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[[File:Giuseppe-graviano.jpg|alt=Giuseppe Graviano|miniatura|250x250px|Giuseppe Graviano]]
'''Giuseppe Graviano''', detto ''Martidduzzu'' (Palermo, [[30 settembre]] [[1963]]), è un boss mafioso italiano, affiliato a [[Cosa Nostra]]. Lui e suo fratello [[Filippo Graviano|Filippo]] erano fedelissimi di [[Totò Riina]] e portarono avanti la strategia stragista dell'organizzazione anche dopo il suo arresto.
==Biografia==
Fratello di Benedetto, Filippo e Nunzia, è il terzo figlio di [[Michele Graviano]] e Vincenza Quartararo. Come il padre e i fratelli Benedetto e Filippo, Giuseppe venne affiliato alla [[Famiglia di Brancaccio]] da giovanissimo.
===Primi anni===
Ragazzo sveglio, audace, principe di un piccolo impero fin da piccolo, Giuseppe crebbe imparando il mestiere dal padre, boss molto rispettato e noto imprenditore. Stando alle dichiarazioni rilasciate agli investigatori in merito alla [[Strage di Via dei Georgofili|Strage di via dei Georgofili]] dallo lui stesso, agli inizi degli anni ‘70 il nonno, Filippo Quartararo, avrebbe investito quattro miliardi e mezzo di lire insieme ad altri imprenditori palermitani per un totale di circa venti miliardi nell’impresa di [[Silvio Berlusconi]]. Questi, in cambio, si sarebbe impegnato a restituire agli investitori il 20% dei proventi dell’impresa<ref>Lirio Abbate, “''Mafia, Giuseppe Graviano: «io e Silvio Berlusconi legati da un contratto da 20 miliardi»''”, L’Espresso, 15 dicembre 2021.</ref>.
===L'ascesa dopo la morte del padre===
Il [[7 gennaio]] [[1982]], Michele Graviano venne ucciso da Rosario D'Agostino e [[Gaetano Grado]], nell'ambito della [[Seconda Guerra di Mafia]]. Il trauma per la morte violenta del padre radicalizzò Filippo e Giuseppe, che, assetati di vendetta, divennero i più fedeli esecutori delle volontà di Riina, mostrando una ferocia e una brutalità crescenti.
Il mandante dell'omicidio venne subito individuato in [[Salvatore Contorno]], tant'è che il giorno dopo, l'[[8 gennaio]], vennero uccise due persone vicine a lui, '''Michele Jenna''', socio del boss in un'attività di import-export di carni, e '''Francesco Paolo Teresi''', amministratore della Centralgas Spa, il cui fratello Pietro era cognato di Grado. Il [[9 gennaio]] vennero uccisi Antonino Grado, cugino di Gaetano, e Giovanni Di Fresco, amico di borgata di Contorno. Uccisi, nonostante nessuno di loro avesse alcun legame con Cosa nostra.
Grado, divenuto collaboratore di giustizia, avrebbe raccontato anni dopo:
«L’omicidio di Michele Graviano lo commisi nell’ottica di una contrapposizione con i Corleonesi, che aveva portato all’uccisione di mio fratello da parte loro. Michele Graviano aveva fatto ammazzare diversi ragazzi innocenti, tra cui un certo Piero Mandalà. Fece uccidere anche alcuni parenti di mio cugino Salvatore Contorno. Credo che uno si chiamasse Gaetano Mandalà»<ref>Citato in Palazzolo Salvo (2020). ''I Fratelli Graviano'', Roma-Bari, Laterza, pp. 38-39.</ref>.
Dopo l’omicidio del padre, Giuseppe si dedicò sempre di più agli affari e cominciò ad acquisire sempre più potere, fino a puntare direttamente al vertice del mandamento di Ciaculli, che con lui cambierà nome diventando mandamento di Brancaccio.
