Strage del rapido 904: differenze tra le versioni

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La Strage del Rapido 904 (detta strage del treno di Natale), è una strage avvenuta il 23 dicembre 1984 all'interno della Grande Galleria dell'Appennino, all'altezza di San Benedetto Val di Sambro (40 km di distanza da Bologna). Una bomba, posta all'interno della nona carrozza della seconda classe del treno n.904, partito da Napoli con destinazione Milano, deflagra all'interno della galleria: il bilancio della strage fu di 16 morti e quasi 300 feriti.
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'''La Strage del Rapido 904''' (detta anche strage del treno di Natale), è una strage avvenuta '''il [[23 dicembre]] [[1984]]''' alle 19:08 all'interno della Grande Galleria dell'Appennino, all'altezza di '''San Benedetto Val di Sambro''' (a 40 km da Bologna). Una bomba, posta all'interno della nona carrozza della seconda classe del treno n.904, partito da Napoli con destinazione Milano, deflagrò all'interno della galleria: il bilancio della strage fu di '''17 morti''' e '''267 feriti'''.
  
Sempre all'altezza di San Benedetto Val di Sambro, nei pressi della Grande Galleria dell'Appenino, esattamente dieci anni prima, il 4 agosto 1984, era stato effettuato un altro attentato, di matrice terroristica, ai danni del treno Italicus. A differenza che nella strage del Rapido 904, l'Italicus venne fatto saltare in aria all'esterno della galleria: quindi, intenzione degli attentatori nella strage di Natale è stato quello di massimizzare l'esplosione, utilizzando la galleria dell'Appennino come scatola di amplificazione dela deflagrazione. La strage del rapido è la prima strage in Italia dove una bomba viene azionata a distanza tramite un telecomando.
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== La Strage ==
La strage del Rapido 904 è l'unica strage, all'interno di quella che viene definita la "strategia delle tensione", di cui sono stati condannati i mandanti; ad oggi sono invece sconosciuti gli esecutori e non sono del tutto chiari i moventi che hanno portato a compierla.  
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=== La dinamica e il precedente dell'Italicus ===
Una bomba di questa portata non si vedeva dalla Strage alla Stazione di Bologna del 02 agosto 1980: proprio in occasione dell'attentato al Rapido 904, si sperimentò per la prima volta il piano di emergenza predisposto dal sistema centralizzato di gestione delle emergenze costituito dal comune di Bologna.
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Sempre all'altezza di San Benedetto Val di Sambro, nei pressi della Grande Galleria dell'Appenino, esattamente dieci anni prima, il '''[[4 agosto]] [[1984]]''', era stato effettuato un altro attentato, di matrice terroristica, ai danni del treno '''Italicus'''. Mentre però nel caso dell'Italicus la bomba venne fatta esplodere all'esterno della galleria dell'Appennino, nella strage del rapido 904 gli attentatori amplificarono la portata dell'esplosione, facendo deflagrare la bomba all'interno della galleria. La strage del rapido è la prima strage in Italia dove una bomba viene azionata a distanza tramite un telecomando.
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La strage del Rapido 904 è l'unica strage, all'interno di quella che viene definita la "[[strategia delle tensione]]", di cui sono stati condannati i mandanti; ad oggi sono invece sconosciuti gli esecutori e non sono del tutto chiari i moventi che hanno portato a compierla.  
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Una bomba di questa portata non si vedeva dalla Strage alla Stazione di Bologna del [[2 agosto]] [[1980]]: proprio in occasione dell'attentato al Rapido 904, si sperimentò per la prima volta il piano di emergenza predisposto dal sistema centralizzato di gestione delle emergenze costituito dal comune di Bologna.
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== Le vittime ==
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Le vittime furono in totale diciassette:
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* Giovanbattista Altobelli (51 anni)
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* Anna Maria Brandi (26 anni)
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* Angela Calvanese in De Simone (33 anni)
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* Anna De Simone (9 anni)
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* Giovanni De Simone (4 anni)
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* Nicola De Simone (40 anni)
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* Susanna Cavalli (22 anni)
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* Lucia Cerrato (66 anni)
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* Pier Francesco Leoni (23 anni)
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* Luisella Matarazzo (25 anni)
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* Carmine Moccia (30 anni)
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* Valeria Moratello (22 anni)
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* Maria Luigia Morini (45 anni)
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* Federica Taglialatela (12 anni)
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* Abramo Vastarella (29 anni)
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Nei mesi successivi persero la vita, a seguito delle gravi ferite riportate:
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* Gioacchino Taglialatela (50 anni)
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* Giovanni Calabrò (67 anni)
  
