Gaspare Spatuzza: differenze tra le versioni

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(Creata pagina con " '''Gaspare Spatuzza''' (Palermo, 8 aprile 1964), detto “''u Tignusu''”, il pelato, a causa della sua calvizie, è un collaboratore di giustizia, già esponente d...")
 
 
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=== Genesi di un pentito ===
 
=== Genesi di un pentito ===
“''... io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano…perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre''”.<ref>G. Montanaro, op. cit., p.39</ref> Fu dopo aver ascoltato queste parole, durante la messa del [[17 marzo]] 2008, e aver assistito nello stesso giorno alla proiezione di un film sulla [[Strage di Via Mariano d’Amelio|strage di via D’Amelio]] e ad una trasmissione sui familiari della vittime, che Spatuzza decise di concludere il “''bellissimo percorso''”<ref>G. Montanaro, op. cit., p.29</ref> diventando un collaboratore di giustizia.  
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Il percorso che portò Spatuzza a collaborare con la giustizia iniziò nel [[1999]], quando fu trasferito nella Casa Circondariale di Tolmezzo. Nello stesso carcere erano rinchiusi anche i fratelli Graviano, con i quali si trovò a condividere l’ora d’aria, ed in uno di questi incontri [[Giuseppe Graviano|Giuseppe]] gli chiese di far arrivare, attraverso i suoi familiari, messaggi all'esterno con direttive volte a riorganizzare il mandamento di Brancaccio, ma Spatuzza si rifiutò, facendo sapere ai due fratelli la propria dissociazione da Cosa Nostra e scrivendo al direttore del carcere per chiedere l'applicazione degli anni di isolamento che gli erano stati inflitti con la sentenza per l'omicidio di [[Pino Puglisi|Don Puglisi]].
  
==== La conversione religiosa ====
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Nel [[2000]] venne accontentato e da solo in cella ebbe modo di riflettere sul proprio passato. Lui stesso ha raccontato che tutto nacque dopo aver letto da qualche parte "empatia" e, non conoscendone il significato, andò a cercarlo sul dizionario: si immedesimò così con il dolore dei familiari delle vittime delle stragi di mafia e a seguito di questo tentativo sviluppò un senso di colpa che portò al rimorso per quel che aveva fatto.
Per quanto riguarda Spatuzza, il suo percorso cominciò nel 1999, quando giunse alla Casa Circondariale di Tolmezzo. Già da due anni era detenuto al 41 bis (Gaspare Spatuzza è stato arrestato il 2 luglio 1997. Gli investigatori lo catturano con un’imboscata organizzata grazie alle confessioni di un pentito.) e già da molto tempo stava maturando un sentimento di allontanamento dall’opera di Cosa Nostra. Nello stesso carcere erano rinchiusi anche i fratelli Graviano, con i quali si trovò a condividere l’ora d’aria, ed in uno di questi incontri Giuseppe gli chiese di farsi tramite con i suoi famigliari per far arrivare all’esterno messaggi e direttive volte a riorganizzare il mandamento di Brancaccio”. Fu il punto di rottura: Spatuzza, come altri prima di lui, non si prestò. Aveva già sacrificato la propria vita alla mafia, non volle coinvolgere anche la sua famiglia; così comunicò ai “fratelli” la sua dissociazione da Cosa Nostra e scrisse al direttore dell’istituto penitenziario chiedendo l’applicazione degli anni di isolamento che gli erano stati inflitti dalla sentenza per l’omicidio di Don Puglisi e nel 2000 venne accontentato. Solo, in una cella, ebbe modo di riflettere sul passato, scoprire la religione ed entrare in contatto con le proprie emozioni. La lontananza dal mondo gli permise di analizzare la propria storia da un diverso punto di vista e tutto si capovolse: la fierezza per gli omicidi commessi lasciò spazio al senso di colpa; vergogna, rimorso e sofferenza cominciarono a perseguitare le sue giornate. Nacque in lui un malessere che lo spinse ad abbracciare la fede e a ricercare in questa un conforto. In particolare tutto si sviluppò da una parola: “Empatia”:
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“Leggo una parola, non ricordo dove, la parola «empatia». Vado a cercare nel vocabolario la sostanza di questa parola: immedesimarsi nella sofferenza altrui. Ho provato a mettermi nei panni dei famigliari delle vittime di mafia e delle stragi. E lì inizia il mio percorso di interesse religioso, nel cercare di capire la parola di Dio che non era accessibile nei miei pensieri con quei concetti sbagliati impiantati nella mente”.
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Nel [[2005]] venne trasferito nel carcere di Ascoli Piceno, dove cominciò a manifestare una condotta diversa da quella degli altri detenuti al 41 bis: rifiutava beni materiali, come vestiti di marca e cibo di qualità, regalando tutto quello che aveva posseduto in termini di vestiario da mafioso alla Caritas. Nel carcere incontrò padre Pietro Capoccia, cappellano del carcere, che si adoperò per farlo accettare all'Istituto Superiore di Scienze Religiose, a seguito della sua manifestazione di interesse nelle Sacre Scritture.
La volontà di Spatuzza di voler comprendere la sofferenza di chi “stava dall’altra parte” denota un passaggio fondamentale: se si considera infatti che il sentimento dominante nel mafioso è la paura della “vergogna” che domina persino su istinti primordiali quali l’istinto di sopravvivenza ed è intesa come timore di attrarre la riprovazione dei confratelli o di perdere la propria posizione in quel mondo parallelo che è la mafia, si deve accettare che il mafioso non prova rimorso, ma fierezza per gli illeciti compiuti. Egli commette delitti e reati in vista della realizzazione di uno scopo, non fermandosi a “fare i conti”, non chiedendosi quale sia “il prezzo da pagare” per raggiungere l’obiettivo. La cultura mafiosa si fonda su sanzioni esterne come il discredito e il biasimo che portano i suoi membri a mantenere un certo comportamento. La presa di coscienza del pentito e la volontà di “fare questo conto” dunque sono molto importanti in quanto richiamano un altro concetto opposto e alternativo a quello appena descritto: la colpa. Colpa intesa come condanna interiore del peccato, distinta ed indipendente da un esterno giudizio. Il rimorso è un’emozione dettata e sperimentata da chi ritiene di non aver agito in base al “proprio”( Personale, diverso dal codice mafioso) codice morale. Codice con cui il collaboratore riesce ad entrare in contatto solo in carcere.
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Nel 2005, quando venne trasferito ad Ascoli Piceno, Spatuzza aveva già intrapreso il nuovo percorso e aveva cominciato ad autopunirsi per i reati commessi: dimostrò un rifiuto per beni materiali e superflui, come vestiti di marca e cibo prelibato (Questo atteggiamento di autopunizione e di rifiuto per i beni materiali è tipico dei mafiosi che si sono convertiti: come già accennato anche Leonardo Vitale aveva tenuto un comportamento simile.).
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Il cappellano non solo gli fece ottenere l'iscrizione, benché Spatuzza avesse solo la licenza elementare, ma gli pagò anche l'iscrizione e gli regalò i libri. Quell'episodio trasformò Spatuzza in un detenuto modello, ma nonostante numerosi tentativi da parte dell'autorità, in particolare del Procuratore [[Pier Luigi Vigna|Vigna]], si rifiutò sempre di collaborare con la giustizia.
“Tutto quello che io possedevo del passato, indumenti, scarpe, …il vestiario che avevo l’ho regalato alla Caritas”
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Nel nuovo carcere incontrò padre Pietro Capoccia, un uomo che ebbe un ruolo molto importante nel suo nuovo percorso. Il cappellano, a cui aveva espresso la volontà di approfondire la conoscenza delle sacre scritture, si adoperò per farlo accettare all’Istituto Superiore di Scienze Religiose e, nonostante il pentito possedesse solo la licenza elementare, riuscì a farlo ammettere.
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==== La decisione di collaborare ====
“Non solo mi ha iscritto, mi ha anche pagato, a mia insaputa, l’iscrizione e mi ha regalato i libri. Per me fu la luce! … un’esperienza indescrivibile…Studiavo sempre, non andavo neppure al “passeggio”. L’ho presa come una sfida. Scopro…l’essenza della parola di Dio. Comincio a pensare: «ma con Dio o con Mammona?»; capisco che sono ad un bivio.”
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Durante la messa delle Palme, il [[17 marzo]] [[2008]], rimase colpito da un passo trascritto sul foglietto destinato ai fedeli: "''Si pensa che basti chiedere perdono a Dio nel proprio cuore per ottenerlo. Ci si dimentica che il peccato ha sempre una dimensione ecclesiale e sociale: è una ferita inflitta alla Chiesa ed è contro la solidarietà umana... nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà''"<ref>G. Montanaro, op. cit., p.37</ref>
Nel nuovo carcere Spatuzza fu un detenuto modello, accettò e rispettò ogni punizione inflitta a livello giudiziale. In realtà il tenere un buon comportamento in carcere non era un fatto atipico per un mafioso, tuttavia, anche in questo caso deve essere messa in evidenza una differenza sostanziale tra gli uomini d’onore e il pentito: se il comportamento dei primi, infatti, era dettato dalla regola di Cosa Nostra in base alla quale il mafioso non evade (Regola che descrisse al giudice Falcone Tommaso Buscetta.), non fa risse, non combatte i carcerieri perché da questi atteggiamenti potrebbero derivare conseguenze negative per altri detenuti, il secondo accetta la pena. Egli si reputò colpevole e riconobbe la punizione come meritata; attraverso la detenzione credeva di poter rimediare agli errori passati, convinto che i sacrifici a cui si sottoponeva bastassero ad espiare le colpe commesse. Nonostante i ripetuti tentativi del Procuratore Vigna dunque rifiutò di collaborare con lo Stato finché, nel 2008, avvenne un fatto che gli mostrò l’erroneità delle sue convinzioni. Durante la messa delle Palme, rimase colpito da un passo riportato sul “foglietto” dei fedeli:
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“Dammi i tuoi peccati! Confessarsi è difficile: perché? ...si pensa che basti chiedere perdono a Dio nel proprio cuore per ottenerlo. Ci si dimentica che il peccato ha sempre una dimensione ecclesiale e sociale: è una ferita inflitta alla Chiesa ed è contro la solidarietà umana… nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà”
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Dopo aver assistito nello stesso giorno alla proiezione di un film sulla [[Strage di Via Mariano d’Amelio|strage di via D’Amelio]] e ad una trasmissione sui familiari della vittime, Spatuzza decise di concludere il “''bellissimo percorso''”<ref>G. Montanaro, op. cit., p.29</ref> diventando un collaboratore di giustizia. Informò il magazziniere del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della sua volontà di incontrare il procuratore nazionale [[Pietro Grasso]] e da quel momento iniziò a parlare.  
Sentiva quelle parole rivolte a lui, quindi curioso di scoprirne l’artefice guardò il nome dell’autore: Don Pino Puglisi. L’uomo che aveva ucciso. In quel momento capì che doveva dire la verità.
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“Dovevo iniziare una seria e piena collaborazione con lo Stato, con la magistratura. Dovevo passare definitivamente dalla parte dello Stato e iniziare a collaborare”
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Si rivolse dunque al magazziniere del GOM (Il Gruppo Operativo Mobile è un reparto specializzato del Corpo di Polizia Penitenziaria che, tra i vari compiti, ha quello di controllare e custodire i detenuti soggetti al regime ex 41 bis.), pregandolo di organizzargli un incontro con il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso: da quel momento la strada della Giustizia e quella di Spatuzza conversero e proseguirono unite, per svelare la dura e inaspettata verità.
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=== Le dichiarazioni da pentito ===
 
