Giovanni Falcone

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L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza.

(Giovanni Falcone)

Giovanni Salvatore Augusto Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato da Cosa nostra con la moglie Francesca Morvillo e i poliziotti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo nella strage di Capaci.

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

Biografia

Infanzia e adolescenza

Giovanni Falcone bambino
Giovanni Falcone da bambino

Figlio di Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e di Luisa Bentivegna, Falcone nacque a Palermo, terzo di tre figli, in via Castrofilippo nel quartiere della Kalsa, lo stesso di Paolo Borsellino e di Tommaso Buscetta. Benché nato il 18 maggio 1939, la sua data di nascita risulta due giorni dopo perché il padre andò a registrarlo all'anagrafe il 20 maggio.

A causa dei bombardamenti americani, Giovanni e la famiglia dovettero abbandonare la Kalsa nel 1940, rifugiandosi a Sferracavallo, un borgo della riserva marina di Isola delle Femmine. Dopo il bombardamento della passeggiata e dei palazzi del porto, avvenuto il 9 maggio 1943, la famiglia Falcone si trasferì dai parenti della madre a Corleone. Quando vi fu l'armistizio, l'8 settembre 1943, Giovanni e la sua famiglia tornarono alla Kalsa: qui trovarono ospitalità dalle sorelle del padre, Stefania e Carmela, in quanto la loro casa risultò pesantemente danneggiata dai bombardamenti.

Giovanni Falcone giovane
Giovanni Falcone allievo dell'accademia navale (1958)

Giovanni frequentò le scuole elementari al Convitto Nazionale di Palermo (a lui intitolato nel 1999), le medie alla scuola "Giovanni Verga" e le superiori al liceo classico "Umberto I". Aveva la media dell'otto a scuola, frequentava l'Azione Cattolica e trascorreva gran parte dei suoi pomeriggi in parrocchia facendo la spola tra quella di Santa Teresa alla Kalsa e quella di San Francesco. Nella prima conobbe padre Giacinto che diventò il suo cicerone e gli fece visitare il Trentino e Roma. All'età di tredici anni cominciò a giocare a calcio all'Oratorio dove, durante una delle tante partite, conobbe Paolo Borsellino, più piccolo di sei mesi, con cui si sarebbe ritrovato prima sui banchi dell'Università e poi in Magistratura. In parrocchia si appassionò anche al ping-pong e in una partita giocò con Tommaso Spadaro futuro "re della Kalsa", personaggio di spicco della malavita locale impegnato nel traffico di stupefacenti e oggi all'ergastolo. In quel periodo incrociò anche Tommaso Buscetta.

Terminò il liceo all'età di 18 anni nel 1957 con il massimo dei voti e subito dopo si trasferì a Livorno per frequentare l'Accademia navale con il pretesto che amava il mare e che voleva laurearsi in Ingegneria. Dopo soli quattro mesi, nel gennaio del 1958, fu assegnato allo Stato Maggiore, ma capì che la vita militare non faceva per lui: tornò a Palermo e si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Palermo.

In quegli anni ebbe modo di praticare diverse attività sportive con molta costanza, sebbene avesse dovuto abbandonare il livello agonistico nel 1956 a causa di un infortunio. Si era così buttato nel canottaggio, frequentando la Canottieri Palermo durante tutti gli anni dell'università.

Nel 1959 la famiglia Falcone fu costretta a trasferirsi in Via Notarbartolo, a causa del c.d. "Sacco di Palermo" operato dall'allora assessore Vito Ciancimino, figlio del barbiere di Corleone, che proprio Falcone avrebbe arrestato nel 1985 per associazione mafiosa. Nel corso della sua vita Giovanni avrebbe poi cambiato tre case in quella stessa strada: una da ragazzo, una con la prima moglie Rita e poi un'altra ancora con Francesca, la seconda moglie.

Giovanni Falcone laurea
Giovanni Falcone il giorno della laurea, con alcuni amici

Si laureò poi con 110 e lode nel 1961, con una tesi sull'Istruzione probatoria in diritto amministrativo, discussa con il professore Pietro Virga.

Il matrimonio con Rita Bonnici

Subito dopo aver vinto il concorso in magistratura nel 1964, Falcone sposò Rita Bonnici, maestra elementare di cinque anni più giovane laureata in Psicologia, conosciuta due anni prima a una festa. A casa non tutti furono contenti: il padre di Falcone non approvò la decisione, ma non la ostacolò. La ragazza era infatti troppo diversa e lontana per educazione e abitudini dal modello che ispirava le famiglie della media borghesia palermitana dell'epoca, cattoliche e perbeniste[1].

I primi anni in magistratura

Dopo il tradizionale tirocinio come uditore a Palermo, nel 1965, a soli 26 anni, Giovanni Falcone diventò pretore a Lentini, città da 20mila abitanti in provincia di Siracusa. L'esperienza non fu entusiasmante, per via del quadro assolutamente precario dell'amministrazione della giustizia. Ricordò una volta il magistrato:

«In quell'ufficio eravamo in tre: il lavoro pesante a causa di una gran mole di processi non tutti importanti e gratificanti. Il mio primo cadavere? Un incidente sul lavoro, un uomo morto per asfissia, seppellito da un crollo in un cantiere. Neanche tanto traumatico a vedersi. Ben altra esperienza, qualche tempo dopo: la prima "lupara". Agghiacciante: marito e moglie uccisi dal nipote e abbandonati in un porcile. Non è difficile immaginare lo scempio. Quel caso lo risolsi, alla limitata esperienza rimediai con le cognizioni scolastiche»[2].

La carriera a Trapani e l'avvicinamento alle idee di Enrico Berlinguer

Giovanni Falcone giovane
Giovanni Falcone da giovane

Nel 1966 il giovane Falcone venne trasferito d'ufficio a Trapani, dove rimase per 12 anni. La qualifica di magistrato arrivò il 9 aprile 1970[3]. Lì il futuro simbolo della lotta alla mafia fece di tutto, dal sostituto procuratore al giudice istruttore, dal magistrato di sorveglianza a giudice civile della sezione fallimentare, esperienza che iniziò nel 1973, convinto dal nuovo presidente del Tribunale Cristoforo Genna.

L'esperienza trapanese non forgiò Falcone solo dal punto di vista professionale, ma lo cambiò anche dal punto di vista intellettuale e politico. Complice anche la scomparsa del padre nell'aprile 1969, il giudice cominciò ad allontanarsi in maniera vistosa dalla tradizione familiare. Dal punto di vista politico, si schierò a favore delle idee di Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, che votò alle elezioni politiche del 1976. Ciononostante, non parlò mai in pubblico dei suoi orientamenti politici, né si fece mai condizionare nel suo lavoro. Fu la sorella Maria, anni dopo, a rivelare l'episodio in un libro:

«Entrando in un nuovo universo culturale e sociale, cominciò ad abbracciare i principi del comunismo sociale di Berlinguer. Era il 1976, per noi fu un vero trauma perché nella nostra famiglia, avevamo sempre votato Democrazia cristiana anche in quanto cattolici praticanti. Io volli capirci di più. Durante una sua visita a Palermo, entrai a gamba tesa su un argomento che sapevo delicato e sollecitai un confronto. Gli contestai quella scelta, dicendo che era anacronistica per un uomo che, come lui, amava così tanto la libertà. Mi rispose quasi volendomi rassicurare che il comunismo italiano sarebbe stato differente da quello russo. E aggiunse, sarcasticamente, che nell’ipotetica eventualità di una crisi di libertà nella nostra democrazia sarebbe ritornato sulle montagne come i vecchi partigiani. Il vero motivo di questa sua evoluzione ideologica era che, da profondo amante della giustizia qual era, Giovanni si poneva il problema di combattere le disparità sociali. Nel comunismo intravedeva, quindi, la possibilità di appianare le sperequazioni»[4].

