Giuseppe Di Matteo

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Giuseppe Di Matteo (Palermo, 19 gennaio 1981 - San Giuseppe Jato, 11 gennaio 1996) è stato un bambino vittima di mafia, ucciso a 15 anni come ritorsione nei confronti del padre, il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, che di fronte al suo rapimento non aveva ritrattato le sue dichiarazioni ai magistrati. L'omicidio ebbe grande risalto nell'opinione pubblica per le modalità spietate con cui fu eseguito e la freddezza dei suoi assassini: fu prima strangolato e poi il cadavere liquefatto in una vasca di acido nitrico.

Giuseppe Di Matteo a cavallo

Biografia

Figlio di Santino Di Matteo detto Mezzanasca, Giuseppe era un bambino come tanti altri e aveva una grande passione per i cavalli. Suo padre, in stretti rapporti con Giovanni Brusca, fu arrestato il 4 giugno 1993 con l'accusa di aver eseguito diversi omicidi e poco dopo iniziò a collaborare. La sua collaborazione permise di arrivare a una svolta nelle indagini sulle stragi di Capaci e Via d'Amelio, in quanto Di Matteo fece i nomi dei boss e degli uomini d'onore coinvolti[1].

Cosa Nostra quindi incaricò Giovanni Brusca di rapire il ragazzino e il 23 novembre 1993 quattro uomini del Clan dei Corleonesi travestiti da poliziotti lo adescarono all'uscita dal maneggio che era solito frequentare, dicendogli che lo avrebbero portato dal padre. Lo portarono quindi in una villa a Misilmeri, dove era stato allestito il bunker per la prigionia.

Immediatamente, venne recapitato al nonno, Giuseppe Di Matteo, un biglietto con scritto: “Il bambino c'è l'abbiamo noi, non andare ai carabinieri se tieni alla pelle di tuo nipote[2]. Poi una sera il nonno fu avvicinato da un affiliato che gli mostrò una foto del bambino e gli disse: “Devi andare da tuo figlio e farci sapere che, se vuole salvare il bambino, deve ritirare le accuse fatte a quei personaggi, deve finire di fare tragedie[3]. Rientrato a casa, il nonno raccontò quanto accaduto alla nuora, la signora Franca, che chiamò subito la DIA per parlare con suo marito. In una delle stanze degli uffici della DIA di Palermo la moglie riferì al pentito del rapimento del figlio ma, nonostante messaggi intimidatori e nuove foto del figlio continuassero ad arrivare a casa del nonno tramite un uomo di fiducia di Brusca, Pietro Romeo, la famiglia decise di non denunciare la scomparsa del bambino ma di avviare una trattativa, in virtù dell'antico legame con Benedetto Spera, capomandamento di Belmonte Mezzagno, vicinissimo a Bernardo Provenzano. Nel mentre, Santino continuò a collaborare e i suoi racconti trovarono riscontri fattuali da parte dei sostituti procuratori Giuseppe Pignatone e Francesco Lo Voi[4].

Il 13 dicembre 1993 Santino, preoccupato per l'incolumità del figlio, valutò la possibilità di interrompere la collaborazione e provare a salvarlo, avvalendosi della facoltà di non rispondere durante un'udienza in cui era a chiamato a deporre. A seguito di un incontro col padre al Commissariato di Palermo, Santino decise di cercare il bambino alla "sua" maniera e, quando fu tradotto a Roma in Pizza Vescovio in una delle sedi della DIA per rispondere ad alcune domande, approfittò di un vuoto di sorveglianza per scappare in Umbria, dove si nascose da conoscenti, salvo poi costituirsi alle autorità locali e denunciare la scomparsa del figlio. Il piccolo Giuseppe venne trasferito in varie località in Provincia di Palermo, Trapani e Agrigento e Brusca chiese anche aiuto a Matteo Messina Denaro per nascondere il bambino, che fu trasferito da Gangi a Castellammare del Golfo[5].

