Trattativa Stato-mafia: differenze tra le versioni
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L’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti venne interrogato nel corso del processo per la strage di via D’Amelio e in particolare gli fu chiesto come mai fosse uscito da un governo come ministro degli Interni per entrare in un nuovo governo come ministro degli Esteri. In risposta l'ex-ministro fece un sorriso indecifrabile, come se non potesse rispondere in maniera chiara alla domanda. | L’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti venne interrogato nel corso del processo per la strage di via D’Amelio e in particolare gli fu chiesto come mai fosse uscito da un governo come ministro degli Interni per entrare in un nuovo governo come ministro degli Esteri. In risposta l'ex-ministro fece un sorriso indecifrabile, come se non potesse rispondere in maniera chiara alla domanda. | ||
Il [[29 giugno]] Liliana Ferrario informò Borsellino, all'aeroporto di Fiumicino, dell’incontro avvenuto tra Mori e Ciancimino e il magistrato disse che ci avrebbe pensato lui. Pochi giorni dopo lo stesso Borsellino però scoppiò in lacrime davanti a due giovani giudici, Massimo Russo e Alessandra Camassa, dicendo che un amico lo aveva tradito. | Il [[29 giugno]] Liliana Ferrario informò Borsellino, all'aeroporto di Fiumicino, dell’incontro avvenuto tra Mori e Ciancimino e il magistrato disse che ci avrebbe pensato lui. Pochi giorni dopo lo stesso Borsellino però scoppiò in lacrime davanti a due giovani giudici, Massimo Russo e Alessandra Camassa, dicendo che un amico lo aveva tradito<ref>[http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/04/06/news/processo_mori_deposizione_martelli-3153992/ Martelli e la trattativa Stato-mafia "Rapporti stretti tra Ros e Ciancimino", la Repubblica, 6 aprile 2010]</ref>. | ||
Il [[1° luglio]] mentre Borsellino stava interrogando il mafioso [[Gaspare Mutolo]] alla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, venne convocato al Viminale dove si stava insediando il nuovo ministro Mancino. Al ritorno il giudice parve visibilmente scosso, tanto che il pentito affermò che fumava due sigarette insieme. Il suo stato d’animo era dovuto all'incontro con [[Bruno Contrada]], numero due del Sisde, il quale gli aveva fatto una battuta sul pentimento di Mutolo, informazione quest’ultima che sarebbe dovuta essere segreta. | Il [[1° luglio]] mentre Borsellino stava interrogando il mafioso [[Gaspare Mutolo]] alla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, venne convocato al Viminale dove si stava insediando il nuovo ministro Mancino. Al ritorno il giudice parve visibilmente scosso, tanto che il pentito affermò che fumava due sigarette insieme. Il suo stato d’animo era dovuto all'incontro con [[Bruno Contrada]], numero due del Sisde, il quale gli aveva fatto una battuta sul pentimento di Mutolo, informazione quest’ultima che sarebbe dovuta essere segreta. | ||
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=== Dalle bombe ai decreti-legge === | === Dalle bombe ai decreti-legge === | ||
Il 27 febbraio 1994 vennero arrestati i fratelli Graviano a Milano e un mese dopo, il 28 marzo | Il [[27 febbraio]] [[1994]] vennero arrestati i fratelli Graviano a Milano e un mese dopo, il [[28 marzo]] [[Silvio Berlusconi]] vinse le elezioni politiche con il suo nuovo partito Forza Italia. | ||
Secondo le dichiarazioni di Antonino Giuffrè rese il 7 gennaio | |||
Questa formazione politica nacque quindi come effetto della | Secondo le dichiarazioni di [[Antonino Giuffrè]] rese il [[7 gennaio]] [[2003]], ci fu un contatto tra Cosa Nostra e Berlusconi già intorno agli anni Settanta. Con l'omicidio di [[Salvo Lima]] Cosa Nostra volle chiudere i rapporti con la politica democristiana e aprirne altri con un nuovo soggetto politico, secondo il pentito proprio Forza Italia<ref>Torrealta, op. cit., p.184-187</ref>. Questa formazione politica nacque quindi come effetto della Trattativa e avrebbe dovuto dare garanzie che la democrazia cristiana non era più in grado di offrire. Cosa Nostra invece avrebbe dovuto cercare e offrire voti a questa formazione politica. L'uomo cerniera capace di condurre le trattative venne individuato nella persona di [[Marcello Dell'Utri]], braccio destro di Silvio Berlusconi e poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa nel [[2014]]. | ||
