Roberto Antiochia: differenze tra le versioni

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Roberto Antiochia (Terni, 6 giugno 1962 - Palermo, 6 agosto 1985) è un poliziotto vittima di Cosa nostra. Viene ucciso in un agguato mafioso insieme al commissario [[Ninni Cassarà]], vcecapo della Squadra mobile di Palermo.
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== Biografia ==
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Roberto è l'ultimo di tre figli di Marcello Antiochia e della moglie Saveria. I fratelli erano Alessandro e Corrado.
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Al servizio militare fu arruolato in marina, per la sua passione per il canottaggio. Poi, in seguito alle sue idee, al suo forte senso di giustizia, entrò in polizia. Voleva fare il carabiniere, ma fece questa scelta insieme a suoi due amici.
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A vent’anni entrò in servizio presso la questura di Torino, poi alla Criminalpol di Roma; poi si spostò a Vicenza da dove, in seguito ad un incidente a un’auto guidato da un suo collega, viene trasferito a Palermo, il 1 giugno 1983. Due mesi dopo il trasferimento, ci fu lo scoppio dell’auto-bomba che portò alla morte di [[Rocco Chinnici]], consigliere istruttore di Palermo. Roberto entrò tra gli uomini di Cassarà e Montana, nella squadra catturandi. Lo Stato non forniva adeguate risorse economiche per la polizia, e così Roberto usava la Renault 4 della fidanzata Cristina per fare da scorta a Montana, ed essere meno identificabile.
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Nel frattempo fece ricorso, e vinse, contro il trasferimento a Palermo: tornò a Roma. Ma si accorse del suo desiderio di essere in prima linea: aveva nostalgia dell’esperienza, e degli amici, della squadra catturandi. E quando Cassarà chiamava, andava a fargli da scorta, per fargli un piacere, non perché obbligato.
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Cosa Nostra intanto continuava a mostrare la propria forza: il 28 luglio fu assassinato, di ritorno da un giro in barca, il commissario Giuseppe “Beppe” Montana.
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Roberto seppe dell’omicidio di Montana mentre era a Roma, al mare con la fidanzata. Prese il primo aereo e andò a rendere omaggio al commissario. Dopo l’omicidio, non volle tornare subito a Roma, e usò i giorni di permesso per fare da scorta a Cassarà, restando a dormire nel monolocale di un collega.
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=== Omicidio ===
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Rimase ucciso dall’esecuzione mafiosa di quel 6 agosto. Mentre con l’Alfetta blindata lui e Natale Mondo stavano accompagnando a casa Cassarà, in via Croce Rossa 81, alle ore 15.20 duecento proiettili di kalashnikov furono sparati dalle finestre di un palazzo di fronte a quello dove abitava il vicecapo della Squadra Mobile.
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I killer avevano lì un appartamento affittato da tempo dove tenevano le armi, segno che l’omicidio era stato meditato a lungo.
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La moglie Laura, che aspettava il suo rientro dal balcone di casa tenendo il braccio la figlia Elvira, vide tutto: bussò a molte porte per lasciare la bambina, e appena qualcuno le aprì, potè scendere ad abbracciare il vicecapo per l’ultima volta.
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La madre di Roberto, Saveria (che, in seguito, diverrà famosa e determinante nella storia dell’antimafia), voleva rifiutare i funerali di Stato, ma i poliziotti della Squadra Mobile insistettero per restare a Palermo.
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E ai funerali di Roberto e di Ninni Cassarà, la gente si ribello contro le istituzioni. Non solo la gente, ma i poliziotti stessi, i servitori di uno Stato assente che li mandava a morire a grappoli.

Versione delle 22:15, 12 dic 2013

Roberto Antiochia (Terni, 6 giugno 1962 - Palermo, 6 agosto 1985) è un poliziotto vittima di Cosa nostra. Viene ucciso in un agguato mafioso insieme al commissario Ninni Cassarà, vcecapo della Squadra mobile di Palermo.

Biografia

Roberto è l'ultimo di tre figli di Marcello Antiochia e della moglie Saveria. I fratelli erano Alessandro e Corrado.

Al servizio militare fu arruolato in marina, per la sua passione per il canottaggio. Poi, in seguito alle sue idee, al suo forte senso di giustizia, entrò in polizia. Voleva fare il carabiniere, ma fece questa scelta insieme a suoi due amici. A vent’anni entrò in servizio presso la questura di Torino, poi alla Criminalpol di Roma; poi si spostò a Vicenza da dove, in seguito ad un incidente a un’auto guidato da un suo collega, viene trasferito a Palermo, il 1 giugno 1983. Due mesi dopo il trasferimento, ci fu lo scoppio dell’auto-bomba che portò alla morte di Rocco Chinnici, consigliere istruttore di Palermo. Roberto entrò tra gli uomini di Cassarà e Montana, nella squadra catturandi. Lo Stato non forniva adeguate risorse economiche per la polizia, e così Roberto usava la Renault 4 della fidanzata Cristina per fare da scorta a Montana, ed essere meno identificabile.

Nel frattempo fece ricorso, e vinse, contro il trasferimento a Palermo: tornò a Roma. Ma si accorse del suo desiderio di essere in prima linea: aveva nostalgia dell’esperienza, e degli amici, della squadra catturandi. E quando Cassarà chiamava, andava a fargli da scorta, per fargli un piacere, non perché obbligato. Cosa Nostra intanto continuava a mostrare la propria forza: il 28 luglio fu assassinato, di ritorno da un giro in barca, il commissario Giuseppe “Beppe” Montana. Roberto seppe dell’omicidio di Montana mentre era a Roma, al mare con la fidanzata. Prese il primo aereo e andò a rendere omaggio al commissario. Dopo l’omicidio, non volle tornare subito a Roma, e usò i giorni di permesso per fare da scorta a Cassarà, restando a dormire nel monolocale di un collega.

Omicidio

Rimase ucciso dall’esecuzione mafiosa di quel 6 agosto. Mentre con l’Alfetta blindata lui e Natale Mondo stavano accompagnando a casa Cassarà, in via Croce Rossa 81, alle ore 15.20 duecento proiettili di kalashnikov furono sparati dalle finestre di un palazzo di fronte a quello dove abitava il vicecapo della Squadra Mobile. I killer avevano lì un appartamento affittato da tempo dove tenevano le armi, segno che l’omicidio era stato meditato a lungo. La moglie Laura, che aspettava il suo rientro dal balcone di casa tenendo il braccio la figlia Elvira, vide tutto: bussò a molte porte per lasciare la bambina, e appena qualcuno le aprì, potè scendere ad abbracciare il vicecapo per l’ultima volta. La madre di Roberto, Saveria (che, in seguito, diverrà famosa e determinante nella storia dell’antimafia), voleva rifiutare i funerali di Stato, ma i poliziotti della Squadra Mobile insistettero per restare a Palermo. E ai funerali di Roberto e di Ninni Cassarà, la gente si ribello contro le istituzioni. Non solo la gente, ma i poliziotti stessi, i servitori di uno Stato assente che li mandava a morire a grappoli.