del [[20 novembre]] [[1991]]&#039;&#039;&#039; (&#039;&#039;Coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata), contestualmente alla creazione della [[Direzione nazionale antimafia]] e della [[Direzione Investigativa Antimafia]], convertito nella &#039;&#039;&#039;legge n. 8 del 20 gennaio 1992&#039;&#039;&#039;.&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le DDA rappresentano uno dei principali frutti del lavoro di [[Giovanni Falcone]] durante il suo periodo al Ministero della Giustizia come direttore generale degli Affari penali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La disciplina delle DDA è ora confluita nel [[Codice Antimafia|Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione]] (d.lgs. n. 159 del 2011), all&#039;art. 102&amp;lt;ref&amp;gt;Brocardi, art. 102 Codice Antimafia[https://www.brocardi.it/codice-antimafia/libro-iii/titolo-i/capo-i/art102.html?utm%20source=internal&amp;amp;utm%20medium=link&amp;amp;utm%20campaign=articolo&amp;amp;utm%20content=nav%20art%20prec%20dispositivo]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A trent&#039;anni dalla loro creazione, è indubbio che l&#039;intuizione iniziale del legislatore abbia portato i suoi frutti. L&#039;idea di predisporre una dimensione distrettuale della competenza antimafia ha permesso sia di migliorare e razionalizzare la suddivisione territoriale, sia di creare dei veri e propri pool investigativi, che trattassero solo di procedimenti specifici, quali quelli inerenti ai fenomeno mafioso, e per questo potessero essere più efficienti e solleciti, rispetto a quelli formatisi occasionalmente&amp;lt;ref&amp;gt;Si veda in proposito D’Ambrosio, &amp;quot;I pubblici ministeri antimafia: prime considerazioni sul d.l. 367/91&amp;quot;, in &#039;&#039;Documenti Giustizia&#039;&#039;, p. 29&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Struttura==&lt;br /&gt;
Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale del capoluogo del distretto costituisce, nell&#039;ambito del suo ufficio, una direzione distrettuale antimafia designando i magistrati che devono farne parte per la durata non inferiore a due anni. Per la designazione, il procuratore distrettuale tiene conto delle specifiche attitudini e delle esperienze professionali. Della DDA possono farne parte solo magistrati in servizio in quella città, i quali sono inamovibili, non possono quindi comporre altri pool o dipartimenti interni alla procura, né svolgere altre attività. Il coordinatore della DDA assume la qualifica di &#039;&#039;&#039;Procuratore aggiunto&#039;&#039;&#039;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La scelta dei giudici specializzati avviene su criteri stringenti che con il passare del tempo hanno portato alla formazione di una categoria nuova di magistrato, abilmente preparato, capace di muoversi nell’intricato mondo della criminalità di stampo mafioso, competente nell’uso delle tecnologie e nelle tecniche d’indagine specifiche. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La forza delle DDA, come del resto lo era del loro precursore storico, il [[Pool antimafia di Palermo]], risiede proprio nel consentire una tempestiva circolazione di notizie e informazioni tra tutti gli uffici, ed è per questo che risulta fondamentale la collaborazione tra le Procure, anche attraverso strumenti dei protocolli di intesa&amp;lt;ref&amp;gt;Si veda al riguardo Borraccetti, &amp;quot;L’attività di coordinamento del procuratore nazionale antimafia&amp;quot;, in AA.VV., &#039;&#039;Il coordinamento delle indagini di criminalità organizzata e terrorismo&#039;&#039;, Milano, 2004, p. 83&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Funzioni e competenze==&lt;br /&gt;
Le Direzioni distrettuali antimafia sono competenti a svolgere tutte le indagini relative ai reati di cui all&#039;art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale. Si occupa quindi di tutti quei &#039;&#039;&#039;delitti di grave allarme&#039;&#039;&#039; sociale previsti nel Codice Penale:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;all&#039;articolo 416&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
**sesto comma (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata alla tratta o alla riduzione e mantenimento in schiavitù o servitù o all&#039;acquisto e vendita di schiavi nonché all&#039;immigrazione clandestina&#039;&#039;);&lt;br /&gt;
**settimo comma (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata a commettere un delitto di sfruttamento sessuale di minori o di violenza sessuale in danno di minori&#039;&#039;);&lt;br /&gt;
*&#039;&#039;&#039;all&#039;articolo 416&#039;&#039;&#039; realizzato allo scopo di commettere i delitti &lt;br /&gt;
**di cui agli articoli 473 e 474 (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata alla contraffazione e all&#039;introduzione nello Stato e commercio di prodotti contraffatti&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**600 (&#039;&#039;riduzione e mantenimento in schiavitù o servitù&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**601 (&#039;&#039;tratta di persone&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**602 (&#039;&#039;acquisto e vendita di schiavi&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**416-bis (&#039;&#039;associazione mafiosa&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**416 ter (&#039;&#039;Scambio elettorale politico-mafioso&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**452 quaterdecies (&#039;&#039;Attività organizzate per il traffico di rifiuti&#039;&#039;)&lt;br /&gt;
**630 (&#039;&#039;sequestro di persona a scopo di estorsione&#039;&#039;).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall&#039;[[Legge Rognoni - La Torre|articolo 416 bis]] o finalizzati ad agevolare le attività delle associazioni mafiose, nonché per i delitti previsti dall&#039;articolo 74 del DPR 309/1990 (&#039;&#039;associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope&#039;&#039;), dall&#039;articolo 291-quater del DPR 43/1973 (&#039;&#039;associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri&#039;&#039;) e dall&#039;art. 260 del D.lgs n. 152/2006 (&#039;&#039;attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti&#039;&#039;), le funzioni indicate nel comma 1 lettera a) sono attribuite all&#039;ufficio del pubblico ministero presso il tribunale del capoluogo del distretto nel cui ambito ha sede il giudice competente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla sua istituzione l&#039;&#039;&#039;e competenze della DDA sono andate man mano espandendosi&#039;&#039;&#039; (così come i reati riconducibili alla criminalità organizzata)&amp;lt;ref&amp;gt;Si veda A. D’Alessio “Attribuzioni delle Procure Distrettuali e delle Direzioni Distrettuali Antimafia create al loro interno” in AA.VV. Il “doppio binario” nell’accertamento dei fatti di mafia, Giappichelli, Torino, 2013, p. 248 ss.&amp;lt;/ref&amp;gt;, al fine di condurre le indagini attraverso un metodo sistemico, evitando la frammentazione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[1991]], infatti, il novero dei delitti di competenza distrettuale era circoscritto ai reati di associazione mafiosa, al sequestro di persona a scopo di estorsione, all&#039;associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall&#039;art. 416-bis c.p. oppure al fine di agevolare l&#039;attività delle associazioni previste dallo stesso articolo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Peraltro, secondo la giurisprudenza della Cassazione, la competenza della direzione distrettuale antimafia, legittimamente radicata in relazione ad un delitto previsto dall&#039;art. 51, comma 3-bis, del c.p.p., &#039;&#039;&#039;si estende a tutti i reati connessi e agli imputati giudicati nello stesso procedimento&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All&#039;interno delle procure distrettuali il legislatore &#039;&#039;&#039;ha concentrato le funzioni inquirenti e requirenti&#039;&#039;&#039; che la legge prevede siano svolte dal pubblico ministero; la stessa giurisprudenza della Cassazione è costante nel qualificare la direzione distrettuale antimafia come una mera articolazione interna dell&#039;ufficio di procura, come tale priva di qualsivoglia rilevanza esterna sia in sede procedimentale che in sede processuale, e pertanto l&#039;eventuale esercizio delle relative funzioni da parte di magistrati diversi da quelli designati per la composizione della stessa non ha conseguenze in termini di nullità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le attività investigative delle direzioni distrettuali antimafia sono coordinate, sia pur nel rispetto di un&#039;ampia autonomia locale, dal [[Procuratore nazionale antimafia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le direzioni distrettuali antimafia in Italia==&lt;br /&gt;
Come già detto, le direzioni distrettuali antimafia in Italia sono ventisei, istituite nel capoluogo del distretto di Corte d&#039;Appello (dati aggiornati a dicembre 2025).&lt;br /&gt;
{| class=&amp;quot;wikitable&amp;quot;&lt;br /&gt;
|+Le direzioni distrettuali in Italia&lt;br /&gt;
!DDA&lt;br /&gt;
!Competenza&lt;br /&gt;
!Responsabile&lt;br /&gt;
!Qualifica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Ancona&lt;br /&gt;
|Marche&lt;br /&gt;
|Monica Garulli&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Bari&lt;br /&gt;
|Barletta-Andria-Trani&lt;br /&gt;
Bari&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Foggia&lt;br /&gt;
|Francesco Giannella&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Bologna&lt;br /&gt;
|Emilia Romagna&lt;br /&gt;
|Paolo Guido&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Brescia&lt;br /&gt;
|Bergamo&lt;br /&gt;
Brescia&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cremona&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mantova&lt;br /&gt;
|Francesco Prete&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Cagliari&lt;br /&gt;
|Sardegna&lt;br /&gt;
|Maria Alessandra Pelagatti&lt;br /&gt;
|Procuratrice della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Caltanissetta&lt;br /&gt;
|Caltanissetta&lt;br /&gt;
Enna&lt;br /&gt;
|Salvatore De Luca&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Campobasso&lt;br /&gt;
|Campobasso&lt;br /&gt;
Isernia&lt;br /&gt;
|Nicola D&#039;Angelo&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Catania&lt;br /&gt;
|Catania&lt;br /&gt;
Ragusa&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Siracusa&lt;br /&gt;
|Francesco Curcio&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Catanzaro&lt;br /&gt;
|Catanzaro&lt;br /&gt;
Cosenza&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Crotone&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vibo Valentia&lt;br /&gt;
|Salvatore Curcio&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Firenze&lt;br /&gt;
|Toscana&lt;br /&gt;
|Giancarlo Dominijanni&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Genova&lt;br /&gt;
|Liguria&lt;br /&gt;
Massa e Carrara &lt;br /&gt;
|Nicola Piacente&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|L&#039;Aquila&lt;br /&gt;
|Abruzzo&lt;br /&gt;
|Alberto Sgambati&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Lecce&lt;br /&gt;
|Brindisi&lt;br /&gt;
Lecce&lt;br /&gt;
|Guglielmo Cataldi&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Messina&lt;br /&gt;
|Messina&lt;br /&gt;
|Antonio D&#039;Amato&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|[[Direzione distrettuale antimafia di Milano|Milano]]&lt;br /&gt;
|Como&lt;br /&gt;
Lecco&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lodi&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Milano&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Monza e Brianza&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pavia&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sondrio&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Varese&lt;br /&gt;
|Alessandra Dolci&lt;br /&gt;
|Procuratrice Aggiunta&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Napoli&lt;br /&gt;
|Avellino&lt;br /&gt;
Benevento&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Caserta&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Napoli&lt;br /&gt;
|Nicola Gratteri&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Palermo&lt;br /&gt;
|Agrigento&lt;br /&gt;
Palermo&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Trapani&lt;br /&gt;
|Maurizio de Lucia&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Perugia&lt;br /&gt;
|Umbria&lt;br /&gt;
|Raffaele Cantone&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Potenza&lt;br /&gt;
|Basilicata&lt;br /&gt;
|Francesco Curcio&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Reggio Calabria&lt;br /&gt;
|Reggio Calabria&lt;br /&gt;
|Giuseppe Lombardo&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Roma&lt;br /&gt;
|Lazio&lt;br /&gt;
|Ilaria Calò&lt;br /&gt;
|Procuratrice Aggiunta&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Salerno&lt;br /&gt;
|Salerno&lt;br /&gt;
|Rocco Alfano&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Torino&lt;br /&gt;
|Piemonte&lt;br /&gt;
Valle d&#039;Aosta&lt;br /&gt;
|Giovanni Bombardieri&lt;br /&gt;
|Procuratore della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Trento&lt;br /&gt;
|Trentino-Alto Adige&lt;br /&gt;
|Patrizia Foiera&lt;br /&gt;
|Procuratrice Aggiunta&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Trieste&lt;br /&gt;
|Friuli-Venezia Giulia&lt;br /&gt;
|Patrizia Castaldini&lt;br /&gt;
|Procuratrice della Repubblica&lt;br /&gt;
|-&lt;br /&gt;
|Venezia&lt;br /&gt;
|Veneto&lt;br /&gt;
|Stefano Ancillotto&lt;br /&gt;
|Procuratore Aggiunto&lt;br /&gt;
|}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references /&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*AA.VV. (2013). &#039;&#039;Il “doppio binario” nell&#039;accertamento dei fatti di mafia&#039;&#039;, Torino, Giappichelli.&lt;br /&gt;
*D&#039;Ambrosio Luigi (1991). &amp;quot;I pubblici ministeri antimafia: prime considerazioni sul d.l. 367/91&amp;quot;, in &#039;&#039;Documenti Giustizia&#039;&#039;, n. 12.&lt;br /&gt;
*Melillo Giovanni, Spataro Armando, Vigna Pier Luigi (a cura di) (2004). &#039;&#039;Il coordinamento delle indagini di criminalità organizzata e terrorismo&#039;&#039;, Milano, Giuffrè.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Voci Correlate==&lt;br /&gt;
*[[Direzione Investigativa Antimafia]]&lt;br /&gt;
*[[Direzione nazionale antimafia]]&lt;br /&gt;
*[[Procuratore nazionale antimafia]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{#seo:&lt;br /&gt;
|site_name=WikiMafia&lt;br /&gt;
|keywords=direzione distrettuale antimafia, wikimafia, antimafia, mafia, mafie,&lt;br /&gt;
|description=La Direzione distrettuale antimafia (DDA) è una sezione istituita presso le 26 Procure della Repubblica con sede nel capoluogo del distretto di Corte d&#039;Appello, con competenza esclusiva sulle indagini di mafia e terrorismo.&lt;br /&gt;
|image=&lt;br /&gt;
|image_alt=&lt;br /&gt;
|type=website&lt;br /&gt;
|section=antimafia&lt;br /&gt;
}}&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Antimafia]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Organi istituzionali antimafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Cupola_(Cosa_nostra)&amp;diff=10876</id>
		<title>Cupola (Cosa nostra)</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Cupola_(Cosa_nostra)&amp;diff=10876"/>
		<updated>2025-12-02T09:56:27Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Cupola&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; è il termine col quale ci si riferisce giornalisticamente alla Commissione provinciale di Palermo, organo di Cosa Nostra nato per regolare e coordinare i mandamenti e le famiglie mafiose della città di Palermo e della provincia. Inizialmente costituita da 18 capimandamento (detti &amp;quot;&amp;#039;&amp;#039;i rappresentanti&amp;#039;&amp;#039;&amp;quot;), successivamente la sua composizione fu ridotta a cir...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&#039;&#039;&#039;Cupola&#039;&#039;&#039; è il termine col quale ci si riferisce giornalisticamente alla [[Commissione provinciale di Palermo (Cosa nostra)|Commissione provinciale di Palermo]], organo di [[Cosa Nostra]] nato per regolare e coordinare i [[Mandamento|mandamenti]] e le [[Cosca|famiglie mafiose]] della città di [[Mafia a Palermo|Palermo]] e della provincia. Inizialmente costituita da 18 capimandamento (detti &amp;quot;&#039;&#039;i rappresentanti&#039;&#039;&amp;quot;), successivamente la sua composizione fu ridotta a circa 13/14 e in alcuni momenti anche 8/10 membri, soprattutto per spinta di [[Totò Riina]]. La Commissione provinciale ha sempre assunto in Cosa nostra un rilievo di gran lunga maggiore di quella [[Commissione regionale (Cosa Nostra)|regionale]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Cosa Nostra]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Commissione_provinciale&amp;diff=10875</id>
		<title>Commissione provinciale</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Commissione_provinciale&amp;diff=10875"/>
		<updated>2025-12-02T09:51:14Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Commissione provinciale a Commissione provinciale di Palermo (Cosa nostra)&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;#RINVIA [[Commissione provinciale di Palermo (Cosa nostra)]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Commissione_provinciale_di_Palermo_(Cosa_nostra)&amp;diff=10874</id>
		<title>Commissione provinciale di Palermo (Cosa nostra)</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Commissione_provinciale_di_Palermo_(Cosa_nostra)&amp;diff=10874"/>
		<updated>2025-12-02T09:51:14Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Commissione provinciale a Commissione provinciale di Palermo (Cosa nostra)&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
[[File:Commissione provinciale moiraghi.jpg|200px|riquadrato|destra|Il ruolo della Commissione provinciale in Cosa Nostra (Schema di Francesco Moiraghi)]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;Commissione provinciale&#039;&#039;&#039;, chiamata anche &#039;&#039;&#039;Cupola&#039;&#039;&#039;, era l’organismo istituito per regolare e coordinare i mandamenti e le famiglie mafiose della città di Palermo e della provincia. Costituita da 18 capimandamento (i rappresentanti) in un primo momento, successivamente il numero fu ridotto a circa 13/14 e in alcuni momenti anche 8/10, soprattutto per spinta di Totò Riina. La Commissione provinciale ha sempre assunto in Cosa nostra un rilievo di gran lunga maggiore di quella regionale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nelle altre province della Sicilia, a causa del minor numero di uomini d’onore, non esisteva una vera e propria Commissione provinciale sul modello di quella palermitana. Ad esempio a Catania in un primo momento esisteva solo una famiglia mafiosa, dunque non c’era la necessità di una coordinazione pari al palermitano, dove operavano circa sessanta famiglie. Persisteva anche nelle altre province una suddivisione territoriale articolata in mandamenti, che tuttavia non trovava espressione in un organo di controllo come la Commissione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Storia ==&lt;br /&gt;
=== L&#039;istituzione ===&lt;br /&gt;
Strutture simili alla Commissione provinciale, oltre a quelle già citate del [[Rapporto Sangiorgi]], erano emerse nel processo di Catanzaro per quanto riguardava la strutturazione delle famiglie di Palermo centro nei primi anni &#039;50. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo il famoso [[Summit Grand Hotel et des Palmes]], [[Tommaso Buscetta]], ottenuto l&#039;assenso delle famiglie mafiose siciliane, si adoperò per l’organizzazione della Commissione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inizialmente la struttura era composta da soldati, e non dai capi delle maggiori famiglie, ma successivamente l’organismo divenne sempre più potente e fu occupato dai boss più importanti del palermitano. Insieme a [[Gaetano Badalamenti]] e [[Salvatore Greco|Salvatore “Cicchiteddu” Greco]], fu introdotto il sistema prima descritto, con le famiglie, i mandamenti e i relativi rappresentanti. Furono introdotte alcune regole che avrebbero dovuto garantire una sorta di &amp;quot;democraticità&amp;quot; all’interno di Cosa nostra, come, ad esempio, il principio secondo cui il rappresentante di un mandamento in Commissione non poteva essere nello stesso momento il capo della famiglia. Dopo un governo ad interim di Giuseppe Panzeca di Caccamo, il controllo della Commissione viene assunto da “Cicchiteddu” Greco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Commissione in questo primo momento va inquadrata come un’assicurazione di maggiore libertà e sicurezza per le famiglie siciliane. Non a caso, Buscetta la definì «&#039;&#039;uno strumento di moderazione e di pace interna&#039;&#039;» e «&#039;&#039;un buon sistema per ridurre la paura e i rischi che corrono tutti i mafiosi&#039;&#039;». In una fase successiva, a causa della crescente sete di potere dei boss, la Commissione degenerò e dopo la [[Seconda Guerra di Mafia|Seconda guerra di Mafia]] divenne semplicemente un organismo svuotato di potere succube di un governo dittatoriale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo i primi assestamenti, nel 1957 la composizione era la seguente:&lt;br /&gt;
* Salvatore “Cicchiteddu” Greco (capomandamento di Ciaculli), Segretario&lt;br /&gt;
* [[Calcedonio Di Pisa]] (capomandamento della Noce)&lt;br /&gt;
* [[Michele Cavataio]] (capomandamento dell&#039;Acquasanta)&lt;br /&gt;
* [[Antonino Matranga]] (capomandamento di Resuttana)&lt;br /&gt;
* [[Mariano Troia]] (capomandamento di San Lorenzo)&lt;br /&gt;
* [[Salvatore La Barbera]] (capomandamento di Palermo Centro)&lt;br /&gt;
* [[Cesare Manzella]] (capomandamento di Cinisi)&lt;br /&gt;
* [[Antonio Salamone]] (capomandamento di San Giuseppe Jato)&lt;br /&gt;
* [[Giuseppe Panno]] (capomandamento di Casteldaccia)&lt;br /&gt;
* [[Francesco Sorci]] (capomandamento di Villagrazia)&lt;br /&gt;
* [[Salvatore Galioto]] (capomandamento di Bagheria)&lt;br /&gt;
* [[Mario Di Girolamo]] (capomandamento di corso Calatafimi)&lt;br /&gt;
* [[Salvatore Manno]] (capomandamento di Boccadifalco)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== La Prima Guerra di Mafia ===&lt;br /&gt;
* Per approfondimenti, vedi [[Prima Guerra di Mafia]]&lt;br /&gt;
La Commissione, tuttavia, non riuscì ad attenuare i conflitti che portarono allo scoppio della [[Prima Guerra di Mafia]], ma al contrario divenne sede di ulteriori scontri e giochi di potere sulla strada del narcotraffico. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il crescente potere dei La Barbera aveva portato alla formazione di una corrente interna alla Commissione che si oppose loro. Le motivazioni dello scoppio della Guerra di Mafia sono probabilmente riconducibili proprio a questioni di potere e predominanza delle singole famiglie. Buscetta affermò invece che il conflitto sarebbe esploso a causa dell’omicidio di Calcedonio Di Pisa, ordinato da Michele Cavataio per far ricadere la responsabilità sui La Barbera e legittimare così la risposta violenta della fazione opposta che faceva riferimento ai Greco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’ultimo atto di questa guerra fu la [[Strage di Ciaculli|strage di Ciaculli]]: il [[30 giugno]] [[1963]] un’autobomba uccise sette esponenti delle forze dell’ordine intervenuti per disinnescarla. La risonanza che ebbe un tale evento portò ad una fortissima reazione delle forze dell’ordine: a fronte delle migliaia di arresti, i boss delle famiglie ormai disarticolate si riunirono nell’estate del 1963 e decisero di sciogliere la Commissione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto, lo Stato italiano organizzava la propria controffensiva e il 14 febbraio 1963 si insediò la prima Commissione parlamentare antimafia, che purtroppo ebbe vita breve a causa dello scioglimento anticipato delle Camere. Antonino Calderone descrive la situazione in cui era precipitata la mafia palermitana: «&#039;&#039;Cosa nostra non è più esistita nel palermitano dopo il 1963. Era KO. La mafia fu sul punto si sciogliersi e sembrò andare allo sbando&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;P. Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, p.67&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la conclusione del processo di Catanzaro del 1968, la [[Strage di viale Lazio|Strage di Viale Lazio]] in cui fu ucciso il boss Michele Cavataio portò alla conclusione di un ciclo. Ma anche all’apertura di un altro, dato che alla strage parteciparono personaggi come [[Bernardo Provenzano]] e [[Calogero Bagarella]], che morì durante l&#039;esecuzione della strage. I [[Corleonesi]] facevano ufficialmente il loro ingresso sulla scena della mafia palermitana.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo i processi di Catanzaro e Bari (1969), i boss assolti o usciti con lievi condanne ripresero i loro posti in città, e la mafia iniziò a guarire dalla crisi in cui era precipitata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== Il Triumvirato della Ricostituzione ===&lt;br /&gt;
Poco dopo, nel giugno [[1970]], si tenne un incontro a Roma tra Buscetta, Bontate, Greco e Badalamenti per discutere della ricostituzione della Commissione. Tale ricostituzione risultò con una composizione differente da quella che aveva avuto in precedenza. I membri provvisoriamente furono &#039;&#039;&#039;[[Gaetano Badalamenti]]&#039;&#039;&#039;, capofamiglia di Cinisi, &#039;&#039;&#039;[[Stefano Bontate]]&#039;&#039;&#039;, il boss palermitano della nuova mafia &amp;quot;droga &amp;amp; appalti&amp;quot;, e &#039;&#039;&#039;[[Luciano Leggio]]&#039;&#039;&#039;, capo della famiglia di Corleone: un triumvirato che riformasse Cosa nostra. Tutto ciò in aperta violazione del principio che impediva ai capifamiglia di avere un posto in Commissione. Ogni triumviro aveva un sostituto: [[Giovanni Teresi]] per Bontate, [[Antonino Badalamenti]] per il cugino Gaetano, [[Totò Riina|Riina]] e Provenzano per Leggio. Stava prendendo forma la situazione che portò alla Seconda guerra di Mafia. Gaetano Badalamenti, alla fine del [[1973]] si nominò rappresentante della Commissione provinciale di Palermo, con Stefano Bontate come suo vice e Luciano Leggio consigliere provinciale. Una decisione del genere non poté che alimentare ulteriormente la distanza con i Corleonesi, che già meditavano il loro golpe. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Commissione fu poi ricostituita con tutti i capimandamento nel [[1974]]:&lt;br /&gt;
* Gaetano Badalamenti (capomandamento di Cinisi), capo Commissione&lt;br /&gt;
* Luciano Leggio (capomandamento di Corleone)&lt;br /&gt;
* [[Antonino Salamone]] (capomandamento di San Giuseppe Jato)&lt;br /&gt;
* Stefano Bontate (capomandamento di Santa Maria di Gesù) &lt;br /&gt;
* [[Rosario Di Maggio]] (capomandamento di Passo di Rigano) &lt;br /&gt;
* [[Salvatore Scaglione]] (capomandamento della Noce)&lt;br /&gt;
* [[Giuseppe Calò]] (capomandamento di Porta Nuova)&lt;br /&gt;
* [[Rosario Riccobono]] (capomandamento di Partanna-Mondello)&lt;br /&gt;
* [[Filippo Giacalone]] (capomandamento di San Lorenzo) &lt;br /&gt;
* [[Giuseppe Greco]] (capomandamento di Ciaculli) &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con l’arresto di Leggio il [[15 maggio]] [[1974]], il suo posto fu preso da Totò Riina e Bernardo Provenzano, e nell’ottobre 1979 [[Salvatore Inzerillo]] sostituì lo zio Rosario “Sasà” Di Maggio, morto di infarto alla notizia dell’arresto di Rosario Spatola. [[Bernardo Brusca]] prese il posto di Salamone, che secondo l’interpretazione di Buscetta, era andato in Brasile per non “sporcarsi le mani” con i Corleonesi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Commissione fu ampliata con l’inserimento di:&lt;br /&gt;
* Francesco Madonia (capomandamento di Resuttana)&lt;br /&gt;
* Nenè Geraci (capomandamento di Partinico)&lt;br /&gt;
* Calogero Pizzuto (capomandamento di Vicari)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Già analizzando questa composizione si può notare l’emergere dei protagonisti delle vicende di mafia degli anni seguenti: da una parte Riina e Provenzano, i “&#039;&#039;peri incritati&#039;&#039;” corleonesi, diretti alla conquista di Cosa nostra; dall’altra parte Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, i palermitani grandi re del narcotraffico di eroina. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
=== L&#039;ascesa dei Corleonesi ===&lt;br /&gt;
Il [[5 maggio]] [[1971]] i corleonesi uccisero il procuratore capo di Palermo [[Pietro Scaglione]]. Con questo omicidio si aprì la caccia a esponenti di primo piano delle istituzioni, che sarebbe finita soltanto nel 1992. Salvatore Inzerillo il [[6 agosto]] 1980 fece uccidere il procuratore di Palermo [[Gaetano Costa]] che aveva firmato gli ordini di cattura dell’indagine che coinvolse il gruppo Spatola-Inzerillo-Gambino-Di Maggio. Questo omicidio fu compiuto non per una semplice questione punitiva, ma per dimostrare di fronte alla Commissione che anche i palermitani erano in grado di compiere delitti eccellenti al pari dei corleonesi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma già da metà anni ’70 si accentuarono i conflitti all’interno di Cosa nostra per il controllo sia del narcotraffico sia dell’organizzazione. Con l’omicidio di [[Giuseppe Di Cristina]], di [[Pippo Calderone]] e l’espulsione di Gaetano Badalamenti da Cosa nostra nel [[1977]], i Corleonesi posero le basi per la conquista del potere. L’ascesa di [[Michele Greco]] al posto di Badalamenti assicurò anche il controllo della Commissione. Dopo la fuga di Tommaso Buscetta nel gennaio 1981, i Corleonesi prepararono il terreno per scatenare l’attacco definitivo ai boss palermitani.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Moiraghi Francesco, &#039;&#039;Cosa Nostra&#039;&#039;, in [https://www.wikimafia.it/wp-content/uploads/2013/12/STRUTTURE-Cosa-Nostra-e-ndrangheta-a-confronto.pdf Strutture: Cosa Nostra e ‘ndrangheta a confronto], WikiMafia - Libera Enciclopedia sulle Mafie, dicembre 2013&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
[[Categoria:Cosa Nostra]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Categoria:Professori_universitari&amp;diff=10873</id>
		<title>Categoria:Professori universitari</title>
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		<updated>2025-12-01T11:17:19Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Categoria:I protagonisti&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[Categoria:I protagonisti]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
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		<title>Vittorio Grevi</title>
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		<updated>2025-12-01T10:32:51Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot; &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Vittorio Grevi&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Pavia, 2 settembre 1942 - Pavia, 4 dicembre 2010) è stato un giurista ed editorialista italiano, ordinario di procedura penale all&amp;#039;Università di Pavia. Vittorio Grevi  == Biografia == Figlio di Gino, allenatore della squadra italiana femminile di ginnastica artistica vincitrice della medaglia d&amp;#039;argento alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, Vittorio Grevi conseg...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Vittorio Grevi&#039;&#039;&#039; (Pavia, [[2 settembre]] [[1942]] - Pavia, [[4 dicembre]] [[2010]]) è stato un giurista ed editorialista italiano, ordinario di procedura penale all&#039;Università di Pavia.&lt;br /&gt;
[[File:Vittorio-grevi.jpg|alt=Vittorio Grevi|miniatura|300x300px|Vittorio Grevi]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Biografia ==&lt;br /&gt;
Figlio di Gino, allenatore della squadra italiana femminile di ginnastica artistica vincitrice della medaglia d&#039;argento alle Olimpiadi di Amsterdam del [[1928]], Vittorio Grevi conseguì la maturità classica presso il Liceo Ugo Foscolo di Pavia, per poi diventare convittore del Collegio Ghislieri una volta iscrittosi a Giurisprudenza presso l&#039;Università di Pavia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Laureatosi nel [[1965]], divenne prima assistente in Procedura Penale, poi professore incaricato. Nel [[1971]], ad appena 29 anni, divenne professore ordinario presso la facoltà di Giurisprudenza dell&#039;Università degli Studi di Macerata, dove ebbe una breve parentesi di insegnamento, per poi ottenere nel [[1974]] definitivamente la cattedra di ordinario di Procedura Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dove si era laureato&amp;lt;ref&amp;gt;&#039;&#039;L&#039;addio a Vittorio Grevi, giurista sopra le parti&#039;&#039;, Corriere della Sera online, 5 dicembre 2010.&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Giurista e consulente, ma non avvocato===&lt;br /&gt;
