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	<title>WikiMafia - Contributi dell&#039;utente [it]</title>
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	<subtitle>Contributi dell&amp;#039;utente</subtitle>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6777</id>
		<title>Pompeo Panaro</title>
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		<updated>2018-05-01T08:17:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[File:IMG-20180413-WA0009.jpg|miniatura|destra|Pompeo Panaro]]&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;“Si è fatto sì che di papà si perdesse anche la memoria. Non si è valutato se l’uomo, il politico e la vittima di mafia meritasse o meno un riconoscimento” (Paolo, figlio di Pompeo Panaro)&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Pompeo Panaro&#039;&#039;&#039; (Paola [[30 maggio]] [[1934]] – Paola [[28 luglio]] [[1982]]) è stato un commerciante ed esponente politico calabrese ucciso, silenziosamente, dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] e fatto sparire nelle montagne dell’alto tirreno cosentino. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Un uomo dedito al lavoro, alla famiglia e alla vita politica del suo paese: questo fu Pompeo Panaro, marito di &#039;&#039;&#039;Silvana Di Blasi&#039;&#039;&#039; e padre di &#039;&#039;&#039;Paolo&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Antonella&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da commerciante Pompeo lavorò nel negozio di generi alimentari di famiglia, sempre disponibile e generoso nei riguardi dei clienti, soprattutto di quelli più bisognosi, disposto a fare credito e a non pretendere il denaro di fronte a difficoltà economiche; si occupò della gestione di diversi appalti per la distribuzione degli alimenti nelle mense locali con grande dedizione, al punto che nell&#039;anno 1982 l’attività di famiglia arrivò a fatturare incredibilmente un miliardo di vecchie lire, un traguardo che festeggiò con tutti i suoi cari e il resto della città&amp;lt;ref&amp;gt;[http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/02/news/storia_di_pompeo_testimone_scomodo_sepolto_nel_cimitero_della_ndrangheta2222-57435740/ Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, Inchieste la Repubblica, 2 maggio 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’impegno politico===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] La mia iscrizione alla Dc aveva spezzato una tradizione quasi centenaria nella mia famiglia, proprio in un momento in cui questa tradizione poteva anche rendere dei frutti concreti. Questo dimostra, però, che la mia è stata una scelta assolutamente ideale, intimamente sentita e profondamente meditata, perché mi sento di essere sinceramente cristiano ed obiettivamente democratico. E non l’ho fatto nei momenti di maggiore bisogno, che pur tanti ne ho avuti, ma soltanto in un momento in cui, libero da pesanti pressioni materiali, potevo più liberamente guardare a valori ben più alti e tendere a fini essenzialmente superiori. Non ho tentato, neanche nei momenti di maggiore bisogno di arraffarmi un posticino qualsiasi, come per esempio quello di iscrivermi nella pur nobile famiglia degli impiegati comunali, con l’intrallazzo politico; come invece ha fatto e continua a fare qualche altro, riducendo il Comune di Paola ad una specie di succursale famigliare […]&#039;&#039;”. Uomo di grandi principi democratici e cristiani, si avvicinò alla Dc spinto da forti ideali di legalità, dalla voglia di portare nuove politiche di miglioramento per la crescita consapevole della comunità, denunciando apertamente le pratiche di clientelismo e opportunismo di alcuni soggetti vicini all&#039;amministrazione comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da persona impegnata nella vita sociale, Pompeo, militante della Dc per diversi anni, rivestì svariati incarichi pubblici tra i quali dirigente del partito politico, assessore, vicesindaco e sindaco nel comune di Paola (CS). Durante questi anni, Pompeo fu sensibile alle attività sociali: per conto del comune, si occupò della gestione E.C.A. - Ente Comunale di Assistenza, un fondo di assistenza per le persone e le famiglie in condizioni di necessità - e dell’assegnazione delle pensioni ai soggetti più bisognosi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo allontanamento dalla Dc fu oggetto di discussione in un suo ultimo discorso tenuto in Comune: “&#039;&#039;Con il coraggio e la lealtà di sempre, ho rivendicato la mia piena libertà d’azione, e ciò perché non sono assolutamente disposto a mettermi sotto i piedi la legge, neanche quando questa si concretizza in un regolamento qualsiasi, liberamente formulato e responsabilmente approvato con l’opposizione della mia firma di galantuomo […] Non si può continuare in questa politica ambigua e catastrofica che rifiuta il metodo ed i contenuti democratici e svuota la partecipazione. Io dirò di no ad ogni manifestazione antidemocratica, come del resto ho sempre fatto; ad ogni fatto conservatore ed accentratore di ogni potere in poche mani, qualsiasi esse siano […] dirò di no ad ogni meta che eventualmente si volesse raggiungere, come finora si è fatto, nel disinteresse, senza dibattiti e senza una diffusa spinta alla partecipazione consapevole della base; così come dirò di no ad ogni scelta che dovesse avvenire sotto la spinta di interessi spiccioli particolaristici e personali&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==L’omicidio==&lt;br /&gt;
Nel [[1982]] la quotidianità di Pompeo Panaro e della sua famiglia venne travolta da una serie di eventi che ancora oggi non trovano risposte definitive: un omicidio di mafia silenzioso, camuffato, insabbiato, dimenticato. Prima la scomparsa, una sera di luglio, scambiata erroneamente e superficialmente per allontanamento volontario; poi un anno dopo, nel [[1983]], la possibilità di fare luce sull&#039;accaduto, in seguito ad una telefonata anonima, infatti, vennero ritrovati i suoi resti bruciati e carbonizzati, in una zona montuosa locale. Successivamente tutto si complicò: strane dimenticanze circa l’ufficializzazione della morte presso gli enti comunali, la mancata informazione data alla moglie e ai figli sul ritrovamento; nel [[1984]] la sparizione del fascicolo aperto sull&#039;omicidio volontario, archiviato a carico di ignoti; nel [[1994]] la dichiarazione di presunta morte; nel [[1997]] e [[2007]]-[[2012]] le dichiarazioni di due pentiti sull&#039;omicidio Panaro, l’ipotesi di lupara bianca e paradossalmente tanto, troppo, silenzio da parte delle istituzioni. Fino al [[2012]], anno che segnò un cambiamento nelle indagini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono voluti all&#039;incirca trent&#039;anni per rompere il silenzio sulla morte di Pompeo e questo solo grazie al figlio Paolo che chiese e ottenne la riapertura del caso, in verità omicidio di ‘ndrangheta di cui Pompeo fu una vittima innocente a soli 48 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La scomparsa silenziosa===&lt;br /&gt;
Il [[28 luglio]] del [[1982]], come ogni sera, alle 21 circa Pompeo Panaro chiuse la sua attività commerciale sita in via Duomo per raggiungere la moglie Silvana in Piazza IV Novembre. Quella sera Pompeo salì su una Fiat 127 che si fece prestare dal cognato dopo aver subito il furto della sua vettura. All&#039;appuntamento con Silvana però l’uomo non arrivò mai; quel mercoledì di luglio, Pompeo scomparve e solo il giorno seguente fu presentata una denuncia dal fratello&amp;lt;ref&amp;gt;[https://www.fanpage.it/la-storia-di-pompeo-panaro-il-consigliere-comunale-ammazzato-dalla-ndrangheta/ La storia di Pompeo Panaro, il consigliere comunale ammazzato dalla ‘ndrangheta, Fanpage.it, 29 settembre 2017]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
La sera stessa della scomparsa fu ritrovata l’auto guidata da Pompeo, in via Baracche, chiusa a chiave e regolarmente parcheggiata ma sul caso scese un incredibile silenzio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] Probabilmente mi dissero che papà era partito, che era andato all&#039;estero. Questa voce circolò molto e io di fatto mi convinsi che quella possibilità poteva essere reale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://drive.google.com/file/d/0B6qEotNoxNYLYnl2VHlhbUllNmc/view La mia battaglia per la verità. Paolo Panaro, Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;. Altre voci di paese sussurravano che l’uomo venne rapito e tenuto prigioniero, in località Baracche, luogo del ritrovamento della Fiat 127.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ritrovamento dei resti umani e le indagini===&lt;br /&gt;
Dopo circa un anno dalla scomparsa di Pompeo, il [[15 giugno]] [[1983]], una telefonata anonima all&#039;allora commissario di Paola, &#039;&#039;&#039;Antonio Cappelli&#039;&#039;&#039;, – poliziotto di ferro temuto dalla criminalità – aprì uno spiraglio sulla sparizione dell’uomo. &#039;&#039;&#039;Località Trifoglio&#039;&#039;&#039; fu l’indicazione riportata dalla voce anonima per l’individuazione del corpo di Pompeo ucciso, bruciato e sepolto; inoltre, la fonte anonima si preoccupò di far pervenire al comandante una busta con dentro un foglio su cui era disegnata la mappa della località Trifoglio e l’indicazione esatta del punto in cui erano sepolti i resti di Pompeo&amp;lt;ref&amp;gt;Vittima di mafia, non per lo Stato, archivio il Quotidiano&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;La mappa dell’orrore spedita alla polizia, archivio Gazzetta del Sud&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel punto descritto, le autorità con l’aiuto degli escavatori ritrovarono i resti di un corpo umano, brandelli di vestiti, un contenitore con del liquido infiammabile, dopo dieci giorni, una chiave di un immobile di Pompeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante il ritrovamento ed il successivo riconoscimento delle prove certe attraverso perizia ufficiale disposta dalla procura di Paola  presso l’università di Napoli nel [[1984]], la morte di Pompeo non venne registrata: “&#039;&#039;questo semplice atto amministrativo non avviene perché il documento rimane nel fascicolo […] dopo il riconoscimento ufficiale nessuno ci ha comunicato l’esito&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/02/news/storia_di_pompeo_testimone_scomodo_sepolto_nel_cimitero_della_ndrangheta2222-57435740/ Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta, la Repubblica – Inchieste, 2 maggio 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;La morte di Panaro non fu segnalata Gazzetta del Sud, 8 marzo 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. Il [[10 febbraio]] [[1984]] con l’atto n. 1297/82 R.G., i resti ritrovati furono restituiti non alla moglie ma ai fratelli di Pompeo. “&#039;&#039;Si comunica che in località Trifoglio, agro del comune, sono stati rinvenuti resti umani identificati come appartenuti al cadavere di Pompeo Panaro&#039;&#039;” questo quanto riportato nei documenti del 10 febbraio 1984&amp;lt;ref&amp;gt;Morte di Panaro, il mistero s’infittisce. Al Comune non ci sono atti di sepoltura Gazzetta del Sud, 23 agosto 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 marzo]] del [[1984]], su richiesta del pubblico ministero Luigi Belvedere, il giudice istruttore del Tribunale di Paola dispose l’archiviazione del caso d’omicidio a carico di ignoti così motivandolo: “&#039;&#039;Ritenuto che gli atti assunti forniscono la prova oggettiva del fatto denunciato, ma non offrono alcun indizio sugli autori di esso, si dichiara il non doversi procedere per essere ignoti coloro che hanno commesso il reato&#039;&#039;”. Da quel momento delle prove (le chiavi, le parti di scheletro, il vestiario e la scarpa) ritrovate durante le ricerche, in contrada Trifoglio, non si ebbe più traccia; a seguito di tutti gli accadimenti giudiziari che si susseguirono dal 1984, venne omesso anche il fascicolo d’omicidio senza un motivo preciso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così [[22 novembre]] [[1994]], dieci anni dopo la scomparsa del commerciante paolano, con provvedimento del Tribunale tirrenico fu dichiarata, assurdamente, la morte presunta di Pompeo Panaro&amp;lt;ref&amp;gt;Il picciotto sul delitto Panaro Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;; sul ritrovamento dei resti di Pompeo non fu aperto alcun atto d’ufficio e quindi venne confermata la morte presunta; il fascicolo contenente tutte le informazioni sulla telefonata anonima, il ritrovamento dei resti, la perizia, l’identificazione, la restituzione e l’archiviazione d’omicidio a carico di ignoti venne paradossalmente dimenticato come venne dimenticata l’ufficializzazione della morte di Pompeo presso gli uffici competenti; Pompeo quindi continuò a risultare persona scomparsa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le rivelazioni dei pentiti=== &lt;br /&gt;
Nel [[1997]] il caso Panaro tornò a far parlare&amp;lt;ref&amp;gt;Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare Gazzetta del Sud 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;; la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro acquisì il vecchio fascicolo e anche alcuni pentiti locali fecero il nome di Pompeo Panaro, durante delle operazioni antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A parlare dell’omicidio Panaro furono [[Fedele Soria]] e [[Giuliano Serpa]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[5 febbraio]] del [[1997]], dopo quattordici anni di silenzio, in un verbale segreto sottoscritto da Fedele Soria, il picciotto della storica [[Serpa (&#039;ndrina)|‘ndrina dei Serpa]] parlò dell’omicidio: fece il nome dell’uomo che si occupò dello spostamento del cadavere di Pompeo in località Trifoglio; indicò i nomi di quattro uomini, appartenenti alla ‘ndrina Serpa, informati sull&#039;omicidio e sul luogo preciso del seppellimento; inoltre, il pentito dichiarò che per uccidere il commerciante venne utilizzata una pistola 38 Cobra, sequestrata poi dai carabinieri. Infine, Soria confidò per poi smentire le cause dell’omicidio, ovvero problemi sul pagamento dell’affitto di un’abitazione che il commerciante impegnò ad un uomo di comando della ‘ndrangheta. Secondo l’uomo, Pompeo si lamentò più volte di questa mancanza anche con altre persone e per questo malcontento venne punito con la morte. Per questi motivi, il commerciante paolano dapprima venne rapito e ucciso da un uomo di fiducia dell’organizzazione e poi seppellito nella zona montuosa da un secondo affiliato&amp;lt;ref&amp;gt;Il picciotto sul delitto Panaro Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;. Nonostante queste rivelazioni, il caso venne nuovamente archiviato nel [[2004]]; anche le successive inchieste “&#039;&#039;&#039;Costa&#039;&#039;&#039;”, “&#039;&#039;&#039;Missing&#039;&#039;&#039;” e “&#039;&#039;&#039;Tela del Ragno&#039;&#039;&#039;” della DDA di Catanzaro portarono nuovamente a considerare un caso di lupara bianca la morte di Panaro, in quanto del fascicolo d’omicidio volontario del 1984 continuò ad essere ignorato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2007]] il boss pentito Giuliano Serpa parlò dell’omicidio di Pompeo Panaro confermando la ricostruzione di Soria e di aver partecipato al delitto&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Sulla morte del commerciante e politico paolano, Giuliano Serpa aggiunse nuovi particolari: ad ucciderlo fu un colpo di pistola al cuore; l’ordine di uccidere partì da [[Ennio Serpa]] – cugino di Giuliano – detenuto nel carcere di Cosenza&amp;lt;ref&amp;gt;Nove indagati per il delitto di Pompeo Panaro, Gazzetta del Sud, 11 febbraio 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La motivazione di questo atto criminale fu motivata da una sospetta collaborazione di Pompeo con gli investigatori nella risoluzione di un altro caso di omicidio che portò all&#039;arresto di due picciotti della ‘ndrina, l’11 febbraio 1982&amp;lt;ref&amp;gt;Mamma ‘ndrangheta,A. Badolati, Pellegrini editore, 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;; secondo il pentito Giuliano Serpa, infatti, Pompeo Panaro informato sull&#039;omicidio di [[Luigi Gravina]] – commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta– fece arrestare i latitanti che presero in affitto un immobile di sua proprietà per sfuggire alla cattura&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Dalle dichiarazioni del pentito Serpa fu possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio. Al commerciante paolano venne dapprima rubata l’automobile, poi fu contattato da un emissario della ‘ndrina; con l’intenzione di riappropriarsi della propria vettura, Pompeo si recò nel luogo stabilito. Giunto sul posto, Pompeo fu sottoposto ad interrogatorio sulla sua presunta collaborazione con le forze dell’ordine ma non trovando riscontro positivo alle domande Mario Serpa decise di lasciarlo andare via. Mentre Pompeo si stava allontanando un uomo che prese parte all&#039;incontro (del quale il pentito fornì il nominativo) sparò con la “Cobra” calibro 38 verso di lui; il cadavere venne sepolto e fatto sparire nelle montagne locali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, in un verbale di acquisizione di intercettazioni in carcere, dell’omicidio Panaro parlò anche [[Mario Serpa]] -il capo indiscusso della ‘ndrina di Paola negli anni ’80-&amp;lt;ref&amp;gt;Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare Gazzetta del Sud, 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Nonostante si accusò dell’omicidio Panaro insieme ad altre tredici persone, il pentito Serpa fu l’unico ad essere processato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La reazione del figlio Paolo: la fine del silenzio e la riapertura del caso===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Avevo nove anni quando scomparve mio padre e ho di lui dei ricordi molto vaghi perché il silenzio che mi ha avvolto dopo la sua scomparsa, ha lavorato molto dentro di me facendo un’opera di erosione costante e subdola, privandomi anche del prima, degli anni in cui avevo ancora papà […] Io sono andato avanti con la mia vita, scuola, amici, università fino a 27 anni quando parlando con una persona che conoscevo da tempo mi ha fatto riflettere sulla scomparsa di mio padre e sulla mia totale disinformazione su ciò che era accaduto. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere ai miei familiari di avere maggiori informazioni su quello che era successo allora. Non mi aspettavo le grandi rivelazioni ma un confronto tranquillo che avrebbero potuto essere anche le sole chiacchiere del paese. Ma la loro reazione è stata inaspettata e incomprensibile. Si è scatenato l’inferno e mi sono sentito chiedere perché andavo contro di loro. Questo atteggiamento mi creò subito sospetti e mi resi conto di essere da solo di fronte alla ricerca di verità&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://drive.google.com/file/d/0B6qEotNoxNYLYnl2VHlhbUllNmc/view La mia battaglia per la verità Paolo Panaro in Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 2011 &#039;&#039;&#039;Paolo Panaro&#039;&#039;&#039;, il figlio di Pompeo, scoprì molti dettagli sulla ‘scomparsa’ del padre; venne a conoscenza del fascicolo per omicidio e del fatto che due pentiti di ‘ndrangheta ricostruirono l’omicidio di Pompeo durante degli interrogatori. Su &#039;&#039;Calabria Ora&#039;&#039;, un giornale locale, lesse un articolo sulle vittime di ‘ndrangheta dal quale apprese che esistevano atti giudiziari sulla vicenda di suo padre; non ricevendo risposte dalla sua famiglia, Paolo si mobilitò in modo autonomo e, il [[31 maggio]] [[2011]], riuscì a recuperare il fascicolo sulle indagini per poi chiedere nel 2012 e ottenere dalla magistratura la riapertura del caso sulla morte di suo padre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2013]] venne richiesto il test del DNA sui resti di Pompeo che si ritrovarono in una scatola di zinco, nella cappella di famiglia: coperto con della carta da pacchi fu rinvenuto l’omero, ma non i capelli, fondamentali per l’identificazione del DNA e i frammenti di cranio ritrovati nel 1983, secondo i documenti mai consegnati ai parenti&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;Quei resti sono di Panaro L’ora della Calabria 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con questo atto, paradossalmente per la seconda volta, venne formalizzato il ritrovamento del corpo di Pompeo, dimenticato dalla magistratura per trent&#039;anni&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilgiornale.it/news/se-stato-trasforma-farsa-perfino-guerra-mafia.html Se lo Stato trasforma in farsa perfino la guerra alla mafia, Il Giornale, 21 giugno 2012]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Le scoperte fatte sulla morte di suo padre portarono Paolo a dubitare sulla corretta gestione del caso: “&#039;&#039;Si è solo badato a non far trapelare nulla. E in definitiva il risultato, finora è stato che gli assassini sono rimasti liberi di delinquere e il sacrificio, il coraggio di un uomo che ha sfidato la malavita in quegli anni di fuoco, denunciando gli esecutori di un altro omicidio, invece di essere portato come esempio alle generazioni future da chi ne aveva obbligo e dovere istituzionale e civile è stato anzi soffocato, vilipeso, offeso fino alla dimenticanza più totale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://www.infopinione.it/index.php/2016/07/29/paola-non-si-dimentica-pompeo-panaro/ Paola, non si dimentica Pompeo Panaro, Infopinione, 29 luglio 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Per Paolo la morte di suo padre ha dell’incredibile: la magistratura si dimenticò del ritrovamento di un corpo, periziato ed identificato, commettendo un errore giudiziario senza precedenti. Collusione, corruzione, connivenza sintetizzano bene l’omicidio di ‘ndrangheta dimenticato di Pompeo.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’archiviazione del caso===&lt;br /&gt;
Nel 2013, in seguito alla presentazione dell’esposto da parte di Paolo, figlio di Pompeo Panaro, la DDA riaprì il caso. Le importanti rivelazioni fatte da Giuliano Serpa, pentito di ‘ndrangheta, portarono a dodici indagati: undici di loro considerati deceduti anche se in realtà lo erano solo tre&amp;lt;ref&amp;gt;Delitto di Pompeo Panaro. Undici coinvolti per errore L&#039;ora della Calabria, 1 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
In conclusione, per l’omicidio di Pompeo Panaro, il P.M. Bruni con la sua richiesta di nove anni di reclusione riconobbe solo la responsabilità di Giuliano Serpa, il quale però venne assolto perché il reato cadde in prescrizione&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.quotidianodelsud.it/calabria/cronache/benevento/2015/04/18/venne-ucciso-pi-trentanni-fa-scatta-prescrizione-reato Venne ucciso più di trent&#039;anni fa. Scatta la prescrizione per il reato il Quotidiano del Sud, 18 Aprile 2015]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Una storia di omissioni, connivenze, depistaggi, ingiustizie, perpetrate per oltre trent&#039;anni&#039;&#039;” queste le parole di don &#039;&#039;Ennio Stamile&#039;&#039;, referente regionale di Libera Calabria&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Paola, il 21 luglio di ogni anno viene celebrata la giornata in ricordo di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le richieste del figlio, in ricordo di Pompeo Panaro non vi è alcuna memoria in sede comunale né come politico né come vittima di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Archivio Gazzetta del Sud &lt;br /&gt;
*Badolati A., Mamma ‘ndrangheta, Pellegrini Editore, 2014&lt;br /&gt;
*Indignato Speciale, rubrica TG5, 9 dicembre 2015&lt;br /&gt;
*Testimonianza della famiglia, resa a Sabrina Lattuca per Wikimafia&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
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		<title>Pompeo Panaro</title>
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		<updated>2018-05-01T08:11:00Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[File:IMG-20180413-WA0009.jpg|miniatura|destra|Pompeo Panaro]]&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;“Si è fatto sì che di papà si perdesse anche la memoria. Non si è valutato se l’uomo, il politico e la vittima di mafia meritasse o meno un riconoscimento” (Paolo, figlio di Pompeo Panaro)&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Pompeo Panaro&#039;&#039;&#039; (Paola [[30 maggio]] [[1934]] – Paola [[28 luglio]] [[1982]]) è stato un commerciante ed esponente politico calabrese ucciso, silenziosamente, dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] e fatto sparire nelle montagne dell’alto tirreno cosentino. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Un uomo dedito al lavoro, alla famiglia e alla vita politica del suo paese: questo fu Pompeo Panaro, marito di &#039;&#039;&#039;Silvana Di Blasi&#039;&#039;&#039; e padre di &#039;&#039;&#039;Paolo&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Antonella&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da commerciante Pompeo lavorò nel negozio di generi alimentari di famiglia, sempre disponibile e generoso nei riguardi dei clienti, soprattutto di quelli più bisognosi, disposto a fare credito e a non pretendere il denaro di fronte a difficoltà economiche; si occupò della gestione di diversi appalti per la distribuzione degli alimenti nelle mense locali con grande dedizione, al punto che nell&#039;anno 1982 l’attività di famiglia arrivò a fatturare incredibilmente un miliardo di vecchie lire, un traguardo che festeggiò con tutti i suoi cari e il resto della città&amp;lt;ref&amp;gt;[http://Storia%20di%20Pompeo,%20testimone%20scomodo%20sepolto%20nel%20cimitero%20della%20‘ndrangheta”,%20Inchieste%20la%20Repubblica,%202%20maggio%202013 Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, Inchieste la Repubblica, 2 maggio 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
===L’impegno politico===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] La mia iscrizione alla Dc aveva spezzato una tradizione quasi centenaria nella mia famiglia, proprio in un momento in cui questa tradizione poteva anche rendere dei frutti concreti. Questo dimostra, però, che la mia è stata una scelta assolutamente ideale, intimamente sentita e profondamente meditata, perché mi sento di essere sinceramente cristiano ed obiettivamente democratico. E non l’ho fatto nei momenti di maggiore bisogno, che pur tanti ne ho avuti, ma soltanto in un momento in cui, libero da pesanti pressioni materiali, potevo più liberamente guardare a valori ben più alti e tendere a fini essenzialmente superiori. Non ho tentato, neanche nei momenti di maggiore bisogno di arraffarmi un posticino qualsiasi, come per esempio quello di iscrivermi nella pur nobile famiglia degli impiegati comunali, con l’intrallazzo politico; come invece ha fatto e continua a fare qualche altro, riducendo il Comune di Paola ad una specie di succursale famigliare […]&#039;&#039;”. Uomo di grandi principi democratici e cristiani, si avvicinò alla Dc spinto da forti ideali di legalità, dalla voglia di portare nuove politiche di miglioramento per la crescita consapevole della comunità, denunciando apertamente le pratiche di clientelismo e opportunismo di alcuni soggetti vicini all&#039;amministrazione comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da persona impegnata nella vita sociale, Pompeo, militante della Dc per diversi anni, rivestì svariati incarichi pubblici tra i quali dirigente del partito politico, assessore, vicesindaco e sindaco nel comune di Paola (CS). Durante questi anni, Pompeo fu sensibile alle attività sociali: per conto del comune, si occupò della gestione E.C.A. - Ente Comunale di Assistenza, un fondo di assistenza per le persone e le famiglie in condizioni di necessità - e dell’assegnazione delle pensioni ai soggetti più bisognosi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo allontanamento dalla Dc fu oggetto di discussione in un suo ultimo discorso tenuto in Comune: “&#039;&#039;Con il coraggio e la lealtà di sempre, ho rivendicato la mia piena libertà d’azione, e ciò perché non sono assolutamente disposto a mettermi sotto i piedi la legge, neanche quando questa si concretizza in un regolamento qualsiasi, liberamente formulato e responsabilmente approvato con l’opposizione della mia firma di galantuomo […] Non si può continuare in questa politica ambigua e catastrofica che rifiuta il metodo ed i contenuti democratici e svuota la partecipazione. Io dirò di no ad ogni manifestazione antidemocratica, come del resto ho sempre fatto; ad ogni fatto conservatore ed accentratore di ogni potere in poche mani, qualsiasi esse siano […] dirò di no ad ogni meta che eventualmente si volesse raggiungere, come finora si è fatto, nel disinteresse, senza dibattiti e senza una diffusa spinta alla partecipazione consapevole della base; così come dirò di no ad ogni scelta che dovesse avvenire sotto la spinta di interessi spiccioli particolaristici e personali&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==L’omicidio==&lt;br /&gt;
Nel [[1982]] la quotidianità di Pompeo Panaro e della sua famiglia venne travolta da una serie di eventi che ancora oggi non trovano risposte definitive: un omicidio di mafia silenzioso, camuffato, insabbiato, dimenticato. Prima la scomparsa, una sera di luglio, scambiata erroneamente e superficialmente per allontanamento volontario; poi un anno dopo, nel [[1983]], la possibilità di fare luce sull&#039;accaduto, in seguito ad una telefonata anonima, infatti, vennero ritrovati i suoi resti bruciati e carbonizzati, in una zona montuosa locale. Successivamente tutto si complicò: strane dimenticanze circa l’ufficializzazione della morte presso gli enti comunali, la mancata informazione data alla moglie e ai figli sul ritrovamento; nel [[1984]] la sparizione del fascicolo aperto sull&#039;omicidio volontario, archiviato a carico di ignoti; nel [[1994]] la dichiarazione di presunta morte; nel [[1997]] e [[2007]]-[[2012]] le dichiarazioni di due pentiti sull&#039;omicidio Panaro, l’ipotesi di lupara bianca e paradossalmente tanto, troppo, silenzio da parte delle istituzioni. Fino al [[2012]], anno che segnò un cambiamento nelle indagini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono voluti all&#039;incirca trent&#039;anni per rompere il silenzio sulla morte di Pompeo e questo solo grazie al figlio Paolo che chiese e ottenne la riapertura del caso, in verità omicidio di ‘ndrangheta di cui Pompeo fu una vittima innocente a soli 48 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La scomparsa silenziosa===&lt;br /&gt;
Il [[28 luglio]] del [[1982]], come ogni sera, alle 21 circa Pompeo Panaro chiuse la sua attività commerciale sita in via Duomo per raggiungere la moglie Silvana in Piazza IV Novembre. Quella sera Pompeo salì su una Fiat 127 che si fece prestare dal cognato dopo aver subito il furto della sua vettura. All&#039;appuntamento con Silvana però l’uomo non arrivò mai; quel mercoledì di luglio, Pompeo scomparve e solo il giorno seguente fu presentata una denuncia dal fratello&amp;lt;ref&amp;gt;[https://www.fanpage.it/la-storia-di-pompeo-panaro-il-consigliere-comunale-ammazzato-dalla-ndrangheta/ La storia di Pompeo Panaro, il consigliere comunale ammazzato dalla ‘ndrangheta, Fanpage.it, 29 settembre 2017]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
La sera stessa della scomparsa fu ritrovata l’auto guidata da Pompeo, in via Baracche, chiusa a chiave e regolarmente parcheggiata ma sul caso scese un incredibile silenzio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] Probabilmente mi dissero che papà era partito, che era andato all&#039;estero. Questa voce circolò molto e io di fatto mi convinsi che quella possibilità poteva essere reale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://drive.google.com/file/d/0B6qEotNoxNYLYnl2VHlhbUllNmc/view La mia battaglia per la verità. Paolo Panaro, Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;. Altre voci di paese sussurravano che l’uomo venne rapito e tenuto prigioniero, in località Baracche, luogo del ritrovamento della Fiat 127.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ritrovamento dei resti umani e le indagini===&lt;br /&gt;
Dopo circa un anno dalla scomparsa di Pompeo, il [[15 giugno]] [[1983]], una telefonata anonima all&#039;allora commissario di Paola, &#039;&#039;&#039;Antonio Cappelli&#039;&#039;&#039;, – poliziotto di ferro temuto dalla criminalità – aprì uno spiraglio sulla sparizione dell’uomo. &#039;&#039;&#039;Località Trifoglio&#039;&#039;&#039; fu l’indicazione riportata dalla voce anonima per l’individuazione del corpo di Pompeo ucciso, bruciato e sepolto; inoltre, la fonte anonima si preoccupò di far pervenire al comandante una busta con dentro un foglio su cui era disegnata la mappa della località Trifoglio e l’indicazione esatta del punto in cui erano sepolti i resti di Pompeo&amp;lt;ref&amp;gt;Vittima di mafia, non per lo Stato, archivio il Quotidiano&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;La mappa dell’orrore spedita alla polizia, archivio Gazzetta del Sud&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel punto descritto, le autorità con l’aiuto degli escavatori ritrovarono i resti di un corpo umano, brandelli di vestiti, un contenitore con del liquido infiammabile, dopo dieci giorni, una chiave di un immobile di Pompeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante il ritrovamento ed il successivo riconoscimento delle prove certe attraverso perizia ufficiale disposta dalla procura di Paola  presso l’università di Napoli nel [[1984]], la morte di Pompeo non venne registrata: “&#039;&#039;questo semplice atto amministrativo non avviene perché il documento rimane nel fascicolo […] dopo il riconoscimento ufficiale nessuno ci ha comunicato l’esito&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/02/news/storia_di_pompeo_testimone_scomodo_sepolto_nel_cimitero_della_ndrangheta2222-57435740/ Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta, la Repubblica – Inchieste, 2 maggio 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;La morte di Panaro non fu segnalata Gazzetta del Sud, 8 marzo 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. Il [[10 febbraio]] [[1984]] con l’atto n. 1297/82 R.G., i resti ritrovati furono restituiti non alla moglie ma ai fratelli di Pompeo. “&#039;&#039;Si comunica che in località Trifoglio, agro del comune, sono stati rinvenuti resti umani identificati come appartenuti al cadavere di Pompeo Panaro&#039;&#039;” questo quanto riportato nei documenti del 10 febbraio 1984&amp;lt;ref&amp;gt;Morte di Panaro, il mistero s’infittisce. Al Comune non ci sono atti di sepoltura Gazzetta del Sud, 23 agosto 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 marzo]] del [[1984]], su richiesta del pubblico ministero Luigi Belvedere, il giudice istruttore del Tribunale di Paola dispose l’archiviazione del caso d’omicidio a carico di ignoti così motivandolo: “&#039;&#039;Ritenuto che gli atti assunti forniscono la prova oggettiva del fatto denunciato, ma non offrono alcun indizio sugli autori di esso, si dichiara il non doversi procedere per essere ignoti coloro che hanno commesso il reato&#039;&#039;”. Da quel momento delle prove (le chiavi, le parti di scheletro, il vestiario e la scarpa) ritrovate durante le ricerche, in contrada Trifoglio, non si ebbe più traccia; a seguito di tutti gli accadimenti giudiziari che si susseguirono dal 1984, venne omesso anche il fascicolo d’omicidio senza un motivo preciso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così [[22 novembre]] [[1994]], dieci anni dopo la scomparsa del commerciante paolano, con provvedimento del Tribunale tirrenico fu dichiarata, assurdamente, la morte presunta di Pompeo Panaro&amp;lt;ref&amp;gt;Il picciotto sul delitto Panaro Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;; sul ritrovamento dei resti di Pompeo non fu aperto alcun atto d’ufficio e quindi venne confermata la morte presunta; il fascicolo contenente tutte le informazioni sulla telefonata anonima, il ritrovamento dei resti, la perizia, l’identificazione, la restituzione e l’archiviazione d’omicidio a carico di ignoti venne paradossalmente dimenticato come venne dimenticata l’ufficializzazione della morte di Pompeo presso gli uffici competenti; Pompeo quindi continuò a risultare persona scomparsa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le rivelazioni dei pentiti=== &lt;br /&gt;
Nel [[1997]] il caso Panaro tornò a far parlare&amp;lt;ref&amp;gt;Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare Gazzetta del Sud 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;; la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro acquisì il vecchio fascicolo e anche alcuni pentiti locali fecero il nome di Pompeo Panaro, durante delle operazioni antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A parlare dell’omicidio Panaro furono [[Fedele Soria]] e [[Giuliano Serpa]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[5 febbraio]] del [[1997]], dopo quattordici anni di silenzio, in un verbale segreto sottoscritto da Fedele Soria, il picciotto della storica [[Serpa (&#039;ndrina)|‘ndrina dei Serpa]] parlò dell’omicidio: fece il nome dell’uomo che si occupò dello spostamento del cadavere di Pompeo in località Trifoglio; indicò i nomi di quattro uomini, appartenenti alla ‘ndrina Serpa, informati sull&#039;omicidio e sul luogo preciso del seppellimento; inoltre, il pentito dichiarò che per uccidere il commerciante venne utilizzata una pistola 38 Cobra, sequestrata poi dai carabinieri. Infine, Soria confidò per poi smentire le cause dell’omicidio, ovvero problemi sul pagamento dell’affitto di un’abitazione che il commerciante impegnò ad un uomo di comando della ‘ndrangheta. Secondo l’uomo, Pompeo si lamentò più volte di questa mancanza anche con altre persone e per questo malcontento venne punito con la morte. Per questi motivi, il commerciante paolano dapprima venne rapito e ucciso da un uomo di fiducia dell’organizzazione e poi seppellito nella zona montuosa da un secondo affiliato&amp;lt;ref&amp;gt;Il picciotto sul delitto Panaro Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;. Nonostante queste rivelazioni, il caso venne nuovamente archiviato nel [[2004]]; anche le successive inchieste “&#039;&#039;&#039;Costa&#039;&#039;&#039;”, “&#039;&#039;&#039;Missing&#039;&#039;&#039;” e “&#039;&#039;&#039;Tela del Ragno&#039;&#039;&#039;” della DDA di Catanzaro portarono nuovamente a considerare un caso di lupara bianca la morte di Panaro, in quanto del fascicolo d’omicidio volontario del 1984 continuò ad essere ignorato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2007]] il boss pentito Giuliano Serpa parlò dell’omicidio di Pompeo Panaro confermando la ricostruzione di Soria e di aver partecipato al delitto&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Sulla morte del commerciante e politico paolano, Giuliano Serpa aggiunse nuovi particolari: ad ucciderlo fu un colpo di pistola al cuore; l’ordine di uccidere partì da [[Ennio Serpa]] – cugino di Giuliano – detenuto nel carcere di Cosenza&amp;lt;ref&amp;gt;Nove indagati per il delitto di Pompeo Panaro, Gazzetta del Sud, 11 febbraio 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La motivazione di questo atto criminale fu motivata da una sospetta collaborazione di Pompeo con gli investigatori nella risoluzione di un altro caso di omicidio che portò all&#039;arresto di due picciotti della ‘ndrina, l’11 febbraio 1982&amp;lt;ref&amp;gt;Mamma ‘ndrangheta,A. Badolati, Pellegrini editore, 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;; secondo il pentito Giuliano Serpa, infatti, Pompeo Panaro informato sull&#039;omicidio di [[Luigi Gravina]] – commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta– fece arrestare i latitanti che presero in affitto un immobile di sua proprietà per sfuggire alla cattura&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Dalle dichiarazioni del pentito Serpa fu possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio. Al commerciante paolano venne dapprima rubata l’automobile, poi fu contattato da un emissario della ‘ndrina; con l’intenzione di riappropriarsi della propria vettura, Pompeo si recò nel luogo stabilito. Giunto sul posto, Pompeo fu sottoposto ad interrogatorio sulla sua presunta collaborazione con le forze dell’ordine ma non trovando riscontro positivo alle domande Mario Serpa decise di lasciarlo andare via. Mentre Pompeo si stava allontanando un uomo che prese parte all&#039;incontro (del quale il pentito fornì il nominativo) sparò con la “Cobra” calibro 38 verso di lui; il cadavere venne sepolto e fatto sparire nelle montagne locali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, in un verbale di acquisizione di intercettazioni in carcere, dell’omicidio Panaro parlò anche [[Mario Serpa]] -il capo indiscusso della ‘ndrina di Paola negli anni ’80-&amp;lt;ref&amp;gt;Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare Gazzetta del Sud, 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Nonostante si accusò dell’omicidio Panaro insieme ad altre tredici persone, il pentito Serpa fu l’unico ad essere processato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La reazione del figlio Paolo: la fine del silenzio e la riapertura del caso===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Avevo nove anni quando scomparve mio padre e ho di lui dei ricordi molto vaghi perché il silenzio che mi ha avvolto dopo la sua scomparsa, ha lavorato molto dentro di me facendo un’opera di erosione costante e subdola, privandomi anche del prima, degli anni in cui avevo ancora papà […] Io sono andato avanti con la mia vita, scuola, amici, università fino a 27 anni quando parlando con una persona che conoscevo da tempo mi ha fatto riflettere sulla scomparsa di mio padre e sulla mia totale disinformazione su ciò che era accaduto. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere ai miei familiari di avere maggiori informazioni su quello che era successo allora. Non mi aspettavo le grandi rivelazioni ma un confronto tranquillo che avrebbero potuto essere anche le sole chiacchiere del paese. Ma la loro reazione è stata inaspettata e incomprensibile. Si è scatenato l’inferno e mi sono sentito chiedere perché andavo contro di loro. Questo atteggiamento mi creò subito sospetti e mi resi conto di essere da solo di fronte alla ricerca di verità&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://drive.google.com/file/d/0B6qEotNoxNYLYnl2VHlhbUllNmc/view La mia battaglia per la verità Paolo Panaro in Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 2011 &#039;&#039;&#039;Paolo Panaro&#039;&#039;&#039;, il figlio di Pompeo, scoprì molti dettagli sulla ‘scomparsa’ del padre; venne a conoscenza del fascicolo per omicidio e del fatto che due pentiti di ‘ndrangheta ricostruirono l’omicidio di Pompeo durante degli interrogatori. Su &#039;&#039;Calabria Ora&#039;&#039;, un giornale locale, lesse un articolo sulle vittime di ‘ndrangheta dal quale apprese che esistevano atti giudiziari sulla vicenda di suo padre; non ricevendo risposte dalla sua famiglia, Paolo si mobilitò in modo autonomo e, il [[31 maggio]] [[2011]], riuscì a recuperare il fascicolo sulle indagini per poi chiedere nel 2012 e ottenere dalla magistratura la riapertura del caso sulla morte di suo padre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2013]] venne richiesto il test del DNA sui resti di Pompeo che si ritrovarono in una scatola di zinco, nella cappella di famiglia: coperto con della carta da pacchi fu rinvenuto l’omero, ma non i capelli, fondamentali per l’identificazione del DNA e i frammenti di cranio ritrovati nel 1983, secondo i documenti mai consegnati ai parenti&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;Quei resti sono di Panaro L’ora della Calabria 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con questo atto, paradossalmente per la seconda volta, venne formalizzato il ritrovamento del corpo di Pompeo, dimenticato dalla magistratura per trent&#039;anni&amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.ilgiornale.it/news/se-stato-trasforma-farsa-perfino-guerra-mafia.html Se lo Stato trasforma in farsa perfino la guerra alla mafia, Il Giornale, 21 giugno 2012]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Le scoperte fatte sulla morte di suo padre portarono Paolo a dubitare sulla corretta gestione del caso: “&#039;&#039;Si è solo badato a non far trapelare nulla. E in definitiva il risultato, finora è stato che gli assassini sono rimasti liberi di delinquere e il sacrificio, il coraggio di un uomo che ha sfidato la malavita in quegli anni di fuoco, denunciando gli esecutori di un altro omicidio, invece di essere portato come esempio alle generazioni future da chi ne aveva obbligo e dovere istituzionale e civile è stato anzi soffocato, vilipeso, offeso fino alla dimenticanza più totale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://www.infopinione.it/index.php/2016/07/29/paola-non-si-dimentica-pompeo-panaro/ Paola, non si dimentica Pompeo Panaro, Infopinione, 29 luglio 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Per Paolo la morte di suo padre ha dell’incredibile: la magistratura si dimenticò del ritrovamento di un corpo, periziato ed identificato, commettendo un errore giudiziario senza precedenti. Collusione, corruzione, connivenza sintetizzano bene l’omicidio di ‘ndrangheta dimenticato di Pompeo.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’archiviazione del caso===&lt;br /&gt;
Nel 2013, in seguito alla presentazione dell’esposto da parte di Paolo, figlio di Pompeo Panaro, la DDA riaprì il caso. Le importanti rivelazioni fatte da Giuliano Serpa, pentito di ‘ndrangheta, portarono a dodici indagati: undici di loro considerati deceduti anche se in realtà lo erano solo tre&amp;lt;ref&amp;gt;Delitto di Pompeo Panaro. Undici coinvolti per errore L&#039;ora della Calabria, 1 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
In conclusione, per l’omicidio di Pompeo Panaro, il P.M. Bruni con la sua richiesta di nove anni di reclusione riconobbe solo la responsabilità di Giuliano Serpa, il quale però venne assolto perché il reato cadde in prescrizione&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;[http://www.quotidianodelsud.it/calabria/cronache/benevento/2015/04/18/venne-ucciso-pi-trentanni-fa-scatta-prescrizione-reato Venne ucciso più di trent&#039;anni fa. Scatta la prescrizione per il reato il Quotidiano del Sud, 18 Aprile 2015]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Una storia di omissioni, connivenze, depistaggi, ingiustizie, perpetrate per oltre trent&#039;anni&#039;&#039;” queste le parole di don &#039;&#039;Ennio Stamile&#039;&#039;, referente regionale di Libera Calabria&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Paola, il 21 luglio di ogni anno viene celebrata la giornata in ricordo di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le richieste del figlio, in ricordo di Pompeo Panaro non vi è alcuna memoria in sede comunale né come politico né come vittima di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Archivio Gazzetta del Sud &lt;br /&gt;
*Badolati A., Mamma ‘ndrangheta, Pellegrini Editore, 2014&lt;br /&gt;
*Indignato Speciale, rubrica TG5, 9 dicembre 2015&lt;br /&gt;
*Testimonianza della famiglia, resa a Sabrina Lattuca per Wikimafia&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6774</id>
		<title>Pompeo Panaro</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6774"/>
		<updated>2018-04-29T13:55:35Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;[[File:IMG-20180413-WA0009.jpg|miniatura|destra|Pompeo Panaro]]&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;“Si è fatto sì che di papà si perdesse anche la memoria. Non si è valutato se l’uomo, il politico e la vittima di mafia meritasse o meno un riconoscimento” (Paolo, figlio di Pompeo Panaro)&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Pompeo Panaro&#039;&#039;&#039; (Paola [[30 maggio]] [[1934]] – Paola [[28 luglio]] [[1982]]) è stato un commerciante ed esponente politico calabrese ucciso, silenziosamente, dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] e fatto sparire nelle montagne dell’alto tirreno cosentino. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Un uomo dedito al lavoro, alla famiglia e alla vita politica del suo paese: questo fu Pompeo Panaro, marito di &#039;&#039;&#039;Silvana Di Blasi&#039;&#039;&#039; e padre di &#039;&#039;&#039;Paolo&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Antonella&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da commerciante Pompeo lavorò nel negozio di generi alimentari di famiglia, sempre disponibile e generoso nei riguardi dei clienti, soprattutto di quelli più bisognosi, disposto a fare credito e a non pretendere il denaro di fronte a difficoltà economiche; si occupò della gestione di diversi appalti per la distribuzione degli alimenti nelle mense locali con grande dedizione, al punto che nell&#039;anno 1982 l’attività di famiglia arrivò a fatturare incredibilmente un miliardo di vecchie lire, un traguardo che festeggiò con tutti i suoi cari e il resto della città&amp;lt;ref&amp;gt;[http://Storia%20di%20Pompeo,%20testimone%20scomodo%20sepolto%20nel%20cimitero%20della%20‘ndrangheta”,%20Inchieste%20la%20Repubblica,%202%20maggio%202013 Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, Inchieste la Repubblica, 2 maggio 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