La notizia del rapimento divenne di dominio pubblico poco tempo dopo, quando un redattore vide l'immagine del bambino e un'altra in cui saltava a cavallo su una volante della polizia. Anche dentro Cosa Nostra non mancarono i contrasti: il boss Antonino Madonia affrontò a brutto muso Leoluca Bagarella nel carcere di Paliano, trovando inaccettabile il rapimento del bambino al fine di ricattare il padre. Quando la Corte d'Assise di Palermo condannò Bagarella e Brusca come esecutori materiali dell'omicidio di Ignazio Salvo proprio grazie alla collaborazione di Santino Di Matteo, Brusca andò su tutte le furie e ordinò a Vincenzo Chiodo, Giuseppe Monticciolo ed Enzo Brusca di uccidere il bambino, che nel frattempo era stato portato nella casa di quest'ultimo a Giambascio.

Fu così che l'11 gennaio 1996, poco 8 giorni prima di compiere quindici anni, Giuseppe Di Matteo fu strangolato e poi sciolto nell'acido dopo 779 giorni[6] di prigionia.

L'omicidio

Il racconto di quella sera fu dettagliatamente ricostruito sia da Chiodo che da Monticciolo, divenuti collaboratori di giustizia dopo l'arresto. All'udienza del 28 luglio 1998 Chiodo raccontò:

Si, allora già eravamo nella stanza, io ho aperto la porta... ho fatto pure fatica ad aprire la porta perché era quasi arrugginita, perché giù c'era molta umidità... c'era sempre la condensa del corpo che stava chiuso senza avere un'aria... come in altre case. Allora io ho detto al bambino - io ero ancora incappucciato - ho detto al bambino di mettersi in un angolo cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, in un angolo con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io gli ho detto, si è messo di fronte il muro, diciamo, a faccia al muro. Io ci sono andato da dietro, ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l'ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino giù e Monticciolo si stava avviando per tenere le gambe, gli dice "mi dispiace", rivolto al bambino, "tuo papa` ha fatto il cornuto". Nello stesso momento o subito dopo Enzo Brusca dice "ti dovevo guardare meglio degli occhi miei", dice, "eppure chi lo doveva dire?", queste sono state le parole diciamo al bambino.

Io mi ricordo il bambino, cioè me lo ricordo quasi giornalmente la faccia, diciamo, mi ricordo sempre, ce l'ho sempre davanti agli occhi. Il bambino non ha capito niente, perché non se l'aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era... come voglio dire, non aveva la reazione più di un bambino, sembrava molle... anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente... non lo so, mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro..., cioè questo, il bambino penso che non ha capito niente, neanche lui ha capito, dice: sto morendo, penso non l'abbia neanche capito.

Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi... A me poi mi sono cominciate tremare le gambe ed io ho lasciato il posto a Monticciolo, che lui mi ha detto di andare anche sopra, dopo che però il bambino penso che già era morto perché si vedeva che già gli occhi proprio al di fuori... vedevo la bava che gli usciva tutta dalla bocca. Ed io sono uscito, nell'attimo che stavo andando sopra a vedere se c'era movimento strano... e ho visto il Monticciolo che tirava forte la corda e con il piede batteva forte nella corda per potere stringere ancora il cappio, nella corda... Ho preso un pochettino d'aria, sono risceso e ho detto a Monticciolo "dammi di nuovo a me la corda" e il Monticciolo dice "va beh, lascia stare", finché poi il bambino già era morto.

Enzo Brusca ogni tanto si appoggiava al petto del bambino per sentire i battiti del cuore, quando ha visto che il bambino già era morto mi ha ordinato Enzo Brusca a me "spoglialo". Io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire, diciamo, o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio al polso e tutto, abbiamo versato l'acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l'ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l'hanno preso per un braccio, l'uno, così, e l'abbiamo messo nell'acido e ce ne siamo andati sopra. Andando sopra abbiamo lasciato il tappo del tunnel socchiuso per fare uscire il vapore dell'acido che usciva... Quando siamo saliti sopra Enzo Brusca e Monticciolo mi hanno baciato, dicendo che mi ero comportato... come se mi avessero fatto gli auguri di Natale o chissà... complimentandosi per come mi ero comportato... Siamo entrati dentro la casa dove avevamo cenato prima, così, eravamo lì, abbiamo fumato una sigaretta, si parlava così. Poi dopo un po' Enzo Brusca mi dice "vai sopra, vai a guardare che cosa c'è, se funziona l'acido, se va bene o meno.