Fu nominato membro, a più riprese tra il [[1974]] e il [[1998]], delle commissioni governative di riforma del processo penale: tra di esse vi fu quella presieduta da Giandomenico Pisapia, dai cui lavori nacque nel [[1989]] il nuovo Codice di procedura penale italiano che sancì la transizione del processo penale italiano dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Nel [[1978]] venne chiamato a collaborare con il Viminale in qualità di consigliere giuridico dall&#039;allora Ministro dell&#039;interno [[Virginio Rognoni]], subentrato a [[Francesco Cossiga]] dopo l&#039;omicidio di [[Aldo Moro]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Personalità di grande austerità e rigore professionale, sin dall&#039;inizio del suo percorso di studioso decise di non esercitare la professione di avvocato, pur essendo iscritto all&#039;Albo, al fine di tutelare il proprio ruolo di accademico e non compromettere la propria onestà di analisi e giudizio scientifico: tale posizione fu da lui mantenuta e difesa anche dopo aver raggiunto la grandissima autorevolezza di giurista che lo accompagnava, nonostante i grandi vantaggi materiali che dall&#039;esercizio della professione forense gli sarebbero derivati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Editorialista===&lt;br /&gt;
La ferma onestà intellettuale e l&#039;autorevole rigore metodologico che lo caratterizzavano trovarono fedele rappresentazione tanto nelle analisi che gli venivano sollecitate nel corso di programmi televisivi di approfondimento politico, ove veniva interpellato in veste di esperto di Procedura Penale, quanto e soprattutto nella sua copiosa attività di editorialista in tema di giustizia penale, attività che da oltre vent&#039;anni trovava forma in pubblicazioni di frequentissima cadenza sul Corriere della Sera e - in precedenza - su Il Sole-24 Ore e Il Giorno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Inviso al potere===&lt;br /&gt;
Le sue prese di posizione, aventi come unico riferimento i princìpi della Costituzione, lo resero poco gradito al potere politico: venne quindi bocciato come vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura o come giudice della Corte Costituzionale, ruoli per i quali venne più volte proposto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo strisciante ostracismo dimostrato nei suoi riguardi, spesso senza alcuna distinzione di segno o colore politico, indusse diversi commentatori e intellettuali a dure reazioni di sdegno, ingenerando aspre polemiche che sono proseguite anche dopo la sua morte.&amp;lt;ref&amp;gt;Nando dalla Chiesa, &amp;quot;Chi ha paura di Vittorio Grevi?&amp;quot;, Sito Web personale, 28 luglio 2010.&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L&#039;impegno come giurista===&lt;br /&gt;
Promotore e socio fondatore dell&#039;Associazione tra gli Studiosi del Processo Penale, ne rivestì anche la carica di segretario dal [[1985]] al [[1997]]. Al momento della sua morte era uno dei tre membri italiani della &#039;&#039;Fondation Internationale Pénale et Pénitentiaire&#039;&#039;. Fu componente della direzione delle riviste &#039;&#039;Cassazione penale&#039;&#039; e della &#039;&#039;Rivista italiana di diritto e procedura penale&#039;&#039; e direttore della collana &amp;quot;Giustizia penale oggi&amp;quot; (Zanichelli) e della collana &amp;quot;Procedura penale&amp;quot; (Giappichelli); insieme a Giovanni Conso è stato curatore per la CEDAM del &#039;&#039;Commentario breve al Codice di Procedura Penale&#039;&#039;, nonché di un importante manuale sulla Procedura Penale, il &#039;&#039;Compendio di Procedura Penale&#039;&#039;, la cui ultima edizione era stata licenziata appena due mesi prima della sua scomparsa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Impegno civile e antimafia===&lt;br /&gt;
Dal [[2004]] iniziò ad organizzare presso l&#039;Università di Pavia la Rassegna &amp;quot;&#039;&#039;Mafie: Legalità e Istituzioni&#039;&#039;&amp;quot;, oggi a lui dedicata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fu nominato nel [[2010]] socio onorario dell&#039;associazione Libertà e Giustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La morte===&lt;br /&gt;
Grevi morì a [[Pavia]] il 4 dicembre [[2010]] a causa di una forma fulminante di leucemia. Parte dei suoi libri sono parte oggi della Bibilioteca di Giurisprudenza dell&#039;Università di Pavia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Attività scientifica ==&lt;br /&gt;
Ha pubblicato le seguenti monografie:&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Imputato minorenne e impugnazione del genitore&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 1970;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Nemo tenetur se detegere. Interrogatorio dell&#039;imputato e diritto al silenzio nel processo penale&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 1972;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Libertà personale dell&#039;imputato e Costituzione&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 1976;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;La nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 1979;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Le sommarie informazioni di polizia e la difesa dell&#039;indiziato&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 1980;&lt;br /&gt;
* la raccolta di studi &#039;&#039;Alla ricerca di un processo penale giusto&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 2000.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ha curato e diretto, insieme ad altri autori, tra i quali G. Conso, G. Neppi Modona, G. Giostra e F. Della Casa:&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Commentario breve al codice di procedura penale&#039;&#039;, Cedam, Padova, 1988;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Profili del nuovo codice di procedura penale&#039;&#039;, Cedam, Padova, quattro edizioni, 1991-1996;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Compendio di procedura penale&#039;&#039;, Cedam, Padova, Vª ed. 2010.&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Il nuovo codice di procedura penale dalle leggi delega ai decreti delegati&#039;&#039;, 9 voll., Cedam, Padova, 1990-1993.&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Ordinamento penitenziario. Commento articolo per articolo&#039;&#039;, 2ª ed., Cedam, Padova, 2000.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ha inoltre coordinato, scrivendone il saggio introduttivo, i seguenti volumi collettanei:&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Il problema dell&#039;autodifesa nel processo penale&#039;&#039;, Zanichelli, Bologna; 1977;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Diritti dei detenuti e trattamento penitenziario&#039;&#039;, Zanichelli, Bologna, 1981;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Alternative alla detenzione e riforma penitenziaria&#039;&#039;, Zanichelli, Bologna, 1982;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Tribunale della libertà e garanzie individuali&#039;&#039;, Zanichelli, Bologna, 1983;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;La nuova disciplina della libertà personale nel processo penale&#039;&#039;, Cedam, Padova, 1985;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;L&#039;ordinamento penitenziario dopo la riforma&#039;&#039;, Cedam, Padova, 1988;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;La libertà personale dell&#039;imputato verso il nuovo processo penale&#039;&#039;, Cedam, Padova, 1989;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;L&#039;ordinamento penitenziario tra riforme ed emergenze&#039;&#039;, Cedam, Padova, 1994;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Processo penale e criminalità organizzata&#039;&#039;, Laterza, Bari, 1993;&lt;br /&gt;
* &#039;&#039;Misure cautelari e diritto di difesa&#039;&#039;, Giuffrè, Milano, 1996.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Note ==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
* Archivio Storico del Corriere della Sera&lt;br /&gt;
* Università degli Studi di Pavia - In memoria di Vittorio Grevi&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Giuristi]] [[Categoria:Professori universitari]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=File:Vittorio-grevi.jpg&amp;diff=10871</id>
		<title>File:Vittorio-grevi.jpg</title>
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		<updated>2025-12-01T10:32:28Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Vittorio Grevi&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lezione_di_Giovanni_Falcone_a_Pavia&amp;diff=10870</id>
		<title>Lezione di Giovanni Falcone a Pavia</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lezione_di_Giovanni_Falcone_a_Pavia&amp;diff=10870"/>
		<updated>2025-12-01T10:00:54Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Leadermassimo ha spostato la pagina Lezione di Paolo Borsellino a Pavia a Lezione di Giovanni Falcone a Pavia senza lasciare redirect&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione della lezione conclusiva del corso di Diritto processuale penale tenuta da [[Giovanni Falcone]], organizzata all’università di Pavia il [[13 maggio]] [[1992]] dal professor [[Vittorio Grevi]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il nuovo codice di procedura penale e i processi di mafia==&lt;br /&gt;
L’atmosfera dell’università è quella più idonea per confrontarsi su temi che sono al centro di vivaci polemiche. Per questo ringrazio il professor Grevi che mi ha dato l’opportunità di intervenire. Tra le polemiche, però, si corre il rischio di non orientarsi. Ma io non rifuggo la discussione, poiché dalle critiche si può mettere a fuoco meglio una problematica. Sul tema della «[[Direzione nazionale antimafia|Superprocura]]» di polemica ne è stata fatta troppa, più del superfluo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stata presentata come un’elusione dei principi costituzionali, si è parlato di dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo, del venire meno dell’obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione e ancora di un escamotage del ministro per favorire gli «amici degli amici». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cicala (riportava «La Nazione» pochi giorni fa) ha detto che la Direzione nazionale antimafia va eliminata perché mina l’indipendenza della magistratura. Non è questo un approccio corretto. In Italia ci sono spesso smagliature nelle inchieste giudiziarie. Il nuovo modo di procedere nelle indagini vediamo, invece, che dà risultati; un esempio è l’indagine che stanno conducendo a Palermo e che ha portato alla recente cattura di quaranta presunti membri della cosca mafiosa di Castelvetrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le innovazioni sono contenute nella relazione preliminare al decreto legge che ha istituito la Direzione nazionale antimafia: «&#039;&#039;Lo scopo di questa struttura è quello di fronteggiare le organizzazioni criminali attraverso l’organizzazione delle indagini&#039;&#039;». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna partire dall’esperienza del passato codice di procedura penale, il famigerato codice Rocco da tutti vituperato ed esperienza ormai dimenticata. Proprio in materia di criminalità organizzata uno dei maggiori addebiti che si facevano al codice Rocco era quello di aver consentito, reso possibile, tramite i giudici «Rambo», la creazione dei «processi-mostro» o i maxiprocessi, ritenuti la tomba dei diritti a difesa dei cittadini. Lo scopo dichiarato era impedire a tutti i costi la creazione e la perpetuazione dei maxiprocessi, che non erano – va detto – un’invenzione dei giudici malati di protagonismo, ma rispecchiavano una realtà della criminalità di [[mafia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La criminalità organizzata opera ormai da tempo con efficacia dirompente ed effetti spaventosi anche in sede transnazionale, quindi l’impostazione del nuovo processo penale certamente deve andare nella direzione delle grandi indagini: non più maxiprocessi, ma maxindagini. Per eliminare i maxiprocessi si è operato in quei meccanismi giuridici che ne avevano consentito l’introduzione, cioè soprattutto sulla connessione dei reati. Uno dei punti fondamentali della legge delega del nuovo codice era appunto quello di restringere ai casi di connessione ogni discrezionalità, in particolare nei casi di connessione probatoria. Ora, avere eliminato la norma che impedisce la creazione dei maxiprocessi, cioè dei maxidibattimenti, non impedisce, anzi non deve impedire, i maxiprocedimenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se così è, per la dispersione, anche in senso orizzontale, delle indagini a diversi magistrati del pubblico ministero ne viene fuori un’esigenza di coordinamento investigativo che acquista nel nuovo processo una valenza enormemente maggiore rispetto al vecchio codice, perché nel nuovo processo siamo di fronte a un tendenziale principio: un processo per un imputato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il coordinamento investigativo diventa a questo punto fondamentale. Facciamo un esempio pratico, così comprendiamo meglio. Se c’è un’organizzazione composta da siciliani, calabresi e napoletani che compiono sequestri di persona in territorio italiano, che trafficano stupefacenti, che commerciano autovetture rubate all’estero, credo che siano interessati almeno una decina di uffici del pubblico ministero. Come si coordineranno? A suo tempo si pensò di lasciare un coordinamento spontaneo tra i magistrati del pubblico ministero, una sorta di collegamento orizzontale basato sullo spontaneismo, in modo da consentire al pubblico ministero di operare tranquillamente su tutto il territorio nazionale, ove le esigenze investigative lo richiedessero. Purtroppo questa soluzione – o non soluzione – dei problemi non poteva che dare effetti negativi. Quello che è importante è la conoscenza dell’esistenza dei collegamenti investigativi tra indagini in varie parti del territorio nazionale. Troppe volte abbiamo sentito frasi come: «Sarebbe necessario chiedere informazioni a quel magistrato, ma è tempo perso perché è troppo riservato». E parliamo solo di questo, perché potremmo parlare delle ulteriori invidie e gelosie tra i diversi corpi di polizia, tra i vari magistrati del pubblico ministero. Insomma, una situazione difficile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema delle indagini e della rapidità investigativa, in termini e dimensioni del tutto nuove rispetto al passato ordinamento, è stata la frantumazione della competenza. Ma a creare il problema ha concorso in parte anche il fenomeno, indotto dalle parcellizzazioni dei procedimenti, delle sovrapposizioni investigative su medesime realtà criminali, che il codice ha ritenuto di esorcizzare (purtroppo è così) con il principio della irrilevanza processuale dei contrasti positivi tra i diversi uffici del pubblico ministero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono privilegi di casta, devono essere coniugati con l’efficienza. Con l’istituzione della Direzione nazionale antimafia non si è inteso affatto riportare il problema dell’emergenza. Non si è inteso adottare una soluzione sul tipo di quella dell’Alto commissariato con un’attività di indagine che si sovrapponeva a quella della magistratura. L’esigenza di scambio e comunicazione tra magistrati è assolutamente reale, e due sono le possibilità: o il coordinamento lo fanno i giudici del pubblico ministero o gli uffici della polizia giudiziaria. Tertium non datur. Questi problemi sono problemi veri, problemi che dovrebbero stare a cuore a tutti i cittadini. E l’articolo 109 della Costituzione è più rispettoso del coordinamento tra pubblici ministeri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diversi saggi oppositori della Direzione nazionale antimafia hanno detto che non saremmo in presenza di norme che mirano a un impianto normativo diretto soltanto al coordinamento. Accanto al coordinamento si sarebbe introdotto di soppiatto un progressivo assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo, e l’impulso investigativo sarebbe più forte del coordinamento. Vorrei dire che, proprio perché la lotta alla criminalità organizzata non doveva essere appannaggio del pubblico ministero, si è tentato di creare – se ci siamo riusciti o meno è un altro problema – un collegamento, una rete molto complessa, che presupponga il coinvolgimento di tutti i magistrati del pubblico ministero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di fronte a organizzazioni criminose ben coordinate tra di loro, è stato ritenuto opportuno accentrare certi reati alle procure dei capoluoghi. La competenza, meglio la legittimazione, che è stata attribuita è molto ristretta: riguarda i reati di associazione mafiosa, prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, il sequestro di persona, l’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Infine, una quarta imputazione, una quarta fascia di delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis, oppure al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo. Si è preferito non mutare la competenza lasciando il dibattimento presso gli organismi ordinari; tutto questo anche per fare in modo, da un lato, di non venire accusati di voler creare dei tribunali speciali, dall’altro, per fare in modo che le esperienze acquisite sulla criminalità organizzata fossero un patrimonio il più possibile comune.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sarà il procuratore generale presso la Corte d’Appello a dirimere gli eventuali conflitti di attribuzione, e solo alla fine informerà la Procura nazionale. La necessità di coordinamento fra Procure distrettuali e quella nazionale nasce proprio dal fatto che quest’ultima non può svolgere direttamente le indagini. La Direzione nazionale è una struttura servente, collaterale, tra le varie Procure distrettuali, deve svolgere un’attività che le Procure distrettuali, distolte dalla quotidianità, non possono svolgere. La raccolta dei dati non può farla il distretto, sarà un compito della Direzione nazionale antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’attribuire le funzioni delle Procure distrettuali si è stati rispettosi dell’autonomia e indipendenza dei singoli uffici. Ma ciò non può significare arbitrio. Alla base del coordinamento o c’è un fatto unico rivendicato da diversi uffici del pubblico ministero – questo è deciso autoritativamente, poiché uno dei giudici ha torto – oppure si tratta di dirimere questioni relative a investigazioni su fatti diversi: in questo caso sarà necessario coordinare le diverse indagini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Giovanni Falcone]] [[Categoria:Archivio 1992]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lezione_di_Giovanni_Falcone_a_Pavia&amp;diff=10869</id>
		<title>Lezione di Giovanni Falcone a Pavia</title>
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		<updated>2025-12-01T10:00:39Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione della lezione conclusiva del corso di Diritto processuale penale tenuta da [[Giovanni Falcone]], organizzata all’università di Pavia il [[13 maggio]] [[1992]] dal professor [[Vittorio Grevi]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il nuovo codice di procedura penale e i processi di mafia==&lt;br /&gt;
L’atmosfera dell’università è quella più idonea per confrontarsi su temi che sono al centro di vivaci polemiche. Per questo ringrazio il professor Grevi che mi ha dato l’opportunità di intervenire. Tra le polemiche, però, si corre il rischio di non orientarsi. Ma io non rifuggo la discussione, poiché dalle critiche si può mettere a fuoco meglio una problematica. Sul tema della «[[Direzione nazionale antimafia|Superprocura]]» di polemica ne è stata fatta troppa, più del superfluo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stata presentata come un’elusione dei principi costituzionali, si è parlato di dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo, del venire meno dell’obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione e ancora di un escamotage del ministro per favorire gli «amici degli amici». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cicala (riportava «La Nazione» pochi giorni fa) ha detto che la Direzione nazionale antimafia va eliminata perché mina l’indipendenza della magistratura. Non è questo un approccio corretto. In Italia ci sono spesso smagliature nelle inchieste giudiziarie. Il nuovo modo di procedere nelle indagini vediamo, invece, che dà risultati; un esempio è l’indagine che stanno conducendo a Palermo e che ha portato alla recente cattura di quaranta presunti membri della cosca mafiosa di Castelvetrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le innovazioni sono contenute nella relazione preliminare al decreto legge che ha istituito la Direzione nazionale antimafia: «&#039;&#039;Lo scopo di questa struttura è quello di fronteggiare le organizzazioni criminali attraverso l’organizzazione delle indagini&#039;&#039;». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna partire dall’esperienza del passato codice di procedura penale, il famigerato codice Rocco da tutti vituperato ed esperienza ormai dimenticata. Proprio in materia di criminalità organizzata uno dei maggiori addebiti che si facevano al codice Rocco era quello di aver consentito, reso possibile, tramite i giudici «Rambo», la creazione dei «processi-mostro» o i maxiprocessi, ritenuti la tomba dei diritti a difesa dei cittadini. Lo scopo dichiarato era impedire a tutti i costi la creazione e la perpetuazione dei maxiprocessi, che non erano – va detto – un’invenzione dei giudici malati di protagonismo, ma rispecchiavano una realtà della criminalità di [[mafia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La criminalità organizzata opera ormai da tempo con efficacia dirompente ed effetti spaventosi anche in sede transnazionale, quindi l’impostazione del nuovo processo penale certamente deve andare nella direzione delle grandi indagini: non più maxiprocessi, ma maxindagini. Per eliminare i maxiprocessi si è operato in quei meccanismi giuridici che ne avevano consentito l’introduzione, cioè soprattutto sulla connessione dei reati. Uno dei punti fondamentali della legge delega del nuovo codice era appunto quello di restringere ai casi di connessione ogni discrezionalità, in particolare nei casi di connessione probatoria. Ora, avere eliminato la norma che impedisce la creazione dei maxiprocessi, cioè dei maxidibattimenti, non impedisce, anzi non deve impedire, i maxiprocedimenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se così è, per la dispersione, anche in senso orizzontale, delle indagini a diversi magistrati del pubblico ministero ne viene fuori un’esigenza di coordinamento investigativo che acquista nel nuovo processo una valenza enormemente maggiore rispetto al vecchio codice, perché nel nuovo processo siamo di fronte a un tendenziale principio: un processo per un imputato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il coordinamento investigativo diventa a questo punto fondamentale. Facciamo un esempio pratico, così comprendiamo meglio. Se c’è un’organizzazione composta da siciliani, calabresi e napoletani che compiono sequestri di persona in territorio italiano, che trafficano stupefacenti, che commerciano autovetture rubate all’estero, credo che siano interessati almeno una decina di uffici del pubblico ministero. Come si coordineranno? A suo tempo si pensò di lasciare un coordinamento spontaneo tra i magistrati del pubblico ministero, una sorta di collegamento orizzontale basato sullo spontaneismo, in modo da consentire al pubblico ministero di operare tranquillamente su tutto il territorio nazionale, ove le esigenze investigative lo richiedessero. Purtroppo questa soluzione – o non soluzione – dei problemi non poteva che dare effetti negativi. Quello che è importante è la conoscenza dell’esistenza dei collegamenti investigativi tra indagini in varie parti del territorio nazionale. Troppe volte abbiamo sentito frasi come: «Sarebbe necessario chiedere informazioni a quel magistrato, ma è tempo perso perché è troppo riservato». E parliamo solo di questo, perché potremmo parlare delle ulteriori invidie e gelosie tra i diversi corpi di polizia, tra i vari magistrati del pubblico ministero. Insomma, una situazione difficile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema delle indagini e della rapidità investigativa, in termini e dimensioni del tutto nuove rispetto al passato ordinamento, è stata la frantumazione della competenza. Ma a creare il problema ha concorso in parte anche il fenomeno, indotto dalle parcellizzazioni dei procedimenti, delle sovrapposizioni investigative su medesime realtà criminali, che il codice ha ritenuto di esorcizzare (purtroppo è così) con il principio della irrilevanza processuale dei contrasti positivi tra i diversi uffici del pubblico ministero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono privilegi di casta, devono essere coniugati con l’efficienza. Con l’istituzione della Direzione nazionale antimafia non si è inteso affatto riportare il problema dell’emergenza. Non si è inteso adottare una soluzione sul tipo di quella dell’Alto commissariato con un’attività di indagine che si sovrapponeva a quella della magistratura. L’esigenza di scambio e comunicazione tra magistrati è assolutamente reale, e due sono le possibilità: o il coordinamento lo fanno i giudici del pubblico ministero o gli uffici della polizia giudiziaria. Tertium non datur. Questi problemi sono problemi veri, problemi che dovrebbero stare a cuore a tutti i cittadini. E l’articolo 109 della Costituzione è più rispettoso del coordinamento tra pubblici ministeri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diversi saggi oppositori della Direzione nazionale antimafia hanno detto che non saremmo in presenza di norme che mirano a un impianto normativo diretto soltanto al coordinamento. Accanto al coordinamento si sarebbe introdotto di soppiatto un progressivo assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo, e l’impulso investigativo sarebbe più forte del coordinamento. Vorrei dire che, proprio perché la lotta alla criminalità organizzata non doveva essere appannaggio del pubblico ministero, si è tentato di creare – se ci siamo riusciti o meno è un altro problema – un collegamento, una rete molto complessa, che presupponga il coinvolgimento di tutti i magistrati del pubblico ministero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di fronte a organizzazioni criminose ben coordinate tra di loro, è stato ritenuto opportuno accentrare certi reati alle procure dei capoluoghi. La competenza, meglio la legittimazione, che è stata attribuita è molto ristretta: riguarda i reati di associazione mafiosa, prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, il sequestro di persona, l’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Infine, una quarta imputazione, una quarta fascia di delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis, oppure al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo. Si è preferito non mutare la competenza lasciando il dibattimento presso gli organismi ordinari; tutto questo anche per fare in modo, da un lato, di non venire accusati di voler creare dei tribunali speciali, dall’altro, per fare in modo che le esperienze acquisite sulla criminalità organizzata fossero un patrimonio il più possibile comune.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sarà il procuratore generale presso la Corte d’Appello a dirimere gli eventuali conflitti di attribuzione, e solo alla fine informerà la Procura nazionale. La necessità di coordinamento fra Procure distrettuali e quella nazionale nasce proprio dal fatto che quest’ultima non può svolgere direttamente le indagini. La Direzione nazionale è una struttura servente, collaterale, tra le varie Procure distrettuali, deve svolgere un’attività che le Procure distrettuali, distolte dalla quotidianità, non possono svolgere. La raccolta dei dati non può farla il distretto, sarà un compito della Direzione nazionale antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’attribuire le funzioni delle Procure distrettuali si è stati rispettosi dell’autonomia e indipendenza dei singoli uffici. Ma ciò non può significare arbitrio. Alla base del coordinamento o c’è un fatto unico rivendicato da diversi uffici del pubblico ministero – questo è deciso autoritativamente, poiché uno dei giudici ha torto – oppure si tratta di dirimere questioni relative a investigazioni su fatti diversi: in questo caso sarà necessario coordinare le diverse indagini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Giovanni Falcone]] [[Categoria:Archivio 1992]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Discorso_di_Paolo_Borsellino_a_Casa_Professa&amp;diff=10868</id>
		<title>Discorso di Paolo Borsellino a Casa Professa</title>
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		<updated>2025-12-01T09:56:45Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Quella che segue è la trascrizione del discorso tenuto da Paolo Borsellino presso la Biblioteca comunale di Casa Professa a Palermo al convegno promosso da Micromega per il trigesimo della strage di Capaci, il 25 giugno 1992.  ==Falcone cominciò a morire con l&amp;#039;articolo di Sciascia== Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima c...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione del discorso tenuto da [[Paolo Borsellino]] presso la Biblioteca comunale di Casa Professa a Palermo al convegno promosso da Micromega per il trigesimo della [[strage di Capaci]], il [[25 giugno]] [[1992]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Falcone cominciò a morire con l&#039;articolo di Sciascia==&lt;br /&gt;
Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per stabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di [[Giovanni Falcone]], e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi, se è il caso ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul «Sole 24 Ore» dalla giornalista, in questo momento non mi ricordo come si chiama… Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione, in questo momento i miei ricordi non sono precisi, un’affermazione di [[Antonino Caponnetto]] secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del [[1988]]. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il [[1° gennaio]] del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando. Cioè [[I professionisti dell&#039;Antimafia|quell’articolo di Leonardo Sciascia]] sul «Corriere della Sera» che bollava me come un professionista dell’antimafia, l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma nel gennaio del 1988, quando a Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio Superiore della Magistratura con motivazioni risibili preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, che lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’Ufficio Istruzione al Tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio Superiore della Magistratura ci fece questo regalo: preferì [[Antonino Meli]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio Superiore della Magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto, professionalmente, nel silenzio, e senza che nessuno se ne accorgesse.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro &amp;quot;&#039;&#039;La mafia d’Agrigento&#039;&#039;&amp;quot;, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime. Ma quel che è peggio, il Consiglio Superiore immediatamente scoprì qual era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E, forse, questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’opinione pubblica fece il miracolo. Perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio Superiore della Magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto. Tant’è che, il 15 settembre, se pur zoppicante, il [[pool antimafia]] fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri, perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste, continuarono a fare morire Giovanni Falcone.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla Procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare a operare al meglio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma, in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo, una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega [[Leonardo Guarnotta]] e di [[Giuseppe Ayala|Ayala]] tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò a illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Certo, anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio, anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cercò di ricreare, in campo nazionale e con leggi dello Stato, quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la «[[Direzione nazionale antimafia|Superprocura]]», sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla «Superprocura» predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo intento era questo, e l’organizzazione mafiosa, non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque, e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio Superiore della Magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato, e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Paolo Borsellino]] [[Categoria:Archivio 1992]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Paolo_Borsellino:_%22La_fiducia_nello_Stato%22&amp;diff=10867</id>