=== Le dichiarazioni da pentito ===
==== le difficoltà iniziali ====
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Abbandonato dalla famiglia per la sua scelta, le sue imminenti dichiarazioni suscitarono parecchie perplessità e diffidenze tra gli stessi inquirenti, per via del fatto che non solo erano in conflitto con quanto dichiarato da altri collaboratori, definiti attendibili, ma anche con sentenze passate in giudicato. Tant'è che gli venne inizialmente negato il programma di protezione, ma nonostante ciò, Spatuzza continuò a rendere dichiarazioni agli inquirenti. In uno degli interrogatori, dopo aver espresso un sentimento di disagio, si sentì rassicurato dalle parole del procuratore [[Sergio Lari]], che gli disse: «''Ascolti, signor Spatuzza, la vede questa spalla? A me brucia, fa male questa spalla per le tante bare che ho portato dei miei colleghi uccisi dalla mafia. A noi interessa soltanto la verità!''»<ref>G. Montanaro, op. cit., p.40</ref>
: Quella che il pentito affrontò da collaboratore fu una strada travagliata. Abbandonato dalla sua famiglia a causa di questa scelta, incontrò inizialmente diverse resistenze anche da parte degli inquirenti, diffidenze comprensibili se si tiene conto che le informazioni da lui fornite confliggevano con le dichiarazioni di altri collaboratori e con fatti posti alla base di sentenze che avevano retto tre gradi di giudizio. Il programma di protezione gli venne inizialmente negato, tuttavia Spatuzza continuò a collaborare, forte della convinzione che la decisione presa fosse quella giusta: «se ho dato un pezzo della mia vita al male, sono disposto a perderla per il bene». Era sicuro che lo scetticismo dei magistrati sarebbe svanito nel momento in cui i fatti fossero stati verificati. In particolare nella citata intervista racconta un episodio in cui, avendo espresso ai procuratori un sentimento di disagio, ottenne da Sergio Lari una risposta che lo rassicurò:
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“Allora il procuratore Lari mi disse: «Ascolti, signor Spatuzza, la vede questa spalla? A me brucia, fa male questa spalla per le tante bare che ho portato dei miei colleghi uccisi dalla mafia. A noi interessa soltanto la verità!» A quel punto mi sono detto: Ah, ma qui siamo tutti sulla stessa barca, anche loro sono dalla mia parte! Io sono dalla parte della giustizia, io sono qua per testimoniare. Sto dicendo la verità, fate i riscontri, controllate…”
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Alla fine infatti i riscontri, nello stupore generale, gli diedero ragione e venne inserito a pieno titolo nel programma speciale di protezione. Nonostante la paura e il talvolta pressante sentimento di solitudine, quando arrivarono i primi risultati gioì, comprendendo l’importanza del suo operato:
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“Quando in televisione è stata data la notizia della scarcerazione delle persone coinvolte nella strage di via D’Amelio, ho gioito. Ho pensato di aver restituito, con le mie dichiarazioni, un figlio ad una madre, un marito ad una moglie, un padre ad un figlio”.
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Oggi Spatuzza non può e non vuole dimenticare il male che ha fatto: tiene vivi i ricordi per rispetto nei confronti delle vittime, nella sua cella ha appeso una foto dei giudici Falcone e Borsellino e un quadro fatto da lui che rappresenta l’unione tra la vecchia e la nuova vita(Spatuzza nell’intervista riportata a pag.54 dell’opera citata di G. Montanaro descrive il quadro con le seguenti parole: «se un giorno racconterò la mia vita, chissà in un libro, metterei in copertina questo quadro che raccoglie tutta la mia vita. Il nero è la vita deviata, il male commesso, la mafia. Al centro il bianco che rappresenta il bene, la nuova vita che ho intrapreso. Il sole è Dio, la fede. Il fucsia è la vita apparentemente da uomo perbene. L’uomo nero minaccioso con la catena al collo è il male che ho lasciato dietro. Le catene le ho spezzate. Gli undici anelli sono gli anni della detenzione. Gli altri quattro sono quelli della collaborazione, cioè la vita nuova. La linea rossa intorno al riquadro bianco è la linea di demarcazione che separa il bene dal male. La linea è sottile come vede, ma determinante».). Ogni sera prima di andare a dormire si pone la stessa domanda: «ti sei comportato da uomo oggi? Mi rispondo di sì. E questo mi basta».
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I contributi alle indagini: I contributi che Spatuzza fornì alle indagini furono molti e preziosi, in particolare di inestimabile valore furono quelli riguardanti le stragi che caratterizzarono il periodo che va dal 1992 al fallito attentato allo stadio Olimpico del 1994. Infatti aveva partecipato attivamente a tutte queste e poté chiarire le modalità operative ed organizzative che avevano portato alle varie esplosioni, oltre al ruolo da protagonisti, anche sul piano esecutivo, dei Graviano che prima erano invece stati condannati solo come mandanti. In modo particolare egli confermò agli inquirenti che tutte le esplosioni erano legate da un filo rosso e facevano parte di un unico disegno di Cosa Nostra, probabilmente volto ad ottenere favori a livello politico.
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La strage di Capaci: Innanzitutto contribuì alle indagini della procura di Caltanissetta che indagava sulla strage di Capaci. Spatuzza raccontò di essere stato lui, accompagnato da Fifetto Cannella, Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro a procurare, presso un peschereccio ormeggiato a Porticello, buona parte dell’esplosivo utilizzato per far saltare in aria l’autostrada. Raccontò nei minimi dettagli dove l’esplosivo era stato recuperato, chi lo aveva fornito, chi lo aveva macinato, chi lo aveva confezionato, rimarcando sempre il ruolo da protagonista avuto nelle varie operazioni.
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“Una volta estratto dagli ordigni bellici, l’esplosivo si presentava solido e quindi occorreva ridurlo in polvere per utilizzarlo. Il materiale duro come “pietra”, veniva prima rotto a “sassetti”, poi macinato con il “mazzuolo” e setacciato con dei “colapasta” per portarlo allo stato di sabbia. Per la lavorazione dell’esplosivo … il comando di Brancaccio impiega una ventina di giorni. Risultato finale: 200 chili di tritolo” (La stessa origine aveva l’esplosivo che Spatuzza procurò per le stragi di via D’Amelio, Firenze, Milano e Roma.).
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Sulla base di queste informazioni venne arrestato il pescatore Cosimo D’amato (condannato all’ergastolo) con l’accusa di aver venduto alla mafia ordigni bellici inesplosi recuperati in mare. Altro contributo che il pentito fornì in questa indagine riguardò un dubbio da lui manifestato circa la possibilità che Cosa Nostra avesse fatto uso, nella strage in oggetto, di consulenti esterni all’associazione. In questa occasione non aveva partecipato alla fase esecutiva, non conosceva nemmeno l’utilizzo che altri avrebbero fatto dell’esplosivo. Nessuno glielo aveva detto e lui, da buon mafioso, non aveva chiesto (CFR BUSCETTA). Tuttavia conosceva le tecniche dell’organizzazione e riteneva «che a Capaci fu necessaria una speciale competenza tecnica per realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione e la concentrasse invece sotto la macchina blindata di Falcone».
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La possibilità che la mafia abbia sfruttato, per questo tipo di attività, soggetti esterni all’associazione è un fattore molto importante che denota un significativo cambiamento nel suo modus operandi. È vero che rispetto ai “vecchi tempi”, quelli di cui parlava Buscetta e in cui la segretezza era il maggior punto di forza, le cose erano cambiate: già negli anni 70 l’organizzazione aveva cominciato ad avvalersi di collaboratori, ma il loro sfruttamento restava relegato al contrabbando e alle attività formalmente legali(Di tale pratica abbiamo conoscenza grazie ad Antonino Calderone.). L’affermazione di Spatuzza riguardo al coinvolgimento di persone non mafiose all’interno delle stragi, sorprese molto gli inquirenti che indagavano sui fatti: gli esterni non erano mentalmente vincolati all’omertà, né tantomento condividevano gli scopi dell’associazione. Per la mafia, dunque, era un grandissimo rischio affidare a questi segreti e compiti tanto delicati. Eppure, oggi, anche questa dichiarazione del pentito sembra essere supportata dai fatti. In particolare, per quanto riguarda la strage di via D’Amelio, le conversazioni intercettate di Totò Riina che parlava dell’istallazione del detonatore nel citofono e alcune telefonate anonime, fatte alla polizia prima dell’esplosione, che avvertivano del pericolo, sembrano supportare la tesi secondo cui il soggetto (di cui si dirà) che Spatuzza vide nel garage fosse realmente un tecnico impiegato da Cosa Nostra che, all’ultimo minuto, cercò di avvertire anonimamente le autorità.
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Le stragi di Firenze, Roma e Milano: Altre stragi a cui invece partecipò in prima persona furono quelle di Firenze, Roma e Milano. In questi casi oltre a procurare l’esplosivo, con la sua squadra si era recato in loco, aveva scelto l’obiettivo, costruito gli ordigni e provveduto a farli esplodere. Gli investigatori avevano già potuto riscontrare la sua presenza in queste città tramite il monitoraggio dei traffici telefonici e attraverso lo stesso metodo erano inoltre stati arrestati colui che aveva trasportato l’esplosivo, Pietro Carra, e colui che lo aveva custodito per gli attentati nella capitale, Antonio Scarano, i quali una volta fermati, avevano deciso di collaborare con la procura del capoluogo toscano a cui erano state affidate le indagini, nell’autunno del 1994(Le indagini delle tre stragi vennero attribuite alla procura di Firenze. Essendo infatti stato compreso il legame tra i tre attentati, per una questione di competenza territoriale, la titolarità è del luogo in cui è avvenuto il primo fatto.). Sulla base delle informazioni di questi e altri collaboratori, già verso la fine degli anni novanta si erano conclusi i processi che ricostruivano accuratamente tutta la vicenda stragista ed erano state emesse condanne passate in giudicato. Le sentenze tuttavia avevano lasciato sullo sfondo questioni irrisolte e ombre nella ricostruzione degli eventi (I pentiti che avevano collaborato, infatti, non avevano partecipato in prima persona alle esecuzioni e non conoscevano i dettagli.). Alcune indagini sulle vicende, in particolare quelle sui mandanti, erano state archiviate. Quando cominciò a raccontare, Spatuzza riempì molte di queste lacune e così, partendo dal presupposto che il reato di strage non si prescrive mai, i magistrati fiorentini, nel 2008, poterono ricominciare le ricerche.
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Le dichiarazioni di Spatuzza consentirono innanzitutto di riaprire le indagini su Francesco Tagliavia, capo della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, che nel 2011 venne condannato all’ergastolo come mandante, insieme ad altri, delle stragi (Condividono l’accusa di strage e devastazione: Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, tutti già condannati. Il processo che si celebra a Firenze vede Tagliavia come unico imputato.). Il pentito raccontò che le direttive riguardanti “i fatti di via Georgofili” erano state date a lui e agli altri membri della squadra esecutiva durante una riunione, tenutasi nel villino di Santa Flavia, a cui avevano partecipato Ciccio Tagliavia, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. I boss, secondo Spatuzza, da come parlavano avevano già effettuato dei sopralluoghi a Firenze e indicarono agli esecutori materiali il posto da colpire. Diversamente nelle stragi di Milano e Roma, dove fu lo stesso pentito che insieme ai compagni individuò i bersagli avendo solo ricevuto l’ordine di colpire contemporaneamente le due città. Spatuzza inoltre designò come membri della “banda” Vittorio Tutino ed i fratelli Formoso, i cui nomi non erano mai emersi dalle indagini. Seppe anche spiegare il motivo per cui vi fu un divario di circa venti minuti tra le due esplosioni nella capitale: Vittorio Tutino, che aveva il compito di innescare l’ordigno, era alla sua prima esperienza con gli esplosivi e i compagni, per rassicurarlo ed evitare che potesse restare coinvolto nell’esplosione, lasciarono appositamente la miccia lunga. Infine attraverso la testimonianza del collaboratore emerse la titolarità di Cosa Nostra come unica mandante. Le lettere di rivendicazione spedite ai quotidiani a nome della “Falange Armata” vennero infatti spedite da Cosimo Lo Nigro e da Scarano. La responsabilità di Cosa Nostra (o unicamente di Cosa Nostra) in questi delitti era stata infatti incerta per molto tempo. La mancata rivendicazione delle esplosioni da parte dell’organizzazione aveva inizialmente fatto pensare che la mafia, se responsabile, non avesse agito per soddisfare un proprio interesse, ma piuttosto su ordine di mandanti esterni o in associazione con altri sodalizi segreti. Si deve infatti tener conto che prima della strage di Firenze le vendette erano sempre state indirizzate contro bersagli precisi, nemici dell’organizzazione, che venivano per lungo tempo studiati prima di essere colpiti. La scelta di colpire beni storici, per di più situati sul territorio continentale, non era usuale. La medesima considerazione riguardò anche la fallita strage dello Stadio Olimpico di Roma, in cui il maggior contributo offerto da Spatuzza interessò la data programmata. Infatti, sebbene questi non ricordasse quale fosse, ebbe memoria di aver rubato le targhe e spiegò agli investigatori che era usanza della mafia compiere il furto di sabato, subito prima dell’attentato e preferibilmente in un esercizio commerciale, in modo che il furto potesse essere scoperto e denunciato solo il lunedì, a cose avvenute. Da queste dichiarazioni gli inquirenti riuscirono a stabilire che l’esplosione doveva avvenire il 23gennaio 1994, la domenica in cui si svolse la partita del campionato di calcio Roma –Udinese. L’informazione si rivelò molto utile anche per comprendere la portata devastante che l’esplosione avrebbe provocato. Infatti, oltre ad informare gli investigatori che l’ordigno era stato potenziato, su disposizione di Giuseppe Graviano, con chili di ferro e tondini di pochi millimetri che «avevano la funzione di schegge, avrebbero fatto veramente male, molto male», il pentito riferì che l’obiettivo erano i carabinieri e indicò il luogo in cui l’auto bomba era stata parcheggiata. Sottolineò inoltre che insolitamente, la Lancia Thema non era stata rubata in loco, ma era stata portata da Palermo. Dalla posizione e dal giorno ci si è potuti rendere conto del pericolo scampato: infatti il punto prescelto per la collocazione dell’ordigno si trovava sul viale dei Gladiatori, in un tratto in cui la strada si restringe e avrebbe obbligato i pullman con i Carabinieri a procedere lentamente, uno vicino all’altro. Si è stimato che l’esplosione avrebbe provocato una vera carneficina e circa 200 militari avrebbero perso la vita, mettendo seriamente a rischio l’ordine democratico del Paese. L’impulso radio impresso dal telecomando, però, non giunse all’antenna e il piano fortunatamente fallì. Emerse tuttavia la profonda differenza tra la mafia Corleonese e quella di cui parlava Buscetta, che condannava i terroristi per i loro delitti indiscriminati, che non si sarebbe mai simbolicamente accanita contro soggetti che “facevano il loro lavoro”, anche se poliziotti, salvo nel caso in cui tale lavoro andasse direttamente a scontrarsi con Cosa Nostra.
