Trattativa Stato-mafia: differenze tra le versioni
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L’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti venne interrogato nel corso del processo per la strage di via D’Amelio e in particolare gli fu chiesto come mai fosse uscito da un governo come ministro degli Interni per entrare in un nuovo governo come ministro degli Esteri. In risposta l'ex-ministro fece un sorriso indecifrabile, come se non potesse rispondere in maniera chiara alla domanda. | L’ex ministro degli Interni Vincenzo Scotti venne interrogato nel corso del processo per la strage di via D’Amelio e in particolare gli fu chiesto come mai fosse uscito da un governo come ministro degli Interni per entrare in un nuovo governo come ministro degli Esteri. In risposta l'ex-ministro fece un sorriso indecifrabile, come se non potesse rispondere in maniera chiara alla domanda. | ||
Il [[29 giugno]] Liliana Ferrario informò Borsellino, all'aeroporto di Fiumicino, dell’incontro avvenuto tra Mori e Ciancimino e il magistrato disse che ci avrebbe pensato lui. Pochi giorni dopo lo stesso Borsellino però scoppiò in lacrime davanti a due giovani giudici, Massimo Russo e Alessandra Camassa, dicendo che un amico lo aveva tradito. | Il [[29 giugno]] Liliana Ferrario informò Borsellino, all'aeroporto di Fiumicino, dell’incontro avvenuto tra Mori e Ciancimino e il magistrato disse che ci avrebbe pensato lui. Pochi giorni dopo lo stesso Borsellino però scoppiò in lacrime davanti a due giovani giudici, Massimo Russo e Alessandra Camassa, dicendo che un amico lo aveva tradito<ref>[http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/04/06/news/processo_mori_deposizione_martelli-3153992/ Martelli e la trattativa Stato-mafia "Rapporti stretti tra Ros e Ciancimino", la Repubblica, 6 aprile 2010]</ref>. | ||
Il [[1° luglio]] mentre Borsellino stava interrogando il mafioso [[Gaspare Mutolo]] alla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, venne convocato al Viminale dove si stava insediando il nuovo ministro Mancino. Al ritorno il giudice parve visibilmente scosso, tanto che il pentito affermò che fumava due sigarette insieme. Il suo stato d’animo era dovuto all'incontro con [[Bruno Contrada]], numero due del Sisde, il quale gli aveva fatto una battuta sul pentimento di Mutolo, informazione quest’ultima che sarebbe dovuta essere segreta. | Il [[1° luglio]] mentre Borsellino stava interrogando il mafioso [[Gaspare Mutolo]] alla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, venne convocato al Viminale dove si stava insediando il nuovo ministro Mancino. Al ritorno il giudice parve visibilmente scosso, tanto che il pentito affermò che fumava due sigarette insieme. Il suo stato d’animo era dovuto all'incontro con [[Bruno Contrada]], numero due del Sisde, il quale gli aveva fatto una battuta sul pentimento di Mutolo, informazione quest’ultima che sarebbe dovuta essere segreta. | ||
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* Abolizione monopolio tabacchi (controllo stupefacenti non…) | * Abolizione monopolio tabacchi (controllo stupefacenti non…) | ||
Il secondo documento | Il secondo documento aveva un carattere più politico e le richieste sembravano rivolte a un soggetto più largo, cioè un nuovo soggetto politico in grado di gestire meglio la trattativa con Cosa Nostra. | ||
== La strage di via d’Amelio == | == La strage di via d’Amelio == | ||
* Per approfondire vedi [[Strage di Via d'Amelio]] | * Per approfondire vedi [[Strage di Via d'Amelio]] | ||
Il [[19 luglio]] alle 16:58 ci fu una violentissima esplosione in via Mariano D’Amelio a Palermo che provocò la morte del giudice [[Paolo Borsellino]] e degli agenti di scorta [[Claudio Traina]], [[Emanuela Loi]], [[Agostino Catalano]], [[Vincenzo Li Muli]] e [[Eddie Walter Cosina]]. La bomba, 90 kg di tritolo, era collocata nel vano di un'auto (una Fiat 126 rossa rubata il 10 luglio 1992) utilizzata come autobomba. | Il [[19 luglio]] alle 16:58 ci fu una violentissima esplosione in via Mariano D’Amelio a Palermo che provocò la morte del giudice [[Paolo Borsellino]] e degli agenti di scorta [[Claudio Traina]], [[Emanuela Loi]], [[Agostino Catalano]], [[Vincenzo Li Muli]] e [[Eddie Walter Cosina]]. La bomba, 90 kg di tritolo, era collocata nel vano di un'auto (una Fiat 126 rossa rubata il 10 luglio 1992) utilizzata come autobomba. Due mesi dopo, il [[17 settembre]] 1992 un gruppo di killer capitanato da [[Leoluca Bagarella]]<ref>Torrealta, op.cit., p.451</ref> uccise [[Ignazio Salvo]], condannato per associazione mafiosa nel [[Maxiprocesso di Palermo]]. | ||
Il [[26 settembre]] 1992 venne arrestato [[Vincenzo Scarantino]] accusato di strage e furto aggravato. Tra il giugno e l’agosto del 1993 le dichiarazioni rese da Francesco Andriotta, compagno di cella di Scarantino, confermarono che Scarantino aveva rubato la Fiat 126 per ordine di Giuseppe Orofino, titolare di una carrozzeria in cui un’altra Fiat 126 era stata lasciata per riparazioni. Sulla base di questi elementi e sulle dichiarazioni di Scarantino stesso, divenuto nel frattempo dal [[24 giugno]] [[1994]] collaboratore di giustizia, vennero rinviati a giudizio Scarantino, Giuseppe Orofino, Salvatore Profeta e Pietro Scotto. | |||
Il 26 settembre 1992 venne arrestato Vincenzo Scarantino accusato di strage e furto aggravato. Tra il giugno e l’agosto del 1993 le dichiarazioni rese da Francesco Andriotta, compagno di cella di Scarantino, confermarono che Scarantino aveva rubato la Fiat 126 per ordine di Giuseppe | |||