		<title>Paolo Borsellino: &quot;La fiducia nello Stato&quot;</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Paolo_Borsellino:_%22La_fiducia_nello_Stato%22&amp;diff=10867"/>
		<updated>2025-12-01T09:40:29Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Quella che segue è la trascrizione del discorso tenuto da Paolo Borsellino al convegno «&amp;#039;&amp;#039;Trasformazione e sviluppo: una sfida alla mafia&amp;#039;&amp;#039;», organizzato a Gela il 17 novembre 1988 dalla Fondazione Costa. Paolo Borsellino   ==Discorso di Paolo Borsellino== È recentissima la notizia della pubblicazione del primo quotidiano europeo, «The European», stampato a Londra, che nel suo numero zero port...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione del discorso tenuto da [[Paolo Borsellino]] al convegno «&#039;&#039;Trasformazione e sviluppo: una sfida alla mafia&#039;&#039;», organizzato a Gela il [[17 novembre]] [[1988]] dalla Fondazione Costa.&lt;br /&gt;
[[File:Paolo-borsellino.jpg|alt=Paolo Borsellino|miniatura|Paolo Borsellino]] &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Discorso di Paolo Borsellino==&lt;br /&gt;
È recentissima la notizia della pubblicazione del primo quotidiano europeo, «The European», stampato a Londra, che nel suo numero zero porta in prima pagina una notizia che riguarda la Sicilia: sei omicidi di mafia tra Gela e Palermo, alcuni giorni fa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sei uccisi, titola il giornale, alla vigilia di una protesta contro la [[mafia]]. Ancora una volta, dunque, pesantemente, la Sicilia è notizia da prima pagina per fatti di mafia, triste primato europeo, se non mondiale, che la nostra isola condivide con le altrettanto tormentate regioni di Campania e Calabria, cioè con quei territori dove, secondo autorevolissime e ufficiali opinioni, il possesso del territorio da parte delle organizzazioni criminali è totale, con la conseguenza che è proprio lo Stato che deve, in ogni modo e con tutta l’energia possibile, tentare e riuscire a infiltrarsi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che stampa nazionale e internazionale continuino a porre così frequentemente l’accento su tale situazione non è circostanza che deve di per sé dispiacere e scatenare inapprezzabili reazioni di malriposto meridionalismo, del tipo di quelle che in un recente passato eravamo abituati ad ascoltare dalle bocche di autorevoli personaggi, anche investiti di pubbliche funzioni, secondo i quali a Trapani, Catania, Pagani, Reggio Calabria o altrove non c’era mafia ma comune criminalità, eguale a quella di tante altre città del Nord; mentre, sempre secondo loro, i giornali e altri manipolatori di pubblica opinione insistevano e insistono ancora nel rappresentare la Sicilia e le altre terre meridionali come luogo di dominio incontrastato di organizzazioni malavitose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mi sembra che, negli anni Ottanta, i fatti gravissimi verificatisi in questo decennio e le poderose inchieste giudiziarie espletate abbiano quantomeno prodotto la nascita di una nuova consapevolezza sull’esistenza e pericolosità del fenomeno mafioso, che non giustifica più offese e rigurgiti campanilistici ma globale impegno collettivo, il quale è bene venga sostenuto dalla costante attenzione della pubblica opinione nazionale, che non denigra certo la Sicilia o le altre regioni meridionali quando denuncia i mali che le affliggono, invocandone i rimedi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E, a loro volta, i cittadini di queste regioni, non debbono temere affrettate o superficiali generalizzazioni allorché denunciano ad alta voce essi stessi i loro mali chiamando le loro città «capitali della mafia», perché le spaccature e le prese di distanza sono insostituibili momenti di crescita civile e oltremodo necessari sono gli steccati da creare tra onesti e malavitosi, tra insofferenti alla convivenza con la mafia e succubi della tentazione alla coesistenza. Ben vengano, pertanto, le denunce e le spaccature. Solo dividendoci aspramente e guardandoci in faccia troveremo la forza di crescere e imboccare la strada per liberarci dai mali che ci affliggono.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se tuttavia le grandi inchieste giudiziarie degli anni Ottanta hanno prodotto, al di là dei loro specifici esiti processuali, questa crescita della coscienza collettiva sul fenomeno e sulla sua pericolosità (e la magistratura siciliana ne rivendica il merito), la rinnovata virulenza delle organizzazioni mafiose, che si rivelano oggi più agguerrite e pericolose di prima, ha cagionato il venir meno di una perniciosa illusione, spesso alimentata ad arte da chi ne aveva interesse e, comunque, sempre denunciata proprio da quei magistrati più impegnati nella repressione delle attività criminali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La pericolosa illusione secondo cui la penetrante e incisiva azione di contrasto di magistratura e forze dell’ordine avrebbe di per sé sola prodotto la «sconfitta» della mafia e la sua scomparsa dallo scenario meridionale. Da qui l’inammissibile delega agli organi di repressione di occuparsi, essi soli, della risoluzione del problema, e la più inaccettabile delega all’autorità giudiziaria giudicante di sancire in pubblico processo la fine di Cosa Nostra, portando a termine il mastodontico dibattimento di Palermo, organizzato con particolare e spettacolare impiego di mezzi. E alla fine l’ipocrita sorpresa: nonostante il grosso sforzo organizzativo e le laceranti polemiche, cagionate anche dagli interventi legislativi fatti a «bocce in movimento» per consentire l’esito dibattimentale, le organizzazioni criminose si riaffacciavano sulla scena più forti di prima, ancora morti a centinaia e la pubblica tranquillità sconvolta anche in zone ove prima la vita scorreva in modo, almeno apparentemente, più tranquillo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Facile a questo punto insinuare il dubbio che le potenzialità investigative a disposizione erano state sprecate o male indirizzate. Facile sostenere la sostanziale inutilità di così massiccia opera repressiva, facendo intendere che si era soprattutto occupata di archeologia criminale, trascurando gli aspetti più attuali del fenomeno. Facile svalutare l’apporto importantissimo dei cosiddetti pentiti, avanzando il sospetto che erano riusciti a strumentalizzare polizia e magistratura indirizzando la loro azione verso boss ormai in disarmo a vantaggio di nuovi equilibri. Facile, infine, disconoscere, se non a parole sicuramente nei fatti, la validità degli strumenti operativi che, nell’assenza di una adeguata legislazione e realizzando delicatissimi equilibri, la magistratura era riuscita a darsi, raggiungendo dopo vuoti investigativi durati troppo a lungo gli unici risultati apprezzabili riscontrabili in tale materia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Verità è che lo strumento repressivo in genere, e giudiziario in particolare, non poteva e non avrebbe mai potuto da solo risolvere il problema della criminalità mafiosa e neanche contenerlo in limiti accettabili. E non soltanto per i limiti, direi istituzionali, propri di siffatte azioni repressive (volte all’accertamento dei reati, alla individuazione dei loro autori e alla irrogazione delle relative sanzioni), ma soprattutto a causa delle profonde radici storiche e socioeconomiche che la criminalità mafiosa ha nella realtà meridionale e particolarmente siciliana, sicché, non incidendo a fondo su tali radici, con interventi che vanno ben al di là di quelli meramente repressivi e giudiziari, la mafia è destinata sempre a risorgere, anzi a perpetuarsi, adattando la sua sostanzialmente immodificabile natura strutturale e organizzativa ai mutevoli aspetti della realtà socioeconomica, per sfruttarne al massimo, a fini di illecito profitto, le risorse disponibili.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mi lasciano, pertanto, estremamente perplesso talune affermazioni, anche recentemente e autorevolmente ribadite, secondo cui l’attuale struttura della mafia sarebbe mal conciliabile con una visione semplificata, quale quella monolitica rigidamente dipendente da alcuni soggetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Secondo tale assunto, sarebbe più verosimile ritenere che la «nuova mafia» non è più circoscritta nei limiti dei confini siciliani e che altrove si è spostato il vero centro motore, essendosi ridotta la Sicilia a provincia privilegiata di un più vasto universo mafioso, una sorta di «santuario» mantenuto in vita solo al fine di poter contare su luoghi sicuri per la penetrazione in Italia e in Europa di droga pesante. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tali considerazioni, a mio parere, sono frutto di un equivoco: quello cioè di ritenere ormai realizzata appieno l’equazione mafia = traffici di droga, così essendosi ridotta Cosa Nostra a mera organizzazione criminale, anche se di vastissima pericolosità, dedita, come tante altre, in Italia e altrove, alla commercializzazione delle sostanze stupefacenti. Tanto che si è avanzata da taluni dilettanti di criminologia la bislacca idea che la liberalizzazione del consumo di droga comporterebbe, con il venir meno degli enormi profitti che se ne ricavano, la sicura fine di [[Cosa Nostra]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Orbene, nessuno vuole negare che l’enorme potenza raggiunta negli ultimi decenni dalla organizzazione mafiosa dipenda soprattutto dalla gestione degli enormi capitali lucrati nel traffico delle sostanze stupefacenti. E nessuno può sognarsi di negare che prevalentemente in dipendenza da tali traffici l’ambito di attività di Cosa Nostra si sia esteso oltre gli angusti limiti dei confini isolani impegnando uno scenario nazionale e internazionale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vero è, però, che la mafia esisteva ancor prima di impossessarsi del monopolio di tali traffici, gestiti in un primo tempo in Italia dalle organizzazioni contrabbandiere, e verosimilmente continuerà a esistere ancor dopo, se gli sforzi congiunti di una organizzazione di contrasto a livello mondiale riuscirà a stroncarli. Anche nei periodi di maggiore espansione e di maggiori profitti derivanti dal traffico della droga, l’organizzazione mafiosa, ben consapevole della propria peculiare natura, non ha mai rinunciato a quel rigido controllo del territorio che fa della «famiglia» di Cosa Nostra un vero Stato nello Stato, perché il territorio, e la supremazia su di esso, è essenziale per l’esistenza stessa del nucleo criminale come per quella dell’istituzione statuale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Controllo del territorio che si esercita inserendosi pesantemente nei meccanismi di distribuzione delle risorse, con le tangenti, coi pizzi, con l’accaparramento degli appalti e delle pubbliche commesse, con lo sfruttamento delle aree, con l’infiltrazione, per condizionarli a suo favore, negli organi del pubblico potere, sia politico che burocratico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I colpi giudiziari e repressivi inferti alla mafia, lungi dallo scompaginarne a lungo le fila, hanno invece provocato un fenomeno che è stato definito di «implosione».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La struttura criminale è divenuta più unitaria e più rigida proprio per assicurare maggiormente un controllo monopolistico del territorio e delle sue risorse, sia perché, come si è detto, Cosa Nostra senza tale controllo non sarebbe più mafia, sia forse per il progressivo diminuire dei proventi dipendenti dal traffico di droga, conseguente non all’abbandono del traffico medesimo, sempre monopolisticamente gestito come recentissime inchieste dimostrano, bensì al ridursi dell’attività di raffinazione, quella cioè che assicurava maggiormente la moltiplicazione dei profitti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diminuzione dei proventi, non del traffico, che ha reso per Cosa Nostra necessario rivolgere nuovamente l’attenzione, mai peraltro distolta, a quelle attività meramente parassitarie che un tempo, pur se in ambito economico più angusto, costituivano l’unica fonte di alimentazione dell’affare mafioso. L’implosione verificatasi nell’universo di Cosa Nostra ha comportato probabilmente anche un accentuato processo di semplificazione, non solo all’interno ma anche all’esterno di essa. Non più spazi di autonomia di gruppi o «famiglie» accanto al gruppo egemone e, quindi, la progressiva eliminazione dei precedenti alleati interni e, soprattutto, in periferia, la progressiva riduzione degli spazi di attività storicamente riservati o concessi a gruppi criminali esterni. Mi sembra sia questa la ragione di fondo dell’inarrestabile stillicidio di omicidi che hanno insanguinato vaste aree delle province limitrofe al Palermitano, specie quelle di Trapani e Caltanissetta, ormai giunte ai vertici delle lugubri classifiche nazionali sia in valori assoluti sia, con più sinistra evidenza, in valori relativi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se, pertanto, le più incisive azioni giudiziarie e repressive in genere non sono in grado di infliggere decisivi colpi alla tracotanza mafiosa, che ineluttabilmente risorge sempre dalle sue apparenti ceneri, è necessario si prenda atto che il fenomeno va affrontato incidendo a fondo nelle sue radici con una risposta globale dello Stato, senza inammissibili ed esclusive deleghe a questa o quella parte del suo apparato e meno che mai a magistratura e forze dell’ordine, la cui sovraesposizione, per tali cause, ha raggiunto in questo decennio limiti intollerabili, con un prezzo di sangue che continua intollerabilmente a essere pagato da coloro i quali finiscono in questa lotta per trovarsi in condizioni di obiettivo isolamento. Più Stato. Certo, più Stato, ma attenzione! Una risposta statuale intensa in termini meramente quantitativi di impiego di risorse umane o finanziarie non risolve il problema e anzi spesso lo aggrava. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In un recente incontro svoltosi in Campania ho ascoltato qualificatissimi oratori dichiarare la loro profonda diffidenza verso una profusione di risorse finanziarie che hanno finito per scatenare gli appetiti della camorra, trasformando quelle terre, per il loro accaparramento, in un tragico teatro di sangue. Leggo dei quasi 1000 miliardi, in valuta di oggi, spesi a Gela dalla Cassa per il Mezzogiorno e di altri 1873 in arrivo e considero quanto poco queste immani risorse abbiano seriamente contribuito alla rimozione delle cause che danno origine o rendono sempre più tracotanti le organizzazioni mafiose, che scatenano invece sanguinose battaglie per inserirsi pesantemente nei meccanismi di redistribuzione. Ed è noto quali timori si nutrono a Palermo per l’attenzione immancabile di Cosa Nostra al fiume di finanziamenti che si apprestano a riversarsi sulla città.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In realtà bisogna prendere atto che il sottosviluppo economico non è, o non è da solo, responsabile della tracotanza mafiosa, che ha radici ben più complesse, tanto da far definire in studi recenti la mafia non il prezzo della miseria ma il costo della sfiducia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Peraltro, già nel lontano [[1876]] [[Leopoldo Franchetti]], nello scrivere quello che ancor oggi rimane uno degli studi più coerenti ed esaurienti sulla mafia siciliana e il suo ambiente, individuava due insiemi di cause tra loro collegate. Il primo riguarda l’assenza di un sistema credibile ed efficiente di amministrazione della giustizia. Il secondo si riferisce a una mancanza di fiducia di tipo economico. Ambedue le cause, che possiamo ritenere ancor oggi operanti, importano l’assenza di un apparato statuale credibile sia nel dirimere le controversie naturalmente nascenti dalle private contrattazioni, sia nell’assicurare che tali contrattazioni possano svolgersi in clima di reciproca affidabilità. A sua volta l’arretratezza economica chiude ogni altra via di sfogo all’attività dei privati. L’unico fine, osserva Franchetti, che ciascuno può proporre alla propria attività o ambizione è quello di prevalere sopra i propri pari («il nemico è chi fa il tuo mestiere» sostiene un proverbio siciliano). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il desiderio di prevalere sopra i propri pari, congiunto all’assenza di uno Stato credibile, non può condurre alla normale concorrenzialità di mercato: la pratica che si diffonde non è quella di far meglio dei propri rivali ma di farli fuori. In questo contesto, osserva Franchetti, si cominciano a capire i motivi per cui i mafiosi non emergono come delinquenti comuni che agiscono isolatamente in conflitto con la popolazione. Parte della pubblica opinione li ritiene in Sicilia più che altro degli uomini capaci di esercitare privatamente quella giustizia pubblica su cui nessuno più conta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quanto questi concetti conservino ancor oggi gran parte della loro validità emerge in modo inquietante da talune ricorrenti invocazioni alla mafia o a suoi supposti qualificati esponenti verificatesi in occasione di pubbliche dimostrazioni indette per protestare contro asserite ingiustizie sociali o economiche. &lt;br /&gt;
Analogo aspetto è quello della compenetrazione tra delinquente e vittima, che tipicamente si realizza in una delle attività più caratteristiche della mafia, cioè l’offerta di protezione a scopo estorsivo. Infatti, l’aspetto più singolare dell’estorsione mafiosa è la difficoltà di distinguere le vittime dai complici, e il fatto che tra protetti e protettori si stabiliscano legami piuttosto ambigui. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La violenza dell’estorsione e gli interessi personali delle vittime tendono a confondersi e a formare un insieme inestricabile di motivi per cooperare. Il vantaggio di essere amici di coloro che estorcono denaro e beni non è quindi solo quello di evitare i probabili danni che seguirebbero un rifiuto ma, in certi casi, può estendersi a un aiuto per sbarazzarsi di concorrenti scomodi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E quanto ai rapporti con la pubblica amministrazione, quale migliore alleato di colui o di quella organizzazione che garantisce un rapporto di «fiducia» nei confronti di un pubblico apparato ritenuto non credibile o non affidabile? Secondo quanto riferito dalla stampa, proprio la più alta autorità regionale ha denunciato «che ci troviamo in presenza, in molte USL e in molti Comuni, di spinte fortissime, dirette e ravvicinate, da parte di centri criminali che tentano di intervenire come gruppi di pressione, decisivi addirittura nella formazione degli esecutori. L’obiettivo è il controllo del notevole flusso di risorse che questi organismi decentrati amministrano. C’è una pressione sempre maggiore che aree di criminalità organizzata realizzano nei confronti dei punti di decisione e di utilizzo delle risorse». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In tale situazione, così autorevolmente denunciata, quale migliore brodo di coltura per organizzazioni che traggono la loro forza dall’inefficienza dell’apparato pubblico e dalla sua incapacità di essere ritenuto meritevole di imparziale «fiducia»?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il nodo è pertanto essenzialmente politico. La via obbligata per la rimozione delle cause che costituiscono la forza di una organizzazione criminale (ora anche militarmente ed economicamente potentissima perché detentrice dei proventi del traffico di droga) passa attraverso la restituzione della fiducia nella pubblica amministrazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nessun impiego, anche massiccio, di risorse finanziarie produrrà benefici effetti se lo Stato e le pubbliche istituzioni in genere non saranno posti in grado e non agiranno in modo da apparire imparziali detentori e distributori della fiducia necessaria al libero e ordinato svolgimento della vita civile. Continuerà altrimenti il ricorso e non si spegnerà il consenso, espresso o latente, attorno a organizzazioni alternative in grado di assicurare egoistici vantaggi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fiducia nello Stato significa innanzitutto fiducia in un’efficiente amministrazione della giustizia, sia penale sia civile. Registriamo evidentemente con soddisfazione l’introduzione del nuovo codice di procedura penale, sia perché sostituisce un insieme di norme di rito ormai sclerotiche e disorganiche, sia perché l’adozione del sistema accusatorio, che entrerà in vigore alla fine del 1989, costituisce fuori di ogni dubbio una conquista di civiltà giuridica. Tuttavia sia ben chiaro che il nuovo rito non potrà funzionare e la sua adozione creerà gravissimi e irrisolvibili problemi se non sarà accompagnata da un adeguato potenziamento delle strutture e da una razionalizzazione del sistema. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La magistratura associata ha da tempo posto questi problemi all’ordine del giorno e registra con particolare soddisfazione che sulla gravità di essi concordano le organizzazioni degli avvocati e i sindacati di categoria degli ausiliari di giustizia, unitamente ai quali è stata indetta «una giornata nazionale della giustizia» con assemblee che si svolgeranno in tutti i distretti sui seguenti argomenti: provvedimenti relativi al personale amministrativo; provvedimenti urgenti per il processo civile; patrocinio dei non abbienti; revisione delle circoscrizioni; edilizia giudiziaria; programma di informatizzazione giudiziaria. Trattasi di un nucleo limitato di problemi, la cui risoluzione costituisce tuttavia un minimum indispensabile per ridare credibilità a un’amministrazione della giustizia su cui nelle condizioni attuali più nessuno fa affidamento, col rischio, specie in Sicilia, che si perpetui e consolidi il ricorso a un sistema alternativo criminale di risoluzione delle controversie. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fiducia nelle istituzioni significa soprattutto affidabilità delle amministrazioni locali, quelle cioè con le quali il contatto del cittadino è immediato e diretto, e che attualmente risultano incapaci di gestire la cosa pubblica senza aggrovigliarsi negli interessi particolaristici e nelle lotte di fazioni partitiche. La loro riforma non è più procrastinabile, poiché altrimenti, come emerge dalle allarmate denunce del presidente della Regione, resteranno i veicoli principali delle pressioni mafiose e delle lobbies affaristiche loro contigue. Passano anche attraverso queste vie obbligate le direttrici di lotta alla criminalità mafiosa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una sfida che lo Stato deve vincere perché è in grado di farlo, in tempi che ci consentano di affrontare la maggiore integrazione europea forti di una sana e ordinata vita civile. Questo aspettano le nuove generazioni, che tutte ormai si dimostrano, anche clamorosamente, desiderose di vivere in un mondo migliore del nostro. Esse ci richiedono questi impegni e questi sacrifici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Paolo Borsellino]] [[Categoria:Archivio 1988]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lezione_di_Giovanni_Falcone_a_Pavia&amp;diff=10866</id>
		<title>Lezione di Giovanni Falcone a Pavia</title>
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		<updated>2025-12-01T09:33:49Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Quella che segue è la trascrizione della lezione conclusiva del corso di Diritto processuale penale tenuta da Paolo Borsellino, organizzata all’università di Pavia il 13 maggio 1992 dal professor Vittorio Grevi. Paolo Borsellino  ==Il nuovo codice di procedura penale e i processi di mafia== L’atmosfera dell’università è quella più idonea per confrontarsi su temi che sono al centro di...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione della lezione conclusiva del corso di Diritto processuale penale tenuta da [[Paolo Borsellino]], organizzata all’università di Pavia il [[13 maggio]] [[1992]] dal professor [[Vittorio Grevi]].&lt;br /&gt;
[[File:Paolo-borsellino.jpg|alt=Paolo Borsellino|miniatura|Paolo Borsellino]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il nuovo codice di procedura penale e i processi di mafia==&lt;br /&gt;
L’atmosfera dell’università è quella più idonea per confrontarsi su temi che sono al centro di vivaci polemiche. Per questo ringrazio il professor Grevi che mi ha dato l’opportunità di intervenire. Tra le polemiche, però, si corre il rischio di non orientarsi. Ma io non rifuggo la discussione, poiché dalle critiche si può mettere a fuoco meglio una problematica. Sul tema della «[[Direzione nazionale antimafia|Superprocura]]» di polemica ne è stata fatta troppa, più del superfluo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È stata presentata come un’elusione dei principi costituzionali, si è parlato di dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo, del venire meno dell’obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione e ancora di un escamotage del ministro per favorire gli «amici degli amici». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Cicala (riportava «La Nazione» pochi giorni fa) ha detto che la Direzione nazionale antimafia va eliminata perché mina l’indipendenza della magistratura. Non è questo un approccio corretto. In Italia ci sono spesso smagliature nelle inchieste giudiziarie. Il nuovo modo di procedere nelle indagini vediamo, invece, che dà risultati; un esempio è l’indagine che stanno conducendo a Palermo e che ha portato alla recente cattura di quaranta presunti membri della cosca mafiosa di Castelvetrano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le innovazioni sono contenute nella relazione preliminare al decreto legge che ha istituito la Direzione nazionale antimafia: «&#039;&#039;Lo scopo di questa struttura è quello di fronteggiare le organizzazioni criminali attraverso l’organizzazione delle indagini&#039;&#039;». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Bisogna partire dall’esperienza del passato codice di procedura penale, il famigerato codice Rocco da tutti vituperato ed esperienza ormai dimenticata. Proprio in materia di criminalità organizzata uno dei maggiori addebiti che si facevano al codice Rocco era quello di aver consentito, reso possibile, tramite i giudici «Rambo», la creazione dei «processi-mostro» o i maxiprocessi, ritenuti la tomba dei diritti a difesa dei cittadini. Lo scopo dichiarato era impedire a tutti i costi la creazione e la perpetuazione dei maxiprocessi, che non erano – va detto – un’invenzione dei giudici malati di protagonismo, ma rispecchiavano una realtà della criminalità di [[mafia]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La criminalità organizzata opera ormai da tempo con efficacia dirompente ed effetti spaventosi anche in sede transnazionale, quindi l’impostazione del nuovo processo penale certamente deve andare nella direzione delle grandi indagini: non più maxiprocessi, ma maxindagini. Per eliminare i maxiprocessi si è operato in quei meccanismi giuridici che ne avevano consentito l’introduzione, cioè soprattutto sulla connessione dei reati. Uno dei punti fondamentali della legge delega del nuovo codice era appunto quello di restringere ai casi di connessione ogni discrezionalità, in particolare nei casi di connessione probatoria. Ora, avere eliminato la norma che impedisce la creazione dei maxiprocessi, cioè dei maxidibattimenti, non impedisce, anzi non deve impedire, i maxiprocedimenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se così è, per la dispersione, anche in senso orizzontale, delle indagini a diversi magistrati del pubblico ministero ne viene fuori un’esigenza di coordinamento investigativo che acquista nel nuovo processo una valenza enormemente maggiore rispetto al vecchio codice, perché nel nuovo processo siamo di fronte a un tendenziale principio: un processo per un imputato. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il coordinamento investigativo diventa a questo punto fondamentale. Facciamo un esempio pratico, così comprendiamo meglio. Se c’è un’organizzazione composta da siciliani, calabresi e napoletani che compiono sequestri di persona in territorio italiano, che trafficano stupefacenti, che commerciano autovetture rubate all’estero, credo che siano interessati almeno una decina di uffici del pubblico ministero. Come si coordineranno? A suo tempo si pensò di lasciare un coordinamento spontaneo tra i magistrati del pubblico ministero, una sorta di collegamento orizzontale basato sullo spontaneismo, in modo da consentire al pubblico ministero di operare tranquillamente su tutto il territorio nazionale, ove le esigenze investigative lo richiedessero. Purtroppo questa soluzione – o non soluzione – dei problemi non poteva che dare effetti negativi. Quello che è importante è la conoscenza dell’esistenza dei collegamenti investigativi tra indagini in varie parti del territorio nazionale. Troppe volte abbiamo sentito frasi come: «Sarebbe necessario chiedere informazioni a quel magistrato, ma è tempo perso perché è troppo riservato». E parliamo solo di questo, perché potremmo parlare delle ulteriori invidie e gelosie tra i diversi corpi di polizia, tra i vari magistrati del pubblico ministero. Insomma, una situazione difficile.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il problema delle indagini e della rapidità investigativa, in termini e dimensioni del tutto nuove rispetto al passato ordinamento, è stata la frantumazione della competenza. Ma a creare il problema ha concorso in parte anche il fenomeno, indotto dalle parcellizzazioni dei procedimenti, delle sovrapposizioni investigative su medesime realtà criminali, che il codice ha ritenuto di esorcizzare (purtroppo è così) con il principio della irrilevanza processuale dei contrasti positivi tra i diversi uffici del pubblico ministero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono privilegi di casta, devono essere coniugati con l’efficienza. Con l’istituzione della Direzione nazionale antimafia non si è inteso affatto riportare il problema dell’emergenza. Non si è inteso adottare una soluzione sul tipo di quella dell’Alto commissariato con un’attività di indagine che si sovrapponeva a quella della magistratura. L’esigenza di scambio e comunicazione tra magistrati è assolutamente reale, e due sono le possibilità: o il coordinamento lo fanno i giudici del pubblico ministero o gli uffici della polizia giudiziaria. Tertium non datur. Questi problemi sono problemi veri, problemi che dovrebbero stare a cuore a tutti i cittadini. E l’articolo 109 della Costituzione è più rispettoso del coordinamento tra pubblici ministeri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diversi saggi oppositori della Direzione nazionale antimafia hanno detto che non saremmo in presenza di norme che mirano a un impianto normativo diretto soltanto al coordinamento. Accanto al coordinamento si sarebbe introdotto di soppiatto un progressivo assoggettamento del pubblico ministero all’esecutivo, e l’impulso investigativo sarebbe più forte del coordinamento. Vorrei dire che, proprio perché la lotta alla criminalità organizzata non doveva essere appannaggio del pubblico ministero, si è tentato di creare – se ci siamo riusciti o meno è un altro problema – un collegamento, una rete molto complessa, che presupponga il coinvolgimento di tutti i magistrati del pubblico ministero.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di fronte a organizzazioni criminose ben coordinate tra di loro, è stato ritenuto opportuno accentrare certi reati alle procure dei capoluoghi. La competenza, meglio la legittimazione, che è stata attribuita è molto ristretta: riguarda i reati di associazione mafiosa, prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, il sequestro di persona, l’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Infine, una quarta imputazione, una quarta fascia di delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis, oppure al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo. Si è preferito non mutare la competenza lasciando il dibattimento presso gli organismi ordinari; tutto questo anche per fare in modo, da un lato, di non venire accusati di voler creare dei tribunali speciali, dall’altro, per fare in modo che le esperienze acquisite sulla criminalità organizzata fossero un patrimonio il più possibile comune.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sarà il procuratore generale presso la Corte d’Appello a dirimere gli eventuali conflitti di attribuzione, e solo alla fine informerà la Procura nazionale. La necessità di coordinamento fra Procure distrettuali e quella nazionale nasce proprio dal fatto che quest’ultima non può svolgere direttamente le indagini. La Direzione nazionale è una struttura servente, collaterale, tra le varie Procure distrettuali, deve svolgere un’attività che le Procure distrettuali, distolte dalla quotidianità, non possono svolgere. La raccolta dei dati non può farla il distretto, sarà un compito della Direzione nazionale antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell’attribuire le funzioni delle Procure distrettuali si è stati rispettosi dell’autonomia e indipendenza dei singoli uffici. Ma ciò non può significare arbitrio. Alla base del coordinamento o c’è un fatto unico rivendicato da diversi uffici del pubblico ministero – questo è deciso autoritativamente, poiché uno dei giudici ha torto – oppure si tratta di dirimere questioni relative a investigazioni su fatti diversi: in questo caso sarà necessario coordinare le diverse indagini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Paolo Borsellino]] [[Categoria:Archivio 1992]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Paolo Borsellino: &quot;Falcone è vivo&quot;</title>