Pur restando fuori dai partiti, Falcone fece parte anche del locale comitato a favore del divorzio e nel 1979 sostenne anche Aldo Rizzo, giudice istruttore del Tribunale di Palermo, che si era candidato come indipendente nelle liste del PCI nel collegio senatoriale di Trapani e Marsala. Come ricordò anche Salvatore Impinna, fu di Falcone l'idea di creare Italia Nostra, di cui fu tra i soci fondatori, con l'obiettivo di tutelare il patrimonio ambientale, storico, artistico e archeologico non solo della Sicilia ma dell'Italia intera[5].

Nel 1977 il presidente del tribunale di Trapani, Cristoforo Genna, specificò che «nel rendimento globale dell’ufficio il suo apporto di lavoro è risultato il più elevato per quantità e certamente fra i più pregevoli»[6].

Il trasferimento a Palermo come giudice della sezione fallimentare

Nonostante i successi professionali, Falcone si decise a chiedere il trasferimento a Palermo, che ottenne nel 1978. I pettegolezzi di una storia extra-coniugale della moglie col presidente del Tribunale lo convinsero a fare domanda per la sezione fallimentare del Tribunale della sua città natale. La moglie lo seguì, ma il tentativo di rimettere insieme i cocci del loro matrimonio fallì: i due divorziarono e Rita ritornò a Trapani, dove si sposò con Calogero Genna. Falcone rimase a vivere da solo in Via Notarbartolo, prima di trasferirsi in Via Principe di Paternò, e cominciò in quel periodo a maturare la volontà di tornare a occuparsi di diritto penale.

In Cose di Cosa nostra, rispetto al suo ritorno a Palermo, scrisse:

«Dopo tredici anni di assenza, sono tornato a Palermo nel 1978 e ho trovato una città che aveva cambiato faccia. Il centro storico era stato quasi abbandonato. E nella Palermo liberty, le ultime splendide ville erano state demolite per far posto a brutti casermoni. Ho trovato quindi una città deturpata, involgarita, che in parte aveva perso la propria identità. Sono andato ad abitare in via Notarbartolo, una strada che scende verso via della Libertà, il cuore di Palermo. L'amministratore dello stabile, per prima cosa, mi ha spedito una lettera ufficiale che, in relazione alla mia presenza in quell'immobile e nel timore di attentati, ammoniva: “L'amministrazione declina ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell'edificio...” Un giorno, arrivato davanti a casa, con il mio solito seguito di sirene spiegate, purtroppo, di auto della polizia e di agenti con le armi in pugno, ho avuto il tempo di sentire un passante sussurrare: “Certo che per essere protetto in questo modo, deve aver commesso qualcosa di malvagio!”»[7].

Giudice istruttore con Rocco Chinnici: la nascita del "Metodo Falcone"

Giovanni Falcone con Paolo Borsellino

A seguito del tragico attentato al giudice Cesare Terranova, il 25 settembre 1979, Falcone cominciò a lavorare a Palermo presso l'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio 1980 le indagini contro Rosario Spatola. È proprio durante questa prima esperienza che iniziò a formarsi il cosiddetto “metodo Falcone”, un innovativo impianto per l’istruzione dei processi di mafia, che utilizzava gli ordinari strumenti forniti dal codice adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso.

In realtà Falcone non inventò nulla di nuovo: ogni porzione d’indagine diventava così solo in apparenza scollegata con l’altra, ma di fatto ognuna era legata all'altra da una visione d'insieme generale. Le inchieste del giudice, pur avendo come campo di analisi il mondo della criminalità organizzata, coinvolsero direttamente anche quello della criminalità economica. In tale contesto venivano alla luce costantemente intrecci, sovrapposizioni o identificazioni di interessi occulti, che facevano capo a centrali d’intermediazione tra realtà politica e/o economica con quella criminale. L’intuizione forse più intelligente fu sintetizzata da una frase che Falcone amava ripetere a proposito delle indagini sui traffici di stupefacenti:

«La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente»

Una vera e propria filosofia d’indagine basata sull’attenzione ai documenti finanziari, agli scambi di assegni, alle impronte che il denaro lasciava dietro di sé e che caratterizzò il metodo di lavoro di Falcone, Borsellino e degli altri magistrati del futuro pool antimafia. Appariva evidente come la presenza della criminalità organizzata in settori economici ed in ambienti politico-istituzionali determinasse, come conseguenza, un inquinamento progressivo non solo del tessuto economico locale, ma anche del contesto sociale e della vita pubblica.

Tutto questo Giovanni Falcone lo aveva prima intuito attraverso l’attenta lettura dei fascicoli processuali e poi dedotto dagli eventi ricostruiti nel corso delle indagini. Fu in questo modo che il giudice sviluppò una conoscenza e una capacità di analisi attraverso atti istruttori, nel rispetto totale non solo delle norme, ma anche nel rispetto totale delle persone.

L'incontro con Francesca Morvillo

Giovanni Falcone e Francesca Morvillo
Giovanni Falcone e Francesca Morvillo

La nuova fase della vita di Falcone, segnata inevitabilmente dall'assegnazione della scorta e da una vita che sarebbe divenuta sempre più blindata, coincise con l'inizio della sua storia d'amore con Francesca Morvillo, anche lei magistrato, in servizio come sostituto alla Procura presso il Tribunale dei Minorenni dal 27 gennaio 1972. Anche Francesca usciva da un matrimonio fallito da poco, tanto che i due non poterono sposarsi fino al 1986, in attesa delle rispettive sentenze di divorzio. Il matrimonio, officiato dall'allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando, fu celebrato solo alla presenza dei testimoni, di notte, per ragioni di sicurezza.

Come ricordò Enzo Biagi, quando chiesero a Falcone perché i due non facessero un bambino, il giudice rispose: «Non si fanno orfani, si fanno figli»[8].

Il processo Spatola

La stoffa di Giovanni Falcone fu subito chiara con l’esito del processo di Rosario Spatola. Il processo al trafficante mafioso nasceva da un rapporto di polizia giudiziaria, presentato al procuratore della Repubblica Gaetano Costa.

Era diventata subito una questione molto delicata, in quanto il procuratore si era esposto personalmente firmando ordini di cattura nei confronti di alcuni personaggi mafiosi coinvolti nel business legato al traffico di stupefacenti tra Sicilia e Stati Uniti. Costa fu lasciato solo nel gestire la questione. Il processo, come prevedeva il vecchio codice di procedura penale, arrivò nelle mani del giudice Rocco Chinnici che, come già detto, lo affidò proprio a Falcone, l’ultimo arrivato.

Era l’epoca del processo cosiddetto inquisitorio (ovvero c’era un giudice che istruiva e valutava la prova), molto diverso da quello attuale, che si fonda sul modello accusatorio (ove c’è un’accusa esercitata da un soggetto distinto dal giudice). Nel codice oggi in vigore la fase istruttoria non esiste più: la prova si forma direttamente davanti al giudice; il pubblico ministero porta le prove a sostegno dell’accusa e la difesa le contrasta fornendo le proprie e il giudice decide in base al proprio convincimento. Allora invece, le prove erano messe insieme dal giudice istruttore il quale, al termine del lavoro, se riteneva di averne raccolte a sufficienza, disponeva che si celebrasse il processo vero e proprio al quale non era prevista però la sua partecipazione. Era poi il pubblico ministero che, in base ai risultati raggiunti dal giudice, sosteneva l’accusa. Questo meccanismo comportava che il vero oggetto del processo si risolvesse nella verifica della bontà della precedente attività istruttoria.