La famiglia Graviano, grazie alla fortuna del nonno e del padre di Giuseppe, era inserita visceralmente nelle trame politiche della società palermitana e aveva accresciuto la sua influenza in simbiosi con la Democrazia Cristiana siciliana, cui garantiva voti sicuri<ref>Enrico Deaglio (2022), “''Qualcuno visse più a lungo''”, Milano, Feltrinelli, p.94.</ref>.
I fratelli, grazie alla caratura criminale del padre e alla sua decisa presa di posizione dalla parte dei [[Clan dei Corleonesi|corleonesi]], entrarono da subito nel cerchio ristretto di [[Salvatore Riina]], per il quale nutrivano un rispetto e un affetto profondo<ref>Ivi, p.45</ref>
===Una cosa sola===
Nella divisione del lavoro criminale, Giuseppe si occupava di strategie e di azioni militari sul campo, mentre Filippo della gestione delle entrate finanziarie, anche se questa divisione non incideva nella percezione "duale" del comando, tant'è che durante il processo per l'omicidio di Don Pino Puglisi, il collaboratore di giustizia [[Giovanni Brusca]] dichiarò: «''Filippo come se fosse la stessa persona di Giuseppe....cioè, come si suol dire, erano la stessa persona''»<ref> Cit in La Mantia Innocenzo (Presidente) (2001), ''Sentenza n .7 contro i fratelli Graviano Corte di Assise di Palermo'', Sezione I - Corte d'Assise d'Appello, 13 febbraio 2001, p. 119.</ref>.
Anche per questo motivo i due nell'immaginario collettivo sono rievocati come i "'''[[Fratelli Graviano]]'''" e anche quando Giuseppe assunse la reggenza del Mandamento di Brancaccio, dopo l'arresto del boss [[Giuseppe Lucchese]] nel [[1990]], in realtà il potere era condiviso tra i due.
===Il Maxiprocesso e la fine degli anni ’80 ===
Quando nel [[1986]] si aprì il Maxiprocesso a Palermo, Giuseppe si ritrovò imputato con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Le richieste dell’accusa furono tra le più alte: ventisei anni per tutti e tre i fratelli, che in seguito vennero ridotti a sei<ref>Ivi, p. 107</ref>.
Nel 1987 Giuseppe Graviano partecipò all’omicidio di [[Mario Prestifilippo]], uno dei killer più feroci dei corleonesi. Il gruppo era composto dagli elementi più validi del gruppo di fuoco di Brancaccio, in quel momento il più potente e numeroso tra i mandamenti di Palermo. Giuseppe sparò da una macchina in corsa affiancandosi a quella di Prestifilippo che non fece neanche in tempo ad estrarre la sua pistola. La sentenza di morte arrivò da Riina poiché, dopo l’omicidio di Pino Greco detto “scarpuzzedda”, uomo d’onore e caro amico di Prestifilippo, questo se ne stava troppo per i fatti suoi. Temendo una vendetta, aveva deciso di eliminarlo<ref>Palazzolo, “I fratelli Graviano”, p. 54.</ref>.
I fratelli avevano un grande sogno per Palermo. Volevano fare di Brancaccio “''la meraviglia della Sicilia''”, partendo dal nome della società fondata dal padre, la “''Immobiliare San Paolo''”. Volevano creare una grande opera che li presentasse al mondo esterno come grandi imprenditori. Da questa idea, crearono un Hotel quattro stelle di grandi dimensioni, fornito di piscine, eliporto, suites, ristoranti e sale congressi. L’hotel San Paolo diventò una meta molto frequentata e alla moda nella Palermo degli anni ‘90. All’inizio di quegli anni fu la sede dei primi congressi del nascente partito Forza Italia<ref>Deaglio, op.cit., p.171.</ref>.
