Ultima modifica il 12 apr 2014 alle 22:34

Terzo livello

Versione del 12 apr 2014 alle 22:34 di Leadermassimo (Discussione | contributi) (Creata pagina con "Espressione criminologica coniata per la prima volta da Giovanni Falcone e Giuliano Turone nella relazione congiunta "''Tecniche di indagine in materia di mafia''", pr...")

(diff) ← Versione meno recente | Versione attuale (diff) | Versione più recente → (diff)

Espressione criminologica coniata per la prima volta da Giovanni Falcone e Giuliano Turone nella relazione congiunta "Tecniche di indagine in materia di mafia", presentata a Castelgandolfo durante l'incontro della Commissione per la riforma giudiziaria e l'amministrazione della giustizia, tenutosi dal 4 al 6 giugno 1982.

I tre livelli del reato mafioso

La relazione di Falcone e Turone, nel tentativo di mettere a fuoco le nuove tecniche di indagine sperimentate con successo dal primo nel processo Spatola, il secondo nell'affaire Sindona e nelle indagini sulla P2, avevano distinto tre tipologie di reato mafioso, ciascuno differente dall'altro a seconda del numero di reati finanziari che comprendeva.

Secondo questa classificazione, erano da considerarsi "reati di primo livello" quelle "attività criminali mafiose direttamente produttive di movimenti di denaro: si tratta di quei reati che hanno un immediato risvolto finanziario e che sono quindi più facilmente e direttamente aggredibili attraverso l'indagine patrimoniale [...]. Fanno parte di questo primo livello di reati le varie attività illecite tradizionali delle organizzazioni mafiose (estorsioni organizzate, accompagnate da relativi atti di violenza e di intimidazione, contrabbando di tabacchi, pietre preziose e simili, sofisticazione di vini etc.), nonché il grande traffico nazionale e internazionale di stupefacenti (che presenta significative interferenze con il traffico clandestino di armi) e, infine, l'industria dei sequestri di persona a scopo di estorsione".

Erano invece "reati di secondo livello" quei "delitti che si ricollegano comunque alla logica mafiosa del profitto ed alle relative lotte fra cosche per il controllo dei campi di attività (... per esempio si pensi ai tanti omicidi per regolamenti di conti fra cosche mafiose)".

Infine, i reati di terzo livello erano quelli che "miravano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere ([...] si pensi ad esempio all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso)".

L'interpretazione mediatica della relazione

Benché fosse molto chiara nei suoi intenti e nei suoi significati reconditi, la relazione fu interpretata in maniera creativa dalla stampa, che finì per proiettare sull'organizzazione mafiosa di per sé la classificazione dei reati mafiosi fatta da Falcone e Turone. Fu così che la struttura di Cosa Nostra venne riassunta in tre livelli: al primo vi erano gli esecutori materiali, al secondo i capifamiglia, mentre al terzo c'era una fantomatica super-Commissione nella quale erano presenti mafiosi, politici, colletti bianchi, massoneria ed esponenti dei servizi segreti.

La negazione del terzo livello e gli attacchi a Falcone

Nonostante la mistificazione mediatica, Falcone tornò più di una volta a puntualizzare come non esistesse alcun terzo livello che rappresentasse in ultima istanza il sodalizio tra Cosa Nostra e pezzi di Stato. La prima volta lo fece al convegno "Lotta alla droga verso gli anni Novanta", tenutosi a Palermo il 24 e il 25 giugno 1988, promosso dal Comune, dove precisò che "Al di sopra dei vertici organizzativi, non esistono terzi livelli di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, l'organizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi politici commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione più evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia e altri centri di potere".

La seconda volta, invece, lo fece nel libro-intervista con Marcelle Padovani, Cose di Cosa Nostra, rispondendo anche agli attacchi che gli erano stati rivolti di negare un terzo livello semplicemente per non toccare i vertici della Democrazia Cristiana a Roma. Negando, infatti, il terzo livello, Falcone si era attirato le critiche di molti suoi ex-sostenitori e fu oggetto di una campagna di delegittimazione che venne addirittura dall'interno del movimento antimafia, che lo accusava di eccessiva prudenza e moderazione.

Bibliografia

Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano, 1991

Falcone G., Interventi e proposte (1982-1992), Sansoni, Milano, 1994