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		<updated>2025-12-01T02:08:10Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Quella che segue è la trascrizione del discorso tenuto da Paolo Borsellino in occasione della fiaccolata in onore di Giovanni Falcone, organizzata a Palermo il 20 giugno 1992 dall’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani. Paolo Borsellino  ==Il fresco profumo di libertà== Per lui [Falcone] e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo ha...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione del discorso tenuto da [[Paolo Borsellino]] in occasione della fiaccolata in onore di [[Giovanni Falcone]], organizzata a Palermo il [[20 giugno]] [[1992]] dall’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani.&lt;br /&gt;
[[File:Paolo-borsellino.jpg|alt=Paolo Borsellino|miniatura|Paolo Borsellino]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il fresco profumo di libertà==&lt;br /&gt;
Per lui [Falcone] e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lavorare a Palermo, da magistrato, e con questo intento, fu sempre, fin dall’inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell’Est e nell’Ovest della Sicilia. Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa. Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo dopo un lungo esilio provinciale proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua più terrificante potenza: morti ogni giorno, [[Emanuele Basile|Basile]], [[Gaetano Costa|Costa]], [[Rocco Chinnici|Chinnici]], [[Carlo Alberto dalla Chiesa|dalla Chiesa]] e tanti altri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche d’indagine. Ma perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno, di ogni cittadino. La lotta alla mafia, il primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte, proprio perché meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col male, le più adatte cioè, queste giovani generazioni, a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ricordo la felicità di Falcone, e di tutti quelli che lo affiancavamo, quando, in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta|Buscetta]], egli mi disse: «&#039;&#039;La gente fa il tifo per noi&#039;&#039;». E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice, questa affermazione l’ha fatta anche il giudice Di Pietro a Milano, significava di più, significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza della mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa stagione del «tifo per noi» sembrò durare poco perché ben presto sopravvenne quasi il fastidio, l’insofferenza al prezzo che, per la lotta alla mafia, doveva essere pagato dalla cittadinanza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare a sua volta provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia: il nuovo codice di procedura penale. Adesso hanno fornito un alibi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, a chi di lotta alla mafia non ha voluto o non ha più voluto occuparsene.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì, ma cercò di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro. Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni. Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. In condizioni ottimali. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Morì, è morto insieme a sua moglie e agli agenti della scorta, e allora tutti si accorgono di quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato e talora odiato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno, tuttavia, ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora. Molti cittadini, ed è la prima volta che avviene, collaborano con la giustizia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, almeno con la modifica di alcune norme paralizzanti del codice di procedura penale. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro: occorre dare un senso a questa morte di Falcone, a questa morte di sua moglie, a questa morte degli uomini della sua scorta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono morti tutti per noi, e abbiamo un grosso debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarre. Anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro. Collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando in pieno queste gravose e bellissime verità: dimostrando a noi stessi e al mondo che &#039;&#039;&#039;Falcone è vivo&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Paolo Borsellino]] [[Categoria:Archivio 1992]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
	</entry>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lezione_di_Paolo_Borsellino_a_Bassano_del_Grappa&amp;diff=10864</id>
		<title>Lezione di Paolo Borsellino a Bassano del Grappa</title>
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		<updated>2025-12-01T01:57:47Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
Quella che segue è la trascrizione della lezione di [[Paolo Borsellino]] tenuta presso l’Istituto professionale di Stato per il Commercio «Remondini» di Bassano del Grappa, il [[26 gennaio]] [[1989]]. A promuovere l&#039;incontro fu [[Enzo Guidotto]]. &lt;br /&gt;
[[File:Paolo-borsellino.jpg|alt=Paolo Borsellino|miniatura|Paolo Borsellino]] &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La lezione di Paolo Borsellino==&lt;br /&gt;
Grazie, vi ringrazio di essere intervenuti così attenti e così numerosi. Io lavoro in una delle più lontane province d’Italia. La provincia di Trapani. Nonostante i miei impegni di lavoro non me lo dovrebbero consentire, io amo spesso incontrarmi con gli studenti di quella provincia, e soprattutto con quelli di una zona di quella provincia che si chiama Belice, una zona che è stata, anni fa, sottoposta da un violento terremoto a profondi sconvolgimenti, quasi tirata fuori da una condizione di degrado economico e di sottocultura.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non amo, però, quando mi incontro con gli studenti, parlare di mafia, come spesso coloro che mi ascoltano si aspettano. Cioè, di fatti inerenti alla criminalità mafiosa, di fatti dei quali per ragioni professionali mi sono dovuto occupare. Perché mi sembra anche più importante, quando si parla con degli studenti, scandagliare quali sono le ragioni di fondo, naturali, economiche, sociali, per cui non solo esiste questo fenomeno – perché il fenomeno si è radicato in Sicilia per ragioni storiche, peraltro non del tutto ancora ben chiarite –, ma quali sono le ragioni culturali, socioeconomiche, per le quali questo fenomeno è così, o sembra così invincibile nonostante l’impegno di tanti magistrati, di tante forze dell’ordine, di tanta attenzione che va crescendo nel pubblico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi io vorrei brevemente accennare queste ragioni, per la parte che credo possa più interessare una popolazione studentesca, lasciando poi un po’ di spazio per le domande che voi vorrete porre a me, o al professore, o anche tra di voi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La cultura della legalità===&lt;br /&gt;
Vorrei cominciare dicendo che in un tempio della cultura qual è la scuola, non si può, soprattutto, non parlare di quella che io chiamo la cultura della legalità. Una cosa che probabilmente a scuola si insegna molto poco, sulla quale ci si sofferma molto poco, ma che mi sembra estremamente importante. Che cosa io intendo per cultura della legalità? Intendo sapere e recepire appieno che cosa sono le leggi e perché le leggi debbono essere osservate.&lt;br /&gt;
Le leggi, brevemente, e senza voler entrare in definizioni scientifiche, sono dei comandi e dei divieti che dà lo Stato. Comandi e divieti che normalmente prescrivono certe attività o vietano certe attività che normalmente sono accompagnate dalla cosiddetta sanzione. Cioè, se si compie un’azione che lo Stato proibisce o se non si compie un’azione che lo Stato impone, lo Stato impone una sanzione. E a seconda del tipo di sanzione che lo Stato impone, le leggi si distinguono in leggi penali o in leggi civili. C’è questa grossa distinzione, ci sono poi le leggi amministrative e via dicendo. E cioè, tanto per fare un esempio, se io costruisco una casa aprendo una finestra sul fondo del vicino, poiché questa azione è proibita dalla legge (cioè bisogna osservare certe distanze, non si può andare a guardare dappresso al fondo del vicino) lo Stato impone una sanzione, una sanzione civile (cioè il vicino può costringermi a farmi chiudere questa finestra).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se io, nonostante lo Stato mi impedisca di uccidere, facciamo l’esempio del delitto più grave, e io uccido il mio prossimo, lo Stato mi punisce con una determinata pena da 21 a 24 anni di galera o ancora di più, se ci sono delle aggravanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E allora verrebbe tanto da pensare che le leggi vengono osservate soprattutto perché se non si osservano le leggi ci sono queste sanzioni, sia penali se si tratta di leggi penali, sia civili se si tratta di leggi civili. Ma non è vero: le leggi non vengono osservate dalla maggior parte della popolazione perché nel caso in cui non venissero osservate si rischia di sottostare alla sanzione stabilita dalla legge. Le leggi, la maggior parte della popolazione, le osserva, dovrebbe osservarle, perché condivide le leggi, cioè ritiene che si tratti di comandi o divieti giusti. La maggior parte di noi non apre finestre sul fondo del vicino, non fa sorpassi in curva per strada, non uccide, non ruba, non perché teme che violando questa legge possa essere, possa incorrere in una sanzione, penale o civile, ma osserva queste leggi perché ritiene che sia giusto non aprire finestre sul fondo del vicino, non uccidere, non fare sorpassi in curva e comunque… è inutile ancora dilungarsi con riferimento a tutti quei comandi e divieti che la legge impone. Perché altrimenti, se così non fosse, se le leggi non fossero osservate soprattutto perché i cittadini consentono alla legge, ritengono giusto, ritengono doveroso quel divieto, be’, non basterebbero tanti Carabinieri quanti sono i cittadini della Repubblica italiana perché ce ne vorrebbe almeno uno per ogni persona per sorvegliarlo e saltargli addosso non appena commette il divieto. Invece voi sapete che la maggior parte della popolazione osserva le leggi perché sente di doverle osservare e non perché teme il divieto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è chiaro che tanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste, cioè quanto più il cittadino tende a identificarsi con l’istituzione che questa legge propaga, quanto più il cittadino si sente partecipe, parte integrante dello Stato, del Comune, della Provincia, della Regione, di quell’organo che emana queste leggi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché quanto più comincia, per una qualsiasi ragione, a ritenersi estraneo a queste istituzioni, tanto meno osserverà i comandi che da queste istituzioni propagano. E allora ci vorranno sanzioni più forti, Carabinieri. Questo è quello che per ragioni storiche è avvenuto nella gran parte del Meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia, perché proprio lì, per una vicenda storica o socioeconomica che si chiama, grosso modo, Questione Meridionale, il cittadino del Meridione si è sentito estraneo allo Stato. Conseguentemente, l’impulso istintivo di osservare le leggi non è stato mai sentito pesantemente. Ecco perché, in queste regioni, soprattutto nelle più grosse regioni meridionali, quali la Campania, la Calabria e la Sicilia, si sono create queste situazioni generalizzate di disaffezione alla legge, di non osservanza della legge, che, con varie articolazioni sia in Sicilia sia in Calabria sia in Campania, hanno provocato l’insorgere nella storia di queste grosse organizzazioni criminali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché? Perché ci sono dei bisogni nel cittadino che sono il bisogno di giustizia, il bisogno di sicurezza, il bisogno sia di sicurezza dal punto di vista civile sia dal punto di vista economico, che debbono, che il cittadino chiede, naturalmente, che gli vengano assicurati da un’istituzione sovrapersonale qual è lo Stato, inteso in tutte le sue articolazioni. Stato, Comune, Provincia, eccetera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando ritiene che non gli vengono assicurati, quando non si identifica, quando non ha la fiducia nelle pubbliche istituzioni, cerca naturalmente di trovare dei surrogati a queste esigenze che lui ricerca. Vi faccio qualche esempio, probabilmente più facile da capire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se il cittadino vuole reagire, o vuole recuperare, vuole reagire a un danno subito, per esempio uno scippo o una rapina, e ha la sensazione che le istituzioni non gli assicurino la risposta a questo danno che ha subito, se c’è un’organizzazione la quale, sostanzialmente, apparentemente, tende a presentarsi come un’organizzazione in grado di fargli recuperare questa refurtiva, o impedire che per le strade avvengano le rapine, si rivolge a questa organizzazione. Questa è una delle ragioni per le quali queste organizzazioni criminali riescono a trovare un grosso consenso tra la popolazione, quel consenso che invece dovrebbe essere rettamente indirizzato nei confronti delle istituzioni pubbliche e dello Stato. E se passiamo, questo mi sembra che sia un istituto che si occupa di commercio, se passiamo più specificamente a un campo che più vi interessa, è chiaro che nella vita […] civile che si svolge, nella vita economica di ogni cittadino, regolata nei nostri climi dal libero mercato, è chiaro che i vari contraenti, siano essi imprenditori, industriali, soggetti economici in genere, hanno bisogno, naturalmente, per le loro contrattazioni di una fiducia. Di quella che io vorrei chiamare fiducia, la fiducia di poter svolgere liberamente la contrattazione con il proprio contraente, il quale rispetterà i patti, pagherà quel determinato prezzo che io gli ho imposto, che abbiamo concordato per la vendita e che mi dovrà dare mettiamo tra 30 giorni. Se io ho un’industria ho bisogno che mi si assicuri intorno la fiducia, cioè che io possa trattare con i miei operai a determinate condizioni, senza che queste condizioni vengano rotte o non vengano rispettate una volta che i patti vengono firmati, eccetera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa fiducia, chi la deve assicurare? La fiducia chiaramente la deve assicurare lo Stato. La deve assicurare sia assicurando le generali condizioni, perché le contrattazioni più alte si possano svolgere in un clima di reciproca fiducia, sia intervenendo allorché da queste contrattazioni nascano delle controversie, allora intervenendo con l’amministrazione giudiziaria per risolvere queste controversie. Se il mio vicino non mi paga, se il mio contraente non mi paga, io devo essere in condizione di rivolgermi a un giudice che lo condanni a pagare e che mi assicuri la possibilità di eseguire, di riprendermi quello che io ho dato, di eseguire le esecuzioni immobiliari, pignoramenti e così via dicendo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando queste cose non funzionano, cioè quando questo clima di reciproca fiducia non viene assicurato dallo Stato, non funzionano perché la società civile non è ben vigilata dalla presenza pesante dello Stato, nel senso che in caso di controversie nascenti tra le parti, uno Stato con l’amministrazione della giustizia che è allo sfascio e non è efficiente non assicura la possibilità di risolvere pacificamente queste libere contrattazioni. Anche in questo caso, se esiste, se storicamente si è formata un’organizzazione criminale in grado di assicurare qualcosa del genere, un surrogato di questa fiducia che lo Stato deve poter assicurare per tutti i cittadini, ecco che questa organizzazione trae forza. Perché un surrogato di questa fiducia, le organizzazioni criminali di tipo mafioso riescono ad assicurarlo. Riescono ad assicurarlo anche nel caso in cui il mio vicino non mi paga, perché esercitano una tale capacità di minaccia che se io mi rivolgo a loro, se il cittadino meridionale si rivolge a loro, ho la possibilità di recuperare il debito che la giustizia non mi può far recuperare presto, perché una causa civile dura dieci anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La vera essenza della mafia===&lt;br /&gt;
Viceversa, io posso rivolgermi a taluno al quale, pagando una tangente, pagando un pizzo, in realtà mi dà un servizio, mi protegge, nel senso che mi assicura che la mia fabbrica non sarà oggetto di attentati, o non mi faranno ruberie, o qualcosa del genere. La mafia nasce, si presenta, come qualcosa che garantisce questi servizi. Naturalmente, questi servizi non li può assicurare a tutti, perché per dare a uno deve togliere all’altro, mentre la fiducia lo Stato dovrebbe distribuirla imparzialmente a tutti i cittadini. La fiducia che distribuiscono le organizzazioni criminali è una fiducia a somma zero, perché per fare il vantaggio di uno le organizzazioni criminose debbono fare necessariamente lo svantaggio ad altri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vera essenza della mafia è questa. E quando ancora, per scendere ancora più nel particolare, il cittadino ritiene inaffidabile la pubblica amministrazione nel momento in cui distribuisce le commesse, gli appalti pubblici, eccetera, e cioè in quella distribuzione di ricchezza che, purtroppo, nel Meridione è molto più ampia della produzione di ricchezza; quando lo Stato non si presenta con una faccia pulita tale da assicurare l’imparziale distribuzione di queste risorse, allora ecco il pericolo in cui si inserisce l’organizzazione criminale alla quale rivolgendosi si ha, quantomeno, la speranza di riuscire ad accaparrare quella commessa, quell’appalto pubblico, quella possibilità di lucrare sulla distribuzione di risorse pubbliche. Ed ecco perché le organizzazioni criminali hanno sempre cercato di inserirsi nel mondo, nel potere politico, nel potere burocratico, per avere le leve per inserirsi in queste fasi di distribuzione della ricchezza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi è errato quando si pensa che la mafia sia soltanto un supporto, una conseguenza del mancato benessere economico. Tant’è che da taluni sono sostenuti tipi di intervento quali più soldi diamo, più possibilità di lavoro diamo, più risorse dispensiamo, allora in questo modo si toglierà la mafia. Eh, no. Perché in realtà lo Stato ha, sì, il dovere e il bisogno di intervenire dove ci sono sacche di disoccupazione, sacche di miseria, di emarginazione, ma quando interverrà con un aspetto tale da non riuscire a captare la fiducia dei cittadini sulla imparziale ed equa distribuzione di queste risorse, le organizzazioni criminali, anzi, da questo profluvio di risorse in più si inseriranno per potere meglio lucrare.&lt;br /&gt;
Pensate soltanto, l’avrete probabilmente letto nei giornali, a quello che è avvenuto in Irpinia con riferimento alla ricostruzione del dopo terremoto. È stata una torta meravigliosa messa a disposizione di una di queste organizzazioni, che si chiama camorra, che non soltanto si è accaparrata lei gran parte di queste risorse ma, in più, si sono scannati tra di loro per vedere come meglio distribuirsele. La vera essenza, e la vera causa dell’esistenza delle organizzazioni mafiose è questa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mafia ed economia===&lt;br /&gt;
Poi, è avvenuto qualche cosa di ancora più grave. Perché negli anni Settanta e Ottanta, la mafia si è impossessata del traffico delle sostanze stupefacenti. Badate bene, il traffico delle sostanze stupefacenti non l’ha inventato la mafia, è nato fuori dalla mafia. È stato gestito a lungo da organizzazioni non mafiose. In principio in Europa furono i cosiddetti marsigliesi che se ne occupavano, la mafia non si occupava di queste cose, era dedita a tutt’altro, a quelle cose di cui ho parlato prima. Sennonché, a un certo punto la mafia scoprì che, interessandosi di questo traffico i suoi profitti potevano essere enormemente moltiplicati e si impossessò, tra l’indifferenza generale, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, del monopolio del traffico di sostanze stupefacenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E mentre prima era solo un’organizzazione parassitaria che si inseriva, nel modo che ho cercato di descrivervi, nella distribuzione delle risorse, cominciò addirittura a produrre queste risorse e a locupletarsi in maniera incredibile. E allora, è diventato davvero un grossissimo problema nazionale, perché altro è un’organizzazione che agisce illecitamente in un campo che però, economicamente, resta limitato, geograficamente resta limitato ad alcune regioni, altro è che questa organizzazione diventi potentissima perché ha una disponibilità di risorse così enormi che, talvolta, raggiungono quasi le disponibilità o le cifre di bilancio di piccoli o grossi Stati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E diventando così enorme e dovendo gestire questi enormi capitali che cosa ha fatto? I capitali come si gestiscono? Si vanno a cercare dei mercati in cui poterli poi impiegare, delle attività che noi chiamiamo «paralecite», attività che nascono dall’illecito ma poi bisogna impiegare da qualche parte. E la mafia va a cercare naturalmente i mercati più ricchi, che non sono i mercati del Sud, ma sono i mercati del Nord, sono Milano, sono Torino, sono le zone al Centro, dove i capitali impiegati fruttano di più. Tuttavia, nell’impiegare questi capitali si è portata appresso quella carica di violenza e delinquenza con le quali questi capitali erano stati accumulati. Si è portata appresso quella tendenza monopolistica che hanno queste organizzazioni che non tendono tanto a fare il meglio per il proprio contraente, ma tendono decisamente a farlo fuori. In Sicilia c’è un proverbio che dice: «Il nemico è chi fa il tuo mestiere», perché in realtà la normale concorrenzialità di mercato là viene intesa anche culturalmente in questo senso. Cioè, nel momento in cui sono in concorrenza con taluno, mi riesce molto più facile o più semplice eliminarlo, eliminarlo non soltanto fisicamente. Ma per esempio pagando il mafioso che protegge me e non protegge lui, gli fa saltare la fabbrica…&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dico, questa enorme potenza economica che la mafia ha acquisito, che non aveva prima e che ha acquisito con il traffico di sostanze stupefacenti, che la porta, naturalmente, a riversare la sua attenzione su dove esistono i più grossi mercati, ha portato questa spinta notevole di espansione della mafia verso i centri più ricchi del mercato e cioè nel Nord Italia. Espansione che si era già verificata per altre ragioni, ma non così importanti come questa, che è la vera ragione. Spesso si è parlato contro il soggiorno obbligato, si è detto che mandando i mafiosi a svernare in soggiorno obbligato al Nord si è esportata la mafia. Badate, il soggiorno obbligato avrà fatto pure dei danni, ma anche se il soggiorno obbligato non ci fosse mai stato la mafia sarebbe comunque arrivata, sotto questa forma, per impiegare questi grossissimi capitali. Sarebbe arrivata comunque al Nord, perché è chiaro che quando si hanno questi grossi capitali non si sta, per farli fruttare, in un’area depressa come la Sicilia, la Calabria o la Campania, ma si va dove i capitali fruttano di più, cioè al Nord Italia, e dove appunto, assieme a questi capitali, arriva questo modus faciendi di violenza, arriva questa specie di distorto sistema di trattare gli affari economici che hanno i mafiosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La magistratura da sola non basta===&lt;br /&gt;
Se queste sono le ragioni di fondo del pericolo e della persistenza dell’attività mafiosa, non illudiamoci che le azioni giudiziarie, per quanto penetranti, possano fare piazza pulita della mafia. Si potranno accertare l’esistenza di quello o di quell’altro mafioso, raggiungere le prove, condannarlo. Ma se non si incide a fondo sulle cause che generano la mafia e fanno persistere la sua pericolosità è chiaro che ce la ritroveremo davanti così come l’abbiamo. Abbiamo assistito al grande clamore che si è fatto attorno al maxiprocesso di Palermo. Finito il maxiprocesso, si è cominciato punto e daccapo.&lt;br /&gt;
Ma è evidente. Perché quando un’azione è soltanto giudiziaria e repressiva, e così soltanto poteva essere quella della magistratura e della polizia, e non incide sulle cause di fondo del fenomeno, è chiaro che ce lo saremmo dovuti ritrovare davanti così come ce lo siamo ritrovati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La verità è che c’è stata una delega inammissibile a magistrati e polizia di occuparsi essi soli della mafia. Però lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla, non ha fatto nulla per creare un’amministrazione della giustizia efficiente nel senso soprattutto civile, a cui il cittadino si potesse rivolgere quando doveva risolvere i suoi problemi. Noi sappiamo il grande sfascio della giustizia soprattutto civile in Italia. Non è possibile fare una causa e concluderla in tempi minori di dieci anni, o dodici anni. Non ha fatto nulla per dare alle pubbliche amministrazioni, soprattutto a quelle locali, mi riferisco al Meridione, ma ci sono grossi problemi del genere anche in tutte le altre parti d’Italia, un’immagine credibile. Il presidente della Regione siciliana poche settimane fa ha dichiarato pesantemente che le USL, cioè le unità di sanità locale siciliane, subiscono e non resistono a enormi pressioni mafiose, decisive, ha detto addirittura nella formazione degli esecutivi, cioè sostanzialmente che anche nella sanità si sono inseriti pesantemente i boss mafiosi, perché alle USL oggi affluisce un’enorme quantità di denaro per quella che dovrebbe essere la tutela delle condizioni di salute di tutti i cittadini, denaro che si disperde in mille rivoli generando una sanità allo sfascio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La mancanza di credibilità dello Stato===&lt;br /&gt;
Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni, e comunque dovunque in Italia, un’immagine credibile? Si è fatto ben poco, non ci si è posti questo problema. Sino a quando questo problema non verrà risolto, ed è un problema che interessa tutti e non interessa soltanto i siciliani, ci ritroveremo la mafia sempre più forte, sempre più preparata di prima. Perché sarà nata per ragioni storiche che in questo momento sarebbe troppo lungo e complicato scandagliare, ma c’è e prospera su questo. Prospera sulla mancanza di credibilità delle istituzioni statali. Questa mancanza di credibilità probabilmente c’è dovunque, più o meno accentuata. In Sicilia è soprattutto accentuata come mancanza di credibilità degli enti locali, quelli che stanno più a immediato diretto contatto con il cittadino. Con enti locali mi riferisco al sindaco, mi riferisco ai prefetti, cioè più che ai prefetti, al sindaco, mi riferisco all’ente sanitario locale, ai vari enti, alle varie aziende che agiscono in sede locale, che sono quelle che il cittadino vede, con cui interagisce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è, questa mancanza di credibilità, in realtà c’è in gran parte anche nel resto d’Italia, e siccome la mafia, forte oggi della potenza economica enorme che ha per il traffico di sostanze stupefacenti, tende a operare in gran parte delle regioni italiane, ecco perché questo diventa un problema di tutti, e diventa un problema di tutti non gridando che il giudice deve arrestare più persone o la polizia deve presidiare più strade… perché la vera risoluzione sta nell’invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci possiamo identificare di più in queste istituzioni. Mi riferisco al mio inizio circa la cultura della legalità, perché solo questa è la via che col passare degli anni, visto che non si tratta di un fenomeno di facile o immediata risoluzione, ci porterà un giorno ad avere sì della criminalità (perché la criminalità si può contenere ma non far scomparire del tutto, è un dato storico ormai accertato), ma ci porterà a non avere più questa pericolosissima forma di criminalità in cui il pericolo, la cui caratteristica principale è proprio questa: nel confondersi e nello stravolgere il senso vero delle istituzioni statuali. Grazie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le domande degli studenti==&lt;br /&gt;
===Mafia e carcere===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il carcere diventa l’università del crimine, come mai questa cosa non viene fermata?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto bisogna fare un po’ di chiarezza, perché sì, è vero che per il carcere, come dice la Costituzione: «La pena deve tendere alla riabilitazione del condannato», però prima dobbiamo metterci d’accordo su cos’è la pena.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto, la pena serve soprattutto prima di essere applicata, non dopo. Quando viene applicata vuol dire che quella sanzione, o quella minaccia di cui ho parlato poco fa, ha fallito il suo scopo. Se la pena dell’ergastolo viene comminata a chi commette un omicidio, ha un senso nel momento in cui viene minacciata. Perché si spera che con quella minaccia l’omicidio non venga commesso. Nel momento in cui l’omicidio viene commesso lo stesso, la pena, sotto il profilo della prevenzione, che è quello più importante, si è rivelata inutile. E tuttavia deve essere applicata, perché altrimenti, in altre occasioni, evidentemente, se non venisse applicata è fallita come minaccia e non viene applicata più. Eh, no, bisogna applicarla perché una volta che è stata minacciata è una conseguenza necessaria l’applicazione della pena, ed è soprattutto perché altrimenti, sicuramente, nelle altre occasioni non funzionerà. Almeno si sa che, in quel momento non ha funzionato come minaccia però viene applicata e quindi si spera che la prossima volta, anche con riferimento ad altri, funzioni veramente. Questa è la vera funzione della pena. La pena ha una funzione soprattutto nel momento in cui viene minacciata, non nel momento in cui viene applicata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La nostra Costituzione, tuttavia, ha imposto al legislatore di far sì che una volta che questa pena venga applicata, perché deve essere applicata, questa pena abbia questo carattere rieducativo, evidentemente un carattere rieducativo lo dovrebbe avere già di per sé la pena, comunque venga applicata, perché è chiaro che quella persona, avendo subito una pena, dovrebbe avere ulteriori remore a compiere un atto grave. Di fatto, però, avviene, soprattutto con riferimento a coloro che delinquono per la prima volta, che il contatto che il carcere provoca, naturalmente, con altri che hanno commesso dei delitti, faccia sì che si affinino, anzi, le capacità di delinquere di questa persona.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qual è la ragione? La ragione è che l’amministrazione carceraria in Italia è tenuta in una situazione assolutamente precaria. Nel senso che lo Stato spende, per la giustizia, e quindi anche per l’amministrazione carceraria che rientra nell’amministrazione della giustizia, appena lo 0,8 o 0,6% del bilancio statale. Cioè, dedica ben poco, dedica molto meno di quanto non dedichi ad altre attività, cioè, una percentuale infinitesimale del bilancio. Lo Stato italiano non si è mai preso veramente carico dei problemi della giustizia. Il nostro, rispetto a quello di altri Paesi, è uno dei bilanci più miserevoli, con riferimento ai problemi della giustizia. Non voglio scandagliare le ragioni, dico però che è così.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È chiaro che quando si può spendere così poco le carceri debbono stare in queste condizioni precarie di affollamento e di poca possibilità, lì dentro, di fare scuola o di fare attività sportive, o di fare cultura, o di fare opera di rieducazione, di riabilitazione. È chiaro che le carceri diventano soltanto un posto dove si è privati della libertà e per di più si sta insieme ad altri delinquenti, e quindi non ci si redime affatto, ma si diventa più delinquenti. Ma non, sicuramente, per mal volontà dei direttori delle carceri o dei responsabili della sorveglianza. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando io vado a interrogare i detenuti nel carcere di Marsala debbo chiedere 4 sedie, siccome normalmente quando si interroga un detenuto si è almeno in 4 persone: ci vuole un giudice, un segretario, l’avvocato che difende l’imputato e l’imputato. Se ci vogliono 4 persone mi sembra che ci vogliano pure 4 sedie. Al carcere di Marsala, che è sede di tribunale, non ci sono 4 sedie disponibili. E la sedia va, deve essere presa in prestito, qualche sgabello in una cella di qualche detenuto. Il detenuto deve venire nella zona dell’interrogatorio con lo sgabello sotto al braccio. Questa storia dura da 3 anni, e tu mi parli di rieducazione dei carcerati? Ma bisognerebbe cominciare a rieducare gli sgabellieri… per potere fare almeno gli interrogatori in modo decente. Questa è la situazione. È una poca, anzi nulla attenzione dello Stato a questi problemi. Una poca o quasi nulla destinazione di risorse finanziarie a questi problemi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La legge Rognoni-La Torre===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Qual è stata l’importanza della legge Rognoni-La Torre?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
