Marcello Dell'Utri
Marcello Dell’Utri (Palermo, 11 settembre 1941) è un ex-manager e politico siciliano, co-fondatore del partito politico Forza Italia insieme a Silvio Berlusconi e condannato in via definitiva il 9 maggio 2014 per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Biografia
Primi anni
Nel 1957, all’età di 16 anni, Marcello Dell’Utri contribuì alla fondazione della società calcistica Bacigalupo. Nel 1961 lasciò Palermo per frequentare l’Università degli Studi di Milano. In quel frangente, conobbe Silvio Berlusconi. Insieme fondarono una scuola calcio: la Torrescalla. Tra il 1964 e 1965 divenne segretario di Berlusconi per la società Edilnord[1].
Nel 1966, Dell’Utri venne assunto per dirigere un centro sportivo Opus Dei a Roma. Successivamente, nel 1970, fece ritorno a Palermo a causa della malattia del padre. In quell’anno viene assunto alla Cassa di Risparmio delle Province Siciliane e dal 2 febbraio 1970 al 25 febbraio 1971 prestò servizio a Catania, dove frequentò un corso di preparazione ai servizi bancari per i nuovi assunti.
Il 25 febbraio 1971 iniziò a lavorare presso l’agenzia di Belmonte Mezzagno, un piccolo comune in provincia di Palermo[2], mentre il 14 maggio 1973 venne trasferito alla Direzione Generale di Palermo, Servizio di Credito Agrario. In quel periodo, riprese contatto con la Società calcistica Bacigalupo. Grazie a questa società conobbe Gaetano Cinà, mafioso del mandamento di Santa Maria del Gesù, e Vittorio Mangano, mafioso del mandamento di Porta Nuova a Palermo[3].
Segretario particolare di Silvio Berlusconi e il patto di protezione con Cosa Nostra
Nel 1973 Berlusconi lo convinse a tornare a Milano e così iniziò a lavorare per la Edilnord, anche se l’assunzione ufficialmente avvenne nel 1974. In quanto segretario particolare di Berlusconi, tra il 16 e il 29 maggio di quell’anno organizzò un incontro tra Silvio Berlusconi e il boss Stefano Bontate (il «principe» di Villagrazia a capo della Famiglia di S. Maria del Gesù), accompagnato da Gaetano Cinà (affiliato alla Famiglia di Malaspina), Girolamo Teresi (sottocapo della Famiglia di Bontate) e Francesco Di Carlo (destinato a diventare sottocapo della Famiglia di Altofonte). Proprio quest’ultimo riferì i termini dell’incontro organizzato con Dell’Utri, durante il processo a suo carico[4].
In quegli anni, infatti, era iniziata la stagione dei sequestri, durante la quale prima Cosa Nostra, poi la 'ndrangheta, rapivano ricchi imprenditori o i loro figli del Nord Italia, chiedendo in cambio un riscatto. Dopo le prime minacce, Berlusconi optò per un patto di protezione con gli allora vertici di Cosa Nostra.
Nel maggio 1974 assunse quindi come stalliere nella sua villa ad Arcore Vittorio Mangano, che in realtà garantiva l’intoccabilità del patron della Edilnord e della sua famiglia dai sequestri; quando Mangano, a suo dire spontaneamente, lasciò nel 1976 Arcore dopo che sui giornali era comparsa la clamorosa notizia della sua presenza nella villa di Berlusconi, questi si dotò di un apposito servizio di sicurezza con guardie private, trasferendo prima la sua famiglia in Svizzera e infine in Spagna.
In questo periodo, Mangano fu anche autore di un attentato ai danni della villa di Berlusconi in via Rovani a Milano, il 26 maggio 1975. La bomba era stata collocata nella villa, ancora in ristrutturazione, provocando ingenti danni con lo sfondamento dei muri perimetrali e il crollo del pianerottolo del primo piano[5]. L’attentato venne denunciato solo dall’intestatario formale della villa, Walter Donati, per cui venne collegato a Berlusconi solo in seguito. A quel punto le indagini raccolsero indizi su un paventato progetto di sequestro del figlio di Berlusconi, ma l’autore dell’attentato restò misterioso, fino alla telefonata intercettata del 1986 di cui si parlerà più avanti.
