Ultima modifica il 4 dic 2013 alle 01:35

Zona Grigia

Con Zona Grigia comunemente si intende quell'insieme di relazioni tra persone e soggetti (economici, politici e sociali) del mondo legale con le associazioni criminali di stampo mafioso. L'area è definita grigia proprio perché il "bianco" è difficile da distinguere dal "nero" e le operazioni compiute al suo interno sono spesso ai limiti della legalità, ma non illegali di per sé, anche se finiscono con agevolare le attività criminali di un'organizzazione mafiosa.

Origine del termine

Il termine zona grigia fu in realtà introdotto per primo da Primo Levi, nel II capitolo di uno dei più importanti libri della seconda metà del XX secolo, I sommersi e i salvati (Einaudi). Levi sollevava il problema della «tendenza manichea a fuggire le mezze tinte», secondo cui non esisterebbero realtà intermedie tra vittime e persecutori. Naturalmente parlava dei Lager, ma anche di tutte quelle situazioni e luoghi dove si trovano a convivere centinaia o migliaia di persone, dalle caserme agli uffici, dagli ospedali alle fabbriche, laddove si produce quella dialettica di potere tra un vertice che comanda e un una base che ubbidisce.

In mezzo c’è appunto la zona grigia, quella di coloro che in vario modo e a vario titolo e responsabilità collaborano al funzionamento della macchina del Potere, pur senza commettere nulla di illegale. A tal proposito, si legge nel libro:

Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però (anche nella sua versione sovietica) può ben servire da ‘laboratorio’: la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante. E’ una zona grigia dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Possiede una struttura interna terribilmente complicata, ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare.