Cesare Terranova

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Cesare Terranova fu uomo di alto sentire e di grande cultura: amava profondamente la sua Sicilia e viveva con angoscia la fase di trapasso che l'isola attraversava, dall'economia del feudo e rurale all'economia industriale e collegata con le grandi correnti di traffico europeo e mediterraneo. Ma egli era anche animato, oltre che da un virile coraggio, anche da infinita speranza, che scaturiva dalla sua profonda bontà d'animo: speranza nel futuro dell'Italia e della Sicilia migliori, per le quali il sacrificio della sua vita, fervida, integra ed operosa non è stato vano. Ancora una volta così la violenza omicida della delinquenza organizzata ha colpito uno degli uomini migliori, uno dei figli più degni della terra di Sicilia. Sandro Pertini [1]

BIOGRAFIA

Cesare Terranova (15 agosto 1921, Petralia Sottana- 25 settembre 1979, Palermo) è stato un magistrato e un politico italiano, vittima di Cosa Nostra. Entra in magistratura nel 1946, non appena tornato dalla guerra e dalla prigionia. È Pretore a Messina e poi a Rometta. Nel 1958 si trasferisce dal Tribunale di Patti a quello di Palermo, in cui avvia i celebri processi di mafia contro Liggio e altri boss mafiosi. Giunge poi a Marsala, dove, in veste di Procuratore della Repubblica, svolge numerose e difficili indagini. Eletto deputato, diviene componente della Commissione parlamentare antimafia e qui si distingue per impegno, intuito e professionalità, ponendo al servizio delle più alte istituzioni la esperienza accumulata nel corso della carriera di magistrato. Proprio in questi anni alcune sentenze di condanna di pericolosi appartenenti all'organizzazione mafiosa vengono annullate. Molti mafiosi tornano liberi e alzano il livello di scontro contro lo Stato. Terminato nel 1979 il mandato parlamentare, Terranova decide di tornare "a Palermo per terminare il lavoro cominciato".[2] Muore il 25 settembre 1979 in un vile attentato mafioso assieme al maresciallo Lenin Manuso.

L’IMPORTANZA DEL LAVORO DI TERRANOVA NELLA LOTTA ALLA MAFIA

IN MAGISTRATURA

Da palermitano, Cesare Terranova, comprese ed intuì la pericolosità crescente dei Corleonesi e la sua attività da magistrato si contraddistinse proprio per l’importantissimo ruolo di contrasto alla mafia siciliana. Soprattutto intuì la trasformazione della mafia che, al passo con i tempi e con l’evolversi dell’economia, da agricola divenne imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. La svolta nella sua carriera si registrò durante l’istruzione del processo ai danni di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella. Tuttavia, ci si trovava in un’epoca in cui l’associazione per delinquere di stampo mafioso non esisteva ancora penalmente (art. 416 bis c.p.) e l’unica arma che i giudici potevano utilizzare per ottenere una qualche incriminazione nei confronti degli appartenenti alle cosche mafiose era quella di provare l’esistenza di un’associazione criminale e, quindi, l’associazione per delinquere prevista dall’art. 416 c.p. Nel primo vero processo alla mafia, tenutosi a Bari nel 1969 ed in cui ricopriva il ruolo di procuratore d’accusa, Terranova riuscì a portare alla sbarra almeno un centinaio di mafiosi, ma nonostante il grande impegno, la passione e la lungimiranza del magistrato, gli imputati furono quasi tutti assolti. Nel 1974, però, la rivincita con il processo dal quale ottenne la condanna all’ergastolo della “primula rossa” di Corleone, Luciano Liggio, imputato per l’omicidio del boss Michele Navarra. Dopo un periodo in politica, nel 1976, Terranova fu prima nominato Consigliere della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo e poi capo dell’Ufficio Istruzione del medesimo Tribunale. Il giudice, come risultò dalle indagini, fu tuttavia fermato dalla mafia prima che potesse diventare giudice istruttore all’interno della commissione antimafia.[3]

IN POLITICA

Cesare Terranova fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, nel 1972 e nel 1976, anno in cui fece rientro a Palermo per ricoprire il ruolo di consigliere della Corte d’Appello presso il Tribunale di Palermo. Fu parte anche della Commissione parlamentare antimafia durante la VI Legislatura e fu in questo periodo che, insieme ai deputati La Torre, Benedetti, Malagugini ed ai senatori Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti, partecipò alla stesura della Relazione di minoranza in cui si criticava la Relazione di maggioranza sul fenomeno mafioso. Quest’ultima veniva valutata in chiave fortemente critica, evidenziando come la medesima, per niente soddisfacente, non solo deludeva le aspettative dell’opinione pubblica, ma non rafforzava neppure il prestigio delle istituzioni democratiche. La Relazione di Maggioranza, infatti, non solo ricostruiva erroneamente la genesi del fenomeno mafioso a partire dall’unità d’Italia, ma anche e soprattutto perché sottovalutava i collegamenti tra mafia e politica e sottaceva i coinvolgimenti della Democrazia Cristiana in varie vicende di mafia. Non mancavano, tra l’altro, all'interno della Relazione di Minoranza, pesanti accuse nei confronti di personaggi quali Salvo Lima, Vito Ciancimino ed altri personaggi politici intrattenenti relazioni con il potere mafioso[4].

L’OMICIDIO

Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato è alla guida della vettura ed accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L'auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per "lavori in corso". Quindi alcuni killer affiancano l'auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili, mentre il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale. Secondo l'amico e scrittore Leonardo Sciascia, Cesare Terranova fu ucciso perché "stava occupandosi di qualcosa per cui qualcuno ha sentito incombente o immediato il pericolo"[5]. Le prime importanti dichiarazioni sull’omicidio Terranova risalgono al 1984, quando Buscetta rivela al giudice Falcone che Terranova era diventato un obiettivo già dal 1975 e che il mandante era stato lo stesso Liggio, il quale aveva ordinato l’esecuzione sia per vendicarsi della condanna all’ergastolo subita, sia perché il giudice si mostrava troppo determinato nella lotta alla criminalità organizzata, anche in quanto parte attiva della Commissione Parlamentare antimafia. Francesco Di Carlo, esponente del mandamento di San Giuseppe Jato e uomo di fiducia di Bernardo Brusca, riconosce Luciano Liggio come mandante dell’omicidio e come esecutori materiali: Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Leoluca Bagarella e Giuseppe Madonia. È stato riaperto il procedimento contro altre sette persone, esponenti della cupola palermitana, che diedero il permesso di eliminare il giudice, perché stava per diventare giudice istruttore nella commissione antimafia: Michele Greco, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Totò Riina e Bernardo Provenzano[6].

  1. iverieroi.blogspot.it/2010/07/cesare-terranova.html
  2. www.associazionemagistrati.it/doc/423/in-ricordo-di-cesare-terranova.htm
  3. www.narcomafie.it/2015/09/25/cesare-terranova-36-anni-fa-lomicidio/
  4. Dalla Relazione di minoranza, archiviopiolatorre.camera.it/imgrepo/DOCUMENTAZIONE/Antimafia/03_rel.pdf
  5. www.associazionemagistrati.it/doc/423/in-ricordo-di-cesare-terranova.htm
  6. Ecco chi uccise Terranova. Corriere della sera. Archivio storico. 4 giugno 1997.