 
== Le indagini ==
 
== Le indagini ==
Per prima si mosse la Procura della Repubblica di Bologna: venne richiesta una perizia chimico-balistica per accertare il materiale utilizzato e le dinamiche dell'esplosione; durante le indagini saltò fuori un testimone che aveva visto una persona sistemare proprio nella nona carrozza detonata due borsoni, alla fermana della Stazione Santa Maria Novella di Firenze. Così il corpus delle indagini viene trasferito alla Procura di Firenze. Le indagini saranno svolte dal pubblico ministero [[Pier Luigi Vigna]].
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Per prima si mosse la Procura della Repubblica di Bologna: venne richiesta una perizia chimico-balistica per accertare il materiale utilizzato e le dinamiche dell'esplosione; durante le indagini saltò fuori un testimone che aveva visto una persona sistemare proprio nella nona carrozza detonata due borsoni, alla fermana della Stazione Santa Maria Novella di Firenze. Così il corpus delle indagini venne trasferito alla Procura di Firenze. Le indagini furono svolte dal pubblico ministero [[Pier Luigi Vigna]].
Il 29 marzo 1985, appena tre mesi dopo la strage, a Roma, durante una perquisizione ad esponenti della malavita organizzata, in un appartamento di Prati vengono trovate due valigette contenenti radiocomandi a lungo raggio. Proprietario dell'appartamento è [[Guido Cercola]], conosciuto come il "luogotenente" del mafioso Giuseppe Calò, capo della famiglia di Porta Nuova a Palermo, soprannominato "il cassiere di Cosa Nostra". Emergono rapporti tra Cercola e un certo [[Friedrich Schaudinn]], un uomo tedesco che secondo le dichiarazioni di Cercola aveva costruito il sistema di radiocomandi per utilizzarlo in un sistema antifurto. Le indagini condotte dimostrano l'assoluta compatibilità di questo tipo di radiocomandi con attentati come quello effettuato sul Rapido 904.
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Interrogato a Roma, Shaudinn confesserà di aver consegnato il dispositivo a Cercola all'inizio del dicembre 1984, al costo di 18 milioni di lire: a pagare la somma fu proprio il boss di Cosa Nostra Pippo Calò.
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L'11 maggio 1985, in un casale di Poggio San Lorenzo (Rieti) vengono trovati alcuni detonatori, sei chili di tritolo e due panetti di esplosivo Semtex, uno dei quali parzialmente utilizzato. Il casale era di proprietà di [[Pippo Calò]]. L'esplosivo ritrovato sarà riconosciuto come compatibile con quello utilizzato per la strage di Natale.
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Pista napoletana: da Napoli, giungono notizie di qualcuno che, qualche settimana prima della strage, negli uffici della questura, aveva parlato di un possibile attentato alla vigilia di Natale: tali rivelazioni arrivano da un ex poliziotto, Carmine Esposito, con precedenti penali, ex attivista di Avanguardia Nazionale, e frequentatore, all'interno del Rione Sanità di una gang di rapinatori, camorristi, mafiosi, criminali veneti, guidata da [[Giuseppe Misso]]. Il 7 luglio 1985, una retata decima i componenti della gang di Misso, e alcuni esponenti, Mario Ferraiuolo e Lucio Luongo, cominciano a parlare, portando dichiarazioni anche in riferimento alla strage del Rapido 904. Ferraiuolo e Luongo dichiarano che i profitti ricavati dalle loro rapine venivano destinati per attività politica; poche settimane prima della strage, si sarebbe svolta una riunione dove avrebbe partecipato un deputato dell'MSI, Massimo Abbatangelo. Luongo dichiara di aver ricevuto dal deputato missino una valigia contenente esplosivo, poche settimane prima della strage. In una successiva perquisizione della casa di Abbatangelo vengono trovate pistole e proiettili.
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Luongo e Ferraiuolo raccontano che la mattina del 23 dicembre 1984, un giovanissimo esponente della loro gang, ritenuto quello a più stretto contatto con Misso (all'epoca latitante in Brasile), Carmine Lombardi, era salito sul Rapido 904 insieme all'esplosivo utilizzato nella strage. Lombardi verrà ucciso.
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Dalle indagini romane, fiorentine e napoletane, emerge un quadro fino a quel momento inedito: un intreccio tra Cosa Nostra, Camorra, Banda della Magliana, movimento eversivo di destra. Si ritiene che questo punto d'incontro sia dovuto al cambio di rotta avvenuto sia all'interno di Cosa Nostra sia all'interno della Camorra, con la seconda guerra di mafia e la seconda guerra di Camorra, imperversate nella Sicilia Occidentale la prima, e a Napoli la seconda, tra il 1979 e il 1983. Vincitori ne uscirono i Corleonesi in Sicilia e la Nuova Famiglia a Napoli: strinsero una stretta alleanza, convergendo i reciproci interessi in numerosi affari da lì in avanti. La Procura di Firenze riconosce le due figure di raccordo di questa alleanza come [[Pippo Calò]] e [[Giuseppe Misso]].