Alle dipendenze di Filippo Alberto Rapisarda
Nel 1977, tuttavia, Dell’Utri lasciò Berlusconi per andare a lavorare insieme al gemello Alberto come dirigente nel gruppo di un finanziere siciliano originario di Sommatino, in provincia di Caltanissetta, Filippo Alberto Rapisarda, amico di molti mafiosi e con diversi precedenti penali alle spalle. A raccomandarlo, lo raccontò lui stesso ai magistrati palermitani durante il processo Dell’Utri, era stato Gaetano Cinà.
La sua holding, la Inim, aveva sede nello splendido palazzo cinquecentesco di via Chiaravalle al civico 7, a 150 metri dall’Università Statale e, soprattutto, a 200 metri dagli uffici della Citam in via Larga 13, dove, come segnalato dal rapporto n.0500/CAS della Criminalpol del 13 aprile 1981 alla base dell’operazione San Valentino, erano domiciliate decine di società che riciclavano i proventi illeciti di Cosa Nostra al Nord. Diretta dal palermitano Pasquale Pergola, negli uffici di via Larga 13 erano di casa uomini d’onore del calibro di Tommaso Buscetta, dei Fratelli Bono, di Ugo Martello (detto Tanino) e di Gaetano Carollo, vicecapo della Famiglia di Resuttana che, secondo il collaboratore Gaspare Mutolo, era solito affidare i suoi capitali illeciti da riciclare a Salvatore Ligresti[6], sebbene questa circostanza non sia mai stata confermata in sede giudiziaria. Tutti esponenti di Cosa Nostra che poi finivano per fare visita anche agli uffici in Via Chiaravalle, come rivelò anche Angelo Siino, ex-ministro dei Lavori Pubblici di Totò Riina[7].
Nel rapporto della Criminalpol ampio spazio veniva dedicato anche a Rapisarda e alle sue holding, la Inim e la Raca, proprio dopo aver passato in rassegna la famosa intercettazione del 14 febbraio 1980 tra Dell’Utri e Vittorio Mangano, con quest’ultimo che voleva vendergli “un cavallo”: a pagina 176 si legge infatti che
«l’aver accertato attraverso la citata intercettazione telefonica il "contatto" tra il Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e il Dell’Utri Marcello, ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa, operanti in Milano, sono società commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di illeciti» .
Il rapporto evidenziava come tra i soci occulti, tramite l’ingegnere Francesco Paolo Alamia, figurasse anche l’ex-sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, responsabile negli anni ’60 del c.d. sacco edilizio del capoluogo siciliano.
Angelo Caristi, socio e amministratore delegato della Inim, ricordò che più volte il finanziere siciliano faceva riferimento a Bontate e Teresi nelle conversazioni coi dipendenti: «Rapisarda ci diceva sempre che il denaro che lui investiva doveva essere restituito ai reali proprietari perché si trattava di persone pericolose. Con noi lui si vantava di essere il braccio finanziario di ambienti affaristico-malavitosi»[8].
Anche Rocco Remo Morgana, ex-socio di Rapisarda, raccontò ai magistrati che «dal 1975 al Natale del 1978 gli uffici dell’Inim erano frequentati da persone di origine siciliana tra i quali ricordo Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, e uno dei fratelli Bono, credo che si trattasse di Pippo. Io personalmente in via Chiaravalle ho incontrato più volte Bontate e Teresi»[9].
A metà degli anni ’70 Rapisarda si ritrovò così a capo del secondo gruppo immobiliare italiano, superato solo dalla Beni Immobili Italia di Anna Bonomi Bolchini. Merito non solamente dei miliardi dei boss siciliani, ma anche di alcune scelte strategiche come, ad esempio, quella di avere come commercialista l’accademico ed economista Luigi Guatri, futuro rettore (1984-1989), vicepresidente (1999-2018) e presidente onorario della Bocconi fino alla morte nel 2025, che fu «un formidabile lasciapassare verso il sistema bancario»[10]. Nel 1978 Rapisarda si separò da Alamia, in una sorta di preludio della seconda guerra di mafia: l’ingegnere siciliano vicino ai Corleonesi tenne per sé la Inim, benché svuotata di molte società, mentre Rapisarda, legato a Bontate, fondò con Dell’Utri la Gestim.