===La latitanza al Nord===
Verso la fine del 1991, Giuseppe Graviano si trasferì a Omegna, piccolo paesino sulle sponde del lago d’Orta. Qui, grazie al supporto di [[Salvatore Baiardo]], cognato di Cesare Lupo, mafioso affiliato alla famiglia di Brancaccio, i fratelli vissero indisturbati la loro latitanza. Da Omegna si spostavano tranquillamente tra le varie città del nord Italia per gestire i loro affari e per godersi la loro fortuna. La latitanza non pareva limitare né i loro spostamenti né tanto meno la loro esposizione in pubblico: shopping di lusso con le loro fidanzate per le vie del centro di Milano, cene nei ristoranti più esclusivi, viaggi e villeggiature in Sardegna o a Forte dei Marmi<ref>Deaglio, op.cit., pp.186-188.</ref><ref>Palazzolo, “I fratelli Graviano”, p.110</ref>.
La vita frenetica dei Graviano tra le località del nord Italia venne ricostruita grazie all’analisi delle utenze telefoniche del cellulare di Baiardo e di quello trovato nella borsa della compagna di Filippo Graviano.
===Il ruolo nelle stragi del '92-'93===
Insieme al fratello, Filippo sposò in pieno la linea della strategia stragista di Riina, dopo la sentenza definitiva sul Maxiprocesso di Palermo, che confermava l'impianto di primo grado e riconosceva per la prima volta in Italia l'esistenza di Cosa nostra.
Fabio Tranchina, autista di Giuseppe Graviano e successivamente collaboratore di giustizia, dichiarò che il boss, poco dopo la [[Strage di Capaci|strage di Capaci]], gli chiese espressamente di affittare un appartamento in via d’Amelio; non essendo riuscito a trovarlo, il collaboratore riferì che sarebbe stato lo stesso Giuseppe a premere il pulsante che innescò l’esplosione <ref>Lirio Abbate (2022). “''Le Stragi. Da Giuseppe Graviano a Matteo Messina Denaro, uomini e donne delle bombe di mafia''”. Milano, Rizzoli, pp. 28-29.</ref>. La ricostruzione dei preparativi per la strage si basa sulle dichiarazioni di [[Gaspare Spatuzza]], uno degli esecutori dell’attentato fedelissimo dei Graviano, che nel [[2008]] iniziò a collaborare con la giustizia.
Il [[14 settembre]] [[1992]], poco meno di due mesi dopo la strage di via D’Amelio, Graviano fece parte insieme a Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro del commando tentò di uccidere il vicequestore [[Rino Germanà]] sul lungomare di Mazara del Vallo. Quando i killer affiancarono la macchina del poliziotto e cominciarono a sparare, Germanà fermò l’auto e scendendo rispose al fuoco allontanandosi verso la spiaggia. Il kalashnikov di Graviano si inceppò e la macchina proseguì, per poi però fare ritorno poco dopo. Il vicequestore riuscì a raggiungere l’acqua, si tuffò in mare e scampò all’attentato<ref>Palazzolo, op.cit., pp. 89-90</ref>.
Dopo l'arresto di Riina il 15 gennaio 1993, i Graviano proseguirono la strategia stragista. Il primo di aprile, Giuseppe Graviano incontrò Messina Denaro e Bagarella in una villetta sul mare a Santa Flavia, poco fuori Palermo. Fu l’incontro in cui i “falchi” di Cosa Nostra decisero di perseguire la strategia impostata da Salvatore Riina: da un lato colpire al cuore lo Stato, e dall’altro non smettere di cercare nuovi interlocutori politici che potessero portare gli interessi dell’organizzazione in Parlamento<ref>Francesco Ippolito, “Sentenza n.8929/15 contro Francesco Tagliavia”, Corte Suprema di Cassazione – VI Sezione penale, 17/09/2014, p.2</ref>.
Da Omegna i due commissionarono quindi le stragi di Firenze, Milano e Roma dell’estate 1993, nonché il fallito attentato a Maurizio Costanzo del 13 maggio e il successivo allo stadio Olimpico del [[23 gennaio]] [[1994]]. Attraverso Cosimo Lo Nigro, suo uomo di fiducia e artificiere del gruppo di Brancaccio, Giuseppe entrò in possesso di esplosivi bellici risalenti alla Seconda Guerra Mondiale che giacevano sul fondo del mare al largo di Bagheria<ref>Ivi, p.75</ref>, utilizzati poi per gli attentati.