===L’impegno politico===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] La mia iscrizione alla Dc aveva spezzato una tradizione quasi centenaria nella mia famiglia, proprio in un momento in cui questa tradizione poteva anche rendere dei frutti concreti. Questo dimostra, però, che la mia è stata una scelta assolutamente ideale, intimamente sentita e profondamente meditata, perché mi sento di essere sinceramente cristiano ed obiettivamente democratico. E non l’ho fatto nei momenti di maggiore bisogno, che pur tanti ne ho avuti, ma soltanto in un momento in cui, libero da pesanti pressioni materiali, potevo più liberamente guardare a valori ben più alti e tendere a fini essenzialmente superiori. Non ho tentato, neanche nei momenti di maggiore bisogno di arraffarmi un posticino qualsiasi, come per esempio quello di iscrivermi nella pur nobile famiglia degli impiegati comunali, con l’intrallazzo politico; come invece ha fatto e continua a fare qualche altro, riducendo il Comune di Paola ad una specie di succursale famigliare […]&#039;&#039;”. Uomo di grandi principi democratici e cristiani, si avvicinò alla Dc spinto da forti ideali di legalità, dalla voglia di portare nuove politiche di miglioramento per la crescita consapevole della comunità, denunciando apertamente le pratiche di clientelismo e opportunismo di alcuni soggetti vicini all&#039;amministrazione comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da persona impegnata nella vita sociale, Pompeo, militante della Dc per diversi anni, rivestì svariati incarichi pubblici tra i quali dirigente del partito politico, assessore, vicesindaco e sindaco nel comune di Paola (CS). Durante questi anni, Pompeo fu sensibile alle attività sociali: per conto del comune, si occupò della gestione E.C.A. - Ente Comunale di Assistenza, un fondo di assistenza per le persone e le famiglie in condizioni di necessità - e dell’assegnazione delle pensioni ai soggetti più bisognosi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo allontanamento dalla Dc fu oggetto di discussione in un suo ultimo discorso tenuto in Comune: “&#039;&#039;Con il coraggio e la lealtà di sempre, ho rivendicato la mia piena libertà d’azione, e ciò perché non sono assolutamente disposto a mettermi sotto i piedi la legge, neanche quando questa si concretizza in un regolamento qualsiasi, liberamente formulato e responsabilmente approvato con l’opposizione della mia firma di galantuomo […] Non si può continuare in questa politica ambigua e catastrofica che rifiuta il metodo ed i contenuti democratici e svuota la partecipazione. Io dirò di no ad ogni manifestazione antidemocratica, come del resto ho sempre fatto; ad ogni fatto conservatore ed accentratore di ogni potere in poche mani, qualsiasi esse siano […] dirò di no ad ogni meta che eventualmente si volesse raggiungere, come finora si è fatto, nel disinteresse, senza dibattiti e senza una diffusa spinta alla partecipazione consapevole della base; così come dirò di no ad ogni scelta che dovesse avvenire sotto la spinta di interessi spiccioli particolaristici e personali&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==L’omicidio==&lt;br /&gt;
Nel [[1982]] la quotidianità di Pompeo Panaro e della sua famiglia venne travolta da una serie di eventi che ancora oggi non trovano risposte definitive: un omicidio di mafia silenzioso, camuffato, insabbiato, dimenticato. Prima la scomparsa, una sera di luglio, scambiata erroneamente e superficialmente per allontanamento volontario; poi un anno dopo, nel [[1983]], la possibilità di fare luce sull&#039;accaduto, in seguito ad una telefonata anonima, infatti, vennero ritrovati i suoi resti bruciati e carbonizzati, in una zona montuosa locale. Successivamente tutto si complicò: strane dimenticanze circa l’ufficializzazione della morte presso gli enti comunali, la mancata informazione data alla moglie e ai figli sul ritrovamento; nel [[1984]] la sparizione del fascicolo aperto sull&#039;omicidio volontario, archiviato a carico di ignoti; nel [[1994]] la dichiarazione di presunta morte; nel [[1997]] e [[2007]]-[[2012]] le dichiarazioni di due pentiti sull&#039;omicidio Panaro, l’ipotesi di lupara bianca e paradossalmente tanto, troppo, silenzio da parte delle istituzioni. Fino al [[2012]], anno che segnò un cambiamento nelle indagini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono voluti all&#039;incirca trent&#039;anni per rompere il silenzio sulla morte di Pompeo e questo solo grazie al figlio Paolo che chiese e ottenne la riapertura del caso, in verità omicidio di ‘ndrangheta di cui Pompeo fu una vittima innocente a soli 48 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La scomparsa silenziosa===&lt;br /&gt;
Il [[28 luglio]] del [[1982]], come ogni sera, alle 21 circa Pompeo Panaro chiuse la sua attività commerciale sita in via Duomo per raggiungere la moglie Silvana in Piazza IV Novembre. Quella sera Pompeo salì su una Fiat 127 che si fece prestare dal cognato dopo aver subito il furto della sua vettura. All&#039;appuntamento con Silvana però l’uomo non arrivò mai; quel mercoledì di luglio, Pompeo scomparve e solo il giorno seguente fu presentata una denuncia dal fratello&amp;lt;ref&amp;gt;[https://www.fanpage.it/la-storia-di-pompeo-panaro-il-consigliere-comunale-ammazzato-dalla-ndrangheta/ La storia di Pompeo Panaro, il consigliere comunale ammazzato dalla ‘ndrangheta, Fanpage.it, 29 settembre 2017]&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
La sera stessa della scomparsa fu ritrovata l’auto guidata da Pompeo, in via Baracche, chiusa a chiave e regolarmente parcheggiata ma sul caso scese un incredibile silenzio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] Probabilmente mi dissero che papà era partito, che era andato all&#039;estero. Questa voce circolò molto e io di fatto mi convinsi che quella possibilità poteva essere reale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[https://drive.google.com/file/d/0B6qEotNoxNYLYnl2VHlhbUllNmc/view La mia battaglia per la verità. Paolo Panaro, Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016]&amp;lt;/ref&amp;gt;. Altre voci di paese sussurravano che l’uomo venne rapito e tenuto prigioniero, in località Baracche, luogo del ritrovamento della Fiat 127.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ritrovamento dei resti umani e le indagini===&lt;br /&gt;
Dopo circa un anno dalla scomparsa di Pompeo, il [[15 giugno]] [[1983]], una telefonata anonima all&#039;allora commissario di Paola, &#039;&#039;&#039;Antonio Cappelli&#039;&#039;&#039;, – poliziotto di ferro temuto dalla criminalità – aprì uno spiraglio sulla sparizione dell’uomo. &#039;&#039;&#039;Località Trifoglio&#039;&#039;&#039; fu l’indicazione riportata dalla voce anonima per l’individuazione del corpo di Pompeo ucciso, bruciato e sepolto; inoltre, la fonte anonima si preoccupò di far pervenire al comandante una busta con dentro un foglio su cui era disegnata la mappa della località Trifoglio e l’indicazione esatta del punto in cui erano sepolti i resti di Pompeo&amp;lt;ref&amp;gt;Vittima di mafia, non per lo Stato, archivio il Quotidiano&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;La mappa dell’orrore spedita alla polizia, archivio Gazzetta del Sud&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel punto descritto, le autorità con l’aiuto degli escavatori ritrovarono i resti di un corpo umano, brandelli di vestiti, un contenitore con del liquido infiammabile, dopo dieci giorni, una chiave di un immobile di Pompeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante il ritrovamento ed il successivo riconoscimento delle prove certe attraverso perizia ufficiale disposta dalla procura di Paola  presso l’università di Napoli nel [[1984]], la morte di Pompeo non venne registrata: “&#039;&#039;questo semplice atto amministrativo non avviene perché il documento rimane nel fascicolo […] dopo il riconoscimento ufficiale nessuno ci ha comunicato l’esito&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;[http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/05/02/news/storia_di_pompeo_testimone_scomodo_sepolto_nel_cimitero_della_ndrangheta2222-57435740/ Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta, la Repubblica – Inchieste, 2 maggio 2013]&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;La morte di Panaro non fu segnalata Gazzetta del Sud, 8 marzo 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. Il [[10 febbraio]] [[1984]] con l’atto n. 1297/82 R.G., i resti ritrovati furono restituiti non alla moglie ma ai fratelli di Pompeo. “&#039;&#039;Si comunica che in località Trifoglio, agro del comune, sono stati rinvenuti resti umani identificati come appartenuti al cadavere di Pompeo Panaro&#039;&#039;” questo quanto riportato nei documenti del 10 febbraio 1984&amp;lt;ref&amp;gt;Morte di Panaro, il mistero s’infittisce. Al Comune non ci sono atti di sepoltura Gazzetta del Sud, 23 agosto 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 marzo]] del [[1984]], su richiesta del pubblico ministero Luigi Belvedere, il giudice istruttore del Tribunale di Paola dispose l’archiviazione del caso d’omicidio a carico di ignoti così motivandolo: “&#039;&#039;Ritenuto che gli atti assunti forniscono la prova oggettiva del fatto denunciato, ma non offrono alcun indizio sugli autori di esso, si dichiara il non doversi procedere per essere ignoti coloro che hanno commesso il reato&#039;&#039;”. Da quel momento delle prove (le chiavi, le parti di scheletro, il vestiario e la scarpa) ritrovate durante le ricerche, in contrada Trifoglio, non si ebbe più traccia; a seguito di tutti gli accadimenti giudiziari che si susseguirono dal 1984, venne omesso anche il fascicolo d’omicidio senza un motivo preciso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così [[22 novembre]] [[1994]], dieci anni dopo la scomparsa del commerciante paolano, con provvedimento del Tribunale tirrenico fu dichiarata, assurdamente, la morte presunta di Pompeo Panaro&amp;lt;ref&amp;gt;Il picciotto sul delitto Panaro Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;; sul ritrovamento dei resti di Pompeo non fu aperto alcun atto d’ufficio e quindi venne confermata la morte presunta; il fascicolo contenente tutte le informazioni sulla telefonata anonima, il ritrovamento dei resti, la perizia, l’identificazione, la restituzione e l’archiviazione d’omicidio a carico di ignoti venne paradossalmente dimenticato come venne dimenticata l’ufficializzazione della morte di Pompeo presso gli uffici competenti; Pompeo quindi continuò a risultare persona scomparsa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le rivelazioni dei pentiti=== &lt;br /&gt;
Nel [[1997]] il caso Panaro tornò a far parlare&amp;lt;ref&amp;gt;Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare Gazzetta del Sud 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;; la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro acquisì il vecchio fascicolo e anche alcuni pentiti locali fecero il nome di Pompeo Panaro, durante delle operazioni antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A parlare dell’omicidio Panaro furono [[Fedele Soria]] e [[Giuliano Serpa]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[5 febbraio]] del [[1997]], dopo quattordici anni di silenzio, in un verbale segreto sottoscritto da Fedele Soria, il picciotto della storica [[Serpa (&#039;ndrina)|‘ndrina dei Serpa]] parlò dell’omicidio: fece il nome dell’uomo che si occupò dello spostamento del cadavere di Pompeo in località Trifoglio; indicò i nomi di quattro uomini, appartenenti alla ‘ndrina Serpa, informati sull&#039;omicidio e sul luogo preciso del seppellimento; inoltre, il pentito dichiarò che per uccidere il commerciante venne utilizzata una pistola 38 Cobra, sequestrata poi dai carabinieri. Infine, Soria confidò per poi smentire le cause dell’omicidio, ovvero problemi sul pagamento dell’affitto di un’abitazione che il commerciante impegnò ad un uomo di comando della ‘ndrangheta. Secondo l’uomo, Pompeo si lamentò più volte di questa mancanza anche con altre persone e per questo malcontento venne punito con la morte. Per questi motivi, il commerciante paolano dapprima venne rapito e ucciso da un uomo di fiducia dell’organizzazione e poi seppellito nella zona montuosa da un secondo affiliato&amp;lt;ref&amp;gt;Il picciotto sul delitto Panaro Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;. Nonostante queste rivelazioni, il caso venne nuovamente archiviato nel [[2004]]; anche le successive inchieste “&#039;&#039;&#039;Costa&#039;&#039;&#039;”, “&#039;&#039;&#039;Missing&#039;&#039;&#039;” e “&#039;&#039;&#039;Tela del Ragno&#039;&#039;&#039;” della DDA di Catanzaro portarono nuovamente a considerare un caso di lupara bianca la morte di Panaro, in quanto del fascicolo d’omicidio volontario del 1984 continuò ad essere ignorato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2007]] il boss pentito Giuliano Serpa parlò dell’omicidio di Pompeo Panaro confermando la ricostruzione di Soria e di aver partecipato al delitto&amp;lt;ref&amp;gt;La storia di Pompeo Panaro, il consigliere comunale ammazzato dalla ‘ndrangheta, Fanpage.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Sulla morte del commerciante e politico paolano, Giuliano Serpa aggiunse nuovi particolari: ad ucciderlo fu un colpo di pistola al cuore; l’ordine di uccidere partì da [[Ennio Serpa]] – cugino di Giuliano – detenuto nel carcere di Cosenza&amp;lt;ref&amp;gt;Nove indagati per il delitto di Pompeo Panaro, Gazzetta del Sud, 11 febbraio 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La motivazione di questo atto criminale fu motivata da una sospetta collaborazione di Pompeo con gli investigatori nella risoluzione di un altro caso di omicidio che portò all&#039;arresto di due picciotti della ‘ndrina, l’11 febbraio 1982&amp;lt;ref&amp;gt;Mamma ‘ndrangheta,A. Badolati, Pellegrini editore, 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;; secondo il pentito Giuliano Serpa, infatti, Pompeo Panaro informato sull&#039;omicidio di [[Luigi Gravina]] – commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta– fece arrestare i latitanti che presero in affitto un immobile di sua proprietà per sfuggire alla cattura&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Dalle dichiarazioni del pentito Serpa fu possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio. Al commerciante paolano venne dapprima rubata l’automobile, poi fu contattato da un emissario della ‘ndrina; con l’intenzione di riappropriarsi della propria vettura, Pompeo si recò nel luogo stabilito. Giunto sul posto, Pompeo fu sottoposto ad interrogatorio sulla sua presunta collaborazione con le forze dell’ordine ma non trovando riscontro positivo alle domande Mario Serpa decise di lasciarlo andare via. Mentre Pompeo si stava allontanando un uomo che prese parte all&#039;incontro (del quale il pentito fornì il nominativo) sparò con la “Cobra” calibro 38 verso di lui; il cadavere venne sepolto e fatto sparire nelle montagne locali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, in un verbale di acquisizione di intercettazioni in carcere, dell’omicidio Panaro parlò anche [[Mario Serpa]] -il capo indiscusso della ‘ndrina di Paola negli anni ’80-&amp;lt;ref&amp;gt;“Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare” Gazzetta del Sud, 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Nonostante si accusò dell’omicidio Panaro insieme ad altre tredici persone, il pentito Serpa fu l’unico ad essere processato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La reazione del figlio Paolo: la fine del silenzio e la riapertura del caso===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Avevo nove anni quando scomparve mio padre e ho di lui dei ricordi molto vaghi perché il silenzio che mi ha avvolto dopo la sua scomparsa, ha lavorato molto dentro di me facendo un’opera di erosione costante e subdola, privandomi anche del prima, degli anni in cui avevo ancora papà […] Io sono andato avanti con la mia vita, scuola, amici, università fino a 27anni quando parlando con una persona che conoscevo da tempo mi ha fatto riflettere sulla scomparsa di mio padre e sulla mia totale disinformazione su ciò che era accaduto. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere ai miei familiari di avere maggiori informazioni su quello che era successo allora. Non mi aspettavo le grandi rivelazioni ma un confronto tranquillo che avrebbero potuto essere anche le sole chiacchiere del paese. Ma la loro reazione è stata inaspettata e incomprensibile. Si è scatenato l’inferno e mi sono sentito chiedere perché andavo contro di loro. Questo atteggiamento mi creò subito sospetti e mi resi conto di essere da solo di fronte alla ricerca di verità&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“La mia battaglia per la verità” Paolo Panaro in Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 2011 &#039;&#039;&#039;Paolo Panaro&#039;&#039;&#039;, il figlio di Pompeo, scoprì molti dettagli sulla ‘scomparsa’ del padre; venne a conoscenza del fascicolo per omicidio e del fatto che due pentiti di ‘ndrangheta ricostruirono l’omicidio di Pompeo durante degli interrogatori. Su &#039;&#039;Calabria Ora&#039;&#039;, un giornale locale, lesse un articolo sulle vittime di ‘ndrangheta dal quale apprese che esistevano atti giudiziari sulla vicenda di suo padre; non ricevendo risposte dalla sua famiglia, Paolo si mobilitò in modo autonomo e, il [[31 maggio]] [[2011]], riuscì a recuperare il fascicolo sulle indagini per poi chiedere nel 2012 e ottenere dalla magistratura la riapertura del caso sulla morte di suo padre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2013]] venne richiesto il test del DNA sui resti di Pompeo che si ritrovarono in una scatola di zinco, nella cappella di famiglia: coperto con della carta da pacchi fu rinvenuto l’omero, ma non i capelli, fondamentali per l’identificazione del DNA e i frammenti di cranio ritrovati nel 1983, secondo i documenti mai consegnati ai parenti&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;, &amp;lt;ref&amp;gt;“Quei resti sono di Panaro” L’ora della Calabria 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con questo atto, paradossalmente per la seconda volta, venne formalizzato il ritrovamento del corpo di Pompeo, dimenticato dalla magistratura per trent&#039;anni&amp;lt;ref&amp;gt;“Se lo Stato trasforma in farsa perfino la guerra alla mafia”, Il Giornale, 21 giugno 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Le scoperte fatte sulla morte di suo padre portarono Paolo a dubitare sulla corretta gestione del caso: “Si è solo badato a non far trapelare nulla. E in definitiva il risultato, finora è stato che gli assassini sono rimasti liberi di delinquere e il sacrificio, il coraggio di un uomo che ha sfidato la malavita in quegli anni di fuoco, denunciando gli esecutori di un altro omicidio, invece di essere portato come esempio alle generazioni future da chi ne aveva obbligo e dovere istituzionale e civile è stato anzi soffocato, vilipeso, offeso fino alla dimenticanza più totale”&amp;lt;ref&amp;gt;Paolo Panaro – “Paola, non si dimentica Pompeo Panaro”, Infopinione, 29 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Per Paolo la morte di suo padre ha dell’incredibile: la magistratura si dimenticò del ritrovamento di un corpo, periziato ed identificato, commettendo un errore giudiziario senza precedenti. Collusione, corruzione, connivenza sintetizzano bene l’omicidio di ‘ndrangheta dimenticato di Pompeo.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’archiviazione del caso===&lt;br /&gt;
Nel 2013, in seguito alla presentazione dell’esposto da parte di Paolo, figlio di Pompeo Panaro, la DDA riaprì il caso. Le importanti rivelazioni fatte da Giuliano Serpa, pentito di ‘ndrangheta, portarono a dodici indagati: undici di loro considerati deceduti anche se in realtà lo erano solo tre&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Delitto di Pompeo Panaro. Undici coinvolti per errore&amp;quot; L&#039;ora della Calabria, 1 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
In conclusione, per l’omicidio di Pompeo Panaro, il P.M. Bruni con la sua richiesta di nove anni di reclusione riconobbe solo la responsabilità di Giuliano Serpa, il quale però venne assolto perché il reato cadde in prescrizione&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;,&amp;lt;ref&amp;gt;“Venne ucciso più di trent&#039;anni fa. Scatta la prescrizione per il reato” il Quotidiano del Sud, 18 Aprile 2015&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Una storia di omissioni, connivenze, depistaggi, ingiustizie, perpetrate per oltre trent&#039;anni&#039;&#039;” queste le parole di don &#039;&#039;Ennio Stamile&#039;&#039;, referente regionale di Libera Calabria&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Paola, il 21 luglio di ogni anno viene celebrata la giornata in ricordo di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le richieste del figlio, in ricordo di Pompeo Panaro non vi è alcuna memoria in sede comunale né come politico né come vittima di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Archivio Gazzetta del Sud &lt;br /&gt;
*Badolati A., “Mamma ‘ndrangheta”, Pellegrini Editore, 2014&lt;br /&gt;
*&amp;quot;Indignato Speciale&amp;quot;, rubrica TG5, 9 dicembre 2015&lt;br /&gt;
*Testimonianza della famiglia, resa a Sabrina Lattuca per Wikimafia&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6772</id>
		<title>Pompeo Panaro</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6772"/>
		<updated>2018-04-28T16:44:05Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;“Si è fatto sì che di papà si perdesse anche la memoria. Non si è valutato se l’uomo, il politico e la vittima di mafia meritasse o meno un riconoscimento” (Paolo, figlio di Pompeo Panaro)&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Pompeo Panaro&#039;&#039;&#039; (Paola [[30 maggio]] [[1934]] – Paola [[28 luglio]] [[1982]]) è stato un commerciante ed esponente politico calabrese ucciso, silenziosamente, dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] e fatto sparire nelle montagne dell’alto tirreno cosentino. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Un uomo dedito al lavoro, alla famiglia e alla vita politica del suo paese: questo fu Pompeo Panaro, marito di &#039;&#039;&#039;Silvana Di Blasi&#039;&#039;&#039; e padre di &#039;&#039;&#039;Paolo&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Antonella&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da commerciante Pompeo lavorò nel negozio di generi alimentari di famiglia, sempre disponibile e generoso nei riguardi dei clienti, soprattutto di quelli più bisognosi, disposto a fare credito e a non pretendere il denaro di fronte a difficoltà economiche; si occupò della gestione di diversi appalti per la distribuzione degli alimenti nelle mense locali con grande dedizione, al punto che nell&#039;anno 1982 l’attività di famiglia arrivò a fatturare incredibilmente un miliardo di vecchie lire, un traguardo che festeggiò con tutti i suoi cari e il resto della città&amp;lt;ref&amp;gt;“La storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, Inchiesta la Repubblica, 2 maggio 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’impegno politico===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] La mia iscrizione alla Dc aveva spezzato una tradizione quasi centenaria nella mia famiglia, proprio in un momento in cui questa tradizione poteva anche rendere dei frutti concreti. Questo dimostra, però, che la mia è stata una scelta assolutamente ideale, intimamente sentita e profondamente meditata, perché mi sento di essere sinceramente cristiano ed obiettivamente democratico. E non l’ho fatto nei momenti di maggiore bisogno, che pur tanti ne ho avuti, ma soltanto in un momento in cui, libero da pesanti pressioni materiali, potevo più liberamente guardare a valori ben più alti e tendere a fini essenzialmente superiori. Non ho tentato, neanche nei momenti di maggiore bisogno di arraffarmi un posticino qualsiasi, come per esempio quello di iscrivermi nella pur nobile famiglia degli impiegati comunali, con l’intrallazzo politico; come invece ha fatto e continua a fare qualche altro, riducendo il Comune di Paola ad una specie di succursale famigliare […]&#039;&#039;”. Uomo di grandi principi democratici e cristiani, si avvicinò alla Dc spinto da forti ideali di legalità, dalla voglia di portare nuove politiche di miglioramento per la crescita consapevole della comunità, denunciando apertamente le pratiche di clientelismo e opportunismo di alcuni soggetti vicini all&#039;amministrazione comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da persona impegnata nella vita sociale, Pompeo, militante della Dc per diversi anni, rivestì svariati incarichi pubblici tra i quali dirigente del partito politico, assessore, vicesindaco e sindaco nel comune di Paola (CS). Durante questi anni, Pompeo fu sensibile alle attività sociali: per conto del comune, si occupò della gestione E.C.A. - Ente Comunale di Assistenza, un fondo di assistenza per le persone e le famiglie in condizioni di necessità - e dell’assegnazione delle pensioni ai soggetti più bisognosi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo allontanamento dalla Dc fu oggetto di discussione in un suo ultimo discorso tenuto in Comune: “&#039;&#039;Con il coraggio e la lealtà di sempre, ho rivendicato la mia piena libertà d’azione, e ciò perché non sono assolutamente disposto a mettermi sotto i piedi la legge, neanche quando questa si concretizza in un regolamento qualsiasi, liberamente formulato e responsabilmente approvato con l’opposizione della mia firma di galantuomo […] Non si può continuare in questa politica ambigua e catastrofica che rifiuta il metodo ed i contenuti democratici e svuota la partecipazione. Io dirò di no ad ogni manifestazione antidemocratica, come del resto ho sempre fatto; ad ogni fatto conservatore ed accentratore di ogni potere in poche mani, qualsiasi esse siano […] dirò di no ad ogni meta che eventualmente si volesse raggiungere, come finora si è fatto, nel disinteresse, senza dibattiti e senza una diffusa spinta alla partecipazione consapevole della base; così come dirò di no ad ogni scelta che dovesse avvenire sotto la spinta di interessi spiccioli particolaristici e personali&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==L’omicidio==&lt;br /&gt;
Nel [[1982]] la quotidianità di Pompeo Panaro e della sua famiglia venne travolta da una serie di eventi che ancora oggi non trovano risposte definitive: un omicidio di mafia silenzioso, camuffato, insabbiato, dimenticato. Prima la scomparsa, una sera di luglio, scambiata erroneamente e superficialmente per allontanamento volontario; poi un anno dopo, nel [[1983]], la possibilità di fare luce sull&#039;accaduto, in seguito ad una telefonata anonima, infatti, vennero ritrovati i suoi resti bruciati e carbonizzati, in una zona montuosa locale. Successivamente tutto si complicò: strane dimenticanze circa l’ufficializzazione della morte presso gli enti comunali, la mancata informazione data alla moglie e ai figli sul ritrovamento; nel [[1984]] la sparizione del fascicolo aperto sull&#039;omicidio volontario, archiviato a carico di ignoti; nel [[1994]] la dichiarazione di presunta morte; nel [[1997]] e [[2007]]-[[2012]] le dichiarazioni di due pentiti sull&#039;omicidio Panaro, l’ipotesi di lupara bianca e paradossalmente tanto, troppo, silenzio da parte delle istituzioni. Fino al [[2012]], anno che segnò un cambiamento nelle indagini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono voluti all&#039;incirca trent&#039;anni per rompere il silenzio sulla morte di Pompeo e questo solo grazie al figlio Paolo che chiese e ottenne la riapertura del caso, in verità omicidio di ‘ndrangheta di cui Pompeo fu una vittima innocente a soli 48 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La scomparsa silenziosa===&lt;br /&gt;
Il [[28 luglio]] del [[1982]], come ogni sera, alle 21 circa Pompeo Panaro chiuse la sua attività commerciale sita in via Duomo per raggiungere la moglie Silvana in Piazza IV Novembre. Quella sera Pompeo salì su una Fiat 127 che si fece prestare dal cognato dopo aver subito il furto della sua vettura. All&#039;appuntamento con Silvana però l’uomo non arrivò mai; quel mercoledì di luglio, Pompeo scomparve e solo il giorno seguente fu presentata una denuncia dal fratello&amp;lt;ref&amp;gt;“La storia di Pompeo Panaro, il consigliere ammazzato dalla ‘ndrangheta”, Fanpage.it, 29 settembre 2017&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sera stessa della scomparsa fu ritrovata l’auto guidata da Pompeo, in via Baracche, chiusa a chiave e regolarmente parcheggiata ma sul caso scese un incredibile silenzio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] Probabilmente mi dissero che papà era partito, che era andato all&#039;estero. Questa voce circolò molto e io di fatto mi convinsi che quella possibilità poteva essere reale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“La mia battaglia per la verità”. Paolo Panaro, Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;. Altre voci di paese sussurravano che l’uomo venne rapito e tenuto prigioniero, in località Baracche, luogo del ritrovamento della Fiat 127.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ritrovamento dei resti umani e le indagini===&lt;br /&gt;
Dopo circa un anno dalla scomparsa di Pompeo, il [[15 giugno]] [[1983]], una telefonata anonima all&#039;allora commissario di Paola, &#039;&#039;&#039;Antonio Cappelli&#039;&#039;&#039;, – poliziotto di ferro temuto dalla criminalità – aprì uno spiraglio sulla sparizione dell’uomo. &#039;&#039;&#039;Località Trifoglio&#039;&#039;&#039; fu l’indicazione riportata dalla voce anonima per l’individuazione del corpo di Pompeo ucciso, bruciato e sepolto; inoltre, la fonte anonima si preoccupò di far pervenire al comandante una busta con dentro un foglio su cui era disegnata la mappa della località Trifoglio e l’indicazione esatta del punto in cui erano sepolti i resti di Pompeo&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Vittima di mafia, non per lo Stato&amp;quot;, archivio il Quotidiano&amp;lt;/ref&amp;gt;;&amp;lt;ref&amp;gt;“La mappa dell’orrore spedita alla polizia”, archivio Gazzetta del Sud&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel punto descritto, le autorità con l’aiuto degli escavatori ritrovarono i resti di un corpo umano, brandelli di vestiti, un contenitore con del liquido infiammabile, dopo dieci giorni, una chiave di un immobile di Pompeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante il ritrovamento ed il successivo riconoscimento delle prove certe attraverso perizia ufficiale disposta dalla procura di Paola  presso l’università di Napoli nel [[1984]], la morte di Pompeo non venne registrata: “&#039;&#039;questo semplice atto amministrativo non avviene perché il documento rimane nel fascicolo […] dopo il riconoscimento ufficiale nessuno ci ha comunicato l’esito&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, la Repubblica – Inchieste, 2 maggio 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;,&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;La morte di Panaro non fu segnalata&amp;quot; Gazzetta del Sud, 8 marzo 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. Il [[10 febbraio]] [[1984]] con l’atto n. 1297/82 R.G., i resti ritrovati furono restituiti non alla moglie ma ai fratelli di Pompeo. “&#039;&#039;Si comunica che in località Trifoglio, agro del comune, sono stati rinvenuti resti umani identificati come appartenuti al cadavere di Pompeo Panaro&#039;&#039;” questo quanto riportato nei documenti del 10 febbraio 1984&amp;lt;ref&amp;gt;“Morte di Panaro, il mistero s’infittisce. Al Comune non ci sono atti di sepoltura.” Gazzetta del Sud, 23 agosto 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 marzo]] del [[1984]], su richiesta del pubblico ministero Luigi Belvedere, il giudice istruttore del Tribunale di Paola dispose l’archiviazione del caso d’omicidio a carico di ignoti così motivandolo: “&#039;&#039;Ritenuto che gli atti assunti forniscono la prova oggettiva del fatto denunciato, ma non offrono alcun indizio sugli autori di esso, si dichiara il non doversi procedere per essere ignoti coloro che hanno commesso il reato&#039;&#039;”. Da quel momento delle prove (le chiavi, le parti di scheletro, il vestiario e la scarpa) ritrovate durante le ricerche, in contrada Trifoglio, non si ebbe più traccia; a seguito di tutti gli accadimenti giudiziari che si susseguirono dal 1984, venne omesso anche il fascicolo d’omicidio senza un motivo preciso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così [[22 novembre]] [[1994]], dieci anni dopo la scomparsa del commerciante paolano, con provvedimento del Tribunale tirrenico fu dichiarata, assurdamente, la morte presunta di Pompeo Panaro&amp;lt;ref&amp;gt;“Il picciotto sul delitto Panaro” Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;; sul ritrovamento dei resti di Pompeo non fu aperto alcun atto d’ufficio e quindi venne confermata la morte presunta; il fascicolo contenente tutte le informazioni sulla telefonata anonima, il ritrovamento dei resti, la perizia, l’identificazione, la restituzione e l’archiviazione d’omicidio a carico di ignoti venne paradossalmente dimenticato come venne dimenticata l’ufficializzazione della morte di Pompeo presso gli uffici competenti; Pompeo quindi continuò a risultare persona scomparsa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le rivelazioni dei pentiti=== &lt;br /&gt;
Nel [[1997]] il caso Panaro tornò a far parlare&amp;lt;ref&amp;gt;“Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare” Gazzetta del Sud 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;; la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro acquisì il vecchio fascicolo e anche alcuni pentiti locali fecero il nome di Pompeo Panaro, durante delle operazioni antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A parlare dell’omicidio Panaro furono [[Fedele Soria]] e [[Giuliano Serpa]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[5 febbraio]] del [[1997]], dopo quattordici anni di silenzio, in un verbale segreto sottoscritto da Fedele Soria, il picciotto della storica [[Serpa (&#039;ndrina)|‘ndrina dei Serpa]] parlò dell’omicidio: fece il nome dell’uomo che si occupò dello spostamento del cadavere di Pompeo in località Trifoglio; indicò i nomi di quattro uomini, appartenenti alla ‘ndrina Serpa, informati sull&#039;omicidio e sul luogo preciso del seppellimento; inoltre, il pentito dichiarò che per uccidere il commerciante venne utilizzata una pistola 38 Cobra, sequestrata poi dai carabinieri. Infine, Soria confidò per poi smentire le cause dell’omicidio, ovvero problemi sul pagamento dell’affitto di un’abitazione che il commerciante impegnò ad un uomo di comando della ‘ndrangheta. Secondo l’uomo, Pompeo si lamentò più volte di questa mancanza anche con altre persone e per questo malcontento venne punito con la morte. Per questi motivi, il commerciante paolano dapprima venne rapito e ucciso da un uomo di fiducia dell’organizzazione e poi seppellito nella zona montuosa da un secondo affiliato&amp;lt;ref&amp;gt;“Il picciotto sul delitto Panaro” Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;. Nonostante queste rivelazioni, il caso venne nuovamente archiviato nel [[2004]]; anche le successive inchieste “&#039;&#039;&#039;Costa&#039;&#039;&#039;”, “&#039;&#039;&#039;Missing&#039;&#039;&#039;” e “&#039;&#039;&#039;Tela del Ragno&#039;&#039;&#039;” della DDA di Catanzaro portarono nuovamente a considerare un caso di lupara bianca la morte di Panaro, in quanto del fascicolo d’omicidio volontario del 1984 continuò ad essere ignorato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2007]] il boss pentito Giuliano Serpa parlò dell’omicidio di Pompeo Panaro confermando la ricostruzione di Soria e di aver partecipato al delitto&amp;lt;ref&amp;gt;“La storia di Pompeo Panaro, il consigliere comunale ammazzato dalla ‘ndrangheta”, Fanpage.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Sulla morte del commerciante e politico paolano, Giuliano Serpa aggiunse nuovi particolari: ad ucciderlo fu un colpo di pistola al cuore; l’ordine di uccidere partì da [[Ennio Serpa]] – cugino di Giuliano – detenuto nel carcere di Cosenza&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Nove indagati per il delitto di Pompeo Panaro&amp;quot;, Gazzetta del Sud, 11 febbraio 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La motivazione di questo atto criminale fu motivata da una sospetta collaborazione di Pompeo con gli investigatori nella risoluzione di un altro caso di omicidio che portò all&#039;arresto di due picciotti della ‘ndrina, l’11 febbraio 1982&amp;lt;ref&amp;gt;Mamma ‘ndrangheta,A. Badolati, Pellegrini editore, 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;; secondo il pentito Giuliano Serpa, infatti, Pompeo Panaro informato sull&#039;omicidio di [[Luigi Gravina]] – commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta– fece arrestare i latitanti che presero in affitto un immobile di sua proprietà per sfuggire alla cattura&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Dalle dichiarazioni del pentito Serpa fu possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio. Al commerciante paolano venne dapprima rubata l’automobile, poi fu contattato da un emissario della ‘ndrina; con l’intenzione di riappropriarsi della propria vettura, Pompeo si recò nel luogo stabilito. Giunto sul posto, Pompeo fu sottoposto ad interrogatorio sulla sua presunta collaborazione con le forze dell’ordine ma non trovando riscontro positivo alle domande Mario Serpa decise di lasciarlo andare via. Mentre Pompeo si stava allontanando un uomo che prese parte all&#039;incontro (del quale il pentito fornì il nominativo) sparò con la “Cobra” calibro 38 verso di lui; il cadavere venne sepolto e fatto sparire nelle montagne locali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, in un verbale di acquisizione di intercettazioni in carcere, dell’omicidio Panaro parlò anche [[Mario Serpa]] -il capo indiscusso della ‘ndrina di Paola negli anni ’80-&amp;lt;ref&amp;gt;“Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare” Gazzetta del Sud, 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Nonostante si accusò dell’omicidio Panaro insieme ad altre tredici persone, il pentito Serpa fu l’unico ad essere processato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La reazione del figlio Paolo: la fine del silenzio e la riapertura del caso===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Avevo nove anni quando scomparve mio padre e ho di lui dei ricordi molto vaghi perché il silenzio che mi ha avvolto dopo la sua scomparsa, ha lavorato molto dentro di me facendo un’opera di erosione costante e subdola, privandomi anche del prima, degli anni in cui avevo ancora papà […] Io sono andato avanti con la mia vita, scuola, amici, università fino a 27anni quando parlando con una persona che conoscevo da tempo mi ha fatto riflettere sulla scomparsa di mio padre e sulla mia totale disinformazione su ciò che era accaduto. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere ai miei familiari di avere maggiori informazioni su quello che era successo allora. Non mi aspettavo le grandi rivelazioni ma un confronto tranquillo che avrebbero potuto essere anche le sole chiacchiere del paese. Ma la loro reazione è stata inaspettata e incomprensibile. Si è scatenato l’inferno e mi sono sentito chiedere perché andavo contro di loro. Questo atteggiamento mi creò subito sospetti e mi resi conto di essere da solo di fronte alla ricerca di verità&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“La mia battaglia per la verità” Paolo Panaro in Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 2011 &#039;&#039;&#039;Paolo Panaro&#039;&#039;&#039;, il figlio di Pompeo, scoprì molti dettagli sulla ‘scomparsa’ del padre; venne a conoscenza del fascicolo per omicidio e del fatto che due pentiti di ‘ndrangheta ricostruirono l’omicidio di Pompeo durante degli interrogatori. Su &#039;&#039;Calabria Ora&#039;&#039;, un giornale locale, lesse un articolo sulle vittime di ‘ndrangheta dal quale apprese che esistevano atti giudiziari sulla vicenda di suo padre; non ricevendo risposte dalla sua famiglia, Paolo si mobilitò in modo autonomo e, il [[31 maggio]] [[2011]], riuscì a recuperare il fascicolo sulle indagini per poi chiedere nel 2012 e ottenere dalla magistratura la riapertura del caso sulla morte di suo padre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2013]] venne richiesto il test del DNA sui resti di Pompeo che si ritrovarono in una scatola di zinco, nella cappella di famiglia: coperto con della carta da pacchi fu rinvenuto l’omero, ma non i capelli, fondamentali per l’identificazione del DNA e i frammenti di cranio ritrovati nel 1983, secondo i documenti mai consegnati ai parenti&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;, &amp;lt;ref&amp;gt;“Quei resti sono di Panaro” L’ora della Calabria 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con questo atto, paradossalmente per la seconda volta, venne formalizzato il ritrovamento del corpo di Pompeo, dimenticato dalla magistratura per trent&#039;anni&amp;lt;ref&amp;gt;“Se lo Stato trasforma in farsa perfino la guerra alla mafia”, Il Giornale, 21 giugno 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Le scoperte fatte sulla morte di suo padre portarono Paolo a dubitare sulla corretta gestione del caso: “Si è solo badato a non far trapelare nulla. E in definitiva il risultato, finora è stato che gli assassini sono rimasti liberi di delinquere e il sacrificio, il coraggio di un uomo che ha sfidato la malavita in quegli anni di fuoco, denunciando gli esecutori di un altro omicidio, invece di essere portato come esempio alle generazioni future da chi ne aveva obbligo e dovere istituzionale e civile è stato anzi soffocato, vilipeso, offeso fino alla dimenticanza più totale”&amp;lt;ref&amp;gt;Paolo Panaro – “Paola, non si dimentica Pompeo Panaro”, Infopinione, 29 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Per Paolo la morte di suo padre ha dell’incredibile: la magistratura si dimenticò del ritrovamento di un corpo, periziato ed identificato, commettendo un errore giudiziario senza precedenti. Collusione, corruzione, connivenza sintetizzano bene l’omicidio di ‘ndrangheta dimenticato di Pompeo.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’archiviazione del caso===&lt;br /&gt;
Nel 2013, in seguito alla presentazione dell’esposto da parte di Paolo, figlio di Pompeo Panaro, la DDA riaprì il caso. Le importanti rivelazioni fatte da Giuliano Serpa, pentito di ‘ndrangheta, portarono a dodici indagati: undici di loro considerati deceduti anche se in realtà lo erano solo tre&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Delitto di Pompeo Panaro. Undici coinvolti per errore&amp;quot; L&#039;ora della Calabria, 1 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
In conclusione, per l’omicidio di Pompeo Panaro, il P.M. Bruni con la sua richiesta di nove anni di reclusione riconobbe solo la responsabilità di Giuliano Serpa, il quale però venne assolto perché il reato cadde in prescrizione&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;,&amp;lt;ref&amp;gt;“Venne ucciso più di trent&#039;anni fa. Scatta la prescrizione per il reato” il Quotidiano del Sud, 18 Aprile 2015&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Una storia di omissioni, connivenze, depistaggi, ingiustizie, perpetrate per oltre trent&#039;anni&#039;&#039;” queste le parole di don &#039;&#039;Ennio Stamile&#039;&#039;, referente regionale di Libera Calabria&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Paola, il 21 luglio di ogni anno viene celebrata la giornata in ricordo di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le richieste del figlio, in ricordo di Pompeo Panaro non vi è alcuna memoria in sede comunale né come politico né come vittima di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Archivio Gazzetta del Sud &lt;br /&gt;
*Badolati A., “Mamma ‘ndrangheta”, Pellegrini Editore, 2014&lt;br /&gt;
*&amp;quot;Indignato Speciale&amp;quot;, rubrica TG5, 9 dicembre 2015&lt;br /&gt;
*Testimonianza della famiglia, resa a Sabrina Lattuca per Wikimafia&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6771</id>
		<title>Pompeo Panaro</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Pompeo_Panaro&amp;diff=6771"/>
		<updated>2018-04-28T16:35:11Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: Creata pagina con &amp;quot;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;“Si è fatto sì che di papà si perdesse anche la memoria. Non si è valutato se l’uomo, il politico e la vittima di mafia meritasse o meno un riconoscimento”...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;“Si è fatto sì che di papà si perdesse anche la memoria. Non si è valutato se l’uomo, il politico e la vittima di mafia meritasse o meno un riconoscimento” (Paolo, figlio di Pompeo Panaro)&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Pompeo Panaro&#039;&#039;&#039; (Paola [[30 maggio]] [[1934]] – Paola [[28 luglio]] [[1982]]) è stato un commerciante ed esponente politico calabrese ucciso, silenziosamente, dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] e fatto sparire nelle montagne dell’alto tirreno cosentino. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Un uomo dedito al lavoro, alla famiglia e alla vita politica del suo paese: questo fu Pompeo Panaro, marito di &#039;&#039;&#039;Silvana Di Blasi&#039;&#039;&#039; e padre di &#039;&#039;&#039;Paolo&#039;&#039;&#039; e &#039;&#039;&#039;Antonella&#039;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da commerciante Pompeo lavorò nel negozio di generi alimentari di famiglia, sempre disponibile e generoso nei riguardi dei clienti, soprattutto di quelli più bisognosi, disposto a fare credito e a non pretendere il denaro di fronte a difficoltà economiche; si occupò della gestione di diversi appalti per la distribuzione degli alimenti nelle mense locali con grande dedizione, al punto che nell&#039;anno 1982 l’attività di famiglia arrivò a fatturare incredibilmente un miliardo di vecchie lire, un traguardo che festeggiò con tutti i suoi cari e il resto della città&amp;lt;ref&amp;gt;“La storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, Inchiesta la Repubblica, 2 maggio 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’impegno politico===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] La mia iscrizione alla Dc aveva spezzato una tradizione quasi centenaria nella mia famiglia, proprio in un momento in cui questa tradizione poteva anche rendere dei frutti concreti. Questo dimostra, però, che la mia è stata una scelta assolutamente ideale, intimamente sentita e profondamente meditata, perché mi sento di essere sinceramente cristiano ed obiettivamente democratico. E non l’ho fatto nei momenti di maggiore bisogno, che pur tanti ne ho avuti, ma soltanto in un momento in cui, libero da pesanti pressioni materiali, potevo più liberamente guardare a valori ben più alti e tendere a fini essenzialmente superiori. Non ho tentato, neanche nei momenti di maggiore bisogno di arraffarmi un posticino qualsiasi, come per esempio quello di iscrivermi nella pur nobile famiglia degli impiegati comunali, con l’intrallazzo politico; come invece ha fatto e continua a fare qualche altro, riducendo il Comune di Paola ad una specie di succursale famigliare […]&#039;&#039;”. Uomo di grandi principi democratici e cristiani, si avvicinò alla Dc spinto da forti ideali di legalità, dalla voglia di portare nuove politiche di miglioramento per la crescita consapevole della comunità, denunciando apertamente le pratiche di clientelismo e opportunismo di alcuni soggetti vicini all&#039;amministrazione comunale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da persona impegnata nella vita sociale, Pompeo, militante della Dc per diversi anni, rivestì svariati incarichi pubblici tra i quali dirigente del partito politico, assessore, vicesindaco e sindaco nel comune di Paola (CS). Durante questi anni, Pompeo fu sensibile alle attività sociali: per conto del comune, si occupò della gestione E.C.A. - Ente Comunale di Assistenza, un fondo di assistenza per le persone e le famiglie in condizioni di necessità - e dell’assegnazione delle pensioni ai soggetti più bisognosi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo allontanamento dalla Dc fu oggetto di discussione in un suo ultimo discorso tenuto in Comune: “&#039;&#039;Con il coraggio e la lealtà di sempre, ho rivendicato la mia piena libertà d’azione, e ciò perché non sono assolutamente disposto a mettermi sotto i piedi la legge, neanche quando questa si concretizza in un regolamento qualsiasi, liberamente formulato e responsabilmente approvato con l’opposizione della mia firma di galantuomo […] Non si può continuare in questa politica ambigua e catastrofica che rifiuta il metodo ed i contenuti democratici e svuota la partecipazione. Io dirò di no ad ogni manifestazione antidemocratica, come del resto ho sempre fatto; ad ogni fatto conservatore ed accentratore di ogni potere in poche mani, qualsiasi esse siano […] dirò di no ad ogni meta che eventualmente si volesse raggiungere, come finora si è fatto, nel disinteresse, senza dibattiti e senza una diffusa spinta alla partecipazione consapevole della base; così come dirò di no ad ogni scelta che dovesse avvenire sotto la spinta di interessi spiccioli particolaristici e personali&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==L’omicidio==&lt;br /&gt;
