Ultima modifica il 28 set 2014 alle 15:02

Stidda


La Stidda è un'organizzazione criminale di stampo mafioso fondata da Giuseppe Croce Benvenuto e Salvatore Calafato nei primi anni Ottanta del Novecento a Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento.

Origini del nome

Stidda in siciliano significa Stella. Sull'origine del nome dell'organizzazione circolano varie ipotesi: in onore alla santa patrona del comune di Barrafranca in provincia di Enna, la Madonna della Stella: ipotesi costruita sulla base delle dichiarazioni del pentito Antonino Calderone che individuava la base operativa dell'organizzazione proprio in quel comune. mutuato dal gergo di Cosa Nostra: Stidda nel linguaggio tradizionale dell'organizzazione siciliana individua la costellazione di gruppi criminali che ruotano attorno alla mafia tradizionale. dal tatuaggio degli affiliati: l'ipotesi prevalente e più accreditata è che il nome derivi da un tatuaggio che rappresentava una stella formata da cinque punti segnati con l'inchiostro tra il pollice e l'indice della mano destra degli affiliati.

Storia ed evoluzione

Mentre imperversava la Seconda Guerra di Mafia e i Corleonesi realizzavano la loro scalata a Cosa Nostra, a Palma di Montechiaro, Agrigento, un gruppo di giovani che non volevano più prendere ordini da nessuno decise di fondare una nuova organizzazione mafiosa contrapposta a quella tradizionale.

All'inizio non si parlava di Stidda o stiddari, ma di famiglia o paracco. L'organizzazione era molto confusa e in continua evoluzione: l'obiettivo principale era garantire copertura e protezione ad ogni membro contro eventuali soprusi subiti da "esterni". L'età media degli affiliati era molto bassa, ma cominciarono ad aderirvi anche alcuni membri più anziani fuoriusciti da Cosa Nostra o esponenti delle famiglie perdenti di Palermo e di Trapani (dei Di Peri di Villabate, degli Spatola, degli Inzerillo, dei Bontate), che portavano in dote un pacchetto di relazioni con la politica, i consorzi e l'ispettorato agrario. Queste new entries permisero all'organizzazione di fare il salto di qualità: alla fine del 1986 la Stidda era intenzionata a ritagliarsi un proprio ruolo nello sviluppo criminale della Sicilia.

Imitando Cosa Nostra, l'organizzazione si diede quindi un proprio codice di regole non scritte che regolassero i rapporti interni ed esterni. I membri erano tenuti a non compiere reati o a recare offesa contro altri membri dell'organizzazione, oltre a fornire aiuto e difesa a qualsiasi affiliato contro minacce esterne. Nessuno era autorizzato a commettere furti o rapine senza l'autorizzazione del capo-famiglia, che veniva eletto tra i membri del paracco, che fungeva da istituto di assistenza, difesa e aiuto ai membri in caso di arresto o difficoltà economiche.

La guerra a Cosa Nostra

I rapporti tra la Stidda e Cosa Nostra non furono mai buoni, ma la strategia degli stiddari era evitare qualsiasi tipo di conflittualità nella fase emergente, per poi scatenare una controffensiva non appena la capacità militare e il radicamento territoriale lo avessero permesso. Il salto di qualità, con l'ingresso di alcuni ex-pezzi da novanta di Cosa Nostra, inaugurò una vera e propria strategia di sterminio contro i boss della mafia tradizionale.

Il primo omicidio, commissionato dai Di Peri di Villabate, venne compiuto il 9 settembre 1983: un gruppo di ventenni eliminò Giuseppe Cirasa, boss di Vittoria, in provincia di Ragusa. Legato ai Corleonesi, fu il primo messaggio a Riina e ai suoi. La vera guerra scoppiò però per la gestione degli appalti per la ristrutturazione della diga Disueri, finanziata dallo Stato con 200 miliardi di lire. Il suo epicentro è Gela: iniziò ufficialmente nel 1987 e terminò nel 1991. La guerra fu feroce e sanguinaria: in meno di cinque anni lasciò sul terreno quasi 500 morti ammazzati, tra Agrigento, Riesi, Mazzarino, Gela, Niscemi e Vittoria. L'apice fu raggiunto con la Strage di Gela, il 27 novembre 1990: i morti furono 8 in tre diversi agguati effettuati nell'arco di 20 minuti.

Il successo della Stidda nella guerra fu dovuto anche alla sua strategia di arruolare giovani tra gli 11 e i 15 anni, per addestrarli a diventare dei veri e propri serial killer. Venne fondata una scuola, con maestri che insegnano ai bambini le arti dell'omicidio, con prove di coraggio che comportavano l'eliminazione di obiettivi sensibili. Se il giovane falliva, di solito vi era un "avviso": più fallimenti comportavano l'eliminazione, spesso da parte di un altro compagno. La ragione di questi baby squadroni della morte era che le vittime designate, trovandosi di fronte dei ragazzini, non potevano certo immaginare che fossero lì per ammazzarli.