===L'omicidio di don Pino Puglisi===
Nello stesso anno, Giuseppe e suo fratello furono anche i mandanti dell'omicidio di don [[Pino Puglisi]]. Verso le otto di sera del [[15 settembre]] 1993, il parroco della chiesa di Brancaccio che da anni contrastava il dominio assoluto dei Graviano nel quartiere venne ucciso da Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza davanti alla porta di casa sua. L’ordine di Giuseppe Graviano era quello di inscenare una rapina andata male. Mentre Spatuzza gli prendeva il borsello, Grigoli freddò il prete con un colpo alla nuca<ref>Ivi, p.112</ref><ref>Innocenzo La Mantia, “Sentenza n. 7/2001 contro “Graviano Giuseppe, Graviano Filippo, Grigoli Salvatori”, Corte di Assise di Appello di Palermo- I Sezione Penale, 13 febbraio 2001, pp.4-5</ref>.
Il 23 novembre dello stesso anno, venne rapito il figlio tredicenne di Mario Santo, mafioso di Altofonte. Santo aveva partecipato alla strage di Capaci e, una volta arrestato, minacciava di rivelare i mandanti occulti. I fratelli Graviano risultano anche tra i mandanti del sequestro del piccolo [[Giuseppe Di Matteo|Di Matteo]], che si chiuse tragicamente dopo 778 giorni con la morte del ragazzino sedicenne<ref>Palazzolo, “I fratelli Graviano”, pp.125-126</ref>.
===Il nuovo partito politico e la trattativa===
Spatuzza raccontò che il [[21 gennaio]] 1994 si trovava a Roma, davanti al Bar Doney, in via Veneto, per un appuntamento con Giuseppe Graviano. In quell’occasione, quest’ultimo gli avrebbe detto di aver appena incontrato degli “''imprenditori seri''” del nord, e che ormai, grazie a queste persone, avevano “''il paese tra le mani''”. Di queste persone Graviano fece espressamente i nomi, identificandole in [[Marcello Dell’Utri]] e [[Silvio Berlusconi]]<ref>Ivi, p. 133</ref>.
Nel processo [[Processo 'Ndrangheta stragista|‘Ndrangheta stragista]] venne accertato che negli stessi giorni, a poche centinaia di metri dal Bar Doney, all'Hotel Majestic, si tennero le riunioni per la nascita di Forza Italia, presiedute naturalmente da Dell’Utri e Berlusconi<ref>Ivi, pp.132-134</ref>.
Secondo Salvatore Grigoli, anche lui divenuto collaboratore di giustizia, i fratelli Graviano riuscirono a far prevalere la loro linea politica su quella proposta da Bagarella. Quest’ultimo aveva puntato tutto su un nuovo partito separatista e indipendentista che si proponeva di staccare l’isola dal resto della Penisola e che rispondeva al nome di "Sicilia Libera". I fratelli di Brancaccio, fin da subito dubbiosi in merito al progetto separatista, decisero di virare sul nascente partito di Forza Italia<ref>Ivi, p. 233</ref>.
===L’attentato fallito allo Stadio Olimpico===
Il [[23 gennaio]] 1994 fallì a Roma un attentato allo Stadio Olimpico di Roma ordinato dai fratelli Graviano e condotto da Gaspare Spatuzza e Salvatore Benigno. L’obiettivo era una camionetta dei carabinieri che sarebbe passata fuori dallo Stadio, in Viale dei Gladiatori, in occasione della partita Roma-Udinese. Il pulsante che avrebbe dovuto innescare l’esplosivo venne premuto più di una volta a distanza di pochi secondi, ma qualcosa non funzionò. Una volta che la camionetta fu passata, Spatuzza decise di rinunciare e l’attentato fallì<ref>Ivi, pp. 135-36</ref> <ref> Francesco Ippolito, “Sentenza n.8929/15 contro Francesco Tagliavia”, Corte Suprema di Cassazione – VI Sezione penale, 17 settembre 2014, p.2</ref>.