Il [[26 gennaio]] [[1996]] la Corte d’assise condannò all'ergastolo Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto e a 18 anni di reclusione Vincenzo Scarantino. La collaborazione di Scarantino fu però molto travagliata, poiché nel 1998 egli in aula ritrattò, dicendo di aver accusato solo innocenti e di essersi inventato tutto perché spinto da magistrati e investigatori. Il [[1° febbraio]] [[2002]] nel corso del processo di appello detto Borsellino-bis Scarantino cambiò nuovamente versione, affermando di voler ritrattare perché minacciato e che la verità era quella raccontata nel primo processo. | |||
Il 26 | |||
== La seconda fase della trattativa == | == La seconda fase della trattativa == | ||
Dalla consegna del papello iniziò la seconda fase della trattativa, il cui obiettivo era mutato: dalla cattura dei superlatitanti a quella di Totò Riina. | Dalla consegna del papello iniziò la seconda fase della trattativa, il cui obiettivo era mutato: dalla cattura dei superlatitanti a quella di Totò Riina. Alla fine di agosto ci fu un ulteriore incontro tra Vito Ciancimino e i carabinieri del Ros durante il quale vennero consegnate delle mappe della zona di Palermo-Monreale fino all'area di Passo di Rignano da parte dei Carabinieri a Ciancimino, affinché indicasse dove fosse il covo di Riina. Tali cartine topografiche vennero a loro volta consegnate a [[Bernardo Provenzano]], intorno al novembre del 1992, il quale fece dei segni in corrispondenza della residenza di Riina. | ||
Alla fine di agosto ci fu un ulteriore incontro tra Vito Ciancimino e i carabinieri del Ros durante il quale vennero consegnate delle mappe della zona di Palermo-Monreale fino | |||
Contemporaneamente il 12 dicembre | Contemporaneamente il [[12 dicembre]] il ministro Mancino in un articolo sul Corriere della Sera considerò la cattura del superlatitante “obiettivo concretamente perseguibile”.<ref>[http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/12/12/una-cupola-parallela-nelle-mani-del.html?ref=search Umberto Rosso, Una Cupola parallela nelle mani del Boss Riina, la Repubblica, 12 dicembre 1992]</ref> Il [[19 dicembre]] Vito Ciancimino venne arrestato inaspettatamente, forse perché aveva chiesto un passaporto valido per l’espatrio. Quando Vito Ciancimino fu arrestato, ebbe la consapevolezza di essere stato tradito e di essere stato soltanto uno strumento per giungere alla cattura di Riina. La trattativa sarebbe continuata con Bernardo Provenzano, senza di lui. | ||
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/12/12/una-cupola-parallela-nelle-mani-del.html?ref=search </ref> | |||
Il 19 dicembre | |||
Quando Vito Ciancimino fu arrestato, | |||
=== L’arresto di Riina e la mancata perquisizione del covo === | === L’arresto di Riina e la mancata perquisizione del covo === | ||
L'[[8 gennaio]] [[1993]] venne arrestato [[Baldassare Di Maggio]], autista di Totò Riina, il quale diede importanti informazioni al generale dei carabinieri Francesco Delfino, utili alla cattura di Riina. Grazie a queste rivelazioni, Riina venne catturato il [[15 gennaio]] dal Capitano Ultimo. Il covo di Riina non venne perquisito immediatamente dopo l’arresto e le riprese furono interrotte dal Ros alle 16 dello stesso giorno. Soltanto il [[30 gennaio]] venne comunicato ai magistrati guidati da [[Gian Carlo Caselli]] che l’attività di controllo fu interrotta poche ore dopo l’arresto. Il [[1° febbraio]] scattò la perquisizione ma era ormai troppo tardi: il covo era stato ripulito totalmente, con i mobili ammassati in una stanza e le pareti imbiancate. Secondo i magistrati, con l'arresto di Riina si aprì '''una terza fase della Trattativa Stato-Mafia''' con nuovi interlocutori e mediatori: Bernardo Provenzano e [[Marcello Dell'Utri]]. Il [[10 febbraio]] il Ministro Martelli si dimise da Ministro della Giustizia, travolto dallo scandalo di Tangentopoli, e venne sostituito da Giovanni Conso, scelto personalmente da Luigi Scalfaro. | |||
informazioni al generale dei carabinieri Francesco Delfino, utili alla cattura di Riina. Grazie | |||
Il | |||
Il 10 febbraio | |||
== Le indagini sui movimenti leghisti meridionali == | == Le dichiarazioni di Leonardo Messina e le indagini sui movimenti leghisti meridionali == | ||
Il 4 dicembre 1992 la Commissione | Il [[4 dicembre]] 1992 la Commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Luciano Violante, interrogò [[Leonardo Messina]], detto Narduzzo, uomo d'onore dal 1980 e capodecina del mandamento di San Cataldo, che aveva iniziato a collaborare nel giugno 1992 con [[Paolo Borsellino]]. | ||
In particolare le dichiarazioni di Tullio Cannella, rese il 28 maggio 1997, mettono in luce come il movimento secessionista Sicilia Libera facesse parte di una strategia politica più ampia che avrebbe costituito la soluzione finale per tutti i problemi di Cosa Nostra. | Secondo il racconto del pentito, Cosa Nostra aveva come scopo quello di '''crearsi un proprio Stato''', attraverso un progetto separatista della Sicilia. Le spinte separatiste erano sostenute oltre che dalla massoneria, anche da settori delle istituzioni, dell'imprenditoria e della politica (da lui definite “forze esterne” o “formazioni nuove”). La Sicilia indipendente, staccata dal resto d’Italia, sarebbe diventata lo Stato di Cosa Nostra. In particolare, Messina affermò che i vertici di Cosa Nostra “''Oggi possono arrivare al potere senza fare un colpo di stato''”, e ancora “''Cosa Nostra appoggerà una forza politica siciliana con un nome nuovo''”. | ||
