Operazione Light in the Woods

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Con questa operazione abbiamo scritto la storia del locale di Gerocarne fino ai giorni nostri
Vincenzo Antonio Lombardo, procuratore di Catanzaro

[1]


L'operazione Light in the Woods (Luce nei Boschi) è stata un'inchiesta eseguita dalla Polizia di Stato e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro contro presunti capi e gregari della locale di 'ndrangheta di Ariola, in provincia di Gerocarne nelle Serre Vibonesi, comprendente le famiglie Loielo, Gallace, Emanuele e Maiolo. L'operazione, scattata il 25 gennaio 2012 permise di svelare i risvolti di una faida durata più di 20 anni che aveva insanguinato i boschi delle Serre del vibonese.

Antefatti

L'operazione Light in the Woods rappresenta uno spaccato delle dinamiche criminali sviluppatesi ad Ariola dal 1980 a oggi.

la 'ndrina dei Loielo

La frazione di Gerocarne fu sede della 'ndrina dei Loielo, con accanto gli Altamura, il cui 'capo società' Antonio era già stato coinvolto nell'inchiesta Crimine. Accanto a lui avrebbero operato Nazzareno e Michele Altamura, quest'ultimo assessore, divenuto poi sindaco di Gerocarne, il quale avvalendosi del ruolo istituzionale ricoperto avrebbe offerto il proprio supporto al gruppo mafioso[2].

A capo dell'ala militare della locale sarebbero stati identificati i fratelli Giovanni, Vincenzo e Francesco Loielo (quest'ultimo divenuto collaboratore di giustizia), i quali vennero condannati nel 1991 per il sequestro di Cataldo Albanese, figlio di un imprenditore di Massafra, in provincia di Taranto, rapito il 9 ottobre 1989 e liberato dopo 6 mesi dietro un riscatto pari a un miliardo di lire. Successivamente il potere passò ai loro cugini Giuseppe e Vincenzo Loielo, quest'ultimo omonimo del congiunto in carcere.

Il 22 aprile 2002 ebbe luogo l'uccisione di Giuseppe e Vincenzo Loielo, la quale secondo la DDA, fu ordita da Bruno Emanuele, portato nella 'ndrina di Ariola proprio da Giuseppe. Nei periodi di detenzione, Bruno Emanuele venne sostituito dal fratello Gaetano. Il potere degli Emanuele si estese successivamente in zone quali Soriano, Sorianello, Pizzoni e Vazzano e a loro sarebbero risultate legate figure quali: Piero Sabatino, principale imputato dell'operazione antidroga Ghost e ritenuto il vero e proprio sostituto di Bruno Emanuele; Franco Idà, presunto braccio-destro di Bruno Emanuele; Vincenzo Bartone; Salvatore Zannino; Pasquale De Masi incaricato delle 'esecuzioni'; Giuseppe La Robina e Giuseppe De Girolamo legati a Gaetano Emanuele.

La 'ndrina dei Maiolo

Nelle zone di Acquaro e Dasà, invece, avrebbe storicamente operato la 'ndrina dei Maiolo, rivale dei Loielo e, dopo la morte per lupara bianca nei primi anni '90 di Antonio e Rocco Maiolo (zii del collaboratore Enzo Taverniti, quest'ultimo a sua volta cognato dell'assassinato Vincenzo Loielo), il comando sarebbe passato ai fratelli Angelo e Francesco Maiolo, figli di Rocco, e a Francesco Maiolo, figlio di Antonio. Della scomparsa di Rocco Maiolo e Michele Fatiga vennero chiamati a rispondere i fratelli Giovanni e Vincenzo Loielo che avrebbero agito con Salvatore Maiolo di Fabrizia, quest'ultimo omonimo dei Maiolo di Acquaro ed indicato dal pentito Michele Iannello quale killer dei Loielo e dei Mancuso, vittima a sua volta della lupara bianca dopo alcuni contrasti con i Vallelunga di Serra.