La fine del sodalizio con Rapisarda e il ritorno con Berlusconi
Nel 1979 l’avventura di Dell’Utri con Rapisarda finì con quest’ultimo in fuga prima in Francia e poi in Venezuela per il crack della Venchi Unica e della Bresciano e il fratello Alberto in galera. Anche se figurò alle dipendenze di Berlusconi solo dal 1982, la sentenza della Cassazione ha dimostrato che sin da quel 1979 il co-fondatore di Forza Italia era tornato alla corte del Cavaliere, con il quale aveva tuttavia continuato a mantenere rapporti d’affari tramite Rapisarda[11]. Iniziò a quel punto una lunga epopea attorno al fallimento del gruppo immobiliare che vide contrapposti e poi riappacificati più volte Rapisarda e Dell’Utri, che durò fino alla fine degli anni ’90, con il finanziere siciliano che rese dichiarazioni incredibili ai magistrati di Palermo sugli investimenti di Cosa Nostra addirittura in Canale 5, salvo poi ritrattare, in un continuo tira e molla di rinnovate accuse e smentite[12].
Tanto che il primo club di Forza Italia nacque proprio in via Chiaravalle 7, all’insaputa persino di Ezio Cartotto, il politologo assunto come consulente in Publitalia per lavorare alla creazione del partito berlusconiano, nonostante Rapisarda avesse già pubblicamente rilasciato dichiarazioni in cui sosteneva che il Cavaliere avesse preso i soldi da esponenti di Cosa nostra[13].
La bomba del 1986 alla villa di Berlusconi
Il 3 ottobre 1983, Dell’Utri diventò amministratore delegato di Publitalia, concessionaria di pubblicità delle reti televisive della Fininvest, la holding che deteneva il reparto azionario di Berlusconi[14].
Anche in quella veste continuò a mantenere il suo ruolo di mediatore tra Berlusconi e Cosa Nostra. Significativa è la vicenda di una nuova bomba ai danni della villa in Via Rovani a Milano, scoppiata il 28 novembre 1986. Berlusconi, memore del precedente del 1975, confessò in un una telefonata a Dell'Utri di essere convinto che fosse stato Mangano. La telefonata venne intercettata nell’ambito del procedimento per il fallimento della Bresciano Costruzioni dalla Procura di Milano, alle 00:12 del 29 novembre[15]:
DELL’UTRI: Pronto!
BERLUSCONI: Marcello!
D.: eccomi!
B.: Allora, è Vittorio Mangano…
D: Eh! ,…Che succede?
B.: che ha messo la bomba!
D: Non mi dire!
B: Si.
D: E come si sa?
B: Eh, … da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all’intelligenza.
D: Ah!…
B: …E’ fuori…
D: Ah, è fuori?
B: Sì, è fuori.
D: Ah, non lo sapevo neanche!
B: E questa cosa qui, da come l’ho vista fatta, con un chilo di polvere nera...
D: …ah!…
B: … ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto..
D: … ah!..
B: Ecco, secondo me, un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata: lui ha messo la bomba!
D: Perché… perché non si spiega, proprio!
B: Eh?
D: Cioè, non si spiega se non c’è un … se…
B: Io purtroppo , stasera sono stato interrogato dai carabinieri, mi hanno portato loro.. quello di Monza, no?..
D: ..sì!..
B: .. sul fatto di Vittorio Mangano…
D: …sì!…
B: .. e io ho dovuto avvisare, insomma! Cioè, ho dovuto dire: “Sì, è vero, era là…”, gli ho raccontato la storia che loro sapevano benissimo, peraltro!
D: Eh, si capisce!
B: Loro c’erano arrivati prima di me!
D: Sì, sì, la sanno benissimo, sì, sì.
B: Ecco.
D: Tra l’altro, appunto…
B: Io … io penso che sia lui!
D: Sì, sì, sì.
B: Perché , scusami, tu spiegami perché uno debba mettere una bomba!..
D: … no!..
B: … ti dirò, eh!
D: Io non lo so..
B:Sì, poi la bomba fatta proprio rudimentale…
D: … sì, sì!..
B: … con un chilo di polvere nera!