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La strage di via D’Amelio: I contributi forniti da Spatuzza furono molti, ma tra questi senza dubbio emerge per importanza quello riguardante la strage di via D’Amelio, della quale si autoaccusò. Le dichiarazioni rese alla procura di Caltanissetta su questa vicenda, infatti, hanno fatto di lui il più importante pentito dei nostri giorni. Egli portò alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria dei fatti, obbligando gli inquirenti a ricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini: i primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08 e le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito. Dopo tre anni le investigazioni svolte e avviate grazie alla collaborazione di Spatuzza confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine e il 13 ottobre del 2011 il procuratore generale Roberto Scarpinato avanzò alla Corte di Appello di Catania (Competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta.) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti. Inoltre il 2 marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari, Giovanna Bonaventura Giunta, emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa (Maurizio Costa, il meccanico che riparò la fiat 126, venne poi rilasciato e la sua causa fu archiviata.) e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza venne inoltre per la prima volta riconosciuta l’aggravante della “finalità di terrorismo”. Infine le bugie di Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci (I precedenti processi relativi alla stage di via D’Amelio erano stati fondati sulle dichiarazioni di questi tre soggetti, che tra confidenze, testimonianze, ritrattazioni e smentite avevano offerto agli investigatori una serie di false informazioni e portato ad «uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese» come Sergio Lari definì il “Processo Borsellino”. Successivamente alle dichiarazioni di Spatuzza, davanti all’evidenza dei riscontri, ritrattarono tutti, accusando gli investigatori dell’epoca di aver fatto pressioni, anche attraverso violenze fisiche e morali, al fine di obbligarli a riferire quanto veniva loro suggerito. Candura ritrattò il 10 marzo del 2009, Andriotta il 17 luglio del 2009, Scarantino il 28 settembre dello stesso anno alle ore 19.40.) vennero smascherate e questi furono accusati di calunnia aggravata.
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Spatuzza fornì una ricostruzione della strage del tutto nuova: egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita” (Su ordine di Giuseppe Graviano, Spatuzza elimina ogni dettaglio che potesse rendere la macchina riconoscibile.) e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del 18 luglio del 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella, gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto, e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto. Ricordò un particolare riguardante gli spostamenti che venne poi verificato: un posto di blocco della Guardia di Finanza che li costrinse a cambiare direzione di marcia. Giunto all’autorimessa, il collaboratore raccontò che oltre ai presenti che conosceva (Renzino Tintirello, Fifetto Cannella e Francesco Tagliavia.), aveva notato un uomo sulla cinquantina a lui sconosciuto, la cui presenza sembra confermare il sospetto degli inquirenti, quasi certo alla luce dei recenti sviluppi (Mi riferisco al complesso sistema di detonazione inserito nel citofono, di cui si è precedentemente parlato.), di un aiuto tecnico ricevuto da un soggetto esterno all’associazione. Una volta effettuata la consegna della vettura, che in quel box venne imbottita di esplosivo, si recò, come gli era stato ordinato, a rubare le targhe che consegnò la sera stessa a Giuseppe Graviano. A quel punto il suo lavoro era finito, e “mammona” gli consigliò di «tenersi il più lontano possibile da Palermo». Spatuzza fece proprio così: trascorse la domenica con la famiglia in un villino a Campofelice di Roncella e lì apprese dell’avvenuta strage.
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==== I riscontri ====
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Spatuzza invitò il magistrato a fare i dovuti riscontri, assicurandogli che stava dicendo tutta la verità. E alla fine i riscontri gli diedero ragione, nello stupore generale, e venne ammesso al programma di protezione. In particolare, le sue dichiarazioni portarono alla scarcerazione dei finti esecutori della Strage di Via D'Amelio.
La precisione con cui il collaboratore raccontò gli avvenimenti permise agli investigatori di riscontrare la maggior parte delle informazioni e quindi di dichiarare con sicurezza la sua attendibilità. In particolare i procuratori che hanno collaborato con lui sono concordi nell’affermare che il pentito raramente si concesse deduzioni o voli Pindarici, preferendo raccontare solo i fatti e le conversazioni a cui aveva personalmente assistito. In un’intervista, Giuseppe Quattrocchi, capo della procura della Repubblica di Firenze dichiarò:
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“Di Spatuzza abbiamo apprezzato proprio questo: il fatto che lui non era portato per i voli, per le supposizioni, per «ho sentito dire che». Lui ci raccontava, ci riferiva delle cose precise, quasi come avesse acquisito la consapevolezza che il sistema corretto della ricerca dei riscontri poteva essere avviato soltanto attraverso questa strada, che è quella che noi abbiamo seguito.
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Il capo della procura della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, dice di aver mutato opinione sulle dichiarazioni di Spatuzza sulla base fondamentalmente di tre “step”:
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“Un primo step si è avuto quando mi sono recato a fare il sopralluogo, che non era mai stato fatto durante le precedenti indagini, sul posto dove era stata rubata l’autovettura usata come autobomba. Ci andai insieme alla proprietaria della macchina, Pietrina Valenti, la quale indicò un luogo che non corrispondeva assolutamente a quello indicato da Salvatore Candura, che all’epoca si era autoaccusato del furto… Di fronte a questo contrasto facemmo un sopralluogo con Spatuzza il quale, malgrado la situazione dei luoghi fosse parzialmente mutata, non ebbe dubbi nell’indicare nello stesso punto segnalato da Pietrina Valenti”.
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Il secondo step si ebbe quando il pentito raccontò di aver fatto sostituire l’impianto frenante e di aver pagato al meccanico Costa 100.000 lire. Il procuratore ebbe l’idea di interrogare Agostino Trombetta, socio di Costa nonché collaboratore di giustizia da poco uscito dal programma di protezione. Trombetta ricordò che «un giorno, tornando in officina, l’aveva trovata incustodita e si era molto adirato per questo con il proprio dipendente e socio Maurizio Costa. Costui però si era giustificato dicendo che era andato a trovarlo Spatuzza, il quale gli aveva chiesto di fare la riparazione dei freni di un’autovettura in un altro luogo… Addirittura Trombetta ci riferì un particolare che nessun altro poteva sapere: Costa gli disse che Spatuzza stranamente (In genere i mafiosi non pagavano i lavori commissionati ai meccanici Costa e Trombetta.) aveva pagato per questo lavoro 100.000 lire». La conferma definitiva tuttavia, o per meglio dire il terzo step, arrivò insieme alla relazione dei consulenti tecnici che avevano compiuto gli accertamenti sui resti dell’autobomba, conservati in un parco di una città dell’Umbria: la prova scientifica si unì alla dichiarazione dei due pentiti, confermando che le ganasce erano state sostituite prima dell’esplosione.
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Il processo Dell’Utri: Infine dichiarazioni di Spatuzza si rivelarono importantissime con riguardo al processo di Marcello Dell’Utri, recentemente condannato, in via definitiva, a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Egli raccontò di aver avuto un colloquio con Giuseppe Graviano presso il bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato allo stadio Olimpico. Durante tale incontro Graviano, particolarmente felice, aveva confidato al collaboratore di essere finalmente riuscito a “mettere il paese nelle mani” della mafia grazie a due personaggi politici, il compaesano dell’Utri e Silvio Berlusconi. La strage dei carabinieri avrebbe dovuto rappresentare l’ultima spinta, l’atto finale per la conclusione dell’accordo. La definitiva dimostrazione della potenza della mafia. Questa informazione diede vita ad un vero e proprio attacco mediatico nei confronti del pentito. Come già era accaduto negli anni ’90 con Buscetta, che nel momento in cui aveva deciso di parlare di politica aveva perso la sua credibilità ed era stato accusato di essere uno strumento che agiva per conto di una fazione politica contro l’altra, così quando Spatuzza fece questi nomi, le accuse nei suoi confronti furono molte. Si cercò di delegittimarlo, di annullare il valore delle sue confidenze in virtù del suo passato e degli atti terribili che aveva commesso. Le testate dei giornali lo presentarono come colui che era stato condannato per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi (www.corriere.it.). Dell’Utri da un lato, nella fase dibattimentale del processo, lo accusò di essere uno strumento della mafia per affondare un governo che le aveva fatto guerra, di essere un pentito della mafia, non dell’antimafia; dall’altro, a livello mediatico, insinuò che dietro le sue dichiarazioni ci fossero i pm, riferendosi implicitamente alla storica battaglia tra l’ormai ex primo ministro e la magistratura. Gli avvocati gli contestarono che parlò della questione solo dopo che il programma di protezione testimoni gli era stato accordato (quindi oltre i 180 giorni dall’inizio della cooperazione concessi dalla legge ai collaboratori di giustizia per rilasciare le dichiarazioni più importanti). A nulla servirono le giustificazioni di Spatuzza che si discolpò dicendo che nel 2008, poco dopo che ebbe cominciato a parlare, cadde il governo Prodi e si ritrovò con Berlusconi primo ministro e Alfano, il suo “vice”, ministro della giustizia. «Se il Governo fosse caduto prima non mi sarei neanche pentito» disse: incontrò infatti diverse difficoltà ad entrare nel programma di protezione testimoni. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’interno del governo Berlusconi gli negò per lungo tempo tale diritto, nonostante fosse sopravvenuto il parere favorevole delle procure con cui collaborava. Le difficoltà che dovette affrontare furono molte: all’offensiva mediatica si aggiunse anche un improvviso isolamento in carcere:
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“Quando andai a Torino a Dicembre del 2009 per il processo Dell’Utri…Mamma mia quello che c’era! Si è creato un grande evento mediatico, tantissimi giornalisti…tante persone intorno…uno spiegamento di forze indescrivibile. Ho detto le cose che dovevo dire… certo, tiravo in mezzo soggetti che in quel momento rivestivano cariche politiche, istituzionali. I miei timori prima della collaborazione erano legati a questo… Poi sono tornato presso il carcere… e trovo il vuoto, il vuoto totale. Non c’era più nessuno… Erano scappati tutti, proprio tutti…stavo male…mi chiedevo: ma cosa ho fatto di sbagliato? Ho solo detto quello che sapevo! È stata dura, mi sembrava di impazzire”.
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Furono nuovamente le parole di un prete, che lo invitò a proseguire con coraggio e sincerità il percorso di revisione della vita che aveva intrapreso, che lo spinsero a proseguire. Quelle parole e il sostegno dei magistrati, rappresentanti di una parte dello stato che nonostante il “massacro” mediatico c’era.
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=== I contributi alle indagini ===
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I contributi che Spatuzza fornì alle indagini furono molti e preziosi, in particolare di inestimabile valore furono quelli riguardanti le stragi che caratterizzarono il periodo che va dal 1992 al [[Fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma|fallito attentato allo stadio Olimpico]]. Egli aveva partecipato attivamente a tutte e poté chiarire le modalità operative ed organizzative che avevano portato ai vari attentati, oltre al ruolo da protagonisti, anche sul piano esecutivo, dei Graviano che prima erano invece stati condannati solo come mandanti. In modo particolare egli confermò agli inquirenti che tutte le esplosioni erano legate da un filo rosso e facevano parte di un unico disegno di Cosa Nostra, probabilmente volto ad ottenere favori a livello politico.
  