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=== Guido Cercola e Friedrich Schaudinn ===
Secondo il pm Pier Luigi Vigna, il motivo che porta alla realizzazione della Strage del Rapido 904, è dovuto alle dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta]], l'esponente di spicco di Cosa Nostra, della stessa famiglia di Porta Nuova del quale era capo Pippo Calò: dal luglio del 1984 Buscetta infatti aveva cominciato la sua collaorazione con Giovanni Falcone, e dalle sue dichiarazioni verrà costruito l'intero impianto del maxiprocesso di Palermo. Mafia e Camorra, mettendo in scena una strage simile a quella avvenuta dieci anni prima al treno Italicus, quindi con una evidente matrice terroristica, volevano far ritornare l'Italia nell'incubo del terrorismo così da sviare l'attenzione dall'inchiesta che si stava conducendo a Palermo.
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Il 29 marzo 1985, appena tre mesi dopo la strage, vennero ritrovate due valigette contenenti radiocomandi a lungo raggio a Roma, durante una perquisizione in un appartamento del quartiere Prati. Il proprietario dell'immobile era [[Guido Cercola]], il "luogotenente" del mafioso [[Giuseppe Calò]], capo della famiglia di Porta Nuova a Palermo, soprannominato "''il cassiere di Cosa Nostra''".  
Nell'ottobre 1988, dopo che i collaboratori Ferraiuolo e Luongo avevano, l'uno subito minacce ai suoi familiari, l'altro tentato il suicidio, smettono di collaborare e negano le loro precedenti dichiarazioni. Nel frattempo, Friedrich Schaudinn, l'uomo agli arresti domiciliari per aver presumibilmente costruito l'ordigno utilizzato nella strage, riesce ad evadere e fugge in Germania, aiutato da alcune autorità tedesche. L'Italia non ne chiederà mai l'estradizione.
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Per la sua fuga, il pm Pier Luigi Vigna pone sotto inchiesta i servizi segreti pe favoreggiamento aggravato per finalità di terrorismo.
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Durante la sua collaborazione, Lucio Luongo fornisce dettagli sul tipo di esplosivo che gli era stato consegnato da Abbatangelo: un combinato tra Semtex H, e Brixia B5; quest'ultimo tipo di esplosivo, è lo stesso che viene rinvenuto il 21 giugno 1989 nella villa all'Addaura del giudice [[Giovanni Falcone]], e sul luogo dell'attentato al giudice [[Paolo Borsellino]] in via D'Amelio.
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Nel processo di primo grado, la Corte d'Assise di Firenze, il 25 febbraio 1989, condanna all'ergastolo con l'accusa di strage Pippo Calò, Guido Cercola, Giuseppe Misso e altri personaggi legati a questi; 25 anni per Schaudinn. Nel processo di secondo grado, vengono confermate le condanne a Calò e Cercola, mentre Misso viene assolto per il reato di strage, ma condannato per detenzione illecita di esplosivo; Schaudinn viene assolto per il reato di banda armata, ma condannato per il reato di strage a 22 anni.
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Dalle indagini emersero i rapporti tra Cercola e un certo [[Friedrich Schaudinn]], un tedesco che secondo le dichiarazioni del mafioso aveva costruito il sistema di radiocomandi per utilizzarlo in un impianto antifurto. Le indagini condotte dimostrarono l'assoluta compatibilità di questo tipo di radiocomandi con attentati come quello effettuato sul Rapido 904. Interrogato a Roma, Shaudinn confessò di aver consegnato il dispositivo a Cercola all'inizio del dicembre 1984, al costo di 18 milioni di lire: a pagare la somma fu proprio il boss di Cosa Nostra Pippo Calò.
Il 5 marzo 1991, la prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annulla la sentenza di appello, con rinvio ad un nuovo procedimento: nel secondo processo d'appello vengono confermate tutte le condanne, salvo la pena di Misso per il reato di detenzione illecita di esplosivo comminata a soli tre anni.
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Il 24 novembre 1992, la quinta sezione penale dela Corte di Cassazione, conferma le condanne, riconoscendo la matrice "terroristico-mafiosa" all'attentato.
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Il 18 febbraio 1994, la Procura di Firenze conclude il procedimento a carico del deputato dell'MSI Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale. Viene assolto dal reato di strage, ma condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato l'esplosivo a Giuseppe Misso.
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=== Il ritrovamento dell'esplosivo ===
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L'11 maggio 1985, in un casale di Poggio San Lorenzo (Rieti) vennero ritrovati alcuni detonatori, sei chili di tritolo e due panetti di esplosivo Semtex, uno dei quali parzialmente utilizzato. Il casale era di proprietà di [[Pippo Calò]]. L'esplosivo ritrovato venne dichiarato compatibile con quello utilizzato per la strage di Natale.
  
