Saveria Antiochia

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Saveria Antiochia (Roma, N.D. - Roma, 12 marzo 2001) è stata un'attivista antimafia italiana, madre di Roberto Antiochia, ucciso da Cosa Nostra nella Strage di via Croce Rossa.

Biografia

Sposata con Marcello Antiochia, aveva avuto da lui tre figli: Alessandro, Corrado e Roberto. Suo marito, romano ma allevato a Genova da zii senza figli, era impiegato alla Banca d'Italia ed era stato fatto prigioniero in Germania, detenzione che aveva segnato negativamente la sua salute. A 49 anni, infatti, era morto di cardiopatia, dopo aver passato gli ultimi tre della sua vita andando e tornando dall'ospedale.

Sola e con tre figli da crescere, aveva «preso il timone della barca», come era solita spiegare ai suoi interlocutori[1], sbarcando il lunario grazie alla pensione di bancario del marito, alle lezioni di storia dell'arte che dava in un istituto privato serale e poi allestendo uno studio casalingo di "moda porta a porta", in cui metteva a frutto le abilità acquisite prima in famiglia (il padre era stato tra i primi illustratori di cartoni animati), poi in Accademia.

In quegli anni fece persino un lungo viaggio in tenda per l'Europa fino al mare del Nord con suo figlio Roberto, attraversando Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, per andare a vedere insieme a lui, studente del liceo artistico, le opere dei pittori fiamminghi e francesi dal vivo.

La morte di Roberto

Quando il 6 agosto 1985 suo figlio perse la vita insieme a Ninni Cassarà, seppe la notizia dalle sue cognate, che avevano avuto la notizia dalla televisione. Le due tuttavia non ebbero il coraggio di dirle della morte del figlio e parlarono genericamente del suo coinvolgimento in un conflitto a fuoco.

Quando chiamò la Squadra Mobile di Palermo, non ebbero il coraggio di darle la notizia al telefono. «Sono la mamma di Roberto Antiochia. Che cosa è successo? Pronto, mi sente, ha capito? Sono la mamma di Roberto Antiochia. Mi dicono che a Palermo è successo qualcosa di grave. Se è successo qualcosa, me lo dica!», e dopo un lungo silenzio alla fine le dissero che il figlio era ferito ed era meglio che andasse a Palermo. Alla fine a Roma le diede la notizia della morte di suo figlio il comandante del reparto romano in cui Roberto prestava servizio. Lui piangeva, lei no. «Io so che chi non piange e non grida muore dentro di dolore», disse un giorno. Aggiungendo: «Quando ti uccidono un figlio sparano anche su di te»[2].

Suo figlio Roberto non sarebbe dovuto essere nemmeno a Palermo, quel giorno: era in ferie, ma le interruppe e tornò volontariamente in Sicilia dopo l’assassinio del commissario Montana, avvenuto una settimana prima, per stare accanto al suo ex-capo, lasciato solo e senza scorta.

I funerali a Palermo

Ai funerali di Ninni Cassarà e di Roberto Antiochia la rabbia dei poliziotti in servizio esplose come mai prima. Il 7 agosto Saveria coi suoi due figli e Cristina, la fidanzata di Roberto, avrebbero voluto rifiutare i funerali di Stato, per celebrarli in forma privata a Roma, ma alla fine decisero di accontentare i colleghi della Mobile che avevano chiesto loro di restare a Palermo, per portare anche Roberto un'ultima volta sulle spalle. La camera ardente, già allestita in Questura, fu spostata dagli stessi agenti della Mobile nella palazzina dei propri uffici.

Quel giorno duecento agenti, inoltre, chiesero il trasferimento perché si sentivano «abbandonati in trincea da soli a combattere contro un nemico invisibile. La verità è che lo Stato non vuole annientare la mafia»[3].

Nonostante i consigli a non presentarsi dato il clima infuocato, l'allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro andò a Palermo e contro di lui si scatenò la rabbia della folla e degli stessi agenti di polizia, che lo circondarono davanti alla Chiesa e lo pressarono come a colpirlo fisicamente, e qualcuno ci riuscì anche; fu solo grazie all'intervento dei Carabinieri, se si evitò il linciaggio. Nonostante fosse un uomo mai compromesso coi poteri criminali, quel giorno Scalfaro fu il capro espiatorio su cui riversare la rabbia per l'inerzia di Roma.

La lettera a Repubblica

Il 22 agosto 1985 Saveria scrisse una dura lettera indirizzata al ministro dell'interno, Oscar Luigi Scalfaro, pubblicata sul quotidiano La Repubblica. Ecco il testo:

«SIGNOR ministro degli Interni, ho letto e riletto le sue parole e i suoi giudizi su quanto accade a Palermo e le scrivo per dirle che il mio dolore di madre è diventato anche rabbia, la stessa rabbia dei poliziotti di quella città.

Ho visto anch'io cose penose a Palermo e, in particolare, escludendo l'accorata sincera umanità del presidente Cossiga, mi è pesata la presenza dei soliti coccodrilli di Stato all'ennesima funzione in morte di un poliziotto. Parlo del funerale di mio figlio Roberto. Aveva 23 anni, la sua breve stagione si è conclusa con una raffica di mitra.