Le sue dichiarazioni vennero per la maggior parte riscontrate e servirono agli investigatori da una parte per colmare i vuoti di precedenti acquisizioni processuali e investigative o confermare informazioni già possedute, dall’altra conferirono valore di prova e quindi utilizzabilità processuale a molte cognizioni che non erano defluite in giudizi precedenti in quanto in forma indiziaria (È infatti necessario tenere presente che, come specificato, il caso di Spatuzza rappresenta un’eccezione. La regola era che in Cosa Nostra le informazioni venivano chiuse in “compartimenti stagni”. Per questo motivo era raro che un capo, tranne nel caso in cui ne facesse esplicita richiesta, conoscesse la modalità esecutive di un’azione illegale, quanto era inusuale che un soldato venisse reso partecipe delle ragioni per le quali l’ordine gli era stato dato.). Il contributo del pentito fece riaprire processi, condannare colpevoli rimasti in libertà e liberare innocenti ingiustamente reclusi. Otto, in particolare, furono i detenuti che riacquistarono la libertà grazie al fatto che smascherò il falso impianto ricostruttivo della strage di via D’Amelio, abilmente edificato dai falsi pentiti Candura, Andriotta e Scarantino, svelando quello che può essere definito uno dei peggiori errori giudiziari della storia italiana.
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==== La strage di Capaci ====
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Innanzitutto contribuì alle indagini della procura di Caltanissetta che indagava sulla strage di Capaci. Spatuzza raccontò di essere stato lui, accompagnato da [[Fifetto Cannella]], [[Peppe Barranca]] e [[Cosimo Lo Nigro]] a procurare, presso un peschereccio ormeggiato a Porticello, buona parte dell’esplosivo utilizzato per far saltare in aria l’autostrada. Raccontò nei minimi dettagli dove l’esplosivo era stato recuperato, chi lo aveva fornito, chi lo aveva macinato, chi lo aveva confezionato, rimarcando sempre il ruolo da protagonista avuto nelle varie operazioni.
  