D: Quindi, proprio..
B: …Proprio … sì, sì, col sistema proprio…
D: … per dire: faccio un botto!
B: …faccio, faccio un botto!
D: … sì!
B: Ma poi con molto rispetto, perché mi ha incrinato soltanto la parte inferiore della cancellata.
D: Ah!
B: Una cosa, un danno da duecentomila lire.
D: sì, sì, sì.
B: Quindi, una cosa anche … rispettosa ed affettuosa.
D: …sì ( ride)
B: Eh?
D: ( ridendo ) Pazzesco! Sì, sì, sì.
B: Va bè, io ritengo che sia così! Quindi adesso aspettiamo che poi ..
D: Certo, sentiamo, sì. Comunque.. pare starno però, eh! Perché… sì, tu dici giustamente che lui …
B: Ah, non c’è altra spiegazione!
D: Sì, sì, sì.
B: E’ la stessa via Rovani come allora…
D: Sì, sì…
B: … e lui fuori di prigione.
D: Sì, sì. Però, sentiamo, adesso.
B: Adesso vediamo!
D: Sì, sì. Io, tra l’altro, avevo parlato … mi ha chiamato quello della DIGOS…
B: … sì!…
D: .. mi ha detto se c’era bisogno , qualsiasi cosa, perché loro …
B: ..sì, sì…
D: … ho detto: "mah, guardi, ci sentiamo domani per qualsiasi cosa!"
B: qual è, quello che tu…
D: … sì, sì…
B: … sei andato a parlargli( incomprensibile)?
D: Esatto, esatto!… sì, sì!… il quale mi ha detto anche lui …
B: Io ho fatto un summit con tutti i carabinieri di Milano e di Monza, stasera.
D: Ah, ecco!
B: Quello di Monza aveva la sua tesi…
D: Sì, sì.
B: …e… credo che sia così!
D: Sì, sì, sì. Eh, quindi , bene, va bene. Insomma, comunque credo anch’io che non ci sono altre richieste ( o simile). Anche perché non ci sono, voglio dire! Si sarebbero fatti sentore, insomma, no? Eh! Sì, sì, bè! E insomma!…
B: Va bè… niente, stiamo a vedere..
D: Va bene!
B: …cosa succede!
D: Okay!” [...]
B: Altre cose? Pensaci un po’ anche tu: per me l’unica cosa è quella lì!
D: Sì, sì, ma io non ci ho fatto ancora tante riflessioni , ti dirò. Però, sono… anch’io condivido.
B: Arcore…
D: Sì, sì, sì.
B: … bè, voglio dire, via Rovani, via Rovani..
D: Sì, sì, no, ma poi , voglio dire, non c’è neanche , vedi…chi…chi…
B: Cioè, questo qui… mi hanno aperto un po’ gli occhi i carabinieri, quando mi hanno detto: "Questo qui è un chiaro segnale estorsivo!"
D: Sì, sì.
B: Non c’è altra spiegazione! Perché , se fosse un fatto terroristico…
D: Io…classico avvertimento di un qualcosa che …
B: … Estorsivo!
D: … che vuole arrivare.
B: …un segnale di un’estorsione!
D: Sì, sì, sì.
B: E, quindi, il segnale di un’estorsione, ripensi…che a undici anni fa…
D: Uh, uh…sì, sì, sì. Sì, ma non non vedo neanch’io altro… pensandoci ben, hai ragione! …da dove può arrivare, insomma?
B: No, quando poi mi hanno detto che era uscito da poco!..
D: Ma e questo io non lo sapevo proprio! Perché non ci avevo proprio fatto riferimento. Infatti, mi è venuto… mi è passato, ma dico:”mah, non può essere lui!”. In effetti, però, se è fuori…non avrei dei dubbi netti, va! Va beh, tu sei sicuro che è fuori, sì?
B: Sì, sì, me l’han detto loro!
D: Te l’han detto loro?
B: Ma loro han fatto tutto. Quando uno ti dice…mah!…E’ venuta da...
D: Sì, sì, guarda, se è fuori, allora possiamo dire certezza, non sospetto!