Nel [[1982]] la quotidianità di Pompeo Panaro e della sua famiglia venne travolta da una serie di eventi che ancora oggi non trovano risposte definitive: un omicidio di mafia silenzioso, camuffato, insabbiato, dimenticato. Prima la scomparsa, una sera di luglio, scambiata erroneamente e superficialmente per allontanamento volontario; poi un anno dopo, nel [[1983]], la possibilità di fare luce sull&#039;accaduto, in seguito ad una telefonata anonima, infatti, vennero ritrovati i suoi resti bruciati e carbonizzati, in una zona montuosa locale. Successivamente tutto si complicò: strane dimenticanze circa l’ufficializzazione della morte presso gli enti comunali, la mancata informazione data alla moglie e ai figli sul ritrovamento; nel [[1984]] la sparizione del fascicolo aperto sull&#039;omicidio volontario, archiviato a carico di ignoti; nel [[1994]] la dichiarazione di presunta morte; nel [[1997]] e [[2007]]-[[2012]] le dichiarazioni di due pentiti sull&#039;omicidio Panaro, l’ipotesi di lupara bianca e paradossalmente tanto, troppo, silenzio da parte delle istituzioni. Fino al [[2012]], anno che segnò un cambiamento nelle indagini. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci sono voluti all&#039;incirca trent&#039;anni per rompere il silenzio sulla morte di Pompeo e questo solo grazie al figlio Paolo che chiese e ottenne la riapertura del caso, in verità omicidio di ‘ndrangheta di cui Pompeo fu una vittima innocente a soli 48 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La scomparsa silenziosa===&lt;br /&gt;
Il [[28 luglio]] del [[1982]], come ogni sera, alle 21 circa Pompeo Panaro chiuse la sua attività commerciale sita in via Duomo per raggiungere la moglie Silvana in Piazza IV Novembre. Quella sera Pompeo salì su una Fiat 127 che si fece prestare dal cognato dopo aver subito il furto della sua vettura. All&#039;appuntamento con Silvana però l’uomo non arrivò mai; quel mercoledì di luglio, Pompeo scomparve e solo il giorno seguente fu presentata una denuncia dal fratello&amp;lt;ref&amp;gt;“La storia di Pompeo Panaro, il consigliere ammazzato dalla ‘ndrangheta”, Fanpage.it, 29 settembre 2017&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sera stessa della scomparsa fu ritrovata l’auto guidata da Pompeo, in via Baracche, chiusa a chiave e regolarmente parcheggiata ma sul caso scese un incredibile silenzio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;[…] Probabilmente mi dissero che papà era partito, che era andato all&#039;estero. Questa voce circolò molto e io di fatto mi convinsi che quella possibilità poteva essere reale&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“La mia battaglia per la verità”. Paolo Panaro, Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;. Altre voci di paese sussurravano che l’uomo venne rapito e tenuto prigioniero, in località Baracche, luogo del ritrovamento della Fiat 127.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ritrovamento dei resti umani e le indagini===&lt;br /&gt;
Dopo circa un anno dalla scomparsa di Pompeo, il [[15 giugno]] [[1983]], una telefonata anonima all&#039;allora commissario di Paola, &#039;&#039;&#039;Antonio Cappelli&#039;&#039;&#039;, – poliziotto di ferro temuto dalla criminalità – aprì uno spiraglio sulla sparizione dell’uomo. &#039;&#039;&#039;Località Trifoglio&#039;&#039;&#039; fu l’indicazione riportata dalla voce anonima per l’individuazione del corpo di Pompeo ucciso, bruciato e sepolto; inoltre, la fonte anonima si preoccupò di far pervenire al comandante una busta con dentro un foglio su cui era disegnata la mappa della località Trifoglio e l’indicazione esatta del punto in cui erano sepolti i resti di Pompeo&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Vittima di mafia, non per lo Stato&amp;quot;, archivio il Quotidiano&amp;lt;/ref&amp;gt;;&amp;lt;ref&amp;gt;“La mappa dell’orrore spedita alla polizia”, archivio Gazzetta del Sud&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel punto descritto, le autorità con l’aiuto degli escavatori ritrovarono i resti di un corpo umano, brandelli di vestiti, un contenitore con del liquido infiammabile, dopo dieci giorni, una chiave di un immobile di Pompeo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante il ritrovamento ed il successivo riconoscimento delle prove certe attraverso perizia ufficiale disposta dalla procura di Paola  presso l’università di Napoli nel [[1984]], la morte di Pompeo non venne registrata: “&#039;&#039;questo semplice atto amministrativo non avviene perché il documento rimane nel fascicolo […] dopo il riconoscimento ufficiale nessuno ci ha comunicato l’esito&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Storia di Pompeo, testimone scomodo sepolto nel cimitero della ‘ndrangheta”, la Repubblica – Inchieste, 2 maggio 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;,&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;La morte di Panaro non fu segnalata&amp;quot; Gazzetta del Sud, 8 marzo 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. Il [[10 febbraio]] [[1984]] con l’atto n. 1297/82 R.G., i resti ritrovati furono restituiti non alla moglie ma ai fratelli di Pompeo. “&#039;&#039;Si comunica che in località Trifoglio, agro del comune, sono stati rinvenuti resti umani identificati come appartenuti al cadavere di Pompeo Panaro&#039;&#039;” questo quanto riportato nei documenti del 10 febbraio 1984&amp;lt;ref&amp;gt;“Morte di Panaro, il mistero s’infittisce. Al Comune non ci sono atti di sepoltura.” Gazzetta del Sud, 23 agosto 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[21 marzo]] del [[1984]], su richiesta del pubblico ministero Luigi Belvedere, il giudice istruttore del Tribunale di Paola dispose l’archiviazione del caso d’omicidio a carico di ignoti così motivandolo: “&#039;&#039;Ritenuto che gli atti assunti forniscono la prova oggettiva del fatto denunciato, ma non offrono alcun indizio sugli autori di esso, si dichiara il non doversi procedere per essere ignoti coloro che hanno commesso il reato&#039;&#039;”. Da quel momento delle prove (le chiavi, le parti di scheletro, il vestiario e la scarpa) ritrovate durante le ricerche, in contrada Trifoglio, non si ebbe più traccia; a seguito di tutti gli accadimenti giudiziari che si susseguirono dal 1984, venne omesso anche il fascicolo d’omicidio senza un motivo preciso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Così [[22 novembre]] [[1994]], dieci anni dopo la scomparsa del commerciante paolano, con provvedimento del Tribunale tirrenico fu dichiarata, assurdamente, la morte presunta di Pompeo Panaro&amp;lt;ref&amp;gt;“Il picciotto sul delitto Panaro” Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;; sul ritrovamento dei resti di Pompeo non fu aperto alcun atto d’ufficio e quindi venne confermata la morte presunta; il fascicolo contenente tutte le informazioni sulla telefonata anonima, il ritrovamento dei resti, la perizia, l’identificazione, la restituzione e l’archiviazione d’omicidio a carico di ignoti venne paradossalmente dimenticato come venne dimenticata l’ufficializzazione della morte di Pompeo presso gli uffici competenti; Pompeo quindi continuò a risultare persona scomparsa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le rivelazioni dei pentiti=== &lt;br /&gt;
Nel [[1997]] il caso Panaro tornò a far parlare&amp;lt;ref&amp;gt;“Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare” Gazzetta del Sud 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;; la direzione distrettuale antimafia di Catanzaro acquisì il vecchio fascicolo e anche alcuni pentiti locali fecero il nome di Pompeo Panaro, durante delle operazioni antimafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A parlare dell’omicidio Panaro furono [[Fedele Soria]] e [[Giuliano Serpa]].&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[5 febbraio]] del [[1997]], dopo quattordici anni di silenzio, in un verbale segreto sottoscritto da Fedele Soria, il picciotto della storica [[Serpa (&#039;ndrina)|‘ndrina dei Serpa]] parlò dell’omicidio: fece il nome dell’uomo che si occupò dello spostamento del cadavere di Pompeo in località Trifoglio; indicò i nomi di quattro uomini, appartenenti alla ‘ndrina Serpa, informati sull&#039;omicidio e sul luogo preciso del seppellimento; inoltre, il pentito dichiarò che per uccidere il commerciante venne utilizzata una pistola 38 Cobra, sequestrata poi dai carabinieri. Infine, Soria confidò per poi smentire le cause dell’omicidio, ovvero problemi sul pagamento dell’affitto di un’abitazione che il commerciante impegnò ad un uomo di comando della ‘ndrangheta. Secondo l’uomo, Pompeo si lamentò più volte di questa mancanza anche con altre persone e per questo malcontento venne punito con la morte. Per questi motivi, il commerciante paolano dapprima venne rapito e ucciso da un uomo di fiducia dell’organizzazione e poi seppellito nella zona montuosa da un secondo affiliato&amp;lt;ref&amp;gt;“Il picciotto sul delitto Panaro” Calabria Ora, 18 ottobre 2011&amp;lt;/ref&amp;gt;. Nonostante queste rivelazioni, il caso venne nuovamente archiviato nel [[2004]]; anche le successive inchieste “&#039;&#039;&#039;Costa&#039;&#039;&#039;”, “&#039;&#039;&#039;Missing&#039;&#039;&#039;” e “&#039;&#039;&#039;Tela del Ragno&#039;&#039;&#039;” della DDA di Catanzaro portarono nuovamente a considerare un caso di lupara bianca la morte di Panaro, in quanto del fascicolo d’omicidio volontario del 1984 continuò ad essere ignorato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2007]] il boss pentito Giuliano Serpa parlò dell’omicidio di Pompeo Panaro confermando la ricostruzione di Soria e di aver partecipato al delitto&amp;lt;ref&amp;gt;“La storia di Pompeo Panaro, il consigliere comunale ammazzato dalla ‘ndrangheta”, Fanpage.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Sulla morte del commerciante e politico paolano, Giuliano Serpa aggiunse nuovi particolari: ad ucciderlo fu un colpo di pistola al cuore; l’ordine di uccidere partì da [[Ennio Serpa]] – cugino di Giuliano – detenuto nel carcere di Cosenza&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Nove indagati per il delitto di Pompeo Panaro&amp;quot;, Gazzetta del Sud, 11 febbraio 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La motivazione di questo atto criminale fu motivata da una sospetta collaborazione di Pompeo con gli investigatori nella risoluzione di un altro caso di omicidio che portò all&#039;arresto di due picciotti della ‘ndrina, l’11 febbraio 1982&amp;lt;ref&amp;gt;Mamma ‘ndrangheta,A. Badolati, Pellegrini editore, 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;; secondo il pentito Giuliano Serpa, infatti, Pompeo Panaro informato sull&#039;omicidio di [[Luigi Gravina]] – commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta– fece arrestare i latitanti che presero in affitto un immobile di sua proprietà per sfuggire alla cattura&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Dalle dichiarazioni del pentito Serpa fu possibile ricostruire la dinamica dell’omicidio. Al commerciante paolano venne dapprima rubata l’automobile, poi fu contattato da un emissario della ‘ndrina; con l’intenzione di riappropriarsi della propria vettura, Pompeo si recò nel luogo stabilito. Giunto sul posto, Pompeo fu sottoposto ad interrogatorio sulla sua presunta collaborazione con le forze dell’ordine ma non trovando riscontro positivo alle domande Mario Serpa decise di lasciarlo andare via. Mentre Pompeo si stava allontanando un uomo che prese parte all&#039;incontro (del quale il pentito fornì il nominativo) sparò con la “Cobra” calibro 38 verso di lui; il cadavere venne sepolto e fatto sparire nelle montagne locali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, in un verbale di acquisizione di intercettazioni in carcere, dell’omicidio Panaro parlò anche [[Mario Serpa]] -il capo indiscusso della ‘ndrina di Paola negli anni ’80-&amp;lt;ref&amp;gt;“Indagini sull&#039;omicidio Panaro. Altri pentiti pronti a parlare” Gazzetta del Sud, 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
Nonostante si accusò dell’omicidio Panaro insieme ad altre tredici persone, il pentito Serpa fu l’unico ad essere processato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La reazione del figlio Paolo: la fine del silenzio e la riapertura del caso===&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Avevo nove anni quando scomparve mio padre e ho di lui dei ricordi molto vaghi perché il silenzio che mi ha avvolto dopo la sua scomparsa, ha lavorato molto dentro di me facendo un’opera di erosione costante e subdola, privandomi anche del prima, degli anni in cui avevo ancora papà […] Io sono andato avanti con la mia vita, scuola, amici, università fino a 27anni quando parlando con una persona che conoscevo da tempo mi ha fatto riflettere sulla scomparsa di mio padre e sulla mia totale disinformazione su ciò che era accaduto. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere ai miei familiari di avere maggiori informazioni su quello che era successo allora. Non mi aspettavo le grandi rivelazioni ma un confronto tranquillo che avrebbero potuto essere anche le sole chiacchiere del paese. Ma la loro reazione è stata inaspettata e incomprensibile. Si è scatenato l’inferno e mi sono sentito chiedere perché andavo contro di loro. Questo atteggiamento mi creò subito sospetti e mi resi conto di essere da solo di fronte alla ricerca di verità&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“La mia battaglia per la verità” Paolo Panaro in Diario della memoria, il Quotidiano del Sud, 3 agosto 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 2011 &#039;&#039;&#039;Paolo Panaro&#039;&#039;&#039;, il figlio di Pompeo, scoprì molti dettagli sulla ‘scomparsa’ del padre; venne a conoscenza del fascicolo per omicidio e del fatto che due pentiti di ‘ndrangheta ricostruirono l’omicidio di Pompeo durante degli interrogatori. Su &#039;&#039;Calabria Ora&#039;&#039;, un giornale locale, lesse un articolo sulle vittime di ‘ndrangheta dal quale apprese che esistevano atti giudiziari sulla vicenda di suo padre; non ricevendo risposte dalla sua famiglia, Paolo si mobilitò in modo autonomo e, il [[31 maggio]] [[2011]], riuscì a recuperare il fascicolo sulle indagini per poi chiedere nel 2012 e ottenere dalla magistratura la riapertura del caso sulla morte di suo padre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[2013]] venne richiesto il test del DNA sui resti di Pompeo che si ritrovarono in una scatola di zinco, nella cappella di famiglia: coperto con della carta da pacchi fu rinvenuto l’omero, ma non i capelli, fondamentali per l’identificazione del DNA e i frammenti di cranio ritrovati nel 1983, secondo i documenti mai consegnati ai parenti&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;, &amp;lt;ref&amp;gt;“Quei resti sono di Panaro” L’ora della Calabria 27 settembre 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con questo atto, paradossalmente per la seconda volta, venne formalizzato il ritrovamento del corpo di Pompeo, dimenticato dalla magistratura per trent&#039;anni&amp;lt;ref&amp;gt;“Se lo Stato trasforma in farsa perfino la guerra alla mafia”, Il Giornale, 21 giugno 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Le scoperte fatte sulla morte di suo padre portarono Paolo a dubitare sulla corretta gestione del caso: “Si è solo badato a non far trapelare nulla. E in definitiva il risultato, finora è stato che gli assassini sono rimasti liberi di delinquere e il sacrificio, il coraggio di un uomo che ha sfidato la malavita in quegli anni di fuoco, denunciando gli esecutori di un altro omicidio, invece di essere portato come esempio alle generazioni future da chi ne aveva obbligo e dovere istituzionale e civile è stato anzi soffocato, vilipeso, offeso fino alla dimenticanza più totale”&amp;lt;ref&amp;gt;Paolo Panaro – “Paola, non si dimentica Pompeo Panaro”, Infopinione, 29 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Per Paolo la morte di suo padre ha dell’incredibile: la magistratura si dimenticò del ritrovamento di un corpo, periziato ed identificato, commettendo un errore giudiziario senza precedenti. Collusione, corruzione, connivenza sintetizzano bene l’omicidio di ‘ndrangheta dimenticato di Pompeo.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’archiviazione del caso===&lt;br /&gt;
Nel 2013, in seguito alla presentazione dell’esposto da parte di Paolo, figlio di Pompeo Panaro, la DDA riaprì il caso. Le importanti rivelazioni fatte da Giuliano Serpa, pentito di ‘ndrangheta, portarono a dodici indagati: undici di loro considerati deceduti anche se in realtà lo erano solo tre&amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;Delitto di Pompeo Panaro. Undici coinvolti per errore&amp;quot; L&#039;ora della Calabria, 1 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
In conclusione, per l’omicidio di Pompeo Panaro, il P.M. Bruni con la sua richiesta di nove anni di reclusione riconobbe solo la responsabilità di Giuliano Serpa, il quale però venne assolto perché il reato cadde in prescrizione&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;,&amp;lt;ref&amp;gt;“Venne ucciso più di trent&#039;anni fa. Scatta la prescrizione per il reato” il Quotidiano del Sud, 18 Aprile 2015&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
“&#039;&#039;Una storia di omissioni, connivenze, depistaggi, ingiustizie, perpetrate per oltre trent&#039;anni&#039;&#039;” queste le parole di don &#039;&#039;Ennio Stamile&#039;&#039;, referente regionale di Libera Calabria&amp;lt;ref&amp;gt;Ibidem&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Paola, il 21 luglio di ogni anno viene celebrata la giornata in ricordo di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le richieste del figlio, in ricordo di Pompeo Panaro non vi è alcuna memoria in sede comunale né come politico né come vittima di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Archivio Gazzetta del Sud &lt;br /&gt;
*Badolati A., “Mamma ‘ndrangheta”, Pellegrini Editore, 2014&lt;br /&gt;
*Testimonianza della famiglia, resa a Sabrina Lattuca per Wikimafia&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Mario_Lattuca&amp;diff=6286</id>
		<title>Mario Lattuca</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Mario_Lattuca&amp;diff=6286"/>
		<updated>2017-10-16T14:03:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;lt;small&amp;gt;“Onesto e stimato lavoratore, nei cui confronti nessuno nutriva motivi di astio o di rancore tali da giustificare l’assassinio ”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lattuca Mario, Sentenza n°1 del 1986 pronunciata dalla Corte di Assise di Cosenza, p. 353&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/small&amp;gt;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Mario Lattuca&#039;&#039;&#039; ([[1 marzo]] [[1932]] Paola – [[21 settembre]] [[1982]] Paola), è stato un operaio ucciso dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] per errore durante un agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Nato a Paola, in provincia di Cosenza, Mario Lattuca iniziò presto a lavorare come operaio. Dopo il matrimonio con Antonietta Giacometti, per garantire un futuro migliore ai propri figli, Mario decise di emigrare in Svizzera come fecero molti altri suoi conterranei. Per dodici anni, tornò a casa poche volte all&#039;anno, durante i giorni di festa, per riabbracciare i suoi cari e la moglie Antonietta che decise di non seguirlo per non abbandonare la madre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la morte prematura di Santo, il loro quinto figlio, Mario decise di ritornare definitivamente a Paola in modo da placare anche il dolore della moglie per la tragica perdita; fu così che trovò lavoro presso una ditta edile per la quale collaborò prima alla costruzione della statale 107 e poi alla realizzazione delle gallerie che avrebbero permesso il collegamento ferroviario tra la costa tirrenica e l’entroterra cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’omicidio===&lt;br /&gt;
La sera del 21 settembre 1982, dopo aver concluso il suo turno di lavoro delle 13 – 22 presso la società Condotte d’Acqua, Mario Lattuca si avviò verso casa. Il tragitto che lo conduceva alla sua abitazione era solito farlo in auto con un collega; quel 21 settembre invece accettò un passaggio da un altro lavoratore della ditta perché il suo abituale conoscente era assente per problemi di salute. Nell&#039;auto, una Giulia super, si trovarono in tre: alla guida c’era Domenico Molinaro (32 anni) proprietario dell’auto, vicino il conducente vi era Santo Mannarino (41 anni) e Mario seduto nel sedile posteriore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Percorsi pochi metri, in località Pantani, una zona buia e a ridosso di una curva che collegava la zona del cantiere alla strada statale, il conducente dell’auto fu costretto a rallentare in quanto il passaggio era ostruito da una 131 posteggiata sulla destra; qualcuno stava aspettando la Giulia e vista arrivare iniziò a sparare: Mario venne investito da una pioggia di proiettili. Il conducente dell’auto che era il vero obiettivo del killer insieme all&#039;altro collega ebbero la prontezza di abbassarsi riuscendo a schivare i colpi e dopo aver aperto lo sportello abbandonarono il veicolo, fuggendo via. Mario, che era seduto nel sedile posteriore, divenne un parafulmine naturale: venne raggiunto da molti colpi che lo ferirono mortalmente&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella sera ad aspettare Mario per la cena c’erano sua figlia Anna con i suoi due fratelli più piccoli: “&#039;&#039;Mia madre era ricoverata in ospedale perché aveva avuto problemi di pressione e io aspettavo mio padre mentre guardavo in televisione il Festivalbar ma lui tardava ad arrivare […] Si presentò a casa nostra un mio zio, avvisato dell’accaduto, e disse che papà era in ospedale e che era grave. Pare si fosse sentito male in galleria. Io volevo subito raggiungerlo ma lui mi consigliò di restare per prendermi cura dei miei fratelli più piccoli, Romeo e Sandro. Aggiunse che avrei potuto andare da lui anche il giorno dopo&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;. Mario fu raggiunto da un’ambulanza con a bordo anche un suo familiare che prestava servizio come infermiere anche se ormai non restava nulla da fare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mario Lattuca morì quel 21 settembre 1982 lasciando la moglie Antonietta Giacometti (51 anni) e i suoi sei figli Maria (24 anni), Francesco (23 anni), Anna (21 anni), Rita (20 anni), Romeo (14 anni) e Sandro (10 anni).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo corpo fu preso in custodia dalle forze dell’ordine e a nessuno fu permesso di vederlo neanche alla moglie: “&#039;&#039;Mamma mi chiedeva piangendo dove fosse mio padre. Dopo molte insistenze fui costretta a dirle che era al cimitero. Prese per la mano Sandro, il mio fratello più piccolo, e uscì di casa per andare da lui. In molti provarono a fermarla ma lei con passo spedito arrivò prima di tutti. Davanti al cancello c’erano i carabinieri che le chiesero chi fosse e chi stava cercando. Lei urlando rispose che voleva vedere suo marito. Le fu chiaramente impedito di entrare e intanto un fratello la portò via con la forza&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini e il processo==&lt;br /&gt;
Subito dopo l’accaduto, iniziarono le indagini. Sul posto dell’omicidio arrivarono il sostituto procuratore della repubblica di Paola, la squadra della polizia giudiziaria dei carabinieri e gli uomini del locale Commissariato della polizia di Stato. Furono attivate battute a largo raggio per trovare i killer ma senza esiti positivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle prime supposizioni e dagli interrogatori rivolti ai due uomini sopravvissuti all&#039;accaduto, si capì subito che si trattava di un agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Giulia, guidata dall&#039;operaio, collega di Mario Lattuca, a ridosso dell’incrocio che collegava la zona cantiere alla strada statale, in località Pantani, fu costretta a rallentare perché la carreggiata di destra era occupata da una Fiat 131 Racing, posteggiata volontariamente per intralciare il cammino degli operai. E’ stato in quel momento, infatti, che i killer, presumibilmente due, nascosti nell&#039;oscurità e nella vegetazione, iniziarono a sparare verso gli occupanti dell’auto a distanza ravvicinata. Il destinatario di quella mattanza sembrava essere il passeggero che sedeva nel sedile posteriore dell’auto perché i colpi d’arma raggiunsero principalmente lui: Mario Lattuca, secondo il medico legale, morì dopo che due proiettili gli trapassarono la testa&amp;lt;ref&amp;gt;“Agguato notturno, Ucciso in auto un operaio a Paola”, Gazzetta del Sud, 22 settembre 1982&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da ulteriori indagini si scoprì poi che sulla Fiat 131 Racing, utilizzata per rallentare il percorso degli operai, era stata apposta una targa falsa e asportata ad un&#039;altra Fiat 126 a San Pietro di Amantea (CS) qualche tempo prima; inoltre, la Fiat 131 Racing risultò anch&#039;essa rubata a Nocera Terinese (CZ) e dentro l’auto furono ritrovati una custodia per binocolo, due paia di scarpe da tennis e una busta in plastica con 24 cartucce per pistola cal. 9 lungo ed altre 3 cartucce per pistola cal. 357 Magnum. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L&#039;assassinio di Mario Lattuca con il tempo venne classificato ad opera di ignoti e inserito, senz&#039;altra etichettatura, nel contesto della lotta fra bande lungo la fascia tirrenica cosentina. Smentendo quindi le prime supposizioni avanzate dai giornali locali, le autorità riconobbero nell&#039;omicidio un errore di persona e che il destinatario dell’azione delittuosa poteva essere invece un altro occupante dell’autovettura (Domenico Molinaro) in quanto sospettato di appartenere alla banda di Nelso Basile contrapposto a quella dei Serpa. “&#039;&#039;Di questa faida Mario Lattuca è inconsapevole vittima che non ha avuto la prontezza, che ha, invece, caratterizzato, nell&#039;occorso, il comportamento del Mannarino e del Molinaro, di accovacciarsi subitamente, sul fondo della autovettura, fingendosi morti, per come dagli stessi dichiarato&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lattuca Mario, Sentenza n°1 del 1986 pronunciata dalla Corte d’Assise di Cosenza, p. 357&amp;lt;/ref&amp;gt;, queste le parole riportate nella sentenza del 1986 sull&#039;uccisione dell&#039;operaio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ancora, l’omicidio ritornò alla luce più volte come quando nel 1983, a seguito della perquisizione presso l’abitazione di un ricercato (Massimo Chianello - vicino al clan Serpa) indagato per racket e a seguito delle sue dichiarazioni vennero ritrovate le targhe originali ed i documenti della Fiat 131 rubata ed utilizzata per l’agguato oltre a 5 cartucce per pistola cal. 38 nascoste in un foro di un muretto di fronte l’abitazione di Osvaldo Serpa, nel rione Cancello di Paola&amp;lt;ref&amp;gt;“Racket a Paola, terzo arrestato”, Gazzetta del Sud, 15 aprile 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di questo omicidio, Mario Serpa rimase gravato per il sol fatto di essere il capo dell’organizzazione criminale in formula dubitativa per poi essere assolto insieme ad Osvaldo Serpa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
A Paola il [[21 luglio]] si ricorda la morte di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti== &lt;br /&gt;
Archivio storico Gazzetta del Sud&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Memoria, Nomi e storie delle vittime innocenti delle mafie, Edizioni Gruppo Abele 2015&lt;br /&gt;
*Badolati A., Mamma ‘ndrangheta, Cosenza, Pellegrini Editore, 2014&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Mario_Lattuca&amp;diff=6285</id>
		<title>Mario Lattuca</title>
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		<updated>2017-10-16T13:55:26Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;lt;small&amp;gt;“Onesto e stimato lavoratore, nei cui confronti nessuno nutriva motivi di astio o di rancore tali da giustificare l’assassinio ”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lattuca Mario, Sentenza n°1 del 1986 pronunciata dalla Corte di Assise di Cosenza, p. 353&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/small&amp;gt;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Mario Lattuca&#039;&#039;&#039; ([[1 marzo]] [[1932]] Paola – [[21 settembre]] [[1982]] Paola), è stato un operaio ucciso dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] per errore durante un agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Nato a Paola, in provincia di Cosenza, Mario Lattuca iniziò presto a lavorare come operaio. Dopo il matrimonio con Antonietta Giacometti, per garantire un futuro migliore ai propri figli, Mario decise di emigrare in Svizzera come fecero molti altri suoi conterranei. Per dodici anni, tornò a casa poche volte all&#039;anno, durante i giorni di festa, per riabbracciare i suoi cari e la moglie Antonietta che decise di non seguirlo per non abbandonare la madre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la morte prematura di Santo, il loro quinto figlio, Mario decise di ritornare definitivamente a Paola in modo da placare anche il dolore della moglie per la tragica perdita; fu così che trovò lavoro presso una ditta edile per la quale collaborò prima alla costruzione della statale 107 e poi alla realizzazione delle gallerie che avrebbero permesso il collegamento ferroviario tra la costa tirrenica e l’entroterra cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’omicidio===&lt;br /&gt;
La sera del 21 settembre 1982, dopo aver concluso il suo turno di lavoro delle 13 – 22 presso la società Condotte d’Acqua, Mario Lattuca si avviò verso casa. Il tragitto che lo conduceva alla sua abitazione era solito farlo in auto con un collega; quel 21 settembre invece accettò un passaggio da un altro lavoratore della ditta perché il suo abituale conoscente era assente per problemi di salute. Nell&#039;auto, una Giulia super, si trovarono in tre: alla guida c’era Domenico Molinaro (32 anni) proprietario dell’auto, vicino il conducente vi era Santo Mannarino (41 anni) e Mario seduto nel sedile posteriore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Percorsi pochi metri, in località Pantani, una zona buia e a ridosso di una curva che collegava la zona del cantiere alla strada statale, il conducente dell’auto fu costretto a rallentare in quanto il passaggio era ostruito da una 131 posteggiata sulla destra; qualcuno stava aspettando la Giulia e vista arrivare iniziò a sparare: Mario venne investito da una pioggia di proiettili. Il conducente dell’auto che era il vero obiettivo del killer insieme all&#039;altro collega ebbero la prontezza di abbassarsi riuscendo a schivare i colpi e dopo aver aperto lo sportello abbandonarono il veicolo, fuggendo via. Mario, che era seduto nel sedile posteriore, divenne un parafulmine naturale: venne raggiunto da molti colpi che lo ferirono mortalmente&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella sera ad aspettare Mario per la cena c’erano sua figlia Anna con i suoi due fratelli più piccoli: “&#039;&#039;Mia madre era ricoverata in ospedale perché aveva avuto problemi di pressione e io aspettavo mio padre mentre guardavo in televisione il Festivalbar ma lui tardava ad arrivare […] Si presentò a casa nostra un mio zio, avvisato dell’accaduto, e disse che papà era in ospedale e che era grave. Pare si fosse sentito male in galleria. Io volevo subito raggiungerlo ma lui mi consigliò di restare per prendermi cura dei miei fratelli più piccoli, Romeo e Sandro. Aggiunse che avrei potuto andare da lui anche il giorno dopo&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;. Mario fu raggiunto da un’ambulanza con a bordo anche un suo familiare che prestava servizio come infermiere anche se ormai non restava nulla da fare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mario Lattuca morì quel 21 settembre 1982 lasciando la moglie Antonietta Giacometti (51 anni) e i suoi sei figli Maria (24 anni), Francesco (23 anni), Anna (21 anni), Rita (20 anni), Romeo (14 anni) e Sandro (10 anni).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo corpo fu preso in custodia dalle forze dell’ordine e a nessuno fu permesso di vederlo neanche alla moglie: “&#039;&#039;Mamma mi chiedeva piangendo dove fosse mio padre. Dopo molte insistenze fui costretta a dirle che era al cimitero. Prese per la mano Sandro, il mio fratello più piccolo, e uscì di casa per andare da lui. In molti provarono a fermarla ma lei con passo spedito arrivò prima di tutti. Davanti al cancello c’erano i carabinieri che le chiesero chi fosse e chi stava cercando. Lei urlando rispose che voleva vedere suo marito. Le fu chiaramente impedito di entrare e intanto un fratello la portò via con la forza&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini e il processo==&lt;br /&gt;
Subito dopo l’accaduto, iniziarono le indagini. Sul posto dell’omicidio arrivarono il sostituto procuratore della repubblica di Paola, la squadra della polizia giudiziaria dei carabinieri e gli uomini del locale Commissariato della polizia di Stato. Furono attivate battute a largo raggio per trovare i killer ma senza esiti positivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle prime supposizioni e dagli interrogatori rivolti ai due uomini sopravvissuti all&#039;accaduto, si capì subito che si trattava di un agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Giulia, guidata dall&#039;operaio, collega di Mario Lattuca, a ridosso dell’incrocio che collegava la zona cantiere alla strada statale, in località Pantani, fu costretta a rallentare perché la carreggiata di destra era occupata da una Fiat 131 Racing, posteggiata volontariamente per intralciare il cammino degli operai. E’ stato in quel momento, infatti, che i killer, presumibilmente due, nascosti nell&#039;oscurità e nella vegetazione, iniziarono a sparare verso gli occupanti dell’auto a distanza ravvicinata. Il destinatario di quella mattanza sembrava essere il passeggero che sedeva nel sedile posteriore dell’auto perché i colpi d’arma raggiunsero principalmente lui: Mario Lattuca, secondo il medico legale, morì dopo che due proiettili gli trapassarono la testa&amp;lt;ref&amp;gt;“Agguato notturno, Ucciso in auto un operaio a Paola”, Gazzetta del Sud, 22 settembre 1982&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da ulteriori indagini si scoprì poi che sulla Fiat 131 Racing, utilizzata per rallentare il percorso degli operai, era stata apposta una targa falsa e asportata ad un&#039;altra Fiat 126 a San Pietro di Amantea (CS) qualche tempo prima; inoltre, la Fiat 131 Racing risultò anch&#039;essa rubata a Nocera Terinese (CZ) e dentro l’auto furono ritrovati una custodia per binocolo, due paia di scarpe da tennis e una busta in plastica con 24 cartucce per pistola cal. 9 lungo ed altre 3 cartucce per pistola cal. 357 Magnum. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L&#039;assassinio di Mario Lattuca con il tempo venne classificato ad opera di ignoti e inserito, senz&#039;altra etichettatura, nel contesto della lotta fra bande lungo la fascia tirrenica cosentina. Smentendo quindi le prime supposizioni avanzate dai giornali locali, le autorità riconobbero nell&#039;omicidio un errore di persona e che il destinatario dell’azione delittuosa poteva essere invece un altro occupante dell’autovettura (Domenico Molinaro) in quanto sospettato di appartenere alla banda di Nelso Basile contrapposto a quella dei Serpa. “&#039;&#039;Di questa faida Mario Lattuca è inconsapevole vittima che non ha avuto la prontezza, che ha, invece, caratterizzato, nell&#039;occorso, il comportamento del Mannarino e del Molinaro, di accovacciarsi subitamente, sul fondo della autovettura, fingendosi morti, per come dagli stessi dichiarato&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lattuca Mario, Sentenza n°1 del 1986 pronunciata dalla Corte d’Assise di Cosenza, p. 357&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ancora, l’omicidio ritornò alla luce più volte come quando nel 1983, a seguito della perquisizione presso l’abitazione di un ricercato (Massimo Chianello - vicino al clan Serpa) indagato per racket e a seguito delle sue dichiarazioni vennero ritrovate le targhe originali ed i documenti della Fiat 131 rubata ed utilizzata per l’agguato oltre a 5 cartucce per pistola cal. 38 nascoste in un foro di un muretto di fronte l’abitazione di Osvaldo Serpa, nel rione Cancello di Paola&amp;lt;ref&amp;gt;“Racket a Paola, terzo arrestato”, Gazzetta del Sud, 15 aprile 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di questo omicidio, Mario Serpa rimase gravato per il sol fatto di essere il capo dell’organizzazione criminale in formula dubitativa per poi essere assolto insieme ad Osvaldo Serpa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
A Paola il [[21 luglio]] si ricorda la morte di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti== &lt;br /&gt;
Archivio storico Gazzetta del Sud&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Memoria, Nomi e storie delle vittime innocenti delle mafie, Edizioni Gruppo Abele 2015&lt;br /&gt;
*Badolati A., Mamma ‘ndrangheta, Cosenza, Pellegrini Editore, 2014&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
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		<title>Mario Lattuca</title>
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		<updated>2017-10-16T13:53:48Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: Creata pagina con &amp;quot;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;&amp;lt;small&amp;gt;“Onesto e stimato lavoratore, nei cui confronti nessuno nutriva motivi di astio o di rancore tali da giustificare l’assassinio ”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lat...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;lt;small&amp;gt;“Onesto e stimato lavoratore, nei cui confronti nessuno nutriva motivi di astio o di rancore tali da giustificare l’assassinio ”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lattuca Mario, Sentenza n°1 del 1986 pronunciata dalla Corte di Assise di Cosenza, p. 353&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;/small&amp;gt;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Mario Lattuca&#039;&#039;&#039; ([[1 marzo]] [[1932]] Paola – [[21 settembre]] [[1982]] Paola), è stato un operaio ucciso dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] per errore durante un agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Nato a Paola, in provincia di Cosenza, Mario Lattuca iniziò presto a lavorare come operaio. Dopo il matrimonio con Antonietta Giacometti, per garantire un futuro migliore ai propri figli, Mario decise di emigrare in Svizzera come fecero molti altri suoi conterranei. Per dodici anni, tornò a casa poche volte all&#039;anno, durante i giorni di festa, per riabbracciare i suoi cari e la moglie Antonietta che decise di non seguirlo per non abbandonare la madre. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo la morte prematura di Santo, il loro quinto figlio, Mario decise di ritornare definitivamente a Paola in modo da placare anche il dolore della moglie per la tragica perdita; fu così trovò lavoro presso una ditta edile per la quale collaborò prima alla costruzione della statale 107 e poi alla realizzazione delle gallerie che avrebbero permesso il collegamento ferroviario tra la costa tirrenica e l’entroterra cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’omicidio===&lt;br /&gt;
La sera del 21 settembre 1982, dopo aver concluso il suo turno di lavoro delle 13 – 22 presso la società Condotte d’Acqua, Mario Lattuca si avviò verso casa. Il tragitto che lo conduceva alla sua abitazione era solito farlo in auto con un collega; quel 21 settembre invece accettò un passaggio da un altro lavoratore della ditta perché il suo abituale conoscente era assente per problemi di salute. Nell&#039;auto, una Giulia super, si trovarono in tre: alla guida c’era Domenico Molinaro (32 anni) proprietario dell’auto, vicino il conducente vi era Santo Mannarino (41 anni) e Mario seduto nel sedile posteriore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Percorsi pochi metri, in località Pantani, una zona buia e a ridosso di una curva che collegava la zona del cantiere alla strada statale, il conducente dell’auto fu costretto a rallentare in quanto il passaggio era ostruito da una 131 posteggiata sulla destra; qualcuno stava aspettando la Giulia e vista arrivare iniziò a sparare: Mario venne investito da una pioggia di proiettili. Il conducente dell’auto che era il vero obiettivo del killer insieme all&#039;altro collega ebbero la prontezza di abbassarsi riuscendo a schivare i colpi e dopo aver aperto lo sportello abbandonarono il veicolo, fuggendo via. Mario, che era seduto nel sedile posteriore, divenne un parafulmine naturale: venne raggiunto da molti colpi che lo ferirono mortalmente&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quella sera ad aspettare Mario per la cena c’erano sua figlia Anna con i suoi due fratelli più piccoli: “&#039;&#039;Mia madre era ricoverata in ospedale perché aveva avuto problemi di pressione e io aspettavo mio padre mentre guardavo in televisione il Festivalbar ma lui tardava ad arrivare […] Si presentò a casa nostra un mio zio, avvisato dell’accaduto, e disse che papà era in ospedale e che era grave. Pare si fosse sentito male in galleria. Io volevo subito raggiungerlo ma lui mi consigliò di restare per prendermi cura dei miei fratelli più piccoli, Romeo e Sandro. Aggiunse che avrei potuto andare da lui anche il giorno dopo&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;. Mario fu raggiunto da un’ambulanza con a bordo anche un suo familiare che prestava servizio come infermiere anche se ormai non restava nulla da fare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mario Lattuca morì quel 21 settembre 1982 lasciando la moglie Antonietta Giacometti (51 anni) e i suoi sei figli Maria (24 anni), Francesco (23 anni), Anna (21 anni), Rita (20 anni), Romeo (14 anni) e Sandro (10 anni).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il suo corpo fu preso in custodia dalle forze dell’ordine e a nessuno fu permesso di vederlo neanche alla moglie: “&#039;&#039;Mamma mi chiedeva piangendo dove fosse mio padre. Dopo molte insistenze fui costretta a dirle che era al cimitero. Prese per la mano Sandro, il mio fratello più piccolo, e uscì di casa per andare da lui. In molti provarono a fermarla ma lei con passo spedito arrivò prima di tutti. Davanti al cancello c’erano i carabinieri che le chiesero chi fosse e chi stava cercando. Lei urlando rispose che voleva vedere suo marito. Le fu chiaramente impedito di entrare e intanto un fratello la portò via con la forza&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;“Mio padre era la mia certezza”, diario della memoria, Quotidiano del sud, 27 luglio 2016&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini e il processo==&lt;br /&gt;
Subito dopo l’accaduto, iniziarono le indagini. Sul posto dell’omicidio arrivarono il sostituto procuratore della repubblica di Paola, la squadra della polizia giudiziaria dei carabinieri e gli uomini del locale Commissariato della polizia di Stato. Furono attivate battute a largo raggio per trovare i killer ma senza esiti positivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle prime supposizioni e dagli interrogatori rivolti ai due uomini sopravvissuti all&#039;accaduto, si capì subito che si trattava di un agguato.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Giulia, guidata dall&#039;operaio, collega di Mario Lattuca, a ridosso dell’incrocio che collegava la zona cantiere alla strada statale, in località Pantani, fu costretta a rallentare perché la carreggiata di destra era occupata da una Fiat 131 Racing, posteggiata volontariamente per intralciare il cammino degli operai. E’ stato in quel momento, infatti, che i killer, presumibilmente due, nascosti nell&#039;oscurità e nella vegetazione, iniziarono a sparare verso gli occupanti dell’auto a distanza ravvicinata. Il destinatario di quella mattanza sembrava essere il passeggero che sedeva nel sedile posteriore dell’auto perché i colpi d’arma raggiunsero principalmente lui: Mario Lattuca, secondo il medico legale, morì dopo che due proiettili gli trapassarono la testa&amp;lt;ref&amp;gt;“Agguato notturno, Ucciso in auto un operaio a Paola”, Gazzetta del Sud, 22 settembre 1982&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Da ulteriori indagini si scoprì poi che sulla Fiat 131 Racing, utilizzata per rallentare il percorso degli operai, era stata apposta una targa falsa e asportata ad un&#039;altra Fiat 126 a San Pietro di Amantea (CS) qualche tempo prima; inoltre, la Fiat 131 Racing risultò anch&#039;essa rubata a Nocera Terinese (CZ) e dentro l’auto furono ritrovati una custodia per binocolo, due paia di scarpe da tennis e una busta in plastica con 24 cartucce per pistola cal. 9 lungo ed altre 3 cartucce per pistola cal. 357 Magnum. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L&#039;assassinio di Mario Lattuca con il tempo venne classificato ad opera di ignoti e inserito, senz&#039;altra etichettatura, nel contesto della lotta fra bande lungo la fascia tirrenica cosentina. Smentendo quindi le prime supposizioni avanzate dai giornali locali, le autorità riconobbero nell&#039;omicidio un errore di persona e che il destinatario dell’azione delittuosa poteva essere invece un altro occupante dell’autovettura (Domenico Molinaro) in quanto sospettato di appartenere alla banda di Nelso Basile contrapposto a quella dei Serpa. “&#039;&#039;Di questa faida Mario Lattuca è inconsapevole vittima che non ha avuto la prontezza, che ha, invece, caratterizzato, nell&#039;occorso, il comportamento del Mannarino e del Molinaro, di accovacciarsi subitamente, sul fondo della autovettura, fingendosi morti, per come dagli stessi dichiarato&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;L’omicidio di Lattuca Mario, Sentenza n°1 del 1986 pronunciata dalla Corte d’Assise di Cosenza, p. 357&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ancora, l’omicidio ritornò alla luce più volte come quando nel 1983, a seguito della perquisizione presso l’abitazione di un ricercato (Massimo Chianello - vicino al clan Serpa) indagato per racket e a seguito delle sue dichiarazioni vennero ritrovate le targhe originali ed i documenti della Fiat 131 rubata ed utilizzata per l’agguato oltre a 5 cartucce per pistola cal. 38 nascoste in un foro di un muretto di fronte l’abitazione di Osvaldo Serpa, nel rione Cancello di Paola&amp;lt;ref&amp;gt;“Racket a Paola, terzo arrestato”, Gazzetta del Sud, 15 aprile 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di questo omicidio, Mario Serpa rimase gravato per il sol fatto di essere il capo dell’organizzazione criminale in formula dubitativa per poi essere assolto insieme ad Osvaldo Serpa. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==In memoria==&lt;br /&gt;