=== Un vero pentito ===
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“''Una volta estratto dagli ordigni bellici, l’esplosivo si presentava solido e quindi occorreva ridurlo in polvere per utilizzarlo. Il materiale duro come “pietra”, veniva prima rotto a “sassetti”, poi macinato con il “mazzuolo” e setacciato con dei “colapasta” per portarlo allo stato di sabbia. Per la lavorazione dell’esplosivo … il comando di Brancaccio impiega una ventina di giorni. Risultato finale: 200 chili di tritolo.''”<ref>G. Montanaro, op. cit., p.142</ref> Sulla base di queste informazioni venne arrestato il pescatore [[Cosimo D’amato]] (condannato all’ergastolo) con l’accusa di aver venduto a Cosa Nostra ordigni bellici inesplosi recuperati in mare.
Spatuzza si è rivelato un collaboratore indispensabile, oltre che un “pentito” nel vero senso della parola. È riuscito a demitizzare i fratelli Graviano, che per tutta la vita aveva venerato, che erano stati la sua ispirazione, la sua famiglia, il suo mondo. Ha sopportato la sconfitta nel “processo mediatico”, perseverando e ottenendo riconoscimenti nelle aule di tribunale. Ha compiuto un percorso di conversione religiosa e di presa di coscienza raro, ha compreso la malvagità della vecchia esistenza e ha deciso di cambiare. Significativa di questo mutamento di opinione è la seguente sezione di intervista:
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“Vi racconto un episodio. Nel 1997, dopo l’arresto, ebbi un colloquio investigativo con due magistrati. Alla fine uno dei magistrati mi chiese: «Spatuzza, lei si sente responsabile di quello che ha fatto?» E io: «Guardi, io un militare ero». Dopo undici anni lo stesso magistrato mi riformula la stessa domanda. Nell’immediatezza ho risposto: «Guardi, nemmeno cinquanta ergastoli possono ripagare tutto quello che ho fatto. E le dirò di più, io mi sento responsabile anche di tutti quei fatti a cui non solo non ho partecipato, ma nemmeno ne ero a conoscenza».
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Spatuzza espresse anche il dubbio che Cosa Nostra possa aver fatto uso, nella progettazione della strage, di '''consulenti esterni all’associazione'''. Il dubbio gli venne in quanto le competenze tecniche di Cosa Nostra non erano così avanzate da realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione e la concentrasse invece sotto la macchina blindata di Falcone. Le indagini sono in corso e ancora non si è arrivati a una verità acclarata su questo particolare.
Pur non potendo trovare pace per il male commesso, Spatuzza ha dimostrato, come spiega attraverso il quadro da lui dipinto, di aver “spezzato le catene” e che anche per chi ha vissuto una vita intera da criminale è possibile, anche se difficile, diventare un “uomo”. La mafia recluta nei quartieri dove la Giustizia Statale fatica a penetrare e cresce i giovani mostrandosi come unica via percorribile. Per questo chiese a Giovanna Montanaro di inserire all’interno del libro dedicato alla sua vita la seguente dedica: per far sapere che c’è sempre un’altra strada, una diversa, quella che nessuno aveva mostrato a lui.
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“Vorrei dedicare questa intervista ai ragazzi, ai ragazzi di Brancaccio, dei tanti Brancaccio, a quelli che si sono persi come me, e che potrebbero perdersi, inseguendo falsi ideali, affidando la loro vita nelle mani sbagliate, fino al punto di perdere tutto…La vita concede sempre un’altra possibilità: non bisogna sprecarla. Tornare a essere uomini è l’imperativo di ogni creatura umana. Essere «uomo», . Essere «uomo d’onore», no!”
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==== La strage di via D’Amelio ====
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Le dichiarazioni rese alla procura di Caltanissetta sulla Strage di via D'Amelio hanno reso Gaspare Spatuzza il più importante pentito degli anni 2000. Auto-accusandosi della strage, portò alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria dei fatti, obbligando gli inquirenti a ricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini: i primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08, e le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito.
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Dopo tre anni, le indagini svolte e avviate grazie alla collaborazione di Spatuzza confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine e il [[13 ottobre]] [[2011]] il procuratore generale [[Roberto Scarpinato]] avanzò alla Corte di Appello di Catania (competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti.  
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Inoltre il [[2 marzo]] [[2012]] il giudice per le indagini preliminari, Giovanna Bonaventura Giunta, emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa<ref>(Maurizio Costa, il meccanico che riparò la fiat 126, venne poi rilasciato e la sua posizione fu archiviata.)</ref> e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza venne inoltre per la prima volta riconosciuta l’aggravante della “''finalità di terrorismo''”. I falsi pentiti [[Vincenzo Scarantino]], [[Francesco Andriotta]] e [[Calogero Pulci]], su cui si erano basate le condanne del Processo Borsellino (definito da Sergio Lari «''uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese''»), vennero rinviati a giudizio per calunnia aggravata. A loro difesa, i falsi pentiti affermarono di essere stati costretti dagli inquirenti a rendere quelle dichiarazioni, suggeritegli attraverso violenze fisiche e verbali.
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Spatuzza fornì '''una ricostruzione della strage del tutto nuova''': egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita”, cioè non riconoscibile, su ordine di Giuseppe Graviano, e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del [[18 luglio]] 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto.  
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Ricordò un particolare riguardante gli spostamenti che venne poi verificato: un posto di blocco della Guardia di Finanza che li costrinse a cambiare direzione di marcia. Giunto all’autorimessa, il collaboratore raccontò che oltre ai presenti che conosceva (Renzino Tintirello, Fifetto Cannella e Francesco Tagliavia), aveva notato un uomo sulla cinquantina a lui sconosciuto, la cui presenza sembra confermare il sospetto degli inquirenti, quasi certo alla luce dei recenti sviluppi, di un aiuto tecnico ricevuto da un soggetto esterno all’associazione. Una volta effettuata la consegna della vettura, che in quel box venne imbottita di esplosivo, si recò, come gli era stato ordinato, a rubare le targhe che consegnò la sera stessa a Giuseppe Graviano. A quel punto il suo lavoro era finito, e “mammona” gli consigliò di «''tenersi il più lontano possibile da Palermo''». Spatuzza fece proprio così: trascorse la domenica con la famiglia in un villino a Campofelice di Roncella e lì apprese dell’avvenuta strage.
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La precisione con cui il collaboratore raccontò gli avvenimenti permise agli investigatori di riscontrare la maggior parte delle informazioni e quindi di dichiarare con sicurezza la sua attendibilità. In particolare i procuratori che hanno collaborato con lui sono concordi nell’affermare che il pentito raramente si concesse deduzioni o voli Pindarici, preferendo raccontare solo i fatti e le conversazioni a cui aveva personalmente assistito.
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In un’intervista, Giuseppe Quattrocchi, capo della procura della Repubblica di Firenze dichiarò: “''Di Spatuzza abbiamo apprezzato proprio questo: il fatto che lui non era portato per i voli, per le supposizioni, per «ho sentito dire che». Lui ci raccontava, ci riferiva delle cose precise, quasi come avesse acquisito la consapevolezza che il sistema corretto della ricerca dei riscontri poteva essere avviato soltanto attraverso questa strada, che è quella che noi abbiamo seguito''"<ref>G. Montanaro, op. cit., p.121</ref>.
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Il capo della procura della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, ha sostenuto di aver mutato opinione sulle dichiarazioni di Spatuzza sulla base fondamentalmente di tre “step”: "''Un primo step si è avuto quando mi sono recato a fare il sopralluogo, che non era mai stato fatto durante le precedenti indagini, sul posto dove era stata rubata l’autovettura usata come autobomba. Ci andai insieme alla proprietaria della macchina, Pietrina Valenti, la quale indicò un luogo che non corrispondeva assolutamente a quello indicato da Salvatore Candura, che all’epoca si era autoaccusato del furto. Di fronte a questo contrasto facemmo un sopralluogo con Spatuzza il quale, malgrado la situazione dei luoghi fosse parzialmente mutata, non ebbe dubbi nell’indicare nello stesso punto segnalato da Pietrina Valenti''"<ref>G. Montanaro, op. cit., p.196</ref>.
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Il secondo step si ebbe quando il pentito raccontò di aver fatto sostituire l’impianto frenante e di aver pagato al meccanico Costa 100.000 lire. Il procuratore ebbe l’idea di interrogare Agostino Trombetta, socio di Costa nonché collaboratore di giustizia da poco uscito dal programma di protezione. Trombetta ricordò che «un giorno, tornando in officina, l’aveva trovata incustodita e si era molto adirato per questo con il proprio dipendente e socio Maurizio Costa. Costui però si era giustificato dicendo che era andato a trovarlo Spatuzza, il quale gli aveva chiesto di fare la riparazione dei freni di un’autovettura in un altro luogo. Addirittura Trombetta ci riferì un particolare che nessun altro poteva sapere: Costa gli disse che Spatuzza stranamente aveva pagato per questo lavoro 100.000 lire»<ref>In genere i mafiosi non pagavano i lavori commissionati ai meccanici Costa e Trombetta.</ref>.
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La conferma definitiva tuttavia, o per meglio dire il terzo step, arrivò insieme alla relazione dei consulenti tecnici che avevano compiuto gli accertamenti sui resti dell’autobomba, conservati in un parco di una città dell’Umbria: la prova scientifica si unì alla dichiarazione dei due pentiti, confermando che le ganasce erano state sostituite prima dell’esplosione.
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==== Le stragi di Firenze, Roma e Milano ====
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Altre stragi a cui invece partecipò in prima persona furono quelle di [[Strage di Via dei Georgofili|Firenze]], Roma e [[Strage di Via Palestro|Milano]]. In questi casi oltre a procurare l’esplosivo, con la sua squadra si era recato in loco, aveva scelto l’obiettivo, costruito gli ordigni e provveduto a farli esplodere. Gli investigatori avevano già potuto riscontrare la sua presenza in queste città tramite il monitoraggio dei traffici telefonici.
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Già verso la fine degli anni novanta si erano conclusi i processi che ricostruivano accuratamente tutta la vicenda stragista ed erano state emesse condanne passate in giudicato. Le sentenze tuttavia avevano lasciato sullo sfondo questioni irrisolte e ombre nella ricostruzione degli eventi (I pentiti che avevano collaborato, infatti, non avevano partecipato in prima persona alle esecuzioni e non conoscevano i dettagli). Alcune indagini sulle vicende, in particolare quelle sui mandanti, erano state archiviate. Quando cominciò a raccontare, Spatuzza squarciò il velo dell'omertà su queste questioni, permettendo ai magistrati fiorentini, a cui erano state affidate originariamente le tre inchieste, di riaprire le indagini.
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Le dichiarazioni di Spatuzza consentirono innanzitutto di riaprire le indagini su [[Francesco Tagliavia]], capo della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, che nel 2011 venne condannato all’ergastolo come mandante, insieme ad altri, delle stragi.<ref>Condividono l’accusa di strage e devastazione: Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, tutti già condannati. Il processo che si celebra a Firenze vede Tagliavia come unico imputato. </ref>
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Il pentito raccontò che le direttive riguardanti “''i fatti di via Georgofili''” erano state date a lui e agli altri membri della squadra esecutiva durante una riunione, tenutasi nel villino di Santa Flavia, a cui avevano partecipato Ciccio Tagliavia, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. I boss, secondo Spatuzza, da come parlavano avevano già effettuato dei sopralluoghi a Firenze e indicarono agli esecutori materiali il posto da colpire.  
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Spatuzza indicò inoltre come membri della “banda” Vittorio Tutino ed i fratelli Formoso, i cui nomi non erano mai emersi dalle indagini. Seppe anche spiegare il motivo per cui vi fu un divario di circa venti minuti tra le due esplosioni nella capitale: Vittorio Tutino, che aveva il compito di innescare l’ordigno, era alla sua prima esperienza con gli esplosivi e i compagni, per rassicurarlo ed evitare che potesse restare coinvolto nell’esplosione, lasciarono appositamente la miccia lunga.
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Infine attraverso la testimonianza del collaboratore emerse la titolarità di Cosa Nostra come unica mandante. Le lettere di rivendicazione spedite ai quotidiani a nome della “Falange Armata” vennero infatti spedite da Cosimo Lo Nigro e da Scarano. La responsabilità di Cosa Nostra (o unicamente di Cosa Nostra) in questi delitti era stata infatti incerta per molto tempo. La mancata rivendicazione delle esplosioni da parte dell’organizzazione aveva inizialmente fatto pensare che Cosa Nostra, se responsabile, non avesse agito per soddisfare un proprio interesse, ma piuttosto su ordine di mandanti esterni o in associazione con altri sodalizi segreti.
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La scelta di colpire beni storici, per di più situati sul territorio continentale, non era usuale. La medesima considerazione riguardò anche la fallita strage dello Stadio Olimpico di Roma, in cui il maggior contributo offerto da Spatuzza interessò la data programmata. Infatti, sebbene questi non ricordasse quale fosse, ebbe memoria di aver rubato le targhe e spiegò agli investigatori che era usanza di Cosa Nostra compiere il furto di sabato, subito prima dell’attentato e preferibilmente in un esercizio commerciale, in modo che il furto potesse essere scoperto e denunciato solo il lunedì, a cose avvenute.
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Da queste dichiarazioni gli inquirenti riuscirono a stabilire che l’esplosione doveva avvenire il [[23 gennaio]] [[1994]], la domenica in cui si svolse la partita del campionato di calcio Roma–Udinese. L’informazione si rivelò molto utile anche per comprendere la portata devastante che l’esplosione avrebbe provocato. Infatti, oltre ad informare gli investigatori che l’ordigno era stato potenziato, su disposizione di Giuseppe Graviano, con chili di ferro e tondini di pochi millimetri che «''avevano la funzione di schegge, avrebbero fatto veramente male, molto male''», il pentito riferì che '''l’obiettivo erano i carabinieri''' e indicò il luogo in cui l’auto bomba era stata parcheggiata. Sottolineò inoltre che insolitamente, la Lancia Thema non era stata rubata in loco, ma era stata portata da Palermo.
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Dalla posizione e dal giorno ci si è potuti rendere conto del pericolo scampato: infatti il punto prescelto per la collocazione dell’ordigno si trovava sul viale dei Gladiatori, in un tratto in cui la strada si restringe e avrebbe obbligato i pullman con i Carabinieri a procedere lentamente, uno vicino all’altro. Si è stimato che l’esplosione avrebbe potuto provocare una vera carneficina e circa 200 militari avrebbero perso la vita, mettendo seriamente a rischio l’ordine democratico del Paese. L’impulso radio impresso dal telecomando, però, non giunse all’antenna e il piano fortunatamente fallì.
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==== Il processo Dell’Utri ====
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Infine dichiarazioni di Spatuzza si rivelarono importantissime nel processo contro [[Marcello Dell’Utri]], condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Egli raccontò di aver avuto un colloquio con Giuseppe Graviano presso il bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato allo stadio Olimpico. Durante tale incontro Graviano, particolarmente felice, aveva confidato al collaboratore di essere finalmente riuscito a “''mettere il paese nelle mani''” della mafia grazie a due personaggi politici, il compaesano dell’Utri e [[Silvio Berlusconi]]. La strage dei carabinieri avrebbe dovuto rappresentare l’ultima spinta, l’atto finale per la conclusione dell’accordo. La definitiva dimostrazione della potenza di Cosa Nostra.
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Questa informazione diede vita ad un vero e proprio attacco mediatico nei confronti del pentito. Come già era accaduto negli anni ’90 con Buscetta, che nel momento in cui aveva deciso di parlare di politica aveva perso la sua credibilità ed era stato accusato di essere uno strumento che agiva per conto di una fazione politica contro l’altra, così quando Spatuzza fece questi nomi, le accuse nei suoi confronti furono molte.
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Si cercò di delegittimarlo, di annullare il valore delle sue confidenze in virtù del suo passato e degli atti terribili che aveva commesso. I principali giornali italiani lo presentarono come colui che era stato condannato per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi. Dell’Utri da un lato, nella fase dibattimentale del processo, lo accusò di essere uno strumento della mafia per affondare un governo che le aveva fatto guerra, di essere un pentito della mafia, non dell’antimafia; dall’altro, a livello mediatico, insinuò che dietro le sue dichiarazioni ci fossero i pm, riferendosi implicitamente alla storica battaglia tra l’allora premier e la magistratura.
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Gli avvocati gli contestarono di aver parlato della questione solo dopo che il programma di protezione testimoni gli era stato accordato (quindi oltre i 180 giorni dall’inizio della cooperazione concessi dalla legge ai collaboratori di giustizia per rilasciare le dichiarazioni più importanti). A nulla servirono le giustificazioni di Spatuzza che si discolpò dicendo che nel 2008, poco dopo che ebbe cominciato a parlare, cadde il governo Prodi e si ritrovò con Berlusconi primo ministro e Alfano, il suo “vice”, ministro della giustizia. «''Se il Governo fosse caduto prima non mi sarei neanche pentito''» disse: incontrò infatti diverse difficoltà ad entrare nel programma di protezione testimoni. [[Alfredo Mantovano]], sottosegretario all’interno del governo Berlusconi gli negò per lungo tempo tale diritto, nonostante fosse sopravvenuto il parere favorevole delle procure con cui collaborava.
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Le difficoltà che dovette affrontare furono molte. All’offensiva mediatica si aggiunse anche un improvviso isolamento in carcere: “''Quando andai a Torino a dicembre del 2009 per il processo Dell’Utri... Mamma mia quello che c’era! Si è creato un grande evento mediatico, tantissimi giornalisti... tante persone intorno... uno spiegamento di forze indescrivibile. Ho detto le cose che dovevo dire... certo, tiravo in mezzo soggetti che in quel momento rivestivano cariche politiche, istituzionali. I miei timori prima della collaborazione erano legati a questo... Poi sono tornato presso il carcere... e trovo il vuoto, il vuoto totale. Non c’era più nessuno... Erano scappati tutti, proprio tutti... stavo male... mi chiedevo: ma cosa ho fatto di sbagliato? Ho solo detto quello che sapevo! È stata dura, mi sembrava di impazzire''<ref>G. Montanaro, op. cit., p. 48</ref>.
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Furono nuovamente le parole di un prete, che lo invitò a proseguire con coraggio e sincerità il percorso di revisione della vita che aveva intrapreso, che lo spinsero a proseguire. Quelle parole e il sostegno dei magistrati, rappresentanti di una parte dello stato che nonostante il “massacro” mediatico c’era.
  