Chiodo riferì in udienza di non aver provato alcun tipo di emozione in quel momento:

“Io ero un soldato, io eseguivo... io ho condiviso sempre le scelte di Brusca e le scelte degli altri, io mi sento responsabile, io non voglio... cioè non voglio incolpare altri e discolpare la mia persona, io mi sento responsabile come è responsabile Brusca e tutti, io mi sento responsabile diciamo, anche se io posso dire che era meglio se non succedeva il discorso del bambino e non succedeva che io ero presente in quella situazione, cioè questo, e non lo auguro a nessuno, diciamo, né primo, né chi ne ha fatto uno, né chi ne ha fatto due, né chi ne ha fatto tre, perché io non lo so se i miei figli mi possono a me perdonare. Prima il Presidente me lo diceva, io a volte non ho il coraggio di guardare i miei figli”. Ed ha proseguito:

Io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c'era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare con un bastone e ho visto che c'era solo un pezzo di gamba... e una parte... però era un attimo perché sono andato... uscito perché lì dentro la puzza dell'acido... era... cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a letto a dormire, abbiamo dormito lì. Monticciolo mi ha detto che alle 5 lo dovevo chiamare perché lui se ne doveva andare; abbiamo dormito tutti e tre assieme nello stesso letto matrimoniale che avevamo nella stanza lì”.

Chiodo si svegliò l'indomani di buon mattino e aveva Monticciolo, che andò a svuotare il fusto con l'acido, rifiutando la collaborazione di Brusca. Il corpo di Giuseppe si era interamente liquefatto, senza che nulla di solido fosse rimasto, salvo la corda che gli era rimasta messa al collo. Con una latta aveva prelevato quel liquido di colore scuro versandolo nei due bidoncini di plastica che prima contenevano l’acido, svuotandoli in aperta campagna. Vedendo la corda che era rimasta, Brusca scherzando disse a Vincenzo Chiodo di tenerla come trofeo, essendo stato il suo primo omicidio. Poi bruciarono il materasso dove aveva dormito il ragazzino, i suoi indumenti e tutto quello che gli apparteneva. Con un’ascia Vincenzo Chiodo fece in mille pezzettini la rete, sulla quale era stato adagiato il materasso e che era stata ancorata al pavimento con i piedi annegati nel cemento; aveva raccolto i pezzi, le coperte, la macchina fotografica in diversi sacchi della spazzatura che aveva distribuito in vari cassonetti.

Indagini e processi

La notizia della morte di Giuseppe Di Matteo fu data proprio da Giuseppe Monticciolo dopo l'arresto e da VIncenzo Chiodo, che si costituì volontariamente. Per l'omicidio furono condannati all'ergastolo circa 100 mafiosi, tra cui Giovanni Brusca, arrestato il 20 maggio 1996, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone. Monticciolo fu condannato a 20 anni di carcere, Enzo Brusca 30, Chiodo a 21 anni, Gaspare Spatuzza a 12 anni.

Il 22 luglio 2018 il tribunale civile di Palermo ha stabilito un risarcimento di 2,2 milioni di euro per la famiglia[7].

Film e Tv

La storia di Giuseppe Di Matteo è raccontata nel film "Sicilian Ghost Story" e nella serie tv "Il Cacciatore", trasmessa su Rai2.

Note

  1. Citato in Giuseppe Di Matteo, il bambino trucidato da Cosa nostra, Antimafia Duemila, 11 gennaio 2018
  2. Citato in Antimafia Duemila
  3. Ibidem
  4. Ibidem
  5. Ibidem
  6. Citato in "La madre del bimbo sciolto nell'acido: «Giuseppe ha vinto, la mafia ha perso»", Corriere della Sera, 10 novembre 2008
  7. Giuseppe Di Matteo, 2,2 milioni di risarcimento alla famiglia del 12enne sciolto nell’acido da Cosa Nostra, il Fatto Quotidiano, 22 luglio 2018

Biografia

  • Archivio Antimafia Duemila
  • Archivio Corriere della Sera
  • Archivio il Fatto Quotidiano
  • Testimonianza di Vincenzo Chiodo, tratta dal Verbale dell'udienza del 28 luglio 1998