Aveva lasciato gli studi, la nostra casa, prospettive di lavoro con il fratello maggiore, per entrare con grande entusiasmo in polizia. Aveva un ideale di giustizia e di legalità, sperava di dare un volto nuovo e più efficiente alla polizia, credeva di poter combattere malavita e mafia, credeva di poter migliorare questa società corrotta e degradata.

PER un anno e mezzo a Palermo aveva lavorato con Cassarà e Montana. Le difficoltà, la solitudine, la precarietà della Squadra mobile invece di scoraggiarlo avevano aumentato il suo attaccamento al lavoro, ai superiori amici, ai colleghi, molti dei quali erano diventati per lui come fratelli. Era stato trasferito a Roma a fine dicembre 1984, per accontentare la fidanzata e me, che non ce la facevamo più a vivere con tanta ansia e paura.

Era rimasto però con gran parte del suo cuore a Palermo dove tornava in licenza e, alla fine, pure in ferie. Ci era tornato per i funerali di Montana e aveva chiesto di riprendere temporaneamente servizio a Palermo, rendendosi conto della situazione disperata, pericolosissima. Sapeva che il suo governo e il suo ministero, come sempre lontani mille miglia, avrebbero prodotto solo parole.

La Squadra mobile e i pochi funzionari rimasti erano soli. Cassarà in prima linea. Non gli era stata affidata l'inchiesta sull'assassinio di Montana, chissà perché. Non gli era stata messa una camionetta, che dico, un solo agente di guardia sotto casa. Mancavano sempre i mezzi, a quanto pare. Cose strane sono accadute a Palermo in quei giorni.

Un giornalista di "Repubblica" le ha chiesto, signor ministro, perché a Palermo lo Stato avesse un "esercito di cartapesta". Forse perché fa comodo a molti, rispondo io. Giusto, signor ministro, niente bugie di Stato, e lasciamo anche da parte la retorica sul sacrificio fatto per servire lo Stato. Mio figlio è morto per la Squadra mobile di Palermo, per la sua Squadra mobile. È morto nel volontario, disperato tentativo di dare al suo superiore e amico Cassarà un po' di quella protezione che altri avrebbero dovuto dargli, in ben altra proporzione, sapendo quanto fosse preziosa la sua opera e in quale tremendo pericolo fosse la sua vita.

Per questo provo tanta amarezza e tanto rancore verso questo potere governativo cieco e sordo, che raramente mantiene le sue promesse, che è pronto, rapido e efficiente per i decreti "Berlusconi" o per trovare i fondi che raddoppiano il finanziamento dei partiti, mentre manda a morire indifesi, per carenza di mezzi e di volontà, uno dopo l'altro, gli uomini migliori delle forze dell'ordine e della magistratura.

Con questo Stato la lotta contro la mafia è davvero impari. Anche lei fa parte di quel potere governativo, signor ministro. Ha fatto bene a non venire da me al Duomo di Palermo, non avrei potuto stringerle la mano e tanto meno lo potrei oggi. Lei ha scoperto solo adesso quello che succede a Palermo: le due Questure, la Squadra mobile isolata e con mezzi assolutamente inadeguati, le infiltrazioni mafiose.

Ma, mi scusi signor ministro degli Interni, lei dove vive? Di quali Interni si è occupato in questi anni del suo incarico? Come fa a non sapere quello che la maggioranza degli italiani conosce da tanto tempo perché ripetutamente denunciato dai magistrati, dai dirigenti della polizia siciliana? Non legge i giornali, non guarda la Tv? Davvero lei adesso si sta informando? Davvero ha ancora bisogno di relazioni ministeriali per sapere?

NIENTE bugie di Stato, ma non solo per la morte del giovane Marino. Niente bugie di Stato, signor ministro, anche sulle ragioni della contestazione dei poliziotti. Lei dice che è avvenuta solo a causa delle sospensioni e dei trasferimenti da lei decisi. E invece quella contestazione, fatta da un gruppo di uomini generosi, capaci e coraggiosi, ma ormai esasperati e delusi, viene da lontano. Viene da anni di lavoro durissimo e rischioso, in condizioni sempre più precarie. Viene da vane speranze, da promesse disattese.

Viene da quel tragico corteo di morti, di colleghi e superiori barbaramente uccisi. Niente bugie di Stato, lei non vuole sentirsi dire che ha decapitato la Squadra mobile con quei trasferimenti, dice che è falso perché è stata affidata a un funzionario esperto. Non dubito che quel funzionario sia ottima e capace persona, ma ha dichiarato lui stesso, proveniente da Firenze, di non conoscere nemmeno le strade di Palermo. Lei parla di sue decisioni sofferte, ma la sofferenza la lasci a noi che abbiamo avuto i morti. Lei dice che avrebbe dovuto dimettersi se non avesse agito in quel modo. Forse avrebbe fatto meglio, invece ha scelto di "dimettere" subito, e senza certezza di colpa, persone che non hanno poltrone preziose come la sua.