Francesco Capomolla, cugino dei Maiolo, sarebbe infine l'autore dell'attentato dinamitardo all'auto – con danni ingenti anche allo stabile – dell'allora sindaco di Arena, Giosuele Schinella, avvenuto il 12 gennaio 2009. Per gli inquirenti, Capomolla avrebbe voluto costringere il sindaco a rilasciargli una licenza per una sala giochi in piazza Pagano in un box destinato ad altro uso. Arena, in ogni caso, sarebbe stata sotto il diretto controllo di Nazzareno e Antonio Gallace, dipendenti dalla locale, così come Michele Rizzuti, di Gerocarne e Antonio Condina, originario di Mongiana e residente in provincia di Lucca[3].

Gli Arresti

Il 25 gennaio 2012 la Squadra Mobile di Catanzaro eseguì 27 dei 30 provvedimenti cautelari di custodia in carcere emessi dal GIP presso il tribunale di Catanzaro contro presunti affiliati alla locale di Ariola. Le accuse a carico dei fermati furono di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, ai danneggiamenti e turbativa della legge sugli appalti pubblici con il coinvolgimento di amministratori locali compiacenti nonché di omicidio e tentato omicidio[4].

Fra gli arrestati figurarono anche personalità specializzate nei sequestri di persona, che negli anni '90 divennero responsabili di tale genere di reato a carico di diversi imprenditori. L'inchiesta riuscì inoltre a far luce su alcuni omicidi maturati nell'ambito della faida fra i Loielo e i Maiolo, con il coinvolgimento di un ex amministratore comunale, legato da forti vincoli parentali con esponenti di vertice della locale criminalità organizzata.

Dalle indagini risultò che ad accaparrarsi in maniera, giudicata illecita, gli appalti comunali nel 2004 e 2005 comprendenti lavori della rete fognaria, rimozione dei tetti in amianto nella scuola elementare di Ariola, ampliamento dei cimiteri a Sant'Angelo ed Ariola, sarebbero stati con le loro imprese, Francesco Taverniti, e Leonardo Bertucci, indicati come strettamente legati ad Antonio Altamura. Ad occuparsi degli appalti boschivi – appaltati dal Comune – per conto della cosca ci avrebbe invece pensato Ilario Chiera, mentre vicino al clan venne indicato anche l'imprenditore di Soriano, Giuseppe Prestanicola[5].

Il Processo

Il Giudice per l'Udienza Preliminare di Catanzaro, Gabriella Reillo, depositò il 5 gennaio 2014 le motivazioni della sentenza a carico di 16 presunti esponenti della 'ndrangheta delle Preserre vibonesi coinvolti nell'operazione “Luce nei boschi”. Le motivazioni della sentenza assunsero da quel momento un valore "storico" poiché per la prima volta venne riconosciuta in sede giudiziaria l'esistenza della locale di Ariola, che sin dagli anni '80 avrebbe controllato tutti gli affari illeciti nelle Preserre[6].

Il giudice nelle motivazioni spiegò il percorso logico-giuridico seguito per ritenere provata l'esistenza del clan Maiolo di Acquaro in faida con il clan Loielo di Gerocarne, con un ruolo di vertice ricoperto dagli Altamura di Ariola affiancati poi dal clan Emanuele che avrebbe preso il posto dei Loielo. Per il duplice omicidio dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo (ritenuto il capo dell'omonima cosca di Gerocarne), avvenuto nell’aprile del 2002, la pm Marisa Manzini nel corso della requisitoria di primo grado invocò la condanna all'ergastolo e l’isolamento diurno per 18 mesi per Bruno Emanuele e Vincenzo Bartone e un totale di pene per 261 anni di carcere complessivi[7].

In qualità di parti civili nel processo figurarono i Comuni di Gerocarne, Arena, Acquaro, Dasà, Sorianello, Soriano, Pizzoni, Vazzano e Confindustria Calabria[8].