Il 27 aprile 2011, i pm Paolo Itri e Sergio Amato, della Direnzione Distrettuale Antimafia di Napoli hanno emesso un'ordinanza di custodia cautelare per il capo dei capo Toto Riina, ritenuto il mandante della strage, sulla base di dichiarazioni di nuovi pentiti, tra i quali Giovanni Brusca. La Cassazione stabilisce la competenza della Procura di Firenze, competenti il procuratore Giuseppe Quattrocchi e il magistrato della Dda Angela Pietroiusti: nel dicembre 2012 la procura chiude le indagini, e il 10 maggio 2013 rinvia a giudizio Totò Riina.
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=== La pista napoletana ===
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Ad un certo punto delle indagini, giunse la notizia dal capoluogo campano che qualche settimana prima della strage, negli uffici della Questura, l'ex-poliziotto ed attivista di Avanguardia Nazionale '''Carmine Esposito''', con vari precedenti penali, aveva parlato di un possibile attentato alla vigilia di Natale. Esposito era un assiduo frequentatore, all'interno del Rione Sanità, di una gang di rapinatori, camorristi, mafiosi e criminali veneti, guidata da [[Giuseppe Misso]]. Il [[7 luglio]] [[1985]] una retata decimò i componenti della gang e due degli esponenti arrestati, Mario Ferraiuolo e Lucio Luongo, cominciarono a parlare, facendo dichiarazioni anche in merito alla strage del Rapido 904. Ferraiuolo e Luongo affermarono che i profitti ricavati dalle loro rapine erano stati destinati ad attività politiche e che poche settimane prima della strage si era svolta una riunione dove avrebbe partecipato un deputato dell'MSI, Massimo Abbatangelo. Luongo dichiarò inoltre di aver ricevuto dal deputato missino una valigia contenente esplosivo, di cui specificò i dettagli: un combinato di Semtex H e Brixia B5 (quest'ultimo tipo venne ritrovato anche sulla scena del fallito attentato all'Addaura nel 1989 e in Via D'Amelio nel 1992). In una successiva perquisizione della casa di Abbatangelo vennero trovate anche pistole e proiettili.
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Luongo e Ferraiuolo riferirono infine che la mattina del [[23 dicembre]] [[1984]] [[Carmine Lombardi]], giovane di 17 anni protetto di Misso (all'epoca latitante in Brasile), era salito sul Rapido 904 insieme all'esplosivo utilizzato nella strage. Tuttavia, Lombardi era però già stato ucciso il [[5 marzo]] [[1985]].
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=== L'intreccio: Cosa Nostra, la Camorra, la Banda della Magliana e l'estrema destra ===
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Dalle indagini romane, fiorentine e napoletane, emerse un quadro fino a quel momento inedito: un intreccio tra Cosa Nostra, la Camorra, la Banda della Magliana e l'estrema destra. Molti studiosi concordano che questa partnership tra le due organizzazioni mafiose fosse dovuta al cambio di rotta avvenuto con [[Seconda Guerra di Mafia|la seconda guerra di mafia]] e [[Seconda Guerra di Camorra|la seconda guerra di camorra]], dalle quali uscirono vincitori rispettivamente i [[Corleonesi]] in Sicilia e la [[Nuova Famiglia]] in Campania. Punto di riferimento per l'alleanza tra le due furono [[Pippo Calò]] e [[Giuseppe Misso]].
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Secondo il pm [[Pier Luigi Vigna]], il motivo che portò alla realizzazione della Strage del Rapido 904 furono le dichiarazioni di [[Tommaso Buscetta]], l'esponente di spicco di Cosa Nostra che aveva deciso di collaborare con [[Giovanni Falcone]]: inscenando una strage simile a quella dell'Italicus, l'obiettivo dei Corleonesi e dei loro alleati campani era di sviare l'attenzione mediatica dalle rivelazioni di Buscetta ad una nuova emergenza terrorismo.
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=== Gli sviluppi prima del processo ===
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Nell'ottobre [[1988]] Ferraiuolo e Luongo decisero di interrompere la collaborazione, ritrattando le dichiarazioni rese precedentemente, il primo a seguito di minacce ai propri familiari, il secondo dopo un tentativo di suicidio. Nel frattempo, Friedrich Schaudinn, agli arresti domiciliari per aver presumibilmente costruito l'ordigno utilizzato nella strage, riuscì ad evadere e a fuggire in Germania, aiutato da alcune autorità tedesche, cosa che portò Vigna a porre sotto inchiesta i servizi segreti per favoreggiamento aggravato dalla finalità di terrorismo. L'Italia, tuttavia, non chiese mai l'estradizione di Schaudinn.