Niente bugie di Stato, lei accetta l'ipotesi di infiltrazioni mafiose, forse in Questura, forse nella Squadra stessa. E allora che fa? Si accontenta di essere stato bravo a capire? Se ci sono ce le teniamo queste spie? Sono anni che vengono denunciate, pensiamo alla morte di Boris Giuliano, alla morte annunciata di Rocco Chinnici. E la mafia non avrà calato la sua mano pesante anche nella strana vicenda che ha portato alla morte di Marino?

Che tragedia, signor ministro, e quanto grande e terribile è la sua responsabilità. Ho vissuto vicino a mio figlio in questi anni, ho soggiornato spesso a Palermo, ho conosciuto funzionari e colleghi. Ho visto che non avevano le macchine chieste da più di un anno, ho visto le alfette da inseguimento della Squadra mobile rattoppate, malridotte e riconoscibili anche dai bambini. Ho visto gli agenti usare le macchine personali o farsele prestare dagli amici.

Ho visto disputarsi l'intera Squadra l'unico binocolo a disposizione. Ho visto i funzionari pagare gli informatori di tasca loro. Sono solo esempi, piccoli esempi di una grande sordità. Se lei fosse stato meno preoccupato per la sua incolumità, il 7 agosto, al Duomo di Palermo, avrebbe sentito in mezzo alle proteste degli agenti le nostre voci disperate. Quella di Assia, la fidanzata di Montana, la mia, quella di Cristina, la fidanzata di mio figlio, quella di Alessandro, ma soprattutto quella di Roberto dalla sua bara. E ora vada pure a dormire tranquillo, signor ministro, recitando le sue preghiere. Io non ci riesco più, me lo impedisce il mio dolore e una rabbia che non è solo mia».

Le reazioni alla lettera

Come ricorda Nando dalla Chiesa, «mai una madre aveva scritto parole così dure, documentate e inesorabili a un uomo di governo»[4] e la prima reazione, stizzita e perfino incredula, della maggioranza degli ambienti governativi e politici della maggioranza che sosteneva il Governo Craxi fu "ma chi gliel'ha scritta quella lettera?", nella convinzione che non potesse essere farina del suo sacco.

La lettera sollevò pubblicamente il tema delle "due questure" a Palermo e portò il ministro a sostenere l'assegnazione di nuovi mezzi alla polizia del capoluogo palermitano. Il dibattito, tuttavia, sembrava tutto interno alle forze dell'ordine.

La marcia dei trentamila a Palermo

Con immenso stupore, il 3 settembre trentamila palermitani parteciparono alla fiaccolata per il terzo anniversario della Strage di Via Carini, in cui aveva perso la vita il Prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, che si concluse simbolicamente davanti alla Questura, cui partecipò anche il cardinale Salvatore Pappalardo.

Il mattino seguente, l'aula magna dell'Università di Palermo era gremita per un'assemblea delle associazioni antimafia per fare il punto sulle iniziative in corso. Saveria partecipò, ascoltando e capendo che la sua non sarebbe stata una battaglia solitaria.

L'impegno antimafia in giro per l'Italia: da Società Civile a Libera

Da quel giorno Saveria iniziò a girare le scuole di tutta Italia, parlando di suo figlio Roberto. Una volta, in un'intervista, confessò: «Da allora Roberto è sempre con me. Ci parliamo, facciamo le cose insieme»[5].

Quando seppe, nel dicembre 1985, che a Milano stava nascendo il Circolo di Società Civile, per volere di Nando dalla Chiesa, chiese di farne parte e fu accettata tra i soci fondatori, benché l'accesso fosse riservato solo ai cittadini milanesi.

A Palermo, diede il suo contributo al Coordinamento Antimafia e alla "primavera" del capoluogo siciliano, dove fu eletta come indipendente in Consiglio Comunale. Ai processi contro gli assassini di suo figlio fu sempre presente, anche a costo di viaggi faticosi e costosi. Quando testimoniò, guardando negli occhi esecutori e mandanti della strage, le sue parole furono secche, decise.

Nel 1995 fu tra le fondatrici di Libera. A lei si deve principalmente la volontà di ricordare tutte le vittime innocenti delle mafie, leggendo i loro nomi, per ridare dignità anche a quei "ragazzi della scorta", anonimamente indicati nelle stragi di mafia degli anni '80 e '90.

La malattia e i funerali

Negli ultimi anni della sua vita Saveria si ammalò di cancro. Ricoverata in una clinica romana, si spense a 79 anni il 12 marzo 2001, nello stesso giorno in cui a Totò Riina era stato revocato il carcere duro e ai magistrati palermitani tolte le scorte. Due giorni dopo, ai suoi funerali, tenutisi nella Chiesa di Sant'Ippolito in viale delle Province 45, a Roma, l'omelia fu tenuta da don Luigi Ciotti, presidente di Libera.


Note

  1. Nando dalla Chiesa, Le ribelli, p. 75
  2. Ivi, p. 69
  3. Ivi, p. 70
  4. Ivi, p. 73
  5. Ivi, p. 77

Bibliografia

  • Dalla Chiesa, Nando (2006). Le Ribelli, Milano, Melampo editore.