Rosario Spatola era un ex ambulante, con una fedina penale quasi immacolata. Ma in realtà Spatola era un mafioso: conquistava appalti pubblici con abbassi estremi senza mai nessuna concorrenza. Le sue imprese e i suoi cantieri, disseminati per tutta la città davano lavoro a migliaia di persone, facevano sì che Spatola venisse dipinto con una sorta di benefattore.

Giovanni Falcone con Antonino Caponnetto

Falcone utilizzò un nuovo metodo d’indagine: visto che per la mafia Palermo era la base operativa di traffici che oltrepassavano anche gli oceani, lo stesso era necessario fare per le indagini corrispondenti. Gli accertamenti bancari divennero il fulcro della nuova istruttoria. I direttori delle banche di Palermo ricevettero una richiesta d’invio di tutte le distinte di cambio di valuta estera, relative a un certo periodo di tempo. Una rivoluzione. Nessuno, prima d’ora, si era mai addentrato così profondamente negli istituti di credito, ma soprattutto nessuno si era mai concentrato sulle connessioni tra un fatto e l’altro. Il metodo Falcone era appena nato e già risultava vincente.

Purtroppo però, il giudice fin da subito dovette fare i conti con i suoi nemici. E in questo caso non si parla di mafia, bensì di componenti della magistratura stessa. Si trovò isolato dalle istituzioni, dai colleghi e dall’opinione pubblica e si trovò fin da subito a difendere tenacemente le sue capacità di contrasto come se fosse un novellino. Diceva spesso: «debbo sempre dare delle prove, fare degli esami».

Al lavoro nel Pool Antimafia

Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici fu ucciso con un'autobomba sotto casa. Due mesi dopo, il 1° ottobre, la madre di Giovanni morì, dopo aver avuto un primo infarto dopo l'omicidio del Generale dalla Chiesa. La morte della madre subito dopo quella di Chinnici segnò profondamente il giudice, tanto che, ha confidato la sorella Maria, l'inevitabilità di un attentato alla sua vita veniva vissuto in famiglia come qualcosa di ineluttabile[9].

Dopo la morte di Chinnici, il CSM scelse Antonino Caponnetto, anziano giudice in servizio a Firenze. Chi si aspettava una direzione dell'ufficio diversa da quella di Chinnici, dovette ricredersi: Caponnetto non solo riprese la prassi inaugurata dal suo predecessore, ma il 16 novembre di quell'anno istituì ufficialmente il "pool antimafia”. Il primo passo di Caponnetto fu una lunga conversazione con Falcone che tracciò un quadro breve, ma esauriente, dei problemi di mafia e degli schieramenti. I componenti del pool furono lo stesso Falcone, Giuseppe Di Lello Finuoli, Paolo Borsellino e infine Leonardo Guarnotta, il giudice più anziano.

pool antimafia di palermo
Il pool antimafia

Iniziò così, nell'ostilità dell'intero Palazzo di Giustizia e delle classi dirigenti palermitane, il lavoro del pool attorno al c.d. Processo dei 162, nucleo originale del Maxiprocesso, che 2 anni e mezzo dopo avrebbe portato alla sbarra Cosa nostra, oramai controllata dai Corleonesi di Totò Riina e di Bernardo Provenzano.

Significativa del clima d'odio nei confronti di Falcone e del pool divenne una lettera inviata il 14 aprile 1985 al Giornale di Sicilia da tale Patrizia Santoro, signora che dichiarava di vivere nei pressi dell'abitazione del magistrato, in Via Notarbartolo:

«Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato o domenica che tenga), al mattino, nel primissimo pomeriggio e alla sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente assillata da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora, mi domando, è mai possibile che non si possa riposare un poco nell’intervallo del lavoro e, quanto meno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte? Non è che questi “egregi signori” potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette alla periferia della città, in modo tale che sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori e l’incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)?»

Rispetto a quanto si racconta oggi, il lavoro di Giovanni Falcone e dell'intero pool antimafia fu aspramente osteggiato tanto dalla mafia che dalla stragrande maggioranza della società e delle classi dirigenti palermitane, tanto che il giudice arrivò a convincersi che:

«la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»[10].

Anche a seguito delle lamentele dei suoi vicini, Falcone restrinse ulteriormente i suoi spazi di libertà, arrivando anche a non andare più a nuotare nella piscina comunale per le evidenti misure di sicurezza che ciò comportava.

La svolta: il pentimento di Tommaso Buscetta

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta nell'aula bunker del Maxiprocesso

La vera svolta nelle indagini su Cosa nostra avvenne con il pentimento di Tommaso Buscetta. Il boss dei due mondi, come lo aveva ribattezzato la stampa, era stato estradato in Italia il 15 luglio 1984 dal Brasile. Nel viaggio in aereo aveva ingerito stricnina, ma sopravvisse al tentativo di suicidio. Il primo incontro con Falcone avvenne a Brasilia, dove il boss era stato incarcerato. Lì il giudice capì che il boss era disposto a collaborare. E così fu: il 18 luglio 1984 Buscetta ufficializzò la sua volontà a rendere dichiarazioni che si rivelarono fondamentali per l'istruzione del Maxiprocesso. Per 45 giorni Don Masino mise nero su bianco tutto quello che sapeva su Cosa Nostra. Fu talmente importante la testimonianza di Buscetta, che Falcone ebbe a dire, anni dopo:

«Prima di lui, non avevo - non avevamo - che un'idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare coi gesti»[11].

La "vacanza" all'Asinara

Durante le indagini, Cosa nostra aveva continuato a mietere vittime: nell'estate 1985 erano stati eliminati Beppe Montana e Ninni Cassarà, entrambi stretti collaboratori di Falcone e Borsellino. Subito dopo, l'allora Questore di Palermo, essendo arrivata la soffiata di un attentato ai danni dei due giudici, costrinse Falcone e Borsellino a soggiornare nella foresteria del super-carcere dell'Asinara, insieme alle loro famiglie, così da poter continuare a lavorare, seppur con molte difficoltà, senza il pericolo di attentati. Come avrebbe ricordato Borsellino davanti al CSM il 31 luglio 1988, lo Stato addebitò ai due giudici le spese di vitto e alloggio presso il carcere:

«Dal gennaio al novembre del 1985, tanto per fare un esempio, non credo di essere uscito se non per 4-5 ore al giorno (e per giorno intendo le 24 ore) dalla mia stanza senza finestre nel bunker. O meglio ne uscii, perché dopo l'omicidio del commissario Cassarà fummo chiamati, io e Falcone, dal questore di Palermo dell'epoca il quale ci disse che lo stesso giorno dovevamo essere segregati in un'isola deserta assieme alle nostre famiglie, perché se questa ordinanza non la facevamo noi, se ci avessero ammazzati, non la faceva nessuno, perché nessuno era in grado di metterci mano. Siccome io protestai, dicendo che questa decisione non doveva essere attuata immediatamente, perché Falcone è senza figli, ma io avevo famiglia e dovevo regolarmi le mie faccende, mi fu risposto in malo modo che i miei doveri erano verso lo Stato e non verso la mia famiglia. Sta di fatto che riuscii a ottenere 24 ore di proroga, ma dopo 24 ore scaricarono me, Falcone e rispettive famiglie in quest'isola. Tra parentesi - io non amo dirlo, ma lo devo dire - tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l'anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all'Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta!»[12].

Il Maxiprocesso di Palermo

Giovanni Falcone

Finalmente la sera dell'8 novembre 1985, dopo enormi sacrifici e tanta fatica, venne depositata l'ordinanza-sentenza che chiudeva l'istruttoria del primo grande processo contro Cosa nostra, passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo, che iniziò il 10 febbraio 1986.