 
== Note ==
 
== Note ==

Versione attuale delle 17:40, 25 gen 2015


Gaspare Spatuzza (Palermo, 8 aprile 1964), detto “u Tignusu”, il pelato, a causa della sua calvizie, è un collaboratore di giustizia, già esponente di Cosa Nostra in qualità di affiliato alla Famiglia del quartiere Brancaccio di Palermo.

Gaspare Spatuzza

Biografia

I primi anni e l'affiliazione a Cosa Nostra

Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, tristemente noto come principale centro di reclutamento di Cosa Nostra, Spatuzza abbracciò la mentalità mafiosa fin da piccolo (10-11 anni) come molti altri bambini del quartiere, decidendo di aderire all'organizzazione sotto l'ala protettiva della famiglia Graviano, per vendicare la morte di uno dei suoi fratelli, Salvatore, che nel 1975 aveva partecipato al sequestro a scopo estorsivo di una donna non autorizzato dalla Cupola e quindi era stato ammazzato (la lupara bianca molto probabilmente fu disposta da Totuccio Contorno).

"Aderivo a Cosa Nostra per spirito di fratellanza, di appartenenza, al di là della questione di mio fratello che volevo vendicare. Un senso di fratellanza. Io vedevo nella famiglia Graviano: mio padre, mia mamma, il mio presidente, il mio Stato… era il mio tutto. Chiamavo Giuseppe Graviano «madre natura» perché gli davo la valenza come comandante in capo, madre della nostra esistenza, non solo mia, ma anche degli altri, perché la morte come te la poteva dare così te la poteva togliere."[1]

Il quartiere Brancaccio era un luogo di reclutamento particolarmente fertile. In questi luoghi la Giustizia dello stato non aveva accesso, i bambini abbandonavano le scuole e crescevano per le strade, dove erano facili vittime per i boss che apparivano ai loro occhi come la personificazione della forza e del potere. I giovani venivano socializzati alla mentalità mafiosa al punto che la mafia diveniva per loro una “fede”, della quale i boss erano i rappresentanti, i giudici e gli ambasciatori. Spatuzza ci tenne particolarmente a sottolineare di non aver mai ricavato nulla a livello economico dall’attività criminale: non era un mercenario e non era diventato mafioso per interesse.

La filosofia della famiglia di Brancaccio era che l’uomo d’onore o l’affiliato non doveva essere retribuito altrimenti diventava un mercenario, ma poteva godere di tutti quei benefici, per esempio lavorativi... i benefici, in sostanza, erano che veniva data la possibilità di poter investire soldi propri con la certezza del ricavato... perché non ci sono perdite. In nessuna attività di Cosa Nostra ci sono perdite[2]

La carriera mafiosa

Spatuzza fu per la maggior parte della sua vita da mafioso un semplice soldato che eseguiva fedelmente e precisamente i compiti assegnatigli. Spietato killer (si è accusato di oltre 40 omicidi), organizzatore di gruppi di fuoco mafiosi, solo nel 1995, dopo l’arresto di Nino Mangano, venne convocato dai vertici di Cosa Nostra rimasti in libertà (Matteo Messina Denaro, Giovanni Brusca, Vincenzo Sinacori, Nicola Di Trapani e Antonino Melodia), formalmente affiliato e messo a capo della famiglia di Brancaccio. Tuttavia, pur essendo stato reggente di mandamento, non venne mai ammesso alle stanze del potere decisionale. La cieca fiducia dei Graviano nei suoi confronti gli permise comunque di entrare in possesso di informazioni che si sarebbero rivelate fondamentali quando decise di collaborare con la giustizia.

L'arresto

Il 2 luglio 1997 Spatuzza venne arrestato, a seguito di una spettacolare azione di polizia[3], organizzata grazie alle rivelazioni di un pentito: alle 17:00 oltre 100 agenti di polizia accerchiarono i viali dell'Ospedale Cervello, nella borgata di Cruillas, mentre Spatuzza si trovava in una Lancia Y10 parcheggiata ad un centinaio di metri dal padiglione di cardiologia. Accortosi della presenza degli agenti, Spatuzza tentò la fuga, invano: gli agenti spararono svariati colpi in aria e alcuni ad altezza uomo, un proiettile colpì la mano del killer, che alla fine si arrese alla cattura.

Genesi di un pentito

Il percorso che portò Spatuzza a collaborare con la giustizia iniziò nel 1999, quando fu trasferito nella Casa Circondariale di Tolmezzo. Nello stesso carcere erano rinchiusi anche i fratelli Graviano, con i quali si trovò a condividere l’ora d’aria, ed in uno di questi incontri Giuseppe gli chiese di far arrivare, attraverso i suoi familiari, messaggi all'esterno con direttive volte a riorganizzare il mandamento di Brancaccio, ma Spatuzza si rifiutò, facendo sapere ai due fratelli la propria dissociazione da Cosa Nostra e scrivendo al direttore del carcere per chiedere l'applicazione degli anni di isolamento che gli erano stati inflitti con la sentenza per l'omicidio di Don Puglisi.