Il 13 luglio | |||
Il | Il [[13 luglio]] fu emanato il '''decreto Biondi''', che consentiva per la maggior parte dei condannati per corruzione di beneficiare degli arresti domiciliari durante il giudizio. Il decreto modificava poi l'art 275 c.p.p. nella parte in cui la pericolosità di chi commetteva reati per mafia non fosse presunta ma valutata di volta in volta dal giudice, così da verificare se sussistessero esigenze cautelari. Il decreto venne poi ritirato dopo le vibranti proteste di magistrati e opinione pubblica, in particolare del pool di Mani Pulite. | ||
Il [[1° agosto]] [[1996]] venne presentato un progetto di legge dai senatori Melchiorre Cirami e Bruno Napoli, appartenenti al partito Centro Cristiano Democristiano, che prevedeva la c.d. '''dissociazione'''. Si prevedevano cioè una serie di benefici per quei mafiosi che avessero ripudiato Cosa Nostra senza accusare altri appartenenti all'organizzazione, una delle richieste avanzate da Cosa Nostra nel c.d. papello. | |||
== L’infiltrato Luigi Ilardo == | == L’infiltrato Luigi Ilardo == | ||
Nel giugno | Nel giugno 1993 il detenuto [[Luigi Ilardo]], cugino del boss Piddu Madonia, chiese un incontro con la Dia dichiarando di conoscere alcuni artificieri delle stragi del 1992-1993. Il capo della Dia, [[Gianni De Gennaro]] affidò l’incarico di incontrare Ilardo al colonello [[Michele Riccio]]. Ilardo decise di iniziare un processo di collaborazione, essendo disposto ad essere un infiltrato in Cosa Nostra. | ||
Il 31 ottobre 1995 il collaboratore riuscì ad ottenere la fiducia di Bernardo Provenzano con il quale era da tempo in contatto e riuscì a fissare un incontro con il boss. Il | |||
Durante | Il [[31 ottobre]] [[1995]] il collaboratore riuscì ad ottenere la fiducia di [[Bernardo Provenzano]] con il quale era da tempo in contatto e riuscì a fissare un incontro con il boss. Il colonnello Riccio comunicò subito ai superiori, tra cui [[Mario Mori|Mori]], che vi sarebbe stata la possibilità di catturare Provenzano ma questi sembrarono disinteressati alla notizia<ref>Ivi, pp. 163-165</ref>. | ||
Trascorsi alcuni mesi l’autorità giudiziaria di Palermo manifestò | Durante l'incontro tra Ilardo e Provenzano fu disposto soltanto un servizio di osservazione dei luoghi ad una certa distanza dal casolare e non avvenne alcun arresto, anzi, il colonnello Mori e i colleghi Obinu e Ganzer dissero a Riccio di non predisporre alcuna relazione per i magistrati poiché riguardava attività di latitanti<ref>Ibidem</ref>. | ||
Il colonello Mori spinse | |||
Il dottor Caselli chiese quindi a Riccio di registrare le dichiarazioni di Ilardo in vista dei successivi interrogatori, ma ciò non avvenne perché il 10 maggio 1996 Ilardo fu ucciso | Trascorsi alcuni mesi l’autorità giudiziaria di Palermo manifestò l'idea che Ilardo dovesse iniziare una collaborazione formale con i magistrati. Il colonello Mori spinse affinché Ilardo collaborasse esclusivamente con [[Giovanni Tinebra]], mentre Ilardo espresse fermamente la volontà che ci fosse anche il dottor [[Gian Carlo Caselli|Caselli]] e che senza tale soggetto egli non avrebbe collaborato. Il colloquio non venne verbalizzato e il dottor Tinebra chiese che si proseguisse successivamente. | ||
Il dottor Caselli chiese quindi a Riccio di registrare le dichiarazioni di Ilardo in vista dei successivi interrogatori, ma ciò non avvenne perché il [[10 maggio]] [[1996]] '''Ilardo fu ucciso'''. Il giorno stesso dell'uccisione di Ilardo, Riccio venne raggiunto dal capitano Damiano della procura di Caltanissetta, il quale visibilmente preoccupato gli riferì che era trapelata la notizia della collaborazione e che aveva già diramato la notizia al colonello Mori e al maggiore Obinu. Nei mesi successivi il colonello Mori e Obinu insistettero per non redigere un rapporto conclusivo su quanto era avvenuto, e in particolare sulle vicende connesse al mancato arresto di Provenzano. La stessa Procura di Caltanissetta chiese a Riccio di non inserire nel rapporto alcun riferimento al colloquio avvenuto tra Ilardo e i magistrati<ref>Ibidem</ref>. | |||
== Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia == | == Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia == | ||
=== Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino === | === Antefatti === | ||
Il 19 dicembre 2007 il settimanale “Panorama” pubblicò | ==== Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino ==== | ||
La risposta dell’autorità giudiziaria non tardò ad arrivare e pochi giorni dopo le procure di Caltanissetta e di Palermo vollero | Il [[19 dicembre]] [[2007]] il settimanale “Panorama” pubblicò un'intervista a [[Massimo Ciancimino]], figlio di [[Vito Ciancimino|Vito]], nella quale vennero toccati argomenti “scottanti” del periodo delle stragi del 1992-1993 e di una “Trattativa” tra Stato e Cosa Nostra a cui Massimo aveva assistito. La risposta dell’autorità giudiziaria non tardò ad arrivare e pochi giorni dopo le procure di Caltanissetta e di Palermo vollero interrogarlo: il [[29 gennaio]] [[2008]] Ciancimino venne sentito dalla procura di Caltanissetta di fronte al procuratore Renato Di Natale e al sostituto Rocco Liguori. Il [[7 aprile]] Ciancimino iniziò quindi a collaborare con la Procura di Palermo nell'ambito delle coperture riguardanti la latitanza di Bernardo Provenzano, davanti ai sostituti procuratori [[Antonio Ingroia]] e [[Nino Di Matteo]]. | ||
Il 7 aprile | |||
Durante l'interrogatorio del [[9 novembre]] [[2009]] il figlio di don Vito raccontò del rapporto tra suo padre e Provenzano, ricordando come il padre desse del tu a Provenzano chiamandolo “Binnu”, mentre il boss dava del lei a Ciancimino chiamandolo “ingegnere”. Il rapporto tra i due era infatti molto stretto poiché il boss, compaesano di Vito e più piccolo d'età, aveva preso ripetizioni di matematica dall'ex-sindaco di Palermo. | |||
Durante | |||
Durante | Durante l'interrogatorio dell'[[8 luglio]] Ciancimino jr. raccontò della nascita della Trattativa e del ruolo assunto da suo padre e dal colonnello Mario Mori e dal capitano De Donno e le varie fasi di questo rapporto, sottolineando come a seguito dell'arresto del padre e di Totò Riina i rapporti fossero continuati tra Dell'Utri e Provenzano<ref>Ivi, pp. 68-69</ref>. | ||
Nel corso del | |||
==== Il pentimento di Gaspare Spatuzza ==== | |||
Il [[26 giugno]] [[2008]] [[Gaspare Spatuzza]] si accusò del furto della Fiat 126 usata come autobomba nella [[Strage di Via Mariano d’Amelio|Strage di Via D'Amelio]], portando come prova della sua attendibilità il fatto che avesse fatto cambiare i freni della macchina, totalmente consumati: fu questo dettaglio ad avvalorare la tesi di Spatuzza, dato che i freni risultarono effettivamente nuovi subito dopo i rilievi delle forze dell'ordine. Venne dunque organizzato un confronto tra Gaspare Spatuzza e [[Vincenzo Scarantino]], Francesco Andriotta e Salvatore Candura (autoaccusatosi del furto della macchina). Quest'ultimo ammise di essersi inventato tutto su pressione di poliziotti e scoppiò a piangere e anche Scarantino chiese di interrompere il confronto. La versione raccontata da Spatuzza risultò quindi attendibile. | |||
==== L'iscrizione nel registro degli indagati di Riina, Provenzano e uomini delle istituzioni ==== | |||
A seguito delle dichiarazioni di Ciancimino, il [[27 ottobre]] [[2010]] furono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Palermo lo stesso Ciancimino e [[Mario Mori]] (per concorso esterno in associazione mafiosa), il colonnello [[Giuseppe De Donno]] e altri esponenti delle istituzioni accanto ai boss [[Bernardo Provenzano]] e [[Salvatore Riina]] (per attentato a corpo politico dello Stato)<ref>Salvo Palazzolo, [http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/10/27/news/mafia_mori_indagato-8484641/?ref=HRER2-1 Trattativa Stato-mafia, indagato Mori], la Repubblica, 27 ottobre 2010</ref>. | |||
==== Le audizioni di politici e dirigenti del Dap nel 2010 ==== | |||
Nel corso del [[2010]] le Procure di Palermo e Caltanissetta ascoltarono diversi ex-ministri e politici, nonché dirigenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. | |||