Il 16 dicembre 1986, Borsellino venne nominato Procuratore Capo della Repubblica di Marsala e lasciò il pool. Come ricorderà Caponnetto, a quel punto gli sviluppi dell'istruttoria includevano ormai quasi un milione di fogli processuali, rendendo necessaria l'integrazione di nuovi elementi per seguire l'accresciuta mole di lavoro. Entrarono così a far parte del pool altri tre giudici istruttori: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte.

Il Maxiprocesso si chiuse in primo grado il 16 dicembre 1987 con 360 condanne, per un totale di 2665 anni di carcere e 11,5 miliardi di lire di multe da pagare a carico degli imputati.

La nomina di Meli e la fine del pool antimafia

Nei giorni successivi alla sentenza, i giornali che appoggiavano i magistrati proclamarono la fine del mito secondo il quale la mafia era una componente invincibile e inestirpabile della cultura siciliana. La sentenza del maxiprocesso rappresentò la prova del nove del lavoro svolto dai giudici del pool. Falcone si preoccupava però di sottolineare come il maxiprocesso non fosse nulla di più che un buon punto di partenza nella battaglia contro Cosa nostra. Lo stesso principio era già stato ribadito anche da Paolo Borsellino, in un'intervista alla televisione svizzera del 16 aprile 1987:

«Bisogna rifuggire questa opinione che si va diffondendo e che viene alimentata probabilmente ad arte che se si porta a termine questo Maxiprocesso la mafia sarà sconfitta»[13].

Dopo la sentenza, Antonino Caponnetto fu costretto, per ragioni di salute e suo malgrado, a fare ritorno a Firenze: accettò di dare le dimissioni anche perché gli era stata data rassicurazione dagli uomini dello Stato che il suo posto sarebbe andato a Falcone, tanto da dichiararlo anche pubblicamente[14]. Ciononostante, il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura gli preferì Antonino Meli, un magistrato a due anni dalla pensione che non aveva alcuna esperienza in materia di processi di mafia.

Meli, presidente della Corte di Assise di Caltanissetta, aveva fatto domanda per un altro posto, quello di Presidente del Tribunale di Palermo: la notte prima della scadenza del bando per il nuovo capo dell'Ufficio Istruzione, ricevette una telefonata da un collega che lo convinse a candidarsi per quel posto, anche se meno prestigioso.

Meli aveva 16 anni in più di Falcone ed era vicino alla pensione; tra i candidati che si erano presentati fino a quel momento, la più autorevole era la candidatura del pupillo di Caponnetto, ma anche per merito delle polemiche emerse un anno prima con l'articolo di Sciascia sui "Professionisti dell'Antimafia" (come dichiarò anche Paolo Borsellino dopo la morte di Falcone) il CSM era orientato a tornare al criterio dell'anzianità rispetto a quello della competenza che aveva fatto vincere a Borsellino il posto di Procuratore Capo a Marsala.

I nemici di Falcone dentro e fuori allo Stato riuscirono a reclutare contro il magistrato del pool antimafia giudici togati e di nomina politica provenienti da tutta Italia[15]. Le correnti si spaccarono. Il relatore Umberto Marconi sostenne che "Accentrare il tutto in figure emblematiche pur nobilissime è di certo fuorviante e pericoloso... c'è un distorto protagonismo giudiziario... si trasmoda nel mito"[16].

L'affondo finale venne da Vincenzo Geraci, il pubblico ministero che aveva accompagnato Falcone al primo interrogatorio con Buscetta:

«Se da un lato, infatti, le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali che coltivo con lui mi indurrebbero a preferirlo nella scelta, a ciò mi è però dì ostacolo la personalità di Meli, cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere, costò in tempi drammatici la deportazione nei campi di concentramento della Polonia e della Germania, dove egli rimase prigioniero per due anni. In tali condizioni vi chiedo pertanto di comprendere con quanta sofferenza e umiltà mi sento portato ad esprimere il mio voto di favore».

Fu per questo episodio che, durante il suo ultimo discorso a Casa Professa, quando Borsellino parlò di "qualche Giuda" che tradì Falcone, tutti i presenti pensarono a lui[17]. Il plenum del CSM il 19 gennaio 1988 votò, dopo un confronto accesissimo, a favore di Antonino Meli.

Tabella 1. Il risultato della votazione del 19 gennaio 1988 che bocciò Falcone
A favore di Meli: 14 A favore di Falcone: 10 Astenuti: 5
Agnoli Francesco Mario Abbate Antonio Germano Lombardi Bartolomeo
Borrè Giuseppe Brutti Massimo Mirabelli Cesare (Vicepresidente)
Buonajuto Antonio Calogero Pietro Papa Renato Nunzio
Cariti Giuseppe Caselli Gian Carlo Pennacchini Erminio
Di Persia Felice Contri Fernanda Sgroi Vittorio
Geraci Vincenzo D'Ambrosio Vito
Lapenta Nicola Gomez d'Ayala Mario
Letizia Sergio Racheli Stefano
Maddalena Marcello Smuraglia Carlo
Marconi Umberto Ziccone Guido
Morozzo della Rocca Franco
Paciotti Elena Ornella
Suraci Sebastiano
Tatozzi Gianfranco

Fu sufficiente appena un mese per cancellare tutto e per eliminare il pool antimafia. La sconfitta personale di Falcone era sotto gli occhi di tutti: Caponnetto prima e Borsellino poi avrebbero dichiarato dopo la sua morte che Falcone aveva iniziato a morire proprio quella notte, quando Meli diventò Consigliere istruttore al suo posto. Il risultato finale, con le strategiche astensioni, fu il frutto di un disegno preciso costruito a tavolino.

Lo stillicidio di attacchi e di sospetti avanzati, come pure le accuse di rampantismo per le amicizie politiche, contribuirono a creare un clima pesante: Falcone si sentiva isolato e ostacolato. Si stava attuando il “progetto normalizzatore”, che rendeva vano tutto il lavoro effettuato fino a quel momento dal pool antimafia.

Meli, in sintonia con la linea del giudice Corrado Carnevale, assecondò la tesi della mafia vista come un’associazione di bande senza una strategia o un obiettivo preciso, negando cosi il principio cardine che aveva portato ai successi contro la mafia: l’unicità di Cosa Nostra. Inoltre Meli, ormai in aperto contrasto con Falcone, sciolse ufficialmente il pool.

Un mese dopo, Falcone ebbe l'ulteriore amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell'Alto Commissariato per la lotta alla mafia. Nonostante gli avvenimenti, tuttavia, Falcone proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando un'importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York.

Il fallito attentato all'Addaura

Casa Falcone Addaura
La casa che era solito affittare Giovanni Falcone all'Addaura

Per eliminare una volta per tutte colui che aveva già largamente messo a repentaglio la sopravvivenza di Cosa nostra, il 21 giugno 1989 alcuni “uomini d’onore” piazzarono 58 candelotti di esplosivo nei pressi della spiaggetta antistante la villa del giudice che prendeva d’affitto in estate, intuendo che prima o poi il magistrato vi si sarebbe diretto per un bagno. In effetti questo avvenne, ma le bombe, presumibilmente controllate da un comando a distanza, non esplosero. All'epoca ciò fu attribuito ad un fortunato caso (si parlò di un malfunzionamento del detonatore). Falcone capì subito che non era un semplice “avvertimento”, e soprattutto capì anche che ad organizzare l’attentato non furono solo i boss di Cosa nostra, ma vi erano coinvolte anche menti raffinatissime, come dichiarò in seguito.