Cosa Nostra, incapace di capire da dove arrivi il pericolo, non riuscì a reagire: tutti i boss anziani vengono sterminati e la Stidda assunse una posizione egemone, se non assoluta, nelle storiche roccaforti di Porto Empedocle, di Camastra, di Palma di Montechiaro, di Canicattì, di Rocalmuto, di Ravanusa, di Campobello di Licata.

L'omicidio del giudice Livatino

Mentre l'offensiva a Cosa Nostra era ancora in corso, la Stidda decise di dimostrare a Cosa Nostra di essere in grado di colpire i vertici delle istituzioni allo stesso modo. Il 21 settembre 1990 eliminò quindi il giudice Rosario Livatino, che con le sue indagini stava intralciando gli affari degli stiddari di Canicattì e di Palma di Montechiaro. Per la sua morte furono condannati Giovanni Avarello, Giuseppe Croce Benvenuto, Giovanni e Salvatore Calafato, Giuseppe Montanti e Salvatore Parla.

La pax mafiosa del 1991

Dopo la Strage di Gela, la reazione dello Stato fu durissima. Per evitare di essere spazzati via, stiddari e mafiosi siglarono una pace per mettere fine agli scontri. Iniziò quindi la collaborazione tra Cosa Nostra e Stidda nei principali settori criminali, dal traffico di droga al racket delle estorsioni, dividendo i proventi in parti uguali.

Ancora oggi, stando alla DNA[1], la Stidda si pone "in accordo con le famiglie di Cosa Nostra operanti nello stesso territorio, realizzando in tal modo una equa e proporzionale spartizione degli illeciti guadagni provenienti da tutte le attività illecite praticate, quali a titolo esemplificativo ma non esaustivo, le estorsioni, il traffico degli stupefacenti, l’usura e il controllo degli appalti."

Struttura

In principio a dar vita alla Stidda furono gruppi criminali legati al mondo della pastorizia, tutti formati da giovanissimi. I principali paesi dove nacque furono Palma di Montechiaro e Canicattì nell'Agrigentino, Gela, Niscemi e Riesi nel Nisseno e Vittoria nel Ragusano.

La struttura organizzativa della Stidda era molto più debole di quella di Cosa Nostra, anzitutto per la mancanza di una struttura di raccordo verticistica tra i vari gruppi che le impedì di avere un rapporto privilegiato con il potere politico ed economico al di fuori della realtà locale. Inoltre, avendo tra le sue fila molti criminali comuni, la Stidda ebbe molti più collaboratori di giustizia, in proporzione, di Cosa Nostra. Benché la struttura meno rigida permettesse di entrare in settori criminali non coperti dalla mafia tradizionale, come la prostituzione, nei periodi di crisi il gruppo stiddaro rivelò una fragilità maggiore delle famiglie mafiose tradizionali.

Rituale di affiliazione

L'affiliazione alla Stidda venne raccontata da Benvenuto, dopo essere diventato collaboratore di giustizia. I presenti venivano chiamati a prestare giuramento con una formula nella quale si parlava di sangue che scorreva e si mescolava tra i componenti, conclusa dal versamento su un'immagine sacra della Madonna di un po' di sangue di ciascuno degli iniziati. Il sangue veniva fatto gocciolare da una leggera ferita sul polpaccio, procurata con la "santina", un coltello da tavola seghettato, che poi veniva bruciata al centro del tavolo in un posacenere.

In uso nella fase genetica dell'organizzazione, il rituale fu sostituito più tardi con una generica promessa al rispetto delle regole illustrate dal capo-famiglia.

L'evoluzione degli anni '90

Come rivelato da alcuni pentiti, dal 1992 in poi la Stidda si diede una struttura maggiormente unitaria. I capi-famiglia erano soliti riunirsi periodicamente, allo scopo di esaminare problematiche, decidere gli omicidi, discutere del mutamento degli equilibri sul proprio territorio. La stessa strategia collaborativa con Cosa Nostra fu la spia del nuovo corso, inteso a non creare allarme sociale. Oggi esistono cellule della Stidda in tutte le province siciliane, tranne che a Palermo.

La Stidda, a partire dal 1990, mise basi anche fuori dalla Sicilia: in Piemonte, in Lombardia e addirittura in Germania, dove gli stiddari trafficano in armi ed esplosivi, gestiscono bische clandestine e organizzano rapine.

Economia e Attività criminali

L'economia della Stidda si fonda principalmente sul traffico di droga, sulle estorsioni, sulla gestione degli appalti pubblici, sul traffico d'armi. I profitti generati dalle attività criminali vengono reinvestiti spesso in attività commerciali ed economiche legali, inquinando il tessuto socio-economico delle zone di influenza[2].

Rapporti con la Politica

Esattamente come Cosa Nostra, anche la Stidda ha coltivato negli anni rapporti con esponenti delle istituzioni, che le hanno facilitato l'infiltrazione nell'amministrazione pubblica e negli appalti.

Fatti Principali

Stragi

Bibliografia

  • Bascietto G., Stidda. La quinta mafia, i boss, gli affari, i rapporti con la politica, Palermo, Pitti, 2005

Note

  1. Direzione Nazionale Antimafia, Relazione Annuale, gennaio 2014, p.531
  2. DNA, 2014, p.81