Salvatore Riina: differenze tra le versioni
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==== La Strage del bastione San Rocco ==== | ==== La Strage del bastione San Rocco ==== | ||
Fingendo di voler siglare un armistizio con gli uomini di Navarra, rimasti senza capo, Riina diede appuntamento a Pietro Mauri e ai fratelli Giovanni e Marco Marino, con l'unico obiettivo di eliminarli. Al tramonto del 6 settembre 1958, presso il bastione San Rocco di Corleone, mentre Totò intratteneva i navarriani, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella erano appostati in attesa di tendergli un agguato. Fu l'inizio dell'epurazione di Corleone di tutti quelli che erano stati fedeli a Michele Navarra, nonché dei cosiddetti neutrali, che non avevano intenzione di prendere parte alla disputa (fu il caso di Carmelo Lo Bue, anziano mafioso i cui figli erano emigrati negli USA, che proprio poco prima della partenza fu ucciso per non aver voluto fare da intermediatore tra Leggio e i resti della cosca navarriana). Quelli che venivano considerati spie, infami o traditori furono vittime della [[Lupara bianca|lupara bianca]]. | Fingendo di voler siglare un armistizio con gli uomini di Navarra, rimasti senza capo, Riina diede appuntamento a Pietro Mauri e ai fratelli Giovanni e Marco Marino, con l'unico obiettivo di eliminarli. Al tramonto del 6 settembre 1958, presso il bastione San Rocco di Corleone, mentre Totò intratteneva i navarriani, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella erano appostati in attesa di tendergli un agguato. Fu l'inizio dell'epurazione di Corleone di tutti quelli che erano stati fedeli a Michele Navarra, nonché dei cosiddetti neutrali, che non avevano intenzione di prendere parte alla disputa (fu il caso di Carmelo Lo Bue, anziano mafioso i cui figli erano emigrati negli USA, che proprio poco prima della partenza fu ucciso per non aver voluto fare da intermediatore tra Leggio e i resti della cosca navarriana). Quelli che venivano considerati spie, infami o traditori furono vittime della [[Lupara bianca|lupara bianca]]. | ||
=== Ascesa in Cosa Nostra === | |||
Riina, Leggio, Provenzano e Bagarella si diedero alla latitanza e sbarcarono a Palermo, per presentarsi ai capimafia della città. Il primo ad accogliere i ''viddani'' (così erano chiamati i mafiosi di provincia) fu [[Salvatore La Barbera]], rappresentante della famiglia Palermo-centro. La Barbera e il fratello Angelo erano mafiosi imprenditori, dediti all'edilizia: sfruttando i legami con Salvo Lima, sindaco di Palermo dal 1958 e figlio di Don Vincenzo, uomo d'onore della cosca Palermo-centro, e Vito Ciancimino, figlio del barbiere di Corleone e assessore ai lavori pubblici, i fratelli La Barbera prosperavano grazie al cemento. Mentre Leggio girava il mondo e si buttava nel traffico di droga con il siculo-americano Frank "Tre Dita", i ''viddani'' di Corleone Riina, Provenzano e Bagarella eseguivano per conto dei La Barbera piccole cose, in cambio della copertura per la latitanza. | |||
==== La prima guerra di mafia ==== | |||
Il 17 gennaio 1963 Salvatore La Barbera sparì improvvisamente a Palermo: la sua Giulietta color ghiaccio fu ritrovata sei giorni dopo nelle campagne della provincia di Agrigento, con le chiavi nel cruscotto, le portiere aperte e la carrozzeria senza un graffio. Si trattava di lupara bianca. Fu questo il primo atto di quella che passò alla storia come "'''[[Prima Guerra di Mafia|La prima guerra di mafia]]'''". Anni dopo si seppe che a mettere l'una contro l'altra le famiglie palermitane era stato [[Michele Cavataio]]. I Corleonesi di Totò Riina restarono prudentemente fuori dallo scontro, ma alla fine anche il futuro Capo dei Capi fu tra gli 855 sospetti mafiosi arrestati nelle quattro province della Sicilia occidentale, in risposta alla [[Strage di Ciaculli]]. | |||
Il [[15 dicembre]] [[1963]] fu arrestato per un caso fortuito dai poliziotti del commissariato di pubblica sicurezza di Corleone, terza pattuglia di servizio esterno, alle 21:15, lungo la statale Palermo-Agrigento, in località San Michele Arcangelo. Le forze dell'ordine avevano ricevuto una soffiata, ma si aspettavano di cogliere di sorpresa una banda di rapinatori, non certo un sicario ricercato per cinque omicidi "''consumati dal settembre del 1958 al luglio del 1962 in concorso con Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri ignoti...''". Benché si fosse dichiarato all'arresto come Giovanni Grande, contadino di San Giuseppe Jato, come da carta di identità falsa, Riina fu riconosciuto al commissariato di Corleone dal brigadiere [[Biagio Melita]], nell'ufficio del commissario [[Angelo Mangano]]. Il giorno successivo fu interrogato per sei ore di fila dal commissario e poi fu rinchiuso all'Ucciardone di Palermo. | |||
==== Detenuto all'Ucciardone ==== | |||
Il carcere di Palermo scoppiava di uomini d'onore. La repressione dello Stato aveva funzionato e tra i detenuti eccellenti cominciò a circolare anche l'idea di sciogliere Cosa Nostra. A Corleone [[il 14 maggio]] [[1964]] venne arrestato dal commissario Mangano anche Luciano Leggio, nella camera da letto di [[Leoluchina Sorisi]], la ex-fidanzata di Placido Rizzotto, che il giorno del ritrovamento del cadavere del suo compagno aveva giurato di mangiare il cuore degli assassini del suo amato. Lo sbandamento in Cosa Nostra durò poco: il processo per la Strage di Ciaculli, rinominato "Processo dei 114" (in realtà gli imputati erano 113), celebrato a Catanzaro, in Calabria, per legittima suspicione, si risolse con una raffica di assoluzioni e anche le uniche condanne inferte (27 anni per Pietro Torretta; 22 ad Angelo La Barbera; 10 anni per Salvatore Greco e Tommaso Buscetta, condannati in contumacia) non ebbero effetti, in quanto tutti già in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. | |||
L'Ucciardone si svuotò in tre settimane e nel settimo e nell'ottavo braccio restarono pochi mafiosi, quelli non imputati a Catanzaro, tra cui Totò Riina. Nella sua cella un giorno entrò un picciotto della borgata di Pallavicino, [[Gaspare Mutolo]], che il futuro capo dei capi prese in simpatia. Fu in questo periodo che Totò si conquistò il rispetto degli altri detenuti, distribuendo consigli e diventando il confessore del carcere: durante l'ora d'aria i detenuti si mettevano uno dietro l'altro e in silenzio aspettavano il proprio turno per parlare con lui, che aveva sempre una parola per tutti. Il ''viddano'' di Corleone divenne celebre per il proprio carisma ed era temuto per le sue gesta fuori dal carcere. Sapeva tutto degli affari di Cosa Nostra palermitana, tanto da consigliare al suo compagno di cella di stare accanto a [[Saro Riccobono]], una volta uscito di prigione, perché "''tutti gli altri saliranno presto in cielo''". | |||
Fu '''il monopolio dell'informazione''', anche dal carcere, lo strumento con cui Totò Riina costruì in quegli anni la sua leggenda, spianando la strada al suo grandioso futuro di Capo dei Capi. | |||
Il [[12 gennaio]] [[1966]] il mafioso [[Luciano Raia]] decise di pentirsi e rivelare al nuovo vicequestore Angelo Mangano e al giudice [[Cesare Terranova]] tutto quello che sapeva sugli omicidi di Corleone, accusando esplicitamente Leggio, Provenzano, Riina e gli altri. Terranova verificò una ad una le dichiarazioni del pentito ed era pronto a interrogare Riina, ma quando il 24 marzo 1966 il futuro Capo dei Capi vide nella sala colloqui il vicequestore Mangano con il giudice, si rifiutò di parlare, sostenendo di essere perseguitato come un ebreo. | |||
==== L'assoluzione e la nuova latitanza ==== | |||
==== Nella Commissione ==== | ==== Nella Commissione ==== | ||
==== Seconda guerra di mafia ==== | ==== Seconda guerra di mafia ==== | ||
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=== La trattativa Stato - Mafia === | === La trattativa Stato - Mafia === | ||
=== L'arresto === | === L'arresto === | ||
== Note == | |||
== Bibliografia == | |||
Bolzoni A. - D'Avanzo Giuseppe, [[Il capo dei capi|Il Capo dei Capi]], BUR, 2007 | |||