A Paola il [[21 luglio]] si ricorda la morte di Tonino Maiorano e di tutte le vittime innocenti di mafia del territorio cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti== &lt;br /&gt;
Archivio storico Gazzetta del Sud&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Memoria, Nomi e storie delle vittime innocenti delle mafie, Edizioni Gruppo Abele 2015&lt;br /&gt;
*Badolati A., Mamma ‘ndrangheta, Cosenza, Pellegrini Editore, 2014&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lucio_Ferrami&amp;diff=6217</id>
		<title>Lucio Ferrami</title>
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		<updated>2017-05-18T14:15:00Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;&amp;lt;small&amp;gt;Mio marito non era un eroe, solo chiedeva allo Stato di proteggerlo. Ricordo che, dopo la denuncia degli estorsori, passammo un anno d&#039;inferno: chiesi a mio marito di andarcene dal paese, gli dissi che ce l&#039;avrebbero fatta pagare. Ma lui non volle cedere. (&#039;&#039;&#039;Maria Avolio&#039;&#039;&#039;, moglie di Lucio Ferrami)&amp;lt;/small&amp;gt;&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Lucio Ferrami&#039;&#039;&#039; ([[22 febbraio]] [[1949]] Casalbuttano – [[27 ottobre]] [[1981]] Acquappesa), è stato un commerciante ucciso dalla [[&#039;Ndrangheta|‘ndrangheta]] perché deciso a non pagare il pizzo.&lt;br /&gt;
[[File:Lucio ferrami.jpg|300px|thumb|right|Lucio Ferrami, foto concessa a WikiMafia dalla famiglia]]&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Nato a Casalbuttano, in provincia di Cremona, Lucio Ferrami iniziò a lavorare fin da giovane nel campo dell’edilizia stradale come dipendente di una ditta lombarda. Aveva circa ventun&#039;anni quando gli impegni lavorativi lo portarono in Calabria, a Guardia Piementose (CS), dove conobbe &#039;&#039;&#039;Maria Avolio&#039;&#039;&#039;, sua futura moglie.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Dopo essersi sposato, Lucio con l’aiuto della famiglia decise di mettersi in proprio: avviò la Ferrami ceramiche per la vendita al dettaglio di materiali da costruzione che da subito diede grandi soddisfazioni al giovane imprenditore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo qualche tempo, però, la Ferrami ceramiche ricevette la prima richiesta di estorsione da parte delle ‘ndrine locali della costa tirrenica legate a [[Franco Muto]], conosciuto come il &amp;quot;&#039;&#039;re del pesce&#039;&#039;&amp;quot; di Cetraro, boss indiscusso dell’alto tirreno cosentino. Alla richiesta del pizzo l’imprenditore cremonese decise di non cedere e denunciò i suoi estorsori alla giustizia facendo mettere per iscritto nomi e cognomi dei criminali&amp;lt;ref&amp;gt;Storie Antiracket: Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 numero 14, 30 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L&#039;omicidio===&lt;br /&gt;
Nonostante le immediate denunce però la giustizia non fece il suo corso e un anno dopo l’inizio di questa travagliata vicenda, il [[27 ottobre]] [[1981]], Lucio Ferrami rimase vittima di un agguato pagando con la vita un gesto ritenuto fin troppo rivoluzionario&amp;lt;ref&amp;gt;Nel nome di mio marito accuso quei magistrati succubi della mafia, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;&amp;lt;ref&amp;gt;Per Giannino Losardo, Laboratorio sperimentale Giovanni Losardo, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Mentre era alla guida della sua auto in Contrada Zaccani, ad Acquappesa, Ferrami fu raggiunto da una raffica di colpi proveniente dal ciglio della strada dove i killer erano nascosti. Fu un’esecuzione in pieno stile ‘ndranghetista&amp;lt;ref&amp;gt;Una via intitolata all&#039;eroe antiracket Lucio Ferrami, Gazzetta del Sud, 6 aprile 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;. Quella sera, l&#039;imprenditore stava rientrando a casa in compagnia della moglie, Maria Avolio, che si salvò dall&#039;agguato perché suo marito le fece da scudo umano&amp;lt;ref&amp;gt;Resistere, resistere, resistere, Corriere della Calabria, 26 aprile 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lucio Ferrami fu vittima innocente di mafia all&#039;età di 32 anni. Lasciò la giovane moglie e i figli Pierluigi e Paolo di 9 e 3 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Le indagini e i processi ==&lt;br /&gt;
L’omicidio di Lucio Ferrami coincise con quello di altre due vittime innocenti, per questo motivo venne istruito un unico processo per il suo omicidio, quello di [[Giovanni Losardo]] e di [[Catello De Iudicibus]] presso il Tribunale di Cosenza (trasferito successivamente a Bari per motivi di ordine pubblico). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel corso del processo, in Corte di Assise, per l’omicidio Ferrami sia [[Franco Muto]] che suo figlio Luigi insieme a quattro uomini a loro vicini furono condannati all&#039;ergastolo. In secondo grado furono però tutti assolti con formula dubitativa&amp;lt;ref&amp;gt;Per il delitto Losardo la Cassazione conferma: tutti da assolvere, L&#039;Unità, 22 gennaio 1988&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[1988]] gli avvocati di parte civile avanzarono la richiesta di riapertura del caso: con un gesto clamoroso e senza precedenti, Maria Avolio ricostruì l’intera vicenda fino a denunciare la Procura della Repubblica di Paola, competente sull&#039;indagine per l&#039;uccisione del marito, per omissione di atti d’ufficio; accusò i magistrati di non aver fatto tutto il possibile per impedire l&#039;omicidio, di aver trascurato precise denunce della polizia che segnalavano l&#039;escalation mafiosa a Cetraro, a Paola, a Guardia Piemontese e negli altri paesi limitrofi della costa tirrenica. Sotto accusa sono furono messi i silenzi delle istituzioni, della magistratura e delle forze dell’ordine&amp;lt;ref&amp;gt;Nel nome di mio marito accuso quei magistrati succubi della mafia, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Memoria==&lt;br /&gt;
Secondo Maria Teresa Morano, Coordinatrice delle associazioni antiracket calabresi &amp;quot;&#039;&#039;Ricordare Lucio Ferrami è ricordare la parte migliore della Calabria, di quella Calabria che non si rassegna e che non si è mai voluta rassegnare alla prevaricazione della ndrangheta. Tutti noi calabresi abbiamo un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Lucio Ferrami ha combattuto da solo ed è morto da solo, e per troppo tempo è stato dimenticato. La Calabria ha il dovere, abbiamo il dovere per oggi e per il futuro di ricordare i nostri figli migliori&amp;quot;&#039;&#039;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;Ferrami ceramiche&#039;&#039;&#039; continua a mantenere vivo il ricordo del suo fondatore Lucio: l’attività commerciale, infatti, è rimasta in attivo grazie al continuo impegno di Maria Avolio e del figlio &#039;&#039;&#039;Pierluigi Ferrami&#039;&#039;&#039; che dopo il diploma di Geometra si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza ma nel [[1991]] entrò a far parte a pieno titolo dell’azienda di famiglia. “&#039;&#039;Lo feci solo per accontentare mia mamma e perché era naturale scegliere per me questo tipo di studi visto che ho seguito tutte le fasi dibattimentali del processo. In realtà avevo però desiderio di cominciare subito a lavorare per continuare quanto iniziato da mio padre&#039;&#039;”&amp;lt;ref&amp;gt;Storie Antiracket, Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 – Numero 14, 30 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[9 ottobre]] [[2014]], venne intitolata a Lucio Ferrami l’&#039;&#039;&#039;associazione antiracket di Cosenza&#039;&#039;&#039;, guidata da Alessio Cassano, giovane imprenditore locale: &#039;&#039;“E’ il nostro Libero Grassi calabrese ed è diventato il nostro esempio da seguire. Ricordarlo e farlo riconoscere è assolutamente doveroso”&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Cosenza, la legalità di frontiera, Linea Diretta, anno 2 – Numero 13, 13 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[27 ottobre]] [[2015]], in occasione del 33° anniversario della morte di Lucio Ferrami, il movimento antiracket della FAI si impegnò per l’affissione della lapide in marmo sul luogo dell&#039;omicidio, fino ad allora abbandonato ed usato come punto di discarica abusivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
== Bibliografia ==&lt;br /&gt;
* Storie Antiracket, Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 – Numero 14, 30 ottobre 2014&lt;br /&gt;
* Cosenza, la legalità di frontiera, Linea Diretta, anno 2 – Numero 13, 13 ottobre 2014&lt;br /&gt;
* Prosegue il cammino dell&#039;associazione antiracket di Cosenza. Confermato alla presidenza Alessio Cassano, La voce dell&#039;ANC Cosenza, anno 3 - Numero 7, agosto-dicembre 2016&lt;br /&gt;
* In ricordo di Lucio Ferrami, La voce dell&#039;ANC Cosenza, anno 3 - Numero 7, agosto-dicembre 2016&lt;br /&gt;
* Testimonianza della famiglia, resa a Sabrina Lattuca per WikiMafia&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lucio_Ferrami&amp;diff=6139</id>
		<title>Lucio Ferrami</title>
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		<updated>2017-04-25T18:53:50Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;Mio marito non era un eroe, solo chiedeva allo Stato di proteggerlo. Ricordo che, dopo la denuncia degli estorsori, passammo un anno d&#039;inferno: chiesi a mio marito di andarcene dal paese, gli dissi che ce l&#039;avrebbero fatta pagare. Ma lui non volle cedere&amp;quot;&#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Lucio Ferrami&#039;&#039;&#039; ([[1949]] Casalbuttano – [[27 ottobre]] [[1981]] Acquappesa), commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta perché deciso a non pagare il pizzo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Nato a Casalbuttano, in provincia di Cremona, Lucio Ferrami iniziò a lavorare fin da giovane nel campo dell’edilizia stradale come dipendente di una ditta lombarda. Aveva circa ventuno anni quando gli impegni lavorativi lo portarono in Calabria, a Guardia Piementose (CS), dove conobbe &#039;&#039;&#039;Maria Avolio&#039;&#039;&#039;, sua futura moglie.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Dopo essersi sposato Lucio con l’aiuto della moglie decise di mettersi in proprio: avviò la Ferrami ceramiche per la vendita al dettaglio di materiali da costruzione che da subito diede grandi soddisfazioni al giovane imprenditore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ai profitti della Ferrami ceramiche però si interessano anche le ‘ndrine locali della costa tirrenica, infatti, non passò molto tempo prima che alla Ferrami ceramiche venne chiesto il pagamento del pizzo dagli uomini vicini a Franco Muto, conosciuto come il “re del pesce” di Cetraro, boss indiscusso dell’alto tirreno cosentino. Alla richiesta delle “mazzette” l’imprenditore piemontese decise di non cedere e denunciò i suoi estorsori alla giustizia facendo mettere per iscritto nomi e cognomi dei criminali&amp;lt;ref&amp;gt;Storie Antiracket: Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 numero 14, 30 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le immediate denunce però la giustizia non fece il suo corso e Lucio Ferrami non riuscì a distogliere l’attenzione della ‘ndrangheta dai profitti della sua azienda.  Un anno dopo l’inizio di questa travagliata vicenda, il [[27 ottobre]] del [[1981]], Lucio Ferrami rimase vittima di un agguato pagando con la vita un gesto ritenuto fin troppo rivoluzionario&amp;lt;ref&amp;gt;Nel nome di mio marito accuso quei magistrati succubi della mafia, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;, &amp;lt;ref&amp;gt;Per Giannino Losardo, Laboratorio sperimentale Giovanni Losardo, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;&#039;&#039;Ricordare Lucio Ferrami è ricordare la parte migliore della Calabria, di quella Calabria che non si rassegna e che non si è mai voluta rassegnare alla prevaricazione della ndrangheta. Tutti noi calabresi abbiamo un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Lucio Ferrami ha combattuto da solo ed è morto da solo, e per troppo tempo è stato dimenticato. La Calabria ha il dovere, abbiamo il dovere per oggi e per il futuro di ricordare i nostri figli migliori&amp;quot;&#039;&#039; queste le parole di Maria Teresa Morano, Coordinatrice delle associazioni antiracket calabresi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’omicidio===&lt;br /&gt;
La sera del [[27 ottobre]] [[1981]], Lucio Ferrami era alla guida della sua auto quando fu raggiunto da una moto con a bordo i killer che lo uccisero con un’esecuzione in pieno stile ‘ndranghetista &amp;lt;ref&amp;gt;Una via intitolata all&#039;eroe antiracket Lucio Ferrami, Gazzetta del Sud, 6 aprile 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;, in Contrada Zaccani ad Acquappesa. Quella sera, l’imprenditore stava rientrando a casa in compagnia della moglie, Maria Avolio, che si salvò dall&#039;agguato perché suo marito le fece da scudo umano &amp;lt;ref&amp;gt;Resistere, resistere, resistere, Corriere della Calabria, 26 aprile 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lucio Ferrami fu vittima innocente di mafia all&#039;età di 32 anni. Lasciò la giovane moglie e il figlio Pierluigi di soli 9 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’omicidio di Lucio Ferrami coincise con quello di altre due vittime innocenti di mafia locali e così fu stabilito un unico processo per l’omicidio di Giovanni Losardo, Lucio Ferrami e Catello De Iudicibus presso il Tribunale di Cosenza, successivamente, trasferito per il primo e il secondo grado a Bari, causa motivi di ordine pubblico. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel corso del processo, in Corte di Assise, per l’omicidio Ferrami sia [[Franco Muto]] che suo figlio Luigi insieme a quattro uomini a loro vicini furono condannati all&#039;ergastolo. In secondo grado furono però tutti assolti con formula dubitativa &amp;lt;ref&amp;gt;Per il delitto Losardo la Cassazione conferma: tutti da assolvere, L&#039;Unità, 22 gennaio 1988&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[1988]] gli avvocati di parte civile avanzarono la richiesta di riapertura del caso: con un gesto clamoroso e senza precedenti, Maria Avolio ricostruì l’intera vicenda fino a denunciare la Procura della Repubblica di Paola, competente ad indagare sull&#039;uccisione del marito, per omissione di atti d’ufficio; accusò i magistrati di non aver fatto tutto il possibile per impedire l’omicidio, di aver trascurato precise denunce della polizia che segnalavano l’escalation mafiosa a Cetraro, a Paola, a Guardia Piemontese e negli altri paesi limitrofi della costa tirrenica. Sotto accusa sono stati messi i silenzi delle istituzioni, della magistratura e delle forze dell’ordine &amp;lt;ref&amp;gt;Nel nome di mio marito accuso quei magistrati succubi della mafia, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ricordo===&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;Ferrami ceramiche&#039;&#039;&#039; continua a mantenere vivo il ricordo del suo fondatore Lucio: l’attività commerciale, infatti, è rimasta in attivo grazie al continuo impegno di Maria Avolio e del figlio &#039;&#039;&#039;Pierluigi Ferrami&#039;&#039;&#039; che dopo il diploma di Geometra si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza ma nel [[1991]] entrò a far parte a pieno titolo dell’azienda di famiglia “&#039;&#039;Lo feci solo per accontentare mia mamma e perché era naturale scegliere per me questo tipo di studi visto che ho seguito tutte le fasi dibattimentali del processo. In realtà avevo però desiderio di cominciare subito a lavorare per continuare quanto iniziato da mio padre&#039;&#039;” &amp;lt;ref&amp;gt;Storie Antiracket, Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 – Numero 14, 30 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[9 ottobre]] [[2014]], viene intitolata a Lucio Ferrami l’&#039;&#039;&#039;associazione antiracket di Cosenza&#039;&#039;&#039;, guidata da Alessio Cassano, giovane imprenditore locale &#039;&#039;“E’ il nostro Libero Grassi calabrese ed è diventato il nostro esempio da seguire. Ricordarlo e farlo riconoscere è assolutamente doveroso”&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Cosenza, la legalità di frontiera, Linea Diretta, anno 2 – Numero 13, 13 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[27 ottobre]] [[2015]], in occasione del 33esimo anniversario della morte di Lucio Ferrami, il movimento antiracket della FAI si è impegnato per l’affissione della lapide in marmo che ricorda il luogo dell’omicidio, fino ad allora abbandonato ed usato come punto di discarica abusivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Lucio_Ferrami&amp;diff=6138</id>
		<title>Lucio Ferrami</title>
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		<updated>2017-04-25T18:51:24Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: Creata pagina con &amp;quot;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;&amp;quot;Mio marito non era un eroe, solo chiedeva allo Stato di proteggerlo. Ricordo che, dopo la denuncia degli estorsori, passammo un anno d&amp;#039;inferno: chiesi a mio marito...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;Mio marito non era un eroe, solo chiedeva allo Stato di proteggerlo. Ricordo che, dopo la denuncia degli estorsori, passammo un anno d&#039;inferno: chiesi a mio marito di andarcene dal paese, gli dissi che ce l&#039;avrebbero fatta pagare. Ma lui non volle cedere&amp;quot;&#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Lucio Ferrami&#039;&#039;&#039; ([[1949]] Casalbuttano – [[27 ottobre]] [[1981]] Acquappesa), commerciante ucciso dalla ‘ndrangheta perché deciso a non pagare il pizzo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Nato a Casalbuttano, in provincia di Cremona, Lucio Ferrami iniziò a lavorare fin da giovane nel campo dell’edilizia stradale come dipendente di una ditta lombarda. Aveva circa ventuno anni quando gli impegni lavorativi lo portarono in Calabria, a Guardia Piementose (CS), dove conobbe &#039;&#039;&#039;Maria Avolio&#039;&#039;&#039;, sua futura moglie.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Dopo essersi sposato Lucio con l’aiuto della moglie decise di mettersi in proprio: avviò la Ferrami ceramiche per la vendita al dettaglio di materiali da costruzione che da subito diede grandi soddisfazioni al giovane imprenditore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ai profitti della Ferrami ceramiche però si interessano anche le ‘ndrine locali della costa tirrenica, infatti, non passò molto tempo prima che alla Ferrami ceramiche venne chiesto il pagamento del pizzo dagli uomini vicini a Franco Muto, conosciuto come il “re del pesce” di Cetraro, boss indiscusso dell’alto tirreno cosentino. Alla richiesta delle “mazzette” l’imprenditore piemontese decise di non cedere e denunciò i suoi estorsori alla giustizia facendo mettere per iscritto nomi e cognomi dei criminali&amp;lt;ref&amp;gt;Storie Antiracket: Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 numero 14, 30 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante le immediate denunce però la giustizia non fece il suo corso e Lucio Ferrami non riuscì a distogliere l’attenzione della ‘ndrangheta dai profitti della sua azienda.  Un anno dopo l’inizio di questa travagliata vicenda, il [[27 ottobre]] del [[1981]], Lucio Ferrami rimase vittima di un agguato pagando con la vita un gesto ritenuto fin troppo rivoluzionario&amp;lt;ref&amp;gt;Nel nome di mio marito accuso quei magistrati succubi della mafia, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;, &amp;lt;ref&amp;gt;Per Giannino Losardo, Laboratorio sperimentale Giovanni Losardo, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;&#039;&#039;Ricordare Lucio Ferrami è ricordare la parte migliore della Calabria, di quella Calabria che non si rassegna e che non si è mai voluta rassegnare alla prevaricazione della ndrangheta. Tutti noi calabresi abbiamo un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Lucio Ferrami ha combattuto da solo ed è morto da solo, e per troppo tempo è stato dimenticato. La Calabria ha il dovere, abbiamo il dovere per oggi e per il futuro di ricordare i nostri figli migliori&amp;quot;&#039;&#039; queste le parole di Maria Teresa Morano, Coordinatrice delle associazioni antiracket calabresi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===L’omicidio===&lt;br /&gt;
La sera del [[27 ottobre]] [[1981]], Lucio Ferrami era alla guida della sua auto quando fu raggiunto da una moto con a bordo i killer che lo uccisero con un’esecuzione in pieno stile ‘ndranghetista &amp;lt;ref&amp;gt;Una via intitolata all&#039;eroe antiracket Lucio Ferrami, Gazzetta del Sud, 6 aprile 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;, in Contrada Zaccani ad Acquappesa. Quella sera, l’imprenditore stava rientrando a casa in compagnia della moglie, Maria Avolio, che si salvò dall&#039;agguato perché suo marito le fece da scudo umano &amp;lt;ref&amp;gt;Resistere, resistere, resistere, Corriere della Calabria, 26 aprile 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lucio Ferrami fu vittima innocente di mafia all&#039;età di 32 anni. Lasciò la giovane moglie e il figlio Pierluigi di soli 9 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’omicidio di Lucio Ferrami coincise con quello di altre due vittime innocenti di mafia locali e così fu stabilito un unico processo per l’omicidio di Giovanni Losardo, Lucio Ferrami e Catello De Iudicibus presso il Tribunale di Cosenza, successivamente, trasferito per il primo e il secondo grado a Bari, causa motivi di ordine pubblico. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel corso del processo, in Corte di Assise, per l’omicidio Ferrami sia Franco Muto che suo figlio Luigi insieme a quattro uomini a loro vicini furono condannati all&#039;ergastolo. In secondo grado furono però tutti assolti con formula dubitativa &amp;lt;ref&amp;gt;Per il delitto Losardo la Cassazione conferma: tutti da assolvere, L&#039;Unità, 22 gennaio 1988&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel [[1988]] gli avvocati di parte civile avanzarono la richiesta di riapertura del caso: con un gesto clamoroso e senza precedenti, Maria Avolio ricostruì l’intera vicenda fino a denunciare la Procura della Repubblica di Paola, competente ad indagare sull&#039;uccisione del marito, per omissione di atti d’ufficio; accusò i magistrati di non aver fatto tutto il possibile per impedire l’omicidio, di aver trascurato precise denunce della polizia che segnalavano l’escalation mafiosa a Cetraro, a Paola, a Guardia Piemontese e negli altri paesi limitrofi della costa tirrenica. Sotto accusa sono stati messi i silenzi delle istituzioni, della magistratura e delle forze dell’ordine &amp;lt;ref&amp;gt;Nel nome di mio marito accuso quei magistrati succubi della mafia, L&#039;Unità, 27 febbraio 1983&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ricordo===&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;Ferrami ceramiche&#039;&#039;&#039; continua a mantenere vivo il ricordo del suo fondatore Lucio: l’attività commerciale, infatti, è rimasta in attivo grazie al continuo impegno di Maria Avolio e del figlio &#039;&#039;&#039;Pierluigi Ferrami&#039;&#039;&#039; che dopo il diploma di Geometra si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza ma nel [[1991]] entrò a far parte a pieno titolo dell’azienda di famiglia “&#039;&#039;Lo feci solo per accontentare mia mamma e perché era naturale scegliere per me questo tipo di studi visto che ho seguito tutte le fasi dibattimentali del processo. In realtà avevo però desiderio di cominciare subito a lavorare per continuare quanto iniziato da mio padre&#039;&#039;” &amp;lt;ref&amp;gt;Storie Antiracket, Ferrami la verità e i silenzi trentatré anni dopo, Linea Diretta, anno 2 – Numero 14, 30 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[9 ottobre]] [[2014]], viene intitolata a Lucio Ferrami l’&#039;&#039;&#039;associazione antiracket di Cosenza&#039;&#039;&#039;, guidata da Alessio Cassano, giovane imprenditore locale &#039;&#039;“E’ il nostro Libero Grassi calabrese ed è diventato il nostro esempio da seguire. Ricordarlo e farlo riconoscere è assolutamente doveroso”&#039;&#039;&amp;lt;ref&amp;gt;Cosenza, la legalità di frontiera, Linea Diretta, anno 2 – Numero 13, 13 ottobre 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il [[27 ottobre]] [[2015]], in occasione del 33esimo anniversario della morte di Lucio Ferrami, il movimento antiracket della FAI si è impegnato per l’affissione della lapide in marmo che ricorda il luogo dell’omicidio, fino ad allora abbandonato ed usato come punto di discarica abusivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Sergio_Cosmai&amp;diff=6117</id>
		<title>Sergio Cosmai</title>
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		<updated>2017-03-11T21:58:20Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: Creata pagina con &amp;quot; &amp;lt;center&amp;gt;“&amp;#039;&amp;#039;Mio marito non era un eroe ma un uomo semplice, un uomo dello Stato, che aveva deciso di ripristinare la legge e le regole nel carcere di Cosenza&amp;#039;&amp;#039;”.&amp;lt;/center&amp;gt;...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;“&#039;&#039;Mio marito non era un eroe ma un uomo semplice, un uomo dello Stato, che aveva deciso di ripristinare la legge e le regole nel carcere di Cosenza&#039;&#039;”.&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Sergio Cosmai&#039;&#039;&#039; (Bisceglie, [[10 gennaio 1949]] – Cosenza, [[13 marzo 1985]]) è stato direttore di diverse case circondariali, compresa quella di Cosenza dove è rimasto vittima di un agguato organizzato dalla ‘ndrangheta. Dedica la sua vita al lavoro, alla lotta contro la criminalità, alla tutela della dignità dei detenuti nelle carceri mostrando interesse anche verso i problemi sociali della sua città natale pubblicando “&#039;&#039;Breve saggio sulla società biscegliese del tardo ‘500&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Sergio Cosmai, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Bari diventa Vice Direttore della casa circondariale di Trani. La sua qualifica lavorativa lo porta in diversi ambienti carcerari come quello di Lecce e Palermo per poi arrivare in Calabria nelle vesti di Direttore del penitenziario di Locri, Crotone e Cosenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nella città bruzia, dal settembre del 1982, Sergio Cosmai oltre a svolgere il ruolo di Direttore contrastando la criminalità organizzata locale si impegna nella riorganizzazione del carcere favorendo un clima di maggiore rispetto e legalità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’omicidio del Direttore è stato pianificato nella stessa struttura in cui lui ha operato fino al giorno della sua morte: Cosmai, infatti, ha posto fine ai piccoli e grandi privilegi concessi agli esponenti di spicco della criminalità locale anche dietro le sbarre, promuovendo una maggiore sorveglianza, disturbando di fatto il prosieguo delle loro attività illecite.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Tra gli interventi messi in atto per ristabilire l’ordine nella struttura, sita in via Popilia, è stata revocata l’ora d’aria supplementare chiesta dai detenuti calabresi. A questa decisione, il 21 giugno del 1983, è seguito un ammutinamento dei carcerati, subito sedata, e la proposta di Cosmai a intercedere con una rappresentanza dei sovvertitori. E’ in questo clima di tensione che il capo indiscusso della criminalità locale, Franco Perna, tramite la sua compagna invia un messaggio fuori dal carcere: «&#039;&#039;Uccidetelo&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;Direttore del carcere ucciso. La condanna dopo 25 anni, Repubblica, 23 maggio 2010&amp;lt;/ref&amp;gt;. In aggiunta, a fare pressione per l’eliminazione di Cosmai sono state anche le ‘ndrine del reggino dubitando della rispettabilità di Perna nel carcere cosentino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sergio Cosmai, di fatto, è stato letteralmente punito per aver cercato di riorganizzare il sistema carcerario nel territorio cosentino&amp;lt;ref&amp;gt;A Cosenza la ‘ndrangheta ordinò “uccidete il direttore del carcere”, a Stampa, 14 aprile 1985&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==L’omicidio==&lt;br /&gt;
Il 12 marzo del 1985 Sergio Cosmai, all&#039;età di 36 anni, è stato vittima di un agguato di mano mafiosa. Nelle prime ore del pomeriggio, il funzionario ha lasciato l’auto di servizio nel carcere di via Popilia dove risiedeva con la famiglia. Alla guida della sua Fiat Cinquecento gialla sulla statale 19, l’uomo che si stava dirigendo verso la scuola della figlia, è stato raggiunto da undici colpi calibro 38 che lo hanno ferito gravemente. I killer, a bordo di una Golf, dopo averlo seguito, sulla strada che collega Cosenza a Roges (Rende), hanno eseguito gli ordini sparando verso l’auto del Direttore il quale, dapprima, è stato colpito alla testa perdendo il controllo dell’autovettura. Uno dei killer, infine, è sceso dalla Golf sparando altri colpi d’arma da fuoco verso l’uomo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A nulla è servito il trasporto in ambulanza verso l’Ospedale di Trani; le gravi ferite hanno causato la morte del Direttore del carcere di Cosenza il giorno seguente all&#039;agguato.  Cosmai ha lasciato la moglie Tiziana, la figlia Rossella e il figlio Sergio, nato un mese dopo la sua morte&amp;lt;ref&amp;gt;Cosenza, la morte del direttore decisa all&#039;interno del carcere. La Stampa, 15 marzo 1985&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le indagini===&lt;br /&gt;
Un’ora dopo l’agguato è arrivata una telefonata di rivendicazione sull&#039;omicidio di Cosmai: «&#039;&#039;Siamo i comitati comunisti rivoluzionari, abbiamo sparato al direttore delle carceri. Pedro vive&#039;&#039;» facendo riferimento a Pedro, ovvero Pietro Maria Greco, l’autonomo calabrese ucciso dalla polizia a Trieste durante un controllo&amp;lt;ref&amp;gt;Cosenza, direttore del carcere ferito in un agguato: morente. La Stampa, 13 marzo 1985&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante ciò, le indagini non hanno trascurano alcuna possibilità sul movente dell’omicidio. E’ così che sono stati arrestati Stefano Bartolomeo, di 20 anni, Dario e Nicola Notarangelo, di 25 e 23 anni, accusati di concorso in omicidio premeditato e detenzione di armi e munizioni&amp;lt;ref&amp;gt;Carcere a vita per i tre killer di Sergio Cosmai, la Repubblica, 03 Aprile 1987&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’omicidio di Sergio Cosmai è stato fortemente voluto dalla criminalità locale e, in particolare, dal boss scissionista Franco Perna.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
La Corte d’assise di Bari ha condannato all&#039;ergastolo tutti e tre gli uomini; in appello, tuttavia, sono stati assolti per insufficienza di prove&amp;lt;ref&amp;gt;Ebbero l’ergastolo, sono assolti, La Stampa, 26 febbraio 1988&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Nel 1991, Stefano e il fratello Giuseppe Bartolomeo hanno perso la vita dopo aver cercato di allontanarsi dal clan Perna e proseguire le attività criminali in proprio. I fratelli Notargiacomo, invece, hanno confessato la loro colpevolezza facendo luce sulle dinamiche dell’omicidio. Nonostante ciò i fratelli Notargiacomo sono rimasti impuniti perché già precedentemente assolti per lo stesso reato con sentenza passata in giudizio.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
L’omicidio di Sergio Cosmai, dunque, è rimasto impunito come tanti altri fatti di sangue di quegli anni.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
A seguito dell’Operazione Missing, che ha portato alla riapertura di diversi casi rimasti irrisolti, nel 2012, ventisette anni dopo la morte di Sergio Cosmai, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha confermato la sentenza di primo grado all&#039;ergastolo per il mandante dell’omicidio Franco Perna&amp;lt;ref&amp;gt;Direttore del carcere ucciso. La condanna dopo 25 anni, la Repubblica, 23 maggio 2010&amp;lt;/ref&amp;gt; &amp;lt;ref&amp;gt;Bisceglie, 13 ergastoli per l’omicidio Cosmai, La Gazzetta del Mezzogiorno, 27 maggio 2012&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Il ricordo===&lt;br /&gt;
Al nome di Sergio Cosmai sono state intitolate un’aula della Pretura, una strada ed una scuola della sua città natale. Nella città di Cosenza, la strada dove Cosmai ha perso la vita è stata a lui intitolata e più recentemente è stata a lui dedicata una scultura. «&#039;&#039;Mio marito cercava un nuovo corso da seguire, un corso che va condiviso perché non potranno ammazzarci tutti. L’isolamento uccide, la condivisione salva&#039;&#039;»&amp;lt;ref&amp;gt;Ricordato Cosmai scultura a memoria, Gazzetta del Sud, 10 marzo 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Memoria, Nomi e storie delle vittime innocenti delle mafie, Edizioni Gruppo Abele, 2015 .&lt;br /&gt;
*Cosenza ‘ndrine, sangue e coltelli. La criminalità organizzata in Calabria, A. Nicaso, N. Gratteri, V. Giardina, Pellegrini Editore.&lt;br /&gt;
*Mamma ‘ndrangheta, A. Badolati, Pellegrini Editore.&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
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		<title>Giovanni Losardo</title>
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		<updated>2017-03-11T21:23:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: Creata pagina con &amp;quot;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;#039;&amp;#039;«Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato» &amp;#039;&amp;#039; &amp;lt;/center&amp;gt;   &amp;#039;&amp;#039;&amp;#039;Giovanni Losardo&amp;#039;&amp;#039;&amp;#039; (Cetraro, 23 luglio 1926 – Cetraro, 21 giugno 1980) uomo di cultura, politico...&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;«Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato» &#039;&#039; &amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;Giovanni Losardo&#039;&#039;&#039; (Cetraro, [[23 luglio 1926]] – Cetraro, [[21 giugno 1980]]) uomo di cultura, politico italiano, legato fin da giovane al PCI, segretario giudiziario della Procura della Repubblica di Paola. Ucciso, a 54 anni mentre rientrava a casa, dopo una seduta del consiglio comunale, dalla ‘ndrangheta dell’alto tirreno cosentino. Come per tanti altri, l’omicidio di Losardo non ha trovato colpevoli.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Biografia==&lt;br /&gt;
Giovanni Losardo, conosciuto da tutti come &#039;&#039;Giannino&#039;&#039;, ha conseguito la maturità classica nel 1946; successivamente, ha intrapreso gli studi giuridici ed è stato assunto come cancelliere nella Procura della Repubblica di Paola. E’ stato cronista de L’Unità della Calabria; la sua vita è stata legata alla politica calabrese fin da subito: nel 1945 si è iscritto al Partito Comunista Italiano; è stato Sindaco e Assessore del PCI al comune di Cetraro. &lt;br /&gt;
===L’attività politica===&lt;br /&gt;
Losardo ha speso gran parte della sua vita nella lotta contro la mafia: è ricordato, infatti, per la sua costante attività di denuncia alla ‘ndrangheta locale dell’alto tirreno cosentino.  Le sue dichiarazioni pubbliche lo hanno reso simbolo della politica per bene ma allo stesso tempo bersaglio della criminalità&amp;lt;ref&amp;gt;La morte di un esponente Pci segnò l’inizio della mattanza, Repubblica, 2 maggio 2013&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tra il 1975 e il 1976, in veste di primo cittadino del comune di Cetraro ha cercato di contrastare l’illegalità e soprattutto la criminalità organizzata locale denunciando l’abusivismo edilizio del territorio con riferimento, in particolare, all&#039;attività commerciale di Muto chiedendo un&#039;azione concreta da parte della Regione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1979 Giovanni Losardo è stato chiamato al ruolo di assessore ai lavori pubblici ed è in questo periodo che ha cercato di far ripartire il progetto del porto nella città della costa tirrenica, con l’intenzione di ostacolare l’infiltrazione mafiosa e quella della politica connivente alla criminalità.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1986, durante il processo contro i presunti mandanti ed esecutori dell’omicidio, il pm di Bari Leonardo Rinella rende chiara la causa dell’omicidio e l’importante ruolo svolto dal politico calabrese: “&#039;&#039;Losardo manifestò, nelle sedi più diverse, la sua costante volontà di opporsi alle attività illecite della malavita locale e di operare contro ogni forma di malgoverno e di collusione tra il potere locale e i gruppi delinquenziali. Combatté a lungo da solo, rischiando di persona, denunciando durante i consigli comunali il malaffare e le connivenze. Il suo coraggio fece paura. E la mafia gli tappò la bocca, organizzando un vile agguato&#039;&#039;”.&lt;br /&gt;
==L’Omicidio==&lt;br /&gt;
Alle 22:30 circa del 21 giugno del 1980, dopo aver preso parte ad una seduta del consiglio comunale e dopo aver fatto visita a sua madre, Giannino Losardo, alla guida di una 126 azzurra, è stato raggiunto da due uomini a bordo di una moto di grossa cilindrata. In località S. Maria di Mare nel comune di Cetraro, è stato ferito gravemente con una pistola calibro 9 e un fucile calibro 12&amp;lt;ref&amp;gt;“Don Giannino” un eroe per caso, il Quotidiano, 28 maggio 2008&amp;lt;/ref&amp;gt;. L’esponente del PCI è stato poi soccorso ma è morto alcune ore dopo. In ospedale, Losardo ha riferito «&#039;&#039;Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato&#039;&#039;» e spiegato anche le dinamiche dell’agguato.&lt;br /&gt;
===La reazione sociale===&lt;br /&gt;
In seguito alla morte di Losardo, il Tribunale di Paola ha interrotto per due giorni la sua attività; la federazione unitaria di Cosenza ha proclamato uno sciopero di otto ore nella zona del Tirreno cosentino e due ore di sciopero con assemblea a livello provinciale; a Cetraro, invece, il sindaco ha indetto due giorni di lutto cittadino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 24 giugno, Enrico Berlinguer insieme a Pio La Torre, Stefano Rodotà, Francesco Martorelli e Achille Occhetto, in rappresentanza del PCI, hanno preso parte ai funerali tenuti in forma semi privata a Fuscaldo (CS). &lt;br /&gt;
===Il processo===&lt;br /&gt;
Per l’omicidio di Giannino Losardo è stato accusato come mandate Francesco Muto, boss della ‘ndrina locale, mentre sono stati imputati come esecutori dell’omicidio Francesco Roveto, Franco Ruggiero, Antonio Pignataro e Leopoldo Pagano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il processo, tenuto presso la Corte d’Assise di Bari, è terminato nel marzo del 1986 ma l’omicidio Losardo è rimasto impunito.&lt;br /&gt;
===Ricordo===&lt;br /&gt;
Il 3 agosto 2003, a Fuscaldo (CS) e stato è stato fondato il Laboratorio sperimentale Giovanni Losardo che si pone come obiettivi principali “&#039;&#039;dare un futuro alla memoria di Losardo, trasformare il male e trasmettere alle nuove generazioni il gusto per la bellezza e la legalità&#039;&#039;” istituendo un premio internazionale di giornalismo e legalità. Editi dal Laboratorio sperimentale sono, &#039;&#039;Quel giorno dell’Ottanta&#039;&#039; e &#039;&#039;Non vivere in silenzio&#039;&#039;, due volumi che raccontano la storia dell’esponente del PCI calabrese. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1983 il Comune di Cetraro ha istituito un premio di saggistica, giornalismo ed arte, dedicato alla memoria di Losardo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Giovanni Losardo sono state dedicate diverse piazze nella costa dell’alto tirreno cosentino e una piazza nel centro storico di Cetraro; a ricordare la sua storia è anche un’aula del Tribunale di Teramo, un’aula del Tribunale di Paola ed il presidio dell’Associazione Libera di Scalea.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references/&amp;gt;&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
*Il caso Losardo, A. Ramundo, edizione Laboratorio sperimentale “Giovanni Losardo”&lt;br /&gt;
*Non vivere in silenzio, G. Bencivinni, F. Caldiero, F. Villani, edizione Laboratorio sperimentale “Giovanni Losardo”.&lt;br /&gt;
*Mamma ‘ndrangheta, A. Badolati, Pellegrini Editore, 2014&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_di_Gioia_Tauro&amp;diff=6048</id>
		<title>Strage di Gioia Tauro</title>
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		<updated>2016-07-20T22:29:24Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: /* Le indagini */&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;“Una terrificante sciagura sulla quale pesano gravi interrogativi”&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il &#039;&#039;&#039;22 luglio&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1970&#039;&#039;&#039; si ricorda la &#039;&#039;&#039;strage di Gioia Tauro&#039;&#039;&#039;, un deragliamento del treno Palermo-Torino che causa la morte di sei passeggeri e settantadue feriti; una tragedia ferroviaria, avvenuta sulla linea della costa tirrenica, a circa una sessantina di chilometri da Reggio Calabria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inizialmente, dalle prime indagini si pensa ad una tragedia causata da un errore umano; successivamente, sopraggiunge l’idea  di un ipotetico guasto sulla linea ferroviaria ma, nel 1993, durante una maxi inchiesta sulla criminalità organizzata calabrese – Olimpia 1°-, si giunge, finalmente, a considerare l’evento per quello che realmente è stato, ovvero una strage, organizzata e di origine criminale; una strage progettata da esponenti della destra estremista con la collaborazione della criminalità organizzata locale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Calabria in questi anni è colpita da alcuni attentati che interessano anche la linea ferroviaria da parte dei moti rivoltosi a causa della scelta politica di promuovere Catanzaro come capoluogo di regione piuttosto che la città di Reggio Calabria. Sulla scia delle rivolte dei “Boia chi molla”, si scopre successivamente, che Avanguardia nazionale e Fronte nazionale organizzano una serie di blocchi, compreso quello che colpisce la freccia del Sud, il 22 luglio 1970 . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono le 17:08 del 22 luglio 1970 quando nei pressi della stazione di Gioia Tauro, a circa sessanta chilometri da Reggio Calabria, la freccia del Sud Palermo-Torino, detta anche treno del Sole perché collega il Sud al Nord Italia, deraglia causando la morte di sei persone.&lt;br /&gt;
Il lungo convoglio ferroviario che viaggia alla velocità di 90 chilometri orari termina la sua corsa nei pressi del ponticello sul fiume Petrace, a pochi metri dalla stazione di Gioia Tauro: il macchinista, infatti, avverte un forte colpo sotto i carrelli e così decide di azionare la leva della frenata rapida. Il meccanismo si avvia per le prime cinque carrozze che iniziano a rallentare normalmente mentre la sesta carrozza deraglia, il carrello anteriore esce dai binari e così, una dopo l’altra, si trascina dietro otto di diciassette vagoni che la seguono. Infine, il convoglio si spezza e le carrozze sganciate si accasciano per terra su di un fianco. &amp;lt;ref&amp;gt;Il Palermo-Torino deraglia. La Stampa, 23 luglio 1970&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il boato viene avvertito nei locali vicini alla stazione ferroviaria; subito molte persone si dirigono nei pressi della ferrovia per capire cosa sia potuto succedere; molti si prestano nei primi soccorsi; immediatamente vengono allertate le forze dell’ordine e sopraggiungono le ambulanze per trasportare i feriti nelle strutture ospedaliere più vicine di Palmi, Polistena e Reggio Calabria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sulla freccia del Sud, il 22 luglio del 1970, viaggiano circa 200 persone tra le quali anche un gruppo di pellegrini diretti a Lourdes. La scena che si presenta agli occhi dei soccorritori è tragica: alcuni vagoni sono schiacciati tra loro e le manovre di soccorso sono rese ancora più faticose dal forte caldo. Molte persone sono rimaste incastrate tra le lamiere mentre altri riescono ad uscire dal groviglio di ferro dai finestrini. &lt;br /&gt;
Alla fine, si contano circa settanta feriti, dei quali molti in condizioni disperate e sicuramente sei persone morte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le vittime della strage di Gioia Tauro sono, complessivamente sei di cui cinque donne e un uomo, tutti siciliani, tranne uno &amp;lt;ref&amp;gt;Sconvolgente bilancio del disastro in Calabria. l’Unità, 24 luglio 1970&amp;lt;/ref&amp;gt;:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Cacicia Rita&#039;&#039;&#039;, 35 anni, di Bagheria (PA), insegnante presso una struttura per sordomuti;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Fassari Rosa&#039;&#039;&#039;, 68 anni, di Catania, casalinga;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Gangemi Andrea&#039;&#039;&#039;, 40 anni, di Napoli, funzionario di Banca; &lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Mazzocchio Nicoletta&#039;&#039;&#039;, 70 anni, di Casteltermini (AG), casalinga; &lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Palumbo Letizia Concetta&#039;&#039;&#039;, 48 anni, di Casteltermini (AG), sarta;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Vassallo Adriana Maria&#039;&#039;&#039;, 49 anni, di Agrigento, insegnante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Subito dopo la strage ferroviaria vengono avviate le indagini per cercare di dare una motivazione a quello che è accaduto durante il tragitto della freccia del Sud diretta a Torino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le prime ipotesi===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In una fase preliminare, si pensa che a causare la tragedia sia stato un cedimento della struttura di un carrello del convoglio ferroviario: il questore di Reggio Calabria, infatti, individua l’origine del deragliamento nello sbullonamento del carrello n.2 della nona carrozza; ancora, a rafforzare questa ipotesi, i marescialli del commissariato di polizia del reparto FS escludono la possibilità di un eventuale attentato affermando con un rapporto del 28 agosto 1970 che nessuno dei passeggeri della freccia del Sud, quel giorno, confermarono di aver sentito qualsivoglia forma di boato &amp;lt;ref&amp;gt;www.vittimedimafia.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Successivamente, in una seconda fase delle indagini, viene avanzata l’ipotesi di una possibile negligenza del personale ferroviario a bordo e alla guida del convoglio. Nel settembre del 1971, tra le pagine di un’ulteriore relazione sul caso di Gioia Tauro, si legge che “se non vi fu detonazione non poté esservi attentato dinamitardo”. Per questo motivo, ulteriori indagini, portano gli investigatori a puntare il dito contro il personale ferroviario, considerato colpevole per non aver rispettato i limiti di velocità stabiliti: nello stesso periodo, infatti, si stabilisce una riduzione della velocità a tutti i treni sulla tratta Palmi-Gioia Tauro per l’attuazione di alcuni lavori di manutenzione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 7 luglio del 1971 una nuova relazione stabilisce che la strage di Gioia Tauro non può essere associata ad alcuno errore umano del personale ferroviario né tanto meno a nessuno mal funzionamento dei binari &amp;lt;ref&amp;gt;Un attentato fascista provocò il deragliamento a Gioia Tauro, l&#039;Unità, 3 novembre 1972&amp;lt;/ref&amp;gt;; si definisce così la causa dolosa dell’evento. La presenza di un ordigno esplosivo sembra la spiegazione più plausibile &amp;lt;ref&amp;gt;Come i periti hanno potuto stabilire che a Gioia Tauro ci fu un attentato. La Stampa, 10 novembre 1972&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante queste nuove considerazioni, il capostazione e i tre ferrovieri coinvolto nell&#039;evento vengono chiamati a rispondere di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Alla fine, il 30 maggio del 1974 le accuse vengono considerate nulle e le indagini vengono archiviate.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La verità sulla strage===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo anni di silenzio, bisogna aspettare il 16 luglio del 1993 per sentire parlare nuovamente della strage di Gioia Tauro. E’ in occasione della maxi inchiesta Olimpia 1° - sui rapporti tra la criminalità organizzata e politica in Calabria - che il pentito Giacomo Lauro, collaboratore di giustizia, confessa la matrice criminale del disastro ferroviario alla base del quale viene individuata una strategia della tensione, tutto per preparare il terreno favorevole ad un vero e proprio golpe, ad una svolta autoritaria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lauro inizialmente fa il nome di Vito Silverini detto “Ciccio il biondo” neofascista, come esecutore della strage: secondo le dichiarazioni, infatti, a confidare i retroscena del disastro ferroviario a Lauro è lo stesso Silverini, conosciuto in carcere –nella cella numero 10 del carcere di Reggio Calabria- nel 1979; ancora, si scopre che dietro il deragliamento della freccia del Sud c’è il Comitato d’azione per Reggio capoluogo e che a sistemare il materiale esplosivo sulle rotaie è lo stesso Silverini con l’aiuto di Vincenzo Caracciolo – quest’ultimo mette a disposizione la propria moto Ape per il trasporto dell’ordigno -  che fanno esplodere ancor prima dell’arrivo del convoglio ferroviario &amp;lt;ref&amp;gt;Tolto il segreto sulla strage di Gioia Tauro. Il Quotidiano della Calabria, 23 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1994 Lauro rende noto un’ulteriore particolare della strage di Gioia Tauro: confessa, infatti, di averne preso parte, procurando l’esplosivo a Vincenzo Caracciolo, Giovanni Moro e Silverini Vito, e ricevendo un pagamento in denaro per conto del Comitato d’azione per Reggio capoluogo.&lt;br /&gt;