La nomina a procuratore aggiunto e il "Palazzo dei Veleni"

Il giorno dopo l'attentato, Il CSM lo nominò procuratore aggiunto in Procura, allora retta da Salvatore Curti Giardina, sostituito dal 20 giugno 1990 da Pietro Giammanco[18]. L'esperienza in procura fu un'altra via crucis, segnata da ostilità, incomprensioni e contrasti anche con chi era stato un tempo dalla sua parte, come il sostituto procuratore Gioacchino Natoli[19].

Il culmine delle ostilità si raggiunse con l'invio da parte del famigerato "Corvo"[20] di una serie di lettere anonime (un paio addirittura scritte su carta intestata della Criminalpol). Queste missive anonime avevano l'obiettivo di diffamare Falcone e i colleghi Giuseppe Ayala, Giuseppe Prinzivalli e Pietro Giammanco, più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, e importanti investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli. Falcone veniva accusato soprattutto di avere "pilotato" il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno, al fine di sterminare i Corleonesi, storici nemici della sua famiglia.

Il caso arrivò anche alla Commissione parlamentare antimafia, allora presieduta da Gerardo Chiaromonte, che il 9 agosto 1989, convocò il collaboratore di giustizia per chiedergli conto del suo ritorno in Sicilia dagli Stati Uniti, cui corrisposero diversi omicidi a Palermo. Tuttavia, dalla lettura dei verbali, pubblicati nel 2019[21], si può facilmente intuire come sotto accusa non sembrasse lui, in quel momento in stato d'arresto (e successivamente scagionato), piuttosto Giovanni Falcone. Le domande fatte al collaboratore e poi anche all’ex-capo della Criminalpol Gianni De Gennaro restituiscono in pieno il clima di sospetti attorno al magistrato, persino all'interno della Commissione parlamentare antimafia.

Nonostante il clima di odio e invidia in cui viveva, Falcone riuscì a portare a termine importanti operazioni antimafia tra Palermo, gli Stati Uniti e il Nord Italia, come ad esempio l'indagine Duomo Connection, realizzata insieme a Ilda Boccassini.

La "telenovela giudiziaria" Di Pisa

Nel frattempo l'allora Alto Commissario Domenico Sica avviò indagini per scovare l'autore delle missive anonime, avviando quella che Saverio Lodato ha definito una "telenovela giudiziaria"[22]. Il principale sospettato era Alberto Di Pisa, già chiacchierato nel palazzo di giustizia di Palermo come autore di lettere anonime, anche se gli argomenti affrontati erano meno delicati[23]. Sica lo invitò a bere nel suo ufficio e prese le sue impronte, che risultarono compatibili con un'impronta trovata su una delle missive. O almeno così riferirono i servizi, salvo fare successivamente marcia indietro. In parallelo alle indagini promosse da Sica si aggiunsero quelle del procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore Celesti.

Iniziò così un'estenuante altalena di conferme e di smentite, il tutto sui giornali e sulla stampa, con Di Pisa "condannato" senza processo e senza sentenze. Quando finalmente il CSM si occupò della vicenda, gli animi erano ormai esasperati. E Di Pisa deluse tutti, sia gli innocentisti che i colpevolisti, adottando una linea difensiva infelice: negava di avere scritto quelle lettere, ma disse di sottoscriverne i contenuti dalla A alla Z, esprimendosi in maniera durissima contro Falcone e De Gennaro, oltre a rivelare che Ayala aveva una scopertura bancaria che sfiorava il mezzo miliardo e si chiese maliziosamente perché avesse ottenuto quel trattamento di favore.

La conclusione del CSM fu ancora una volta salomonica: sia Di Pisa che Ayala andavano trasferiti entrambi per incompatibilità con i loro rispettivi ambienti di lavoro. Né valse a nulla la spiegazione di Ayala che il debito non era suo, bensì della moglie (e comunque era stato onorato proprio alla vigilia del definitivo verdetto del CSM).

Nel 1992 Di Pisa venne condannato in 1° grado, nel 1993 venne assolto in appello per non aver commesso il fatto, sentenza divenuta definitiva perché la Procura non fece ricorso in Cassazione. Nonostante l'assoluzione nel merito, l'etichetta del Corvo Di Pisa se la portò dietro per tutta la vita.

Gli attacchi del movimento antimafia e la rottura con Orlando

Giovanni Falcone Leoluca Orlando
Giovanni Falcone e Leoluca Orlando, agli inizi degli anni '90

Nella sua nuova veste di Procuratore aggiunto, Falcone divenne bersaglio anche di una parte del movimento antimafia. Il casus belli scoppiò in seguito alla collaborazione del mafioso Giuseppe Pellegriti, che nell'agosto 1989 fornì preziose informazioni sull'omicidio del giornalista Giuseppe Fava e sul presunto ruolo di Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Il pm Libero Mancuso, che aveva raccolto le dichiarazioni di Pellegriti, informò subito Falcone, che interrogò il pentito a sua volta. Tuttavia, dopo due mesi di indagini, Falcone lo incriminò insieme ad Angelo Izzo, spiccando nei loro confronti due mandati di cattura per calunnia (poi annullati dal Tribunale della libertà in quanto essi erano già in carcere). Pellegriti, dopo l'incriminazione, ritrattò, accusando Izzo di essere l'ispiratore delle accuse.

Nonostante la correttezza di quegli atti, l'incriminazione di Pellegriti fu giudicata da una parte del movimento antimafia come un cambio di rotta di Falcone, di un suo avvicinamento al potere politico siciliano. Un primo attacco al suo lavoro arrivò a sorpresa dal Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che nel maggio 1990 lo attaccò pubblicamente durante la seguitissima trasmissione televisiva di RaiTre Samarcanda, dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore: secondo Orlando, Falcone aveva tenuto chiusi nei cassetti una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti di Cosa nostra. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice Roberto Scarpinato, oltre al procuratore Pietro Giammanco, ritenuto vicino ad Andreotti.

Rivolgendosi direttamente a Orlando, Falcone rispose:

«Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati»[24].

La mancata elezione al Consiglio Superiore della Magistratura

Continuamente ostacolato dai colleghi sul lavoro e attaccato oramai anche da chi ai tempi del Maxiprocesso lo aveva sostenuto, nel 1990 accettò la proposta del collega Mario Almerighi di candidarsi al Csm, che lo aveva convinto facendogli l'esempio di Ciaccio Montalto, anche lui isolato a Trapani e poi ucciso da Cosa nostra. In questo modo Falcone avrebbe trovato una collocazione temporanea, prendendo una boccata d’ossigeno dopo le tante sconfitte subite; inoltre si convinse che all’interno del Consiglio avrebbe potuto operare nel modo migliore e continuare la sua battaglia antimafia. Ma Falcone ne uscì sconfitto anche questa volta, bocciato dai suoi stessi colleghi.

La sentenza d'appello del Maxiprocesso

Ad appannare l'immagine di Falcone intervenne anche la sentenza d'appello del Maxiprocesso, pronunciata il 12 dicembre 1990. Nonostante le dichiarazioni dei pentiti fossero state confermate da riscontri oggettivi, la sentenza ridimensionò l'importanza delle loro dichiarazioni. Risultò particolarmente indebolita la visione verticistica e unitaria di Cosa nostra, nonostante non fosse stata completamente disarticolata. I boss della Commissione ricevettero pene variabili e ingiustificabili (Ad esempio, Salvatore Riina e Michele Greco furono condannati all'ergastolo ma Bernardo Provenzano solo a 10 anni e Salvatore Greco a 6 anni, mentre altri killer come Giuseppe Lucchese Miccichè non ricevettero il massimo della pena). Addirittura rimasero impuniti gli omicidi del commissario Boris Giuliano, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del Generale Dalla Chiesa, dopo otto anni e ben due processi. Restò, pur fragilmente, il principio che gli omicidi fossero commissionati ad un livello più alto dell'organizzazione, dunque alcuni membri della Commissione furono condannati come mandanti.