Il [[13 novembre]], a distanza di 17 anni, venne ritrovato un appunto del DAP, il "''numero 115077 del 6 marzo 1993''", indirizzato al Capo di gabinetto dell'allora ministro della Giustizia [[Giovanni Conso]], firmato dall'allora direttore [[Nicolò Amato]], dove a pagina 59 si parlava della "Revisione dei decreti ministeriali emanati a partire dal luglio '92, sulla base dell'articolo 41 bis"<ref>Salvo Palazzolo, [http://www.repubblica.it/politica/2010/11/13/news/stop_al_41_bis_spunta_il_suggeritore_di_conso-9055803/ Trattativa Stato-Mafia, stop al 41 bis spunta il suggeritore di Conso], la Repubblica, 13 novembre 2010</ref>. Nel documento si legge che "''appare giusto ed opportuno rinunciare ora all'uso di questi decreti''" e venivano indicate due strade "''lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione''". Amato spiega perché: "''L'emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità di dare alla criminalità mafiosa una risposta. Ma non vi è dubbio che la legge configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo''". Lo stesso capo del DAP poi precisa che "''in sede di Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza, nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del ministero dell'Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano''". | |||
Nell'audizione di due giorni prima l'ex-ministro della giustizia Conso si era invece assunto in solitaria la responsabilità politica della revoca dei 140 regimi di 41-bis, sostenendo che in quel modo era riuscito a impedire altre stragi<ref>Conso: “Nel ’93 non rinnovai il 41 bis per l’Ucciardone e evitai altre stragi”, il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2010</ref>; circostanza dunque smentita dal ritrovamento dell'appunto del DAP. | |||
Il [[15 dicembre]] vennero ascoltati gli ex-presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Durante l'audizione, tenutasi a Palazzo Giustiniani a Roma e condotta dal procuratore di Palermo Francesco Messineo, l'aggiunto [[Antonio Ingroia]] e i sostituti [[Nino Di Matteo]] e Paolo Guido, Ciampi ricordò i contenuti di una sua intervista in cui temette nel 1993 un golpe, per via dell'isolamento telefonico di Palazzo Chigi. | |||
==== L'arresto di Massimo Ciancimino per calunnia ==== | |||
Il [[21 aprile]] [[2011]] la procura di Palermo arrestò per calunnia aggravata Massimo Ciancimino a Parma, sulla base di un fermo disposto dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guida per calunnia aggravata; secondo la ricostruzione della polizia scientifica, il figlio di don Vito aveva falsificato un documento, poi consegnato alla magistratura come prova, in cui veniva fatto il nome dell'ex-capo della polizia Gianni De Gennaro, in quel momento direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. | |||
==== La conversazione Mannino-Gargani ==== | |||
Il [[21 dicembre]] [[2011]] la giornalista de "Il Fatto Quotidiano" Sandra Amurri ascoltò casualmente una conversazione tra l'ex ministro [[Calogero Mannino]] e l'europarlamentare Udc Giuseppe Gargani, di cui diede notizia il [[10 marzo]] dell'anno successivo<ref>Sandra Amurri, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/10/mannino-fuorionda-sulla-trattativa-hanno-capito-tutto-stavolta-fottono/196466/ Mannino, “fuorionda” sulla trattativa: “Hanno capito tutto, stavolta ci fottono”], il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2012</ref>, dopo aver testimoniato davanti ai magistrati dell'inchiesta. Mannino disse all'interlocutore: | |||
“''Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione''”<ref>Ibidem</ref>. | |||
==== Le intercettazioni telefoniche tra Nicola Mancino e Loris D'Ambrosio ==== | |||
Il [[4 novembre]] [[2011]] il gip di Palermo, Riccardo Ricciardi accolse la richiesta della Procura di intercettare gli ex ministri Mancino e Conso, poiché si temeva che gli stessi potessero contattare personaggi coinvolti nell'inchiesta per concordare una qualche deposizione “di comodo”. | |||
Dal [[25 novembre]] Mancino cominciò a sentire il consigliere giuridico del Presidente della Repubblica '''Loris D'Ambrosio''', magistrato in servizio all'Alto Commissariato Antimafia insieme a [[Bruno Contrada]] e [[Francesco Di Maggio]], poi al ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli ai tempi di Falcone, fino a diventare vice-capogabinetto con il ministro Conso durante il governo Ciampi, di cui Nicola Mancino era ministro dell'Interno. In quelle intercettazioni Mancino chiedeva fondamentalmente una tutela da parte del Presidente della Repubblica<ref>Marco Lillo, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/23/trattativa-stato-mafia-tutte-telefonate-mancino-dambrosio/273134/ Trattativa Stato-mafia, tutte le telefonate tra Mancino e D’Ambrosio], il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2012</ref>. | |||