A convalidare le dichiarazioni di Lauro è la testimonianza fatta da un altro pentito, Dominici Carmine, nel novembre del 1993.&lt;br /&gt;
A seguito delle nuove testimonianze e delle informazioni raccolte vengono considerati mandanti della strage di Gioia Tauro: Caracciolo Vincenzo, Moro Giovanni,  Silverini Vito. &lt;br /&gt;
Sono considerati finanziatori della strage gli imprenditori locali Mauro Demetrio e Matacena Amedeo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il processo==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel febbraio del 2001 la sentenza di 1° grado della Corte d’assisi di Palmi riconosce:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lauro Giacomo come fornitore dell’esplosivo servito per preparare la bomba; Silverini Vito e Caracciolo Vincenzo come esecutori della strage.&lt;br /&gt;
I mandanti ed i finanziatori della strage di Gioia Tauro non vengono riconosciuti, infatti, anche se vengono proposti diversi nomi di imprenditori e personaggi politici di Reggio Calabria, alla fine, l’insufficienza di prove comporta la chiusura del caso con diverse incognite.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel gennaio del 2006, il processo si conclude con una sola condanna certa, ovvero, quella stabilita nei confronti del collaboratore di giustizia Lauro che viene accusato di “concorso anomalo in omicidio plurimo” anche se per finire il reato viene estinto per prescrizione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage dei cinque ragazzi della “Baracca”==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arciò Gianni (22 anni), Casile Angelo (20 anni), Scordo Franco (18 anni) di Reggio Calabria insieme a Lo Celso Luigi (26 anni) di Cosenza e Annelise Borth (18 anni), tedesca e fidanzata di Scordo, vengono ricordati come i ragazzi della “Baracca”, rimasti uccisi in uno strano incidente stradale il 27 settembre del 1970.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I cinque ragazzi, tutti ventenni, si fanno largo tra le file dei movimenti anarchici degli anni ’70 e subito dopo la strage di Gioia Tauro sono tra quei pochi a non lasciarsi convincere dalla spiegazione divulgata alla fine delle indagini sul deragliamento, ovvero l’incidente casuale.&lt;br /&gt;
Il gruppo di ragazzi decide di raccogliere maggiori informazioni sul caso e quindi portare avanti una sorta di controinformazione sulla tragedia ferroviaria, incontrandosi abitualmente presso “la Baracca”, una vecchia casa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia» queste le parole di Arciò alla madre in riferimento all&#039;inchiesta raccolta con gli amici; il 6 settembre 1970, le stesse informazioni giungono a Roma, presso la sede operativa degli anarchici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 27 settembre i cinque ragazzi sono coinvolti in un incidente stradale con un autotreno. Arciò, Casile e Lo Celso muoiono sul colpo, Scordo dopo ventiquattro ore mentre  la giovane Borth resta in coma profondo per venti giorni prima di morire &amp;lt;ref&amp;gt;Cinque anarchici morti e una strage. Scoprirono la verità, li uccisero. La Repubblica, 10 aprile 2001&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini sul caso terminano molto velocemente e alla morte dei cinque ragazzi della “Baracca” non si darà mai una risposta. Allo stesso modo, del dossier raccolto non si avranno mai testimonianze in quanto una copia inviata per posta alla Fai di Roma non è mai giunta mentre la copia originale è sparita all’interno della Mini Morris con a bordo i giovani anarchici del Sud.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qualche anno dopo, il 17 maggio 1973, viene pubblicato un volantino di denuncia sulla tragedia dei ragazzi della “Baracca” da parte del gruppo anarchico salernitano “Bielli”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il dubbio sulla morte dei giovani militanti non trova pace e anche se Dominici Carmine, testimone di giustizia, nel 1993, rivela al giudice istruttore di Milano la sua personale convinzione che la morte dei cinque ragazzi può considerarsi un vero e proprio omicidio e non un banale incidente automobilistico, come dichiarato dalle indagini &amp;lt;ref&amp;gt;Quei 5 anarchici ancora senza giustizia. Corriere della Calabria, 26 settembre 2015&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
Ciononostante, la mancanza di nomi certi sugli organizzatori della strage, la morte dei giovani anarchici del Sud viene archiviata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;Ndrangheta eversiva, Badolati A.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Blu Notte (quarta stagione, ep. 4) – La strage di Gioia Tauro del 1970&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_di_Gioia_Tauro&amp;diff=6047</id>
		<title>Strage di Gioia Tauro</title>
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		<updated>2016-07-20T15:24:16Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;“Una terrificante sciagura sulla quale pesano gravi interrogativi”&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il &#039;&#039;&#039;22 luglio&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1970&#039;&#039;&#039; si ricorda la &#039;&#039;&#039;strage di Gioia Tauro&#039;&#039;&#039;, un deragliamento del treno Palermo-Torino che causa la morte di sei passeggeri e settantadue feriti; una tragedia ferroviaria, avvenuta sulla linea della costa tirrenica, a circa una sessantina di chilometri da Reggio Calabria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inizialmente, dalle prime indagini si pensa ad una tragedia causata da un errore umano; successivamente, sopraggiunge l’idea  di un ipotetico guasto sulla linea ferroviaria ma, nel 1993, durante una maxi inchiesta sulla criminalità organizzata calabrese – Olimpia 1°-, si giunge, finalmente, a considerare l’evento per quello che realmente è stato, ovvero una strage, organizzata e di origine criminale; una strage progettata da esponenti della destra estremista con la collaborazione della criminalità organizzata locale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La Calabria in questi anni è colpita da alcuni attentati che interessano anche la linea ferroviaria da parte dei moti rivoltosi a causa della scelta politica di promuovere Catanzaro come capoluogo di regione piuttosto che la città di Reggio Calabria. Sulla scia delle rivolte dei “Boia chi molla”, si scopre successivamente, che Avanguardia nazionale e Fronte nazionale organizzano una serie di blocchi, compreso quello che colpisce la freccia del Sud, il 22 luglio 1970 . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono le 17:08 del 22 luglio 1970 quando nei pressi della stazione di Gioia Tauro, a circa sessanta chilometri da Reggio Calabria, la freccia del Sud Palermo-Torino, detta anche treno del Sole perché collega il Sud al Nord Italia, deraglia causando la morte di sei persone.&lt;br /&gt;
Il lungo convoglio ferroviario che viaggia alla velocità di 90 chilometri orari termina la sua corsa nei pressi del ponticello sul fiume Petrace, a pochi metri dalla stazione di Gioia Tauro: il macchinista, infatti, avverte un forte colpo sotto i carrelli e così decide di azionare la leva della frenata rapida. Il meccanismo si avvia per le prime cinque carrozze che iniziano a rallentare normalmente mentre la sesta carrozza deraglia, il carrello anteriore esce dai binari e così, una dopo l’altra, si trascina dietro otto di diciassette vagoni che la seguono. Infine, il convoglio si spezza e le carrozze sganciate si accasciano per terra su di un fianco. &amp;lt;ref&amp;gt;Il Palermo-Torino deraglia. La Stampa, 23 luglio 1970&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il boato viene avvertito nei locali vicini alla stazione ferroviaria; subito molte persone si dirigono nei pressi della ferrovia per capire cosa sia potuto succedere; molti si prestano nei primi soccorsi; immediatamente vengono allertate le forze dell’ordine e sopraggiungono le ambulanze per trasportare i feriti nelle strutture ospedaliere più vicine di Palmi, Polistena e Reggio Calabria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sulla freccia del Sud, il 22 luglio del 1970, viaggiano circa 200 persone tra le quali anche un gruppo di pellegrini diretti a Lourdes. La scena che si presenta agli occhi dei soccorritori è tragica: alcuni vagoni sono schiacciati tra loro e le manovre di soccorso sono rese ancora più faticose dal forte caldo. Molte persone sono rimaste incastrate tra le lamiere mentre altri riescono ad uscire dal groviglio di ferro dai finestrini. &lt;br /&gt;
Alla fine, si contano circa settanta feriti, dei quali molti in condizioni disperate e sicuramente sei persone morte.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le vittime della strage di Gioia Tauro sono, complessivamente sei di cui cinque donne e un uomo, tutti siciliani, tranne uno &amp;lt;ref&amp;gt;Sconvolgente bilancio del disastro in Calabria. l’Unità, 24 luglio 1970&amp;lt;/ref&amp;gt;:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Cacicia Rita&#039;&#039;&#039;, 35 anni, di Bagheria (PA), insegnante presso una struttura per sordomuti;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Fassari Rosa&#039;&#039;&#039;, 68 anni, di Catania, casalinga;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Gangemi Andrea&#039;&#039;&#039;, 40 anni, di Napoli, funzionario di Banca; &lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Mazzocchio Nicoletta&#039;&#039;&#039;, 70 anni, di Casteltermini (AG), casalinga; &lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Palumbo Letizia Concetta&#039;&#039;&#039;, 48 anni, di Casteltermini (AG), sarta;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Vassallo Adriana Maria&#039;&#039;&#039;, 49 anni, di Agrigento, insegnante.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Subito dopo la strage ferroviaria vengono avviate le indagini per cercare di dare una motivazione a quello che è accaduto durante il tragitto della freccia del Sud diretta a Torino.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le prime ipotesi===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In una fase preliminare, si pensa che a causare la tragedia sia stato un cedimento della struttura di un carrello del convoglio ferroviario: il questore di Reggio Calabria, infatti, individua l’origine del deragliamento nello sbullonamento del carrello n.2 della nona carrozza; ancora, a rafforzare questa ipotesi, i marescialli del commissariato di polizia del reparto FS escludono la possibilità di un eventuale attentato affermando con un rapporto del 28 agosto 1970 che nessuno dei passeggeri della freccia del Sud, quel giorno, confermarono di aver sentito qualsivoglia forma di boato &amp;lt;ref&amp;gt;www.vittimedimafia.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Successivamente, in una seconda fase delle indagini, viene avanzata l’ipotesi di una possibile negligenza del personale ferroviario a bordo e alla guida del convoglio. Nel settembre del 1971, tra le pagine di un’ulteriore relazione sul caso di Gioia Tauro, si legge che “se non vi fu detonazione non poté esservi attentato dinamitardo”. Per questo motivo, ulteriori indagini, portano gli investigatori a puntare il dito contro il personale ferroviario, considerato colpevole per non aver rispettato i limiti di velocità stabiliti: nello stesso periodo, infatti, si stabilisce una riduzione della velocità a tutti i treni sulla tratta Palmi-Gioia Tauro per l’attuazione di alcuni lavori di manutenzione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 7 luglio del 1971 una nuova relazione stabilisce che la strage di Gioia Tauro non può essere associata ad alcuno errore umano del personale ferroviario né tanto meno a nessuno mal funzionamento dei binari (l&#039;Unità del 3 Novembre 1972 un attentato fascista provocò il deragliamento a Gioia Tauro); si definisce così la causa dolosa dell’evento. La presenza di un ordigno esplosivo sembra la spiegazione più plausibile &amp;lt;ref&amp;gt;Come i periti hanno potuto stabilire che a Gioia Tauro ci fu un attentato. La Stampa, 10 novembre 1972&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante queste nuove considerazioni, il capostazione e i tre ferrovieri coinvolto nell&#039;evento vengono chiamati a rispondere di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Alla fine, il 30 maggio del 1974 le accuse vengono considerate nulle e le indagini vengono archiviate.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La verità sulla strage===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo anni di silenzio, bisogna aspettare il 16 luglio del 1993 per sentire parlare nuovamente della strage di Gioia Tauro. E’ in occasione della maxi inchiesta Olimpia 1° - sui rapporti tra la criminalità organizzata e politica in Calabria - che il pentito Giacomo Lauro, collaboratore di giustizia, confessa la matrice criminale del disastro ferroviario alla base del quale viene individuata una strategia della tensione, tutto per preparare il terreno favorevole ad un vero e proprio golpe, ad una svolta autoritaria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lauro inizialmente fa il nome di Vito Silverini detto “Ciccio il biondo” neofascista, come esecutore della strage: secondo le dichiarazioni, infatti, a confidare i retroscena del disastro ferroviario a Lauro è lo stesso Silverini, conosciuto in carcere –nella cella numero 10 del carcere di Reggio Calabria- nel 1979; ancora, si scopre che dietro il deragliamento della freccia del Sud c’è il Comitato d’azione per Reggio capoluogo e che a sistemare il materiale esplosivo sulle rotaie è lo stesso Silverini con l’aiuto di Vincenzo Caracciolo – quest’ultimo mette a disposizione la propria moto Ape per il trasporto dell’ordigno -  che fanno esplodere ancor prima dell’arrivo del convoglio ferroviario &amp;lt;ref&amp;gt;Tolto il segreto sulla strage di Gioia Tauro. Il Quotidiano della Calabria, 23 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 1994 Lauro rende noto un’ulteriore particolare della strage di Gioia Tauro: confessa, infatti, di averne preso parte, procurando l’esplosivo a Vincenzo Caracciolo, Giovanni Moro e Silverini Vito, e ricevendo un pagamento in denaro per conto del Comitato d’azione per Reggio capoluogo.&lt;br /&gt;
A convalidare le dichiarazioni di Lauro è la testimonianza fatta da un altro pentito, Dominici Carmine, nel novembre del 1993.&lt;br /&gt;
A seguito delle nuove testimonianze e delle informazioni raccolte vengono considerati mandanti della strage di Gioia Tauro: Caracciolo Vincenzo, Moro Giovanni,  Silverini Vito. &lt;br /&gt;
Sono considerati finanziatori della strage gli imprenditori locali Mauro Demetrio e Matacena Amedeo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il processo==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel febbraio del 2001 la sentenza di 1° grado della Corte d’assisi di Palmi riconosce:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lauro Giacomo come fornitore dell’esplosivo servito per preparare la bomba; Silverini Vito e Caracciolo Vincenzo come esecutori della strage.&lt;br /&gt;
I mandanti ed i finanziatori della strage di Gioia Tauro non vengono riconosciuti, infatti, anche se vengono proposti diversi nomi di imprenditori e personaggi politici di Reggio Calabria, alla fine, l’insufficienza di prove comporta la chiusura del caso con diverse incognite.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel gennaio del 2006, il processo si conclude con una sola condanna certa, ovvero, quella stabilita nei confronti del collaboratore di giustizia Lauro che viene accusato di “concorso anomalo in omicidio plurimo” anche se per finire il reato viene estinto per prescrizione. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage dei cinque ragazzi della “Baracca”==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arciò Gianni (22 anni), Casile Angelo (20 anni), Scordo Franco (18 anni) di Reggio Calabria insieme a Lo Celso Luigi (26 anni) di Cosenza e Annelise Borth (18 anni), tedesca e fidanzata di Scordo, vengono ricordati come i ragazzi della “Baracca”, rimasti uccisi in uno strano incidente stradale il 27 settembre del 1970.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I cinque ragazzi, tutti ventenni, si fanno largo tra le file dei movimenti anarchici degli anni ’70 e subito dopo la strage di Gioia Tauro sono tra quei pochi a non lasciarsi convincere dalla spiegazione divulgata alla fine delle indagini sul deragliamento, ovvero l’incidente casuale.&lt;br /&gt;
Il gruppo di ragazzi decide di raccogliere maggiori informazioni sul caso e quindi portare avanti una sorta di controinformazione sulla tragedia ferroviaria, incontrandosi abitualmente presso “la Baracca”, una vecchia casa.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
«Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia» queste le parole di Arciò alla madre in riferimento all&#039;inchiesta raccolta con gli amici; il 6 settembre 1970, le stesse informazioni giungono a Roma, presso la sede operativa degli anarchici.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 27 settembre i cinque ragazzi sono coinvolti in un incidente stradale con un autotreno. Arciò, Casile e Lo Celso muoiono sul colpo, Scordo dopo ventiquattro ore mentre  la giovane Borth resta in coma profondo per venti giorni prima di morire &amp;lt;ref&amp;gt;Cinque anarchici morti e una strage. Scoprirono la verità, li uccisero. La Repubblica, 10 aprile 2001&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini sul caso terminano molto velocemente e alla morte dei cinque ragazzi della “Baracca” non si darà mai una risposta. Allo stesso modo, del dossier raccolto non si avranno mai testimonianze in quanto una copia inviata per posta alla Fai di Roma non è mai giunta mentre la copia originale è sparita all’interno della Mini Morris con a bordo i giovani anarchici del Sud.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qualche anno dopo, il 17 maggio 1973, viene pubblicato un volantino di denuncia sulla tragedia dei ragazzi della “Baracca” da parte del gruppo anarchico salernitano “Bielli”. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il dubbio sulla morte dei giovani militanti non trova pace e anche se Dominici Carmine, testimone di giustizia, nel 1993, rivela al giudice istruttore di Milano la sua personale convinzione che la morte dei cinque ragazzi può considerarsi un vero e proprio omicidio e non un banale incidente automobilistico, come dichiarato dalle indagini &amp;lt;ref&amp;gt;Quei 5 anarchici ancora senza giustizia. Corriere della Calabria, 26 settembre 2015&amp;lt;/ref&amp;gt;. &lt;br /&gt;
Ciononostante, la mancanza di nomi certi sugli organizzatori della strage, la morte dei giovani anarchici del Sud viene archiviata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;Ndrangheta eversiva, Badolati A.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Blu Notte (quarta stagione, ep. 4) – La strage di Gioia Tauro del 1970&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_dei_Bambini&amp;diff=6046</id>
		<title>Strage dei Bambini</title>
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		<updated>2016-07-18T08:51:22Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: /* La strage */&lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;quot;Sotto i colpi di ignoti killer, sono stati trucidati un giovane di 34 anni e, pochi minuti dopo, due bambini.&amp;quot;&amp;lt;/center&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Cittanova (RC) il &#039;&#039;&#039;13 aprile&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1975&#039;&#039;&#039; viene ricordato per la &#039;&#039;&#039;strage dei bambini&#039;&#039;&#039;, in cui perdono la vita oltre a Giuseppe Facchineri anche i suoi due nipoti, Domenico e Michele, bambini di 9 e 12 anni, vittime innocenti di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La domenica del 13 aprile 1975, sono le 9:15 circa del mattino quando a Cittanova (RC), si consuma la strage dei bambini. &lt;br /&gt;
Dapprima,  a bordo di un furgone targato CZ, quattro uomini dal volto coperto si fermano in via Palermo e aprono il fuoco in direzione dell’abitazione di Giuseppe Facchineri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’uomo, appena uscito di casa, viene raggiunto dai colpi di fucili a canne mozze e di mitra, morendo ancor prima di raggiungere l’ospedale di Taurianova. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insieme a Giuseppe Facchineri ci sono la giovane moglie, Carmela Guerrisi di 24 anni, il piccolo Vincenzo di 6 anni e suo padre, Michele Facchineri di 38 anni, fratello di Giuseppe; quest’ultimo rimasto illeso da l&#039;agguato mentre la donna e il bambino riportano delle ferite non letali &amp;lt;ref&amp;gt; Killer nascosti in un furgone uccidono due fratellini e  lo zio, La Stampa, 14 aprile 1975&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Compiuto l’agguato a scapito di Giuseppe Facchineri, i quattro killer si allontanano dal luogo della sparatoria lasciando i corpi a terra per dirigersi in contrada Salvo, una zona fuori dal centro abitato di Cittanova. E’ qui che avviene la strage verso due bambini innocenti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Domenico e Michele Facchineri vengono trucidati, dagli stessi killer che poco prima hanno ucciso un loro zio, mentre portano in campagna una mandria di maiali, perché figli di Vincenzo “‘u zoppu” &amp;lt;ref&amp;gt;Due bimbi e un uomo uccisi in una faida tra famiglie in Calabria, l&#039;Unità, 14 aprile 1975&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;Un contadino un po&#039; strano assiste alla scena, non visto dagli altri: è Pasquale De Marzo, conosciuto da tutti come &amp;quot;u zorru&amp;quot;, per la sua passione di cavalcare le vacche sui monti dello Zomaro. Lo spettacolo a cui deve assistere è agghiacciante. Domenico alza le mani in segno di resa, ma è una speranza vana. Mitra e fucili non fanno prigionieri. Michele si nasconde dietro un cumulo di sabbia. E&#039; lì che lo troveranno sfigurato da un colpo di lupara alla nuca&amp;quot; &amp;lt;ref&amp;gt;Uccisi i fratellini Michele e Domenico Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime di faida, Vittimedimafia.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conclusa la strage, i killer bruciano il mezzo, scoperto rubato, e si dileguano facendo perdere le loro tracce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le vittime della strage dei bambini sono:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Facchineri Domenico&#039;&#039;&#039; di 12 anni, vittima innocente;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Facchineri Giuseppe&#039;&#039;&#039; di 34 anni, zio dei due bambini;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Facchineri Michele&#039;&#039;&#039; di 9 anni, fratello di Domenico, vittima innocente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini iniziano subito per cercare di individuare i colpevoli della strage dei bambini. Dei killer non si conosce l’identità in quanto hanno agito a volto coperto anche se, da subito, l’evento criminale viene collegato alla faida locale tra i Facchineri e gli Albanese-Raso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La guerra tra famiglie trova inizio nel marzo del 1971 quando viene assassinato Antonio Albanese per mano di Luigi Facchineri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine delle indagini, vengono fatti i nomi di Francesco e Rocco Albanese, Girolamo Raso e Francesco  Gullace. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di N. Gratteri e A. Nicaso&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
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		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_dei_Bambini&amp;diff=6045</id>
		<title>Strage dei Bambini</title>
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		<updated>2016-07-17T17:33:34Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;quot;Sotto i colpi di ignoti killer, sono stati trucidati un giovane di 34 anni e, pochi minuti dopo, due bambini.&amp;quot;&amp;lt;/center&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Cittanova (RC) il &#039;&#039;&#039;13 aprile&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1975&#039;&#039;&#039; viene ricordato per la &#039;&#039;&#039;strage dei bambini&#039;&#039;&#039;, in cui perdono la vita oltre a Giuseppe Facchineri anche i suoi due nipoti, Domenico e Michele, bambini di 9 e 12 anni, vittime innocenti di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La domenica del 13 aprile 1975, sono le 9:15 circa del mattino quando a Cittanova (RC), si consuma la strage dei bambini. &lt;br /&gt;
Dapprima,  a bordo di un furgone targato CZ, quattro uomini dal volto coperto si fermano in via Palermo e aprono il fuoco in direzione dell’abitazione di Giuseppe Facchineri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L’uomo, appena uscito di casa, viene raggiunto dai colpi di fucili a canne mozze e di mitra, morendo ancor prima di raggiungere l’ospedale di Taurianova. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insieme a Giuseppe Facchineri ci sono la giovane moglie, Carmela Guerrisi di 24 anni, il piccolo Vincenzo di 6 anni e suo padre, Michele Facchineri di 38 anni, fratello di Giuseppe; quest’ultimo rimasto illeso da l&#039;agguato mentre la donna e il bambino riportano delle ferite non letali &amp;lt;ref&amp;gt; Killer nascosti in un furgone uccidono due fratellini e  lo zio, La Stampa, 14 aprile 1975&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Compiuto l’agguato a scapito di Giuseppe Facchineri, i quattro killer si allontanano dal luogo della sparatoria lasciando i corpi a terra per dirigersi in contrada Salvo, una zona fuori dal centro abitato di Cittanova. E’ qui che avviene la strage verso due bambini innocenti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Domenico e Michele Facchineri vengono trucidati, dagli stessi killer che poco prima hanno ucciso un loro zio, mentre portano in campagna una mandria di maiali perché figli di Vincenzo “‘u zoppu” &amp;lt;ref&amp;gt;Due bimbi e un uomo uccisi in una faida tra famiglie in Calabria, l&#039;Unità, 14 aprile 1975&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;Un contadino un po&#039; strano assiste alla scena, non visto dagli altri: è Pasquale De Marzo, conosciuto da tutti come &amp;quot;u zorru&amp;quot;, per la sua passione di cavalcare le vacche sui monti dello Zomaro. Lo spettacolo a cui deve assistere è agghiacciante. Domenico alza le mani in segno di resa, ma è una speranza vana. Mitra e fucili non fanno prigionieri. Michele si nasconde dietro un cumulo di sabbia. E&#039; lì che lo troveranno sfigurato da un colpo di lupara alla nuca&amp;quot; &amp;lt;ref&amp;gt;Uccisi i fratellini Michele e Domenico Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime di faida, Vittimedimafia.it&amp;lt;/ref&amp;gt;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Conclusa la strage, i killer bruciano il mezzo, scoperto rubato, e si dileguano facendo perdere le loro tracce.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Facchineri Domenico&#039;&#039;&#039; di 12 anni, vittima innocente;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Facchineri Giuseppe&#039;&#039;&#039; di 34 anni, zio dei due bambini;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Facchineri Michele&#039;&#039;&#039; di 9 anni, fratello di Domenico, vittima innocente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini iniziano subito per cercare di individuare i colpevoli della strage dei bambini. Dei killer non si conosce l’identità in quanto hanno agito a volto coperto anche se, da subito, l’evento criminale viene collegato alla faida locale tra i Facchineri e gli Albanese-Raso. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La guerra tra famiglie trova inizio nel marzo del 1971 quando viene assassinato Antonio Albanese per mano di Luigi Facchineri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine delle indagini, vengono fatti i nomi di Francesco e Rocco Albanese, Girolamo Raso e Francesco  Gullace. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di N. Gratteri e A. Nicaso&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_di_Piazza_Mercato&amp;diff=6043</id>
		<title>Strage di Piazza Mercato</title>
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		<updated>2016-07-12T15:52:11Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;&amp;quot;Banditi mascherati falciano a raffiche di mitra tre uomini in mezzo al mercato gremito di gente&amp;quot;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;strage di piazza mercato&#039;&#039;&#039; segna la città di Locri (RC), il &#039;&#039;&#039;23 giugno&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1967&#039;&#039;&#039;, e prende forma durante la disputa tra le cosche locali per il controllo del territorio e degli affari leciti ed illeciti su questo esercitati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La sparatoria causa la morte di un uomo innocente oltre a quella di altri due uomini vicini alle &#039;ndrine locali; successivamente, dalle indagini, si ipotizza che l&#039;obiettivo della sparatoria fosse, in realtà, solo Domenico Cordì che paga con la vita un affronto fatto ad Antonio Macrì, ovvero, l&#039;aver prelevato, qualche tempo prima, 1700 di 2000 casse di sigarette destinate al boss di Siderno.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sono questi i presupposti che danno inizio ad una lunga e sanguinosa guerra di &#039;ndrangheta, nella provincia di Reggio Calabria, che vede contrapporsi le &#039;ndrine Cataldo - Cordì.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Locri (RC) sono le 7.30 circa del mattino quando al mercato locale fa capolinea una Fiat Giulia bianca, targata RC, con quattro persone a bordo. Gli uomini, armati di mitra, pistola e fucile scendono dal mezzo fermatosi vicino al banco della frutta da loro individuato. &lt;br /&gt;
Uno degli uomini armati, vestito con tuta blu e fazzoletto a scacchi usato per coprirsi il viso, prima di sparare grida una sola parola: &amp;quot;Guardatevi!&amp;quot;. Poi esplode due raffiche. Saracino, colpito alle spalle, lancia un urlo e s&#039;abbatte fra le ceste del suo banco; Siciliano e Cordì sono feriti gravemente. La folla, terrorizzata, fugge da ogni parte: donne svenute, bimbi che piangono, gente che tenta di ripararsi in qualche modo urtandosi e gettandosi a terra &amp;lt;ref&amp;gt; Feroce sparatoria di banditi in Calabria fra la folla al mercato; tre uomini uccisi, La Stampa, 24 giugno 1967&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nell&#039;agguato, i corpi caduti sono quelli di Domenico Cordì guardiano di agrumi; Vincenzo Saracino, ortofrutticolo e Carmelo Siciliano arrivato in paese per fare compere di frutta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante, in pochi minuti, siano stati sparati circa 40 bossoli di arma da fuoco e abbiano perso la vita tre persone, i malviventi continuano a creare panico tra la folla destinando altri colpi di pistola a dei passanti intenti a rallentare la loro folle corsa. E&#039; così che restano feriti Recupero Giovanni, pensionato di 75 anni, e Surace Salvatore, postino di 65 anni.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, ad essere ferito è anche Naccarato Giuseppe, brigadiere dei carabinieri, che allertato dalle urla e dagli spari si precipita in strada e cerca, come i due passanti, di opporsi alla fuga della Giulia bianca rubata utilizzando la sua pistola di servizio così da mandare in pezzi il vetro posteriore dell&#039;autovettura che riesce, nonostante tutto, a dileguarsi. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime della strage===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le vittime della strage di piazza mercato sono complessivamente tre:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Cordì Domenico&#039;&#039;&#039;, anni 42 di Locri (RC), esponente di spicco della &#039;ndrina Cordì;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Saracino Vincenzo&#039;&#039;&#039;, anni 37, nativo di Siderno (RC), appartenente alla famiglia Saracino;&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Siciliano Carmelo&#039;&#039;&#039;, anni 39, commerciante ortofrutticolo, nativo di Antonimina (RC), vittima innocente di mafia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle testimonianze raccolte tra la folla presente sul posto, l&#039;auto - una Giulia targata RC successivamente scoperta rubata ad un medico di Melito Porto Salvo - sarebbe giunta a Locri  intorno alle 7:00 della mattina percorrendo dapprima la statale 111 e successivamente alcune strade di paese prima di fermarsi proprio nella piazza adibita ad area mercatale. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una volta terminata la sparatoria, il conducente dell&#039;auto bianca decide di percorrere nuovamente le stesse strade del paese per poi far perdere le proprie tracce sulla statale 111. Sarà stata, forse, una casualità ma per questo motivo, da subito gli investigatori prendono in considerazione l&#039;ipotesi che i sicari non siano del posto e conoscessero una sola strada - la stessa percorsa per arrivare e per fuggire da Locri. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L&#039;auto bianca, infine, viene ritrovata dai vigili del fuoco in contrada Zomaro, a 24 km dal luogo della strage: molto probabilmente, i banditi hanno deciso di proseguire a piedi o con l&#039;aiuto di qualche altro abbandonando l&#039;auto in una stradina solitaria, in mezzo al nulla, dopo averla incendiata. I vigili del fuoco, inoltre, riescono ad intravedere delle macchie di sangue sul sedile della vettura, segno  che uno degli uomini a bordo sia stato raggiunto dai colpi di arma da fuoco sparati durante la colluttazione.&lt;br /&gt;
Dalle prime indagini, per gli investigatori, la strage avvenuta in piazza mercato si presenta come una grade incognita. Risulta complicato individuare i sicari ma anche i mandanti dell&#039;omicidio.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le possibili cause che vedono morire, nella stessa giornata, Cordì e Saracino possono essere ricondotte ad un regolamento di conti finito male organizzato da uno dei due uomini, raggiunto anche lui dalla pioggia di proiettili. Questa ipotesi viene avanzata dagli inquirenti perché tra il Cordì ed il Saracino, in realtà, non vi erano affatto dei buoni rapporti: il primo, infatti, era stato accusato insieme ad altri, nel 1958, per la morte di Antonio Saracino, studente di 19 anni e fratello di Vincenzo, per poi essere assolto per insufficienza di prove.&lt;br /&gt;
Successivamente, la causa della strage di piazza mercato viene collegata a nuovi accordi, alleanze e interessi per gli affari  del mondo dell&#039;edilizia e degli appalti stradali, in particolar modo, i lavori di ampliamento della statale 106. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;La vecchia o la nuova mafia sta dietro l&#039;eccidio di Locri&amp;quot;, l&#039;Unità, 24 giugno 1967&amp;lt;/ref&amp;gt; Ancora, secondo gli inquirenti, Cordì, all&#039;epoca luogotenente di Macrì, avrebbe pagato con la vita per la sua pretesa di primeggiare nel settore dell&#039;ortofrutta, dei trasporti e degli appalti stradali. &amp;lt;ref&amp;gt;&amp;quot;La mafia ha cambiato aria prima della strategia di Locri&amp;quot;, l&#039;Unità, 25 giugno 1967&amp;lt;/ref&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Terminate le indagini, vengono fatti i nomi di Antonio Nirta, potente boss di San Luca, ed Antonio Macrì come mandanti della strage mentre Tommaso Scaduto insieme ad Antonio Di Cristina, entrambi palermitani, ne sono considerati gli esecutori. Successivamente, vengono tutti assolti per insufficienza di prove.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di N. Gratteri e A. Nicaso&lt;br /&gt;
*&#039;Ndrangheta, di E. Ciconte&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_di_Razz%C3%A0&amp;diff=4736</id>
		<title>Strage di Razzà</title>
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		<updated>2015-06-18T13:39:38Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;“1 aprile 1977, l’invisibilità delle ‘ndrine viene violata perchè un summit di ‘ndrangheta viene scoperto da tre carabinieri in servizio nel Nucleo Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Taurianova.”&amp;lt;/center&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;La strage di Razzà&#039;&#039;&#039;, compiuta a Taurianova (RC), viene ricordata per la morte di due militari del Nucleo Radiomobile della Compagnia locale, ovvero l’appuntato Stefano Condello ed il carabiniere Vincenzo Caruso. Quel &#039;&#039;&#039;1° aprile&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1977&#039;&#039;&#039;, i due militari in servizio assistono, involontariamente, ad una riunione di ‘Ndrangheta tra le più influenti famiglie della Piana di Gioia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La strage di Razzà scopre, inoltre, gli affari dell’organizzazione criminale calabrese: i subappalti del Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, le tangenti e gli investimenti immobiliari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova sono le ore 14:30 del 1 aprile 1977 quando tre militari del Nucleo Radiomobile della Compagnia locale, durante l’orario di lavoro, percorrono la statale 101-bis. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La loro attenzione è attirata dalla vista di alcune auto ed una Vespa sospette: in particolare, una Fiat 126 è di proprietà di un pregiudicato, Girolamo Albanese, noto per aver favorito dei latitanti. Inoltre, in contrada Razzà c’è la casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà ed è per questo motivo che l’appuntato Stefano Condello (47 anni) decide di fermarsi per ispezionare la zona insieme al carabinieri Vincenzo Caruso (27 anni), lasciando  il carabiniere Pasquale Giacoppo (24 anni) a controllare l’auto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivati davanti l’abitazione di Petullà, i due militari assistono a qualcosa di inverosimile: è in corso un summit di ‘ndrangheta della cosca Avignone, famiglia egemone sul territorio calabrese,  che viene interrotta dalla presenza non attesa dei due uomini in divisa. &lt;br /&gt;
Si genera, ovviamente, un conflitto a fuoco durante il quale i due uomini dell’arma vengono raggiunti da una pioggia di colpi di lupara e pistola. Condello viene ferito alle spalle mentre Caruso, dopo aver colpito mortalmente due aggressori, viene raggiunto da altri colpi d’arma da fuoco e soccombe a terra. &amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova La strage di Razzà, ReggioPress&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A perdere la vita, quel giorno, non sono solo i due carabinieri. La famiglia Avignone, una delle più aggressive ed influenti nella provincia reggina, subisce la perdita di due componenti Rocco Avignone (35 anni), e suo nipote, Vincenzo (20 anni) sacrificatisi per consentire la fuga di altri, evidentemente più potenti, della stessa famiglia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il carabiniere Giacoppo, sentendo i colpi d’arma da fuoco, si precipita verso la cascina per aiutare i suoi colleghi ma vede scappare i criminali; si spara ancora ma questa volta senza che nessuno venga colpito mortalmente. Arrivato sul posto del martirio, il carabinieri si trova davanti ad un bagno di sangue così torna indietro per avvisare tramite radio dell’accaduto ma l’apparecchio non funziona ed è per questo motivo che è costretto a tornare in Caserma. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Dieci minuti dopo — racconta Giacoppo — ho sentito degli spari. Sono accorso ed ho visto un gruppo di uomini, una quindicina, fuggire: a terra, c&#039;erano Condello e Caruso da una parte, i due Avignone dall&#039;altra. Ho sparato anch&#039;io: forse ne ho ferito uno di quelli che scappava”.&amp;lt;ref&amp;gt;Due carabinieri scoprono &amp;quot; vertice&amp;quot; mafioso: uccisi, La Stampa, 3 Aprile 1977&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime della strage===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le vittime della strage di Razzà sono:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Caruso Vincenzo&#039;&#039;&#039;, 27 anni, carabiniere originario di Niscemi (CL);&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Condello Stefano&#039;&#039;&#039;, 47 anni, appuntato dei Carabinieri originario di Palmi (RC).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle indagini emerge che i tre Carabinieri, il 1° aprile del ’77, hanno effettivamente interrotto una riunione di famiglie criminali. Nella cascina era apparecchiata la tavola per i partecipanti, riusciti tutti a scappare mentre Rocco e Vincenzo Avignone rimangono nell’abitazione per tenere occupati i due militari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo lunghe ricerche, i Carabinieri interrogano ed arrestano alcuni dei presunti partecipanti alla riunione in contrada Razzà.&lt;br /&gt;
Francesco Petullà (79 anni), proprietario della casa coloniale, durante l’interrogatorio ammette di essere stato nel casolare giorno 1° aprile per accudire i suoi animali ma senza notare alcun movimento sospetto, così  viene arrestato per favoreggiamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel mentre, vengono riconosciuti i proprietari delle auto parcheggiate in contrada Razzà, quel pomeriggio, ovvero: Latella Giacinto, cognato di Albanese Girolamo (29 anni) titolare di un bar a Taurianova, proprietario della Fiat 126; Anselmo Chiara, moglie del pregiudicato Avignone Giuseppe, proprietaria di una Fiat 127; Zinnato Rosa, moglie di Avignone Rocco rimasto ucciso nel conflitto a fuoco, proprietaria di una seconda Fiat 127; Zinnato Vincenzo (37 anni) imprenditore edile, proprietario di una terza Fiat 127; infine, Avignone Vincenzo anche lui morto nello scontro a fuoco, proprietario della Vespa 50.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Girolamo Albanese anche se provvisto di un buon alibi viene arrestato, indagato per omicidio aggravato plurimo, porto e detenzione di armi comuni, porto di arma da guerra e furto aggravato, reati commessi in Razzà; ad essere arrestati per favoreggiamento sono anche Domenico Caridi (27 anni) e Giuseppe Bruzzese (45 anni), parenti di Albanese; Vincenzo Zinnato viene trattenuto in stato di fermo, poi convalidato mentre Carmelo Zinnato, padre di Vincenzo, viene arrestato, successivamente, per simulazione di reato commesso denunciando alla stazione dei Carabinieri di Palmi il presunto furto ad opera di ignoti della Fiat 127 del figlio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In seguito alle dichiarazioni di Girolamo Albanese, in data 5 aprile, si ha la convalida e la cattura di Avignone, Zinnato, Albanese e Domenico Lombardo imputati in concorso dei reati di omicidio volontario aggravato e continuato in persona dei due carabinieri rimasti uccisi in Razzà e di furto e porto abusivo di armi. Ancora, sempre nello stesso giorno, si decide per l’arresto di Francesco Petullà, Domenico Caridi e Giuseppe Bruzzese per favoreggiamento.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il processo==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tra le parti civili costituite nel processo ai responsabili della strage di Razzà, fa notare con amarezza lo stesso presidente della Corte d&#039;Assise di Palmi, Saverio Mannino, &amp;quot;non figura lo Stato, malgrado il danno anche economico provocatogli dall&#039;uccisione di due dei suoi uomini migliori&amp;quot;.&amp;lt;ref&amp;gt;Strage di Razzà: Una storia di assenze, misteri e dolore. Stopndrangheta, 29 Aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante il processo si fanno molti nomi e si scopre che quel giorno a Razzà sono presenti diversi affiliati alle cosce locali ma anche politici. Vengono così coinvolti il sindaco di Canolo, Domenico D’Agostino; Renato Montagnese, sindaco di Rosarno e presidente del consorzio industriale; Vincenzo Cafari. Alla fine il pm Salvo Boemi chiede il rinvio a giudizio per ventidue persone: otto per omicidio e quattordici per falsa testimonianza e favoreggiamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La posizione di Giuseppe Avignone===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“[…]Questa è la verità dei fatti e vi prego di aiutarmi perché non mi accollino le colpe degli altri ed anche perché anche io sono stato colpito dalla sventura perdendo due congiunti. Se fosse stato per me i carabinieri potevano essere ancora vivi perché io all’intimazione dell’appuntato ho alzato le mani ed ero disarmato”&amp;lt;ref&amp;gt;Testo tratto dal libro La Strage di Razzà, Saverio Mannino&amp;lt;/ref&amp;gt; Queste le parole di Giuseppe Avignone a seguito di una dichiarazione spontanea sullo svolgimento della giornata della strage nella cascina di contrada Razzà. Avignone, infatti, nonostante riesce a costruirsi un alibi perfetto, viene arrestato e condotto nella casa circondariale di Lamezia Terme. Dal racconto dell&#039;indagato che afferma di essersi trovato in contrada Razzà per puro caso - in quanto informato della presenza del sindaco di Canolo - emergono diversi nomi: Albanese Girolamo, detto &amp;quot;Mommo&amp;quot;; Rocco e Vincenzo Avignone; i fratelli Cianci; il sindaco D&#039;Agostino Domenico; Lombardo Domenico e Zinnato Vincenzo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo svariati tentativi da parte dei legali di Avignone Giuseppe, la Corte d’Assise decide di sottoporre uno dei principali imputati, ad una visita psichiatrica; dal risultato della visita, si stabilisce che Avignone Giuseppe è in grado di presenziare utilmente al processo e che il suo comportamento è chiaramente mistificatorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’udienza del 18 gennaio 1980 l’imputato non si presenta ugualmente: viene sottoposto ad un esame radiologico che evidenzia la presenza nell’addome del paziente di un chiodo e di altri due oggetti non bene identificati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sia l’avvocato dei familiari del carabiniere Caruso che il pubblico ministero Boemi parlano di una resa della giustizia. Secondo il dottor Boemi fuori e nelle aule di tribunale si respira un’aria di terrore dovuta a violenze verbali e fisiche.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Gli affari delle cosce con la politica===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-“Pronto?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si, Mimmu?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Mimmu, o Mimmu, senti, vidi ca u fattu, cca ssutta da cuntrada Zaccà, i chiru fattu ra di Carabinieri, i Carabinieri sannu tuttu.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Perciò cerca pemmu ti guardi, va bbonu? Va bbonu?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Sicuru?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Sannu tuttu, va bbonu?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Perciò guardati, ti salutu.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Ciau”&amp;lt;ref&amp;gt;Conversazione telefonica tra uno sconosciuto ed il Sindaco di Canolo, Strage di Razzà, Saverio Mannino, p. 56&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In seguito alle registrazioni di conversazioni telefoniche e ad altre prove il pm decide per un ordine di cattura contro D’Agostino Domenico, sindaco di Canolo (RC). Quest’ultimo, infatti, viene inserito nella lista dei partecipanti alla riunione in contrada Razzà. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Iniziano così le ricerche di D’Agostino che si allontana dalla sua abitazione di residenza. Il padre, D’Agostino Nicola, dichiara che il figlio si è allontanato dal paese da qualche giorno per problemi di salute. Iniziano così gli interrogatori e vengono arrestati D’Agostino Raffaele e sua figlia D’Agostino Elvira – zio e cugina del sindaco di Canolo - per reati di favoreggiamento e falsa testimonianza. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tribunale di Palmi riceve, il 21 giugno 1977, una lettera di D’agostino Domenico nella quale dichiara di essere venuto a conoscenza della strage in contrada Razzà e di essere ricercato grazie alla stampa; inoltre, D’Agostino sottolinea la sua innocenza.  &lt;br /&gt;