Nonostante la delusione e la rabbia provata in privato per l'esito dell'Appello[25], Falcone in pubblico ostentò comunque ottimismo, affermando che era stato fatto un passo avanti sul piano dell'impunità:

«E' la prima volta, anche in grado di Appello, che resistono in misura non indifferente gli ergastoli. E questo è un fatto. Il processo di Palermo non è certo finito con una raffica di assoluzioni come quello celebrato 20 anni fa per i 114 della nuova mafia, non è finito nel nulla ma con 11 condanne a vita per altrettanti boss e sicari. L'impianto complessivo della istruttoria ha tenuto, ha resistito»[26].

La mancata strage a Catania al ristorante Costa Azzurra

Dopo la mancata elezione al Csm e vista l'impossibilità di lavorare a Palermo, Falcone maturò la decisione di accettare la proposta che gli veniva da Roma di dirigere gli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. Il 27 febbraio 1991 il CSM deliberò il collocamento «fuori ruolo col suo consenso», con la seguente motivazione: «Nominato direttore generale degli Affari penali. Luogo svolgimento incarico: Roma. Ufficio: ministero Grazia e Giustizia»[27]. Due settimane dopo, il 13 marzo, prese servizio a Roma.

Il giorno successivo alla delibera del Csm il 28 febbraio Falcone rischio di essere vittima, con Pietro Grasso, di un attentato a Catania. Il giudice era atteso al processo in cui era imputato Salvatore Inzerillo per l'omicidio del procuratore Gaetano Costa e arrivò accompagnato dall'ex-giudice a latere del Maxiprocesso. Di fronte all'insistenza di Attilio Bolzoni, Francesco La Licata e Felice Cavallaro, Falcone diede appuntamento a pranzo ai tre giornalisti a due condizioni: niente interviste, e il ristorante lo avrebbe scelto lui. I cinque si ritrovarono così al Costa Azzurra, ristorante catanese abitualmente frequentato da Nitto Santapaola.

Un collaboratore di giustizia, negli anni successivi, rivelò a Pietro Grasso che i picciotti di Santapaola erano appostati coi kalashnikov pronti a fare fuoco, ma non riuscirono a rintracciare il loro capo per avere l'autorizzazione a ucciderli tutti, quindi la strage naufragò.

La nuova vita a Roma

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone a Roma nel 1991

Nel suo nuovo ruolo Falcone assunse il coordinamento a livello nazionale della lotta contro la criminalità organizzata. Il suo principale obiettivo fu la creazione di due organismi nazionali che sono tuttora i pilastri dell’azione contro il crimine organizzato: la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e la DNA (Direzione Nazionale Antimafia).

Nella sua idea, la DNA avrebbe dovuto coordinare le indagini tra le varie procure italiane, mentre la DIA, composta da uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, avrebbe dovuto assumere un ruolo simile a quello dell'FBI statunitense.

Come ha raccontato La Licata, il Falcone romano «lo vedevo nel pieno del suo vigore. Mi ritornava in mente il Falcone del processo Spatola-Sindona, il giudice della grande stagione dei pentiti, delle grandi retate. Sì, sembrava rinato, Giovanni, e si apprestava a vivere un anno straordinario»[28]. Iniziò anche una collaborazione come editorialista della Stampa, che accettò solo dopo aver incontrato il politologo Norberto Bobbio, ricevendo dal maestro torinese una sorta di "benedizione"[29].

La relativa quiete romana dei primi mesi venne funestata tuttavia dall'omicidio del giudice Antonino Scopelliti, che doveva sostenere l'accusa del Maxiprocesso in Cassazione. Ai suoi funerali Falcone confidò al fratello del collega: «Se hanno deciso così non si fermeranno più... ora il prossimo sarò io».

L'accusa di essersi venduto al potere politico

Giovanni Falcone con l'allora ministro della giustizia Claudio Martelli

La vicinanza con il vicesegretario del PSI Martelli costò tuttavia a Falcone dure critiche anche dal PCI che si accingeva a diventare PDS dopo la caduta del Muro di Berlino e da altri settori del mondo politico, benché nel suo ruolo di Direttore degli Affari Penali al Ministero egli si fosse limitato fino a quel momento a lavorare per dare alla magistratura nuovi strumenti nella lotta alla mafia.

Durante la staffetta televisiva Samarcanda-Maurizio Costanzo Show andata in onda il 26 settembre 1991, in memoria di Libero Grassi, andò in scena in diretta televisiva più di un attacco a Giovanni Falcone da parte di Leoluca Orlando e Alfredo Galasso, esponenti del partito "La Rete". La trasmissione è nota anche perché in quell'occasione un giovanissimo Totò Cuffaro accusava in diretta televisiva Michele Santoro e Maurizio Costanzo di «giornalismo mafioso», che a suo dire faceva «più male alla Sicilia di dieci anni di delitti»[30].

Due settimane dopo, il 15 ottobre, Giovanni Falcone fu costretto poi a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando dall'anno prima. Commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, il giudice palermitano affermò che:

«non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, è l'anticamera del khomeinismo».

La precisazione davanti al CSM: non esiste un terzo livello sopra Cosa nostra

Falcone davanti al CSM dovette anche smentire l'esistenza di un terzo livello organizzativo sopra Cosa nostra. Il magistrato nel giugno 1982 aveva firmato con Giuliano Turone una relazione dal titolo "Tecniche di indagine in materia di mafia", parlando di tre livelli di reati. I reati di terzo livello erano quei “delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (si pensi ad esempio all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso".

La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialità dei media, venne applicata anche all'organizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di super-cupola.

Già in una relazione del 1988 Falcone si era premurato di esplicitare il suo pensiero:

«Al di sopra dei vertici organizzativi non esistono "terzi livelli" di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternità; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attività. E in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dell'esistenza di una "direzione strategica" occulta di Cosa Nostra. Gli uomini d'onore che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali figure di primo piano dell'organizzazione, ne conoscono l'esistenza. E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di "Cosa Nostra", è pur vero che in seno all'organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma Cosa Nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternità»[31].

Sempre davanti al Csm, nel 1991, Falcone commentava:

«Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perché si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: "Falcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla più". Io aggiungo qualcos'altro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perché magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre più rafforzato in questa idea»[32].

Tutti (o quasi) contro Falcone

Le critiche al libro Cose di Cosa nostra

Cose di Cosa Nostra 1° edizione
La copertina della 1° edizione di "Cose di Cosa nostra"

Nell'ottobre 1991 uscì in libreria "Cose di Cosa nostra", il primo e unico libro di Giovanni Falcone, scritto in collaborazione con la giornalista Marcelle Padovani. Oggi è considerato, a ragione, tra i migliori libri mai scritti sulla mafia siciliana e sul fenomeno mafioso in generale. Tuttavia, quando uscì fu accolto da pesanti critiche. Falcone venne accusato di essere rimasto "stregato dai boss", gli rimproverarono un'eccessiva confidenza con la mentalità mafiosa, fino a perdere di vista il limite che separa la tradizione siciliana dall'adesione ai falsi principi di Cosa nostra.

Il 9 gennaio 1992 uscì su la Repubblica un durissimo articolo di Sandro Viola, che lo invitò anche a dimettersi dalla magistratura per il suo presenzialismo televisivo e mediatico, domandandosi ironicamente il perché di questa svolta da «mediocre pubblicista». L'editorialista di punta del giornale fondato da Eugenio Scalfari scriveva che:

«scorrendo il libro-intervista di Falcone, «Cose di cosa nostra», s’avverte (anche per il concorso d’una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi»[33].

