Operazione Light in the Woods

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Con questa operazione abbiamo scritto la storia del locale di Gerocarne fino ai giorni nostri
Vincenzo Antonio Lombardo, procuratore di Catanzaro

[1]

L'operazione Light in the Woods (Luce nei Boschi) è stata un'indagine eseguita dalla polizia di stato e coordinata dalla DDA di Catanzaro contro presunti capi e gregari della locale di 'ndrangheta di Ariola in provincia di Gerocarne nelle Serre vibonesi, comprendente le famiglie Loielo, Gallace, Emanuele e Maiolo.

L'indagine ha permesso di svelare i risvolti di una faida durata più di 20 anni che ha insanguinato i boschi delle Serre del vibonese.

Antefatti

L'operazione Light in the Woods rappresenta uno spaccato delle dinamiche criminali sviluppatesi ad Ariola dal 1980 a oggi. La frazione di Gerocarne fu sede della 'ndrina dei Loielo, con accanto gli Altamura, il cui 'capo società' Antonio Altamura di Ariola, fu già coinvolto nell'inchiesta Crimine e nell'omicidio del parrucchiere di Acquaro, Placido Scaramozzino, preso a colpi di zappa e sotterrato mentre ancora respirava nei boschi delle Preserre vibonesi nel settembre del 1993. Accanto a lui avrebbero operato Nazzareno e Michele Altamura, quest'ultimo assessore, divenuto poi sindaco di Gerocarne, il quale avvalendosi del ruolo istituzionale ricoperto avrebbe offerto il proprio supporto al gruppo mafioso [2].

A capo dell'ala militare della locale sarebbero stati identificati i fratelli Giovanni, Vincenzo e Francesco Loielo (quest'ultimo collaboratore di giustizia), i quali vennero condannati nel 1991 per il sequestro di Cataldo Albanese, figlio di un imprenditore di Massafra (in provincia di Taranto), rapito il 9 ottobre 1989 e liberato dopo 6 mesi dietro un riscatto pari a un miliardo di lire. Successivamente il potere passò ai loro cugini Giuseppe e Vincenzo Loielo, quest'ultimo omonimo del congiunto in carcere.

Il 22 aprile 2002 ebbe luogo l'uccisione di Giuseppe e Vincenzo Loielo, la quale secondo la DDA, fu ordita da Bruno Emanuele, portato nella 'ndrina di Ariola proprio da Giuseppe. Nei periodi di detenzione, Bruno Emanuele venne sostituito dal fratello Gaetano. Il potere degli Emanuele si estese successivamente in zone quali Soriano, Sorianello, Pizzoni e Vazzano e a loro sarebbero risultate legate figure quali: Piero Sabatino, principale imputato dell'operazione antidroga Ghost e ritenuto il vero e proprio sostituto di Bruno Emanuele; Franco Idà, presunto braccio-destro di Bruno Emanuele; Vincenzo Bartone; Salvatore Zannino; Pasquale De Masi incaricato delle 'esecuzioni'; Giuseppe La Robina e Giuseppe De Girolamo legati a Gaetano Emanuele.

Nelle zone di Acquaro e Dasà, invece, avrebbe storicamente operato il clan dei Maiolo, rivale dei Loielo e, dopo la scomparsa per lupara bianca nei primi anni '90 di Antonio e Rocco Maiolo – zii del collaboratore Enzo Taverniti, a sua volta quest'ultimo cognato dell'assassinato Vincenzo Loielo –, il comando sarebbe passato ai fratelli Angelo e Francesco Maiolo, figli di Rocco, e a Francesco Maiolo, figlio di Antonio. Della scomparsa di Rocco Maiolo e Michele Fatiga vennero chiamati a rispondere i fratelli Giovanni e Vincenzo Loielo che avrebbero agito con Salvatore Maiolo di Fabrizia, quest'ultimo omonimo dei Maiolo di Acquaro ed indicato dal pentito Michele Iannello quale killer dei Loielo e dei Mancuso, vittima a sua volta della lupara bianca dopo alcuni contrasti con i Vallelunga di Serra.

