Salvatore Riina: differenze tra le versioni

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Il [[16 aprile]] [[1974]] Totò Riina convolò a nozze con [[Antonina Bagarella]], detta Ninetta, dopo diciannove anni di fidanzamento. Il matrimonio fu celebrato nella diocesi di Monreale da tre sacerdoti, di cui solo di uno in seguito si sarebbe saputo il nome: don Agostino Coppola, parroco di Carini, uomo d'onore dedito ai sequestri di persona e cugino del più noto Frank "Tre dita", socio nel traffico di stupefacenti di Luciano Leggio.
Il [[16 aprile]] [[1974]] Totò Riina convolò a nozze con [[Antonina Bagarella]], detta Ninetta, dopo diciannove anni di fidanzamento. Il matrimonio fu celebrato nella diocesi di Monreale da tre sacerdoti, di cui solo di uno in seguito si sarebbe saputo il nome: don Agostino Coppola, parroco di Carini, uomo d'onore dedito ai sequestri di persona e cugino del più noto Frank "Tre dita", socio nel traffico di stupefacenti di Luciano Leggio.


Del matrimonio non si seppe nulla, fino all'arresto di Leoluca Bagarella, latitante insieme alla sorella e al cognato Riina in un appartamento al quinto piano, scala B, di un palazzo di Via Largo San Lorenzo, a Palermo. Durante la perquisizione, i carabinieri guidati dal maggiore [[Giuseppe Russo]] ritrovarono un invito alle nozze dei Corleonesi. Al quinto piano, scala A, dello stesso palazzo, abitava [[Francesco Madonia]], uno dei più sanguinari mafiosi della borgata. Il palazzo era invece di proprietà della Zoo Sicula, una società di [[Giuseppe Mandalari]], ex-impiegato dell'assessorato regionale ai Lavori Pubblici e consulente finanziario, maestro di 33° grado della Massoneria. A costruirlo invece era stato Giovanni Pilo, imprenditore edile sposato con la sorella dell'uomo d'onore [[Giuseppe Giacomo Gambino]], a sua volta imparentato con altri boss del quartiere di Resuttana e del rione della Noce.
Del matrimonio non si seppe nulla, fino all'arresto di Leoluca Bagarella, latitante insieme alla sorella e al cognato Riina in un appartamento al quinto piano, scala B, di un palazzo di Via Largo San Lorenzo, a Palermo. Durante la perquisizione, i carabinieri guidati dal maggiore [[Giuseppe Russo]] ritrovarono un invito alle nozze dei Corleonesi. Al quinto piano, scala A, dello stesso palazzo, abitava [[Francesco Madonia]], uno dei più sanguinari mafiosi della borgata. Il palazzo era invece di proprietà della Zoo Sicula, una società di [[Giuseppe Mandalari]], ex-impiegato dell'assessorato regionale ai Lavori Pubblici e consulente finanziario, maestro di 33° grado della Massoneria. A costruirlo invece era stato Giovanni Pilo, imprenditore edile sposato con la sorella dell'uomo d'onore [[Giuseppe Giacomo Gambino]], a sua volta imparentato con altri boss del quartiere di Resuttana e del rione della Noce. Giovanni Russo capì che nuovi equilibri stavano emergendo in Cosa Nostra, a causa degli interessi criminali comuni fra il gruppo Corleonese e la cosca di Palermo di San Lorenzo.
 
==== Nella Commissione ====
==== Padre di famiglia ====
Nove mesi dopo il matrimonio, Ninetta diede alla luce la prima figlia di Totò, [[Maria Concetta Riina|Maria Concetta]]. Era il [[19 dicembre]] [[1974]], la clinica quella "Pasqualino e Noto" di Palermo, una delle più esclusive della città. Anche gli altri tre figli nacquero alla clinica Pasqualino e Noto: [[Giovanni Francesco Riina|Giovanni Francesco]] il [[21 febbraio]] [[1976]]; [[Giuseppe Salvatore Riina|Giuseppe Salvatore]] il [[3 maggio]] [[1977]]; [[Lucia Riina|Lucia]] l'[[11 novembre]] [[1980]]. La famiglia visse a Palermo per anni: Riina andava in giro scortato dai suoi picciotti, mentre Ninetta veniva accompagnata da autisti e uomini di fiducia a fare compere, a passeggiare liberamente per Palermo, come se niente fosse. Lui frequentava ristoranti a Mondello e a Monreale, il bar della discoteca Life, mentre girava su una Mercedes bianca che guidava lui stesso.
 
==== Ninì Russo: il carabiniere che aveva capito tutto ====
Benché all'inizio degli anni Settanta Cosa Nostra avesse vietato, con la commissione regionale, i sequestri di persona in Sicilia, questi andarono avanti inspiegabilmente. Il primo ad essere rapito, dopo il divieto, fu Francesco Caruso, figlio di un facoltoso proprietario terriero di Salemi. Poi ci fu quello di Nicola Campisi, avvocato di Sciacca. Il più eclatante, quello dell'esattore Luigi Corleo, rapito nel luglio 1975 e mai più liberato: questi non era un personaggio qualsiasi, bensì il suocero di [[Nino Salvo]], ricchissimo uomo d'affari a capo di un impero economico, uomo d'onore legato ai Bontate e ai Badalamenti. I rapitori chiesero 20 miliardi di lire di riscatto.
 