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== Il Processo ==
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Nel processo di primo grado, il [[25 febbraio]] [[1989]] la Corte d'Assise di Firenze condannò all'ergastolo, con l'accusa di strage, Pippo Calò, Guido Cercola, Giuseppe Misso e altri, mentre Schaudinn venne condannato a 25 anni.
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=== Appello ===
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Nel processo di secondo grado, vennero confermate le condanne a Calò e Cercola, mentre Misso venne assolto per il reato di strage, ma condannato per detenzione illecita di esplosivo; Schaudinn venne assolto per il reato di banda armata, ma condannato per il reato di strage a 22 anni.
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=== L'annullamento in Cassazione, il nuovo processo e le condanne definitive ===
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Il [[5 marzo]] [[1991]] la prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice [[Corrado Carnevale]], annullò la sentenza di appello, con rinvio ad un nuovo procedimento: nel secondo processo d'appello vennero confermate tutte le condanne, salvo la pena di Misso per il reato di detenzione illecita di esplosivo, ridotta a soli tre anni. Il [[24 novembre]] [[1992]], la quinta sezione penale della Corte di Cassazione confermò le condanne, riconoscendo la matrice "terroristico-mafiosa" dell'attentato.
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Il [[18 febbraio]] [[1994]], la Procura di Firenze concluse il procedimento a carico del deputato dell'MSI Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale: assolto dal reato di strage, Abbatangelo venne condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato l'esplosivo a Giuseppe Misso.
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== Il rinvio a giudizio di Riina nel 2013 ==
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Il [[27 aprile]] [[2011]] i pm Paolo Itri e Sergio Amato della Direnzione Distrettuale Antimafia di Napoli emisero un'ordinanza di custodia cautelare per il capo dei capi [[Totò Riina]], ritenuto il mandante della strage, sulla base di dichiarazioni di nuovi pentiti, tra i quali [[Giovanni Brusca]]. La Cassazione stabilì la competenza della Procura di Firenze, competenti il procuratore Giuseppe Quattrocchi e il magistrato della Dda Angela Pietroiusti: nel dicembre [[2012]] la procura chiuse le indagini e il [[10 maggio]] [[2013]] rinviò a giudizio Totò Riina.
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=== L'assoluzione di Riina in primo grado ===
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Il [[25 novembre]] [[2014]] si aprì, a Firenze, il processo. Secondo la DDA napoletana l'attentato si inserì in un disegno strategico di Riina per far apparire l'attentato come un fatto politico e come risposta al [[Maxiprocesso di Palermo]]<ref>[http://www.corriere.it/cronache/11_aprile_27/riina-mandante-strage-treno904_8c008120-70a7-11e0-8d74-1cfa48373a9c.shtml Corriere della Sera, 27 aprile 2011]</ref>. Ciononostante, il [[14 aprile]] [[2015]] Riina fu poi assolto per mancanza di prove<ref>[http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/14/strage-rapido-904-toto-riina-assolto-pm-chiesto-ergastolo/1590337/ Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2015]</ref>.
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=== L'appello ===
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Il [[27 aprile]] [[2017]] la Procura Generale di Firenze ha chiesto nuovamente l'ergastolo per Riina in qualità di mandante della strage. Il processo si chiuse con la morte del Capo dei Capi di Cosa Nostra.
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== Note ==
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== Bibliografia ==
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* Alexander Höbel, Gianpaolo Iannicelli, "''La strage del treno 904''", Santa Maria Capua Vetere, Ipermedium, 2006
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* Saverio Lodato, ''Quarant'anni di Mafia'', Milano, Bur, 2013
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[[Categoria:Le stragi di mafia]]

Versione delle 20:00, 23 dic 2018

Strage del rapido 904

La Strage del Rapido 904 (detta anche strage del treno di Natale), è una strage avvenuta il 23 dicembre 1984 alle 19:08 all'interno della Grande Galleria dell'Appennino, all'altezza di San Benedetto Val di Sambro (a 40 km da Bologna). Una bomba, posta all'interno della nona carrozza della seconda classe del treno n.904, partito da Napoli con destinazione Milano, deflagrò all'interno della galleria: il bilancio della strage fu di 17 morti e 267 feriti.

La Strage

La dinamica e il precedente dell'Italicus

Sempre all'altezza di San Benedetto Val di Sambro, nei pressi della Grande Galleria dell'Appenino, esattamente dieci anni prima, il 4 agosto 1984, era stato effettuato un altro attentato, di matrice terroristica, ai danni del treno Italicus. Mentre però nel caso dell'Italicus la bomba venne fatta esplodere all'esterno della galleria dell'Appennino, nella strage del rapido 904 gli attentatori amplificarono la portata dell'esplosione, facendo deflagrare la bomba all'interno della galleria. La strage del rapido è la prima strage in Italia dove una bomba viene azionata a distanza tramite un telecomando.

La strage del Rapido 904 è l'unica strage, all'interno di quella che viene definita la "strategia delle tensione", di cui sono stati condannati i mandanti; ad oggi sono invece sconosciuti gli esecutori e non sono del tutto chiari i moventi che hanno portato a compierla.

Una bomba di questa portata non si vedeva dalla Strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980: proprio in occasione dell'attentato al Rapido 904, si sperimentò per la prima volta il piano di emergenza predisposto dal sistema centralizzato di gestione delle emergenze costituito dal comune di Bologna.

Le vittime

Le vittime furono in totale diciassette:

  • Giovanbattista Altobelli (51 anni)
  • Anna Maria Brandi (26 anni)
  • Angela Calvanese in De Simone (33 anni)
  • Anna De Simone (9 anni)
  • Giovanni De Simone (4 anni)
  • Nicola De Simone (40 anni)
  • Susanna Cavalli (22 anni)
  • Lucia Cerrato (66 anni)
  • Pier Francesco Leoni (23 anni)
  • Luisella Matarazzo (25 anni)
  • Carmine Moccia (30 anni)
  • Valeria Moratello (22 anni)
  • Maria Luigia Morini (45 anni)
  • Federica Taglialatela (12 anni)
  • Abramo Vastarella (29 anni)

Nei mesi successivi persero la vita, a seguito delle gravi ferite riportate:

  • Gioacchino Taglialatela (50 anni)
  • Giovanni Calabrò (67 anni)

Le indagini

Per prima si mosse la Procura della Repubblica di Bologna: venne richiesta una perizia chimico-balistica per accertare il materiale utilizzato e le dinamiche dell'esplosione; durante le indagini saltò fuori un testimone che aveva visto una persona sistemare proprio nella nona carrozza detonata due borsoni, alla fermana della Stazione Santa Maria Novella di Firenze. Così il corpus delle indagini venne trasferito alla Procura di Firenze. Le indagini furono svolte dal pubblico ministero Pier Luigi Vigna.