Un altro collaboratore di giustizia, Massimo Pizza, facente parte del mondo della finanza e legato alla criminalità organizzata, durante un interrogatorio del 25 luglio 1996 dichiarò: | In un successivo interrogatorio, reso il [[6 febbraio]] [[1996]] davanti alla Procura di Palermo, Messina precisò le sue affermazioni, dichiarando che Provenzano, Riina, Madonia e Santapaola tra l’agosto del 1991 e l’inizio del 1992 discussero di un progetto politico volto a '''dividere l’Italia in tre Stati''': uno del Nord uno del Centro e uno del Sud. Coinvolti erano non solo esponenti della criminalità organizzata ma anche della politica, della massoneria e alcune non precisate potenze straniere. | ||
Pizza | |||
Secondo altri collaboratori di giustizia non solo siciliani ma anche calabresi e pugliesi, fin dal [[1991]] fu messo in moto un progetto politico-criminale tra Cosa Nostra, altre organizzazioni mafiose e ambienti della massoneria deviata con lo scopo di eliminare i vecchi referenti politici e creare le condizioni per la nascita di un nuovo soggetto politico, anche attraverso azioni terroristiche. | |||
Le investigazioni della Dia successive alle dichiarazioni di Messina portarono ad individuare il ruolo trainante della massoneria deviata, tra cui quello di [[Licio Gelli]] (Gran maestro della loggia massonica P2) e della destra eversiva come Stefano Delle Chiaie (estremista di destra capo di Avanguardia Nazionale) nella nascita delle Leghe meridionali. Secondo le informative della Dia del [[3 giugno]] [[1997]] e del [[31 gennaio]] [[1998]]<ref>Informative n. 17959/97 del 3 giugno 1997 e n. 3815/98 del 31 gennaio 1998 e allegati</ref>, nel 1991 nacquero i seguenti movimenti leghisti legati a Licio Gelli: | |||
* Lega italiana del 7 maggio 1991; | |||
* Lega italiana-Lega delle leghe fondata il 31 gennaio 1992; | |||
* Lega Italia del marzo 1993; | |||
* Vari movimenti leghisti nelle regioni centrali e meridionali in particolare Lega meridionale Centro-Sud-Isole fondata 27 giugno 1989; | |||
* Sicilia Libera nata nel 1993; | |||
In particolare le dichiarazioni di [[Tullio Cannella]], rese il [[28 maggio]] [[1997]], mettono in luce come il movimento secessionista Sicilia Libera facesse parte di una strategia politica più ampia che avrebbe costituito la soluzione finale per tutti i problemi di Cosa Nostra. Disse il pentito: “''il movimento Sicilia Libera era solo uno dei movimenti di una complessa strategia politica e criminale della quale sono stato messo al corrente da Bagarella''” e poi ancora “''le stragi al Nord erano finalizzate a distrarre l’attenzione dal problema di Cosa Nostra in Sicilia, a creare un clima più propizio per addivenire in quel momento in tempi più brevi alla separazione dell’Italia fra Nord e Sud.''”<ref>Torrealta, op.cit., p.358-359</ref> | |||
Un altro collaboratore di giustizia, '''Massimo Pizza''', facente parte del mondo della finanza e legato alla criminalità organizzata, durante un interrogatorio del [[25 luglio]] [[1996]] dichiarò: “l''a Lega Meridionale è la longa manus di Cosa Nostra e deve attuare un progetto di rivoluzione politica, ispirato da Licio Gelli, che sarebbe sfociato in una nuova forma di Stato. Tale progetto si articolava in tre fasi: 1) una fase di infiltrazione nelle istituzioni e in particolare nell’arma dei Carabinieri e della Polizia 2) una seconda fase consistente nella delegittimazione della classe politica e della magistratura 3) una terza fase militare.''”<ref>Ivi, p.314-315</ref> Pizza dichiarò inoltre il coinvolgimento non solo di Gelli ma anche del Senatore [[Giulio Andreotti|Andreotti]], che in un primo tempo aveva appoggiato il progetto e successivamente si era tirato indietro. Da ciò si potrebbe ipotizzare anche una nuova lettura dell’omicidio Lima, e cioè quella di una pressione su Andreotti attraverso l’omicidio del suo referente politico in Sicilia, per aver ancora una volta tradito i vertici di Cosa Nostra. | |||
== La nuova ondata di stragi == | == La nuova ondata di stragi == | ||
=== | === Il fallito attentato di Via Fauro === | ||
Il 14 maggio 1993 alle 21 | * Per approfondire vedi [[Fallito Attentato di via Fauro]] | ||
Il [[14 maggio]] 1993 alle 21:35 a Roma vi fu una potente esplosione tra Via Fauro e Via Boccioni. L’esplosione provocò il danneggiamento di edifici, alcuni feriti ma nessuna vittima. L’obiettivo dell’attentato era [[Maurizio Costanzo]] a causa del suo impegno giornalistico contro la mafia. Un'altra interpretazione avvallata fu che l’obiettivo non era il giornalista ma piuttosto un funzionario dei servizi civili, Lorenzo Narracci, che abitava in via Fauro e il cui nome fu rinvenuto nel luogo dell’attentato di Capaci. | |||
=== La strage di via dei Georgofili a Firenze === | === La strage di via dei Georgofili a Firenze === | ||
Il 27 maggio 1993 qualche minuto dopo l’una di notte in via dei Georgofili a Firenze | * Per approfondire vedi [[Strage di Via dei Georgofili]] | ||
L’ipotesi che l’obiettivo non fosse un monumento o la galleria degli Uffizi venne avvallata durante il dibattimento per la strage, il 28 novembre 1996, durante il quale si ipotizzò che l’obiettivo fosse la stessa Accademia dei Georgofili, luogo di ritrovo di uomini politici di rilievo. Nel consiglio accademico erano presenti nomi di personaggi illustri, tra cui il Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Inoltre | Il [[27 maggio]] 1993 qualche minuto dopo l’una di notte in via dei Georgofili a Firenze vi fu una violentissima esplosione che provocò la morte di cinque persone, il ferimento di quasi trenta, il crollo della Torre dei Pulci, sede dell’accademia dei Georgofili, e il danneggiamento della galleria degli Uffizi. | ||