Nel 2000 venne accontentato e da solo in cella ebbe modo di riflettere sul proprio passato. Lui stesso ha raccontato che tutto nacque dopo aver letto da qualche parte "empatia" e, non conoscendone il significato, andò a cercarlo sul dizionario: si immedesimò così con il dolore dei familiari delle vittime delle stragi di mafia e a seguito di questo tentativo sviluppò un senso di colpa che portò al rimorso per quel che aveva fatto.

Nel 2005 venne trasferito nel carcere di Ascoli Piceno, dove cominciò a manifestare una condotta diversa da quella degli altri detenuti al 41 bis: rifiutava beni materiali, come vestiti di marca e cibo di qualità, regalando tutto quello che aveva posseduto in termini di vestiario da mafioso alla Caritas. Nel carcere incontrò padre Pietro Capoccia, cappellano del carcere, che si adoperò per farlo accettare all'Istituto Superiore di Scienze Religiose, a seguito della sua manifestazione di interesse nelle Sacre Scritture.

Il cappellano non solo gli fece ottenere l'iscrizione, benché Spatuzza avesse solo la licenza elementare, ma gli pagò anche l'iscrizione e gli regalò i libri. Quell'episodio trasformò Spatuzza in un detenuto modello, ma nonostante numerosi tentativi da parte dell'autorità, in particolare del Procuratore Vigna, si rifiutò sempre di collaborare con la giustizia.

La decisione di collaborare

Durante la messa delle Palme, il 17 marzo 2008, rimase colpito da un passo trascritto sul foglietto destinato ai fedeli: "Si pensa che basti chiedere perdono a Dio nel proprio cuore per ottenerlo. Ci si dimentica che il peccato ha sempre una dimensione ecclesiale e sociale: è una ferita inflitta alla Chiesa ed è contro la solidarietà umana... nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà"[4]

Dopo aver assistito nello stesso giorno alla proiezione di un film sulla strage di via D’Amelio e ad una trasmissione sui familiari della vittime, Spatuzza decise di concludere il “bellissimo percorso[5] diventando un collaboratore di giustizia. Informò il magazziniere del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della sua volontà di incontrare il procuratore nazionale Pietro Grasso e da quel momento iniziò a parlare.

Le dichiarazioni da pentito

Abbandonato dalla famiglia per la sua scelta, le sue imminenti dichiarazioni suscitarono parecchie perplessità e diffidenze tra gli stessi inquirenti, per via del fatto che non solo erano in conflitto con quanto dichiarato da altri collaboratori, definiti attendibili, ma anche con sentenze passate in giudicato. Tant'è che gli venne inizialmente negato il programma di protezione, ma nonostante ciò, Spatuzza continuò a rendere dichiarazioni agli inquirenti. In uno degli interrogatori, dopo aver espresso un sentimento di disagio, si sentì rassicurato dalle parole del procuratore Sergio Lari, che gli disse: «Ascolti, signor Spatuzza, la vede questa spalla? A me brucia, fa male questa spalla per le tante bare che ho portato dei miei colleghi uccisi dalla mafia. A noi interessa soltanto la verità!»[6]

Spatuzza invitò il magistrato a fare i dovuti riscontri, assicurandogli che stava dicendo tutta la verità. E alla fine i riscontri gli diedero ragione, nello stupore generale, e venne ammesso al programma di protezione. In particolare, le sue dichiarazioni portarono alla scarcerazione dei finti esecutori della Strage di Via D'Amelio.

I contributi alle indagini

I contributi che Spatuzza fornì alle indagini furono molti e preziosi, in particolare di inestimabile valore furono quelli riguardanti le stragi che caratterizzarono il periodo che va dal 1992 al fallito attentato allo stadio Olimpico. Egli aveva partecipato attivamente a tutte e poté chiarire le modalità operative ed organizzative che avevano portato ai vari attentati, oltre al ruolo da protagonisti, anche sul piano esecutivo, dei Graviano che prima erano invece stati condannati solo come mandanti. In modo particolare egli confermò agli inquirenti che tutte le esplosioni erano legate da un filo rosso e facevano parte di un unico disegno di Cosa Nostra, probabilmente volto ad ottenere favori a livello politico.

La strage di Capaci

Innanzitutto contribuì alle indagini della procura di Caltanissetta che indagava sulla strage di Capaci. Spatuzza raccontò di essere stato lui, accompagnato da Fifetto Cannella, Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro a procurare, presso un peschereccio ormeggiato a Porticello, buona parte dell’esplosivo utilizzato per far saltare in aria l’autostrada. Raccontò nei minimi dettagli dove l’esplosivo era stato recuperato, chi lo aveva fornito, chi lo aveva macinato, chi lo aveva confezionato, rimarcando sempre il ruolo da protagonista avuto nelle varie operazioni.

Una volta estratto dagli ordigni bellici, l’esplosivo si presentava solido e quindi occorreva ridurlo in polvere per utilizzarlo. Il materiale duro come “pietra”, veniva prima rotto a “sassetti”, poi macinato con il “mazzuolo” e setacciato con dei “colapasta” per portarlo allo stato di sabbia. Per la lavorazione dell’esplosivo … il comando di Brancaccio impiega una ventina di giorni. Risultato finale: 200 chili di tritolo.[7] Sulla base di queste informazioni venne arrestato il pescatore Cosimo D’amato (condannato all’ergastolo) con l’accusa di aver venduto a Cosa Nostra ordigni bellici inesplosi recuperati in mare.

Spatuzza espresse anche il dubbio che Cosa Nostra possa aver fatto uso, nella progettazione della strage, di consulenti esterni all’associazione. Il dubbio gli venne in quanto le competenze tecniche di Cosa Nostra non erano così avanzate da realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione e la concentrasse invece sotto la macchina blindata di Falcone. Le indagini sono in corso e ancora non si è arrivati a una verità acclarata su questo particolare.

La strage di via D’Amelio

Le dichiarazioni rese alla procura di Caltanissetta sulla Strage di via D'Amelio hanno reso Gaspare Spatuzza il più importante pentito degli anni 2000. Auto-accusandosi della strage, portò alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria dei fatti, obbligando gli inquirenti a ricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini: i primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08, e le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito.

Dopo tre anni, le indagini svolte e avviate grazie alla collaborazione di Spatuzza confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine e il 13 ottobre 2011 il procuratore generale Roberto Scarpinato avanzò alla Corte di Appello di Catania (competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti.

Inoltre il 2 marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari, Giovanna Bonaventura Giunta, emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa[8] e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza venne inoltre per la prima volta riconosciuta l’aggravante della “finalità di terrorismo”. I falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, su cui si erano basate le condanne del Processo Borsellino (definito da Sergio Lari «uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese»), vennero rinviati a giudizio per calunnia aggravata. A loro difesa, i falsi pentiti affermarono di essere stati costretti dagli inquirenti a rendere quelle dichiarazioni, suggeritegli attraverso violenze fisiche e verbali.

Spatuzza fornì una ricostruzione della strage del tutto nuova: egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita”, cioè non riconoscibile, su ordine di Giuseppe Graviano, e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del 18 luglio 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto.

Ricordò un particolare riguardante gli spostamenti che venne poi verificato: un posto di blocco della Guardia di Finanza che li costrinse a cambiare direzione di marcia. Giunto all’autorimessa, il collaboratore raccontò che oltre ai presenti che conosceva (Renzino Tintirello, Fifetto Cannella e Francesco Tagliavia), aveva notato un uomo sulla cinquantina a lui sconosciuto, la cui presenza sembra confermare il sospetto degli inquirenti, quasi certo alla luce dei recenti sviluppi, di un aiuto tecnico ricevuto da un soggetto esterno all’associazione. Una volta effettuata la consegna della vettura, che in quel box venne imbottita di esplosivo, si recò, come gli era stato ordinato, a rubare le targhe che consegnò la sera stessa a Giuseppe Graviano. A quel punto il suo lavoro era finito, e “mammona” gli consigliò di «tenersi il più lontano possibile da Palermo». Spatuzza fece proprio così: trascorse la domenica con la famiglia in un villino a Campofelice di Roncella e lì apprese dell’avvenuta strage.

La precisione con cui il collaboratore raccontò gli avvenimenti permise agli investigatori di riscontrare la maggior parte delle informazioni e quindi di dichiarare con sicurezza la sua attendibilità. In particolare i procuratori che hanno collaborato con lui sono concordi nell’affermare che il pentito raramente si concesse deduzioni o voli Pindarici, preferendo raccontare solo i fatti e le conversazioni a cui aveva personalmente assistito.

In un’intervista, Giuseppe Quattrocchi, capo della procura della Repubblica di Firenze dichiarò: “Di Spatuzza abbiamo apprezzato proprio questo: il fatto che lui non era portato per i voli, per le supposizioni, per «ho sentito dire che». Lui ci raccontava, ci riferiva delle cose precise, quasi come avesse acquisito la consapevolezza che il sistema corretto della ricerca dei riscontri poteva essere avviato soltanto attraverso questa strada, che è quella che noi abbiamo seguito"[9].

Il capo della procura della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, ha sostenuto di aver mutato opinione sulle dichiarazioni di Spatuzza sulla base fondamentalmente di tre “step”: "Un primo step si è avuto quando mi sono recato a fare il sopralluogo, che non era mai stato fatto durante le precedenti indagini, sul posto dove era stata rubata l’autovettura usata come autobomba. Ci andai insieme alla proprietaria della macchina, Pietrina Valenti, la quale indicò un luogo che non corrispondeva assolutamente a quello indicato da Salvatore Candura, che all’epoca si era autoaccusato del furto. Di fronte a questo contrasto facemmo un sopralluogo con Spatuzza il quale, malgrado la situazione dei luoghi fosse parzialmente mutata, non ebbe dubbi nell’indicare nello stesso punto segnalato da Pietrina Valenti"[10].

Il secondo step si ebbe quando il pentito raccontò di aver fatto sostituire l’impianto frenante e di aver pagato al meccanico Costa 100.000 lire. Il procuratore ebbe l’idea di interrogare Agostino Trombetta, socio di Costa nonché collaboratore di giustizia da poco uscito dal programma di protezione. Trombetta ricordò che «un giorno, tornando in officina, l’aveva trovata incustodita e si era molto adirato per questo con il proprio dipendente e socio Maurizio Costa. Costui però si era giustificato dicendo che era andato a trovarlo Spatuzza, il quale gli aveva chiesto di fare la riparazione dei freni di un’autovettura in un altro luogo. Addirittura Trombetta ci riferì un particolare che nessun altro poteva sapere: Costa gli disse che Spatuzza stranamente aveva pagato per questo lavoro 100.000 lire»[11].