Le condanne inflitte furono nello specifico le seguenti:

  • i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele vennero condannati a 24 e 22 anni di reclusione, in quanto riconosciuti a capo dell’omonimo clan;
  • Antonio Altamura venne condannato a 16 anni;
  • Francesco Capomolla fu condannato a 17 anni e 6 mesi;
  • Franco Idà, Vincenzo Bartone, Pasquale De Masi e Giovanni Loielo vennero condannati a 12 anni;
  • Antonio Gallace e Leonardo Bertucci a 8 anni;
  • Nazzareno Altamura e Vincenzo Taverniti vennero condannati a 7 anni.
  • Giuseppe De Girolamo a 1 anno e 6 mesi.

Il collaboratore di giustizia Domenico Falbo, in ragione del suo apporto al processo, fu condannato a 8 anni. Venne dichiarata invece la prescrizione dei reati per altri 8 imputati: Rocco Santaguida, Girolamo Macrì, Roberto Codispoti, Bruno Zungrone, Giuseppe Nesci, Antonio Condina, Giuseppe Gentile, Michele Rizzuti.

Assolti invece Michele Altamura, ex sindaco di Gerocarne, Giuseppe Prestanicola, imprenditore di Soriano, Rocco Loielo, Francesco Maiolo e Francesco Taverniti[9].

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

La Corte d'Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Giancarlo Bianchi, riformò ma non stravolse quanto sentenziato in primo grado dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia il 21 gennaio 2015, mantenendo saldo l’impianto accusatorio di Luce nei boschi infliggendo pene per un totale di 155 anni di carcere complessivi.

Vennero infatti confermate le condanne di Bruno Emanuele, Antonio Altamura, Giovanni Loielo, Vincenzo Bartone, Pasquale De Masi, Leonardo Bertucci, Antonio Gallace, Vincenzo Taverniti, Nazzareno Altamura e Giuseppe De Girolamo[10].

Ottennero una riduzione della pena invece il collaboratore Domenico Falbo (6 anni), Francesco Capomolla (14 anni) e Gaetano Emanuele (15 anni).

Franco Idà, coagnato di Bruno Emanuele, si vide la pena aumentata di 6 mesi, per un totale di 12 anni e 6 mesi.[11].

Cassazione

Il 9 luglio 2018 la Corte di Cassazione confermò la sentenza della Corte d'Appello, emettendo 14 condanne definitive, affermando che la Locale di Ariola esiste ed è un'associazione di stampo mafioso che opera nel territorio delle Preserre vibonesi[12].

Note

  1. Luce nel bosco. Sangue Politica e appalti nel vibonese. I nomi degli arrestati, 25/01/2012
  2. Giuseppe Baglivo, La Mafia di Ariola, Antonio Altamura indicato come capo società, calabrianotizie.it, 26 gennaio 2012
  3. Ibidem
  4. Relazione Direzione Investigativa Antimafia, 1° Semestre 2012, p. 110
  5. Ibidem
  6. Danilo Loria, Vibo Valentia, Operazione "Luce nei Boschi": sentenza sancisce esistenza "locale" Ariola, strettoweb.com, 5 gennaio 2014
  7. Corriere della Calabria, Luce nei boschi: chiesti tre ergastoli, 29 giugno 2015
  8. Gazzetta del Sud, Esiste cosca di Ariola, 12 condanne e 4 assoluzioni, 4 gennaio 2014
  9. StrettoWeb.com, 'Ndrangheta, processo “Luce nei boschi”: chiesti 261 anni di carcere per 27 imputati, 8 gennaio 2015
  10. Il Vibonese, “Processo ‘Luce nei Boschi’, 14 condanne in Appello, 21 luglio 2016
  11. Corriere di Calabria, Luce nei boschi, condanne confermate per le cosche delle Preserre, 21 luglio 2016
  12. Corriere della Calabria, Vibo, 155 anni di carcere per i boss delle Preserre, 9 luglio 2018

Bibliografia

  • Direzione Investigativa Antimafia, Relazione 1° Semestre 2012.
  • Biblioteca Comunale 'Pietro de Nava', Archivio Gazzetta del Sud - Reggio Calabria.