Francesco Capomolla, cugino dei Maiolo, sarebbe infine l'autore dell'attentato dinamitardo all'auto – con danni ingenti anche allo stabile – dell'allora sindaco di Arena, Giosuele Schinella, avvenuto il 12 gennaio 2009. Per gli inquirenti, Capomolla avrebbe voluto costringere il sindaco a rilasciargli una licenza per una sala giochi in piazza Pagano in un box destinato ad altro uso. Arena, in ogni caso, sarebbe stata sotto il diretto controllo di Nazzareno e Antonio Gallace, dipendenti dalla locale, così come Michele Rizzuti, di Gerocarne e Antonio Condina, originario di Mongiana e residente in provincia di Lucca [3].

Le indagini

La squadra mobile di Catanzaro ha eseguito 27 dei 30 provvedimenti cautelari di custodia in carcere emessi dal GIP presso il tribunale di Catanzaro contro presunti affiliati alla cosca di Ariola. Le accuse a carico dei fermati furono di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, ai danneggiamenti e turbativa della legge sugli appalti pubblici con il coinvolgimento di amministratori locali compiacenti nonché di omicidio e tentato omicidio [4].

Fra gli arresti figurarono anche personalità specializzate nei sequestri di persona, che negli anni '90 divennero responsabili di tale genere di reato a carico di diversi imprenditori. L'inchiesta riuscì inoltre a far luce su alcuni omicidi maturati nell'ambito della faida fra i Loielo e i Maiolo, con il coinvolgimento di un ex amministratore comunale, legato da forti vincoli parentali con esponenti di vertice della locale criminalità organizzata. Dalle indagini risultò che ad accaparrarsi in maniera, giudicata illecita, gli appalti comunali nel 2004 e 2005 comprendenti lavori della rete fognaria, rimozione dei tetti in amianto nella scuola elementare di Ariola, ampliamento dei cimiteri a Sant'Angelo ed Ariola, sarebbero stati con le loro imprese, Francesco Taverniti, e Leonardo Bertucci, indicati come strettamente legati ad Antonio Altamura. Ad occuparsi degli appalti boschivi – appaltati dal Comune – per conto della cosca ci avrebbe invece pensato Ilario Chiera, mentre vicino al clan venne indicato anche l'imprenditore di Soriano, Giuseppe Prestanicola [5].

Sentenza

Il Gup distrettuale di Catanzaro, Gabriella Reillo, depositò il 5/01/2014 le motivazioni della sentenza a carico di 16 presunti esponenti della 'ndrangheta delle Preserre vibonesi coinvolti nell'operazione “Luce nei boschi”. Le motivazioni della sentenza assunsero da quel momento un valore 'storico' poichè per la prima volta venne riconosciuta in sede giudiziaria l'esistenza della locale di Ariola, che sin dagli anni '80 avrebbe controllato tutti gli affari illeciti nelle Preserre [6].

Il giudice nelle motivazioni spiegò il percorso logico-giuridico seguito per ritenere provata l'esistenza del clan Maiolo di Acquaro in faida con il clan Loielo di Gerocarne, con un ruolo di vertice ricoperto dagli Altamura di Ariola affiancati poi dal clan Emanuele che avrebbe preso il posto dei Loielo. Per il duplice omicidio dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo (ritenuto il capo dell'omonima cosca di Gerocarne), avvenuto nell’aprile del 2002, la pm Marisa Manzini nel corso della requisitoria di primo grado invocò la condanna all'ergastolo e l’isolamento diurno per 18 mesi per Bruno Emanuele e Vincenzo Bartone e un totale di pene per 261 anni di carcere complessivi [7].

In qualità di parti civili nel processo figurarono i Comuni di Gerocarne, Arena, Acquaro, Dasà, Sorianello, Soriano, Pizzoni, Vazzano e Confindustria Calabria [8].