La conferma definitiva tuttavia, o per meglio dire il terzo step, arrivò insieme alla relazione dei consulenti tecnici che avevano compiuto gli accertamenti sui resti dell’autobomba, conservati in un parco di una città dell’Umbria: la prova scientifica si unì alla dichiarazione dei due pentiti, confermando che le ganasce erano state sostituite prima dell’esplosione.

Le stragi di Firenze, Roma e Milano

Altre stragi a cui invece partecipò in prima persona furono quelle di Firenze, Roma e Milano. In questi casi oltre a procurare l’esplosivo, con la sua squadra si era recato in loco, aveva scelto l’obiettivo, costruito gli ordigni e provveduto a farli esplodere. Gli investigatori avevano già potuto riscontrare la sua presenza in queste città tramite il monitoraggio dei traffici telefonici.

Già verso la fine degli anni novanta si erano conclusi i processi che ricostruivano accuratamente tutta la vicenda stragista ed erano state emesse condanne passate in giudicato. Le sentenze tuttavia avevano lasciato sullo sfondo questioni irrisolte e ombre nella ricostruzione degli eventi (I pentiti che avevano collaborato, infatti, non avevano partecipato in prima persona alle esecuzioni e non conoscevano i dettagli). Alcune indagini sulle vicende, in particolare quelle sui mandanti, erano state archiviate. Quando cominciò a raccontare, Spatuzza squarciò il velo dell'omertà su queste questioni, permettendo ai magistrati fiorentini, a cui erano state affidate originariamente le tre inchieste, di riaprire le indagini.

Le dichiarazioni di Spatuzza consentirono innanzitutto di riaprire le indagini su Francesco Tagliavia, capo della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, che nel 2011 venne condannato all’ergastolo come mandante, insieme ad altri, delle stragi.[12]

Il pentito raccontò che le direttive riguardanti “i fatti di via Georgofili” erano state date a lui e agli altri membri della squadra esecutiva durante una riunione, tenutasi nel villino di Santa Flavia, a cui avevano partecipato Ciccio Tagliavia, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. I boss, secondo Spatuzza, da come parlavano avevano già effettuato dei sopralluoghi a Firenze e indicarono agli esecutori materiali il posto da colpire.

Spatuzza indicò inoltre come membri della “banda” Vittorio Tutino ed i fratelli Formoso, i cui nomi non erano mai emersi dalle indagini. Seppe anche spiegare il motivo per cui vi fu un divario di circa venti minuti tra le due esplosioni nella capitale: Vittorio Tutino, che aveva il compito di innescare l’ordigno, era alla sua prima esperienza con gli esplosivi e i compagni, per rassicurarlo ed evitare che potesse restare coinvolto nell’esplosione, lasciarono appositamente la miccia lunga.

Infine attraverso la testimonianza del collaboratore emerse la titolarità di Cosa Nostra come unica mandante. Le lettere di rivendicazione spedite ai quotidiani a nome della “Falange Armata” vennero infatti spedite da Cosimo Lo Nigro e da Scarano. La responsabilità di Cosa Nostra (o unicamente di Cosa Nostra) in questi delitti era stata infatti incerta per molto tempo. La mancata rivendicazione delle esplosioni da parte dell’organizzazione aveva inizialmente fatto pensare che Cosa Nostra, se responsabile, non avesse agito per soddisfare un proprio interesse, ma piuttosto su ordine di mandanti esterni o in associazione con altri sodalizi segreti.

La scelta di colpire beni storici, per di più situati sul territorio continentale, non era usuale. La medesima considerazione riguardò anche la fallita strage dello Stadio Olimpico di Roma, in cui il maggior contributo offerto da Spatuzza interessò la data programmata. Infatti, sebbene questi non ricordasse quale fosse, ebbe memoria di aver rubato le targhe e spiegò agli investigatori che era usanza di Cosa Nostra compiere il furto di sabato, subito prima dell’attentato e preferibilmente in un esercizio commerciale, in modo che il furto potesse essere scoperto e denunciato solo il lunedì, a cose avvenute.

Da queste dichiarazioni gli inquirenti riuscirono a stabilire che l’esplosione doveva avvenire il 23 gennaio 1994, la domenica in cui si svolse la partita del campionato di calcio Roma–Udinese. L’informazione si rivelò molto utile anche per comprendere la portata devastante che l’esplosione avrebbe provocato. Infatti, oltre ad informare gli investigatori che l’ordigno era stato potenziato, su disposizione di Giuseppe Graviano, con chili di ferro e tondini di pochi millimetri che «avevano la funzione di schegge, avrebbero fatto veramente male, molto male», il pentito riferì che l’obiettivo erano i carabinieri e indicò il luogo in cui l’auto bomba era stata parcheggiata. Sottolineò inoltre che insolitamente, la Lancia Thema non era stata rubata in loco, ma era stata portata da Palermo.

Dalla posizione e dal giorno ci si è potuti rendere conto del pericolo scampato: infatti il punto prescelto per la collocazione dell’ordigno si trovava sul viale dei Gladiatori, in un tratto in cui la strada si restringe e avrebbe obbligato i pullman con i Carabinieri a procedere lentamente, uno vicino all’altro. Si è stimato che l’esplosione avrebbe potuto provocare una vera carneficina e circa 200 militari avrebbero perso la vita, mettendo seriamente a rischio l’ordine democratico del Paese. L’impulso radio impresso dal telecomando, però, non giunse all’antenna e il piano fortunatamente fallì.

Il processo Dell’Utri

Infine dichiarazioni di Spatuzza si rivelarono importantissime nel processo contro Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Egli raccontò di aver avuto un colloquio con Giuseppe Graviano presso il bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato allo stadio Olimpico. Durante tale incontro Graviano, particolarmente felice, aveva confidato al collaboratore di essere finalmente riuscito a “mettere il paese nelle mani” della mafia grazie a due personaggi politici, il compaesano dell’Utri e Silvio Berlusconi. La strage dei carabinieri avrebbe dovuto rappresentare l’ultima spinta, l’atto finale per la conclusione dell’accordo. La definitiva dimostrazione della potenza di Cosa Nostra.

Questa informazione diede vita ad un vero e proprio attacco mediatico nei confronti del pentito. Come già era accaduto negli anni ’90 con Buscetta, che nel momento in cui aveva deciso di parlare di politica aveva perso la sua credibilità ed era stato accusato di essere uno strumento che agiva per conto di una fazione politica contro l’altra, così quando Spatuzza fece questi nomi, le accuse nei suoi confronti furono molte.

Si cercò di delegittimarlo, di annullare il valore delle sue confidenze in virtù del suo passato e degli atti terribili che aveva commesso. I principali giornali italiani lo presentarono come colui che era stato condannato per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi. Dell’Utri da un lato, nella fase dibattimentale del processo, lo accusò di essere uno strumento della mafia per affondare un governo che le aveva fatto guerra, di essere un pentito della mafia, non dell’antimafia; dall’altro, a livello mediatico, insinuò che dietro le sue dichiarazioni ci fossero i pm, riferendosi implicitamente alla storica battaglia tra l’allora premier e la magistratura.

Gli avvocati gli contestarono di aver parlato della questione solo dopo che il programma di protezione testimoni gli era stato accordato (quindi oltre i 180 giorni dall’inizio della cooperazione concessi dalla legge ai collaboratori di giustizia per rilasciare le dichiarazioni più importanti). A nulla servirono le giustificazioni di Spatuzza che si discolpò dicendo che nel 2008, poco dopo che ebbe cominciato a parlare, cadde il governo Prodi e si ritrovò con Berlusconi primo ministro e Alfano, il suo “vice”, ministro della giustizia. «Se il Governo fosse caduto prima non mi sarei neanche pentito» disse: incontrò infatti diverse difficoltà ad entrare nel programma di protezione testimoni. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’interno del governo Berlusconi gli negò per lungo tempo tale diritto, nonostante fosse sopravvenuto il parere favorevole delle procure con cui collaborava.

Le difficoltà che dovette affrontare furono molte. All’offensiva mediatica si aggiunse anche un improvviso isolamento in carcere: “Quando andai a Torino a dicembre del 2009 per il processo Dell’Utri... Mamma mia quello che c’era! Si è creato un grande evento mediatico, tantissimi giornalisti... tante persone intorno... uno spiegamento di forze indescrivibile. Ho detto le cose che dovevo dire... certo, tiravo in mezzo soggetti che in quel momento rivestivano cariche politiche, istituzionali. I miei timori prima della collaborazione erano legati a questo... Poi sono tornato presso il carcere... e trovo il vuoto, il vuoto totale. Non c’era più nessuno... Erano scappati tutti, proprio tutti... stavo male... mi chiedevo: ma cosa ho fatto di sbagliato? Ho solo detto quello che sapevo! È stata dura, mi sembrava di impazzire[13].

Furono nuovamente le parole di un prete, che lo invitò a proseguire con coraggio e sincerità il percorso di revisione della vita che aveva intrapreso, che lo spinsero a proseguire. Quelle parole e il sostegno dei magistrati, rappresentanti di una parte dello stato che nonostante il “massacro” mediatico c’era.

Note

  1. citato in Montanaro G., La Verità del Pentito, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose, Sperling & Kupfer, Milano, 2013, p.20
  2. G. Montanaro, op. cit., p.32.
  3. Sparatoria all’ospedale: preso superkiller mafioso, Corriere della Sera, 3 luglio 1997
  4. G. Montanaro, op. cit., p.37
  5. G. Montanaro, op. cit., p.29
  6. G. Montanaro, op. cit., p.40
  7. G. Montanaro, op. cit., p.142
  8. (Maurizio Costa, il meccanico che riparò la fiat 126, venne poi rilasciato e la sua posizione fu archiviata.)
  9. G. Montanaro, op. cit., p.121
  10. G. Montanaro, op. cit., p.196
  11. In genere i mafiosi non pagavano i lavori commissionati ai meccanici Costa e Trombetta.
  12. Condividono l’accusa di strage e devastazione: Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, tutti già condannati. Il processo che si celebra a Firenze vede Tagliavia come unico imputato.
  13. G. Montanaro, op. cit., p. 48

Bibliografia

  • G. Montanaro, La Verità del Pentito, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose, Sperling & Kupfer, Milano, 2013
  • C. Sanvito, Storia Sociale dei Collaboratori di Giustizia nei Processi di Mafia, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Milano, a.a. 2013-2014