Il 4 giugno 1993 Nicolò Amato venne dimesso dalla guida del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dimostratosi negli ultimi mesi particolarmente intransigente | |||
Il 29 giugno 1993 nacque Forza Italia, i cui fondatori erano oltre a Silvio Berlusconi anche Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. | L’ipotesi che l’obiettivo non fosse un monumento o la galleria degli Uffizi venne avvallata durante il dibattimento per la strage, il [[28 novembre]] [[1996]], durante il quale si ipotizzò che l’obiettivo fosse la stessa Accademia dei Georgofili, luogo di ritrovo di uomini politici di rilievo. Nel consiglio accademico erano presenti nomi di personaggi illustri, tra cui il Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Inoltre l’Accademia poteva contare di un certo numero di membri autorevoli della loggia massonica Grande Oriente d’Italia. | ||
=== Le dimissioni di Amato e la nascita di Forza italia === | |||
Il [[4 giugno]] 1993 '''Nicolò Amato''' venne dimesso dalla guida del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dimostratosi negli ultimi mesi particolarmente intransigente sull'applicazione del 41 bis. Al suo posto venne nominato, su pressione del presidente Oscar Luigi Scalfaro, Adalberto Capriotti, un anziano magistrato di Trento con nessuna competenza nel settore carcerario. | |||
Il [[29 giugno]] 1993 nacque Forza Italia, i cui fondatori erano oltre a [[Silvio Berlusconi]] anche Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. | |||
=== La strage di Via Palestro a Milano === | === La strage di Via Palestro a Milano === | ||
Il 27 luglio | * Per approfondire, vedi [[Strage di Via Palestro]] | ||
Il [[27 luglio]] verso le 23:00 esplose un’autobomba in Via Palestro a Milano, provando la morte di cinque persone e il ferimento di altre sei. L'onda d'urto dell'esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti, distrusse il muro del Padiglione d'Arte Contemporanea e danneggiò la vicina Galleria d'Arte Moderna. La deflagrazione provocò, nella notte, verso le 4 e mezzo del mattino, un'altra esplosione dovuta alla rottura di una tubatura sotterranea del gas, che provocò ulteriori danni al Padiglione, alle opere d'arte al suo interno e anche alla vicina Villa Reale. | |||
=== Le autobombe di S.Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma === | |||
* Per approfondire, vedi [[Autobombe alle Chiese di Roma]] | |||
Pochi minuti dopo la bomba di Milano, alle 0:03 del 28 luglio 1993 scoppiò un’altra bomba a Roma in piazza S.Giovanni in Laterano. L’esplosione provocò danni ai palazzi circostanti ma miracolosamente non fece vittime. Cinque minuti dopo, alle 0:08 ne scoppiò un'altra in Via Velabro, anche questa senza fare vittime e danneggiando la chiesa di San Giorgio. | |||
Ancora più allarmante fu quello che avvenne immediatamente dopo l’esplosione delle bombe: '''un misterioso guasto al centralino di Palazzo Chigi'''. I telefoni della presidenza del consiglio rimasero isolati per due ore, dalle 0.22 fino alle 3.02 del 28 luglio. | |||
La mattina seguente il prefetto Angelo Finocchiaro rassegnò le dimissioni dalla direzione del Sisde e al suo posto venne nominato il prefetto Domenico Salazar. Mentre l’offensiva stragista di Cosa Nostra raggiungeva il culmine, la risposta dello Stato fu alquanto morbida. Nel novembre del 1993 '''non vennero rinnovati 343 provvedimenti di 41-bis''' a detenuti mafiosi. | |||
La mattina seguente il prefetto Angelo Finocchiaro rassegnò le dimissioni dalla direzione del Sisde e al suo posto venne nominato il prefetto Domenico Salazar. | |||
Mentre l’offensiva stragista di Cosa Nostra raggiungeva il culmine, la risposta dello Stato fu alquanto morbida. Nel novembre del 1993 non vennero rinnovati 343 provvedimenti di 41-bis a detenuti mafiosi | |||
=== | === Fallito Attentato dello stadio Olimpico di Roma === | ||
All’inizio del 1994 durante il derby Roma-Lazio sarebbe dovuta esplodere un’altra autobomba accanto ad alcune corriere che trasportavano i carabinieri per il servizio d’ordine pubblico. Se la bomba fosse esplosa avrebbe provocato più di duecento morti tra le forze di polizia e numerosi civili. | * Per approfondire, vedi [[Fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma]] | ||
All’inizio del [[1994]] durante il derby Roma-Lazio sarebbe dovuta esplodere un’altra autobomba accanto ad alcune corriere che trasportavano i carabinieri per il servizio d’ordine pubblico. Se la bomba fosse esplosa avrebbe provocato più di duecento morti tra le forze di polizia e numerosi civili. Nel gennaio del 1994 una Lancia Thema venne attrezzata per esplodere e portata allo stadio Olimpico di Roma. L’ordigno era predisposto per esplodere con un telecomando. L’auto venne parcheggiata un’ora prima della fine della partita. L’esplosione però non avvenne a causa di un guasto del telecomando. | |||
=== Dalle bombe ai decreti-legge === | === Dalle bombe ai decreti-legge === | ||
Il 27 febbraio 1994 vennero arrestati i fratelli Graviano a Milano e un mese dopo, il 28 marzo | Il [[27 febbraio]] [[1994]] vennero arrestati i fratelli Graviano a Milano e un mese dopo, il [[28 marzo]] [[Silvio Berlusconi]] vinse le elezioni politiche con il suo nuovo partito Forza Italia. | ||
Secondo le dichiarazioni di Antonino Giuffrè rese il 7 gennaio | |||
Questa formazione politica nacque quindi come effetto della | Secondo le dichiarazioni di [[Antonino Giuffrè]] rese il [[7 gennaio]] [[2003]], ci fu un contatto tra Cosa Nostra e Berlusconi già intorno agli anni Settanta. Con l'omicidio di [[Salvo Lima]] Cosa Nostra volle chiudere i rapporti con la politica democristiana e aprirne altri con un nuovo soggetto politico, secondo il pentito proprio Forza Italia<ref>Torrealta, op. cit., p.184-187</ref>. Questa formazione politica nacque quindi come effetto della Trattativa e avrebbe dovuto dare garanzie che la democrazia cristiana non era più in grado di offrire. Cosa Nostra invece avrebbe dovuto cercare e offrire voti a questa formazione politica. L'uomo cerniera capace di condurre le trattative venne individuato nella persona di [[Marcello Dell'Utri]], braccio destro di Silvio Berlusconi e poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa nel [[2014]]. | ||
Il 13 luglio | |||
Il | Il [[13 luglio]] fu emanato il '''decreto Biondi''', che consentiva per la maggior parte dei condannati per corruzione di beneficiare degli arresti domiciliari durante il giudizio. Il decreto modificava poi l'art 275 c.p.p. nella parte in cui la pericolosità di chi commetteva reati per mafia non fosse presunta ma valutata di volta in volta dal giudice, così da verificare se sussistessero esigenze cautelari. Il decreto venne poi ritirato dopo le vibranti proteste di magistrati e opinione pubblica, in particolare del pool di Mani Pulite. | ||
Il [[1° agosto]] [[1996]] venne presentato un progetto di legge dai senatori Melchiorre Cirami e Bruno Napoli, appartenenti al partito Centro Cristiano Democristiano, che prevedeva la c.d. '''dissociazione'''. Si prevedevano cioè una serie di benefici per quei mafiosi che avessero ripudiato Cosa Nostra senza accusare altri appartenenti all'organizzazione, una delle richieste avanzate da Cosa Nostra nel c.d. papello. | |||
== L’infiltrato Luigi Ilardo == | == L’infiltrato Luigi Ilardo == | ||
Nel giugno | Nel giugno 1993 il detenuto [[Luigi Ilardo]], cugino del boss Piddu Madonia, chiese un incontro con la Dia dichiarando di conoscere alcuni artificieri delle stragi del 1992-1993. Il capo della Dia, [[Gianni De Gennaro]] affidò l’incarico di incontrare Ilardo al colonello [[Michele Riccio]]. Ilardo decise di iniziare un processo di collaborazione, essendo disposto ad essere un infiltrato in Cosa Nostra. | ||
Il 31 ottobre 1995 il collaboratore riuscì ad ottenere la fiducia di Bernardo Provenzano con il quale era da tempo in contatto e riuscì a fissare un incontro con il boss. Il | |||
Durante | Il [[31 ottobre]] [[1995]] il collaboratore riuscì ad ottenere la fiducia di [[Bernardo Provenzano]] con il quale era da tempo in contatto e riuscì a fissare un incontro con il boss. Il colonnello Riccio comunicò subito ai superiori, tra cui [[Mario Mori|Mori]], che vi sarebbe stata la possibilità di catturare Provenzano ma questi sembrarono disinteressati alla notizia<ref>Ivi, pp. 163-165</ref>. | ||
Trascorsi alcuni mesi l’autorità giudiziaria di Palermo manifestò | Durante l'incontro tra Ilardo e Provenzano fu disposto soltanto un servizio di osservazione dei luoghi ad una certa distanza dal casolare e non avvenne alcun arresto, anzi, il colonnello Mori e i colleghi Obinu e Ganzer dissero a Riccio di non predisporre alcuna relazione per i magistrati poiché riguardava attività di latitanti<ref>Ibidem</ref>. | ||
Il colonello Mori spinse | |||
Il dottor Caselli chiese quindi a Riccio di registrare le dichiarazioni di Ilardo in vista dei successivi interrogatori, ma ciò non avvenne perché il 10 maggio 1996 Ilardo fu ucciso | Trascorsi alcuni mesi l’autorità giudiziaria di Palermo manifestò l'idea che Ilardo dovesse iniziare una collaborazione formale con i magistrati. Il colonello Mori spinse affinché Ilardo collaborasse esclusivamente con [[Giovanni Tinebra]], mentre Ilardo espresse fermamente la volontà che ci fosse anche il dottor [[Gian Carlo Caselli|Caselli]] e che senza tale soggetto egli non avrebbe collaborato. Il colloquio non venne verbalizzato e il dottor Tinebra chiese che si proseguisse successivamente. | ||
Il dottor Caselli chiese quindi a Riccio di registrare le dichiarazioni di Ilardo in vista dei successivi interrogatori, ma ciò non avvenne perché il [[10 maggio]] [[1996]] '''Ilardo fu ucciso'''. Il giorno stesso dell'uccisione di Ilardo, Riccio venne raggiunto dal capitano Damiano della procura di Caltanissetta, il quale visibilmente preoccupato gli riferì che era trapelata la notizia della collaborazione e che aveva già diramato la notizia al colonello Mori e al maggiore Obinu. Nei mesi successivi il colonello Mori e Obinu insistettero per non redigere un rapporto conclusivo su quanto era avvenuto, e in particolare sulle vicende connesse al mancato arresto di Provenzano. La stessa Procura di Caltanissetta chiese a Riccio di non inserire nel rapporto alcun riferimento al colloquio avvenuto tra Ilardo e i magistrati<ref>Ibidem</ref>. | |||
== Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia == | == Il processo sulla Trattativa Stato-Mafia == | ||
=== Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino === | === Antefatti === | ||
Il 19 dicembre 2007 il settimanale “Panorama” pubblicò | ==== Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino ==== | ||
La risposta dell’autorità giudiziaria non tardò ad arrivare e pochi giorni dopo le procure di Caltanissetta e di Palermo vollero | Il [[19 dicembre]] [[2007]] il settimanale “Panorama” pubblicò un'intervista a [[Massimo Ciancimino]], figlio di [[Vito Ciancimino|Vito]], nella quale vennero toccati argomenti “scottanti” del periodo delle stragi del 1992-1993 e di una “Trattativa” tra Stato e Cosa Nostra a cui Massimo aveva assistito. La risposta dell’autorità giudiziaria non tardò ad arrivare e pochi giorni dopo le procure di Caltanissetta e di Palermo vollero interrogarlo: il [[29 gennaio]] [[2008]] Ciancimino venne sentito dalla procura di Caltanissetta di fronte al procuratore Renato Di Natale e al sostituto Rocco Liguori. Il [[7 aprile]] Ciancimino iniziò quindi a collaborare con la Procura di Palermo nell'ambito delle coperture riguardanti la latitanza di Bernardo Provenzano, davanti ai sostituti procuratori [[Antonio Ingroia]] e [[Nino Di Matteo]]. | ||
Il 7 aprile | |||
Durante l'interrogatorio del [[9 novembre]] [[2009]] il figlio di don Vito raccontò del rapporto tra suo padre e Provenzano, ricordando come il padre desse del tu a Provenzano chiamandolo “Binnu”, mentre il boss dava del lei a Ciancimino chiamandolo “ingegnere”. Il rapporto tra i due era infatti molto stretto poiché il boss, compaesano di Vito e più piccolo d'età, aveva preso ripetizioni di matematica dall'ex-sindaco di Palermo. | |||
Durante | |||
Durante | Durante l'interrogatorio dell'[[8 luglio]] Ciancimino jr. raccontò della nascita della Trattativa e del ruolo assunto da suo padre e dal colonnello Mario Mori e dal capitano De Donno e le varie fasi di questo rapporto, sottolineando come a seguito dell'arresto del padre e di Totò Riina i rapporti fossero continuati tra Dell'Utri e Provenzano<ref>Ivi, pp. 68-69</ref>. | ||
Nel corso del | |||
==== Il pentimento di Gaspare Spatuzza ==== | |||
Il [[26 giugno]] [[2008]] [[Gaspare Spatuzza]] si accusò del furto della Fiat 126 usata come autobomba nella [[Strage di Via Mariano d’Amelio|Strage di Via D'Amelio]], portando come prova della sua attendibilità il fatto che avesse fatto cambiare i freni della macchina, totalmente consumati: fu questo dettaglio ad avvalorare la tesi di Spatuzza, dato che i freni risultarono effettivamente nuovi subito dopo i rilievi delle forze dell'ordine. Venne dunque organizzato un confronto tra Gaspare Spatuzza e [[Vincenzo Scarantino]], Francesco Andriotta e Salvatore Candura (autoaccusatosi del furto della macchina). Quest'ultimo ammise di essersi inventato tutto su pressione di poliziotti e scoppiò a piangere e anche Scarantino chiese di interrompere il confronto. La versione raccontata da Spatuzza risultò quindi attendibile. | |||
==== L'iscrizione nel registro degli indagati di Riina, Provenzano e uomini delle istituzioni ==== | |||
A seguito delle dichiarazioni di Ciancimino, il [[27 ottobre]] [[2010]] furono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Palermo lo stesso Ciancimino e [[Mario Mori]] (per concorso esterno in associazione mafiosa), il colonnello [[Giuseppe De Donno]] e altri esponenti delle istituzioni accanto ai boss [[Bernardo Provenzano]] e [[Salvatore Riina]] (per attentato a corpo politico dello Stato)<ref>Salvo Palazzolo, [http://palermo.repubblica.it/cronaca/2010/10/27/news/mafia_mori_indagato-8484641/?ref=HRER2-1 Trattativa Stato-mafia, indagato Mori], la Repubblica, 27 ottobre 2010</ref>. | |||
==== Le audizioni di politici e dirigenti del Dap nel 2010 ==== | |||
Nel corso del [[2010]] le Procure di Palermo e Caltanissetta ascoltarono diversi ex-ministri e politici, nonché dirigenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. | |||
Il [[13 novembre]], a distanza di 17 anni, venne ritrovato un appunto del DAP, il "''numero 115077 del 6 marzo 1993''", indirizzato al Capo di gabinetto dell'allora ministro della Giustizia [[Giovanni Conso]], firmato dall'allora direttore [[Nicolò Amato]], dove a pagina 59 si parlava della "Revisione dei decreti ministeriali emanati a partire dal luglio '92, sulla base dell'articolo 41 bis"<ref>Salvo Palazzolo, [http://www.repubblica.it/politica/2010/11/13/news/stop_al_41_bis_spunta_il_suggeritore_di_conso-9055803/ Trattativa Stato-Mafia, stop al 41 bis spunta il suggeritore di Conso], la Repubblica, 13 novembre 2010</ref>. Nel documento si legge che "''appare giusto ed opportuno rinunciare ora all'uso di questi decreti''" e venivano indicate due strade "''lasciarli in vigore fino alla scadenza senza rinnovarli, ovvero revocarli subito in blocco. Mi permetterei di esprimere una preferenza per la seconda soluzione''". Amato spiega perché: "''L'emanazione dei 41 bis era giustificata dalla necessità di dare alla criminalità mafiosa una risposta. Ma non vi è dubbio che la legge configura il ricorso a questi decreti come uno strumento eccezionale e temporaneo''". Lo stesso capo del DAP poi precisa che "''in sede di Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza, nella seduta del 12 febbraio, sono state espresse, particolarmente da parte del capo della polizia, riserve sulla eccessiva durezza di siffatto regime penitenziario. Ed anche recentemente da parte del ministero dell'Interno sono venute pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e di Secondigliano''". | |||
Nell'audizione di due giorni prima l'ex-ministro della giustizia Conso si era invece assunto in solitaria la responsabilità politica della revoca dei 140 regimi di 41-bis, sostenendo che in quel modo era riuscito a impedire altre stragi<ref>Conso: “Nel ’93 non rinnovai il 41 bis per l’Ucciardone e evitai altre stragi”, il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2010</ref>; circostanza dunque smentita dal ritrovamento dell'appunto del DAP. | |||