Il fallito attentato allo stadio di Roma, se fosse riuscito, avrebbe rappresentato un cambio di paradigma all’interno della strategia stragista iniziata da Riina e perseguita poi da Graviano, Bagarella e Messina Denaro. Dopo gli attentati dell’estate ’93, la Falange Armata, firma con la quale Cosa Nostra rivendicava gli attentati, aveva inviato una lettera ai giornali, nella quale dichiarava che da quel momento in poi, le vite delle persone non sarebbero più state un effetto collaterale degli attentati alle opere d’arte, ma l’obiettivo principale.
===L'arresto a Milano===
Dopo le stragi del '93, Filippo e suo fratello Giuseppe si trasferirono a Milano per condurre la loro latitanza. Per ammissione dello stesso Giuseppe, lui non temeva affatto un arresto: «A Milano facevo una vita normale, ero circondato da una copertura favolosa»<ref>Citato in Bellavia Enrico, Biondani Paolo (2024). ''Dopo trent'anni non è ancora risolto il mistero sull'ultima casa dei fratelli Graviano'', L'Espresso.</ref>. Il [[27 gennaio]] [[1994]] vennero tuttavia arrestati, mentre si trovavano con le rispettive fidanzate nel ristorante "Gigi il Cacciatore", in via Procaccini.
===La battaglia contro il 41 bis dal carcere===
Due mesi dopo il suo arresto, Giuseppe venne trasferito nel carcere speciale di Pianosa, su un’isola al largo delle coste toscane. Mettendo in atto una strategia precisa condivisa anche con il suo avvocato Domenico Salvo, condannato nel 1999 per aver gestito il patrimonio illecito della famiglia, Graviano si attribuì una grave depressione. Questa, secondo lui, era causata dalle condizioni disumane a cui veniva sottoposto come detenuto speciale. Si dichiarò più volte vittima della magistratura e denunciò il regime di [[Articolo 41 bis|41 bis]] “aggravato” a cui era stato condannato, mirato esclusivamente all’annientamento della personalità. Dai suoi ricorsi e dalle sue denunce, queste azioni di tortura e di violazione dei diritti personali erano attuate al fine di spingerlo a collaborare con la giustizia<ref>Abbate, op.cit., pp. 206-208.</ref>.
===Il mistero del patrimonio "sommerso"===
Nonostante siano in carcere dal 1994, gli inquirenti non sono mai riusciti a mettere le mani sul c.d. "patrimonio sommerso” dei fratelli Graviano. Durante la loro detenzione continuò ad occuparsi degli affari di famiglia la sorella minore Nunzia. Arrestata per mafia nel 1999 e poi di nuovo nel 2011, venne scarcerata nel 2015 con un ribaltamento della sentenza. Oggi è libera e continua a gestire gli affari familiari<ref>Ivi, p.213</ref>.
Giuseppe Graviano provò a dichiararsi “povero”, per cercare di scaricare sullo Stato le parcelle dell’avvocato. La procura, dopo aver indicato e provato l’esistenza di un patrimonio non dichiarato, riuscì ad ottenere la condanna a un anno e nove mesi per tentata truffa e falsa dichiarazione<ref>Ivi, p. 207</ref>.
===Il mistero del concepimento del figlio===
Il 26 giugno 1997 nacque, in una clinica privata a Nizza, Michele Graviano, figlio di Giuseppe e di Rosalia Galdi. Un mese dopo nacque anche il figlio di Filippo, sempre Michele. La gravidanza delle compagne dei due boss coincise con il periodo in cui entrambi furono detenuti nella sezione 41 bis dell’Ucciardone. Non ci sono sentenze giudiziarie che accertino come sia potuto succedere. Giuseppe Graviano, intercettato mentre parla con altri detenuti, raccontò in più occasioni le dinamiche del concepimento del figlio con la compagna Bibiana, entrata in carcere nascosta tra le biancherie<ref>Ivi, pp. 221-222</ref>.