Le condanne inflitte furono nello specifico le seguenti: vennero condannati a 24 e 22 anni di reclusione i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele, accusati di essere i capi dell’omonimo clan. Per Antonio Altamura furono 16 gli anni di carcere sentenziati dal giudice. Francesco Capomolla venne condannato a 17 anni e 6 mesi. 12 anni per Franco Idà, Vincenzo Bartone, Pasquale De Masi e Giovanni Loielo. 8 anni per Antonio Gallace e Leonardo Bertucci. 7 anni ciascuno per Nazzareno Altamura e Vincenzo Taverniti. 1 anno e 6 mesi per Giuseppe De Girolamo. 8 anni per il collaboratore di giustizia Domenico Falbo. Venne dichiarata invece la prescrizione dei reati per altri 8 imputati: Rocco Santaguida, Girolamo Macrì, Roberto Codispoti, Bruno Zungrone, Giuseppe Nesci, Antonio Condina, Giuseppe Gentile, Michele Rizzuti. Assolti invece Michele Altamura, ex sindaco di Gerocarne, Giuseppe Prestanicola, imprenditore di Soriano, Rocco Loielo, Francesco Maiolo e Francesco Tavernit [9].

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

La Corte d'Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Giancarlo Bianchi, riformò ma non stravolse quanto sentenziato in primo grado dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia il 21 gennaio 2015, mantenendo saldo l’impianto accusatorio di Luce nei boschi infliggendo pene per un totale di 155 anni di carcere complessivi. Vennero infatti confermati, come richiesto dal sostituto procuratore generale Salvatore Curcio, i 24 anni di carcere per Bruno Emanuele, i 16 anni di reclusione per Antonio Altamura, 12 anni a Giovanni Loielo, Vincenzo Bartone e Pasquale De Masi, mentre condanne per 8 anni di reclusione vennero inflitte a Leonardo Bertucci e Antonio Gallace. 7 anni furono confermati anche per Vincenzo Taverniti e Nazzareno Altamura, 1 anno e 6 mesi invece per Giuseppe De Girolamo [10].

Le condanne riformate in appello, invece, furono le seguenti: Domenico Falbo, collaboratore di giustizia di Cassano (CS) è stato condannato a 6 anni di carcere (8 in primo grado); Francesco Capomolla 14 anni (17 anni e 6 mesi in primo grado); Gaetano Emanuele 15 anni (22 anni in primo grado). Aumentata di 6 mesi la pena per Franco Idà (cognato di Bruno Emanuele), condannato a 12 anni e 6 mesi. Nel corso del giudizio di primo grado era stata dichiarata la prescrizione dei reati per altri 8 imputati, cinque furono invece le assoluzioni (non appellate dal pm) [11].

Cassazione

Il 9 Luglio 2018 la Corte di Cassazione confermò la sentenza della Corte d'Appello, emettendo 14 condanne definitive, affermando che la Società di Ariola esiste ed è un'associazione di stampo mafioso che opera nel territorio delle Preserre vibonesi [12].

Note

  1. Luce nel bosco. Sangue Politica e appalti nel vibonese. I nomi degli arrestati, www.ilcorrieredellacalabria.com, 25/01/2012
  2. Giuseppe Baglivo, La Mafia di Ariola, Antonio Altamura indicato come capo società, www.calabrianotizie.it, 26/01/2012
  3. Ibidem
  4. Relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento sull'Attività Svolta e sui Risultati Conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 1° Semestre 2012, p. 110
  5. Ibidem
  6. Danilo Loria, Vibo Valentia, Operazione ‘Luce nei Boschi’: sentenza sancisce esistenza “locale” Ariola, www.strettoweb.com, 05/01/2014
  7. Luce nei boschi: chiesti tre ergastoli, www.corrieredellacalabria.it, 29/06/2015
  8. Esiste cosca di Ariola, 12 condanne e 4 assoluzioni, Gazzetta del Sud, 04/01/2014
  9. ‘Ndrangheta, processo “Luce nei boschi”: chiesti 261 anni di carcere per 27 imputati, www.strettoweb.com, 08/01/2015
  10. “Processo ‘Luce nei Boschi’, 14 condanne in Appello, www.ilvibonese.it, 21/07/2016
  11. Luce nei boschi, condanne confermate per le cosche delle Preserre, www.corrieredellacalabria.it, 21/07/2016
  12. Vibo, 155 anni di carcere per i boss delle Preserre, www.corrieredellacalabria.it, 09/07/2018

Bibliografia

  • Ministero dell'Interno, Relazione del Ministero dell'Interno al Parlamento sull'Attività Svolta e sui Risultati Conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia, 1° Semestre 2012.
  • Biblioteca Comunale 'Pietro de Nava', Archivio Gazzetta del Sud - Reggio Calabria.