La legge Rognoni-La Torre fu emanata in un momento […] firmata con grosso ritardo rispetto al momento in cui bisognava emanare una legge del genere, ma è stata emanata in un momento di particolare emozione, nascente appunto da tutto quello che stava avvenendo a Palermo e dai delitti cosiddetti «eccellenti», tra i quali proprio quello di La Torre, perché la legge Rognoni-La Torre fu approvata dopo l’uccisione di colui che l’aveva proposta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa legge, evidentemente, risentì parecchio della fretta con la quale fu discussa e approvata dal Parlamento, e si manifestarono tutta una serie di difficoltà operative che finirono, questa legge, per renderla addirittura invisa, del tutto o in parte, anche a coloro che non avevano nulla a che fare con le organizzazioni mafiose. Per esempio, il caso delle certificazioni antimafia: che erano intese a regolare in modi così burocratici ogni impresa che doveva accedere a una commessa pubblica, da costringerla a presentare tutta una serie di documentazioni che hanno rallentato enormemente la possibilità di operare contrattando con lo Stato di imprese che nulla avevano a che fare con le organizzazioni mafiose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono state le modifiche delle misure al soggiorno obbligato, ci sono state le modifiche alla diffida, ci sono state modifiche o sono allo studio tuttora modifiche che riguardano, per esempio, la gestione dei patrimoni sequestrati. Perché è giusto che il patrimonio accumulato illecitamente sia sequestrato, ma questi patrimoni non è che siano soltanto brillanti, gioielli o beni i quali hanno un valore di per sé, si mettono in un cassetto e si possono tenere nella cassaforte. Spesso questi patrimoni si portano dietro coloro che ci lavorano. Per esempio, il sequestro di un’azienda comporta, o potrebbe comportare, la perdita di centinaia o decine di posti di lavoro. Perché la legge Rognoni-La Torre regolava il sequestro, e quindi addirittura la gestione dei beni sequestrati, secondo i criteri che si rifacevano grossomodo alla legge fallimentare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cioè, per esempio, il sequestrante o il curatore, il custode di questi beni (perché una volta sequestrati questi beni devono essere custoditi da qualcuno sin dal momento del sequestro, credo che venisse pagato 100 lire al giorno o qualcosa del genere), non aveva nessun interesse a continuare a far funzionare questa azienda. Quindi questi patrimoni, anche se sono state sequestrate delle cifre di miliardi – io non so molto, non ho molta familiarità con le cifre –, probabilmente non valgono nulla, perché la maggior parte delle imprese sequestrate sono imprese che a un certo punto si sono dovute chiudere, non sono andate avanti. Si sono persi dei posti di lavoro, si è persa ricchezza, si è persa la possibilità di far lavorare… ecco, le modifiche, sia in parte affrontate sia in parte in studio della legge Rognoni-La Torre, riguardano questo aspetto che nella legge era stato trascurato per l’emotività o per la fretta con cui venne approvata. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E poi, mi sembra di aver accennato, sono state già introdotte notevoli modifiche alle misure personali della diffida e del soggiorno obbligato che venivano contestate, venivano usate soprattutto in modo distorto, e hanno provocato delle reazioni, non sempre ingiustificate, sia nei criminali che si vedevano così talvolta eccessivamente penalizzati, con una misura che li metteva lontano dal luogo d’origine, soprattutto dalle loro famiglie, sia nelle popolazioni che dovevano sopportare questi soggiornanti considerati portatori di una pericolosa carica criminale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sul pool antimafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Perché tante polemiche sul [[pool antimafia]]?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa polemica riguardante il pool antimafia non l’ho iniziata io, che non faccio più parte da tempo del pool antimafia, non faccio parte del pool antimafia dall’agosto del 1986. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho continuato a lavorare con questi colleghi, mi sono fatto carico di questi problemi quando ho avuto la sensazione che stava succedendo qualcosa che, dal mio punto di vista ovviamente, non potevo apprezzare. Ho rilasciato dapprima una dichiarazione a un convegno e quindi un’intervista ai giornali «[[Lo Stato si è arreso: del pool antimafia sono rimaste macerie|Repubblica]]» e «[[Borsellino: &amp;quot;Vogliono smantellare il pool antimafia&amp;quot;|l’Unità]]», ho detto che era in atto una smobilitazione del pool antimafia di Palermo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non che il pool antimafia sia la bacchetta magica per risolvere il problema della mafia, stiamo attenti. Non lo è, la bacchetta magica, ma era l’unico organo che facesse effettive investigazioni, e che le facesse con un metodo che aveva portato a notevoli risultati. Io lanciai un allarme dicendo: «Badate, poiché oggi non è che il pool antimafia risolve il problema della mafia, ma è l’unico che fa effettive investigazioni con metodi ormai affinati, non mettetelo nelle condizioni di non dover lavorare più». Vi fu, come tu sai, un’ampia polemica sui giornali per tutto il mese di agosto 1988, si risolse la vicenda a metà di settembre, con una decisione del CSM che riconosceva la validità di questo pool antimafia, che raccomandava di farlo lavorare così come aveva lavorato prima. Da quel momento sono successe altre cose. Sembra che ci siano ulteriori difficoltà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io non so, perché purtroppo non ho letto questo articolo, se il prof. Guidotto afferma qui chiaramente che questo sgambetto che sarebbe stato fatto al pool o a [[Giovanni Falcone|Falcone]] sia stato uno sgambetto intenzionale. Siccome sono magistrato e debbo parlare sempre con riferimento a prove, debbo dire che in realtà si è verificata una notevole difficoltà di funzionamento, e si continua a verificare una notevole difficoltà di funzionamento di questo pool antimafia. Non ho prove che vi sia un’intenzione o un disegno determinato per non farlo funzionare. C’è qualcuno che autorevolmente lo afferma.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sui reati di mafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Nel giudicare un reato commesso dalla delinquenza ordinaria o in un reato di mafia il giudice segue metodi diversi?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il giudice non può, ovviamente, seguire metodi diversi nel giudicare un reato di mafia, o nel giudicare un reato commesso di giustizia ordinaria. Sono diversi, tuttavia, i metodi d’indagine. Sono diversi perché normalmente un reato commesso dalla delinquenza ordinaria è un reato che il giudice… è un reato che si è già esaurito nel tempo e il giudice deve, avvalendosi della polizia e delle tecniche investigative, ricostruire e poi ritenere quale sia, nel momento giudicante, la sanzione giusta da applicare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il reato di mafia, e soprattutto il reato di associazione mafiosa, è un reato che mentre il giudice sta indagando su di esso, e addirittura mentre il giudice sta giudicando, è un reato che si sta ancora compiendo. Non è un fatto storico esauritosi nel tempo, è qualcosa che ancora continua a produrre i suoi danni a causa del perdurare dell’operatività mentre il giudice sta giudicando. È chiaro che, mentre il giudizio deve sottostare sempre e soltanto alla legge, e quindi i criteri di giudizio sono identici, sono invece estremamente diversi i momenti di approccio investigativo a queste realtà completamente diverse quali sono i reati commessi dalla delinquenza ordinaria e i reati commessi dalla delinquenza mafiosa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, tieni presente che, normalmente, una delle forze su cui si basa la delinquenza mafiosa, o l’organizzazione mafiosa, è quella che noi definiamo, e che viene comunemente definita «omertà». Cioè vi è una legge fondamentale dell’organizzazione mafiosa che è quella del silenzio. Silenzio, cioè tanto per cominciare si comincia sempre a negare, e non si ammette mai non solo di far parte dell’organizzazione mafiosa ma non si ammette mai l’esistenza di questa organizzazione mafiosa, è una regola non scritta di Cosa Nostra, che noi abbiamo appreso con le dichiarazioni dei pentiti, secondo cui il mafioso giura, per la vita, di non ammettere mai che esista Cosa Nostra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa omertà è un’omertà che è diventata un dato addirittura sub-culturale di tutte le larghe fasce della popolazione. Conseguentemente, le possibilità di apprendere da testi che è stato commesso questo o quel delitto di stampo mafioso sono minime. Ed essendo minime, il giudice deve ricorrere ad altri tipi di accertamento, e il giudice deve ricorrere a soppesare, a valorizzare al massimo quelle ombre che riesce a captare in questo mondo criminale che addirittura nega del tutto l’esistenza di se stesso, e che quindi non offre grossi approcci probatori al giudice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ecco perché si giudica, è chiaro, nello stesso modo se un delitto è mafioso o non è mafioso, ma le investigazioni, le tecniche di investigazione e di approccio a questi delitti cambiano enormemente e occorrono grosse specializzazioni quando ci si approccia a un delitto di un genere o ci si approccia a un delitto di un altro genere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sulla legalizzazione delle droghe===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;La legalizzazione degli stupefacenti può diventare uno strumento per combattere le mafie?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
No, la legalizzazione degli stupefacenti non può rappresentare uno strumento per combattere la mafia, intanto perché, come mi sembra di aver chiarito, non bisogna stabilire un’equazione assoluta tra mafia e traffico di sostanze stupefacenti. La mafia esisteva ancor prima del traffico di sostanze stupefacenti e probabilmente, se per miracolo divino questo traffico scomparirà, la mafia continuerà a esistere ancora dopo. Perché l’essenza della mafia non è il traffico di sostanze stupefacenti. Pensate che i primi trafficanti di stupefacenti in Italia non furono i mafiosi. Furono i contrabbandieri di tabacchi esteri. Perché, avendo dei canali per importare i tabacchi, li utilizzarono per importare qualcosa che rendeva molto di più, ma prendeva molto meno spazio. Una nave poteva portare centinaia di casse di tabacchi lavorati esteri, portava facilmente un pacchetto di droga che valeva tanti miliardi in più di tutti quei tabacchi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi, in un secondo tempo, la mafia, accortasi dell’importanza del business, cooptò, dentro di sé, questi contrabbandieri. I vari Michele Zaza, Nunzio Lamartina, Spadaro, citato dal professor Guidotto, non nascono come mafiosi, nascono come contrabbandieri di sigarette. Diventano mafiosi in un secondo momento, quando la mafia li coopta, addirittura forse li costringe, a entrare nell’organizzazione mafiosa per impossessarsi di questo traffico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oggi è vero che il business più importante della mafia è il traffico di sostanze stupefacenti, e qualcuno ha sostenuto: be’, se noi eliminiamo il traffico clandestino e legalizziamo il consumo di droga, abbiamo contemporaneamente levato dalle mani della mafia la possibilità di locupletare tutti questi guadagni illeciti ed essere così potente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tuttavia, forse non si riflette che una legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino. Anzi, avviene che le categorie più deboli, meno protette, saranno le prime a essere investite dal mercato clandestino. Perché qualsiasi forma di legalizzazione io non riesco, per esempio, a immaginarla, la legalizzazione che consenta al minore di entrare in farmacia e andarsi a comprare la sua dose di eroina. Perché una legalizzazione del genere, tra l’altro, in Italia, alla luce dei nostri principi costituzionali, non è possibile. È chiaro quindi che ci sarebbe questa fascia dei minori che sarebbe immediatamente investita dal residuo traffico clandestino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Resisterebbe poi un ulteriore traffico clandestino, che è quello delle droghe micidiali, sulle quali lo Stato, per la stessa ragione, non potrebbe mai liberalizzare. C’è questa nuova droga che si va diffondendo in America che è… rischia di uccidere anche alla prima assunzione, che si chiama crack, è chiaro che lo Stato, come non può liberalizzare il consumo di stricnina, non potrà legalizzare il commercio del crack. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E quindi si incrementeranno queste droghe proibite. E poi ci sarà un’ulteriore parte del mercato clandestino dovuto a tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno ricorrere al mercato ufficiale. Per non essere schedati, per non essere individuati, per ragioni sociali, e quindi resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe estremamente più pericoloso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi le categorie più deboli e più da proteggere. E verrebbe alimentato inoltre dalle droghe più micidiali, ovvero quelle che non potrebbero essere vendute in farmacie, non foss’altro perché i farmacisti, a buon diritto, si rifiuterebbero di venderle.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia quello di pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si taglierebbero queste unghie dall’artiglio della mafia. Inoltre, come vi ho detto, ammesso che, per assurda ipotesi, questa liberalizzazione, che già produrrebbe danni enormi di altro genere, potesse levare dalle mani, dalle unghie della mafia, siccome la mafia non è, e non è soltanto, il traffico di sostanze stupefacenti, riconvertirebbe immediatamente la sua attività, e pesantemente, ad altri settori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prova ne sia che in realtà, oggi, noi stiamo vivendo un momento in cui non che sia diminuito il traffico di sostanze stupefacenti, ma ne sono diminuiti i proventi provenienti dal traffico. Perché oggi la mafia, che prima raffinava e poi vendeva, non raffina più. Non foss’altro perché i Paesi dell’Estremo Oriente hanno imparato perfettamente a raffinare e oggi l’eroina viene importata già raffinata e perfettamente raffinata da altri Paesi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da quel punto la mafia ci ha perso un grosso guadagno. Perché prima per ogni lira di morfina di base raffinata si ricavavano 100 lire di eroina […]. Oggi invece l’eroina magari si comprerà a 50 e si venderà a 100. Come vedete i guadagni sono estremamente diminuiti, e che cosa è avvenuto? È avvenuto che la mafia ha perso di potenza? Quando mai. Si è riversata pesantemente nel campo degli appalti, nel campo dell’edilizia. I morti. Quella teoria spaventosa di morti che è avvenuta quest’anno a Gela, Sicilia, città di 100.000 abitanti completamente in preda alle organizzazioni mafiose, anche sotto al profilo dell’ordine pubblico, non sono avvenuti per fatti di droga, sono avvenuti proprio perché lì la mafia si sta organizzando a spartirsi 1873 miliardi che arriveranno per sovvenzioni pubbliche e da parte di uno Stato così poco credibile; lo sapevano ormai tutti che se le divideranno le organizzazioni mafiose.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sul perché è nato il Pool antimafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Lei ha fatto parte del pool antimafia che è un organo formato da più giudici per risolvere l’omertà. Perché uno Stato che ci vuole garantire la giustizia vuole abolire quest’ordine?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma non è che lo Stato voglia abolire il pool antimafia. Intanto, lo Stato il pool antimafia non lo ha mai previsto. Perché il pool antimafia è nato nella completa assenza di previsione di un organo del genere. Il giudice istruttore, nella definizione legislativa, che peraltro risale all’epoca addirittura antecedente alla guerra, è addirittura un giudice che si chiama «monocratico», cioè che indaga e decide da solo. Quando ci si accorse, a Palermo, io coi miei colleghi […] che le dimensioni delle indagini erano tali, c’era un processo che pigliava tutta ’sta stanza, le pareti di tutta ’sta stanza, si trattava di qualcosa come… ora penso, che si sia abbondantemente superato il milione e mezzo di carte processuali, cioè quando ci si è accorti che una persona, da sola, non poteva dominare tutta questa materia processuale, perché [gli episodi] erano enormi, tantissimi, pensa che la sentenza istruttoria che ha concluso questo processo è formata da ben 8700 e rotti pagine, che per scriverne, una sola persona, evidentemente, già soltanto a copiarla da qualche altra parte deve essere stata una fatica immane.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allora abbiamo sperimentato un sistema di lavorare assieme, e abbiamo sperimentato un sistema… è stata una sperimentazione estremamente difficile perché non prevista dalla legge. E comunque doveva essere fatto senza andare contro la legge. Cioè il giudice doveva restare un giudice monocratico, ma doveva avere la possibilità di lavorare assieme agli altri. Ed è stato qualcosa che non è che si è creato dall’oggi al domani. Ci sono voluti ben tre anni di tentativi e di sperimentazioni per riuscire a creare qualcosa che funzionasse come quello che oggi si chiama il pool antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una legge per regolarizzarla non è stata mai fatta. A seguito di questa polemica di quest’estate, il CSM ha auspicato che venisse fatta una legge che regolasse l’attività del pool antimafia. Il ministro Vassalli, in un’intervista che rilasciò subito dopo la prima delle decisioni del CSM, ha detto che contava di intervenire con una legge che regolasse l’attività del pool antimafia. In realtà, questa legge, sino a questo momento, non è stata fatta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Probabilmente una ragione, che non deve essere andata a ricercare in qualche disegno di non far lavorare il pool antimafia, c’è. Noi andiamo incontro a un profondo rivolgimento del nostro processo penale. A fine anno entrerà in vigore il nuovo codice di procedura penale che cambia totalmente quelli che sono i principi a cui si ispira il processo attuale, che era diventato per tanti versi ormai non gestibile. Probabilmente, questo nuovo codice di procedura penale prevede già qualcosa con riferimento al lavoro di pool, anche se lo prevede con riferimento alla collaborazione tra giudici che appartengono a diverse sedi giudiziarie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
So che è in preparazione un’aggiunta a questo nuovo codice che ancora deve entrare in vigore, che riguarda la collaborazione tra i giudici che fanno parte dello stesso ufficio, come nel pool di Palermo. Soltanto che questi giudici sostanzialmente saranno aboliti. Oltre alle indagini… col nuovo codice le indagini passeranno dall’istruttore al PM, non voglio entrare in tanti particolari che potrebbero essere non comprensibili a dei non tecnici. Però, è estremamente difficile fare una legge che riguardi, oggi, che riguardi i pool. Quindi, vi sono delle obiettive difficoltà. Purtroppo, in attesa di una regolamentazione legislativa, sembra che a Palermo le difficoltà di funzionamento del pool, che io denunciai a luglio, in parte continuino tuttora.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mafia e politica===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Cosa fa pensare che il potere politico sia in collaborazione con la mafia?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è che ci siano indizi che facciano pensare che il potere politico collabori con la mafia nel senso che noi giudici attribuiamo alla collaborazione, nel reato. Perché se questi indizi ci fossero è chiaro che ci sarebbe un numero estremamente alto di politici incriminati. In realtà, di caso almeno rilevante ce n’è stato uno soltanto. Ed è quello che riguarda l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Cioè lì non soltanto è stato accertato, non soltanto è stato chiesto rinvio a giudizio per questa questione, non soltanto è stato accertato che questo signore era vicino, aveva delle cointeressenze con delle associazioni mafiose, ma che addirittura era organico alla stessa mafia. Inserito, e quindi aveva commesso il reato di associazione mafiosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle nostre inchieste, mi riferisco alle inchieste giudiziarie; perché i sociologi, i politici eccetera, traggono questi indizi non di realtà bensì indizi di certe situazioni sociopolitiche da una serie di altri elementi che però non riguardano il magistrato o la magistratura. Io mi riferisco agli indizi e penso che tu avessi chiesto gli indizi, quelli che il codice chiama tali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora, io ti dico, sono emersi dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del maxiprocesso vennero chiamati «contiguità». Cioè, delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta. La stessa strada si può fare perché in quel momento, almeno dal punto di vista strettamente giuridico, si trova conveniente fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito, dal punto di vista giudiziario, di formulare imputazioni su politici. Però stiamo attenti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza, nel provvedimento del giudice e poi, successivamente, nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Vi sono, oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici. Cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae, o dovrebbe trarre, il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari. Un burocrate, un alto burocrate, per esempio dell’amministrazione, che ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente un reato, perché ne manca qualche elemento, ma potrebbe essere sottoposto a provvedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: «Quel politico era vicino a un mafioso», «Quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti all’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto». Eh, no. Questo discorso non va. Perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire: «Be’, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giudiziaria che mi consente di dire: “Quest’uomo è mafioso”». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri ordini, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, dovrebbero trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato ma rendono comunque un politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questi giudizi non sono stati tratti. Perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si è detto: «Ah, questo tizio non è stato mai condannato, quindi è un uomo onesto». Ma dimmi un poco. Ma tu non la conosci gente che è disonesta ma non ci sono mai state le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, a fare grossa pulizia? Non soltanto a essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituiscono reato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sui pentiti===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Fino a che punto possono essere utili i pentiti?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
Mah, i pentiti sono sempre utilissimi alla giustizia, perché in materia di organizzazione mafiosa hanno permesso qualche cosa che prima era ritenuto assolutamente impossibile, cioè di guardare dal di dentro questa organizzazione che era difficile anche guardare dal di fuori. I boss erano stati sempre circondati da un muro di omertà tale che era difficile raccogliere testimonianze sulle organizzazioni mafiose o sulle loro attività. A Palermo era naturale, anche nel periodo in cui c’erano duecento omicidi in un anno, era naturale che non vi fosse neanche una persona che aveva sentito gli spari, figurati se qualcuno poteva andare a chiedere se c’era un’organizzazione mafiosa che aveva organizzato quell’omicidio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La mafia aveva un punto di forza in questa omertà, nel senso che uno dei complici di un delitto non temeva mai che l’altro complice lo andasse a denunciare, andasse mai un domani a raccontarlo. E questo era un momento di forza e di coesione fortissima per la mafia. Quando si cominciò a manifestare il fenomeno del «pentitismo», in un certo qual senso questa sicurezza finì. Cioè, c’era il pericolo che il mio complice di oggi domani diventasse pentito. Quindi la fiducia reciproca tra le organizzazioni e appartenenti alle organizzazioni mafiose continua a incrinarsi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Probabilmente però è stato fatto un uso scriteriato dei pentiti, e mi riferisco soprattutto ad alcuni clamorosi processi avvenuti non però in Sicilia. È avvenuto che i pentiti sono stati considerati un po’ come la scorciatoia nell’acquisizione delle prove. Cioè a un certo punto, quando il pentito raccontava qualche cosa, alcuni giudici e alcuni poliziotti hanno creduto che il loro lavoro fosse finito. Bastava registrare quello che aveva detto il pentito e la prova era raggiunta. Con scarsi accertamenti, con scarsi riscontri, talvolta senza neanche cercare i riscontri. Tutto questo ha provocato una reazione di rigetto da parte di buona parte dell’opinione pubblica, e una forma di screditamento nei confronti di tutti i pentiti, anche quelli che in fallo non erano stati mai colti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutti sappiamo il danno che è avvenuto con il cosiddetto processo Tortora. Ora io non entro nel merito, se il pentito aveva torto o ragione, ma sembra, e sembra accertato dalla Cassazione, che lì le dichiarazioni di questi pentiti che accusavano, non soltanto Tortora ma altri 800 camorristi, non erano state, così come dovevano essere, opportunamente approfondite e vagliate. Il pentito non deve essere una scorciatoia. Il pentito deve dare la chiave di lettura di certe cose, deve dare l’indirizzo e poi il giudice deve andarsi a cercare, a riscontrare quelli che sono appunto i riscontri obiettivi alla dichiarazione dei pentiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se questo non fa, è pericoloso. Perché quando per esempio è avvenuto a Napoli che ci furono 800 arrestati della camorra e poi sostanzialmente sono stati tutti assolti, si è dato a questi la medaglia di essere quelli […] agli onesti si è data questa impressione, all’opinione pubblica, di gettare, con pochi elementi, degli onesti in galera. Ai disonesti, che l’hanno fatta comunque franca, assieme agli onesti, perché l’assoluzione generale ha finito per fare piazza pulita di tutti, il processo ha fatto il regalo di una medaglia: di essere quelli che erano riusciti a fare fessi i giudici, il che ha provocato evidentemente un loro maggiore peso all’interno dell’organizzazione criminale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sullo Stato===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Si sente protetto dallo Stato? Ha fiducia nello Stato stesso?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
La risposta merita una precisazione. Spesso, una domanda del genere viene fatta per chiedere se sono scortato. Non so se tu ti volevi riferire a questo, perché questo ha poca importanza, onestamente. Anche perché, personalmente, per quanto io ritenga che nonostante queste scorte più o meno per otto anni di fila abbia dovuto sopportarle, io non ci credo granché, sull’effettiva possibilità di… lasciamo questo argomento che poi attiene a considerazioni personali dovute a tante situazioni una diversa dall’altra. Io non mi sento protetto dallo Stato perché quando (come dicevo poco fa) la lotta alla criminalità mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla magistratura e alle forze dell’ordine, perché si ritiene che sia un fatto esclusivamente di natura giudiziaria, mentre un fatto di natura esclusivamente giudiziaria non è, allora una situazione di pericolo si crea. Come dicevo prima, se non si incide sulle cause a monte, sulle cause di questo particolare fenomeno criminale, ce lo troveremo sempre davanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dico, questa delega lasciata soprattutto a magistratura e forze dell’ordine, cosa ha provocato? Ha provocato una sovraesposizione di magistratura e forze dell’ordine. Cioè, nella mentalità del criminale è chiaro che, eliminato il magistrato che si occupa di mafia o il poliziotto che si occupa di mafia, ha eliminato l’unico nemico che aveva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E naturalmente in questo il magistrato e l’appartenente alle forze dell’ordine si trovano estremamente sovraesposti e poco protetti. E non sono chiacchiere, perché se noi facciamo il conto di quanti magistrati e quanti poliziotti sono stati uccisi dall’80, ma anche prima, incominciamo nel 1970 con il primo delitto eccellente, il numero diventa incredibile. E vi assicuro che, personalmente, non saprei se fossero miei più che amici o collaboratori, più che collaboratori o erano quasi tutti miei amici, questi che sono stati uccisi, oggi diventa estremamente difficile per me ricordarmeli tutti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È chiaro, non erano protetti loro e non è protetto nessuno che si occupa di queste organizzazioni mafiose. Poi la situazione è diventata ancora estremamente più grave con l’ultimo omicidio di un magistrato che è avvenuto in Sicilia, il giudice Saetta. Perché per la prima volta è stato ucciso un giudice che non è di quelli che fanno le indagini sulla mafia, ma di quelli che appartenevano al dibattimento, cioè che dovevano giudicare le indagini fatte dagli altri. E questo ha portato un allarme generalizzato, perché non si è sentito più sicuro nessuno. È stata una forma di intimidazione che riguardava non soltanto i giudici che si occupano di mafia, ma anche quelli che un giorno potrebbero essere chiamati a far parte di un dibattimento che deve giudicare, che sono moltissimi, che deve giudicare un fatto di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa sovraesposizione è sicuramente intollerabile. Perché c’è chi reagisce, che nonostante questa sovraesposizione debba continuare a operare come operava prima. Ma c’è, ovviamente, chi può trovare estreme remore nel proprio lavoro, da una situazione o sensazione di pericolo in cui si può trovare. Nonostante, debba dire, che almeno in Sicilia, ma credo che sia così anche in tutte le altre parti d’Italia, non è mai avvenuto che per l’uccisione di un giudice o di un poliziotto si siano fermate o si siano bloccate le indagini, perché se n’è trovato sempre un altro che prendeva il loro posto. Ciononostante, proviamo a immaginarci cosa sarebbero oggi, come sarebbe l’efficienza delle forze di polizia e della magistratura in Sicilia se fossero ancora in vita il procuratore Gaetano Costa, proviamo a immaginarci cosa ha significato azzerare questa massa enorme di esperienze, di capacità investigative, di volontà, di lavoro e di incisione sul problema. Se noi proviamo a immaginare questo dobbiamo trarre, purtroppo, la negativa conseguenza che la mafia in questi casi ha colto ben nel segno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le indagini antimafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Quali sono le difficoltà del pool antimafia nella raccolta delle prove?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mah, intanto lo stesso numero e la stessa complessità dei fenomeni criminali. Si pensa che il processo… il primo [[maxiprocesso di Palermo]] riguardava ben 125 omicidi e 800 imputati. Già l’enorme massa di lavoro, oltre a un numero infinito di reati minori che arrivavano a 470-480. Cioè, bisognava indagare, prendere le decisioni, inserirle in un sistema sclerotico con un numero tanto enorme che già era estremamente difficile dedicare il tempo occorrente, un minimo tempo occorrente di studio delle carte processuali a ognuno di essi. Questa è stata un’estrema difficoltà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è stata un’estrema difficoltà di mezzi. Quando venne fatto un mandato di cattura contro 325 persone subito dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, presso un ufficio del pool antimafia non esisteva neanche una fotocopiatrice. Fu montata, mi ricordo, quella notte perché si dovesse fare il mandato di cattura con dieci giorni di anticipo perché vi era stata una fuga di notizie, un settimanale minacciava di uscire l’indomani con uno scoop con tutte le dichiarazioni di Buscetta. Allora l’abbiamo bruciato sul tempo e quello che dovevamo fare in dieci giorni lo abbiamo fatto in una notte.&lt;br /&gt;