===Intercettazioni in carcere su Berlusconi===
Giuseppe Graviano venne intercettato in carcere tra il 2016 e il 2017 mentre si confidava al camorrista Umberto Adinolfi. Raccontò di “''essersi seduto''” con Berlusconi e di avergli portato benessere. Non solo: Berlusconi gli avrebbe confidato la volontà di scendere in politica e in seguito gli avrebbe chiesto “una cortesia”. Il boss di Brancaccio lasciò intendere ad Adinolfi che “la cortesia” avrebbe avuto lo scopo di facilitare il passaggio dalla vecchia classe dirigente a quella nuova.
===Processo ‘Ndrangheta stragista===
Nel 2020, durante il processo ‘Ndrangheta Stragista dove Giuseppe Graviano era imputato per l’omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, alle domande del pubblico ministero sui rapporti economici e politici nel nord Italia, Graviano rispose che a occuparsi di politica era il cugino Salvo, e che lui Berlusconi lo avrebbe incontrato solo tre volte<ref>Palazzolo, “I fratelli Graviano”, p.117</ref>.
Dichiarò inoltre che, se si volesse davvero arrivare alla verità, si sarebbe dovuto indagare meglio le dinamiche e soprattutto le tempistiche del suo arresto, lasciando sottindere un legame con la discesa in campo in politica di Berlusconi. Le sue dichiarazioni tirarono in ballo diversi nomi di collaboratori di giustizia, tentando di screditarli e intersecando storie diverse arrivando perfino a mettere in mezzo personaggi storici come Garibaldi. Alla domanda posta dal pubblico ministero Lombardo su chi fossero i mandanti esterni delle stragi del ’92-’93, Graviano non rispose. 
Secondo il giornalista Salvo Palazzolo, i fratelli Graviano, pur seguendo strategie differenti, starebbero cercando in tutti i modi di uscire dal carcere, anche sfruttando la nuova normativa sull'ergastolo ostativo. Conoscendo le menzogne e le verità su cui si fonda la Seconda Repubblica, "sono convinti che questi segreti, prima o poi, gli apriranno le porte del carcere e gli permetteranno di invecchiare da uomini liberi"<ref>Palazzolo, “I fratelli Graviano”, p.118</ref>. 
===Le dichiarazioni di Salvatore Baiardo in merito ai fratelli Graviano===
Salvatore Baiardo gestì la latitanza dei fratelli Graviano dalla fine del 1991 all’inizio del 1994. Convocato dalla Dia di Firenze nel luglio del 1995 in merito all’indagine sulle stragi del ’93, Baiardo dichiarò di aver assistito a due conversazioni telefoniche tra Filippo Graviano e Marcello Dell’Utri, dalle quali risultavano avere interessi economici comuni.
Dichiarò inoltre che, nella primavera del ’93, accompagnò i fratelli Graviano davanti al ristorante "L’Assassino", a Milano, dove questi avrebbero dovuto incontrarsi con Dell’Utri. Anni dopo, in un’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, negò di essere mai stato in quel ristorante. Nella stessa intervista dichiarò di non essere un confidente bensì un favoreggiatore. Le rivelazioni che Baiardo fece agli investigatori non furono di nessuna utilità nei processi, poiché quando si trattò di confermare questi fatti davanti ai pubblici ministeri, egli si rifiutò<ref>Palazzolo, “I fratelli Graviano”, p.154</ref>.