Il sindaco di Canolo viene arrestato l’8 dicembre del 1979.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla testimonianza di Morabito Carmelo, addetto al distributore di benzina Esso in contrada Nucarella di Taurianova, emergono nomi di persone che hanno preso parte alla riunione nel casolare di contrada Razzà ma anche indizi che hanno permesso di individuare Furfaro Francesco, D’Agostino Domenico ma anche Montagnese Renato, sindaco di Rosarno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Montagnese viene riconosciuto da Morabito come l’uomo che era seduto al posto di guida nella Lancia Beta, arrivato al distributore insieme agli altri mezzi presenti in contrada Razzà. Morabito viene interrogato più volte dopo la sua dichiarazione ma infine, il 9 maggio 1978, viene ordinata la scarcerazione di Montagnese per mancanza di sufficienti prove di colpevolezza sia perché la descrizione iniziale data dal testimone non coincide perfettamente, sia perché il testimone non si mostra sicuro nel riconoscimento, sia perché la polizia giudiziaria influenza il testimone.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le condanne==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Albanese Girolamo, condannato alla pena di diciassette anni di reclusione, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Avignone Giuseppe condannato alla pena di quaranta di reclusione ridotta a trent’anni, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Cianci Domenico condannato alla pena di quarant’anni di reclusione, ridotta a trent’anni, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Cianci Damiano condannato alla pena di trentaquattro anni di reclusione, ridotta a trent’anni, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*D’Agostino Domenico condannato alla pena di ventidue anni di reclusione, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Furfaro Francesco, condannato alla pena di quattordici anni ed otto mesi di reclusione, di cui un anno e quattro mesi condonati;&lt;br /&gt;
*Lombardo Domenico condannato alla pena di trentatré anni e sei mesi di reclusione, ridotta a trent’anni, di cui uno condonato;&lt;br /&gt;
*Zinnato Vincenzo condannato alla pena di ventidue anni di reclusione, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre:&lt;br /&gt;
*Bruzzese Giuseppe condannato alla pena di un anno di reclusione, condonato interamente;&lt;br /&gt;
*Caridi Domenico condannato alla pena di un anno di reclusione, sospesa alle condizioni di legge;&lt;br /&gt;
*Cafari Vincenzo condannato alla pena di otto anni di reclusione, di cui due condonati e all’interdizione per anni cinque interamente condonati, ordinando che la pena venga sottoposta a libertà vigilata per un anno;  &lt;br /&gt;
*Petullà Francesco condannato alla pena di due anni di reclusione, condonati interamente;&lt;br /&gt;
*Buscetta Luigi condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, sospesa alle condizioni di legge e all’interdizione per un anno interamente condannato;&lt;br /&gt;
*Petullà Vincenzo condannato alla pena di due anni di reclusione, condonati interamente; &lt;br /&gt;
*D’Agostino Elvira condannata alla pena di due anni di reclusione, sospesa alle condizioni di legge;&lt;br /&gt;
*Procaccini Roberto condannato alla pena di quattro anni di reclusione di cui due condonati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Conseguenze delle strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;[...] E&#039; una storiaccia su cui restano molte ombre, quella di Razzà, sospetti mai del tutto chiariti. E se non bastasse, ecco arrivare come un pugno nello stomaco una lettera scritta da Rosaria Caruso, la sorella del carabiniere trucidato.&amp;lt;ref&amp;gt;Testo tratto dal libro Dimenticati, A. Magro e D. Chirico, p. 200&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Riconoscimenti ai due militari===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per ricordare il coraggio e il lavoro svolto dai due uomini dell’arma di Taurianova, Stefano Condello e Vincenzo Caruso, rimasti uccisi nello scontro a fuoco del 1 Aprile del 1977 è stata loro concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stefano Condello “Capo equipaggio di autoradio, notate alcune autovetture — di cui una appartenente a pericoloso pregiudicato — che sostavano nelle adiacenze di casolare isolato, dopo aver lasciato all’esterno un dipendente carabiniere, vi si introduceva senza esitazione e, affrontato da due malviventi, ingaggiava violenta colluttazione, riuscendo a disarmarli delle pistole che impugnavano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Raggiunto da colpi di fucile da caccia da parte di altri malfattori sopraggiunti, sosteneva, con l’arma in dotazione, cruento scontro a fuoco ferendo gravemente uno degli aggressori. Benché colpito in parti vitali, non desisteva dal suo fermissimo, eroico comportamento, fino a quando, stremato, si accasciava al suolo ove veniva barbaramente finito. Esempio luminoso di attaccamento al dovere spinto fino all’estremo sacrificio. Razzà di Taurianova (Reggio Calabria), 1° aprile 1977.”&amp;lt;ref&amp;gt;Motivazione della Medaglia d’oro al valor militare di Stefano Condello&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vincenzo Caruso “Componente dell&#039;equipaggio di autoradio, lasciato di vigilanza all’esterno di casolare isolato nel quale si era introdotto per controllo un graduato capo servizio, interveniva subito per dare man forte al superiore, fatto segno a numerosi colpi di arma da fuoco da parte di pregiudicati, ingaggiando con essi, con coraggio e consapevole ardimento, un cruento scontro a fuoco. Benché gravemente ferito, persisteva nell’azione uccidendo due malfattori fino a quando, privo di forze, si accasciava, stremato, al suolo, dove veniva barbaramente finito. Razzà di Taurianova (Reggio Calabria), 1° aprile 1977.”&amp;lt;ref&amp;gt;Motivazione della Medaglia d’oro al valor militare di Vincenzo Caruso&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La morte di Rosaria Caruso e la richiesta di riconoscimento come vittima di mafia per Vincenzo Caruso===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rosaria Caruso, sorella del carabiniere rimasto morto nel conflitto a fuoco in contrada Razzà,  si toglie la vita l&#039;8 agosto del 2005. La donna si è lanciata dal balcone di casa sua.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l&#039;ha dato […] Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo. Chiedo perdono a Dio e ai miei familiari che li amo tanto. Forse da lassù li potrò aiutare. Vi chiedo perdono ma non posso vedervi soffrire. Voglio essere seppellita così come sono vestita. Non voglio fiori, non voglio niente. Prego Dio che mi perdoni e mi faccia vedere mio fratello Enzo e Salvatore&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I familiari di Vincenzo Caruso, trascorsi molti anni dalla strage di Razzà, chiedono un risarcimento allo Stato come vittime di mafia. Al giovane carabiniere, dopo la morte, viene intitolata la caserma dei carabinieri di Niscemi nel 1990 ma dallo Stato i familiari non ricevettero alcun aiuto.&amp;lt;ref&amp;gt;Strage di Razzà, familiari carabiniere ucciso chiedono risarcimento Stato come vittime di mafia. Il Quotidiano, 27 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di N. Gratteri e A. Nicaso&lt;br /&gt;
*La strage di Razzà, di S. Mannino&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_di_Razz%C3%A0&amp;diff=4735</id>
		<title>Strage di Razzà</title>
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		<updated>2015-06-18T13:33:39Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;lt;center&amp;gt;“1 aprile 1977, l’invisibilità delle ‘ndrine viene violata perchè un summit di ‘ndrangheta viene scoperto da tre carabinieri in servizio nel Nucleo Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Taurianova.”&amp;lt;/center&amp;gt; &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;La strage di Razzà&#039;&#039;&#039;, compiuta a Taurianova (RC), viene ricordata per la morte di due militari del Nucleo Radiomobile della Compagnia locale, ovvero l’appuntato Stefano Condello ed il carabiniere Vincenzo Caruso. Quel &#039;&#039;&#039;1° aprile&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1977&#039;&#039;&#039;, i due militari in servizio assistono, involontariamente, ad una riunione di ‘Ndrangheta tra le più influenti famiglie della Piana di Gioia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La strage di Razzà scopre, inoltre, gli affari dell’organizzazione criminale calabrese: i subappalti del Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, le tangenti e gli investimenti immobiliari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova sono le ore 14:30 del 1 aprile 1977 quando tre militari del Nucleo Radiomobile della Compagnia locale, durante l’orario di lavoro, percorrono la statale 101-bis. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La loro attenzione è attirata dalla vista di alcune auto ed una Vespa sospette: in particolare, una Fiat 126 è di proprietà di un pregiudicato, Girolamo Albanese, noto per aver favorito dei latitanti. Inoltre, in contrada Razzà c’è la casa colonica del pregiudicato Francesco Petullà ed è per questo motivo che l’appuntato Stefano Condello (47 anni) decide di fermarsi per ispezionare la zona insieme al carabinieri Vincenzo Caruso (27 anni), lasciando  il carabiniere Pasquale Giacoppo (24 anni) a controllare l’auto. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Arrivati davanti l’abitazione di Petullà, i due militari assistono a qualcosa di inverosimile: è in corso un summit di ‘ndrangheta della cosca Avignone, famiglia egemone sul territorio calabrese,  che viene interrotta dalla presenza non attesa dei due uomini in divisa. &lt;br /&gt;
Si genera, ovviamente, un conflitto a fuoco durante il quale i due uomini dell’arma vengono raggiunti da una pioggia di colpi di lupara e pistola. Condello viene ferito alle spalle mentre Caruso, dopo aver colpito mortalmente due aggressori, viene raggiunto da altri colpi d’arma da fuoco e soccombe a terra. &amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova La strage di Razzà, ReggioPress&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A perdere la vita, quel giorno, non sono solo i due carabinieri. La famiglia Avignone, una delle più aggressive ed influenti nella provincia reggina, subisce la perdita di due componenti Rocco Avignone (35 anni), e suo nipote, Vincenzo (20 anni) sacrificatisi per consentire la fuga di altri, evidentemente più potenti, della stessa famiglia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il carabiniere Giacoppo, sentendo i colpi d’arma da fuoco, si precipita verso la cascina per aiutare i suoi colleghi ma vede scappare i criminali; si spara ancora ma questa volta senza che nessuno venga colpito mortalmente. Arrivato sul posto del martirio, il carabinieri si trova davanti ad un bagno di sangue così torna indietro per avvisare tramite radio dell’accaduto ma l’apparecchio non funziona ed è per questo motivo che è costretto a tornare in Caserma. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“Dieci minuti dopo — racconta Giacoppo — ho sentito degli spari. Sono accorso ed ho visto un gruppo di uomini, una quindicina, fuggire: a terra, c&#039;erano Condello e Caruso da una parte, i due Avignone dall&#039;altra. Ho sparato anch&#039;io: forse ne ho ferito uno di quelli che scappava”.&amp;lt;ref&amp;gt;Due carabinieri scoprono &amp;quot; vertice&amp;quot; mafioso: uccisi, La Stampa, 3 Aprile 1977&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime della strage===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le vittime della strage di Razzà sono:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Caruso Vincenzo&#039;&#039;&#039;, 27 anni, carabiniere originario di Niscemi (CL);&lt;br /&gt;
#&#039;&#039;&#039;Condello Stefano&#039;&#039;&#039;, 47 anni, appuntato dei Carabinieri originario di Palmi (RC).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalle indagini emerge che i tre Carabinieri, il 1° aprile del ’77, hanno effettivamente interrotto una riunione di famiglie criminali. Nella cascina era apparecchiata la tavola per i partecipanti, riusciti tutti a scappare mentre Rocco e Vincenzo Avignone rimangono nell’abitazione per tenere occupati i due militari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo lunghe ricerche, i Carabinieri interrogano ed arrestano alcuni dei presunti partecipanti alla riunione in contrada Razzà.&lt;br /&gt;
Francesco Petullà (79 anni), proprietario della casa coloniale, durante l’interrogatorio ammette di essere stato nel casolare giorno 1° aprile per accudire i suoi animali ma senza notare alcun movimento sospetto, così  viene arrestato per favoreggiamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel mentre, vengono riconosciuti i proprietari delle auto parcheggiate in contrada Razzà, quel pomeriggio, ovvero: Latella Giacinto, cognato di Albanese Girolamo (29 anni) titolare di un bar a Taurianova, proprietario della Fiat 126; Anselmo Chiara, moglie del pregiudicato Avignone Giuseppe, proprietaria di una Fiat 127; Zinnato Rosa, moglie di Avignone Rocco rimasto ucciso nel conflitto a fuoco, proprietaria di una seconda Fiat 127; Zinnato Vincenzo (37 anni) imprenditore edile, proprietario di una terza Fiat 127; infine, Avignone Vincenzo anche lui morto nello scontro a fuoco, proprietario della Vespa 50.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Girolamo Albanese anche se provvisto di un buon alibi viene arrestato, indagato per omicidio aggravato plurimo, porto e detenzione di armi comuni, porto di arma da guerra e furto aggravato, reati commessi in Razzà; ad essere arrestati per favoreggiamento sono anche Domenico Caridi (27 anni) e Giuseppe Bruzzese (45 anni), parenti di Albanese; Vincenzo Zinnato viene trattenuto in stato di fermo, poi convalidato mentre Carmelo Zinnato, padre di Vincenzo, viene arrestato, successivamente, per simulazione di reato commesso denunciando alla stazione dei Carabinieri di Palmi il presunto furto ad opera di ignoti della Fiat 127 del figlio.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In seguito alle dichiarazioni di Girolamo Albanese, in data 5 aprile, si ha la convalida e la cattura di Avignone, Zinnato, Albanese e Domenico Lombardo imputati in concorso dei reati di omicidio volontario aggravato e continuato in persona dei due carabinieri rimasti uccisi in Razzà e di furto e porto abusivo di armi. Ancora, sempre nello stesso giorno, si decide per l’arresto di Francesco Petullà, Domenico Caridi e Giuseppe Bruzzese per favoreggiamento.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il processo==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Tra le parti civili costituite nel processo ai responsabili della strage di Razzà, fa notare con amarezza lo stesso presidente della Corte d&#039;Assise di Palmi, Saverio Mannino, &amp;quot;non figura lo Stato, malgrado il danno anche economico provocatogli dall&#039;uccisione di due dei suoi uomini migliori&amp;quot;.&amp;lt;ref&amp;gt;Strage di Razzà: Una storia di assenze, misteri e dolore. Stopndrangheta, 29 Aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Durante il processo si fanno molti nomi e si scopre che quel giorno a Razzà sono presenti diversi affiliati alle cosce locali ma anche politici. Vengono così coinvolti il sindaco di Canolo, Domenico D’Agostino; Renato Montagnese, sindaco di Rosarno e presidente del consorzio industriale; Vincenzo Cafari. Alla fine il pm Salvo Boemi chiede il rinvio a giudizio per ventidue persone: otto per omicidio e quattordici per falsa testimonianza e favoreggiamento. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La posizione di Giuseppe Avignone===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“[…]Questa è la verità dei fatti e vi prego di aiutarmi perché non mi accollino le colpe degli altri ed anche perché anche io sono stato colpito dalla sventura perdendo due congiunti. Se fosse stato per me i carabinieri potevano essere ancora vivi perché io all’intimazione dell’appuntato ho alzato le mani ed ero disarmato”&amp;lt;ref&amp;gt;Testo tratto dal libro La Strage di Razzà, Saverio Mannino&amp;lt;/ref&amp;gt; Queste le parole di Giuseppe Avignone a seguito di una dichiarazione spontanea sullo svolgimento della giornata della strage nella cascina di contrada Razzà. Avignone, infatti, nonostante riesce a costruirsi un alibi perfetto, viene arrestato e condotto nella casa circondariale di Lamezia Terme. Dal racconto dell&#039;indagato che afferma di essersi trovato in contrada Razzà per puro caso - in quanto informato della presenza del sindaco di Canolo - emergono diversi nomi: Albanese Girolamo, detto &amp;quot;Mommo&amp;quot;; Rocco e Vincenzo Avignone; i fratelli Cianci; il sindaco D&#039;Agostino Domenico; Lombardo Domenico e Zinnato Vincenzo. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dopo svariati tentativi da parte dei legali di Avignone Giuseppe, la Corte d’Assise decide di sottoporre uno dei principali imputati, ad una visita psichiatrica; dal risultato della visita, si stabilisce che Avignone Giuseppe è in grado di presenziare utilmente al processo e che il suo comportamento è chiaramente mistificatorio. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All’udienza del 18 gennaio 1980 l’imputato non si presenta ugualmente: viene sottoposto ad un esame radiologico che evidenzia la presenza nell’addome del paziente di un chiodo e di altri due oggetti non bene identificati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sia l’avvocato dei familiari del carabiniere Caruso che il pubblico ministero Boemi parlano di una resa della giustizia. Secondo il dottor Boemi fuori e nelle aule di tribunale si respira un’aria di terrore dovuta a violenze verbali e fisiche.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Gli affari delle cosce con la politica===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-“Pronto?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si, Mimmu?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Mimmu, o Mimmu, senti, vidi ca u fattu, cca ssutta da cuntrada Zaccà, i chiru fattu ra di Carabinieri, i Carabinieri sannu tuttu.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Perciò cerca pemmu ti guardi, va bbonu? Va bbonu?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Sicuru?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Sannu tuttu, va bbonu?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Si.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Perciò guardati, ti salutu.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
-Ciau”&amp;lt;ref&amp;gt;Conversazione telefonica tra uno sconosciuto ed il Sindaco di Canolo, Strage di Razzà, Saverio Mannino, p. 56&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In seguito alle registrazioni di conversazioni telefoniche e ad altre prove il pm decide per un ordine di cattura contro D’Agostino Domenico, sindaco di Canolo (RC). Quest’ultimo, infatti, viene inserito nella lista dei partecipanti alla riunione in contrada Razzà. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Iniziano così le ricerche di D’Agostino che si allontana dalla sua abitazione di residenza. Il padre, D’Agostino Nicola, dichiara che il figlio si è allontanato dal paese da qualche giorno per problemi di salute. Iniziano così gli interrogatori e vengono arrestati D’Agostino Raffaele e sua figlia D’Agostino Elvira – zio e cugina del sindaco di Canolo - per reati di favoreggiamento e falsa testimonianza. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tribunale di Palmi riceve, il 21 giugno 1977, una lettera di D’agostino Domenico nella quale dichiara di essere venuto a conoscenza della strage in contrada Razzà e di essere ricercato grazie alla stampa; inoltre, D’Agostino sottolinea la sua innocenza.  &lt;br /&gt;
Il sindaco di Canolo viene arrestato l’8 dicembre del 1979.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dalla testimonianza di Morabito Carmelo, addetto al distributore di benzina Esso in contrada Nucarella di Taurianova, emergono nomi di persone che hanno preso parte alla riunione nel casolare di contrada Razzà ma anche indizi che hanno permesso di individuare Furfaro Francesco, D’Agostino Domenico ma anche Montagnese Renato, sindaco di Rosarno. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Montagnese viene riconosciuto da Morabito come l’uomo che era seduto al posto di guida nella Lancia Beta, arrivato al distributore insieme agli altri mezzi presenti in contrada Razzà. Morabito viene interrogato più volte dopo la sua dichiarazione ma infine, il 9 maggio 1978, viene ordinata la scarcerazione di Montagnese per mancanza di sufficienti prove di colpevolezza sia perché la descrizione iniziale data dal testimone non coincide perfettamente, sia perché il testimone non si mostra sicuro nel riconoscimento, sia perché la polizia giudiziaria influenza il testimone.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le condanne==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Albanese Girolamo, condannato alla pena di diciassette anni di reclusione, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Avignone Giuseppe condannato alla pena di quaranta di reclusione ridotta a trent’anni, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Cianci Domenico condannato alla pena di quarant’anni di reclusione, ridotta a trent’anni, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Cianci Damiano condannato alla pena di trentaquattro anni di reclusione, ridotta a trent’anni, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*D’Agostino Domenico condannato alla pena di ventidue anni di reclusione, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
*Furfaro Francesco, condannato alla pena di quattordici anni ed otto mesi di reclusione, di cui un anno e quattro mesi condonati;&lt;br /&gt;
*Lombardo Domenico condannato alla pena di trentatré anni e sei mesi di reclusione, ridotta a trent’anni, di cui uno condonato;&lt;br /&gt;
*Zinnato Vincenzo condannato alla pena di ventidue anni di reclusione, di cui due condonati;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre:&lt;br /&gt;
*Bruzzese Giuseppe condannato alla pena di un anno di reclusione, condonato interamente;&lt;br /&gt;
*Caridi Domenico condannato alla pena di un anno di reclusione, sospesa alle condizioni di legge;&lt;br /&gt;
*Cafari Vincenzo condannato alla pena di otto anni di reclusione, di cui due condonati e all’interdizione per anni cinque interamente condonati, ordinando che la pena venga sottoposta a libertà vigilata per un anno;  &lt;br /&gt;
*Petullà Francesco condannato alla pena di due anni di reclusione, condonati interamente;&lt;br /&gt;
*Buscetta Luigi condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, sospesa alle condizioni di legge e all’interdizione per un anno interamente condannato;&lt;br /&gt;
*Petullà Vincenzo condannato alla pena di due anni di reclusione, condonati interamente; &lt;br /&gt;
*D’Agostino Elvira condannata alla pena di due anni di reclusione, sospesa alle condizioni di legge;&lt;br /&gt;
*Procaccini Roberto condannato alla pena di quattro anni di reclusione di cui due condonati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Conseguenze delle strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;[...] E&#039; una storiaccia su cui restano molte ombre, quella di Razzà, sospetti mai del tutto chiariti. E se non bastasse, ecco arrivare come un pugno nello stomaco una lettera scritta da Rosaria Caruso, la sorella del carabiniere trucidato.&amp;lt;ref&amp;gt;Testo tratto dal libro Dimenticati, A. Magro e D. Chirico, p. 200&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Riconoscimenti ai due militari===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per ricordare il coraggio e il lavoro svolto dai due uomini dell’arma di Taurianova, Stefano Condello e Vincenzo Caruso, rimasti uccisi nello scontro a fuoco del 1 Aprile del 1977 è stata loro concessa la Medaglia d’Oro al Valor Militare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stefano Condello “Capo equipaggio di autoradio, notate alcune autovetture — di cui una appartenente a pericoloso pregiudicato — che sostavano nelle adiacenze di casolare isolato, dopo aver lasciato all’esterno un dipendente carabiniere, vi si introduceva senza esitazione e, affrontato da due malviventi, ingaggiava violenta colluttazione, riuscendo a disarmarli delle pistole che impugnavano. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Raggiunto da colpi di fucile da caccia da parte di altri malfattori sopraggiunti, sosteneva, con l’arma in dotazione, cruento scontro a fuoco ferendo gravemente uno degli aggressori. Benché colpito in parti vitali, non desisteva dal suo fermissimo, eroico comportamento, fino a quando, stremato, si accasciava al suolo ove veniva barbaramente finito. Esempio luminoso di attaccamento al dovere spinto fino all’estremo sacrificio. Razzà di Taurianova (Reggio Calabria), 1° aprile 1977.”&amp;lt;ref&amp;gt;Motivazione della Medaglia d’oro al valor militare di Stefano Condello&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vincenzo Caruso “Componente dell&#039;equipaggio di autoradio, lasciato di vigilanza all’esterno di casolare isolato nel quale si era introdotto per controllo un graduato capo servizio, interveniva subito per dare man forte al superiore, fatto segno a numerosi colpi di arma da fuoco da parte di pregiudicati, ingaggiando con essi, con coraggio e consapevole ardimento, un cruento scontro a fuoco. Benché gravemente ferito, persisteva nell’azione uccidendo due malfattori fino a quando, privo di forze, si accasciava, stremato, al suolo, dove veniva barbaramente finito. Razzà di Taurianova (Reggio Calabria), 1° aprile 1977.”&amp;lt;ref&amp;gt;Motivazione della Medaglia d’oro al valor militare di Vincenzo Caruso&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===La morte di Rosaria Caruso e la richiesta di riconoscimento come vittima di mafia per Vincenzo Caruso===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Rosaria Caruso, sorella del carabiniere rimasto morto nel conflitto a fuoco in contrada Razzà,  si toglie la vita l&#039;8 agosto del 2005. La donna si è lanciata dal balcone di casa sua.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;quot;Vittima della mafia e dello Stato. Ho chiesto aiuto e nessuno me l&#039;ha dato […] Non posso più sopportare il male che mi ha fatto questo mondo. Chiedo perdono a Dio e ai miei familiari che li amo tanto. Forse da lassù li potrò aiutare. Vi chiedo perdono ma non posso vedervi soffrire. Voglio essere seppellita così come sono vestita. Non voglio fiori, non voglio niente. Prego Dio che mi perdoni e mi faccia vedere mio fratello Enzo e Salvatore&amp;quot;.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I familiari di Vincenzo Caruso, trascorsi molti anni dalla strage di Razzà, chiedono un risarcimento allo Stato come vittime di mafia. Al giovane carabiniere, dopo la morte, viene intitolata la caserma dei carabinieri di Niscemi nel 1990 ma dallo Stato i familiari non ricevettero alcun aiuto.&amp;lt;re&amp;gt;Strage di Razzà, familiari carabiniere ucciso chiedono risarcimento Stato come vittime di mafia. Il Quotidiano, 27 aprile 2014&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di N. Gratteri e A. Nicaso&lt;br /&gt;
*La strage di Razzà, di S. Mannino&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_del_Venerd%C3%AC_nero_di_Taurianova&amp;diff=4682</id>
		<title>Strage del Venerdì nero di Taurianova</title>
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		<updated>2015-02-26T13:48:39Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;In Calabria la barbarie non conosce limiti. Cinque morti ammazzati solo venerdì scorso. I killer tagliano il capo ad una vittima agonizzante e ci giocano davanti a 20 persone&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ il &#039;&#039;&#039;3 maggio&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1991&#039;&#039;&#039; quando, a Taurianova (RC), si consuma la sanguinosa e crudele vendetta per la morte del capofamiglia &#039;&#039;&#039;Rocco Zagari&#039;&#039;&#039; .&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Lo scenario entro il quale si inserisce la &#039;&#039;&#039;strage del venerdì nero di Taurianova&#039;&#039;&#039; è la guerra tra le famiglie locali nella provincia di Reggio Calabria che ha comportato una serie di omicidi: quel giorno a morire sono state ben quattro persone, in orari differenti, nella giornata ora ricordata come venerdì nero, facendo riscoprire a tutto il paese il carattere disumano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale calabrese. Inoltre, la faida ha determinato l’estinzione della famiglia Neri, mentre i fratelli Roberto e Salvatore Grimaldi hanno deciso di collaborare con la giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Calabria, la piana di Gioia Tauro negli anni Novanta  viene considerata  il far west della penisola, ovvero ‘’una terra felice e ricca di zolle grasse, abitata però da gente infelice’’ &amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova, ‘ndrangheta è legge e la strage non è ancora finita, La Repubblica, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; ed è a Taurianova, in particolare, che si anima un violento  scontro tra più famiglie contrapposte: un territorio dove a dettare legge non è tanto lo Stato quanto le ‘ndrine locali mentre la popolazione assiste terrorizzata a vendette incrociate nella lunga e sanguinosa faida di Taurianova . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo scenario in cui si è evoluta la mattanza del venerdì nero è una guerra di successione tra le cosche di Radicena e di Iatrinoli – due comuni che unendosi hanno dato vita alla cittadina della provincia di Reggio Calabria: due fazioni avverse, quella  Zagari-Avignone-Viola-Giovinazzo da una parte e quella Asciutto-Alampi dall&#039;altra, che si contendono il controllo sul territorio, considerato largamente proficuo per gli affari illeciti ed il traffico di droga. La faida scoppia tra il 1989 e il 1991 e termina con 32 morti a seguito dell’uccisione di Rocco Neri, il 2 luglio del 1989 .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, Mimmo Giovinazzo il boss reggente, viene assassinato nel maggio del 1990 e l’unico uomo considerato degno di prendere il suo posto e sostituirlo alla guida della famiglia è Rocco Zagari, impiegato come infermiere generico all&#039;ospedale locale, il quale però viene freddato da un killer armato che gli rivolge diversi colpi di pistola mentre è ancora seduto sulla sedia del barbiere. L’omicidio avviene il 2 maggio 1991. A risposta di questo assassinio segue la mattanza del venerdì nero con una serie di vendette trasversali . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 3 maggio 1991, precisamente alle 12:30 del mattino, Sorrento Pasquale, un giovane di 29 anni, viene raggiunto da diciannove colpi di lupara. Esattamente quattro ore dopo, in via Solferino accanto all&#039;ufficio postale, vengono assassinati i due fratelli Grimaldi: Giovanni, di anni 59, e Giuseppe, di anni 54, entrambi incensurati che secondo la ricostruzione dei fatti cercano di mettersi in salvo inutilmente ed il corpo di Giuseppe Grimaldi  viene macabramente mutilato da uno dei sicari che dopo avergli tolto di mano un coltello – con il quale l’uomo cerca di difendersi -  gli mozza la testa per poi lanciarla in aria .&lt;br /&gt;
Dettagli macabri dell’omicidio di Grimaldi sono stati resi noti dalla stampa locale suscitando così l’interesse mediatico nazionale. L’articolo pubblicato da L’Unità sottolinea, infatti, come uno dei killer abbia tolto di mano il coltello che il Giuseppe Grimaldi aveva preso per difendersi e abbassandosi sulla vittima con colpi netti e precisi gli ha mozzato la testa e l’ha lanciata in aria dopo averla ruotata come una mazza tenendola per i capelli. La testa è andata su come una palla di pezza, un atroce giocattolo dello squadrone della morte. Un altro killer, con un gesto fulmineo, ha imbracciato il fucile ed ha mirato. Un colpo solo, nel silenzio terrorizzato di una ventina di persone inchiodate dalla paura. La testa, come investita da un vento improvviso, è tornata in alto. Una parabola breve prima di ricadere un poco più in là&amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova: decapitati e fucilati, L’Unità, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre nella stessa giornata alle ore 20:30, stessa crudele sorte spetta a La Ficara Rocco, venditore di bombole a gas di 36 anni, il quale viene raggiunto dai sicari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vittime del venerdì nero di Taurianova sono quattro persone:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#Sorrento Pasquale, di anni 29, viene raggiunto da ben diciannove colpi di lupara;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giovanni, di anni 59;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giuseppe, di anni 54, padre di Vincenzo che è in carcere e quindi non facilmente raggiungibile;&lt;br /&gt;
#La Ficara Rocco, di anni 36,  cognato del Sorrento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Conseguenze della mattanza==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Taurianova, un centro agricolo situato nella piana di Gioia Tauro, che da tempo vive un periodo di violenza mafiosa è raggiunta da giornalisti nazionali e non per documentare il “caso Taurianova” ricordando anche la tragica &#039;&#039;&#039;strage di Razzà&#039;&#039;&#039; (1 aprile 1977). Ad emergere è una pubblica amministrazione completamente legata e condizionata dalla criminalità locale .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Vendette collegate alle morti del venerdì nero===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine di questa giornata di sangue il piano omicida delle ‘ndrine non è, ancora, totalmente compiuto: altri tre morti, infatti, si aggiungono all’elenco dei cinque deceduti del 3 maggio, quando verso le 21:45 in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, vengono assassinati Berlingeri Luigi, di anni 25; Ietto Emilio, di anni 32 e  Minzoturo Leonardo, di anni 20. I tre uomini sono manovali di una cosca. Ancora, nella notte del giorno dopo la strage del venerdì nero, due uomini travestiti da carabinieri cercano di uccidere il resto della famiglia di Giuseppe Grimaldi – vittime dell’attentato sono la moglie Luciana Laruffa e gli altri due figli, Roberto e Rosita – molto probabilmente per rancori riservati alla “pecora nera della famiglia”, Vincenzo di 20 anni legato alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;”Così hanno decapitato mio marito”, La Repubblica, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; mentre il 14 maggio dello stesso anno, viene ucciso a Carmignano di Brenta Messina Michele, presunto affiliato dei Pesce . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mobilitazione sociale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla mattanza del venerdì nero di Taurianova segue una mobilitazione sociale come risposta di protesta spontanea dei cittadini onesti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’“Siete i maledetti da Dio”’’ è un manifesto stampato che il parroco di Taurianova, monsignor Francesco Muscari (da 23 anni parroco della chiesa Santa Maria delle Grazie della città) fa stampare a proprie spese e fa affiggere per le strade della città per far sentire a tutti i mafiosi la lontananza della Chiesa per gli atti atroci compiuti nei giorni precedenti .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le parole scritte nero su bianco da monsignor Muscari vengono riportate su giornali nazionali come L’Unità che dedica un articolo alla protesta della parrocchia locale ‘‘Non so come raggiungervi… non so chi siete. Lo voglio fare con un pubblico manifesto. Vi grido con tutta la veemenza del mio cuore sacerdotale: fermatevi, nel nome di Dio! Queste atrocità gridano vendetta al cospetto di Dio. Siete maledetti da Dio. Se sfuggite alla giustizia umana non sfuggirete alla giustizia di Dio…’’&amp;lt;ref&amp;gt;”Mafiosi siete maledetti da Dio, fermatevi!”, L’Unità, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allo stesso modo fanno le “donne contro la mafia” e i giovani della sinistra della città che si ritrovano uniti in una manifestazione per la legalità e soprattutto contro la criminalità organizzata che, nei giorni precedenti, hanno segnato la storia del luogo con la macabra uccisione di quelle vittime cadute davanti gli occhi di molti.  Alla manifestazione non partecipano molte persone ma i ragazzi della scuola media Pascoli espongono cartelloni con slogan ‘’No alla mafia, non vogliamo la camorra a Taurianova’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I consiglieri del Pds e del Psi, da parte loro, chiedono le dimissioni della giunta e lo scioglimento del Consiglio mentre il vicesindaco non può evitare di affermare: ‘’Si, qui c’è mafia’’. In effetti, la ‘ndrangheta in questo periodo intimorisce la cittadinanza e si mostra spietata con faide sanguinose che non si preoccupano di uccidere in pieno giorno, davanti ai passanti. Soprattutto a Taurianova, dove, nel consiglio comunale dove sette consiglieri sono condannati o sotto processo perché accusati di avere legami con la criminalità organizzata locale. Esemplare il caso di Francesco Macrì, detto “mazzetta”, la cui sorella era sindaco del comune. Come scritto nel libro “Fratelli di sangue” le vicende mafiose di Taurianova si sono intrecciate, in quegli anni, con quelle amministrative, dominate dalla famiglia Macrì . Dopo la latitanza e dopo tre anni trascorsi in carcere, il ritorno di Giovinazzo, sostenuto dai Piromalli – Molè, è riuscito a riportare la calma a Taurianova&amp;lt;ref&amp;gt;Fratelli di sangue, N. Gratteri e A. Nicaso, cit. p. 149&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stessa situazione si presenta nell’Asl di Locri che viene sciolta in quanto, nell&#039;azienda che serve 42 comuni, molti dipendenti delle istituzioni locali sono legati o per vincoli di parentela o per vincoli di amicizia alle famiglie criminali del territorio.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Reazione mediatica del caso===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, l’uccisione di cinque persone in sole ventiquattro ore non passa inosservato in quanto si parla pur sempre di un paese della provincia di Reggio Calabria che conta circa 15.000 abitanti. Di questo venerdì nero, però, a rimanere impressa nella mente di molti è la scena della macabra decapitazione del Grimaldi, descritta inizialmente dalla stampa locale. Così seguono una serie di approfondimenti e denunce pubblicate su testate giornalistiche nazionali .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Su la Repubblica riecheggiano le parole di Giorgio Bocca e di Guido Neppi Modona, scritte rispettivamente il 5 e il 6 maggio 1991: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’[…]si esclude che i partiti di governo vogliano davvero colpire, scardinare un meccanismo elettorale, un’organizzazione del consenso basati sulla complicità dei partiti padroni della finanza pubblica con la malavita che controlla voti e territorio […] se al sud non si muovono gli onesti, se non ci pensano i cittadini, la mano  nera della Mafia continuerà a crescere’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Secondo un recentissimo sondaggio, in caso di elezioni anticipate, nelle regioni del mezzogiorno DC e Psi sono accreditati di un clamoroso successo elettorale, tale da assicurare la maggioranza assoluta. Quei voti provengono – è inutile storcere il naso – anche dalle zone sottoposte al controllo territoriale della mafia, ed in questo confuso crepuscolo della nostra democrazia le esigenze elettorali passano, come è noto, davanti ad ogni valutazione dell’interesse generale del paese’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 6 maggio 1991, sull’Unità si scrive ‘’Troppe immagini raccapriccianti ci hanno raggiunti in questi ultimi tempi dal nostro sognante e furente Sud, di torture, squarciamenti, atrocità senza nome. Non si risparmiano i bambini e ora, neanche i morti […] Abbiamo permesso loro di infiltrarsi nelle amministrazioni delle città, di spadroneggiare, legalmente e illegalmente, in ogni parte d’Italia. E l’esempio, che è la cosa essenziale, l’esempio che viene dall&#039;alto non è purtroppo limpido. Ci sono intrecci, poco chiari, troppi silenzi, ambiguità, menzogne […]’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Basterebbe aver presenti le due mappe, quella elettorale e quella criminale, per capire come, di là delle due parole, tra i poteri delle due aree non vi sia antagonismo ma una chiara complementarietà’’ scrive G. Di Lello sul Manifesto, l’8 maggio 1991 .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Lo scioglimento del consiglio comunale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La legge 8 giugno 1990, n. 142, sul nuovo ordinamento delle autonomie locali all&#039;art. 39 consente lo scioglimento dei consigli comunali in caso di atti considerati contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge e si nota subito come l’art. 39 non possa essere applicato al caso Taurianova. A seguito di una valutazione dei fatti, anche il Ministro di Grazia e Giustizia, fortemente colpito dall&#039;efferata strage del 3 maggio, auspica lo scioglimento del consiglio comunale della città calabrese e si decide di emanare una nuova norma ad hoc per lo scioglimento degli enti caratterizzati da infiltrazioni o condizionamenti mafiosi .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viene, così, definito il decreto legge 31 maggio 1991, n. 164 che introduce l’art. 15 bis alla legge antimafia n. 55 del 1990. ‘’Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, di tipo mafioso’’. Ancora, il decreto legge 164 stabilisce che i consigli comunali e provinciali possono essere sciolti alla scoperta di collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori tali da compromettere l’imparzialità e il buon andamento degli organi elettivi, il regolare funzionamento dei servizi o fossero tali da arrecare pregiudizio per la sicurezza pubblica. &amp;lt;ref&amp;gt;Lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, Gnosis rivista italiana di intelligence&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il prefetto di Reggio Calabria dispose la sospensione del consiglio comunale di Taurianova,  successivamente sciolto con un decreto del Presidente della Repubblica in data 2 agosto 1991. In particolare, l’allora Ministro dell’Interno, Scotti, nella richiesta di scioglimento del consiglio comunale di Taurianova, indirizzata al Presidente della Repubblica, afferma che la cittadina calabrese presenta fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso; sono stati evidenziati collegamenti diretti e indiretti tra amministrazione e criminalità organizzata con carattere di continuità sia per la presenza all’interno dell’amministrazione locale di soggetti legati alle famiglie protagoniste della malavita di Taurianova, sia in conseguenza alla coesistenza nella medesima persona della qualità di pubblico amministratore e di esponente di cosca mafiosa &amp;lt;ref&amp;gt;cit. Decreto del Presidente della Repubblica, 2 agosto 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In effetti, fra i componenti del consiglio comunale di Taurianova sono presenti: &lt;br /&gt;
*Zagari Rocco, impiegato dell’U.S.L. locale, legato alla famiglia Avignone-Giovinazzo e rimasto ucciso  da sicari in data 2 maggio 1991; &lt;br /&gt;
*Macrì Francesco, condannato a quattro anni e due mesi di reclusione e con interdizione perpetua dai pubblici uffici dalla sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria il 21 giugno 1990;&lt;br /&gt;
*Falleti Giuseppe, il quale si lega per rapporti di amicizia e parentela alla cosca Avignone;&lt;br /&gt;
*Fava Antonio Vincenzo, legato al maggiore esponente del clan mafioso di Antonio Rositano della cosca Avignone-Giovinazzo;&lt;br /&gt;
*Germanò Luigi, al quale è stata vietata la detenzione di armi e munizioni dal 1986 e che frequenta abitualmente pregiudicati e soggetti sottoposti a misure di prevenzione;&lt;br /&gt;
*Legato Giuseppe, computato con Macrì in vari procedimenti penali;&lt;br /&gt;
*Leva Francesco, come altri sospettato di essere vicino alle famiglie criminali locali;&lt;br /&gt;
*Sposato Francesco, per il quale è stata avviata una diffida di pubblica sicurezza in quanto legato all&#039;omonimo clan mafioso;&lt;br /&gt;
*Zavaglia Michele, è stato condannato dal Tribunale di Palmi ad un anno e sei mesi di reclusione per il reato di cui agli articoli 407, 110, 640 e 483 c.p. il 13 marzo 1991.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, sindaco di Taurianova è Olga Macrì, sorella del già citato Macrì Francesco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini sulle morti dei cinque uomini rimasti uccisi nel cosiddetto venerdì nero e le successive azioni criminali che sono collegate alla faida di Taurianova portano all&#039;arresto di diciotto persone direttamente o indirettamente vicine alle cosche locali in disputa per il controllo del territorio e dei traffici illeciti collegati. &lt;br /&gt;
Le accuse mosse sono: associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, oltre ad altri reati . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e il sostituto Antonio D’Amato chiedono ai giudici delle indagini preliminari, Diego Mattellini e Carlo Maria Pellicano, l’ordinanza per arrestare affiliati alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;Con la testa mozzata fecero tiro al bersaglio, La Repubblica, 17 marzo 1992&amp;lt;/ref&amp;gt; .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine delle indagini, vengono arrestate: undici persone a Taurianova, considerate esponenti delle famiglie Zagari, Viola, Fazzolari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi; sei persone a Genova, legate alle famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo; una persona viene raggiunta a Siena, legata alla famiglia Maiolo. Due accusati si trovano già in carcere  mentre due uomini riescono ad allontanarsi prima di essere arrestati.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di Gratteri N. e Nicaso A.&lt;br /&gt;
*Cronaca di una strage annunciata, di Maduli M.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
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		<title>Strage del Venerdì nero di Taurianova</title>