Guido Cercola e Friedrich Schaudinn

Il 29 marzo 1985, appena tre mesi dopo la strage, vennero ritrovate due valigette contenenti radiocomandi a lungo raggio a Roma, durante una perquisizione in un appartamento del quartiere Prati. Il proprietario dell'immobile era Guido Cercola, il "luogotenente" del mafioso Giuseppe Calò, capo della famiglia di Porta Nuova a Palermo, soprannominato "il cassiere di Cosa Nostra".

Dalle indagini emersero i rapporti tra Cercola e un certo Friedrich Schaudinn, un tedesco che secondo le dichiarazioni del mafioso aveva costruito il sistema di radiocomandi per utilizzarlo in un impianto antifurto. Le indagini condotte dimostrarono l'assoluta compatibilità di questo tipo di radiocomandi con attentati come quello effettuato sul Rapido 904. Interrogato a Roma, Shaudinn confessò di aver consegnato il dispositivo a Cercola all'inizio del dicembre 1984, al costo di 18 milioni di lire: a pagare la somma fu proprio il boss di Cosa Nostra Pippo Calò.

Il ritrovamento dell'esplosivo

L'11 maggio 1985, in un casale di Poggio San Lorenzo (Rieti) vennero ritrovati alcuni detonatori, sei chili di tritolo e due panetti di esplosivo Semtex, uno dei quali parzialmente utilizzato. Il casale era di proprietà di Pippo Calò. L'esplosivo ritrovato venne dichiarato compatibile con quello utilizzato per la strage di Natale.

La pista napoletana

Ad un certo punto delle indagini, giunse la notizia dal capoluogo campano che qualche settimana prima della strage, negli uffici della Questura, l'ex-poliziotto ed attivista di Avanguardia Nazionale Carmine Esposito, con vari precedenti penali, aveva parlato di un possibile attentato alla vigilia di Natale. Esposito era un assiduo frequentatore, all'interno del Rione Sanità, di una gang di rapinatori, camorristi, mafiosi e criminali veneti, guidata da Giuseppe Misso. Il 7 luglio 1985 una retata decimò i componenti della gang e due degli esponenti arrestati, Mario Ferraiuolo e Lucio Luongo, cominciarono a parlare, facendo dichiarazioni anche in merito alla strage del Rapido 904. Ferraiuolo e Luongo affermarono che i profitti ricavati dalle loro rapine erano stati destinati ad attività politiche e che poche settimane prima della strage si era svolta una riunione dove avrebbe partecipato un deputato dell'MSI, Massimo Abbatangelo. Luongo dichiarò inoltre di aver ricevuto dal deputato missino una valigia contenente esplosivo, di cui specificò i dettagli: un combinato di Semtex H e Brixia B5 (quest'ultimo tipo venne ritrovato anche sulla scena del fallito attentato all'Addaura nel 1989 e in Via D'Amelio nel 1992). In una successiva perquisizione della casa di Abbatangelo vennero trovate anche pistole e proiettili. Luongo e Ferraiuolo riferirono infine che la mattina del 23 dicembre 1984 Carmine Lombardi, giovane di 17 anni protetto di Misso (all'epoca latitante in Brasile), era salito sul Rapido 904 insieme all'esplosivo utilizzato nella strage. Tuttavia, Lombardi era però già stato ucciso il 5 marzo 1985.

L'intreccio: Cosa Nostra, la Camorra, la Banda della Magliana e l'estrema destra

Rapido 904 2.jpg

Dalle indagini romane, fiorentine e napoletane, emerse un quadro fino a quel momento inedito: un intreccio tra Cosa Nostra, la Camorra, la Banda della Magliana e l'estrema destra. Molti studiosi concordano che questa partnership tra le due organizzazioni mafiose fosse dovuta al cambio di rotta avvenuto con la seconda guerra di mafia e la seconda guerra di camorra, dalle quali uscirono vincitori rispettivamente i Corleonesi in Sicilia e la Nuova Famiglia in Campania. Punto di riferimento per l'alleanza tra le due furono Pippo Calò e Giuseppe Misso. Secondo il pm Pier Luigi Vigna, il motivo che portò alla realizzazione della Strage del Rapido 904 furono le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, l'esponente di spicco di Cosa Nostra che aveva deciso di collaborare con Giovanni Falcone: inscenando una strage simile a quella dell'Italicus, l'obiettivo dei Corleonesi e dei loro alleati campani era di sviare l'attenzione mediatica dalle rivelazioni di Buscetta ad una nuova emergenza terrorismo.

