Operazione Grillo Parlante 2

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L’operazione Grillo Parlante 2, è un’inchiesta della Dda di Milano che riguarda “l’infiltrazione mafiosa nel tessuto economico-imprenditoriale Lombardo”, le cui indagini vennero condotte dai Carabinieri del comando provinciale di Milano durante i primi mesi del 2013.

L’operazione scattata il 18 Dicembre 2013, portò a 8 misure di custodia cautelare, di arresti domiciliari e di obbligo di firma principalmente per estorsione aggravata dal metodo mafioso in concorso. L’inchiesta ha preso il via dal correlato filone investigativo riguardante l’operazione Grillo Parlante terminato nell’Ottobre 2012 quando furono arrestati 23 soggetti legati al clan Mancuso – Di Grillo.

A Sabatino Di Grillo, Vincenzo Evolo (entrambi già imputati dell’inchiesta Grillo Parlante e raggiunti dal provvedimento in carcere, essendo già detenuti rispettivamente a Opera e Torino) e Rocco Barbaro, arrestato a Roma, è stata imposta la misura di custodia cautelare; a Giuseppe Crivaro e Mauro Mussari gli arresti domiciliari e a altri tre soggetti è stato imposto l’obbligo di firma.[1]

Molto rilevante sembra essere il ruolo di Domenico Mazzeo, pluripregiudicato di 60 anni originario di Vibo Valentia, accusato di aver agito da prestanome della cosca e "tramite intestazioni fittizie immobili e terreni riconducibili alle attività illecite poste in essere dall'organizzazione mafiosa" [2]. Il Tribunale di Milano, su richiesta della Procura distrettuale, ha disposto il sequestro di beni di proprietà di Mazzeo corrispondenti a un ammontare complessivo superiore ai 3mln di euro. Tra questi immobili vi sono: tre villette, due capannoni, industriali, 10 appartamenti e 13 terreni agricoli siti a Boffalora Ticino, Castano Primo, Cuggiono, Renate Ticino e Robecchetto con Induno.

Il cuore dell’indagine riguarda cinque episodi contestati dagli inquirenti che evidenzierebbero il pervasivo legame tra gli imprenditori lombardi e le cosche calabresi. Dall’indagine emerge la consuetudine degli imprenditori di avvalersi del potere delle intimidazioni portate dagli affiliati nei confronti dei loro debitori al fine di risolvere le insolvenze. La procedura sarebbe piuttosto semplice: l’imprenditore, trovatosi di fronte a un debitore insolvente, anziché impegnarsi in una causa civile si rivolgeva a un esponente del clan della cosca Mancuso di Limbadi il quale a sua volta attuava pressioni nei confronti del debitore. Il debitore, intimorito dalla leva esercitata dal vincolo associativo di origine mafiosa del clan Mancuso, pagava il proprio debito. Solitamente la metà dell’importo finiva nelle tasche del clan come commissione, l’altra metà andava al creditore.

Bibliografia:

Note

  1. LaRepubblica, 'Ndrangheta, otto arresti in Lombardia: boss recuperavano crediti delle imprese, 18 Dicembre 2013
  2. Cit. Ivi