Giovanni Russo, Ninì per gli amici, capì chi c'era dietro i rapimenti: i Corleonesi di Leggio e Riina. Totò aveva organizzato la campagna dei sequestri per procurarsi un po' di soldi, poi era passato agli appalti pubblici. E al tempo stesso sfidava la potente mafia palermitana. Tutt'al più che nella valle del Belice c'erano oltre mille miliardi di finanziamenti da spartire per la ricostruzione del dopo terremoto del 1968, oltre al fiume di denaro pubblico che avrebbe invaso la Sicilia per realizzare la strada a scorrimento veloce Palermo-Sciacca e la diga Garcia.
 
Russo scoprì assieme al suo sottufficiale di fiducia, il maresciallo Giuliano Guazzelli, che a Palermo e a Trapani si erano costituite in quei mesi numerose società intestate tutte a Giuseppe Mandalari, proprio in concomitanza con il pagamento dei riscatti dei sequestri di persona. Questa scoperta, riportata anche di fronte alla Commissione Parlamentare Antimafia, segnò la condanna a morte del Colonnello.
 
La sera del 20 agosto 1977 i Corleonesi di Totò Riina, senza alcun permesso da parte della commissione regionale, uccisero Giuseppe Russo sulla piazzetta di Ficuzza, mentre era in vacanza ai piedi della Rocca Busambra, in una casetta trovata da un suo conoscente, il professore Filippo Costa, originario di Misilmeri e con parentele di mafia. I sicari spararono quando il colonnello si accese una sigaretta, di modo che non potesse difendersi estraendo la pistola. La sua ultima sigaretta gli fu fatale.
 
=== La conquista di Cosa Nostra ===
Nel suo piano di conquista di Cosa Nostra, Totò Riina riuscì a conquistarsi due preziosi alleati a Catania e nella provincia di Caltanissetta, rispettivamente [[Nitto Santapaola|Benedetto "Nitto" Santapaola]] e Francesco Madonia. Il primo insidiava la roccaforte di [[Pippo Calderone]], l'altro quella di [[Peppe Di Cristina]] di Riesi. La strategia del futuro Capo dei Capi era semplice: apparentemente sembrava non volere né chiedere mai nulla, nei fatti seminava odio e al tempo stesso guadagnava amici fedeli per la futura guerra nelle varie famiglie, che lo tenevano aggiornato sugli affari e i movimenti dei capifamiglia.
 
Così facendo, i Corleonesi erano riusciti a mettere la mani sulla totalità degli appalti e dei subappalti per la ricostruzione del Belice, ai danni delle altre famiglie. Se questo mandava su tutte le furie Di Cristina e Calderone, le famiglie palermitane, impegnate nella delicata transizione dal contrabbando di sigarette al traffico di droga, non se ne curavano affatto del potere che ''U curtu'' stava guadagnando alle loro spalle.
 
==== Il fallito attentato a Di Cristina e l'uccisione di Madonia ====
Riina si fece un altro potente alleato: [[Michele Greco]], detto il Papa. Fu grazie a lui che il boss di Corleone seppe della proposta di Giuseppe Di Cristina, durante l'abituale riunione delle famiglie alla Favarella, di far fuori lui e Provenzano, considerati schegge impazzite che procuravano solo guai a Cosa Nostra. Il [[21 novembre]] [[1977]] fu organizzato l'omicidio del capomafia di Riesi, ma i sicari di Riina mancarono il colpo, uccidendo la guardia del corpo. La reazione di Di Cristina fu duplice: da un lato passò diverse informazioni alla polizia sui Corleonesi, dall'altra progettò con Calderone un complotto ai danni di Riina, cercando di scatenare l'ira di Bontate contro Madonia. Il piano fallì, così l'[[8 aprile]] [[1978]] i due boss fecero di testa loro, uccidendo lo storico alleato dei Corleonesi.
 
==== La vendetta e il preludio ====
Giuseppe Di Cristina avrebbe trovato la morte il 30 maggio 1978, a Palermo, per mano di due killer di Riina, con sei pallottole in testa. La sera del delitto fu convocata da Stefano Bontate una riunione nel baglio di fondo Magliocco: c'erano gli Inzerillo, sul territorio dei quali era stato consumato l'omicidio, e altri capimafia, tra cui Michele Greco, che alla fine placò i sentimenti di vendetta dei presenti. Ciononostante, l'[[8 settembre]] i Corleonesi uccisero Pippo Calderone. A tenere l'elogio funebre in commissione regionale fu proprio Totò Riina, che aveva ordinato l'omicidio. L'eliminazione dei due capimafia di Cosa Nostra fu il preludio della cosiddetta Seconda Guerra di Mafia. I Corleonesi erano pronti a prendersi Cosa Nostra.
 
==== Seconda guerra di mafia ====
==== Seconda guerra di mafia ====
==== Capo dei Capi ====
==== Capo dei Capi ====
=== L'attacco frontale allo Stato ===
=== L'attacco frontale allo Stato ===
=== La trattativa Stato - Mafia ===
=== La trattativa Stato - Mafia ===
=== L'arresto ===
=== L'arresto ===