Quel vergognoso articolo fu poi addirittura cancellato dagli archivi del quotidiano dopo la Strage di Capaci, ma nel 2012 fu recuperato e reso nuovamente pubblico grazie all'Emeroteca Tucci di Napoli. Tre giorni dopo, in una puntata della trasmissione Telefono Giallo, condotta da Corrado Augias, il giornalista esordiva con:

«Noi abbiamo imparato a conoscerla quando viveva barricato laggiù e forse l’abbiamo un po’ mitizzata. Adesso che sta al ministero e che scrive editoriali sulla Stampa, le sue posizioni sembrano più morbide, più sfumate. Non vorrei dire che ci ha un po’ deluso negli ultimi tempi, ma sicuramente è cambiato: lei lo sa? Ne è consapevole?»[34]

La trasmissione passò alla storia soprattutto per la domanda posta da una donna del pubblico. «Lei dice nel suo libro che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei fortunatamente è ancora con noi: chi la protegge?» La reazione del magistrato fu amarissima: «Questo vuol dire che per essere credibili bisogna essere ammazzati?»

La superprocura antimafia negata

Giovanni Falcone nel 1992
Giovanni Falcone nel 1992

Quando venne varato il decreto-legge n. 367 del 20 novembre 1991 che istituiva la Direzione nazionale antimafia fu subito polemica. Falcone venne accusato di aver ideato un decreto ad personam. Tanto che molti commentatori lo definirono il decreto "coi baffi". Oltre ai soliti, gli attacchi al giudice palermitano arrivarono anche da persone che negli anni sentiva politicamente e ideologicamente vicine: dai giudici del Movimento per la giustizia, la sua corrente, agli ex-amici di Magistratura democratica, a tutto uno schieramento di sinistra, compreso il PDS. Le proteste sfociarono addirittura in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati

Falcone veniva ritenuto il migliore per ricoprire l'incarico, ma venivano avanzati dubbi sulla sua indipendenza dal potere politico per il ruolo che aveva avuto al fianco di Martelli, benché ci fosse lui dietro al cosiddetto “pacchetto antimafia” che prevedeva tra le altre cose il carcere duro per i boss, l'ergastolo ostativo, la legge sui collaboratori di giustizia, quella sullo scioglimento dei comuni per mafia.

Nonostante l'invito a non candidarsi arrivato da più parti, Falcone il 17 gennaio 1992 presentò domanda per diventare il primo procuratore nazionale antimafia. Come già era successo nel 1988, anche questa volta venne confezionato un candidato "anti-Falcone", come venne rinominato: Agostino Cordova, procuratore di Palmi. La sua candidatura veniva sostenuta poiché mostrava maggiore indipendenza rispetto a Falcone, avendo da poco chiuso un inchiesta in Calabria contro mezzo partito socialista regionale.

E questo nonostante fosse merito suo se la Cassazione non annullò il maxiprocesso: per la prima volta, infatti, a discutere il terzo grado dello storico processo furono le sezioni riunite della Corte e non la prima sezione, presieduta da Corrado Carnevale, che storicamente si era sempre occupata dei processi di mafia (facendoli finire quasi sempre in fumo).

Tanto che la Commissione per il conferimento degli uffici direttivi del Csm si era espressa a favore del magistrato calabrese (tre voti a favore, contro i due per Falcone).

L'indomani, il 26 febbraio, comparve un commento della vicenda a firma di Vincenzo Geraci su "Il Giornale" di Montanelli, intitolato "Vinca l'indipendenza":

«Che cosa è valso dunque a sovvertire le più accreditate previsioni della vigilia, spingendo la competente commissione del Csm a proporre il nome di Agostino Cordova? [...] riteniamo che a giocare un ruolo decisivo in suo favore sia stata, insieme alla maggiore anzianità, la condizione di assoluta indipendenza dimostrata nelle innumerevoli e gravi inchieste giudiziarie da lui condotte. Sia chiaro che con ciò non intendiamo mettere in dubbio l'altrettanto sicura indipendenza di Giovanni Falcone; solo che, quest'ultima, ha forse sofferto del ruolo da lui ultimamente assunto come direttore degli Affari penali presso il Ministero di grazia e giustizia, e perciò dell'inevitabile coinvolgimento nelle scelte di politica giudiziaria di Martelli, del quale si ritiene il più autorevole e assiduo consigliere»[35].

Il 12 marzo è l'Unità ad ospitare il commento di Alessandro Pizzorusso, uno dei membri «laici» del Csm in quota Pds. Il titolo è eloquente: Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché. La ragione era che «mentre Cossiga tace, Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il Csm. Il principale collaboratore del ministro non dà più garanzie di indipendenza»[36].

L'omicidio di Salvo Lima

Morte Salvo Lima
La scena dell'omicidio di Salvo Lima

Quel giorno tuttavia la scena se la prende un altro evento, destinato a far saltare gli equilibri politici tra una parte della Democrazia Cristiana e Cosa nostra: l'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima, reo di non aver fatto naufragare in Cassazione il Maxiprocesso come aveva promesso. Lo stesso Salvo Lima che un anno prima, alla nomina di Falcone al ministero, aveva sibilato con Angelo Siino: «chistu si metterà l'Italia nelle mani»[37]. Il commento di Falcone è laconico: «Da questo momento può accadere di tutto»[38].

Al giornalista Francesco La Licata spiegò:

«Si apre un nuovo ciclo. E' vero, si chiudono i vecchi conti del maxiprocesso, ma da questo momento Cosa nostra inaugura anche una nuova linea. La mafia sta dicendo che non ha più bisogno di intermediari che possano filtrare i suoi rapporti con la politica e con le istituzioni. Da Lima in poi i rapporti vuole tenerli direttamente. Non è una novità, questa. Questi vedere quello che sta accadendo un po' ovunque durante le campagne elettorali: la mafia ha imposto i "suoi" candidati»[39].

Secondo Falcone Cosa nostra doveva alzare il tiro. Una scelta obbligata per tenere insieme l'organizzazione, dopo le tante sconfitte dentro e fuori le aule di giustizia, con molti boss reclusi al carcere duro e la rottura del velo dell'omertà da parte di sempre più esponenti dell'organizzazione per collaborare e ottenere i benefici penitenziari. Secondo il giudice palermitano avrebbe provato a colpire le più alte cariche dello Stato. Cosa che in effetti l'organizzazione mafiosa fece.

Al magistrato Giannicola Sinisi, che lavorava con lui al ministero, dopo un incontro con alcuni esponenti del CSM relativamente alla corsa alla Dna, confidò: «In fondo, a uno come me, che sa di dover essere ammazzato, cosa vuoi che gliene importi di fare il super-procuratore?»[40].

L'attentatuni: la strage di Capaci

Una foto dopo l'esplosione della bomba

Sabato 23 maggio 1992 Falcone stava tornando a Palermo, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arrivò a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendevano tre Fiat Croma blindate, con un gruppo di scorta sotto il comando dell'allora capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera.

Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistemò alla guida della Fiat Croma bianca e accanto prese posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l'autista giudiziario Giuseppe Costanza andò ad occupare il sedile posteriore. Nella Fiat Croma marrone, la Quarto Savona 15, c'era alla guida Vito Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra c’erano Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. In testa al gruppo c’era la Fiat Croma marrone, poi la Fiat Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Fiat Croma azzurra. Alcune telefonate avvisarono i sicari che avevano sistemato l'esplosivo per la strage della partenza delle vetture.

Le auto lasciarono l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione pareva tranquilla, tanto che non vennero attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina guidata da Gioacchino La Barbera si affiancò alle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; furono gli ultimi secondi prima della strage.