In particolare, Mancino insisteva sulla possibilità che le indagini sulla Trattativa venissero tolte alla Procura di Palermo e trasferite a Caltanissetta, competente sulla strage di Via D'Amelio e sul depistaggio dei Processi Borsellino, semplicemente perché il [[9 marzo]] 2012 il gip di Caltanissetta Alessandra Giunta aveva archiviato le posizioni dei politici nell'inchiesta sui depistaggi nella Strage di Via D'Amelio e quindi gli sembrava "più morbida", benché la stessa gip avesse messo nero su bianco pesanti giudizi sulle loro condotte: "''Tante amnesie di uomini dello Stato perdurano ancora oggi [...] anche se il quadro, allo stato, non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere''"<ref>Citato in Marco Travaglio, E' Stato la Mafia, Milano, Chiarelettere, p. 102</ref>. | |||
Mancino, allarmato, chiamò nuovamente D'Ambrosio, che lo informò di aver parlato sia con il Presidente Napolitano che con l'allora Procuratore Nazionale Antimafia [[Pietro Grasso]] e che quest'ultimo sarebbe stato chiamato direttamente dal Presidente e che sarebbe stato coinvolto anche il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, che effettivamente il [[14 marzo]] chiese le carte del decreto di archiviazione di Caltanissetta. Il giorno dopo Mancino lo chiamò, complimentandosi con queste parole: "Uè, guaglio', ho letto che hai chiesto gli atti a Caltanissetta, bravo" ed Esposito rispose: "''Sono chiaramente a sua disposizione, adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo. Se vuole venirmi a trovare, quando vuole''"<ref>Ivi, p.107</ref>. | |||
Il [[27 marzo]] Mancino preannunciò a D'Ambrosio una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, di cui i due parleranno in una conversazione il [[3 aprile]], in cui il consigliere giuridico di Napolitano rassicurò l'ex-ministro sul fatto che il Quirinale si sarebbe mosso. Difatti, il giorno dopo il segretario generale del Quirinale Donato Marra trasmise al pg Vitaliano Esposito la lettera di Mancino, allegandovi la seguente nota a nome del Presidente<ref>Ivi, p.108</ref>: | |||
''Illustre Presidente, | |||
per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale il senatore Nicola Mancino [ND non era più senatore dal 2006] si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla cd. "trattativa" che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalità organizzata a ridosso delle stragi del 1992-1993. [...] Il capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede, e quindi anche ai sensi delle attribuzioni del pg della Cassazione [...] al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali. Il presidente Napolitano le sarà grato di ogni consentita notizia.'' | |||
Il giorno successivo D'Ambrosio informò della lettera Mancino, leggendogliela al telefono e confidandogli che la paternità era di Napolitano in persona, che l'aveva concordata con il nuovo procuratore generale ''in pectore'' '''Gianfranco Ciani''' e con il sostituto Pasquale Ciccolo<ref>Ivi, pp. 109-110</ref>. | |||
Il [[19 aprile]] il nuovo pg della Cassazione convocò Pietro Grasso per parlare sia di come avocare l'inchiesta di Palermo sia di come normalizzarla con il famoso "coordinamento" con Caltanissetta e Firenze". Dal verbale della riunione emerse che secondo il Procuratore Nazionale Antimafia non vi erano violazioni tali da poter fondare un intervento di avocazione<ref>Ivi. p. 111</ref>. | |||
Il [[16 maggio]] i pm di Palermo interrogarono Loris D'Ambrosio, chiedendo conto delle telefonate con Mancino, in particolare di quella in cui sosteneva di aver assistito personalmente, nella primavera [[1993]] alla stesura del decreto che nominava Francesco Di Maggio (sprovvisto di titoli) vicedirettore del Dap. Decreto scritto non dalla presidenza del Consiglio né della Repubblica ma dallo stesso Di Maggio nell'ufficio di Liliana Ferraro al ministero della Giustizia. D'Ambrosio smentì davanti ai pm la ricostruzione fatta a Mancino, sostenendo che al massimo aveva potuto vedere una bozza di quel decreto<ref>Ivi, p. 112; Salvo Palazzolo, [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/22/ambrosio-interrogato-per-due-volte-dai-pm.html D'Ambrosio interrogato per due volte dai pm], la Repubblica, 22 giugno 2012</ref>. | |||