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		<updated>2015-02-26T13:45:24Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;In Calabria la barbarie non conosce limiti. Cinque morti ammazzati solo venerdì scorso. I killer tagliano il capo ad una vittima agonizzante e ci giocano davanti a 20 persone&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ il &#039;&#039;&#039;3 maggio&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1991&#039;&#039;&#039; quando, a Taurianova (RC), si consuma la sanguinosa e crudele vendetta per la morte del capofamiglia &#039;&#039;&#039;Rocco Zagari&#039;&#039;&#039; .&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Lo scenario entro il quale si inserisce la &#039;&#039;&#039;strage del venerdì nero di Taurianova&#039;&#039;&#039; è la guerra tra le famiglie locali nella provincia di Reggio Calabria che ha comportato una serie di omicidi: quel giorno a morire sono state ben quattro persone, in orari differenti, nella giornata ora ricordata come venerdì nero, facendo riscoprire a tutto il paese il carattere disumano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale calabrese. Inoltre, la faida ha determinato l’estinzione della famiglia Neri, mentre i fratelli Roberto e Salvatore Grimaldi hanno deciso di collaborare con la giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Calabria, la piana di Gioia Tauro negli anni Novanta  viene considerata  il far west della penisola, ovvero ‘’una terra felice e ricca di zolle grasse, abitata però da gente infelice’’ &amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova, ‘ndrangheta è legge e la strage non è ancora finita, La Repubblica, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; ed è a Taurianova, in particolare, che si anima un violento  scontro tra più famiglie contrapposte: un territorio dove a dettare legge non è tanto lo Stato quanto le ‘ndrine locali mentre la popolazione assiste terrorizzata a vendette incrociate nella lunga e sanguinosa faida di Taurianova . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo scenario in cui si è evoluta la mattanza del venerdì nero è una guerra di successione tra le cosche di Radicena e di Iatrinoli – due comuni che unendosi hanno dato vita alla cittadina della provincia di Reggio Calabria: due fazioni avverse, quella  Zagari-Avignone-Viola-Giovinazzo da una parte e quella Asciutto-Alampi dall&#039;altra, che si contendono il controllo sul territorio, considerato largamente proficuo per gli affari illeciti ed il traffico di droga. La faida scoppia tra il 1989 e il 1991 e termina con 32 morti a seguito dell’uccisione di Rocco Neri, il 2 luglio del 1989 .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, Mimmo Giovinazzo il boss reggente, viene assassinato nel maggio del 1990 e l’unico uomo considerato degno di prendere il suo posto e sostituirlo alla guida della famiglia è Rocco Zagari, impiegato come infermiere generico all&#039;ospedale locale, il quale però viene freddato da un killer armato che gli rivolge diversi colpi di pistola mentre è ancora seduto sulla sedia del barbiere. L’omicidio avviene il 2 maggio 1991. A risposta di questo assassinio segue la mattanza del venerdì nero con una serie di vendette trasversali . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 3 maggio 1991, precisamente alle 12:30 del mattino, Sorrento Pasquale, un giovane di 29 anni, viene raggiunto da diciannove colpi di lupara. Esattamente quattro ore dopo, in via Solferino accanto all&#039;ufficio postale, vengono assassinati i due fratelli Grimaldi: Giovanni, di anni 59, e Giuseppe, di anni 54, entrambi incensurati che secondo la ricostruzione dei fatti cercano di mettersi in salvo inutilmente ed il corpo di Giuseppe Grimaldi  viene macabramente mutilato da uno dei sicari che dopo avergli tolto di mano un coltello – con il quale l’uomo cerca di difendersi -  gli mozza la testa per poi lanciarla in aria .&lt;br /&gt;
Dettagli macabri dell’omicidio di Grimaldi sono stati resi noti dalla stampa locale suscitando così l’interesse mediatico nazionale. L’articolo pubblicato da L’Unità sottolinea, infatti, come uno dei killer abbia tolto di mano il coltello che il Giuseppe Grimaldi aveva preso per difendersi e abbassandosi sulla vittima con colpi netti e precisi gli ha mozzato la testa e l’ha lanciata in aria dopo averla ruotata come una mazza tenendola per i capelli. La testa è andata su come una palla di pezza, un atroce giocattolo dello squadrone della morte. Un altro killer, con un gesto fulmineo, ha imbracciato il fucile ed ha mirato. Un colpo solo, nel silenzio terrorizzato di una ventina di persone inchiodate dalla paura. La testa, come investita da un vento improvviso, è tornata in alto. Una parabola breve prima di ricadere un poco più in là&amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova: decapitati e fucilati, L’Unità, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre nella stessa giornata alle ore 20:30, stessa crudele sorte spetta a La Ficara Rocco, venditore di bombole a gas di 36 anni, il quale viene raggiunto dai sicari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vittime del venerdì nero di Taurianova sono quattro persone:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#Sorrento Pasquale, di anni 29, viene raggiunto da ben diciannove colpi di lupara;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giovanni, di anni 59;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giuseppe, di anni 54, padre di Vincenzo che è in carcere e quindi non facilmente raggiungibile;&lt;br /&gt;
#La Ficara Rocco, di anni 36,  cognato del Sorrento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Conseguenze della mattanza==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Taurianova, un centro agricolo situato nella piana di Gioia Tauro, che da tempo vive un periodo di violenza mafiosa è raggiunta da giornalisti nazionali e non per documentare il “caso Taurianova” ricordando anche la tragica &#039;&#039;&#039;strage di Razzà&#039;&#039;&#039; (1 aprile 1977). Ad emergere è una pubblica amministrazione completamente legata e condizionata dalla criminalità locale .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Vendette collegate alle morti del venerdì nero===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine di questa giornata di sangue il piano omicida delle ‘ndrine non è, ancora, totalmente compiuto: altri tre morti, infatti, si aggiungono all’elenco dei cinque deceduti del 3 maggio, quando verso le 21:45 in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, vengono assassinati Berlingeri Luigi, di anni 25; Ietto Emilio, di anni 32 e  Minzoturo Leonardo, di anni 20. I tre uomini sono manovali di una cosca. Ancora, nella notte del giorno dopo la strage del venerdì nero, due uomini travestiti da carabinieri cercano di uccidere il resto della famiglia di Giuseppe Grimaldi – vittime dell’attentato sono la moglie Luciana Laruffa e gli altri due figli, Roberto e Rosita – molto probabilmente per rancori riservati alla “pecora nera della famiglia”, Vincenzo di 20 anni legato alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;”Così hanno decapitato mio marito”, La Repubblica, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; mentre il 14 maggio dello stesso anno, viene ucciso a Carmignano di Brenta Messina Michele, presunto affiliato dei Pesce . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mobilitazione sociale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla mattanza del venerdì nero di Taurianova segue una mobilitazione sociale come risposta di protesta spontanea dei cittadini onesti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’“Siete i maledetti da Dio”’’ è un manifesto stampato che il parroco di Taurianova, monsignor Francesco Muscari (da 23 anni parroco della chiesa Santa Maria delle Grazie della città) fa stampare a proprie spese e fa affiggere per le strade della città per far sentire a tutti i mafiosi la lontananza della Chiesa per gli atti atroci compiuti nei giorni precedenti .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le parole scritte nero su bianco da monsignor Muscari vengono riportate su giornali nazionali come L’Unità che dedica un articolo alla protesta della parrocchia locale ‘‘Non so come raggiungervi… non so chi siete. Lo voglio fare con un pubblico manifesto. Vi grido con tutta la veemenza del mio cuore sacerdotale: fermatevi, nel nome di Dio! Queste atrocità gridano vendetta al cospetto di Dio. Siete maledetti da Dio. Se sfuggite alla giustizia umana non sfuggirete alla giustizia di Dio…’’&amp;lt;ref&amp;gt;”Mafiosi siete maledetti da Dio, fermatevi!”, L’Unità, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allo stesso modo fanno le “donne contro la mafia” e i giovani della sinistra della città che si ritrovano uniti in una manifestazione per la legalità e soprattutto contro la criminalità organizzata che, nei giorni precedenti, hanno segnato la storia del luogo con la macabra uccisione di quelle vittime cadute davanti gli occhi di molti.  Alla manifestazione non partecipano molte persone ma i ragazzi della scuola media Pascoli espongono cartelloni con slogan ‘’No alla mafia, non vogliamo la camorra a Taurianova’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I consiglieri del Pds e del Psi, da parte loro, chiedono le dimissioni della giunta e lo scioglimento del Consiglio mentre il vicesindaco non può evitare di affermare: ‘’Si, qui c’è mafia’’. In effetti, la ‘ndrangheta in questo periodo intimorisce la cittadinanza e si mostra spietata con faide sanguinose che non si preoccupano di uccidere in pieno giorno, davanti ai passanti. Soprattutto a Taurianova, dove, nel consiglio comunale dove sette consiglieri sono condannati o sotto processo perché accusati di avere legami con la criminalità organizzata locale. Esemplare il caso di Francesco Macrì, detto “mazzetta”, la cui sorella era sindaco del comune. Come scritto nel libro “Fratelli di sangue” le vicende mafiose di Taurianova si sono intrecciate, in quegli anni, con quelle amministrative, dominate dalla famiglia Macrì . Dopo la latitanza e dopo tre anni trascorsi in carcere, il ritorno di Giovinazzo, sostenuto dai Piromalli – Molè, è riuscito a riportare la calma a Taurianova&amp;lt;ref&amp;gt;Fratelli di sangue, N. Gratteri e A. Nicaso, cit. p. 149&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stessa situazione si presenta nell’Asl di Locri che viene sciolta in quanto, nell&#039;azienda che serve 42 comuni, molti dipendenti delle istituzioni locali sono legati o per vincoli di parentela o per vincoli di amicizia alle famiglie criminali del territorio.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Reazione mediatica del caso===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, l’uccisione di cinque persone in sole ventiquattro ore non passa inosservato in quanto si parla pur sempre di un paese della provincia di Reggio Calabria che conta circa 15.000 abitanti. Di questo venerdì nero, però, a rimanere impressa nella mente di molti è la scena della macabra decapitazione del Grimaldi, descritta inizialmente dalla stampa locale. Così seguono una serie di approfondimenti e denunce pubblicate su testate giornalistiche nazionali .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Su la Repubblica riecheggiano le parole da Giorgio Bocca e di Guido Neppi Modona, scritte rispettivamente il 5 e il 6 maggio 1991: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’[…]si esclude che i partiti di governo vogliano davvero colpire, scardinare un meccanismo elettorale, un’organizzazione del consenso basati sulla complicità dei partiti padroni della finanza pubblica con la malavita che controlla voti e territorio […] se al sud non si muovono gli onesti, se non ci pensano i cittadini, la mano  nera della Mafia continuerà a crescere’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Secondo un recentissimo sondaggio, in caso di elezioni anticipate, nelle regioni del mezzogiorno DC e Psi sono accreditati di un clamoroso successo elettorale, tale da assicurare la maggioranza assoluta. Quei voti provengono – è inutile storcere il naso – anche dalle zone sottoposte al controllo territoriale della mafia, ed in questo confuso crepuscolo della nostra democrazia le esigenze elettorali passano, come è noto, davanti ad ogni valutazione dell’interesse generale del paese’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 6 maggio 1991, sull’Unità si scrive ‘’Troppe immagini raccapriccianti ci hanno raggiunti in questi ultimi tempi dal nostro sognante e furente Sud, di torture, squarciamenti, atrocità senza nome. Non si risparmiano i bambini e ora, neanche i morti […] Abbiamo permesso loro di infiltrarsi nelle amministrazioni delle città, di spadroneggiare, legalmente e illegalmente, in ogni parte d’Italia. E l’esempio, che è la cosa essenziale, l’esempio che viene dall&#039;alto non è purtroppo limpido. Ci sono intrecci, poco chiari, troppi silenzi, ambiguità, menzogne […]’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Basterebbe aver presenti le due mappe, quella elettorale e quella criminale, per capire come, di là delle due parole, tra i poteri delle due aree non vi sia antagonismo ma una chiara complementarietà’’ scrive G. Di Lello sul Manifesto, l’8 maggio 1991 .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Lo scioglimento del consiglio comunale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La legge 8 giugno 1990, n. 142, sul nuovo ordinamento delle autonomie locali all&#039;art. 39 consente lo scioglimento dei consigli comunali in caso di atti considerati contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge e si nota subito come l’art. 39 non possa essere applicato al caso Taurianova. A seguito di una valutazione dei fatti, anche il Ministro di Grazia e Giustizia, fortemente colpito dall&#039;efferata strage del 3 maggio, auspica lo scioglimento del consiglio comunale della città calabrese e si decide di emanare una nuova norma ad hoc per lo scioglimento degli enti caratterizzati da infiltrazioni o condizionamenti mafiosi .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viene, così, definito il decreto legge 31 maggio 1991, n. 164 che introduce l’art. 15 bis alla legge antimafia n. 55 del 1990. ‘’Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, di tipo mafioso’’. Ancora, il decreto legge 164 stabilisce che i consigli comunali e provinciali possono essere sciolti alla scoperta di collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori tali da compromettere l’imparzialità e il buon andamento degli organi elettivi, il regolare funzionamento dei servizi o fossero tali da arrecare pregiudizio per la sicurezza pubblica. &amp;lt;ref&amp;gt;Lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, Gnosis rivista italiana di intelligence&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il prefetto di Reggio Calabria dispose la sospensione del consiglio comunale di Taurianova,  successivamente sciolto con un decreto del Presidente della Repubblica in data 2 agosto 1991. In particolare, l’allora Ministro dell’Interno, Scotti, nella richiesta di scioglimento del consiglio comunale di Taurianova, indirizzata al Presidente della Repubblica, afferma che la cittadina calabrese presenta fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso; sono stati evidenziati collegamenti diretti e indiretti tra amministrazione e criminalità organizzata con carattere di continuità sia per la presenza all’interno dell’amministrazione locale di soggetti legati alle famiglie protagoniste della malavita di Taurianova, sia in conseguenza alla coesistenza nella medesima persona della qualità di pubblico amministratore e di esponente di cosca mafiosa &amp;lt;ref&amp;gt;cit. Decreto del Presidente della Repubblica, 2 agosto 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In effetti, fra i componenti del consiglio comunale di Taurianova sono presenti: &lt;br /&gt;
*Zagari Rocco, impiegato dell’U.S.L. locale, legato alla famiglia Avignone-Giovinazzo e rimasto ucciso  da sicari in data 2 maggio 1991; &lt;br /&gt;
*Macrì Francesco, condannato a quattro anni e due mesi di reclusione e con interdizione perpetua dai pubblici uffici dalla sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria il 21 giugno 1990;&lt;br /&gt;
*Falleti Giuseppe, il quale si lega per rapporti di amicizia e parentela alla cosca Avignone;&lt;br /&gt;
*Fava Antonio Vincenzo, legato al maggiore esponente del clan mafioso di Antonio Rositano della cosca Avignone-Giovinazzo;&lt;br /&gt;
*Germanò Luigi, al quale è stata vietata la detenzione di armi e munizioni dal 1986 e che frequenta abitualmente pregiudicati e soggetti sottoposti a misure di prevenzione;&lt;br /&gt;
*Legato Giuseppe, computato con Macrì in vari procedimenti penali;&lt;br /&gt;
*Leva Francesco, come altri sospettato di essere vicino alle famiglie criminali locali;&lt;br /&gt;
*Sposato Francesco, per il quale è stata avviata una diffida di pubblica sicurezza in quanto legato all&#039;omonimo clan mafioso;&lt;br /&gt;
*Zavaglia Michele, è stato condannato dal Tribunale di Palmi ad un anno e sei mesi di reclusione per il reato di cui agli articoli 407, 110, 640 e 483 c.p. il 13 marzo 1991.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, sindaco di Taurianova è Olga Macrì, sorella del già citato Macrì Francesco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini sulle morti dei cinque uomini rimasti uccisi nel cosiddetto venerdì nero e le successive azioni criminali che sono collegate alla faida di Taurianova portano all&#039;arresto di diciotto persone direttamente o indirettamente vicine alle cosche locali in disputa per il controllo del territorio e dei traffici illeciti collegati. &lt;br /&gt;
Le accuse mosse sono: associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, oltre ad altri reati . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e il sostituto Antonio D’Amato chiedono ai giudici delle indagini preliminari, Diego Mattellini e Carlo Maria Pellicano, l’ordinanza per arrestare affiliati alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;Con la testa mozzata fecero tiro al bersaglio, La Repubblica, 17 marzo 1992&amp;lt;/ref&amp;gt; .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine delle indagini, vengono arrestate: undici persone a Taurianova, considerate esponenti delle famiglie Zagari, Viola, Fazzolari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi; sei persone a Genova, legate alle famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo; una persona viene raggiunta a Siena, legata alla famiglia Maiolo. Due accusati si trovano già in carcere  mentre due uomini riescono ad allontanarsi prima di essere arrestati.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di Gratteri N. e Nicaso A.&lt;br /&gt;
*Cronaca di una strage annunciata, di Maduli M.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_del_Venerd%C3%AC_nero_di_Taurianova&amp;diff=4680</id>
		<title>Strage del Venerdì nero di Taurianova</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_del_Venerd%C3%AC_nero_di_Taurianova&amp;diff=4680"/>
		<updated>2015-02-26T13:41:39Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;In Calabria la barbarie non conosce limiti. Cinque morti ammazzati solo venerdì scorso. I killer tagliano il capo ad una vittima agonizzante e ci giocano davanti a 20 persone&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ il &#039;&#039;&#039;3 maggio&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1991&#039;&#039;&#039; quando, a Taurianova (RC), si consuma la sanguinosa e crudele vendetta per la morte del capofamiglia &#039;&#039;&#039;Rocco Zagari&#039;&#039;&#039; .&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Lo scenario entro il quale si inserisce la &#039;&#039;&#039;strage del venerdì nero di Taurianova&#039;&#039;&#039; è la guerra tra le famiglie locali nella provincia di Reggio Calabria che ha comportato una serie di omicidi: quel giorno a morire sono state ben quattro persone, in orari differenti, nella giornata ora ricordata come venerdì nero, facendo riscoprire a tutto il paese il carattere disumano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale calabrese. Inoltre, la faida ha determinato l’estinzione della famiglia Neri, mentre i fratelli Roberto e Salvatore Grimaldi hanno deciso di collaborare con la giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Calabria, la piana di Gioia Tauro negli anni Novanta  viene considerata  il far west della penisola, ovvero ‘’una terra felice e ricca di zolle grasse, abitata però da gente infelice’’ &amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova, ‘ndrangheta è legge e la strage non è ancora finita, La Repubblica, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; ed è a Taurianova, in particolare, che si anima un violento  scontro tra più famiglie contrapposte: un territorio dove a dettare legge non è tanto lo Stato quanto le ‘ndrine locali mentre la popolazione assiste terrorizzata a vendette incrociate nella lunga e sanguinosa faida di Taurianova . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo scenario in cui si è evoluta la mattanza del venerdì nero è una guerra di successione tra le cosche di Radicena e di Iatrinoli – due comuni che unendosi hanno dato vita alla cittadina della provincia di Reggio Calabria: due fazioni avverse, quella  Zagari-Avignone-Viola-Giovinazzo da una parte e quella Asciutto-Alampi dall&#039;altra, che si contendono il controllo sul territorio, considerato largamente proficuo per gli affari illeciti ed il traffico di droga. La faida scoppia tra il 1989 e il 1991 e termina con 32 morti a seguito dell’uccisione di Rocco Neri, il 2 luglio del 1989 .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, Mimmo Giovinazzo il boss reggente, viene assassinato nel maggio del 1990 e l’unico uomo considerato degno di prendere il suo posto e sostituirlo alla guida della famiglia è Rocco Zagari, impiegato come infermiere generico all&#039;ospedale locale, il quale però viene freddato da un killer armato che gli rivolge diversi colpi di pistola mentre è ancora seduto sulla sedia del barbiere. L’omicidio avviene il 2 maggio 1991. A risposta di questo assassinio segue la mattanza del venerdì nero con una serie di vendette trasversali . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 3 maggio 1991, precisamente alle 12:30 del mattino, Sorrento Pasquale, un giovane di 29 anni, viene raggiunto da diciannove colpi di lupara. Esattamente quattro ore dopo, in via Solferino accanto all&#039;ufficio postale, vengono assassinati i due fratelli Grimaldi: Giovanni, di anni 59, e Giuseppe, di anni 54, entrambi incensurati che secondo la ricostruzione dei fatti cercano di mettersi in salvo inutilmente ed il corpo di Giuseppe Grimaldi  viene macabramente mutilato da uno dei sicari che dopo avergli tolto di mano un coltello – con il quale l’uomo cerca di difendersi -  gli mozza la testa per poi lanciarla in aria .&lt;br /&gt;
Dettagli macabri dell’omicidio di Grimaldi sono stati resi noti dalla stampa locale suscitando così l’interesse mediatico nazionale. L’articolo pubblicato da L’Unità sottolinea, infatti, come uno dei killer abbia tolto di mano il coltello che il Giuseppe Grimaldi aveva preso per difendersi e abbassandosi sulla vittima con colpi netti e precisi gli ha mozzato la testa e l’ha lanciata in aria dopo averla ruotata come una mazza tenendola per i capelli. La testa è andata su come una palla di pezza, un atroce giocattolo dello squadrone della morte. Un altro killer, con un gesto fulmineo, ha imbracciato il fucile ed ha mirato. Un colpo solo, nel silenzio terrorizzato di una ventina di persone inchiodate dalla paura. La testa, come investita da un vento improvviso, è tornata in alto. Una parabola breve prima di ricadere un poco più in là&amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova: decapitati e fucilati, L’Unità, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre nella stessa giornata alle ore 20:30, stessa crudele sorte spetta a La Ficara Rocco, venditore di bombole a gas di 36 anni, il quale viene raggiunto dai sicari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vittime del venerdì nero di Taurianova sono quattro persone:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#Sorrento Pasquale, di anni 29, viene raggiunto da ben diciannove colpi di lupara;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giovanni, di anni 59;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giuseppe, di anni 54, padre di Vincenzo che è in carcere e quindi non facilmente raggiungibile;&lt;br /&gt;
#La Ficara Rocco, di anni 36,  cognato del Sorrento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Conseguenze della mattanza==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Taurianova, un centro agricolo situato nella piana di Gioia Tauro, da tempo vive un periodo di violenza mafiosa tanto che giornalisti nazionali e non arrivano in Calabria per documentare il “caso Taurianova” ricordando anche la tragica &#039;&#039;&#039;strage di Razzà&#039;&#039;&#039; (1 aprile 1977). Ad emergere è una pubblica amministrazione completamente legata e condizionata dalla criminalità locale .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Vendette collegate alle morti del venerdì nero===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine di questa giornata di sangue il piano omicida delle ‘ndrine non è, ancora, totalmente compiuto: altri tre morti, infatti, si aggiungono all’elenco dei cinque deceduti del 3 maggio, quando verso le 21:45 in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, vengono assassinati Berlingeri Luigi, di anni 25; Ietto Emilio, di anni 32 e  Minzoturo Leonardo, di anni 20. I tre uomini sono manovali di una cosca. Ancora, nella notte del giorno dopo la strage del venerdì nero, due uomini travestiti da carabinieri cercano di uccidere il resto della famiglia di Giuseppe Grimaldi – vittime dell’attentato sono la moglie Luciana Laruffa e gli altri due figli, Roberto e Rosita – molto probabilmente per rancori riservati alla “pecora nera della famiglia”, Vincenzo di 20 anni legato alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;”Così hanno decapitato mio marito”, La Repubblica, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; mentre il 14 maggio dello stesso anno, viene ucciso a Carmignano di Brenta Messina Michele, presunto affiliato dei Pesce . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mobilitazione sociale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla mattanza del venerdì nero di Taurianova segue una mobilitazione sociale come risposta di protesta spontanea dei cittadini onesti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’“Siete i maledetti da Dio”’’ è un manifesto stampato che il parroco di Taurianova, monsignor Francesco Muscari (da 23 anni parroco della chiesa Santa Maria delle Grazie della città) fa stampare a proprie spese e fa affiggere per le strade della città per far sentire a tutti i mafiosi la lontananza della Chiesa per gli atti atroci compiuti nei giorni precedenti .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le parole scritte nero su bianco da monsignor Muscari vengono riportate su giornali nazionali come L’Unità che dedica un articolo alla protesta della parrocchia locale ‘‘Non so come raggiungervi… non so chi siete. Lo voglio fare con un pubblico manifesto. Vi grido con tutta la veemenza del mio cuore sacerdotale: fermatevi, nel nome di Dio! Queste atrocità gridano vendetta al cospetto di Dio. Siete maledetti da Dio. Se sfuggite alla giustizia umana non sfuggirete alla giustizia di Dio…’’&amp;lt;ref&amp;gt;”Mafiosi siete maledetti da Dio, fermatevi!”, L’Unità, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allo stesso modo fanno le “donne contro la mafia” e i giovani della sinistra della città che si ritrovano uniti in una manifestazione per la legalità e soprattutto contro la criminalità organizzata che, nei giorni precedenti, hanno segnato la storia del luogo con la macabra uccisione di quelle vittime cadute davanti gli occhi di molti.  Alla manifestazione non partecipano molte persone ma i ragazzi della scuola media Pascoli espongono cartelloni con slogan ‘’No alla mafia, non vogliamo la camorra a Taurianova’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I consiglieri del Pds e del Psi, da parte loro, chiedono le dimissioni della giunta e lo scioglimento del Consiglio mentre il vicesindaco non può evitare di affermare: ‘’Si, qui c’è mafia’’. In effetti, la ‘ndrangheta in questo periodo intimorisce la cittadinanza e si mostra spietata con faide sanguinose che non si preoccupano di uccidere in pieno giorno, davanti ai passanti. Soprattutto a Taurianova, dove, nel consiglio comunale dove sette consiglieri sono condannati o sotto processo perché accusati di avere legami con la criminalità organizzata locale. Esemplare il caso di Francesco Macrì, detto “mazzetta”, la cui sorella era sindaco del comune. Come scritto nel libro “Fratelli di sangue” le vicende mafiose di Taurianova si sono intrecciate, in quegli anni, con quelle amministrative, dominate dalla famiglia Macrì . Dopo la latitanza e dopo tre anni trascorsi in carcere, il ritorno di Giovinazzo, sostenuto dai Piromalli – Molè, è riuscito a riportare la calma a Taurianova&amp;lt;ref&amp;gt;Fratelli di sangue, N. Gratteri e A. Nicaso, cit. p. 149&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stessa situazione si presenta nell’Asl di Locri che viene sciolta in quanto, nell&#039;azienda che serve 42 comuni, molti dipendenti delle istituzioni locali sono legati o per vincoli di parentela o per vincoli di amicizia alle famiglie criminali del territorio.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Reazione mediatica del caso===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, l’uccisione di cinque persone in sole ventiquattro ore non passa inosservato in quanto si parla pur sempre di un paese della provincia di Reggio Calabria che conta circa 15.000 abitanti. Di questo venerdì nero, però, a rimanere impressa nella mente di molti è la scena della macabra decapitazione del Grimaldi, descritta inizialmente dalla stampa locale. Così seguono una serie di approfondimenti e denunce pubblicate su testate giornalistiche nazionali .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Su la Repubblica riecheggiano le parole da Giorgio Bocca e di Guido Neppi Modona, scritte rispettivamente il 5 e il 6 maggio 1991: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’[…]si esclude che i partiti di governo vogliano davvero colpire, scardinare un meccanismo elettorale, un’organizzazione del consenso basati sulla complicità dei partiti padroni della finanza pubblica con la malavita che controlla voti e territorio […] se al sud non si muovono gli onesti, se non ci pensano i cittadini, la mano  nera della Mafia continuerà a crescere’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Secondo un recentissimo sondaggio, in caso di elezioni anticipate, nelle regioni del mezzogiorno DC e Psi sono accreditati di un clamoroso successo elettorale, tale da assicurare la maggioranza assoluta. Quei voti provengono – è inutile storcere il naso – anche dalle zone sottoposte al controllo territoriale della mafia, ed in questo confuso crepuscolo della nostra democrazia le esigenze elettorali passano, come è noto, davanti ad ogni valutazione dell’interesse generale del paese’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 6 maggio 1991, sull’Unità si scrive ‘’Troppe immagini raccapriccianti ci hanno raggiunti in questi ultimi tempi dal nostro sognante e furente Sud, di torture, squarciamenti, atrocità senza nome. Non si risparmiano i bambini e ora, neanche i morti […] Abbiamo permesso loro di infiltrarsi nelle amministrazioni delle città, di spadroneggiare, legalmente e illegalmente, in ogni parte d’Italia. E l’esempio, che è la cosa essenziale, l’esempio che viene dall&#039;alto non è purtroppo limpido. Ci sono intrecci, poco chiari, troppi silenzi, ambiguità, menzogne […]’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Basterebbe aver presenti le due mappe, quella elettorale e quella criminale, per capire come, di là delle due parole, tra i poteri delle due aree non vi sia antagonismo ma una chiara complementarietà’’ scrive G. Di Lello sul Manifesto, l’8 maggio 1991 .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Lo scioglimento del consiglio comunale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La legge 8 giugno 1990, n. 142, sul nuovo ordinamento delle autonomie locali all&#039;art. 39 consente lo scioglimento dei consigli comunali in caso di atti considerati contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge e si nota subito come l’art. 39 non possa essere applicato al caso Taurianova. A seguito di una valutazione dei fatti, anche il Ministro di Grazia e Giustizia, fortemente colpito dall&#039;efferata strage del 3 maggio, auspica lo scioglimento del consiglio comunale della città calabrese e si decide di emanare una nuova norma ad hoc per lo scioglimento degli enti caratterizzati da infiltrazioni o condizionamenti mafiosi .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viene, così, definito il decreto legge 31 maggio 1991, n. 164 che introduce l’art. 15 bis alla legge antimafia n. 55 del 1990. ‘’Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, di tipo mafioso’’. Ancora, il decreto legge 164 stabilisce che i consigli comunali e provinciali possono essere sciolti alla scoperta di collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori tali da compromettere l’imparzialità e il buon andamento degli organi elettivi, il regolare funzionamento dei servizi o fossero tali da arrecare pregiudizio per la sicurezza pubblica. &amp;lt;ref&amp;gt;Lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, Gnosis rivista italiana di intelligence&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il prefetto di Reggio Calabria dispose la sospensione del consiglio comunale di Taurianova,  successivamente sciolto con un decreto del Presidente della Repubblica in data 2 agosto 1991. In particolare, l’allora Ministro dell’Interno, Scotti, nella richiesta di scioglimento del consiglio comunale di Taurianova, indirizzata al Presidente della Repubblica, afferma che la cittadina calabrese presenta fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso; sono stati evidenziati collegamenti diretti e indiretti tra amministrazione e criminalità organizzata con carattere di continuità sia per la presenza all’interno dell’amministrazione locale di soggetti legati alle famiglie protagoniste della malavita di Taurianova, sia in conseguenza alla coesistenza nella medesima persona della qualità di pubblico amministratore e di esponente di cosca mafiosa &amp;lt;ref&amp;gt;cit. Decreto del Presidente della Repubblica, 2 agosto 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In effetti, fra i componenti del consiglio comunale di Taurianova sono presenti: &lt;br /&gt;
*Zagari Rocco, impiegato dell’U.S.L. locale, legato alla famiglia Avignone-Giovinazzo e rimasto ucciso  da sicari in data 2 maggio 1991; &lt;br /&gt;
*Macrì Francesco, condannato a quattro anni e due mesi di reclusione e con interdizione perpetua dai pubblici uffici dalla sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria il 21 giugno 1990;&lt;br /&gt;
*Falleti Giuseppe, il quale si lega per rapporti di amicizia e parentela alla cosca Avignone;&lt;br /&gt;
*Fava Antonio Vincenzo, legato al maggiore esponente del clan mafioso di Antonio Rositano della cosca Avignone-Giovinazzo;&lt;br /&gt;
*Germanò Luigi, al quale è stata vietata la detenzione di armi e munizioni dal 1986 e che frequenta abitualmente pregiudicati e soggetti sottoposti a misure di prevenzione;&lt;br /&gt;
*Legato Giuseppe, computato con Macrì in vari procedimenti penali;&lt;br /&gt;
*Leva Francesco, come altri sospettato di essere vicino alle famiglie criminali locali;&lt;br /&gt;
*Sposato Francesco, per il quale è stata avviata una diffida di pubblica sicurezza in quanto legato all&#039;omonimo clan mafioso;&lt;br /&gt;
*Zavaglia Michele, è stato condannato dal Tribunale di Palmi ad un anno e sei mesi di reclusione per il reato di cui agli articoli 407, 110, 640 e 483 c.p. il 13 marzo 1991.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, sindaco di Taurianova è Olga Macrì, sorella del già citato Macrì Francesco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini sulle morti dei cinque uomini rimasti uccisi nel cosiddetto venerdì nero e le successive azioni criminali che sono collegate alla faida di Taurianova portano all&#039;arresto di diciotto persone direttamente o indirettamente vicine alle cosche locali in disputa per il controllo del territorio e dei traffici illeciti collegati. &lt;br /&gt;
Le accuse mosse sono: associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, oltre ad altri reati . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e il sostituto Antonio D’Amato chiedono ai giudici delle indagini preliminari, Diego Mattellini e Carlo Maria Pellicano, l’ordinanza per arrestare affiliati alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;Con la testa mozzata fecero tiro al bersaglio, La Repubblica, 17 marzo 1992&amp;lt;/ref&amp;gt; .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine delle indagini, vengono arrestate: undici persone a Taurianova, considerate esponenti delle famiglie Zagari, Viola, Fazzolari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi; sei persone a Genova, legate alle famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo; una persona viene raggiunta a Siena, legata alla famiglia Maiolo. Due accusati si trovano già in carcere  mentre due uomini riescono ad allontanarsi prima di essere arrestati.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di Gratteri N. e Nicaso A.&lt;br /&gt;
*Cronaca di una strage annunciata, di Maduli M.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_del_Venerd%C3%AC_nero_di_Taurianova&amp;diff=4679</id>
		<title>Strage del Venerdì nero di Taurianova</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_del_Venerd%C3%AC_nero_di_Taurianova&amp;diff=4679"/>
		<updated>2015-02-26T13:38:54Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;
&amp;lt;center&amp;gt;&#039;&#039;&amp;quot;In Calabria la barbarie non conosce limiti. Cinque morti ammazzati solo venerdì scorso. I killer tagliano il capo ad una vittima agonizzante e ci giocano davanti a 20 persone&amp;quot;&#039;&#039;&amp;lt;/center&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E’ il &#039;&#039;&#039;3 maggio&#039;&#039;&#039; del &#039;&#039;&#039;1991&#039;&#039;&#039; quando, a Taurianova (RC), si consuma la sanguinosa e crudele vendetta per la morte del capofamiglia &#039;&#039;&#039;Rocco Zagari&#039;&#039;&#039; .&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
Lo scenario entro il quale si inserisce la &#039;&#039;&#039;strage del venerdì nero a Taurianova&#039;&#039;&#039; è la guerra tra le famiglie locali nella provincia di Reggio Calabria che ha comportato una serie di omicidi: quel giorno a morire sono state ben quattro persone, in orari differenti, nella giornata ora ricordata come venerdì nero, facendo riscoprire a tutto il paese il carattere disumano della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale calabrese. Inoltre, la faida ha determinato l’estinzione della famiglia Neri, mentre i fratelli Roberto e Salvatore Grimaldi hanno deciso di collaborare con la giustizia. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In Calabria, la piana di Gioia Tauro negli anni Novanta  viene considerata  il far west della penisola, ovvero ‘’una terra felice e ricca di zolle grasse, abitata però da gente infelice’’ &amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova, ‘ndrangheta è legge e la strage non è ancora finita, La Repubblica, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; ed è a Taurianova, in particolare, che si anima un violento  scontro tra più famiglie contrapposte: un territorio dove a dettare legge non è tanto lo Stato quanto le ‘ndrine locali mentre la popolazione assiste terrorizzata a vendette incrociate nella lunga e sanguinosa faida di Taurianova . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo scenario in cui si è evoluta la mattanza del venerdì nero è una guerra di successione tra le cosche di Radicena e di Iatrinoli – due comuni che unendosi hanno dato vita alla cittadina della provincia di Reggio Calabria: due fazioni avverse, quella  Zagari-Avignone-Viola-Giovinazzo da una parte e quella Asciutto-Alampi dall&#039;altra, che si contendono il controllo sul territorio, considerato largamente proficuo per gli affari illeciti ed il traffico di droga. La faida scoppia tra il 1989 e il 1991 e termina con 32 morti a seguito dell’uccisione di Rocco Neri, il 2 luglio del 1989 .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, Mimmo Giovinazzo il boss reggente, viene assassinato nel maggio del 1990 e l’unico uomo considerato degno di prendere il suo posto e sostituirlo alla guida della famiglia è Rocco Zagari, impiegato come infermiere generico all&#039;ospedale locale, il quale però viene freddato da un killer armato che gli rivolge diversi colpi di pistola mentre è ancora seduto sulla sedia del barbiere. L’omicidio avviene il 2 maggio 1991. A risposta di questo assassinio segue la mattanza del venerdì nero con una serie di vendette trasversali . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 3 maggio 1991, precisamente alle 12:30 del mattino, Sorrento Pasquale, un giovane di 29 anni, viene raggiunto da diciannove colpi di lupara. Esattamente quattro ore dopo, in via Solferino accanto all&#039;ufficio postale, vengono assassinati i due fratelli Grimaldi: Giovanni, di anni 59, e Giuseppe, di anni 54, entrambi incensurati che secondo la ricostruzione dei fatti cercano di mettersi in salvo inutilmente ed il corpo di Giuseppe Grimaldi  viene macabramente mutilato da uno dei sicari che dopo avergli tolto di mano un coltello – con il quale l’uomo cerca di difendersi -  gli mozza la testa per poi lanciarla in aria .&lt;br /&gt;
Dettagli macabri dell’omicidio di Grimaldi sono stati resi noti dalla stampa locale suscitando così l’interesse mediatico nazionale. L’articolo pubblicato da L’Unità sottolinea, infatti, come uno dei killer abbia tolto di mano il coltello che il Giuseppe Grimaldi aveva preso per difendersi e abbassandosi sulla vittima con colpi netti e precisi gli ha mozzato la testa e l’ha lanciata in aria dopo averla ruotata come una mazza tenendola per i capelli. La testa è andata su come una palla di pezza, un atroce giocattolo dello squadrone della morte. Un altro killer, con un gesto fulmineo, ha imbracciato il fucile ed ha mirato. Un colpo solo, nel silenzio terrorizzato di una ventina di persone inchiodate dalla paura. La testa, come investita da un vento improvviso, è tornata in alto. Una parabola breve prima di ricadere un poco più in là&amp;lt;ref&amp;gt;Taurianova: decapitati e fucilati, L’Unità, 5 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre nella stessa giornata alle ore 20:30, stessa crudele sorte spetta a La Ficara Rocco, venditore di bombole a gas di 36 anni, il quale viene raggiunto dai sicari. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Vittime del venerdì nero di Taurianova sono quattro persone:&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
#Sorrento Pasquale, di anni 29, viene raggiunto da ben diciannove colpi di lupara;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giovanni, di anni 59;&lt;br /&gt;
#Grimaldi Giuseppe, di anni 54, padre di Vincenzo che è in carcere e quindi non facilmente raggiungibile;&lt;br /&gt;
#La Ficara Rocco, di anni 36,  cognato del Sorrento.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Conseguenze della mattanza==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Taurianova, un centro agricolo situato nella piana di Gioia Tauro, da tempo vive un periodo di violenza mafiosa tanto che giornalisti nazionali e non arrivano in Calabria per documentare il “caso Taurianova” ricordando anche la tragica &#039;&#039;&#039;strage di Razzà&#039;&#039;&#039; (1 aprile 1977). Ad emergere è una pubblica amministrazione completamente legata e condizionata dalla criminalità locale .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Vendette collegate alle morti del venerdì nero===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Al termine di questa giornata di sangue il piano omicida delle ‘ndrine non è, ancora, totalmente compiuto: altri tre morti, infatti, si aggiungono all’elenco dei cinque deceduti del 3 maggio, quando verso le 21:45 in un bar di Laureana di Borrello, a trenta chilometri da Taurianova, vengono assassinati Berlingeri Luigi, di anni 25; Ietto Emilio, di anni 32 e  Minzoturo Leonardo, di anni 20. I tre uomini sono manovali di una cosca. Ancora, nella notte del giorno dopo la strage del venerdì nero, due uomini travestiti da carabinieri cercano di uccidere il resto della famiglia di Giuseppe Grimaldi – vittime dell’attentato sono la moglie Luciana Laruffa e gli altri due figli, Roberto e Rosita – molto probabilmente per rancori riservati alla “pecora nera della famiglia”, Vincenzo di 20 anni legato alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;”Così hanno decapitato mio marito”, La Repubblica, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; mentre il 14 maggio dello stesso anno, viene ucciso a Carmignano di Brenta Messina Michele, presunto affiliato dei Pesce . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Mobilitazione sociale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla mattanza del venerdì nero di Taurianova segue una mobilitazione sociale come risposta di protesta spontanea dei cittadini onesti. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’“Siete i maledetti da Dio”’’ è un manifesto stampato che il parroco di Taurianova, monsignor Francesco Muscari (da 23 anni parroco della chiesa Santa Maria delle Grazie della città) fa stampare a proprie spese e fa affiggere per le strade della città per far sentire a tutti i mafiosi la lontananza della Chiesa per gli atti atroci compiuti nei giorni precedenti .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le parole scritte nero su bianco da monsignor Muscari vengono riportate su giornali nazionali come L’Unità che dedica un articolo alla protesta della parrocchia locale ‘‘Non so come raggiungervi… non so chi siete. Lo voglio fare con un pubblico manifesto. Vi grido con tutta la veemenza del mio cuore sacerdotale: fermatevi, nel nome di Dio! Queste atrocità gridano vendetta al cospetto di Dio. Siete maledetti da Dio. Se sfuggite alla giustizia umana non sfuggirete alla giustizia di Dio…’’&amp;lt;ref&amp;gt;”Mafiosi siete maledetti da Dio, fermatevi!”, L’Unità, 9 maggio 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Allo stesso modo fanno le “donne contro la mafia” e i giovani della sinistra della città che si ritrovano uniti in una manifestazione per la legalità e soprattutto contro la criminalità organizzata che, nei giorni precedenti, hanno segnato la storia del luogo con la macabra uccisione di quelle vittime cadute davanti gli occhi di molti.  Alla manifestazione non partecipano molte persone ma i ragazzi della scuola media Pascoli espongono cartelloni con slogan ‘’No alla mafia, non vogliamo la camorra a Taurianova’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
I consiglieri del Pds e del Psi, da parte loro, chiedono le dimissioni della giunta e lo scioglimento del Consiglio mentre il vicesindaco non può evitare di affermare: ‘’Si, qui c’è mafia’’. In effetti, la ‘ndrangheta in questo periodo intimorisce la cittadinanza e si mostra spietata con faide sanguinose che non si preoccupano di uccidere in pieno giorno, davanti ai passanti. Soprattutto a Taurianova, dove, nel consiglio comunale dove sette consiglieri sono condannati o sotto processo perché accusati di avere legami con la criminalità organizzata locale. Esemplare il caso di Francesco Macrì, detto “mazzetta”, la cui sorella era sindaco del comune. Come scritto nel libro “Fratelli di sangue” le vicende mafiose di Taurianova si sono intrecciate, in quegli anni, con quelle amministrative, dominate dalla famiglia Macrì . Dopo la latitanza e dopo tre anni trascorsi in carcere, il ritorno di Giovinazzo, sostenuto dai Piromalli – Molè, è riuscito a riportare la calma a Taurianova&amp;lt;ref&amp;gt;Fratelli di sangue, N. Gratteri e A. Nicaso, cit. p. 149&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Stessa situazione si presenta nell’Asl di Locri che viene sciolta in quanto, nell&#039;azienda che serve 42 comuni, molti dipendenti delle istituzioni locali sono legati o per vincoli di parentela o per vincoli di amicizia alle famiglie criminali del territorio.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Reazione mediatica del caso===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A Taurianova, l’uccisione di cinque persone in sole ventiquattro ore non passa inosservato in quanto si parla pur sempre di un paese della provincia di Reggio Calabria che conta circa 15.000 abitanti. Di questo venerdì nero, però, a rimanere impressa nella mente di molti è la scena della macabra decapitazione del Grimaldi, descritta inizialmente dalla stampa locale. Così seguono una serie di approfondimenti e denunce pubblicate su testate giornalistiche nazionali .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Su la Repubblica riecheggiano le parole da Giorgio Bocca e di Guido Neppi Modona, scritte rispettivamente il 5 e il 6 maggio 1991: &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’[…]si esclude che i partiti di governo vogliano davvero colpire, scardinare un meccanismo elettorale, un’organizzazione del consenso basati sulla complicità dei partiti padroni della finanza pubblica con la malavita che controlla voti e territorio […] se al sud non si muovono gli onesti, se non ci pensano i cittadini, la mano  nera della Mafia continuerà a crescere’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Secondo un recentissimo sondaggio, in caso di elezioni anticipate, nelle regioni del mezzogiorno DC e Psi sono accreditati di un clamoroso successo elettorale, tale da assicurare la maggioranza assoluta. Quei voti provengono – è inutile storcere il naso – anche dalle zone sottoposte al controllo territoriale della mafia, ed in questo confuso crepuscolo della nostra democrazia le esigenze elettorali passano, come è noto, davanti ad ogni valutazione dell’interesse generale del paese’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il 6 maggio 1991, sull’Unità si scrive ‘’Troppe immagini raccapriccianti ci hanno raggiunti in questi ultimi tempi dal nostro sognante e furente Sud, di torture, squarciamenti, atrocità senza nome. Non si risparmiano i bambini e ora, neanche i morti […] Abbiamo permesso loro di infiltrarsi nelle amministrazioni delle città, di spadroneggiare, legalmente e illegalmente, in ogni parte d’Italia. E l’esempio, che è la cosa essenziale, l’esempio che viene dall&#039;alto non è purtroppo limpido. Ci sono intrecci, poco chiari, troppi silenzi, ambiguità, menzogne […]’’ .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