Il [[15 dicembre]] vennero ascoltati gli ex-presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi. Durante l'audizione, tenutasi a Palazzo Giustiniani a Roma e condotta dal procuratore di Palermo Francesco Messineo, l'aggiunto [[Antonio Ingroia]] e i sostituti [[Nino Di Matteo]] e Paolo Guido, Ciampi ricordò i contenuti di una sua intervista in cui temette nel 1993 un golpe, per via dell'isolamento telefonico di Palazzo Chigi. | |||
==== L'arresto di Massimo Ciancimino per calunnia ==== | |||
Il [[21 aprile]] [[2011]] la procura di Palermo arrestò per calunnia aggravata Massimo Ciancimino a Parma, sulla base di un fermo disposto dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guida per calunnia aggravata; secondo la ricostruzione della polizia scientifica, il figlio di don Vito aveva falsificato un documento, poi consegnato alla magistratura come prova, in cui veniva fatto il nome dell'ex-capo della polizia Gianni De Gennaro, in quel momento direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. | |||
==== La conversazione Mannino-Gargani ==== | |||
Il [[21 dicembre]] [[2011]] la giornalista de "Il Fatto Quotidiano" Sandra Amurri ascoltò casualmente una conversazione tra l'ex ministro [[Calogero Mannino]] e l'europarlamentare Udc Giuseppe Gargani, di cui diede notizia il [[10 marzo]] dell'anno successivo<ref>Sandra Amurri, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/10/mannino-fuorionda-sulla-trattativa-hanno-capito-tutto-stavolta-fottono/196466/ Mannino, “fuorionda” sulla trattativa: “Hanno capito tutto, stavolta ci fottono”], il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2012</ref>, dopo aver testimoniato davanti ai magistrati dell'inchiesta. Mannino disse all'interlocutore: | |||
“''Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione''”<ref>Ibidem</ref>. | |||
==== Le intercettazioni telefoniche tra Nicola Mancino e Loris D'Ambrosio ==== | |||
Il [[4 novembre]] [[2011]] il gip di Palermo, Riccardo Ricciardi accolse la richiesta della Procura di intercettare gli ex ministri Mancino e Conso, poiché si temeva che gli stessi potessero contattare personaggi coinvolti nell'inchiesta per concordare una qualche deposizione “di comodo”. | |||
Dal [[25 novembre]] Mancino cominciò a sentire il consigliere giuridico del Presidente della Repubblica '''Loris D'Ambrosio''', magistrato in servizio all'Alto Commissariato Antimafia insieme a [[Bruno Contrada]] e [[Francesco Di Maggio]], poi al ministero della Giustizia sotto il ministro Martelli ai tempi di Falcone, fino a diventare vice-capogabinetto con il ministro Conso durante il governo Ciampi, di cui Nicola Mancino era ministro dell'Interno. In quelle intercettazioni Mancino chiedeva fondamentalmente una tutela da parte del Presidente della Repubblica<ref>Marco Lillo, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/23/trattativa-stato-mafia-tutte-telefonate-mancino-dambrosio/273134/ Trattativa Stato-mafia, tutte le telefonate tra Mancino e D’Ambrosio], il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2012</ref>. | |||
In particolare, Mancino insisteva sulla possibilità che le indagini sulla Trattativa venissero tolte alla Procura di Palermo e trasferite a Caltanissetta, competente sulla strage di Via D'Amelio e sul depistaggio dei Processi Borsellino, semplicemente perché il [[9 marzo]] 2012 il gip di Caltanissetta Alessandra Giunta aveva archiviato le posizioni dei politici nell'inchiesta sui depistaggi nella Strage di Via D'Amelio e quindi gli sembrava "più morbida", benché la stessa gip avesse messo nero su bianco pesanti giudizi sulle loro condotte: "''Tante amnesie di uomini dello Stato perdurano ancora oggi [...] anche se il quadro, allo stato, non ci consegna alcuna responsabilità penale di uomini politici allora al potere''"<ref>Citato in Marco Travaglio, E' Stato la Mafia, Milano, Chiarelettere, p. 102</ref>. | |||
Mancino, allarmato, chiamò nuovamente D'Ambrosio, che lo informò di aver parlato sia con il Presidente Napolitano che con l'allora Procuratore Nazionale Antimafia [[Pietro Grasso]] e che quest'ultimo sarebbe stato chiamato direttamente dal Presidente e che sarebbe stato coinvolto anche il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, che effettivamente il [[14 marzo]] chiese le carte del decreto di archiviazione di Caltanissetta. Il giorno dopo Mancino lo chiamò, complimentandosi con queste parole: "Uè, guaglio', ho letto che hai chiesto gli atti a Caltanissetta, bravo" ed Esposito rispose: "''Sono chiaramente a sua disposizione, adesso vedo questo provvedimento e poi ne parliamo. Se vuole venirmi a trovare, quando vuole''"<ref>Ivi, p.107</ref>. | |||
Il [[27 marzo]] Mancino preannunciò a D'Ambrosio una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, di cui i due parleranno in una conversazione il [[3 aprile]], in cui il consigliere giuridico di Napolitano rassicurò l'ex-ministro sul fatto che il Quirinale si sarebbe mosso. Difatti, il giorno dopo il segretario generale del Quirinale Donato Marra trasmise al pg Vitaliano Esposito la lettera di Mancino, allegandovi la seguente nota a nome del Presidente<ref>Ivi, p.108</ref>: | |||
''Illustre Presidente, | |||
per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale il senatore Nicola Mancino [ND non era più senatore dal 2006] si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla cd. "trattativa" che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalità organizzata a ridosso delle stragi del 1992-1993. [...] Il capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede, e quindi anche ai sensi delle attribuzioni del pg della Cassazione [...] al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali. Il presidente Napolitano le sarà grato di ogni consentita notizia.'' | |||