==== La chiusura delle indagini ==== | |||
Il [[13 giugno]] 2012 la Procura di Palermo notificò l'avviso di chiusura delle indagini preliminari a dodici indagati tra cui due ex ministri, Mancino e Mannino, il senatore [[Marcello Dell'Utri|Dell'Utri]], gli ufficiali dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, e i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano e Nino Cinà. Ai boss di Cosa Nostra, agli ufficiali dei Carabinieri e a Mannino e Dell'Utri venne contestato l’art. 338 del codice penale: '''violenza o minaccia a corpi politici dello Stato''', aggravata dall'art. 7 per avere avvantaggiato l'associazione mafiosa armata Cosa nostra e “''consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività''”<ref>Giuseppe Lo Bianco - Sandra Rizza, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/14/trattativa-stato-mafia-indagini-chiuse-12-avvisi-da-dellutri-a-mannino/263812/ Trattativa Stato-Mafia, indagini chiuse, 12 avvisi da Dell'Utri a Mannino], il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2012</ref>. Per Massimo Ciancimino, invece, l'accusa era di concorso in associazione mafiosa e di calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, mentre l'ex-ministro Nicola Mancino venne accusato di falsa testimonianza. | |||
==== Le intercettazioni telefoniche tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano ==== | |||
Il [[20 giugno]] 2012 il settimanale "Panorama" rivelò come durante le indagini su Mancino la Procura di Palermo avesse registrato involontariamente alcune telefonate tra l'ex-ministro e il Presidente della Repubblica, che poi si scoprirono essere quattro, intercorse tra il [[7 novembre]] 2011 e il [[9 maggio]] [[2012]] La Procura di Palermo chiese quindi le intercettazioni tra Napolitano e Mancino, sostenendo che le intercettazioni irrilevanti dovessero essere distrutte davanti ad un procedimento camerale e che quelle rilevanti per altri fatti sarebbero state utilizzate in altri procedimenti. | |||
A questo punto il Capo dello Stato sollevò il [[16 luglio]] 2012 un conflitto di attribuzione tra poteri davanti alla Corte Costituzionale, sostenendo come la Procura di Palermo avesse violato le prerogative del Colle al momento della valutazione sulla rilevanza o irrilevanza delle intercettazioni. Nel decreto presidenziale con cui promuoveva il conflitto di attribuzione il Quirinale motivava come le intercettazioni telefoniche cui partecipa il Presidente della Repubblica, anche se indirette, “''non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte, salvi i casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione. Comportano lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione''” e “''l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione (investigativa o processuale), la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte''”.<ref>[https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/16/trattativanapolitano-solleva-conflitto-dattribuzione-contro-i-pm-di-palermo/295147/ Trattativa, Napolitano solleva conflitto d’attribuzione contro i pm di Palermo], il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2012</ref>. Secondo la Procura di Palermo, invece, le intercettazioni rilevanti per la persona indagata sarebbero stato comunque utilizzabili. | |||
Il [[4 dicembre]] 2012 la Corte Costituzionale diede ragione al Capo dello Stato dichiarando che «''non spettava alla Procura valutare la rilevanza delle intercettazioni e omettere di chiederne al giudice l'immediata distruzione ai sensi dell'articolo 271 del codice di procedura penale e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti''». Per questo motivo ne ordinò l'immediata distruzione.<ref>[https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2013&numero=1 Corte Costituzionale, Sentenza n.1, Anno 2013]</ref> | |||
== Note == | == Note == | ||
<references /> | <references /> | ||