Gli sviluppi prima del processo

Nell'ottobre 1988 Ferraiuolo e Luongo decisero di interrompere la collaborazione, ritrattando le dichiarazioni rese precedentemente, il primo a seguito di minacce ai propri familiari, il secondo dopo un tentativo di suicidio. Nel frattempo, Friedrich Schaudinn, agli arresti domiciliari per aver presumibilmente costruito l'ordigno utilizzato nella strage, riuscì ad evadere e a fuggire in Germania, aiutato da alcune autorità tedesche, cosa che portò Vigna a porre sotto inchiesta i servizi segreti per favoreggiamento aggravato dalla finalità di terrorismo. L'Italia, tuttavia, non chiese mai l'estradizione di Schaudinn.

Il Processo

Nel processo di primo grado, il 25 febbraio 1989 la Corte d'Assise di Firenze condannò all'ergastolo, con l'accusa di strage, Pippo Calò, Guido Cercola, Giuseppe Misso e altri, mentre Schaudinn venne condannato a 25 anni.

Appello

Nel processo di secondo grado, vennero confermate le condanne a Calò e Cercola, mentre Misso venne assolto per il reato di strage, ma condannato per detenzione illecita di esplosivo; Schaudinn venne assolto per il reato di banda armata, ma condannato per il reato di strage a 22 anni.

L'annullamento in Cassazione, il nuovo processo e le condanne definitive

Il 5 marzo 1991 la prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza di appello, con rinvio ad un nuovo procedimento: nel secondo processo d'appello vennero confermate tutte le condanne, salvo la pena di Misso per il reato di detenzione illecita di esplosivo, ridotta a soli tre anni. Il 24 novembre 1992, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione confermò le condanne, riconoscendo la matrice "terroristico-mafiosa" dell'attentato.

Il 18 febbraio 1994, la Procura di Firenze concluse il procedimento a carico del deputato dell'MSI Massimo Abbatangelo, la cui posizione era stata stralciata dal processo principale: assolto dal reato di strage, Abbatangelo venne condannato a sei anni di reclusione per aver consegnato l'esplosivo a Giuseppe Misso.

Il rinvio a giudizio di Riina nel 2013

Il 27 aprile 2011 i pm Paolo Itri e Sergio Amato della Direnzione Distrettuale Antimafia di Napoli emisero un'ordinanza di custodia cautelare per il capo dei capi Totò Riina, ritenuto il mandante della strage, sulla base di dichiarazioni di nuovi pentiti, tra i quali Giovanni Brusca. La Cassazione stabilì la competenza della Procura di Firenze, competenti il procuratore Giuseppe Quattrocchi e il magistrato della Dda Angela Pietroiusti: nel dicembre 2012 la procura chiuse le indagini e il 10 maggio 2013 rinviò a giudizio Totò Riina.

L'assoluzione di Riina in primo grado

Il 25 novembre 2014 si aprì, a Firenze, il processo. Secondo la DDA napoletana l'attentato si inserì in un disegno strategico di Riina per far apparire l'attentato come un fatto politico e come risposta al Maxiprocesso di Palermo[1]. Ciononostante, il 14 aprile 2015 Riina fu poi assolto per mancanza di prove[2].

L'appello

Il 27 aprile 2017 la Procura Generale di Firenze ha chiesto nuovamente l'ergastolo per Riina in qualità di mandante della strage. Il processo si chiuse con la morte del Capo dei Capi di Cosa Nostra.


Note

  1. Corriere della Sera, 27 aprile 2011
  2. Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2015

Bibliografia

  • Alexander Höbel, Gianpaolo Iannicelli, "La strage del treno 904", Santa Maria Capua Vetere, Ipermedium, 2006
  • Saverio Lodato, Quarant'anni di Mafia, Milano, Bur, 2013