Il giorno successivo D'Ambrosio informò della lettera Mancino, leggendogliela al telefono e confidandogli che la paternità era di Napolitano in persona, che l'aveva concordata con il nuovo procuratore generale ''in pectore'' '''Gianfranco Ciani''' e con il sostituto Pasquale Ciccolo<ref>Ivi, pp. 109-110</ref>. | |||
Il [[19 aprile]] il nuovo pg della Cassazione convocò Pietro Grasso per parlare sia di come avocare l'inchiesta di Palermo sia di come normalizzarla con il famoso "coordinamento" con Caltanissetta e Firenze". Dal verbale della riunione emerse che secondo il Procuratore Nazionale Antimafia non vi erano violazioni tali da poter fondare un intervento di avocazione<ref>Ivi. p. 111</ref>. | |||
Il [[16 maggio]] i pm di Palermo interrogarono Loris D'Ambrosio, chiedendo conto delle telefonate con Mancino, in particolare di quella in cui sosteneva di aver assistito personalmente, nella primavera [[1993]] alla stesura del decreto che nominava Francesco Di Maggio (sprovvisto di titoli) vicedirettore del Dap. Decreto scritto non dalla presidenza del Consiglio né della Repubblica ma dallo stesso Di Maggio nell'ufficio di Liliana Ferraro al ministero della Giustizia. D'Ambrosio smentì davanti ai pm la ricostruzione fatta a Mancino, sostenendo che al massimo aveva potuto vedere una bozza di quel decreto<ref>Ivi, p. 112; Salvo Palazzolo, [http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/22/ambrosio-interrogato-per-due-volte-dai-pm.html D'Ambrosio interrogato per due volte dai pm], la Repubblica, 22 giugno 2012</ref>. | |||
==== La chiusura delle indagini ==== | |||
Il [[13 giugno]] 2012 la Procura di Palermo notificò l'avviso di chiusura delle indagini preliminari a dodici indagati tra cui due ex ministri, Mancino e Mannino, il senatore [[Marcello Dell'Utri|Dell'Utri]], gli ufficiali dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, e i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano e Nino Cinà. Ai boss di Cosa Nostra, agli ufficiali dei Carabinieri e a Mannino e Dell'Utri venne contestato l’art. 338 del codice penale: '''violenza o minaccia a corpi politici dello Stato''', aggravata dall'art. 7 per avere avvantaggiato l'associazione mafiosa armata Cosa nostra e “''consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività''”<ref>Giuseppe Lo Bianco - Sandra Rizza, [https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/14/trattativa-stato-mafia-indagini-chiuse-12-avvisi-da-dellutri-a-mannino/263812/ Trattativa Stato-Mafia, indagini chiuse, 12 avvisi da Dell'Utri a Mannino], il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2012</ref>. Per Massimo Ciancimino, invece, l'accusa era di concorso in associazione mafiosa e di calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, mentre l'ex-ministro Nicola Mancino venne accusato di falsa testimonianza. | |||
==== Le intercettazioni telefoniche tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano ==== | |||
Il [[20 giugno]] 2012 il settimanale "Panorama" rivelò come durante le indagini su Mancino la Procura di Palermo avesse registrato involontariamente alcune telefonate tra l'ex-ministro e il Presidente della Repubblica, che poi si scoprirono essere quattro, intercorse tra il [[7 novembre]] 2011 e il [[9 maggio]] [[2012]] La Procura di Palermo chiese quindi le intercettazioni tra Napolitano e Mancino, sostenendo che le intercettazioni irrilevanti dovessero essere distrutte davanti ad un procedimento camerale e che quelle rilevanti per altri fatti sarebbero state utilizzate in altri procedimenti. | |||
A questo punto il Capo dello Stato sollevò il [[16 luglio]] 2012 un conflitto di attribuzione tra poteri davanti alla Corte Costituzionale, sostenendo come la Procura di Palermo avesse violato le prerogative del Colle al momento della valutazione sulla rilevanza o irrilevanza delle intercettazioni. Nel decreto presidenziale con cui promuoveva il conflitto di attribuzione il Quirinale motivava come le intercettazioni telefoniche cui partecipa il Presidente della Repubblica, anche se indirette, “''non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte, salvi i casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione. Comportano lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione''” e “''l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione (investigativa o processuale), la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte''”.<ref>[https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/16/trattativanapolitano-solleva-conflitto-dattribuzione-contro-i-pm-di-palermo/295147/ Trattativa, Napolitano solleva conflitto d’attribuzione contro i pm di Palermo], il Fatto Quotidiano, 16 luglio 2012</ref>. Secondo la Procura di Palermo, invece, le intercettazioni rilevanti per la persona indagata sarebbero stato comunque utilizzabili. | |||
Il [[4 dicembre]] 2012 la Corte Costituzionale diede ragione al Capo dello Stato dichiarando che «''non spettava alla Procura valutare la rilevanza delle intercettazioni e omettere di chiederne al giudice l'immediata distruzione ai sensi dell'articolo 271 del codice di procedura penale e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti''». Per questo motivo ne ordinò l'immediata distruzione.<ref>[https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2013&numero=1 Corte Costituzionale, Sentenza n.1, Anno 2013]</ref> | |||
== Note == | == Note == | ||
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