==Condanne==
Giuseppe Graviano ha riportato negli anni numerose condanne:
*Il 30 gennaio 1992 venne condannato a 10 anni di carcere dall’esito della Cassazione del Maxiprocesso per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti<ref>Arnaldo Valente, “Sentenza n.23501/91 contro “Altadonna + 268””, Corte Suprema di Cassazione- I Sezione Penale, 30 gennaio 1992, p.15</ref>;
*il 3 luglio 2002 la Quinta sezione penale della Cassazione confermò l’ergastolo a Giuseppe Graviano per la strage di via d’Amelio;
*il 18 aprile 2003 Giuseppe e Filippo Graviano vennero condannati all’ergastolo per la strage di Capaci<ref>Guido Ietti, “Sentenza n. 18845/03 contro “Aglieri + 32”, Suprema Corte di Cassazione – V Sezione penale, 2002</ref>;
*il 6 maggio 2002 venne condannato all’ergastolo dalla Prima Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione in quanto mandante e organizzatore delle stragi sul continente: attentato in Via Fauro a Roma ai danni del presentatore Maurizio Costanzo, la strage di via dei Georgofili a Firenze, la strage di via Palestro a Milano, le autobombe davanti alle chiese di S. Giovanni in Laterano e S. Giorgio al Velabro a Roma, l’attentato allo Stadio Olimpico di Roma e l’attentato di Formello ai danni del collaboratore di giustizia Salvatore Contorno <ref>Giovanni D’Urso, “Sentenza n. 433/02 contro “Bagarella Leoluca Biagio + 22”, Suprema Corte di Cassazione - I Sezione Penale, 6 maggio 2022</ref>;
(https://www.archivioantimafia.org/sentenze2/stragi/1993/stragi_1993_firenze_cassazione.pdf)
*il 13 febbraio 2001 venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del parroco di Brancaccio don Pino Puglisi<ref>Innocenzo La Mantia, “Sentenza n. 7/2001 contro “Graviano Giuseppe, Graviano Filippo, Grigoli Salvatore”, Corte di Assise di Appello di Palermo- I Sezione Penale, 13 febbraio 2001, pp.4-5</ref>;
*il 16 gennaio 2012 venne condannato all’ergastolo come mandante del rapimento e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo<ref>La Stampa, ”''Ergastolo a cinque boss mafiosi per l’omicidio del piccolo Di Matteo''”, 16 gennaio 2026.</ref>.
*nel dicembre 2024: la Cassazione annullò con rinvio la sentenza della Corte di Assise d’Appello di Reggio Calabria che condannò all’ergastolo Giuseppe Graviano per l’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, assassinati il 18 gennaio 1994. La Cassazione riconobbe e confermò la collaborazione tra le 'ndrine calabresi e Cosa Nostra nell’attacco allo Stato durante il biennio ‘92-’93. Tuttavia, in seguito alla fuoriuscita di diverse contraddizioni scaturite dalle dichiarazioni di due nuovi collaboratori di giustizia, non riuscì ad accertare “''con adeguata sicurezza''” il ruolo di mandante attribuito a Giuseppe Graviano e a Rocco Santo Filippone, boss della 'ndrina Piromalli<ref>Ansa.it, “’Ndrangheta Stragista: annullate le condanne, appello da rifare”, https://www.ansa.it/calabria/notizie/2024/12/16/ndrangheta-stragista-annullate-condannte-appello-da-rifare_d7cfde2c-f4e3-4e37-8073-67b37b82bd71.html, 18 gennaio 2026</ref>. Il 10 luglio 2026 la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria confermò la condanna all'ergastolo per i due boss.
==Note==
<references></references>
==Bibliografia==
*Archivio storico de L'Espresso.
*La Mantia, Innocenzo (Presidente) (2001). ''Sentenza n .7 contro i fratelli Graviano Corte di Assise di Palermo'', Sezione I - Corte d'Assise d'Appello, 13 febbraio.
*Palazzolo, Salvo (2020). ''I Fratelli Graviano'', Roma-Bari, Laterza.
[[Categoria:Mafiosi]]
[[Categoria:Mafiosi]]