Otto minuti dopo, alle ore 17:58, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci - Isola delle Femmine venne azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, premette il pulsante in anticipo, sicché l'esplosione investì in pieno solo la Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, e su fino ad una zona pianeggiante alberata; i tre agenti di scorta morirono sul colpo.

La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schiantò invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, venero proiettati violentemente contro il parabrezza. Rimasero feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resistette, e si salvarono miracolosamente anche un'altra ventina di persone che al momento dell'attentato si trovavano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell'eccidio.

L'Italia intera, sgomenta, trattenne il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sicché alle 19:05, ad un'ora e sette minuti dall'attentato, Giovanni Falcone morì dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo sarebbe morta anch'essa, intorno alle 22:00.

Insieme allo scoppio della bomba di tritolo ci fu il terremoto. L’epicentro era lì, allo svincolo autostradale per Capaci dove alle 17:58 del 23 maggio 1992 si aprì il cratere che inghiottì Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta, ma gli effetti arrivarono fino a Roma. Nei palazzi del potere. A cominciare dall’elezione del nuovo presidente della Repubblica avvenuta quarantotto ore dopo l’eccidio, che sancì la sconfitta di Giulio Andreotti e portò all'elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

I funerali

Funerali Giovanni Falcone
I funerali di Giovanni Falcone

Lo stesso giorno dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, a Palermo, nella Chiesa di San Domenico, si tennero i funerali delle vittime, ai quali partecipò l'intera città. I più alti rappresentanti del mondo politico presenti (Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni) vennero duramente contestati dalla cittadinanza e si rischiò il linciaggio. Le immagini simbolo rimaste maggiormente impresse nella memoria collettiva furono le parole e il pianto della vedova di Vito Schifani.[41]

«Io, Rosaria Costa, vedova dell'agente Vito Schifani -- Vito mio -- battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato -- lo Stato... -- chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio... di cambiare... loro non cambiano ... se avete il coraggio... di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro...di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete. Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: "Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno". Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo che avete reso questa città sangue, città di sangue... Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue -- troppo sangue -- di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l'amore per tutti. Non c'è amore, non ce n'è amore, non c'è amore per niente».

Curiosità: il doppio compleanno di Falcone

Giovanni Falcone nacque il 18 maggio, ma all'anagrafe risulta la data del 20. Il motivo risiede nel fatto che all'epoca quando nasceva un figlio era usanza che fosse il padre ad andare a riconoscerlo all'anagrafe e la data di nascita ufficiale era quella della data del riconoscimento, non quella effettiva di nascita. Così Giovanni Falcone, in età adulta, era solito festeggiare due volte il compleanno, sia il 18 che il 20 maggio.

Opere

  • Rapporto sulla mafia degli anni '80. Gli atti dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Palermo, S. F. Flaccovio, 1986.
  • Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991.
  • Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso, Roma, Libera informazione, 1993.
  • La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia, Milano, BUR Rizzoli, 2010

Note

  1. Citato in La Licata, Storia di Giovanni Falcone, p. 38.
  2. Ivi, p. 39.
  3. Citato in Bianconi, L'Assedio, cap. 3.
  4. Citato in Maria Falcone, con Francesca Barra (2012). Giovanni Falcone, un eroe solo, Rizzoli editore
  5. Citato in La Licata, op. cit., p. 52.
  6. Citato in Bianconi, op. cit.
  7. Citato in Cose di Cosa nostra, p. 89.
  8. Enzo Biagi, Matrimonio “blindato” nella notte, Corriere della Sera, 24 maggio 1992.
  9. Citato in La Licata, op. cit., p. 64.
  10. Cose di Cosa Nostra, p.93. Corsivi nostri.
  11. Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Milano, BUR, 1991, pag.41
  12. Consiglio Superiore della Magistratura, Audizione di Paolo Borsellino davanti al Comitato Antimafia, 31 luglio 1988, pp. 32-33.
  13. Citazione tratta dalla trasmissione "Carta Bianca" dell'emittente televisiva RSI, 16 aprile 1987, disponibile integralmente qui.
  14. citato in Nando dalla Chiesa, Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore, p. 82-83
  15. Ibidem
  16. Ivi, p.84
  17. Il tema è controverso. Se da un lato Borsellino non pronunciò il nome di Geraci, il fatto venne ribadito dalla presa di posizione di Caponnetto, Ayala e Arlacchi che minacciarono di non partecipare il 22 ottobre 1992 alla puntata di Telefono Giallo condotta da Corrado Augias, qualora fosse stata confermata la partecipazione di Geraci. Attualmente è in corso un procedimento per diffamazione contro il giornalista Rino Giacalone che nel 2012 rievocò la seduta del CSM in un articolo su Il Fatto Quotidiano, non ancora conclusasi dopo oltre 10 anni.
  18. La Repubblica, Palermo, Falcone dà il benvenuto al nuovo procuratore Giammanco, 21 giugno 1990.
  19. Citato in La Licata, op. cit., p. 119.
  20. I giornalisti diedero il nome alla vicenda dal film "Il corvo" (Le Corbeau), uscito nel 1943 e diretto dal regista Henri-Georges Clouzot, che aveva per protagonista un tale che spediva lettere anonime firmandosi "Il corvo".
  21. Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie, Pubblicazione di atti relativi ad alcune audizioni svolte dalla Commissione di inchiesta Antimafia della X legislatura, 27 settembre 2019. Disponibile a questo link.
  22. Saverio Lodato, Quarant'anni di mafia, pp. 262-264.
  23. Ibidem
  24. Silvana Mazzocchi, I nomi, altrimenti stia zitto, La Repubblica, 20 maggio 1990.
  25. Testimonianza resa da Leonardo Guarnotta a Pierpaolo Farina, direttore di WikiMafia, l'8 maggio 2018.
  26. "Io non lotto, faccio solo le sentenze, Intervista a Giovanni Falcone e Vincenzo Palmegiano, La Repubblica, 12 dicembre 1990
  27. Citato in Bianconi, op. cit.
  28. La Licata, op. cit., p. 136.
  29. Ivi, p. 148
  30. L'estratto video è disponibile su YouTube a questo link.
  31. Giovanni Falcone, "Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale", relazione letta al Convegno internazionale di studi organizzato dal Comune di Palermo sul tema "Lott alla droga: verso gli anni Novanta", oggi contenuto in "La posta in gioco", Milano, Bur, p. 331 e ss.
  32. Il testo integrale dell'audizione è disponibile sul sito del Consiglio Superiore della Magistratura.
  33. Sandro Viola, Falcone, che peccato..., la Repubblica, 9 gennaio 1992. Disponibile integralmente qui.
  34. Puntata di Telefono Giallo del 12 gennaio 1992
  35. La Licata, op. cit., pp. 158-159.
  36. Citato in Bianconi, l'Assedio.
  37. Citato da Dalla Chiesa, Una Strage Semplice, p. 15.
  38. Ivi, p. 150.
  39. La Licata, op. cit., pp. 166-167.
  40. Ivi, p. 168.
  41. Il video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=ff0wgrgkCBM

Bibliografia

  • Bianconi, Giovanni (2017). L'assedio. Troppi nemici per Giovanni Falcone, Torino, Einaudi.
  • Bolzoni, Attilio (2012). Uomini soli, Milano, Melampo Editore.
  • Caponnetto, Antonino, con Lodato Saverio (1992). I miei giorni a Palermo, Milano, Garzanti.
  • Dalla Chiesa, Nando (2017). Una Strage Semplice, Milano, Melampo Editore.
  • Falcone, Giovanni, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli.
  • La Licata, Francesco (2002). Storia di Giovanni Falcone, Milano, Feltrinelli.