Tutta una serie di difficoltà operative, eccetera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi ci sono le difficoltà che in seguito ci fecero lo sgambetto. Cioè, all’inizio posso dire ci fu una certa… coloro che cominciarono a interessarsi di questi problemi non è che raccolsero una grande solidarietà all’interno del Palazzo di Giustizia, perché si riteneva che fossero dei fanatici o delle persone che si dovevano interessare di una cosa che «tanto andrà sempre così, è inutile che ci mettete mano». Poi, questa indifferenza… si parla del procuratore generale che avrebbe chiamato il giudice Chinnici e gli avrebbe detto: «Guarda, riempi il collega Falcone di piccoli processi di rapina così finisce di rompere le scatole e di occuparsi di problemi di mafia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È scritto nel diario [di Chinnici] che non so chi ce l’abbia… quindi nonostante queste grandi difficoltà di incomprensione nello stesso Palazzo… che poi a un certo punto cessarono, però poi probabilmente sono riemerse, per una certa forma di stanchezza, perché il potenziamento degli uffici del pool non è che sia stato fatto perché a un certo punto sono calati dal cielo tutti i segretari che servivano, tutte le macchine da scrivere che servivano, tutte le fotocopiatrici, i telefoni eccetera. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma perché sono state tolte ad altri settori della giustizia, i quali si sono lamentati perché potevano funzionare poco. Ecco. È tutto… il pool riuscì a ritagliarsi, per un certo tempo, a operare per tutto uno spazio di attività e di possibilità operative, ma non creando nuove strutture, utilizzando e cercando di succhiare residui o vecchie rimanenze di strutture vicine, ponendo tuttavia in crisi quelle strutture vicine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Palermo c’è stato un periodo in cui non si riusciva a trovare giudici o segretari che si occupassero delle vicende civili. Perché tutte le energie erano dirottate verso il penale. Questo provocò a un certo punto una forma di stanchezza da parte dell’apparato giudiziario che forse sta alla base delle ultime difficoltà del pool. C’è stata una reazione, hanno detto: «Forse qualcuno ha pensato bene di giocare, ma il gioco è finito».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mafia e terrorismo===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Si può parlare di legami tra mafia e terrorismo?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi è un procedimento a Firenze che riguarda un attentato a un treno, non ricordo precisamente, in cui ci sarebbero elementi della camorra, elementi del terrorismo ed elementi mafiosi. Però io non conosco questo processo. Vi è stato un episodio narrato da Buscetta, e sotto certi aspetti confermato da Liggio, relativo a certi aiuti che cercò il principe Borghese nelle organizzazioni mafiose per ideare quel golpe che sarebbe dovuto avvenire intorno al ’70 mi sembra. Vi è stato qualche contatto, a giudicare da taluni atti processuali che noi abbiamo raccolti tra la mafia e il terrorismo nero in occasione del delitto Mattarella, ma ancora non vi è nulla di chiaro o di accertato. Vi è stata un’assenza totale di delitti di terrorismo sia nero che bianco che rosso, in Sicilia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È una regione che è rimasta pressoché assolutamente immune ai problemi del terrorismo che travagliarono il resto d’Italia dagli anni Settanta e che non sembrano del tutto ancora spenti. E questo lascerebbe pensare a una sorta quantomeno di accordo negativo, cioè «io qua e tu là» o qualcosa del genere. Ma compenetrazioni organiche tra mafia e terrorismo rosso, per esempio, non sono mai venute alla luce. Qualcosa, con riferimento al terrorismo nero, ma ancora tutta da accertare, e comunque solo, sembra, con riferimento a un delitto, l’omicidio Mattarella, che è un delitto mafioso ma che molti, a buona ragione, definiscono anche delitto politico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Paolo Borsellino]] [[Categoria:Archivio 1989]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Categoria:Archivio 1990</title>
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		<updated>2025-12-01T01:57:04Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Categoria:Archivio antimafia - Anni&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[Categoria:Archivio antimafia - Anni]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Intervento di Paolo Borsellino al Convegno &quot;Stato e criminalità organizzata: chi si arrende&quot;</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Intervento_di_Paolo_Borsellino_al_Convegno_%22Stato_e_criminalit%C3%A0_organizzata:_chi_si_arrende%22&amp;diff=10862"/>
		<updated>2025-12-01T01:56:30Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Quella che segue è la trascrizione dell&amp;#039;intervento di Paolo Borsellino al convegno «&amp;#039;&amp;#039;Stato e criminalità organizzata: chi si arrende&amp;#039;&amp;#039;», organizzato a Roma il 22 giugno 1990 dal gruppo parlamentare del Movimento Sociale Italiano della Camera dei deputati. Paolo Borsellino  ==Mafia e potere== Io ringrazio dell’invito il gruppo parlamentare del Movimento Sociale, e ricordo che sono anche presid...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;Quella che segue è la trascrizione dell&#039;intervento di [[Paolo Borsellino]] al convegno «&#039;&#039;Stato e criminalità organizzata: chi si arrende&#039;&#039;», organizzato a Roma il [[22 giugno]] [[1990]] dal gruppo parlamentare del Movimento Sociale Italiano della Camera dei deputati.&lt;br /&gt;
[[File:Paolo-borsellino.jpg|alt=Paolo Borsellino|miniatura|Paolo Borsellino]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Mafia e potere==&lt;br /&gt;
Io ringrazio dell’invito il gruppo parlamentare del Movimento Sociale, e ricordo che sono anche presidente della sezione di Palermo dell’Associazione Nazionale Magistrati, la quale ha da tempo sollecitato un ampio dibattito parlamentare sui problemi della giustizia, e mi sembra che l’ultima volta che questa esigenza fu prospettata al ministro della Giustizia e al presidente del Consiglio dei Ministri la risposta sembrò essere che la Camera era troppo intasata da altri lavori. E allora, anche se sotto il patrocinio di un gruppo parlamentare, può svolgersi un interessante dibattito del genere con intervento, oltre che dei parlamentari, di chi può dare un modesto contributo, come me, è un fatto comunque auspicabile. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un fatto comunque di cui ringraziare gli organizzatori di questo convegno, il cui titolo «Stato e criminalità organizzata: chi si arrende» comporta risposte estremamente semplici perché che non si sia arresa la criminalità lo vediamo ogni giorno su tutti i giornali, sia sotto il profilo dei gravi attentati all’ordine pubblico che avvengono sulle nostre strade meridionali soprattutto, e sia sotto il profilo dell’ordine istituzionale, perché delle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, soprattutto in Sicilia e Calabria, sono stati pieni i giornali, addirittura in occasione delle ultime elezioni amministrative. Ma erano state denunciate anche tempo fa addirittura dal presidente della Regione siciliana, il quale parlava di indebite pressioni per influenzare addirittura gli esecutivi delle USL e dell’ente locale comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Verrebbe ironicamente da dire che non si arrende neanche lo Stato, perché forse per arrendersi occorre prima aver seriamente tentato di combattere. E su questo, sebbene probabilmente non si possa affermare che non si sia mai combattuto, però dobbiamo dire qualcosa anche sui termini di questa «lotta», come diceva il collega Alibrandi. Io ho esperienze, e mi riferisco soltanto ai problemi della criminalità organizzata di tipo mafioso e simili (camorra, ’ndrangheta), che è quella di cui ho esperienza. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Diverso, per esempio, potrebbe essere il discorso in termini di criminalità terroristica nella quale, probabilmente, il potere si sentì attaccato e reagì, probabilmente, in modo molto migliore. Perché abbiamo tutti la sensazione, possiamo essere polemici quanto vogliamo, ma in materia di criminalità terroristica mi sembra che i discorsi siano più rosei. E quando mi riferisco al potere, tanto per intenderci, ho ritrovato un articolo dell’agosto ’88 dell’avvocato Trantino, che poco prima ho visto ma […] purtroppo si è allontanato […]. Questo articolo fu scritto in occasione di una polemica esplosa per una mia improvvida intervista del luglio ’88, e l’avvocato Trantino scriveva sul «Secolo d’Italia» del 7 agosto ’88: «E allora un imbroglione c’è, sta a Roma in un palazzo del centro e lo chiamano “potere”. Ma è solo un vecchio ipocrita, un cinico mercante, se ne frega dei siciliani onesti, dei figli e dei nipoti, le occasioni non mancano a promettere che il nemico non passerà. Un solo dubbio: chi è il nemico? Chi è loro amico?».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Orbene, che questo potere non abbia mai, non dico avuto serie intenzioni, ma non ha avuto probabilmente intenzioni profonde di combattere la criminalità mafiosa lo dicono le esperienze di quella prima Commissione antimafia che tanto opportunamente poco fa è stata richiamata dall’onorevole Franchi. Perché a leggersi quei volumi della prima Commissione antimafia che operò, credo, sino all’inizio degli anni Settanta, a leggersi quei volumi per chi ha avuto la pazienza di leggerli, ma è una lettura estremamente interessante, si trova tutto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando, nel 1984, Buscetta andò a raccontare ai giudici di Palermo l’esistenza di un’organizzazione verticistica che si chiamava mafia, composta da famiglie con determinate caratteristiche e riti, addirittura, quando Buscetta si fermò sulla soglia dei rapporti sulla mafia e il mondo politico, le indagini di quella Commissione antimafia invece non si fermarono. Perché quella è una serie di conoscenze che individuavano perfettamente quali erano le caratteristiche del fenomeno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che cosa avvenne? Mi sembra che sia stato detto che è restato tutto nei cassetti. Il potere non prese quelle iniziative che l’aver accertato l’esistenza di una situazione così pericolosa doveva comportare. E non solo non le prese, ma quelle stesse conoscenze, che erano state così tanto lodevolmente acquisite dalla prima Commissione antimafia, si dispersero totalmente. Si dispersero totalmente a livello di conoscenze comuni, di conoscenze culturali degli operatori del settore. Tant’è che quando sorse la stagione delle grandi indagini, del «pentitismo», sembravano conoscenze nuove. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma andateveli a leggere gli atti della prima Commissione antimafia. Cioè non furono utilizzati. Forse questo sforzo di conoscenza che fece il Parlamento e poi chi aveva il dovere, chi muoveva le leve politiche e statuali di allora, non utilizzò quelle conoscenze perché si intervenisse, e nel modo come si doveva intervenire. Poi accennerò brevemente.&lt;br /&gt;
E dopo ci fu un periodo di dieci lunghi anni di silenzio. Ma per immaginarvi di che silenzio si tratta, io vi posso soltanto citare quanto poco era sensibilizzata la stessa opinione pubblica a reagire a questo fenomeno impressionante che già la prima Commissione antimafia aveva evidenziato. Per dirvi di che silenzio si tratti e di come coinvolgeva addirittura gli operatori privilegiati del settore, cioè anche i magistrati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io vi cito la mia esperienza all’Ufficio Istruzione di Palermo iniziata nel 1975, finita poi nel 1986, ma io dal ’75 all’80, io in quell’Ufficio Istruzione nel centro principale della mafia, nella capitale della mafia (qualcuno non lo vuole sentir dire, ma io penso così), non vidi fare un processo di mafia. Nessuno. E quando, nel 1980, fu fatta la prima grossa inchiesta, quella condotta dal collega Falcone, il cosiddetto processo Spatola e Inzerillo, si dice, io non ho le prove, ma si è detto abbondantemente, che una delegazione di avvocati si recò dal consiglio istruttorio, da qualche altro, protestando: «Ma non c’era l’accordo che di processi per associazione a delinquere non se ne facessero più?». Credo che sia scritto nei diari qualcosa del genere. Cioè vi furono dieci anni di assoluta insensibilità, e per la mafia questi dieci anni che cosa rappresentarono?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per la mafia, questi dieci anni rappresentarono il passaggio dalla dimensione meramente parassitaria a una dimensione imprenditoriale in cui diventò «produttrice» di ricchezza, nel senso che creò i grandi capitali mafiosi e l’enorme pericolo che questi capitali mafiosi rappresentano perché danno un’enorme forza, un enorme potere di contrattazione alla mafia, e quando vengono utilizzati nelle attività «para-lecite» tendono a danneggiare l’economia. Purtroppo è una materia, questa, che conosco poco ma mi sembra chiaro che quando un capitale, quando si presenti sul libero mercato un’impresa che ottiene capitali facilmente e facilmente li spende, li paga poco o nulla, tende, questa impresa, naturalmente a marginalizzare l’impresa che invece deve ricorrere ai sistemi normali di mercato per procurarsi il relativo denaro.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La mafia, quindi, in questi dieci anni di silenzio diventò potentissima. Subentrò, poi, all’inizio del 1980, una breve stagione di profonda attenzione alla criminalità mafiosa. Ma c’è da domandarsi: e allora, all’inizio dell’80, quel potere si era svegliato? Lo Stato era forse intervenuto, aveva deciso, aveva capito: «Mettiamo in essere quegli strumenti, quelle conoscenze che avevamo sulla mafia acquisite tanto lodevolmente dalla prima Commissione antimafia, ormai è il momento di partire all’attacco di questo problema e di risolverlo»? No, non è stata una decisione riferibile al potere. Non è che lo Stato, nella sua globalità, decidesse a un certo punto di intervenire nei confronti di questo gravissimo fenomeno, il quale per le crisi interne scoppiate era diventato un grandissimo problema anche di ordine pubblico. A Palermo o in altre città. No, non era lo Stato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché tutti sanno che l’inizio delle indagini antimafia di questo decennio, anzi del decennio trascorso perché siamo nel ’90, non fu la risultante di una decisione dello Stato inteso nella sua globalità, del potere, tanto per intenderci. Fu una iniziativa del pool antimafia, quello strumento attraverso il quale furono condotte le più importanti indagini antimafia. Tanto per intenderci, il pool antimafia nacque per germinazione spontanea. Nacque per iniziative successive di [[Rocco Chinnici]] e [[Antonino Caponnetto]], per l’estremo impegno del collega Falcone e di alcuni che gli stemmo accanto, ma nacque sostanzialmente non perché a un certo punto lo Stato disse: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Bisogna fare queste indagini che non sono state fatte nei dieci anni precedenti e quindi organizziamo un ufficio giudiziario in modo che queste indagini possa farle, compriamogli una macchina da scrivere, una fotocopiatrice, che non c’è, compriamogli una macchina, che non hanno, tanto che comincino a lavorare». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
No, nacque per germinazione spontanea, utilizzando i pochissimi mezzi a disposizione, ritagliandosi uno spazio all’interno di uffici giudiziari decrepiti e sclerotici e operò per qualche anno attraverso strumenti dolorosissimi, quale quello del [[Maxiprocesso di Palermo|maxiprocesso]], dico dolorosissimi perché mi rendo perfettamente conto anche dei danni del maxiprocesso. Però fu uno strumento dolorosissimo perché, per ripigliare le fila di dieci anni di assenza di indagini, occorse creare questo strumento, che non era un modello di strumento. Non era dovuto a una scelta, era dovuto a una grossa necessità di ripigliare le fila di questa situazione. Nacque con l’intento di essere ultimo, di non porsi affatto come modello processuale ma come necessità. Fu inventato perché, in realtà, lo Stato, e quando parlo di Stato intendo sempre dire lo Stato nella sua globalità, nelle sue possibilità di interventi, non interveniva e bisognò intervenire, inventare artigianalmente qualcosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E questo cominciò a dare i suoi frutti. Be’, i [[Pentitismo|pentiti]] vennero dopo questo processo, i pentiti se non vedono l’impegno dall’altra parte delle barricate non parlano. I pentiti parlano soltanto quando ritengono che ci sia qualcuno che li ascolti. Occorre che ci sia qualcuno in grado di ascoltarli, che sappia discernere il grano dal loglio. Ma vennero dopo la creazione di questi strumenti nati per germinazione spontanea.&lt;br /&gt;
E allora, non appena i primi «successi», meglio, i primi risultati giudiziari si iniziarono a vedere, allora ci fu un momento in cui lo Stato ritenne di impegnarsi pesantemente, il presidente Giordano fu il protagonista di quella fase. Non mi riferisco tanto dal punto di vista del processo, ma perché ricorderà che in quel momento, per esempio, si riuscì a realizzare a Palermo qualcosa che poi soltanto i Mondiali hanno consentito: si creò un’aula bunker abbastanza sofisticata, effettiva eccetera, non si è mai visto costruire a Palermo una cosa così velocemente, le cose si iniziano a costruire e non si finiscono più. Arrivarono poliziotti da tutti i lati, arrivarono mezzi, non sapevamo più dove metterli, il giudice istruttore… avevamo tante macchine che potevamo permetterci di cambiarne due al giorno, le fotocopiatrici, le macchine da scrivere che non c’erano mai state non si contavano, avevamo i computer. Addirittura. Arrivarono addirittura i computer.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Però, a che prezzo?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Contemporaneamente, cominciò a montare una delega inammissibile. Cioè fu fatto sostanzialmente credere all’opinione pubblica che in quell’aula del maxiprocesso si processava la mafia e si doveva decretare in pubblico dibattimento la fine della mafia. Sostanzialmente fu affidata alla magistratura e alle forze di polizia una delega che la magistratura e le forze di polizia, con queste modalità, obiettivamente non avevano nessun diritto né nessun dovere di […]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché in realtà la lotta alla mafia non era quella. Quello era un processo. Importante quanto si vuole, ma era un processo. Dove si doveva cercare, e fu fatto egregiamente, di valutare la posizione processuale di imputati, non di mafiosi, perché mafiosi si diventa, almeno ufficialmente, dopo la condanna. Almeno pubblicamente. Valutare la posizione di imputati, condannarli se colpevoli, assolverli se innocenti. Non si processava «la mafia», come sostanzialmente si tentò di far credere. Ma non da parte dei magistrati. Perché magistrati e forze di polizia posero l’accento fin da allora sul fatto che questa delega era inammissibile. La lotta alla mafia non era un fatto privato tra magistrati e mafiosi, o tra polizia e mafiosi. La mafia bisognava affrontarla soprattutto affrontando le radici socioeconomiche che la generano. Perché altrimenti, accertata l’esistenza di cento mafiosi colpevoli e condannati cento mafiosi colpevoli, ne riemergono altri duecento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché è il sistema perverso che genera il perpetuarsi del fenomeno mafioso. Perché la mafia è qualcosa di diverso dalla banda Vallanzasca o dalla banda Epaminonda. Perché la banda Vallanzasca… si fanno le indagini, si scopre Vallanzasca, si arresta Vallanzasca, è finita la banda Vallanzasca. E lo stesso vale per Epaminonda, anche se Epaminonda aveva qualche contatto… ma la mafia è qualcosa di più. La mafia è un’istituzione alternativa che opera sul territorio, e opera sul territorio ponendosi in alternativa allo Stato. Non lottando con lo Stato andando all’assalto dei palazzi comunali o dei palazzi della Regione, ma cercando di conquistarli dall’interno, col sistema della corruzione, della collusione, della contiguità. Esiste perché ha consenso, perché dove lo Stato è debole, non si sa presentare con la forza della sua imparzialità e delle leggi, il consenso non va allo Stato, va a qualcuno che risolve il problema, che può risolvere i problemi in modo alternativo allo Stato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché la forza della mafia si basa soprattutto su questo. Sulla capacità di offrire o di apparire offerente di servigi che lo Stato non riesce a dare. E basta pensare, e ogni siciliano lo sa, alla giustizia. La mafia appresta anche il servizio giustizia. Perché ogni siciliano sa che è inutile ricorrere a un tribunale per riscuotere una cambiale non pagata, perché la causa finirà tra dieci anni. Ma il Don Tano o Don Peppe – ora non si chiamano più Don – ma il capo mafioso a cui ci si rivolge, gliela fa recuperare in ventiquattr’ore. Oppure il servizio lavori. La mafia riesce a trovare lavoro, e lo Stato invece non riesce a fare i concorsi. E il servizio ordine pubblico. Anche la mafia lo fa. Perché si dice in Sicilia spesso che quando i grossi capi mafiosi sono in galera la piccola criminalità dilaga, e dà fastidio, perché la signora deve rientrare a casa con la pelliccia e non può essere messa in balìa dei piccoli rapinatori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Solo che la mafia questi servigi li offre a somma tipica zero. Cioè fa una giustizia ma deve, contemporaneamente, fare un’ingiustizia. Dà un lavoro a uno ma lo deve necessariamente togliere a un altro. Non li assicura in modo imparziale, sono forme apparenti di assicurare queste che sono le principali funzioni dello Stato, sono quelle su cui la mafia attira consenso, sono quelle, però, che creano questo humus fertile per la mafia, e la prova si ha – non sto parlando di cose antiche – a Palermo, quando si inalberano i cartelli VIVA LA MAFIA, VIVA I CIANCIMINO in occasione di manifestazioni di operai licenziati da non so quale impresa… è avvenuto anche recentemente. Non è solo provocatorio, come ha detto qualche giornale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quelli dicevano «Viva la mafia, viva i Ciancimino» perché volevano dire «Viva la mafia, viva i Ciancimino», perché la mafia si regge soprattutto su questo: la droga è incidente per la mafia, la mafia è un’altra cosa. La mafia si sta occupando di droga, è potente anche la droga, ma la mafia è un’altra cosa. È un’istituzione alternativa allo Stato, che ha, per avventura, anzi è, perché i costituzionalisti ci insegnano che il territorio è parte essenziale dello Stato, la mafia è un territorio. La famiglia mafiosa è un’istituzione di un territorio, che agisce su un territorio, in alternativa all’istituzione pubblica che, per avventura […]. E allora lo scontro, come avviene? Non avviene scontro. La mafia risolve i suoi problemi di rapporto con l’istituzione legittima qual è lo Stato cercando di condizionarlo dall’interno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ecco perché il rapporto mafia-politica è un rapporto essenziale. La mafia ha bisogno di questo rapporto. Ha bisogno di condizionare i politici, cioè quelli che vanno a occupare le istituzioni. E dico occupare a ragion veduta perché sino a quando dureranno questi sistemi di spartizione e lottizzazione di qualsiasi cosa, enti locali prima di tutto, la mafia avrà il normale veicolo per inserirsi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Fino a quando non si promuoverà una riforma istituzionale seria e radicale degli enti locali, la mafia avrà la strada aperta per inserirsi all’interno di questi enti locali addirittura con suoi esponenti, come succede in Campania e in Calabria. Esponenti mafiosi in un paese si erano divisi i partiti. Uno democristiano, uno comunista, uno socialista… non voglio fare offesa a nessuno, ognuno di una famiglia, ci stavano tutti e si erano inseriti personalmente nelle istituzioni. Oppure, mandando propri uomini, come nel caso [[Vito Ciancimino|Ciancimino]] per esempio, almeno secondo l’accusa delle istituzioni; oppure condizionandole attraverso le collusioni o le corruzioni che trovano terreno fertile in un sistema partitico come quello attuale, in cui i partiti o i giovani partiti non ritengono di andare a servire le istituzioni ma ritengono, in qualunque campo, di andare a occupare le istituzioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta che le vanno a occupare è proprietà loro, diventano i normali veicoli di intersezione mafiosa nelle istituzioni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi, il problema della lotta alla mafia non è che sia un problema prevalentemente giudiziario o repressivo o preventivo dal punto di vista giudiziario. Il problema della lotta alla mafia è &#039;&#039;&#039;un problema istituzionale&#039;&#039;&#039;: interventi istituzionali, interventi socioeconomici che impediscano le ragioni per cui la mafia arrivi nel territorio. E in questa materia che cosa si è fatto? Non voglio dire «nulla» ma debbo dire «sicuramente poco», su questo siamo tutti d’accordo a qualsiasi partito, a qualsiasi ideologia si appartenga.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Però, addirittura lo Stato, oltre ad aver fatto poco o nulla, con riferimento a questo tipo di interventi non giudiziari né polizieschi ma bensì interventi socioeconomici e istituzionali […] dall’epoca della celebrazione del maxiprocesso in poi cominciò a fare ben poco anche con riferimento all’aiuto concreto che si dava ai magistrati e alle istituzioni per combattere la mafia o comunque per affrontare il problema della mafia sotto il profilo repressivo poliziesco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché da quel momento, dal 1986-87, l’impegno anche sotto questo limitatissimo profilo, cominciò a scemare. Già nel 1986, ricordo, io ne parlai per la prima volta in occasione del primo anniversario dell’uccisione di [[Ninni Cassarà|Cassarà]]. Ricordo che in Consiglio Comunale di Palermo, alla sala del Consiglio, fu fatta la commemorazione e io ricordo che per la prima volta dovetti affrontare il tema della normalizzazione, che io chiamai smobilitazione, perché si stava squagliando già tutto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi, nel 1988 scoppiò la crisi del pool antimafia e nonostante le apparenze del documento votato dal CSM nel settembre di quell’anno, in realtà, si è conclusa nella smobilitazione anche del pool antimafia che era stata l’unica struttura seria creata dalla base, non dal vertice, dal potere che lo volle, bensì da coloro che ne fecero parte e lo vollero loro, e fu smontato anche quello.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In occasione delle polemiche sorte a seguito della mia nota, forse sto prendendo troppo tempo, della mia intervista del luglio ’88 circa la smobilitazione del pool antimafia, il ministro Vassalli intervenne con un articolo, se non sono in errore su «Epoca», e disse: «Be’, tutta questa polemica riconduciamola ai temi istituzionali, probabilmente occorre una legge che regoli il lavoro di équipe, cioè i pool antimafia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi, fatto il codice, era l’occasione migliore di inserire in questo codice di procedura penale una regolamentazione dei pool antimafia. E troviamo invece quell’articolo, che non ricordo perché io coi numeri ho scarsa dimestichezza, l’articolo che è stato citato non so da chi a proposito del coordinamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E l’altro giorno in occasione della riunione, anzi di un’audizione della Commissione antimafia a cui ho partecipato assieme a quasi tutti i procuratori della Repubblica e procuratori generali d’Italia eravamo tutti d’accordo che è inutile che facevano questa norma sul coordinamento, visto e considerato che è basata soltanto sull’adesione volontaria dei singoli partecipanti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E io citai il caso di quando avevo invaso l’Italia di talune dichiarazioni importanti che riguardavano fatti avvenuti in Sicilia, a Milano, a Roma eccetera, dicendo a tutti i miei corrispondenti procuratori della Repubblica: «&#039;&#039;Visto che abbiamo una fonte comune, prendiamo contatti, coordiniamoci per gestirla, per evitare che ognuno faccia danno agli altri&#039;&#039;». Mi rispose, solo, il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria che non era il destinatario dei verbali contenenti i fatti più importanti. E in quella riunione si addivenne alla triste conclusione che questo coordinamento non è niente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché è inutile mettere una norma che dice: «&#039;&#039;I PM si coordinano tra loro&#039;&#039;». E se non si vogliono coordinare? O se uno di loro due non si vuole coordinare? L’altro che strumenti ha? Nessuno. Non esistono strumenti per costringerlo a coordinarsi. Ed è una cosa importante. Perché, sempre per tornare a parlare dei pentiti: se io ho un pentito che mi dice fatti che riguardano me, fatti che riguardano un altro, fatti i dovuti riscontri, fatte le dovute indagini, poi a un certo punto scopro la fonte perché chiedo i provvedimenti, o provvedimenti cautelari, e faccio quella che ormai si chiama con il termine americano «discovery». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se non sono coordinato con l’altro a cui vengono comunicati gli posso far danno, perché può essere che lui è più avanti, o più indietro di me, ha necessità ancora alla secretazione. Dico anche per questo, perché è anche per queste cose, non solo per dirigere indagini assieme, ma anche per evitare gravi danni a queste indagini.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
[[Categoria:Archivio antimafia - Documenti]] [[Categoria:Paolo Borsellino]] [[Categoria:Archivio 1990]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Categoria:Archivio 1989</title>
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		<updated>2025-12-01T01:47:19Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot;Categoria:Archivio antimafia - Anni&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[Categoria:Archivio antimafia - Anni]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Leadermassimo</name></author>
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		<title>Lezione di Paolo Borsellino a Bassano del Grappa</title>
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		<updated>2025-12-01T01:46:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Leadermassimo: Creata pagina con &amp;quot; Quella che segue è la trascrizione della lezione di Paolo Borsellino tenuta presso l’Istituto professionale di Stato per il Commercio «Remondini» di Bassano del Grappa, il 26 gennaio 1989. A promuovere l&amp;#039;incontro fu Enzo Guidotto.   ==La lezione di Paolo Borsellino== Grazie, vi ringrazio di essere intervenuti così attenti e così numerosi. Io lavoro in una delle più lontane province d’Italia. La provincia di Trapani. Nonostante i miei impegni di...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
