Cataldo Tandoy

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Cataldo "Aldo" Tandoy(Bari, 1913 – Agrigento, 30 marzo 1960) è stato un poliziotto italiano, capo della squadra mobile di Agrigento e vittima innocente di Cosa Nostra.

Cataldo Tandoy

Biografia

Gli inizi in polizia e le indagini sul caso Miraglia

Originario di Bari e compagno di scuola di Aldo Moro, fu trasferito ad Agrigento dove iniziò la sua carriera in polizia poco prima dell’assassino del sindacalista della CGIL Accursio Miraglia, ucciso a Sciacca il 4 gennaio 1947. Benché non esperto di mafia, in poche settimane di indagini sul delitto arrestò sei mafiosi devoti alla potente famiglia politica democristiana dei La Loggia: Carmelo Di Stefano di Favara; Rossi, Gurreri e Segreto di Sciacca, Montalbano di Caltabellotta e Oliva di Castelvetrano[1].

Tandoy era certo della loro colpevolezza, ma dovette arrendersi a come andavano le cose in Sicilia: i sei furono prosciolti in istruttoria e, come prima azione, denunciarono il commissario alla magistratura. Fu probabilmente il primo avvertimento rivolto al poliziotto "forestiero" che ancora non aveva compreso le dinamiche siciliane.

Il caso Giglio

Nel 1951, quando fu ucciso Eraclide Giglio, il sindaco-boss di Alessandria della Rocca, Tandoy riuscì a scoprire che la esecuzione era stata decisa durante una riunione avvenuta nella sacrestia di una chiesa di Aragona e individuò il sicario, che però fu ucciso cinque minuti prima dell'arresto, esattamente come un altro indiziato. Da allora Tandoy rinunciò a mostrare troppo zelo e si adeguò al rispetto di certe "regole non scritte"[2].

Tuttavia, non rinunciava a indagare: negli anni raccolse informazioni e prove, ricostruendo l'organigramma della mafia agrigentina e dei suoi rapporti con la politica. Quando fu trasferito a Roma, aveva deciso di portare avanti comunque un’inchiesta sulla famiglia mafiosa di Raffadali che conosceva bene per via delle confidenze avute da tale Cuffaro. Chiese così all'agente Ippolito Lo Presti di inviargli un baule pieno di documenti al nuovo indirizzo romano, che avrebbe dovuto contenere anche il dossier Raffadali.

L'omicidio

Tornato ad Agrigento per concludere il trasloco e portare la moglie a Roma, la sera del 30 marzo 1960, in via della Vittoria 211, dei killer si avvicinarono a Tandoy, sparando a bruciapelo. Tre proiettili raggiunsero il poliziotto, che si accasciò a terra trascinando con sé la moglie Leila Motta che teneva per mano. Il commando uccise anche uno studente, Antonino Damanti.

Indagini e processi

Sulle indagini pesò subito l'ombra del depistaggio. La pista iniziale fu infatti quella passionale, dopo che si scoprì che la moglie di Tandoy aveva una relazione extraconiugale. L'amante era il Professore Mario La Loggia, il direttore dell'Istituto Psichiatrico e presidente dell'ente turistico provinciale, fratello dell'ex presidente del governo regionale, appartenente ad una delle famiglie borghesi più in vista della città, impegnato in politica con la Democrazia Cristiana. Con l’accusa di esserne stato il mandante, il 10 maggio 1960 La Loggia fu arrestato con la moglie di Tandoy e con cinque uomini che facevano da galoppini elettorali al professore, fra i quali doveva esservi il sicario dalla mira infallibile. Dopo sette mesi di carcere, tutti furono rimessi in libertà per insufficienza di indizi[3]. L'istruttoria andò avanti ma le convinzioni della magistratura naufragarono al processo.

Chiusa la pista passionale, restò in piedi quella legata al suo lavoro di capo della Squadra Mobile, in particolare all'inchiesta sulla famiglia mafiosa di Raffadali. Tuttavia, dal baule pieno di documenti perquisito nella sua abitazione romana il dossier relativo non fu ritrovato. Sul banco degli imputati questa volta finirono cinque raffadalesi. Venne sollevata l’eccezione della libera suspicione e per incompatibilità ambientale il processo si celebrò a Lecce: agli imputati furono inflitte pene severe. Ma poi usufruirono dei benefici di legge. I mandanti tuttavia non furono mai individuati e condannati.

Note

  1. Citato in Calogero Giuffrida, op. cit.
  2. Ibidem
  3. Citato in Francesco Rosso, op. cit.

Bibliografia

  • Matteo Collura, Sicilia, la danza delle verità, Corriere della Sera, 23 novembre 2007
  • Calogero Giuffrida, Delitto alle elezioni - Paolo Bongiorno sindacalista ucciso dalla mafia, Palermo, Istituto Gramsci Siciliano
  • Francesco Rosso, Non era una tragedia d'amore la morte del commissario Tandoy, La Stampa, 5 Novembre 1961