‘’Basterebbe aver presenti le due mappe, quella elettorale e quella criminale, per capire come, di là delle due parole, tra i poteri delle due aree non vi sia antagonismo ma una chiara complementarietà’’ scrive G. Di Lello sul Manifesto, l’8 maggio 1991 .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Lo scioglimento del consiglio comunale===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La legge 8 giugno 1990, n. 142, sul nuovo ordinamento delle autonomie locali all&#039;art. 39 consente lo scioglimento dei consigli comunali in caso di atti considerati contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge e si nota subito come l’art. 39 non possa essere applicato al caso Taurianova. A seguito di una valutazione dei fatti, anche il Ministro di Grazia e Giustizia, fortemente colpito dall&#039;efferata strage del 3 maggio, auspica lo scioglimento del consiglio comunale della città calabrese e si decide di emanare una nuova norma ad hoc per lo scioglimento degli enti caratterizzati da infiltrazioni o condizionamenti mafiosi .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Viene, così, definito il decreto legge 31 maggio 1991, n. 164 che introduce l’art. 15 bis alla legge antimafia n. 55 del 1990. ‘’Misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, di tipo mafioso’’. Ancora, il decreto legge 164 stabilisce che i consigli comunali e provinciali possono essere sciolti alla scoperta di collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata o forme di condizionamento degli amministratori tali da compromettere l’imparzialità e il buon andamento degli organi elettivi, il regolare funzionamento dei servizi o fossero tali da arrecare pregiudizio per la sicurezza pubblica. &amp;lt;ref&amp;gt;Lo scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, Gnosis rivista italiana di intelligence&amp;lt;/ref&amp;gt; .&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il prefetto di Reggio Calabria dispose la sospensione del consiglio comunale di Taurianova,  successivamente sciolto con un decreto del Presidente della Repubblica in data 2 agosto 1991. In particolare, l’allora Ministro dell’Interno, Scotti, nella richiesta di scioglimento del consiglio comunale di Taurianova, indirizzata al Presidente della Repubblica, afferma che la cittadina calabrese presenta fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso; sono stati evidenziati collegamenti diretti e indiretti tra amministrazione e criminalità organizzata con carattere di continuità sia per la presenza all’interno dell’amministrazione locale di soggetti legati alle famiglie protagoniste della malavita di Taurianova, sia in conseguenza alla coesistenza nella medesima persona della qualità di pubblico amministratore e di esponente di cosca mafiosa &amp;lt;ref&amp;gt;cit. Decreto del Presidente della Repubblica, 2 agosto 1991&amp;lt;/ref&amp;gt; . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In effetti, fra i componenti del consiglio comunale di Taurianova sono presenti: &lt;br /&gt;
*Zagari Rocco, impiegato dell’U.S.L. locale, legato alla famiglia Avignone-Giovinazzo e rimasto ucciso  da sicari in data 2 maggio 1991; &lt;br /&gt;
*Macrì Francesco, condannato a quattro anni e due mesi di reclusione e con interdizione perpetua dai pubblici uffici dalla sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria il 21 giugno 1990;&lt;br /&gt;
*Falleti Giuseppe, il quale si lega per rapporti di amicizia e parentela alla cosca Avignone;&lt;br /&gt;
*Fava Antonio Vincenzo, legato al maggiore esponente del clan mafioso di Antonio Rositano della cosca Avignone-Giovinazzo;&lt;br /&gt;
*Germanò Luigi, al quale è stata vietata la detenzione di armi e munizioni dal 1986 e che frequenta abitualmente pregiudicati e soggetti sottoposti a misure di prevenzione;&lt;br /&gt;
*Legato Giuseppe, computato con Macrì in vari procedimenti penali;&lt;br /&gt;
*Leva Francesco, come altri sospettato di essere vicino alle famiglie criminali locali;&lt;br /&gt;
*Sposato Francesco, per il quale è stata avviata una diffida di pubblica sicurezza in quanto legato all&#039;omonimo clan mafioso;&lt;br /&gt;
*Zavaglia Michele, è stato condannato dal Tribunale di Palmi ad un anno e sei mesi di reclusione per il reato di cui agli articoli 407, 110, 640 e 483 c.p. il 13 marzo 1991.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Inoltre, sindaco di Taurianova è Olga Macrì, sorella del già citato Macrì Francesco.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Le indagini==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le indagini sulle morti dei cinque uomini rimasti uccisi nel cosiddetto venerdì nero e le successive azioni criminali che sono collegate alla faida di Taurianova portano all&#039;arresto di diciotto persone direttamente o indirettamente vicine alle cosche locali in disputa per il controllo del territorio e dei traffici illeciti collegati. &lt;br /&gt;
Le accuse mosse sono: associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio, oltre ad altri reati . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e il sostituto Antonio D’Amato chiedono ai giudici delle indagini preliminari, Diego Mattellini e Carlo Maria Pellicano, l’ordinanza per arrestare affiliati alle cosche locali &amp;lt;ref&amp;gt;Con la testa mozzata fecero tiro al bersaglio, La Repubblica, 17 marzo 1992&amp;lt;/ref&amp;gt; .  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Alla fine delle indagini, vengono arrestate: undici persone a Taurianova, considerate esponenti delle famiglie Zagari, Viola, Fazzolari, Giovinazzo, Alampi e Grimaldi; sei persone a Genova, legate alle famiglie Asciutto, Grimaldi, Sorrenti, Reitano, Comandè e Maiolo; una persona viene raggiunta a Siena, legata alla famiglia Maiolo. Due accusati si trovano già in carcere  mentre due uomini riescono ad allontanarsi prima di essere arrestati.&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
==Note==&lt;br /&gt;
&amp;lt;references&amp;gt;&amp;lt;/references&amp;gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Fonti==&lt;br /&gt;
*Fratelli di sangue, di Gratteri N. e Nicaso A.&lt;br /&gt;
*Cronaca di una strage annunciata, di Maduli M.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Strage_di_Duisburg&amp;diff=4440</id>
		<title>Strage di Duisburg</title>
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		<updated>2014-10-11T13:05:42Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;&amp;quot;Nessuno poteva immaginare che un ristorante elegante e di alta qualità come &#039;Da Bruno&#039; potesse essere teatro di una carneficina del genere&amp;quot;. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La &#039;&#039;&#039;strage di Duisburg&#039;&#039;&#039; è un fatto criminale legato alla faida di San Luca, ad opera della ‘ndrina dei Nirta e degli Strangio in guerra con la ‘ndrina dei Pelle – Vottari, che ha suscitato maggiore clamore internazionale. L’agguato è stato compiuto il 15 agosto del 2007 davanti il ristorante “Da Bruno” nella cittadina tedesca ed ha comportato la morte di sei persone. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==La strage==&lt;br /&gt;
Il 15 agosto del 2007 al termine dei festeggiamenti per il compleanno di Tommaso Venturi, presso il locale “Da Bruno” a Duisburg, le sei vittime uscite dal ristorante, intorno alle ore 2.30, vengono travolte da circa 70 colpi di arma da fuoco sparati dai killer che li stavano aspettando in strada e che hanno concluso l’agguato sparando un colpo in testa a ciascuno dei corpi inermi per assicurarsi della loro morte. &lt;br /&gt;
I corpi sull’asfalto sono quelli del cuoco, nonché proprietario del locale, di due camerieri e di altri tre amici del proprietario. Tutti di origine calabrese. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le vittime===&lt;br /&gt;
#Giorgi Francesco, anni 16, originario di San Luca (RC) e nipote del proprietario del locale;&lt;br /&gt;
#Marmo Marco, anni 25, originario di Siderno (RC);&lt;br /&gt;
#Pergola Francesco, anni 22, originario di Siderno (RC);&lt;br /&gt;
#Pergola Marco, anni 20, originario di Siderno (RC);&lt;br /&gt;
#Strangio Sebastiano, anni 39, originario di San Luca (RC) e proprietario del locale;&lt;br /&gt;
#Venturi Tommaso, anni 18, originario di Corigliano Calabro (CS)&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Le indagini tra simboli e date===&lt;br /&gt;
Le indagini avviate subito dopo il ritrovamento dei corpi, a seguito della segnalazione di una passante, hanno obbligato la polizia tedesca (BKA) a prestare maggiore attenzione al fenomeno criminale così da stabilire una stretta e necessaria collaborazione con le autorità italiane (Interpol di Roma e Questura di Reggio Calabria).  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Gli investigatori hanno cercato di comprende il motivo che ha portato l’organizzazione criminale di stampo mafioso più discreta ad esporsi a livello internazionale con un gesto così plateale e rumoroso. Dalle indagini è emerso un possibile collegamento tra la mattanza di Duisburg e quella che ha causato la morte di Maria Strangio – moglie di Nirta Giovanni - nel 2006 meglio nota come la strage di Natale di San Luca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Date che si intrecciano: il 25 dicembre, giorno di Natale, e il 15 agosto, giorno di ferragosto. Da subito si presume, infatti, che l’obbiettivo della strage fosse Marmo Marco, il quale era sospettato di avere custodito le armi servite per l’omicidio della Strangio.&lt;br /&gt;
Due giorni dopo la strage, nel seminterrato del ristorante dove Marmo aveva cenato con gli altri cinque giovani uccisi a Duisburg, la polizia ha rinvenuto un fucile d’assalto americano Colt Ar-15 calibro 232 Remington, corrispondente al calibro 5,56, completo di quattro serbatoi caricati con novanta cartucce. Gli inquirenti hanno trovato altre 280 cartucce dello stesso calibro e una ventina di cartucce calibro 375 Magnum. Nella Golf di Marmo c’era la ricevuta di una caparra per 300 euro rilasciata come acconto per l’acquisto di un furgone blindato marcato Peugeot . Con l’aggiunta di vestiti mimetici, parrucche, e trucchi, il giovane, su richiesta di Antonio Pelle, stava raccogliendo tutto il materiale necessario per regolare i conti con Giovanni Luca Nirta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Qualche giorno dopo la strage di ferragosto la polizia tedesca ha diffuso tramite i media la foto di un santino di San Michele Arcangelo, piegato in quattro e bruciato al centro, ritrovato in una tasca dei pantaloni del giovane Venturi e così a questa scoperta sono state avanzate altre ipotesi sul possibile motivo che ha portato all’uccisione delle sei persone. Secondo gli investigatori, infatti, i killer erano ben informati su quanto si stava festeggiando la sera del 15 agosto del 2007 nel locale “Da Bruno”, ovvero non solo il compleanno della giovane vittima ma anche il rituale della sua affiliazione al clan.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In seguito ad ulteriori indagini si aggiungono altri tasselli mancanti alla strage di Duisburg: si fa riferimento agli investimenti illeciti delle cosche nel territorio tedesco ed in particolar modo al traffico di sostanze stupefacenti ed al traffico di armi internazionali motivo di lotte tra fazioni avverse soprattutto tra la ‘ndrina Nirta- Strangio e la ‘ndrina Pelle – Vottari – Romeo.&lt;br /&gt;
Pochi mesi prima della strage a Duisburg, un bigliettino da visita del locale “Da Bruno” era stato ritrovato accanto ad una mitraglietta Skorpion, a pistole con matricola abrasa, cartucce e banconote, in un bunker scavato sotto l’abitazione di uno dei Vottari nelle campagne di San Luca . &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Per questo motivo, secondo gli investigatori Strangio Sebastiano, pur avendo iniziato una vita lontano dall’Italia e dalla sua regione, non aveva mai abbandonato le sue radici e soprattutto i legami con il clan del suo paese. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Il processo==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sentenza di primo grado===&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
“[…] Non è stato un processo semplice ma siamo riusciti a fare piena luce su quanto è accaduto. Con la nostra indagine si è acclarato che la ‘ndrangheta è presente in modo forte in Europa ed anche nel resto del mondo. Le cosche sono capaci di gestire potere, anche quello economico. Ma tutto questo, per noi, non era una novità”. [N. Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria] &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
A seguito della strage di Duisburg, la Corte d’Assise di Locri ha condannato all’ergastolo:&lt;br /&gt;
* Nirta Francesco, &lt;br /&gt;
* Nirta Gianluca di anni 42, &lt;br /&gt;
* Nirta Giuseppe detto ‘Peppe u versu’ di anni 71, &lt;br /&gt;
* Pelle Francesco detto ‘Ciccio Pakistan’ di anni 34, &lt;br /&gt;
* Romeo Sebastiano di anni 34, &lt;br /&gt;
* Strangio Giovanni, &lt;br /&gt;
* Vottari Francesco detto ‘Ciccio u Frunzu’ di anni 40, &lt;br /&gt;
* Vottari Sebastiano detto ‘il Professore’ di anni 28. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Le condanne minori sono state per Carabetta Antonio e sua figlia Carabetta Sonia con anni 9 e Pelle Antonio con anni 12.&lt;br /&gt;
Gli assolti sono stati Liotino Luca, per il quale erano stati chiesti anni 15 di reclusione, Rechichi Antonio, per il quale era stata chiesta l’assoluzione, e Strangio Sebastiano, per il quale era stato chiesto l’ergastolo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
===Sentenza di secondo grado=== &lt;br /&gt;
Successivamente, la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la condanna di ergastolo per:&lt;br /&gt;
* Nirta Francesco; &lt;br /&gt;
* Nirta Giuseppe, detto ‘Peppe u versu’; &lt;br /&gt;
* Pelle Francesco, detto ‘Ciccio Pakistan’; &lt;br /&gt;
* Strangio Giovanni, considerato l’ideatore ed uno degli esecutori materiali della strage; &lt;br /&gt;
* Vottari Francesco, detto ‘Ciccio u Frunzu’;&lt;br /&gt;
* Vottari Sebastiano, detto ‘il Professore’. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sempre nella stessa sentenza è stata dichiarata una riduzione della pena da ergastolo ad anni 14 nei confronti di Nirta Gianluca e ad anni 12 nei confronti di Romeo Sebastiano oltre alla conferma della condanna di anni 12 a Pelle Antonio e di anni 9 a  Carabetta Sonia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
==Bibliografia==&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
* Ciconte E., ‘Ndrangheta;&lt;br /&gt;
* Gratteri N., Nicaso A., La malapianta;&lt;br /&gt;
* Gratteri N., Nicaso A., Fratelli di sangue.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
{{bozza}}[[Categoria:Le stragi di mafia]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Categoria:Vittime_di_%27ndrangheta&amp;diff=3165</id>
		<title>Categoria:Vittime di &#039;ndrangheta</title>
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		<updated>2014-01-28T14:26:41Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1946]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[28 novembre]]: [[Giuditta Levato]], contadina di Calabricata (CZ)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1951]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[30 agosto]]: Antonio Sanginiti, maresciallo dei carabinieri di Delianuova (RC); Francesco Papalia, pastore di Piani di Carmelia (RC)&lt;br /&gt;
* [[3 ottobre]]: Domenica Zucco, bambino di 3 anni di San Martino di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1962]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[22 dicembre]]: Maria e Natalina Stillitano, sartine di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1967]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* 23 Giugno: Strage al mercato di Locri (RC).&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime]]&lt;br /&gt;
XX Secolo&lt;br /&gt;
1951&lt;br /&gt;
*30 marzo: Antonio Sanginiti, comandante della stazione dei Carabinieri di Petrizzi (CZ) e Francesco Papalia, pastore di Delianuova (RC)&lt;br /&gt;
1972&lt;br /&gt;
*16 aprile: Domenico Cannata, elettricista di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
*27 dicembre: Giovanni Ventra, consigliere comunale di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1975&lt;br /&gt;
*13 aprile: Domenico e Michele Facchineri, fratelli di 11 e 8 anni, Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
*3 luglio: Francesco Ferlaino, avvocato generale della Corte d’appello di Catanzaro di Nicastro (CZ)&lt;br /&gt;
1976&lt;br /&gt;
*4 giugno: Alberto Capua, avvocato ed ex sindaco, e Vincenzo Ranieri, autista, di Melicuccà (RC)&lt;br /&gt;
*7 ottobre: Vincenzo Macrì, farmacista di Grotteria (RC) &lt;br /&gt;
*10 dicembre: Francesco Vinci, ragazzo di 18 anni leader della Fgci di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1977&lt;br /&gt;
*1 aprile: Stefano Condello, appuntato, e Vincenzo Caruso, carabiniere, di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
*12 marzo: Rocco Gatto, mugnaio iscritto al pc di Gioiosa Ionica (RC)&lt;br /&gt;
*28 agosto: Mariangela Passiatore madre di due figli, rapita e uccisa in una vacanza in Calabria&lt;br /&gt;
*1 settembre: Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco (moglie) e Francesco Alessio Conte (figlio di 9 anni) di Gioia Tauro (RC) &lt;br /&gt;
1978&lt;br /&gt;
*21 agosto: Fortunato Furore, commerciante di Platì (RC)&lt;br /&gt;
1979&lt;br /&gt;
*5 gennaio: Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini, operai della ditta Montresor e Morselli di Verona di Rizziconi (RC)&lt;br /&gt;
*9 febbraio: Antonino Tripodi e Rocco Barillà ragazzi di 25 e 26 anni, Sambatello di Reggio Calabria (RC)&lt;br /&gt;
1980&lt;br /&gt;
*14 aprile: Bruno Vinci, falegname di Serra San Bruno (VV)&lt;br /&gt;
*11 giugno: Giuseppe Valarioti, dirigente del Partito Comunista Italiano di Nicotera (VV)&lt;br /&gt;
*21 giugno: Giovanni (Giannino) Losardo, segretario giudiziario della Procura di Paola e assessore di Cetraro (CS)&lt;br /&gt;
*6 ottobre: Silvio De Francesco, farmacista di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
1981&lt;br /&gt;
*22 febbraio: Rossella Casini, giovane fiorentina innamorata di Palmi (RC)&lt;br /&gt;
*2 giugno: Mario Cilento di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*27 ottobre: Lucio Ferrami, commerciante di Cetraro (CS) &lt;br /&gt;
1982&lt;br /&gt;
*13 gennaio: Francesco Pantaleone Borrelli, carabiniere ed elicotterista di Curto (KR)&lt;br /&gt;
*25 marzo: Luigi Gravina, commerciante di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*3 maggio: Gennaro Musella, ingegnere di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*28 luglio: Pompeo Panaro, commerciante di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*27 settembre: Mario Lattuca, operaio di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*9 novembre: Edoardo Annichiarico, ragazzo di 16 anni di Castrovillari (CS)&lt;br /&gt;
*10 dicembre: Francesco Panzera, professore di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*18 dicembre: Mario Dodaro, imprenditore di Castolibero (CS)&lt;br /&gt;
1985&lt;br /&gt;
*6 febbraio: Carmine Tripodi, brigadiere di 25 anni di San Luca (RC)&lt;br /&gt;
*28 febbraio: Giuseppe Macheda, vigile urbano di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*12 marzo: Sergio Cosmai, vice direttore di alcune case circondariali di Cosenza&lt;br /&gt;
*27 marzo: Domenico De Maio, sindaco di Platì (RC)&lt;br /&gt;
*4 maggio: Antonio Vicari, imprenditore di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
1986&lt;br /&gt;
*7 febbraio: Filippo Sansone, maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia di Brancaleone (RC)&lt;br /&gt;
*11 febbraio: Francesco Prestia, uomo del PCI e sindaco, e Domenica De Girolamo (moglie di Prestia) di Platì (RC)&lt;br /&gt;
*15 novembre: Antonio Bertuccio, cacciatore di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1987&lt;br /&gt;
*4 marzo: Giuseppe Rechichi, vicepreside di un Istituto magistrale di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
*10 aprile: Rosario Iozia, vicebrigadiere di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
*15 giugno: Antonio Civinini, carabiniere Vibo Valentia&lt;br /&gt;
*7 novembre: Giovanni Mileto, operaio di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1988&lt;br /&gt;
*12 febbraio: Francesco Megna, frequenta il primo anno dell’istituto per geometri di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
*2 settembre: Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
*9 settembre: Abed Manyami di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
*25 settembre: Luigi Ioculano, medico di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
*14 novembre: Maria Stella Calà, dipendente del settore amministrativo del carcere di Locri (RC)&lt;br /&gt;
1989&lt;br /&gt;
*24 febbraio: Marcella Tassone, ragazza di 9 anni di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
*1 giugno: Don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Moschetta a Locri (RC)&lt;br /&gt;
*23 novembre: Nicola Piromalli, operaio di una ditta edile di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1990&lt;br /&gt;
*2 gennaio: Andrea Bonfante, ragazzo di 15 anni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*7 febbraio: Giovanni Trecroci, vicesindaco e assessori ai lavori pubblici di Villa S. Giovanni (RC)&lt;br /&gt;
*23 febbraio: Saverio Purita, ragazzo di 11 anni di Vibo Valentia (VV)&lt;br /&gt;
*8 maggio: Giuseppe Bicchieri, dipendente comunale, e Mariangela Anzalone di 8 anni (nipote di Bicchiere) di Oppido Mamertina (RC)&lt;br /&gt;
*4 luglio: Arturo Caputo, ragazzo di 16 anni di Strongoli (KT)&lt;br /&gt;
*1 settembre: Domenico Catalano, ragazzo di 16 anni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*7 settembre: Maria Marcella (madre di 47 anni) ed Elisabetta Gagliardi (figlia di 9 anni) di Palermiti (CZ)&lt;br /&gt;
*8 settembre: Antonio Marino, carabiniere di San Ferdinando (RC)&lt;br /&gt;
1991:&lt;br /&gt;
*12 marzo: Antonio Valenti,  31 anni, di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*24 maggio: Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, operatori ecologici di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
*10 luglio: Antonio Cordopatri, proprietario terriero di Reggio Calabria &lt;br /&gt;
*9 agosto: Antonino Scopelliti, magistrato Campo Calabro (RC)&lt;br /&gt;
*20 agosto: Renato Lio, appuntato dei carabinieri di Soverato (CZ)&lt;br /&gt;
*25 agosto: Domenico Mafrici, commerciante di bestiame di Condofuri (RC)&lt;br /&gt;
*28 settembre: Demetrio Quattrone, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, e Nicola Soverino, medico  di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
1992&lt;br /&gt;
*4 gennaio: Salvatore Aversa, polizziotto, e Lucia Precenzano (moglie)  di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
1993&lt;br /&gt;
*20 marzo: Domenico Pandolfo, primario di neurochirurgia di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*16 aprile: Giuseppe Marino di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*14 maggio: Nicola Remondino, commerciante della frazione di Porto Salvo (RC) &lt;br /&gt;
*22 luglio: Adolfo Cartisano, fotografo di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
1994&lt;br /&gt;
*2 marzo: Geoffrey Bowen, giovane detective&lt;br /&gt;
*27 marzo: Maria Teresa Pugliese, moglie di un ex sindaco di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*24 maggio: Giovanni Simonetti, avvocato di Gioiosa Ionica (RC)&lt;br /&gt;
*16 settembre: Francesco Aloio, ragazzo di 22 anni di Filadelfia (VV)&lt;br /&gt;
*29 settembre: Nicolas Green, bambino statunitense di 7 anni, di Vibo Valentia&lt;br /&gt;
1995&lt;br /&gt;
*1 novembre: Luigi Coluccio, commerciante di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*13 dicembre: Natale De Grazia, comandante della capitaneria di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
1998&lt;br /&gt;
*3 gennaio: Davide Ladini, ragazzo di 17 anni, e Saverio Ieraci, ragazzo di 13 anni, di Cinquefrondi (RC)&lt;br /&gt;
1999&lt;br /&gt;
*2 novembre: Antonio Musolino, piccolo imprenditore di Benestare (RC) &lt;br /&gt;
XXI Secolo&lt;br /&gt;
2000&lt;br /&gt;
*26 febbraio: Ferdinando Chiarotti, pensionato di Strongoli (KT)&lt;br /&gt;
*3 marzo: Francesco Scerbo, giovane volontario dell’Unitalsi di Isola Capo Rizzuto (KR)&lt;br /&gt;
*13 aprile: Domenico Gullaci, commerciante di Marina di Gioiosa Jonica (RC)&lt;br /&gt;
*21 luglio: Salvatore Cataldo, commerciante di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
*25 agosto: Giuseppe Manfreda, muratore di Mesoraca (KT)&lt;br /&gt;
2002&lt;br /&gt;
*3 marzo: Torquato Ciriaco, avvocato di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
2004&lt;br /&gt;
*21 luglio: Antonio Maiorano, operaio forestale di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*17 settembre: Massimiliano Carbone di Locri (RC)&lt;br /&gt;
2005&lt;br /&gt;
*30 marzo: Daniele Polimeni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*24 maggio: Gianluca Congiusta, commerciante di Siderno (RC)&lt;br /&gt;
*16 ottobre: Francesco Fortugno, medico e politico di Locri (RC)&lt;br /&gt;
2006:&lt;br /&gt;
*11 giugno: Fedele Scarcella, proprietario terriero di Briatico (VV)&lt;br /&gt;
2007&lt;br /&gt;
*1 agosto: Luigi Rende, guardia giurata di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
2008&lt;br /&gt;
*26 marzo: Antonio Longo, imprenditore di Catanzaro&lt;br /&gt;
2009&lt;br /&gt;
*20 settembre: Domenico Gabriele, ragazzo di 11 anni di Crotone&lt;br /&gt;
*24 novembre: Lea Garofalo, ex collaboratrice di giustizia Milano &lt;br /&gt;
2010&lt;br /&gt;
*14 novembre: Martino Luverà, operaio di Palmi (RC)&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Categoria:Vittime_di_%27ndrangheta&amp;diff=3164</id>
		<title>Categoria:Vittime di &#039;ndrangheta</title>
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		<updated>2014-01-28T14:19:04Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1946]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[28 novembre]]: [[Giuditta Levato]], contadina di Calabricata (CZ)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1951]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[30 agosto]]: Antonio Sanginiti, maresciallo dei carabinieri di Delianuova (RC); Francesco Papalia, pastore di Piani di Carmelia (RC)&lt;br /&gt;
* [[3 ottobre]]: Domenica Zucco, bambino di 3 anni di San Martino di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1962]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[22 dicembre]]: Maria e Natalina Stillitano, sartine di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1967]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* 23 Giugno: Strage al mercato di Locri (RC).&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime]]&lt;br /&gt;
XX Secolo&lt;br /&gt;
1951&lt;br /&gt;
*30 marzo: Antonio Sanginiti, comandante della stazione dei Carabinieri di Petrizzi (CZ) e Francesco Papalia, pastore di Delianuova (RC)&lt;br /&gt;
1972&lt;br /&gt;
*16 aprile: Domenico Cannata, elettricista di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
*27 dicembre: Giovanni Ventra, consigliere comunale di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1975&lt;br /&gt;
*13 aprile: Domenico e Michele Facchineri, fratelli di 11 e 8 anni, Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
*3 luglio: Francesco Ferlaino, avvocato generale della Corte d’appello di Catanzaro di Nicastro (CZ)&lt;br /&gt;
1976&lt;br /&gt;
*4 giugno: Alberto Capua, avvocato ed ex sindaco, e Vincenzo Ranieri, autista, di Melicuccà (RC)&lt;br /&gt;
*7 ottobre: Vincenzo Macrì, farmacista di Grotteria (RC) &lt;br /&gt;
*10 dicembre: Francesco Vinci, ragazzo di 18 anni leader della Fgci di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1977&lt;br /&gt;
*1 aprile: Stefano Condello, appuntato, e Vincenzo Caruso, carabiniere, di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
*12 marzo: Rocco Gatto, mugnaio iscritto al pc di Gioiosa Ionica (RC)&lt;br /&gt;
*28 agosto: Mariangela Passiatore madre di due figli, rapita e uccisa in una vacanza in Calabria&lt;br /&gt;
*1 settembre: Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco (moglie) e Francesco Alessio Conte (figlio di 9 anni) di Gioia Tauro (RC) &lt;br /&gt;
1978&lt;br /&gt;
*21 agosto: Fortunato Furore, commerciante di Platì (RC)&lt;br /&gt;
1979&lt;br /&gt;
*5 gennaio: Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini, operai della ditta Montresor e Morselli di Verona di Rizziconi (RC)&lt;br /&gt;
*9 febbraio: Antonino Tripodi e Rocco Barillà ragazzi di 25 e 26 anni, Sambatello di Reggio Calabria (RC)&lt;br /&gt;
1980&lt;br /&gt;
*14 aprile: Bruno Vinci, falegname di Serra San Bruno (VV)&lt;br /&gt;
*11 giugno: Giuseppe Valarioti, dirigente del Partito Comunista Italiano di Nicotera (VV)&lt;br /&gt;
*21 giugno: Giovanni (Giannino) Losardo, segretario giudiziario della Procura di Paola e assessore di Cetraro (CS)&lt;br /&gt;
*6 ottobre: Silvio De Francesco, farmacista di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
1981&lt;br /&gt;
*22 febbraio: Rossella Casini, giovane fiorentina innamorata di Palmi (RC)&lt;br /&gt;
*2 giugno: Mario Cilento di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*27 ottobre: Lucio Ferrami, commerciante di Cetraro (CS) &lt;br /&gt;
1982&lt;br /&gt;
*13 gennaio: Francesco Pantaleone Borrelli, carabiniere ed elicotterista di Curto (KR)&lt;br /&gt;
*25 marzo: Luigi Gravina, commerciante di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*3 maggio: Gennaro Musella, ingegnere di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*28 luglio: Pompeo Panaro, commerciante di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*27 settembre: Mario Lattuca, operaio di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*9 novembre: Edoardo Annichiarico, ragazzo di 16 anni di Castrovillari (CS)&lt;br /&gt;
*10 dicembre: Francesco Panzera, professore di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*18 dicembre: Mario Dodaro, imprenditore di Castolibero (CS)&lt;br /&gt;
1985&lt;br /&gt;
*6 febbraio: Carmine Tripodi, brigadiere di 25 anni di San Luca (RC)&lt;br /&gt;
*28 febbraio: Giuseppe Macheda, vigile urbano di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*12 marzo: Sergio Cosmai, vice direttore di alcune case circondariali di Cosenza&lt;br /&gt;
*27 marzo: Domenico De Maio, sindaco di Platì (RC)&lt;br /&gt;
*4 maggio: Antonio Vicari, imprenditore di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
1986&lt;br /&gt;
*7 febbraio: Filippo Sansone, maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia di Brancaleone (RC)&lt;br /&gt;
*11 febbraio: Francesco Prestia, uomo del PCI e sindaco, e Domenica De Girolamo (moglie di Prestia) di Platì (RC)&lt;br /&gt;
*15 novembre: Antonio Bertuccio, cacciatore di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1987&lt;br /&gt;
*4 marzo: Giuseppe Rechichi, vicepreside di un Istituto magistrale di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
*10 aprile: Rosario Iozia, vicebrigadiere di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
*15 giugno: Antonio Civinini, carabiniere Vibo Valentia&lt;br /&gt;
*7 novembre: Giovanni Mileto, operaio di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1988&lt;br /&gt;
*12 febbraio: Francesco Megna, frequenta il primo anno dell’istituto per geometri di &lt;br /&gt;
*2 settembre: Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
*9 settembre: Abed Manyami di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
*25 settembre: Luigi Ioculano, medico di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
*14 novembre: Maria Stella Calà, dipendente del settore amministrativo del carcere di Locri (RC)&lt;br /&gt;
1989&lt;br /&gt;
*24 febbraio: Marcella Tassone, ragazza di 9 anni di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
*1 giugno: Don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Moschetta a Locri (RC)&lt;br /&gt;
*23 novembre: Nicola Piromalli, operaio di una ditta edile di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1990&lt;br /&gt;
*2 gennaio: Andrea Bonfante, ragazzo di 15 anni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*7 febbraio: Giovanni Trecroci, vicesindaco e assessori ai lavori pubblici di Villa S. Giovanni (RC)&lt;br /&gt;
*23 febbraio: Saverio Purita, ragazzo di 11 anni di Vibo Valentia (VV)&lt;br /&gt;
*8 maggio: Giuseppe Bicchieri, dipendente comunale, e Mariangela Anzalone di 8 anni (nipote di Bicchiere) di Oppido Mamertina (RC)&lt;br /&gt;
*4 luglio: Arturo Caputo, ragazzo di 16 anni di Strongoli (KT)&lt;br /&gt;
*1 settembre: Domenico Catalano, ragazzo di 16 anni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*7 settembre: Maria Marcella (madre di 47 anni) ed Elisabetta Gagliardi (figlia di 9 anni) di Palermiti (CZ)&lt;br /&gt;
*8 settembre: Antonio Marino, carabiniere di San Ferdinando (RC)&lt;br /&gt;
1991:&lt;br /&gt;
*12 marzo: Antonio Valenti,  31 anni, di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*24 maggio: Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, operatori ecologici di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
*10 luglio: Antonio Cordopatri, proprietario terriero di Reggio Calabria &lt;br /&gt;
*9 agosto: Antonino Scopelliti, magistrato Campo Calabro (RC)&lt;br /&gt;
*20 agosto: Renato Lio, appuntato dei carabinieri di Soverato (CZ)&lt;br /&gt;
*25 agosto: Domenico Mafrici, commerciante di bestiame di Condofuri (RC)&lt;br /&gt;
*28 settembre: Demetrio Quattrone, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, e Nicola Soverino, medico  di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
1992&lt;br /&gt;
*4 gennaio: Salvatore Aversa, polizziotto, e Lucia Precenzano (moglie)  di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
1993&lt;br /&gt;
*20 marzo: Domenico Pandolfo, primario di neurochirurgia di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*16 aprile: Giuseppe Marino di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*14 maggio: Nicola Remondino, commerciante della frazione di Porto Salvo (RC) &lt;br /&gt;
*22 luglio: Adolfo Cartisano, fotografo di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
1994&lt;br /&gt;
*2 marzo: Geoffrey Bowen, giovane detective&lt;br /&gt;
*27 marzo: Maria Teresa Pugliese, moglie di un ex sindaco di Locri (RC)&lt;br /&gt;
*24 maggio: Giovanni Simonetti, avvocato di Gioiosa Ionica (RC)&lt;br /&gt;
*16 settembre: Francesco Aloio, ragazzo di 22 anni di Filadelfia (VV)&lt;br /&gt;
*29 settembre: Nicolas Green, bambino statunitense di 7 anni, di Vibo Valentia&lt;br /&gt;
1995&lt;br /&gt;
*1 novembre: Luigi Coluccio, commerciante di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*13 dicembre: Natale De Grazia, comandante della capitaneria di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
1998&lt;br /&gt;
*3 gennaio: Davide Ladini, ragazzo di 17 anni, e Saverio Ieraci, ragazzo di 13 anni, di Cinquefrondi (RC)&lt;br /&gt;
1999&lt;br /&gt;
*2 novembre: Antonio Musolino, piccolo imprenditore di Benestare (RC) &lt;br /&gt;
XXI Secolo&lt;br /&gt;
2000&lt;br /&gt;
*26 febbraio: Ferdinando Chiarotti, pensionato di Strongoli (KT)&lt;br /&gt;
*3 marzo: Francesco Scerbo, giovane volontario dell’Unitalsi di Isola Capo Rizzuto (KR)&lt;br /&gt;
*13 aprile: Domenico Gullaci, commerciante di Marina di Gioiosa Jonica (RC)&lt;br /&gt;
*21 luglio: Salvatore Cataldo, commerciante di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
*25 agosto: Giuseppe Manfreda, muratore di Mesoraca (KT)&lt;br /&gt;
2002&lt;br /&gt;
*3 marzo: Torquato Ciriaco, avvocato di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
2004&lt;br /&gt;
*21 luglio: Antonio Maiorano, operaio forestale di Paola (CS)&lt;br /&gt;
*17 settembre: Massimiliano Carbone di Locri (RC)&lt;br /&gt;
2005&lt;br /&gt;
*30 marzo: Daniele Polimeni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
*24 maggio: Gianluca Congiusta, commerciante di Siderno (RC)&lt;br /&gt;
*16 ottobre: Francesco Fortugno, medico e politico di Locri (RC)&lt;br /&gt;
2006:&lt;br /&gt;
*11 giugno: Fedele Scarcella, proprietario terriero di Briatico (VV)&lt;br /&gt;
2007&lt;br /&gt;
*1 agosto: Luigi Rende, guardia giurata di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
2008&lt;br /&gt;
*26 marzo: Antonio Longo, imprenditore di Catanzaro&lt;br /&gt;
2009&lt;br /&gt;
*20 settembre: Domenico Gabriele, ragazzo di 11 anni di Crotone&lt;br /&gt;
*24 novembre: Lea Garofalo, ex collaboratrice di giustizia Milano &lt;br /&gt;
2010&lt;br /&gt;
*14 novembre: Martino Luverà, operaio di Palmi (RC)&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Sabri</name></author>
	</entry>
	<entry>
		<id>https://www.wikimafia.it/w/index.php?title=Categoria:Vittime_di_%27ndrangheta&amp;diff=3163</id>
		<title>Categoria:Vittime di &#039;ndrangheta</title>
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		<updated>2014-01-28T14:05:25Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Sabri: &lt;/p&gt;
&lt;hr /&gt;
&lt;div&gt;{{bozza}}&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1946]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[28 novembre]]: [[Giuditta Levato]], contadina di Calabricata (CZ)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1951]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[30 agosto]]: Antonio Sanginiti, maresciallo dei carabinieri di Delianuova (RC); Francesco Papalia, pastore di Piani di Carmelia (RC)&lt;br /&gt;
* [[3 ottobre]]: Domenica Zucco, bambino di 3 anni di San Martino di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1962]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* [[22 dicembre]]: Maria e Natalina Stillitano, sartine di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
&#039;&#039;&#039;[[1967]]&#039;&#039;&#039;&lt;br /&gt;
* 23 Giugno: Strage al mercato di Locri (RC).&lt;br /&gt;
[[Categoria:Vittime]]&lt;br /&gt;
XX Secolo&lt;br /&gt;
1951&lt;br /&gt;
30 marzo: Antonio Sanginiti, comandante della stazione dei Carabinieri di Petrizzi (CZ) e Francesco Papalia, pastore di Delianuova (RC)&lt;br /&gt;
1972&lt;br /&gt;
16 aprile: Domenico Cannata, elettricista di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
27 dicembre: Giovanni Ventra, consigliere comunale di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1975&lt;br /&gt;
13 aprile: Domenico e Michele Facchineri, fratelli di 11 e 8 anni, Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
3 luglio: Francesco Ferlaino, avvocato generale della Corte d’appello di Catanzaro di Nicastro (CZ)&lt;br /&gt;
1976&lt;br /&gt;
4 giugno: Alberto Capua, avvocato ed ex sindaco, e Vincenzo Ranieri, autista, di Melicuccà (RC)&lt;br /&gt;
7 ottobre: Vincenzo Macrì, farmacista di Grotteria (RC) &lt;br /&gt;
10 dicembre: Francesco Vinci, ragazzo di 18 anni leader della Fgci di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1977&lt;br /&gt;
1 aprile: Stefano Condello, appuntato, e Vincenzo Caruso, carabiniere, di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
12 marzo: Rocco Gatto, mugnaio iscritto al pc di Gioiosa Ionica (RC)&lt;br /&gt;
28 agosto: Mariangela Passiatore madre di due figli, rapita e uccisa in una vacanza in Calabria&lt;br /&gt;
1 settembre: Mario Alessio Conte, Maria Rosa Belloco (moglie) e Francesco Alessio Conte (figlio di 9 anni) di Gioia Tauro (RC) &lt;br /&gt;
1978&lt;br /&gt;
21 agosto: Fortunato Furore, commerciante di Platì (RC)&lt;br /&gt;
1979&lt;br /&gt;
5 gennaio: Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini, operai della ditta Montresor e Morselli di Verona di Rizziconi (RC)&lt;br /&gt;
9 febbraio: Antonino Tripodi e Rocco Barillà ragazzi di 25 e 26 anni, Sambatello di Reggio Calabria (RC)&lt;br /&gt;
1980&lt;br /&gt;
14 aprile: Bruno Vinci, falegname di Serra San Bruno (VV)&lt;br /&gt;
11 giugno: Giuseppe Valarioti, dirigente del Partito Comunista Italiano di Nicotera (VV)&lt;br /&gt;
21 giugno: Giovanni (Giannino) Losardo, segretario giudiziario della Procura di Paola e assessore di Cetraro (CS)&lt;br /&gt;
6 ottobre: Silvio De Francesco, farmacista di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
1981&lt;br /&gt;
22 febbraio: Rossella Casini, giovane fiorentina innamorata di Palmi (RC)&lt;br /&gt;
2 giugno: Mario Cilento di Paola (CS)&lt;br /&gt;
27 ottobre: Lucio Ferrami, commerciante di Cetraro (CS) &lt;br /&gt;
1982&lt;br /&gt;
13 gennaio: Francesco Pantaleone Borrelli, carabiniere ed elicotterista di Curto (KR)&lt;br /&gt;
25 marzo: Luigi Gravina, commerciante di Paola (CS)&lt;br /&gt;
3 maggio: Gennaro Musella, ingegnere di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
28 luglio: Pompeo Panaro, commerciante di Paola (CS)&lt;br /&gt;
27 settembre: Mario Lattuca, operaio di Paola (CS)&lt;br /&gt;
9 novembre: Edoardo Annichiarico, ragazzo di 16 anni di Castrovillari (CS)&lt;br /&gt;
10 dicembre: Francesco Panzera, professore di Locri (RC)&lt;br /&gt;
18 dicembre: Mario Dodaro, imprenditore di Castolibero (CS)&lt;br /&gt;
1985&lt;br /&gt;
6 febbraio: Carmine Tripodi, brigadiere di 25 anni di San Luca (RC)&lt;br /&gt;
28 febbraio: Giuseppe Macheda, vigile urbano di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
12 marzo: Sergio Cosmai, vice direttore di alcune case circondariali di Cosenza&lt;br /&gt;
27 marzo: Domenico De Maio, sindaco di Platì (RC)&lt;br /&gt;
4 maggio: Antonio Vicari, imprenditore di Taurianova (RC)&lt;br /&gt;
1986&lt;br /&gt;
7 febbraio: Filippo Sansone, maresciallo del Corpo degli Agenti di Custodia di Brancaleone (RC)&lt;br /&gt;
11 febbraio: Francesco Prestia, uomo del PCI e sindaco, e Domenica De Girolamo (moglie di Prestia) di Platì (RC)&lt;br /&gt;
15 novembre: Antonio Bertuccio, cacciatore di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1987&lt;br /&gt;
4 marzo: Giuseppe Rechichi, vicepreside di un Istituto magistrale di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
10 aprile: Rosario Iozia, vicebrigadiere di Polistena (RC)&lt;br /&gt;
15 giugno: Antonio Civinini, carabiniere Vibo Valentia&lt;br /&gt;
7 novembre: Giovanni Mileto, operaio di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1988&lt;br /&gt;
12 febbraio: Francesco Megna, frequenta il primo anno dell’istituto per geometri di &lt;br /&gt;
2 settembre: Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
9 settembre: Abed Manyami di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
25 settembre: Luigi Ioculano, medico di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
14 novembre: Maria Stella Calà, dipendente del settore amministrativo del carcere di Locri (RC)&lt;br /&gt;
1989&lt;br /&gt;
24 febbraio: Marcella Tassone, ragazza di 9 anni di Gioia Tauro (RC)&lt;br /&gt;
1 giugno: Don Giuseppe Giovinazzo, parroco di Moschetta a Locri (RC)&lt;br /&gt;
23 novembre: Nicola Piromalli, operaio di una ditta edile di Cittanova (RC)&lt;br /&gt;
1990&lt;br /&gt;
2 gennaio: Andrea Bonfante, ragazzo di 15 anni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
7 febbraio: Giovanni Trecroci, vicesindaco e assessori ai lavori pubblici di Villa S. Giovanni (RC)&lt;br /&gt;
23 febbraio: Saverio Purita, ragazzo di 11 anni di Vibo Valentia (VV)&lt;br /&gt;
8 maggio: Giuseppe Bicchieri, dipendente comunale, e Mariangela Anzalone di 8 anni (nipote di Bicchiere) di Oppido Mamertina (RC)&lt;br /&gt;
4 luglio: Arturo Caputo, ragazzo di 16 anni di Strongoli (KT)&lt;br /&gt;
1 settembre: Domenico Catalano, ragazzo di 16 anni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
7 settembre: Maria Marcella (madre di 47 anni) ed Elisabetta Gagliardi (figlia di 9 anni) di Palermiti (CZ)&lt;br /&gt;
8 settembre: Antonio Marino, carabiniere di San Ferdinando (RC)&lt;br /&gt;
1991:&lt;br /&gt;
12 marzo: Antonio Valenti,  31 anni, di Locri (RC)&lt;br /&gt;
24 maggio: Pasquale Cristiano e Francesco Tramonte, operatori ecologici di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
10 luglio: Antonio Cordopatri, proprietario terriero di Reggio Calabria &lt;br /&gt;
9 agosto: Antonino Scopelliti, magistrato Campo Calabro (RC)&lt;br /&gt;
20 agosto: Renato Lio, appuntato dei carabinieri di Soverato (CZ)&lt;br /&gt;
25 agosto: Domenico Mafrici, commerciante di bestiame di Condofuri (RC)&lt;br /&gt;
28 settembre: Demetrio Quattrone, funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, e Nicola Soverino, medico  di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
1992&lt;br /&gt;
4 gennaio: Salvatore Aversa, polizziotto, e Lucia Precenzano (moglie)  di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
1993&lt;br /&gt;
20 marzo: Domenico Pandolfo, primario di neurochirurgia di Locri (RC)&lt;br /&gt;
16 aprile: Giuseppe Marino di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
14 maggio: Nicola Remondino, commerciante della frazione di Porto Salvo (RC) &lt;br /&gt;
22 luglio: Adolfo Cartisano, fotografo di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
1994&lt;br /&gt;
2 marzo: Geoffrey Bowen, giovane detective&lt;br /&gt;
27 marzo: Maria Teresa Pugliese, moglie di un ex sindaco di Locri (RC)&lt;br /&gt;
24 maggio: Giovanni Simonetti, avvocato di Gioiosa Ionica (RC)&lt;br /&gt;
16 settembre: Francesco Aloio, ragazzo di 22 anni di Filadelfia (VV)&lt;br /&gt;
29 settembre: Nicolas Green, bambino statunitense di 7 anni, di Vibo Valentia&lt;br /&gt;
1995&lt;br /&gt;
1 novembre: Luigi Coluccio, commerciante di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
13 dicembre: Natale De Grazia, comandante della capitaneria di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
1998&lt;br /&gt;
3 gennaio: Davide Ladini, ragazzo di 17 anni, e Saverio Ieraci, ragazzo di 13 anni, di Cinquefrondi (RC)&lt;br /&gt;
1999&lt;br /&gt;
2 novembre: Antonio Musolino, piccolo imprenditore di Benestare (RC) &lt;br /&gt;
XXI Secolo&lt;br /&gt;
2000&lt;br /&gt;
26 febbraio: Ferdinando Chiarotti, pensionato di Strongoli (KT)&lt;br /&gt;
3 marzo: Francesco Scerbo, giovane volontario dell’Unitalsi di Isola Capo Rizzuto (KR)&lt;br /&gt;
13 aprile: Domenico Gullaci, commerciante di Marina di Gioiosa Jonica (RC)&lt;br /&gt;
21 luglio: Salvatore Cataldo, commerciante di Bovalino (RC)&lt;br /&gt;
25 agosto: Giuseppe Manfreda, muratore di Mesoraca (KT)&lt;br /&gt;
2002&lt;br /&gt;
3 marzo: Torquato Ciriaco, avvocato di Lamezia Terme (CZ)&lt;br /&gt;
2004&lt;br /&gt;
21 luglio: Antonio Maiorano, operaio forestale di Paola (CS)&lt;br /&gt;
17 settembre: Massimiliano Carbone di Locri (RC)&lt;br /&gt;
2005&lt;br /&gt;
30 marzo: Daniele Polimeni di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
24 maggio: Gianluca Congiusta, commerciante di Siderno (RC)&lt;br /&gt;
16 ottobre: Francesco Fortugno, medico e politico di Locri (RC)&lt;br /&gt;
2006:&lt;br /&gt;
11 giugno: Fedele Scarcella, proprietario terriero di Briatico (VV)&lt;br /&gt;
2007&lt;br /&gt;
1 agosto: Luigi Rende, guardia giurata di Reggio Calabria&lt;br /&gt;
2008&lt;br /&gt;
26 marzo: Antonio Longo, imprenditore di Catanzaro&lt;br /&gt;
2009&lt;br /&gt;
20 settembre: Domenico Gabriele, ragazzo di 11 anni di Crotone&lt;br /&gt;
24 novembre: Lea Garofalo, ex collaboratrice di giustizia Milano &lt;br /&gt;
2010&lt;br /&gt;
14 novembre: Martino Luverà, operaio di Palmi (RC)&lt;/div&gt;</summary>
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