Quella che segue è la trascrizione della lezione di [[Paolo Borsellino]] tenuta presso l’Istituto professionale di Stato per il Commercio «Remondini» di Bassano del Grappa, il [[26 gennaio]] [[1989]]. A promuovere l&#039;incontro fu [[Enzo Guidotto]]. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La lezione di Paolo Borsellino==&lt;br /&gt;
Grazie, vi ringrazio di essere intervenuti così attenti e così numerosi. Io lavoro in una delle più lontane province d’Italia. La provincia di Trapani. Nonostante i miei impegni di lavoro non me lo dovrebbero consentire, io amo spesso incontrarmi con gli studenti di quella provincia, e soprattutto con quelli di una zona di quella provincia che si chiama Belice, una zona che è stata, anni fa, sottoposta da un violento terremoto a profondi sconvolgimenti, quasi tirata fuori da una condizione di degrado economico e di sottocultura.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non amo, però, quando mi incontro con gli studenti, parlare di mafia, come spesso coloro che mi ascoltano si aspettano. Cioè, di fatti inerenti alla criminalità mafiosa, di fatti dei quali per ragioni professionali mi sono dovuto occupare. Perché mi sembra anche più importante, quando si parla con degli studenti, scandagliare quali sono le ragioni di fondo, naturali, economiche, sociali, per cui non solo esiste questo fenomeno – perché il fenomeno si è radicato in Sicilia per ragioni storiche, peraltro non del tutto ancora ben chiarite –, ma quali sono le ragioni culturali, socioeconomiche, per le quali questo fenomeno è così, o sembra così invincibile nonostante l’impegno di tanti magistrati, di tante forze dell’ordine, di tanta attenzione che va crescendo nel pubblico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi io vorrei brevemente accennare queste ragioni, per la parte che credo possa più interessare una popolazione studentesca, lasciando poi un po’ di spazio per le domande che voi vorrete porre a me, o al professore, o anche tra di voi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La cultura della legalità===&lt;br /&gt;
Vorrei cominciare dicendo che in un tempio della cultura qual è la scuola, non si può, soprattutto, non parlare di quella che io chiamo la cultura della legalità. Una cosa che probabilmente a scuola si insegna molto poco, sulla quale ci si sofferma molto poco, ma che mi sembra estremamente importante. Che cosa io intendo per cultura della legalità? Intendo sapere e recepire appieno che cosa sono le leggi e perché le leggi debbono essere osservate.&lt;br /&gt;
Le leggi, brevemente, e senza voler entrare in definizioni scientifiche, sono dei comandi e dei divieti che dà lo Stato. Comandi e divieti che normalmente prescrivono certe attività o vietano certe attività che normalmente sono accompagnate dalla cosiddetta sanzione. Cioè, se si compie un’azione che lo Stato proibisce o se non si compie un’azione che lo Stato impone, lo Stato impone una sanzione. E a seconda del tipo di sanzione che lo Stato impone, le leggi si distinguono in leggi penali o in leggi civili. C’è questa grossa distinzione, ci sono poi le leggi amministrative e via dicendo. E cioè, tanto per fare un esempio, se io costruisco una casa aprendo una finestra sul fondo del vicino, poiché questa azione è proibita dalla legge (cioè bisogna osservare certe distanze, non si può andare a guardare dappresso al fondo del vicino) lo Stato impone una sanzione, una sanzione civile (cioè il vicino può costringermi a farmi chiudere questa finestra).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se io, nonostante lo Stato mi impedisca di uccidere, facciamo l’esempio del delitto più grave, e io uccido il mio prossimo, lo Stato mi punisce con una determinata pena da 21 a 24 anni di galera o ancora di più, se ci sono delle aggravanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E allora verrebbe tanto da pensare che le leggi vengono osservate soprattutto perché se non si osservano le leggi ci sono queste sanzioni, sia penali se si tratta di leggi penali, sia civili se si tratta di leggi civili. Ma non è vero: le leggi non vengono osservate dalla maggior parte della popolazione perché nel caso in cui non venissero osservate si rischia di sottostare alla sanzione stabilita dalla legge. Le leggi, la maggior parte della popolazione, le osserva, dovrebbe osservarle, perché condivide le leggi, cioè ritiene che si tratti di comandi o divieti giusti. La maggior parte di noi non apre finestre sul fondo del vicino, non fa sorpassi in curva per strada, non uccide, non ruba, non perché teme che violando questa legge possa essere, possa incorrere in una sanzione, penale o civile, ma osserva queste leggi perché ritiene che sia giusto non aprire finestre sul fondo del vicino, non uccidere, non fare sorpassi in curva e comunque… è inutile ancora dilungarsi con riferimento a tutti quei comandi e divieti che la legge impone. Perché altrimenti, se così non fosse, se le leggi non fossero osservate soprattutto perché i cittadini consentono alla legge, ritengono giusto, ritengono doveroso quel divieto, be’, non basterebbero tanti Carabinieri quanti sono i cittadini della Repubblica italiana perché ce ne vorrebbe almeno uno per ogni persona per sorvegliarlo e saltargli addosso non appena commette il divieto. Invece voi sapete che la maggior parte della popolazione osserva le leggi perché sente di doverle osservare e non perché teme il divieto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma è chiaro che tanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste, cioè quanto più il cittadino tende a identificarsi con l’istituzione che questa legge propaga, quanto più il cittadino si sente partecipe, parte integrante dello Stato, del Comune, della Provincia, della Regione, di quell’organo che emana queste leggi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché quanto più comincia, per una qualsiasi ragione, a ritenersi estraneo a queste istituzioni, tanto meno osserverà i comandi che da queste istituzioni propagano. E allora ci vorranno sanzioni più forti, Carabinieri. Questo è quello che per ragioni storiche è avvenuto nella gran parte del Meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia, perché proprio lì, per una vicenda storica o socioeconomica che si chiama, grosso modo, Questione Meridionale, il cittadino del Meridione si è sentito estraneo allo Stato. Conseguentemente, l’impulso istintivo di osservare le leggi non è stato mai sentito pesantemente. Ecco perché, in queste regioni, soprattutto nelle più grosse regioni meridionali, quali la Campania, la Calabria e la Sicilia, si sono create queste situazioni generalizzate di disaffezione alla legge, di non osservanza della legge, che, con varie articolazioni sia in Sicilia sia in Calabria sia in Campania, hanno provocato l’insorgere nella storia di queste grosse organizzazioni criminali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché? Perché ci sono dei bisogni nel cittadino che sono il bisogno di giustizia, il bisogno di sicurezza, il bisogno sia di sicurezza dal punto di vista civile sia dal punto di vista economico, che debbono, che il cittadino chiede, naturalmente, che gli vengano assicurati da un’istituzione sovrapersonale qual è lo Stato, inteso in tutte le sue articolazioni. Stato, Comune, Provincia, eccetera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando ritiene che non gli vengono assicurati, quando non si identifica, quando non ha la fiducia nelle pubbliche istituzioni, cerca naturalmente di trovare dei surrogati a queste esigenze che lui ricerca. Vi faccio qualche esempio, probabilmente più facile da capire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se il cittadino vuole reagire, o vuole recuperare, vuole reagire a un danno subito, per esempio uno scippo o una rapina, e ha la sensazione che le istituzioni non gli assicurino la risposta a questo danno che ha subito, se c’è un’organizzazione la quale, sostanzialmente, apparentemente, tende a presentarsi come un’organizzazione in grado di fargli recuperare questa refurtiva, o impedire che per le strade avvengano le rapine, si rivolge a questa organizzazione. Questa è una delle ragioni per le quali queste organizzazioni criminali riescono a trovare un grosso consenso tra la popolazione, quel consenso che invece dovrebbe essere rettamente indirizzato nei confronti delle istituzioni pubbliche e dello Stato. E se passiamo, questo mi sembra che sia un istituto che si occupa di commercio, se passiamo più specificamente a un campo che più vi interessa, è chiaro che nella vita […] civile che si svolge, nella vita economica di ogni cittadino, regolata nei nostri climi dal libero mercato, è chiaro che i vari contraenti, siano essi imprenditori, industriali, soggetti economici in genere, hanno bisogno, naturalmente, per le loro contrattazioni di una fiducia. Di quella che io vorrei chiamare fiducia, la fiducia di poter svolgere liberamente la contrattazione con il proprio contraente, il quale rispetterà i patti, pagherà quel determinato prezzo che io gli ho imposto, che abbiamo concordato per la vendita e che mi dovrà dare mettiamo tra 30 giorni. Se io ho un’industria ho bisogno che mi si assicuri intorno la fiducia, cioè che io possa trattare con i miei operai a determinate condizioni, senza che queste condizioni vengano rotte o non vengano rispettate una volta che i patti vengono firmati, eccetera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa fiducia, chi la deve assicurare? La fiducia chiaramente la deve assicurare lo Stato. La deve assicurare sia assicurando le generali condizioni, perché le contrattazioni più alte si possano svolgere in un clima di reciproca fiducia, sia intervenendo allorché da queste contrattazioni nascano delle controversie, allora intervenendo con l’amministrazione giudiziaria per risolvere queste controversie. Se il mio vicino non mi paga, se il mio contraente non mi paga, io devo essere in condizione di rivolgermi a un giudice che lo condanni a pagare e che mi assicuri la possibilità di eseguire, di riprendermi quello che io ho dato, di eseguire le esecuzioni immobiliari, pignoramenti e così via dicendo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando queste cose non funzionano, cioè quando questo clima di reciproca fiducia non viene assicurato dallo Stato, non funzionano perché la società civile non è ben vigilata dalla presenza pesante dello Stato, nel senso che in caso di controversie nascenti tra le parti, uno Stato con l’amministrazione della giustizia che è allo sfascio e non è efficiente non assicura la possibilità di risolvere pacificamente queste libere contrattazioni. Anche in questo caso, se esiste, se storicamente si è formata un’organizzazione criminale in grado di assicurare qualcosa del genere, un surrogato di questa fiducia che lo Stato deve poter assicurare per tutti i cittadini, ecco che questa organizzazione trae forza. Perché un surrogato di questa fiducia, le organizzazioni criminali di tipo mafioso riescono ad assicurarlo. Riescono ad assicurarlo anche nel caso in cui il mio vicino non mi paga, perché esercitano una tale capacità di minaccia che se io mi rivolgo a loro, se il cittadino meridionale si rivolge a loro, ho la possibilità di recuperare il debito che la giustizia non mi può far recuperare presto, perché una causa civile dura dieci anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La vera essenza della mafia===&lt;br /&gt;
Viceversa, io posso rivolgermi a taluno al quale, pagando una tangente, pagando un pizzo, in realtà mi dà un servizio, mi protegge, nel senso che mi assicura che la mia fabbrica non sarà oggetto di attentati, o non mi faranno ruberie, o qualcosa del genere. La mafia nasce, si presenta, come qualcosa che garantisce questi servizi. Naturalmente, questi servizi non li può assicurare a tutti, perché per dare a uno deve togliere all’altro, mentre la fiducia lo Stato dovrebbe distribuirla imparzialmente a tutti i cittadini. La fiducia che distribuiscono le organizzazioni criminali è una fiducia a somma zero, perché per fare il vantaggio di uno le organizzazioni criminose debbono fare necessariamente lo svantaggio ad altri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La vera essenza della mafia è questa. E quando ancora, per scendere ancora più nel particolare, il cittadino ritiene inaffidabile la pubblica amministrazione nel momento in cui distribuisce le commesse, gli appalti pubblici, eccetera, e cioè in quella distribuzione di ricchezza che, purtroppo, nel Meridione è molto più ampia della produzione di ricchezza; quando lo Stato non si presenta con una faccia pulita tale da assicurare l’imparziale distribuzione di queste risorse, allora ecco il pericolo in cui si inserisce l’organizzazione criminale alla quale rivolgendosi si ha, quantomeno, la speranza di riuscire ad accaparrare quella commessa, quell’appalto pubblico, quella possibilità di lucrare sulla distribuzione di risorse pubbliche. Ed ecco perché le organizzazioni criminali hanno sempre cercato di inserirsi nel mondo, nel potere politico, nel potere burocratico, per avere le leve per inserirsi in queste fasi di distribuzione della ricchezza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quindi è errato quando si pensa che la mafia sia soltanto un supporto, una conseguenza del mancato benessere economico. Tant’è che da taluni sono sostenuti tipi di intervento quali più soldi diamo, più possibilità di lavoro diamo, più risorse dispensiamo, allora in questo modo si toglierà la mafia. Eh, no. Perché in realtà lo Stato ha, sì, il dovere e il bisogno di intervenire dove ci sono sacche di disoccupazione, sacche di miseria, di emarginazione, ma quando interverrà con un aspetto tale da non riuscire a captare la fiducia dei cittadini sulla imparziale ed equa distribuzione di queste risorse, le organizzazioni criminali, anzi, da questo profluvio di risorse in più si inseriranno per potere meglio lucrare.&lt;br /&gt;
Pensate soltanto, l’avrete probabilmente letto nei giornali, a quello che è avvenuto in Irpinia con riferimento alla ricostruzione del dopo terremoto. È stata una torta meravigliosa messa a disposizione di una di queste organizzazioni, che si chiama camorra, che non soltanto si è accaparrata lei gran parte di queste risorse ma, in più, si sono scannati tra di loro per vedere come meglio distribuirsele. La vera essenza, e la vera causa dell’esistenza delle organizzazioni mafiose è questa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mafia ed economia===&lt;br /&gt;
Poi, è avvenuto qualche cosa di ancora più grave. Perché negli anni Settanta e Ottanta, la mafia si è impossessata del traffico delle sostanze stupefacenti. Badate bene, il traffico delle sostanze stupefacenti non l’ha inventato la mafia, è nato fuori dalla mafia. È stato gestito a lungo da organizzazioni non mafiose. In principio in Europa furono i cosiddetti marsigliesi che se ne occupavano, la mafia non si occupava di queste cose, era dedita a tutt’altro, a quelle cose di cui ho parlato prima. Sennonché, a un certo punto la mafia scoprì che, interessandosi di questo traffico i suoi profitti potevano essere enormemente moltiplicati e si impossessò, tra l’indifferenza generale, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, del monopolio del traffico di sostanze stupefacenti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E mentre prima era solo un’organizzazione parassitaria che si inseriva, nel modo che ho cercato di descrivervi, nella distribuzione delle risorse, cominciò addirittura a produrre queste risorse e a locupletarsi in maniera incredibile. E allora, è diventato davvero un grossissimo problema nazionale, perché altro è un’organizzazione che agisce illecitamente in un campo che però, economicamente, resta limitato, geograficamente resta limitato ad alcune regioni, altro è che questa organizzazione diventi potentissima perché ha una disponibilità di risorse così enormi che, talvolta, raggiungono quasi le disponibilità o le cifre di bilancio di piccoli o grossi Stati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E diventando così enorme e dovendo gestire questi enormi capitali che cosa ha fatto? I capitali come si gestiscono? Si vanno a cercare dei mercati in cui poterli poi impiegare, delle attività che noi chiamiamo «paralecite», attività che nascono dall’illecito ma poi bisogna impiegare da qualche parte. E la mafia va a cercare naturalmente i mercati più ricchi, che non sono i mercati del Sud, ma sono i mercati del Nord, sono Milano, sono Torino, sono le zone al Centro, dove i capitali impiegati fruttano di più. Tuttavia, nell’impiegare questi capitali si è portata appresso quella carica di violenza e delinquenza con le quali questi capitali erano stati accumulati. Si è portata appresso quella tendenza monopolistica che hanno queste organizzazioni che non tendono tanto a fare il meglio per il proprio contraente, ma tendono decisamente a farlo fuori. In Sicilia c’è un proverbio che dice: «Il nemico è chi fa il tuo mestiere», perché in realtà la normale concorrenzialità di mercato là viene intesa anche culturalmente in questo senso. Cioè, nel momento in cui sono in concorrenza con taluno, mi riesce molto più facile o più semplice eliminarlo, eliminarlo non soltanto fisicamente. Ma per esempio pagando il mafioso che protegge me e non protegge lui, gli fa saltare la fabbrica…&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dico, questa enorme potenza economica che la mafia ha acquisito, che non aveva prima e che ha acquisito con il traffico di sostanze stupefacenti, che la porta, naturalmente, a riversare la sua attenzione su dove esistono i più grossi mercati, ha portato questa spinta notevole di espansione della mafia verso i centri più ricchi del mercato e cioè nel Nord Italia. Espansione che si era già verificata per altre ragioni, ma non così importanti come questa, che è la vera ragione. Spesso si è parlato contro il soggiorno obbligato, si è detto che mandando i mafiosi a svernare in soggiorno obbligato al Nord si è esportata la mafia. Badate, il soggiorno obbligato avrà fatto pure dei danni, ma anche se il soggiorno obbligato non ci fosse mai stato la mafia sarebbe comunque arrivata, sotto questa forma, per impiegare questi grossissimi capitali. Sarebbe arrivata comunque al Nord, perché è chiaro che quando si hanno questi grossi capitali non si sta, per farli fruttare, in un’area depressa come la Sicilia, la Calabria o la Campania, ma si va dove i capitali fruttano di più, cioè al Nord Italia, e dove appunto, assieme a questi capitali, arriva questo modus faciendi di violenza, arriva questa specie di distorto sistema di trattare gli affari economici che hanno i mafiosi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La magistratura da sola non basta===&lt;br /&gt;
Se queste sono le ragioni di fondo del pericolo e della persistenza dell’attività mafiosa, non illudiamoci che le azioni giudiziarie, per quanto penetranti, possano fare piazza pulita della mafia. Si potranno accertare l’esistenza di quello o di quell’altro mafioso, raggiungere le prove, condannarlo. Ma se non si incide a fondo sulle cause che generano la mafia e fanno persistere la sua pericolosità è chiaro che ce la ritroveremo davanti così come l’abbiamo. Abbiamo assistito al grande clamore che si è fatto attorno al maxiprocesso di Palermo. Finito il maxiprocesso, si è cominciato punto e daccapo.&lt;br /&gt;
Ma è evidente. Perché quando un’azione è soltanto giudiziaria e repressiva, e così soltanto poteva essere quella della magistratura e della polizia, e non incide sulle cause di fondo del fenomeno, è chiaro che ce lo saremmo dovuti ritrovare davanti così come ce lo siamo ritrovati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La verità è che c’è stata una delega inammissibile a magistrati e polizia di occuparsi essi soli della mafia. Però lo Stato non ha fatto sostanzialmente nulla, non ha fatto nulla per creare un’amministrazione della giustizia efficiente nel senso soprattutto civile, a cui il cittadino si potesse rivolgere quando doveva risolvere i suoi problemi. Noi sappiamo il grande sfascio della giustizia soprattutto civile in Italia. Non è possibile fare una causa e concluderla in tempi minori di dieci anni, o dodici anni. Non ha fatto nulla per dare alle pubbliche amministrazioni, soprattutto a quelle locali, mi riferisco al Meridione, ma ci sono grossi problemi del genere anche in tutte le altre parti d’Italia, un’immagine credibile. Il presidente della Regione siciliana poche settimane fa ha dichiarato pesantemente che le USL, cioè le unità di sanità locale siciliane, subiscono e non resistono a enormi pressioni mafiose, decisive, ha detto addirittura nella formazione degli esecutivi, cioè sostanzialmente che anche nella sanità si sono inseriti pesantemente i boss mafiosi, perché alle USL oggi affluisce un’enorme quantità di denaro per quella che dovrebbe essere la tutela delle condizioni di salute di tutti i cittadini, denaro che si disperde in mille rivoli generando una sanità allo sfascio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La mancanza di credibilità dello Stato===&lt;br /&gt;
Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni, e comunque dovunque in Italia, un’immagine credibile? Si è fatto ben poco, non ci si è posti questo problema. Sino a quando questo problema non verrà risolto, ed è un problema che interessa tutti e non interessa soltanto i siciliani, ci ritroveremo la mafia sempre più forte, sempre più preparata di prima. Perché sarà nata per ragioni storiche che in questo momento sarebbe troppo lungo e complicato scandagliare, ma c’è e prospera su questo. Prospera sulla mancanza di credibilità delle istituzioni statali. Questa mancanza di credibilità probabilmente c’è dovunque, più o meno accentuata. In Sicilia è soprattutto accentuata come mancanza di credibilità degli enti locali, quelli che stanno più a immediato diretto contatto con il cittadino. Con enti locali mi riferisco al sindaco, mi riferisco ai prefetti, cioè più che ai prefetti, al sindaco, mi riferisco all’ente sanitario locale, ai vari enti, alle varie aziende che agiscono in sede locale, che sono quelle che il cittadino vede, con cui interagisce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è, questa mancanza di credibilità, in realtà c’è in gran parte anche nel resto d’Italia, e siccome la mafia, forte oggi della potenza economica enorme che ha per il traffico di sostanze stupefacenti, tende a operare in gran parte delle regioni italiane, ecco perché questo diventa un problema di tutti, e diventa un problema di tutti non gridando che il giudice deve arrestare più persone o la polizia deve presidiare più strade… perché la vera risoluzione sta nell’invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci possiamo identificare di più in queste istituzioni. Mi riferisco al mio inizio circa la cultura della legalità, perché solo questa è la via che col passare degli anni, visto che non si tratta di un fenomeno di facile o immediata risoluzione, ci porterà un giorno ad avere sì della criminalità (perché la criminalità si può contenere ma non far scomparire del tutto, è un dato storico ormai accertato), ma ci porterà a non avere più questa pericolosissima forma di criminalità in cui il pericolo, la cui caratteristica principale è proprio questa: nel confondersi e nello stravolgere il senso vero delle istituzioni statuali. Grazie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le domande degli studenti==&lt;br /&gt;
===Mafia e carcere===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Il carcere diventa l’università del crimine, come mai questa cosa non viene fermata?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto bisogna fare un po’ di chiarezza, perché sì, è vero che per il carcere, come dice la Costituzione: «La pena deve tendere alla riabilitazione del condannato», però prima dobbiamo metterci d’accordo su cos’è la pena.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Intanto, la pena serve soprattutto prima di essere applicata, non dopo. Quando viene applicata vuol dire che quella sanzione, o quella minaccia di cui ho parlato poco fa, ha fallito il suo scopo. Se la pena dell’ergastolo viene comminata a chi commette un omicidio, ha un senso nel momento in cui viene minacciata. Perché si spera che con quella minaccia l’omicidio non venga commesso. Nel momento in cui l’omicidio viene commesso lo stesso, la pena, sotto il profilo della prevenzione, che è quello più importante, si è rivelata inutile. E tuttavia deve essere applicata, perché altrimenti, in altre occasioni, evidentemente, se non venisse applicata è fallita come minaccia e non viene applicata più. Eh, no, bisogna applicarla perché una volta che è stata minacciata è una conseguenza necessaria l’applicazione della pena, ed è soprattutto perché altrimenti, sicuramente, nelle altre occasioni non funzionerà. Almeno si sa che, in quel momento non ha funzionato come minaccia però viene applicata e quindi si spera che la prossima volta, anche con riferimento ad altri, funzioni veramente. Questa è la vera funzione della pena. La pena ha una funzione soprattutto nel momento in cui viene minacciata, non nel momento in cui viene applicata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La nostra Costituzione, tuttavia, ha imposto al legislatore di far sì che una volta che questa pena venga applicata, perché deve essere applicata, questa pena abbia questo carattere rieducativo, evidentemente un carattere rieducativo lo dovrebbe avere già di per sé la pena, comunque venga applicata, perché è chiaro che quella persona, avendo subito una pena, dovrebbe avere ulteriori remore a compiere un atto grave. Di fatto, però, avviene, soprattutto con riferimento a coloro che delinquono per la prima volta, che il contatto che il carcere provoca, naturalmente, con altri che hanno commesso dei delitti, faccia sì che si affinino, anzi, le capacità di delinquere di questa persona.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qual è la ragione? La ragione è che l’amministrazione carceraria in Italia è tenuta in una situazione assolutamente precaria. Nel senso che lo Stato spende, per la giustizia, e quindi anche per l’amministrazione carceraria che rientra nell’amministrazione della giustizia, appena lo 0,8 o 0,6% del bilancio statale. Cioè, dedica ben poco, dedica molto meno di quanto non dedichi ad altre attività, cioè, una percentuale infinitesimale del bilancio. Lo Stato italiano non si è mai preso veramente carico dei problemi della giustizia. Il nostro, rispetto a quello di altri Paesi, è uno dei bilanci più miserevoli, con riferimento ai problemi della giustizia. Non voglio scandagliare le ragioni, dico però che è così.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È chiaro che quando si può spendere così poco le carceri debbono stare in queste condizioni precarie di affollamento e di poca possibilità, lì dentro, di fare scuola o di fare attività sportive, o di fare cultura, o di fare opera di rieducazione, di riabilitazione. È chiaro che le carceri diventano soltanto un posto dove si è privati della libertà e per di più si sta insieme ad altri delinquenti, e quindi non ci si redime affatto, ma si diventa più delinquenti. Ma non, sicuramente, per mal volontà dei direttori delle carceri o dei responsabili della sorveglianza. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quando io vado a interrogare i detenuti nel carcere di Marsala debbo chiedere 4 sedie, siccome normalmente quando si interroga un detenuto si è almeno in 4 persone: ci vuole un giudice, un segretario, l’avvocato che difende l’imputato e l’imputato. Se ci vogliono 4 persone mi sembra che ci vogliano pure 4 sedie. Al carcere di Marsala, che è sede di tribunale, non ci sono 4 sedie disponibili. E la sedia va, deve essere presa in prestito, qualche sgabello in una cella di qualche detenuto. Il detenuto deve venire nella zona dell’interrogatorio con lo sgabello sotto al braccio. Questa storia dura da 3 anni, e tu mi parli di rieducazione dei carcerati? Ma bisognerebbe cominciare a rieducare gli sgabellieri… per potere fare almeno gli interrogatori in modo decente. Questa è la situazione. È una poca, anzi nulla attenzione dello Stato a questi problemi. Una poca o quasi nulla destinazione di risorse finanziarie a questi problemi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La legge Rognoni-La Torre===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Qual è stata l’importanza della legge Rognoni-La Torre?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
La legge Rognoni-La Torre fu emanata in un momento […] firmata con grosso ritardo rispetto al momento in cui bisognava emanare una legge del genere, ma è stata emanata in un momento di particolare emozione, nascente appunto da tutto quello che stava avvenendo a Palermo e dai delitti cosiddetti «eccellenti», tra i quali proprio quello di La Torre, perché la legge Rognoni-La Torre fu approvata dopo l’uccisione di colui che l’aveva proposta. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa legge, evidentemente, risentì parecchio della fretta con la quale fu discussa e approvata dal Parlamento, e si manifestarono tutta una serie di difficoltà operative che finirono, questa legge, per renderla addirittura invisa, del tutto o in parte, anche a coloro che non avevano nulla a che fare con le organizzazioni mafiose. Per esempio, il caso delle certificazioni antimafia: che erano intese a regolare in modi così burocratici ogni impresa che doveva accedere a una commessa pubblica, da costringerla a presentare tutta una serie di documentazioni che hanno rallentato enormemente la possibilità di operare contrattando con lo Stato di imprese che nulla avevano a che fare con le organizzazioni mafiose. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono state le modifiche delle misure al soggiorno obbligato, ci sono state le modifiche alla diffida, ci sono state modifiche o sono allo studio tuttora modifiche che riguardano, per esempio, la gestione dei patrimoni sequestrati. Perché è giusto che il patrimonio accumulato illecitamente sia sequestrato, ma questi patrimoni non è che siano soltanto brillanti, gioielli o beni i quali hanno un valore di per sé, si mettono in un cassetto e si possono tenere nella cassaforte. Spesso questi patrimoni si portano dietro coloro che ci lavorano. Per esempio, il sequestro di un’azienda comporta, o potrebbe comportare, la perdita di centinaia o decine di posti di lavoro. Perché la legge Rognoni-La Torre regolava il sequestro, e quindi addirittura la gestione dei beni sequestrati, secondo i criteri che si rifacevano grossomodo alla legge fallimentare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Cioè, per esempio, il sequestrante o il curatore, il custode di questi beni (perché una volta sequestrati questi beni devono essere custoditi da qualcuno sin dal momento del sequestro, credo che venisse pagato 100 lire al giorno o qualcosa del genere), non aveva nessun interesse a continuare a far funzionare questa azienda. Quindi questi patrimoni, anche se sono state sequestrate delle cifre di miliardi – io non so molto, non ho molta familiarità con le cifre –, probabilmente non valgono nulla, perché la maggior parte delle imprese sequestrate sono imprese che a un certo punto si sono dovute chiudere, non sono andate avanti. Si sono persi dei posti di lavoro, si è persa ricchezza, si è persa la possibilità di far lavorare… ecco, le modifiche, sia in parte affrontate sia in parte in studio della legge Rognoni-La Torre, riguardano questo aspetto che nella legge era stato trascurato per l’emotività o per la fretta con cui venne approvata. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E poi, mi sembra di aver accennato, sono state già introdotte notevoli modifiche alle misure personali della diffida e del soggiorno obbligato che venivano contestate, venivano usate soprattutto in modo distorto, e hanno provocato delle reazioni, non sempre ingiustificate, sia nei criminali che si vedevano così talvolta eccessivamente penalizzati, con una misura che li metteva lontano dal luogo d’origine, soprattutto dalle loro famiglie, sia nelle popolazioni che dovevano sopportare questi soggiornanti considerati portatori di una pericolosa carica criminale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sul pool antimafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Perché tante polemiche sul [[pool antimafia]]?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa polemica riguardante il pool antimafia non l’ho iniziata io, che non faccio più parte da tempo del pool antimafia, non faccio parte del pool antimafia dall’agosto del 1986. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho continuato a lavorare con questi colleghi, mi sono fatto carico di questi problemi quando ho avuto la sensazione che stava succedendo qualcosa che, dal mio punto di vista ovviamente, non potevo apprezzare. Ho rilasciato dapprima una dichiarazione a un convegno e quindi un’intervista ai giornali «[[Lo Stato si è arreso: del pool antimafia sono rimaste macerie|Repubblica]]» e «[[Borsellino: &amp;quot;Vogliono smantellare il pool antimafia&amp;quot;|l’Unità]]», ho detto che era in atto una smobilitazione del pool antimafia di Palermo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non che il pool antimafia sia la bacchetta magica per risolvere il problema della mafia, stiamo attenti. Non lo è, la bacchetta magica, ma era l’unico organo che facesse effettive investigazioni, e che le facesse con un metodo che aveva portato a notevoli risultati. Io lanciai un allarme dicendo: «Badate, poiché oggi non è che il pool antimafia risolve il problema della mafia, ma è l’unico che fa effettive investigazioni con metodi ormai affinati, non mettetelo nelle condizioni di non dover lavorare più». Vi fu, come tu sai, un’ampia polemica sui giornali per tutto il mese di agosto 1988, si risolse la vicenda a metà di settembre, con una decisione del CSM che riconosceva la validità di questo pool antimafia, che raccomandava di farlo lavorare così come aveva lavorato prima. Da quel momento sono successe altre cose. Sembra che ci siano ulteriori difficoltà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io non so, perché purtroppo non ho letto questo articolo, se il prof. Guidotto afferma qui chiaramente che questo sgambetto che sarebbe stato fatto al pool o a [[Giovanni Falcone|Falcone]] sia stato uno sgambetto intenzionale. Siccome sono magistrato e debbo parlare sempre con riferimento a prove, debbo dire che in realtà si è verificata una notevole difficoltà di funzionamento, e si continua a verificare una notevole difficoltà di funzionamento di questo pool antimafia. Non ho prove che vi sia un’intenzione o un disegno determinato per non farlo funzionare. C’è qualcuno che autorevolmente lo afferma.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sui reati di mafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Nel giudicare un reato commesso dalla delinquenza ordinaria o in un reato di mafia il giudice segue metodi diversi?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il giudice non può, ovviamente, seguire metodi diversi nel giudicare un reato di mafia, o nel giudicare un reato commesso di giustizia ordinaria. Sono diversi, tuttavia, i metodi d’indagine. Sono diversi perché normalmente un reato commesso dalla delinquenza ordinaria è un reato che il giudice… è un reato che si è già esaurito nel tempo e il giudice deve, avvalendosi della polizia e delle tecniche investigative, ricostruire e poi ritenere quale sia, nel momento giudicante, la sanzione giusta da applicare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il reato di mafia, e soprattutto il reato di associazione mafiosa, è un reato che mentre il giudice sta indagando su di esso, e addirittura mentre il giudice sta giudicando, è un reato che si sta ancora compiendo. Non è un fatto storico esauritosi nel tempo, è qualcosa che ancora continua a produrre i suoi danni a causa del perdurare dell’operatività mentre il giudice sta giudicando. È chiaro che, mentre il giudizio deve sottostare sempre e soltanto alla legge, e quindi i criteri di giudizio sono identici, sono invece estremamente diversi i momenti di approccio investigativo a queste realtà completamente diverse quali sono i reati commessi dalla delinquenza ordinaria e i reati commessi dalla delinquenza mafiosa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, tieni presente che, normalmente, una delle forze su cui si basa la delinquenza mafiosa, o l’organizzazione mafiosa, è quella che noi definiamo, e che viene comunemente definita «omertà». Cioè vi è una legge fondamentale dell’organizzazione mafiosa che è quella del silenzio. Silenzio, cioè tanto per cominciare si comincia sempre a negare, e non si ammette mai non solo di far parte dell’organizzazione mafiosa ma non si ammette mai l’esistenza di questa organizzazione mafiosa, è una regola non scritta di Cosa Nostra, che noi abbiamo appreso con le dichiarazioni dei pentiti, secondo cui il mafioso giura, per la vita, di non ammettere mai che esista Cosa Nostra.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa omertà è un’omertà che è diventata un dato addirittura sub-culturale di tutte le larghe fasce della popolazione. Conseguentemente, le possibilità di apprendere da testi che è stato commesso questo o quel delitto di stampo mafioso sono minime. Ed essendo minime, il giudice deve ricorrere ad altri tipi di accertamento, e il giudice deve ricorrere a soppesare, a valorizzare al massimo quelle ombre che riesce a captare in questo mondo criminale che addirittura nega del tutto l’esistenza di se stesso, e che quindi non offre grossi approcci probatori al giudice.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ecco perché si giudica, è chiaro, nello stesso modo se un delitto è mafioso o non è mafioso, ma le investigazioni, le tecniche di investigazione e di approccio a questi delitti cambiano enormemente e occorrono grosse specializzazioni quando ci si approccia a un delitto di un genere o ci si approccia a un delitto di un altro genere.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sulla legalizzazione delle droghe===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;La legalizzazione degli stupefacenti può diventare uno strumento per combattere le mafie?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
No, la legalizzazione degli stupefacenti non può rappresentare uno strumento per combattere la mafia, intanto perché, come mi sembra di aver chiarito, non bisogna stabilire un’equazione assoluta tra mafia e traffico di sostanze stupefacenti. La mafia esisteva ancor prima del traffico di sostanze stupefacenti e probabilmente, se per miracolo divino questo traffico scomparirà, la mafia continuerà a esistere ancora dopo. Perché l’essenza della mafia non è il traffico di sostanze stupefacenti. Pensate che i primi trafficanti di stupefacenti in Italia non furono i mafiosi. Furono i contrabbandieri di tabacchi esteri. Perché, avendo dei canali per importare i tabacchi, li utilizzarono per importare qualcosa che rendeva molto di più, ma prendeva molto meno spazio. Una nave poteva portare centinaia di casse di tabacchi lavorati esteri, portava facilmente un pacchetto di droga che valeva tanti miliardi in più di tutti quei tabacchi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi, in un secondo tempo, la mafia, accortasi dell’importanza del business, cooptò, dentro di sé, questi contrabbandieri. I vari Michele Zaza, Nunzio Lamartina, Spadaro, citato dal professor Guidotto, non nascono come mafiosi, nascono come contrabbandieri di sigarette. Diventano mafiosi in un secondo momento, quando la mafia li coopta, addirittura forse li costringe, a entrare nell’organizzazione mafiosa per impossessarsi di questo traffico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oggi è vero che il business più importante della mafia è il traffico di sostanze stupefacenti, e qualcuno ha sostenuto: be’, se noi eliminiamo il traffico clandestino e legalizziamo il consumo di droga, abbiamo contemporaneamente levato dalle mani della mafia la possibilità di locupletare tutti questi guadagni illeciti ed essere così potente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tuttavia, forse non si riflette che una legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino. Anzi, avviene che le categorie più deboli, meno protette, saranno le prime a essere investite dal mercato clandestino. Perché qualsiasi forma di legalizzazione io non riesco, per esempio, a immaginarla, la legalizzazione che consenta al minore di entrare in farmacia e andarsi a comprare la sua dose di eroina. Perché una legalizzazione del genere, tra l’altro, in Italia, alla luce dei nostri principi costituzionali, non è possibile. È chiaro quindi che ci sarebbe questa fascia dei minori che sarebbe immediatamente investita dal residuo traffico clandestino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Resisterebbe poi un ulteriore traffico clandestino, che è quello delle droghe micidiali, sulle quali lo Stato, per la stessa ragione, non potrebbe mai liberalizzare. C’è questa nuova droga che si va diffondendo in America che è… rischia di uccidere anche alla prima assunzione, che si chiama crack, è chiaro che lo Stato, come non può liberalizzare il consumo di stricnina, non potrà legalizzare il commercio del crack. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E quindi si incrementeranno queste droghe proibite. E poi ci sarà un’ulteriore parte del mercato clandestino dovuto a tutti coloro che, per qualsiasi ragione, non vorranno ricorrere al mercato ufficiale. Per non essere schedati, per non essere individuati, per ragioni sociali, e quindi resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe estremamente più pericoloso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi le categorie più deboli e più da proteggere. E verrebbe alimentato inoltre dalle droghe più micidiali, ovvero quelle che non potrebbero essere vendute in farmacie, non foss’altro perché i farmacisti, a buon diritto, si rifiuterebbero di venderle.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conseguentemente mi sembra che sia da dilettanti di criminologia quello di pensare che liberalizzando il traffico di droga sparirebbe del tutto il traffico clandestino e si taglierebbero queste unghie dall’artiglio della mafia. Inoltre, come vi ho detto, ammesso che, per assurda ipotesi, questa liberalizzazione, che già produrrebbe danni enormi di altro genere, potesse levare dalle mani, dalle unghie della mafia, siccome la mafia non è, e non è soltanto, il traffico di sostanze stupefacenti, riconvertirebbe immediatamente la sua attività, e pesantemente, ad altri settori.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Prova ne sia che in realtà, oggi, noi stiamo vivendo un momento in cui non che sia diminuito il traffico di sostanze stupefacenti, ma ne sono diminuiti i proventi provenienti dal traffico. Perché oggi la mafia, che prima raffinava e poi vendeva, non raffina più. Non foss’altro perché i Paesi dell’Estremo Oriente hanno imparato perfettamente a raffinare e oggi l’eroina viene importata già raffinata e perfettamente raffinata da altri Paesi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da quel punto la mafia ci ha perso un grosso guadagno. Perché prima per ogni lira di morfina di base raffinata si ricavavano 100 lire di eroina […]. Oggi invece l’eroina magari si comprerà a 50 e si venderà a 100. Come vedete i guadagni sono estremamente diminuiti, e che cosa è avvenuto? È avvenuto che la mafia ha perso di potenza? Quando mai. Si è riversata pesantemente nel campo degli appalti, nel campo dell’edilizia. I morti. Quella teoria spaventosa di morti che è avvenuta quest’anno a Gela, Sicilia, città di 100.000 abitanti completamente in preda alle organizzazioni mafiose, anche sotto al profilo dell’ordine pubblico, non sono avvenuti per fatti di droga, sono avvenuti proprio perché lì la mafia si sta organizzando a spartirsi 1873 miliardi che arriveranno per sovvenzioni pubbliche e da parte di uno Stato così poco credibile; lo sapevano ormai tutti che se le divideranno le organizzazioni mafiose.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sul perché è nato il Pool antimafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Lei ha fatto parte del pool antimafia che è un organo formato da più giudici per risolvere l’omertà. Perché uno Stato che ci vuole garantire la giustizia vuole abolire quest’ordine?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma non è che lo Stato voglia abolire il pool antimafia. Intanto, lo Stato il pool antimafia non lo ha mai previsto. Perché il pool antimafia è nato nella completa assenza di previsione di un organo del genere. Il giudice istruttore, nella definizione legislativa, che peraltro risale all’epoca addirittura antecedente alla guerra, è addirittura un giudice che si chiama «monocratico», cioè che indaga e decide da solo. Quando ci si accorse, a Palermo, io coi miei colleghi […] che le dimensioni delle indagini erano tali, c’era un processo che pigliava tutta ’sta stanza, le pareti di tutta ’sta stanza, si trattava di qualcosa come… ora penso, che si sia abbondantemente superato il milione e mezzo di carte processuali, cioè quando ci si è accorti che una persona, da sola, non poteva dominare tutta questa materia processuale, perché [gli episodi] erano enormi, tantissimi, pensa che la sentenza istruttoria che ha concluso questo processo è formata da ben 8700 e rotti pagine, che per scriverne, una sola persona, evidentemente, già soltanto a copiarla da qualche altra parte deve essere stata una fatica immane.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allora abbiamo sperimentato un sistema di lavorare assieme, e abbiamo sperimentato un sistema… è stata una sperimentazione estremamente difficile perché non prevista dalla legge. E comunque doveva essere fatto senza andare contro la legge. Cioè il giudice doveva restare un giudice monocratico, ma doveva avere la possibilità di lavorare assieme agli altri. Ed è stato qualcosa che non è che si è creato dall’oggi al domani. Ci sono voluti ben tre anni di tentativi e di sperimentazioni per riuscire a creare qualcosa che funzionasse come quello che oggi si chiama il pool antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una legge per regolarizzarla non è stata mai fatta. A seguito di questa polemica di quest’estate, il CSM ha auspicato che venisse fatta una legge che regolasse l’attività del pool antimafia. Il ministro Vassalli, in un’intervista che rilasciò subito dopo la prima delle decisioni del CSM, ha detto che contava di intervenire con una legge che regolasse l’attività del pool antimafia. In realtà, questa legge, sino a questo momento, non è stata fatta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Probabilmente una ragione, che non deve essere andata a ricercare in qualche disegno di non far lavorare il pool antimafia, c’è. Noi andiamo incontro a un profondo rivolgimento del nostro processo penale. A fine anno entrerà in vigore il nuovo codice di procedura penale che cambia totalmente quelli che sono i principi a cui si ispira il processo attuale, che era diventato per tanti versi ormai non gestibile. Probabilmente, questo nuovo codice di procedura penale prevede già qualcosa con riferimento al lavoro di pool, anche se lo prevede con riferimento alla collaborazione tra giudici che appartengono a diverse sedi giudiziarie.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
So che è in preparazione un’aggiunta a questo nuovo codice che ancora deve entrare in vigore, che riguarda la collaborazione tra i giudici che fanno parte dello stesso ufficio, come nel pool di Palermo. Soltanto che questi giudici sostanzialmente saranno aboliti. Oltre alle indagini… col nuovo codice le indagini passeranno dall’istruttore al PM, non voglio entrare in tanti particolari che potrebbero essere non comprensibili a dei non tecnici. Però, è estremamente difficile fare una legge che riguardi, oggi, che riguardi i pool. Quindi, vi sono delle obiettive difficoltà. Purtroppo, in attesa di una regolamentazione legislativa, sembra che a Palermo le difficoltà di funzionamento del pool, che io denunciai a luglio, in parte continuino tuttora.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mafia e politica===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Cosa fa pensare che il potere politico sia in collaborazione con la mafia?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Non è che ci siano indizi che facciano pensare che il potere politico collabori con la mafia nel senso che noi giudici attribuiamo alla collaborazione, nel reato. Perché se questi indizi ci fossero è chiaro che ci sarebbe un numero estremamente alto di politici incriminati. In realtà, di caso almeno rilevante ce n’è stato uno soltanto. Ed è quello che riguarda l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Cioè lì non soltanto è stato accertato, non soltanto è stato chiesto rinvio a giudizio per questa questione, non soltanto è stato accertato che questo signore era vicino, aveva delle cointeressenze con delle associazioni mafiose, ma che addirittura era organico alla stessa mafia. Inserito, e quindi aveva commesso il reato di associazione mafiosa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle nostre inchieste, mi riferisco alle inchieste giudiziarie; perché i sociologi, i politici eccetera, traggono questi indizi non di realtà bensì indizi di certe situazioni sociopolitiche da una serie di altri elementi che però non riguardano il magistrato o la magistratura. Io mi riferisco agli indizi e penso che tu avessi chiesto gli indizi, quelli che il codice chiama tali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora, io ti dico, sono emersi dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del maxiprocesso vennero chiamati «contiguità». Cioè, delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta. La stessa strada si può fare perché in quel momento, almeno dal punto di vista strettamente giuridico, si trova conveniente fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito, dal punto di vista giudiziario, di formulare imputazioni su politici. Però stiamo attenti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza, nel provvedimento del giudice e poi, successivamente, nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Vi sono, oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici. Cioè le conseguenze che da certi fatti accertati trae, o dovrebbe trarre, il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari. Un burocrate, un alto burocrate, per esempio dell’amministrazione, che ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente un reato, perché ne manca qualche elemento, ma potrebbe essere sottoposto a provvedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: «Quel politico era vicino a un mafioso», «Quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti all’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto». Eh, no. Questo discorso non va. Perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire: «Be’, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giudiziaria che mi consente di dire: “Quest’uomo è mafioso”». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri ordini, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, dovrebbero trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato ma rendono comunque un politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questi giudizi non sono stati tratti. Perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si è detto: «Ah, questo tizio non è stato mai condannato, quindi è un uomo onesto». Ma dimmi un poco. Ma tu non la conosci gente che è disonesta ma non ci sono mai state le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe quantomeno indurre, soprattutto i partiti politici, a fare grossa pulizia? Non soltanto a essere onesti ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituiscono reato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sui pentiti===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Fino a che punto possono essere utili i pentiti?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
Mah, i pentiti sono sempre utilissimi alla giustizia, perché in materia di organizzazione mafiosa hanno permesso qualche cosa che prima era ritenuto assolutamente impossibile, cioè di guardare dal di dentro questa organizzazione che era difficile anche guardare dal di fuori. I boss erano stati sempre circondati da un muro di omertà tale che era difficile raccogliere testimonianze sulle organizzazioni mafiose o sulle loro attività. A Palermo era naturale, anche nel periodo in cui c’erano duecento omicidi in un anno, era naturale che non vi fosse neanche una persona che aveva sentito gli spari, figurati se qualcuno poteva andare a chiedere se c’era un’organizzazione mafiosa che aveva organizzato quell’omicidio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La mafia aveva un punto di forza in questa omertà, nel senso che uno dei complici di un delitto non temeva mai che l’altro complice lo andasse a denunciare, andasse mai un domani a raccontarlo. E questo era un momento di forza e di coesione fortissima per la mafia. Quando si cominciò a manifestare il fenomeno del «pentitismo», in un certo qual senso questa sicurezza finì. Cioè, c’era il pericolo che il mio complice di oggi domani diventasse pentito. Quindi la fiducia reciproca tra le organizzazioni e appartenenti alle organizzazioni mafiose continua a incrinarsi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Probabilmente però è stato fatto un uso scriteriato dei pentiti, e mi riferisco soprattutto ad alcuni clamorosi processi avvenuti non però in Sicilia. È avvenuto che i pentiti sono stati considerati un po’ come la scorciatoia nell’acquisizione delle prove. Cioè a un certo punto, quando il pentito raccontava qualche cosa, alcuni giudici e alcuni poliziotti hanno creduto che il loro lavoro fosse finito. Bastava registrare quello che aveva detto il pentito e la prova era raggiunta. Con scarsi accertamenti, con scarsi riscontri, talvolta senza neanche cercare i riscontri. Tutto questo ha provocato una reazione di rigetto da parte di buona parte dell’opinione pubblica, e una forma di screditamento nei confronti di tutti i pentiti, anche quelli che in fallo non erano stati mai colti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tutti sappiamo il danno che è avvenuto con il cosiddetto processo Tortora. Ora io non entro nel merito, se il pentito aveva torto o ragione, ma sembra, e sembra accertato dalla Cassazione, che lì le dichiarazioni di questi pentiti che accusavano, non soltanto Tortora ma altri 800 camorristi, non erano state, così come dovevano essere, opportunamente approfondite e vagliate. Il pentito non deve essere una scorciatoia. Il pentito deve dare la chiave di lettura di certe cose, deve dare l’indirizzo e poi il giudice deve andarsi a cercare, a riscontrare quelli che sono appunto i riscontri obiettivi alla dichiarazione dei pentiti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Se questo non fa, è pericoloso. Perché quando per esempio è avvenuto a Napoli che ci furono 800 arrestati della camorra e poi sostanzialmente sono stati tutti assolti, si è dato a questi la medaglia di essere quelli […] agli onesti si è data questa impressione, all’opinione pubblica, di gettare, con pochi elementi, degli onesti in galera. Ai disonesti, che l’hanno fatta comunque franca, assieme agli onesti, perché l’assoluzione generale ha finito per fare piazza pulita di tutti, il processo ha fatto il regalo di una medaglia: di essere quelli che erano riusciti a fare fessi i giudici, il che ha provocato evidentemente un loro maggiore peso all’interno dell’organizzazione criminale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sullo Stato===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Si sente protetto dallo Stato? Ha fiducia nello Stato stesso?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
La risposta merita una precisazione. Spesso, una domanda del genere viene fatta per chiedere se sono scortato. Non so se tu ti volevi riferire a questo, perché questo ha poca importanza, onestamente. Anche perché, personalmente, per quanto io ritenga che nonostante queste scorte più o meno per otto anni di fila abbia dovuto sopportarle, io non ci credo granché, sull’effettiva possibilità di… lasciamo questo argomento che poi attiene a considerazioni personali dovute a tante situazioni una diversa dall’altra. Io non mi sento protetto dallo Stato perché quando (come dicevo poco fa) la lotta alla criminalità mafiosa viene sostanzialmente delegata soltanto alla magistratura e alle forze dell’ordine, perché si ritiene che sia un fatto esclusivamente di natura giudiziaria, mentre un fatto di natura esclusivamente giudiziaria non è, allora una situazione di pericolo si crea. Come dicevo prima, se non si incide sulle cause a monte, sulle cause di questo particolare fenomeno criminale, ce lo troveremo sempre davanti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dico, questa delega lasciata soprattutto a magistratura e forze dell’ordine, cosa ha provocato? Ha provocato una sovraesposizione di magistratura e forze dell’ordine. Cioè, nella mentalità del criminale è chiaro che, eliminato il magistrato che si occupa di mafia o il poliziotto che si occupa di mafia, ha eliminato l’unico nemico che aveva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E naturalmente in questo il magistrato e l’appartenente alle forze dell’ordine si trovano estremamente sovraesposti e poco protetti. E non sono chiacchiere, perché se noi facciamo il conto di quanti magistrati e quanti poliziotti sono stati uccisi dall’80, ma anche prima, incominciamo nel 1970 con il primo delitto eccellente, il numero diventa incredibile. E vi assicuro che, personalmente, non saprei se fossero miei più che amici o collaboratori, più che collaboratori o erano quasi tutti miei amici, questi che sono stati uccisi, oggi diventa estremamente difficile per me ricordarmeli tutti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È chiaro, non erano protetti loro e non è protetto nessuno che si occupa di queste organizzazioni mafiose. Poi la situazione è diventata ancora estremamente più grave con l’ultimo omicidio di un magistrato che è avvenuto in Sicilia, il giudice Saetta. Perché per la prima volta è stato ucciso un giudice che non è di quelli che fanno le indagini sulla mafia, ma di quelli che appartenevano al dibattimento, cioè che dovevano giudicare le indagini fatte dagli altri. E questo ha portato un allarme generalizzato, perché non si è sentito più sicuro nessuno. È stata una forma di intimidazione che riguardava non soltanto i giudici che si occupano di mafia, ma anche quelli che un giorno potrebbero essere chiamati a far parte di un dibattimento che deve giudicare, che sono moltissimi, che deve giudicare un fatto di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Questa sovraesposizione è sicuramente intollerabile. Perché c’è chi reagisce, che nonostante questa sovraesposizione debba continuare a operare come operava prima. Ma c’è, ovviamente, chi può trovare estreme remore nel proprio lavoro, da una situazione o sensazione di pericolo in cui si può trovare. Nonostante, debba dire, che almeno in Sicilia, ma credo che sia così anche in tutte le altre parti d’Italia, non è mai avvenuto che per l’uccisione di un giudice o di un poliziotto si siano fermate o si siano bloccate le indagini, perché se n’è trovato sempre un altro che prendeva il loro posto. Ciononostante, proviamo a immaginarci cosa sarebbero oggi, come sarebbe l’efficienza delle forze di polizia e della magistratura in Sicilia se fossero ancora in vita il procuratore Gaetano Costa, proviamo a immaginarci cosa ha significato azzerare questa massa enorme di esperienze, di capacità investigative, di volontà, di lavoro e di incisione sul problema. Se noi proviamo a immaginare questo dobbiamo trarre, purtroppo, la negativa conseguenza che la mafia in questi casi ha colto ben nel segno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le indagini antimafia===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Quali sono le difficoltà del pool antimafia nella raccolta delle prove?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mah, intanto lo stesso numero e la stessa complessità dei fenomeni criminali. Si pensa che il processo… il primo [[maxiprocesso di Palermo]] riguardava ben 125 omicidi e 800 imputati. Già l’enorme massa di lavoro, oltre a un numero infinito di reati minori che arrivavano a 470-480. Cioè, bisognava indagare, prendere le decisioni, inserirle in un sistema sclerotico con un numero tanto enorme che già era estremamente difficile dedicare il tempo occorrente, un minimo tempo occorrente di studio delle carte processuali a ognuno di essi. Questa è stata un’estrema difficoltà.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
C’è stata un’estrema difficoltà di mezzi. Quando venne fatto un mandato di cattura contro 325 persone subito dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, presso un ufficio del pool antimafia non esisteva neanche una fotocopiatrice. Fu montata, mi ricordo, quella notte perché si dovesse fare il mandato di cattura con dieci giorni di anticipo perché vi era stata una fuga di notizie, un settimanale minacciava di uscire l’indomani con uno scoop con tutte le dichiarazioni di Buscetta. Allora l’abbiamo bruciato sul tempo e quello che dovevamo fare in dieci giorni lo abbiamo fatto in una notte.&lt;br /&gt;
Tutta una serie di difficoltà operative, eccetera.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Poi ci sono le difficoltà che in seguito ci fecero lo sgambetto. Cioè, all’inizio posso dire ci fu una certa… coloro che cominciarono a interessarsi di questi problemi non è che raccolsero una grande solidarietà all’interno del Palazzo di Giustizia, perché si riteneva che fossero dei fanatici o delle persone che si dovevano interessare di una cosa che «tanto andrà sempre così, è inutile che ci mettete mano». Poi, questa indifferenza… si parla del procuratore generale che avrebbe chiamato il giudice Chinnici e gli avrebbe detto: «Guarda, riempi il collega Falcone di piccoli processi di rapina così finisce di rompere le scatole e di occuparsi di problemi di mafia». &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È scritto nel diario [di Chinnici] che non so chi ce l’abbia… quindi nonostante queste grandi difficoltà di incomprensione nello stesso Palazzo… che poi a un certo punto cessarono, però poi probabilmente sono riemerse, per una certa forma di stanchezza, perché il potenziamento degli uffici del pool non è che sia stato fatto perché a un certo punto sono calati dal cielo tutti i segretari che servivano, tutte le macchine da scrivere che servivano, tutte le fotocopiatrici, i telefoni eccetera. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma perché sono state tolte ad altri settori della giustizia, i quali si sono lamentati perché potevano funzionare poco. Ecco. È tutto… il pool riuscì a ritagliarsi, per un certo tempo, a operare per tutto uno spazio di attività e di possibilità operative, ma non creando nuove strutture, utilizzando e cercando di succhiare residui o vecchie rimanenze di strutture vicine, ponendo tuttavia in crisi quelle strutture vicine.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Palermo c’è stato un periodo in cui non si riusciva a trovare giudici o segretari che si occupassero delle vicende civili. Perché tutte le energie erano dirottate verso il penale. Questo provocò a un certo punto una forma di stanchezza da parte dell’apparato giudiziario che forse sta alla base delle ultime difficoltà del pool. C’è stata una reazione, hanno detto: «Forse qualcuno ha pensato bene di giocare, ma il gioco è finito».&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mafia e terrorismo===&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Si può parlare di legami tra mafia e terrorismo?&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vi è un procedimento a Firenze che riguarda un attentato a un treno, non ricordo precisamente, in cui ci sarebbero elementi della camorra, elementi del terrorismo ed elementi mafiosi. Però io non conosco questo processo. Vi è stato un episodio narrato da Buscetta, e sotto certi aspetti confermato da Liggio, relativo a certi aiuti che cercò il principe Borghese nelle organizzazioni mafiose per ideare quel golpe che sarebbe dovuto avvenire intorno al ’70 mi sembra. Vi è stato qualche contatto, a giudicare da taluni atti processuali che noi abbiamo raccolti tra la mafia e il terrorismo nero in occasione del delitto Mattarella, ma ancora non vi è nulla di chiaro o di accertato. Vi è stata un’assenza totale di delitti di terrorismo sia nero che bianco che rosso, in Sicilia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
È una regione che è rimasta pressoché assolutamente immune ai problemi del terrorismo che travagliarono il resto d’Italia dagli anni Settanta e che non sembrano del tutto ancora spenti. E questo lascerebbe pensare a una sorta quantomeno di accordo negativo, cioè «io qua e tu là» o qualcosa del genere. Ma compenetrazioni organiche tra mafia e terrorismo rosso, per esempio, non sono mai venute alla luce. Qualcosa, con riferimento al terrorismo nero, ma ancora tutta da accertare, e comunque solo, sembra, con riferimento a un delitto, l’omicidio Mattarella, che è un delitto mafioso ma che molti, a buona ragione, definiscono anche delitto politico.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
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