Poche ore dopo, nel pomeriggio del 29 novembre, Dell’Utri telefonò nuovamente a Berlusconi, riferendogli di aver incontrato Gaetano Cinà, il quale gli assicurò che Mangano era in galera, quindi la bomba non poteva averla messa lui.
I giudici trascrissero anche una battuta che Berlusconi disse di aver fatto ai Carabinieri, lasciandoli sbalorditi, e cioè: «Trenta milioni li avrei anche pagati»[16]. Un passaggio giudicato «sintomatico dell’atteggiamento mentale dell’imprenditore disponibile a pagare, ma non a denunciare le richieste estorsive»[17].
Una posizione confermata anche da un’intercettazione del 17 febbraio 1988, nella quale Berlusconi parlava con un amico immobiliarista, Renato Della Valle, di altre minacce criminali che non denunciò né chiarì mai. Preoccupatissimo, confidava: «Se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo»[18].
Le rivelazioni dei pentiti chiarirono i fatti durante il processo a carico di Dell'Utri il quadro. L’attentato del 1975 era opera di Mangano, ma quello del 1986 era opera dei catanesi. Per cui, come Dell’Utri riuscì a sapere in tempo reale, i mafiosi palermitani e i corleonesi non c’entravano. Riina però sapeva chi era stato e ne approfittò per usare proprio Catania come base per le nuove intimidazioni, quelle che gli permisero di ricementare il rapporto Cinà-Dell’Utri. Ricostruendo la storia delle bombe, i giudici sottolinearono tra l’altro che anche l’attentato del 1986 era rimasto «del tutto assente da ogni cronaca giornalistica»[19].
Dalle dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia (Ganci, Anzelmo e Galliano), emerse un comune riferimento alla dimensione politica che, nella mente di Riina, avrebbero assunto i contatti tra Dell’Utri e Cinà, in quanto, il Capo dei Capi sperava, attraverso questi rapporti, di poter creare un “canale” per raggiungere, tramite Berlusconi, l'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi.
Il Tribunale, relativamente a questo tema, condivise l’osservazione della difesa di Dell'Utri secondo cui dal contenuto delle dichiarazioni non era emersa prova certa che il voto dato dai mafiosi al partito socialista italiano nelle elezioni politiche del 1987, su ordine di Riina, fosse dovuto alla riuscita di questa specifica iniziativa rivolta ad “agganciare” Berlusconi (e successivamente Craxi), ovvero si fossero realizzati, allo stesso fine, altri accordi con diversi soggetti politici della medesima area socialista. Il Tribunale però osservava come "la persona dell’imprenditore Silvio Berlusconi veniva vista da Riina sia come soggetto che doveva pagare (alla stregua di tanti altri imprenditori), sia, anche, come soggetto che avrebbe potuto aiutare l’organizzazione mafiosa sul piano politico"[20].
Come osservava però il Tribunale,
"indipendentemente dai non provati “favori” di Berlusconi alla mafia (ma solo dei provati tentativi di “agganciarlo” da parte di tale sodalizio criminale), quel che importa è avere acquisito un ulteriore elemento sintomatico che conferma la piena consapevolezza di Dell’Utri della valenza mafiosa di Gaetano Cinà e, al contempo, l’assenza di qualsivoglia atteggiamento ostile rispetto alle pretese e alle “speranze” che, con il suo avallo ed attraverso Cinà, Cosa Nostra stava manifestando verso Berlusconi"[21].
I regali di Cinà e i soldi per le antenne a Catania
Inoltre, durante le festività natalizia del 1986, Cinà regalò a Berlusconi una cassata di quasi 12 kg, con sopra stampato lo stemma di Canale 5 (il “biscione”), come suggerito dello stesso Dell’Utri nei giorni precedenti la spedizione[22]. Il tribunale rilevò come fosse illogico, a fronte di nessun favore teoricamente ancora reso e l'inesistenza di un rapporto diretto tra l'imprenditore e il mafioso, un regalo del genere; anche perché, in debito per l'interessamento sulla bomba in Via Rovani, era Berlusconi, non Cinà.
A questo episodio si aggiunse il pagamento di un contributo per la protezione delle antenne a Catania, che Dell'Utri stesso suggerì a Cinà di chiedere direttamente alle emittenti locali. Per questo motivo, era stato contattato l’imprenditore palermitano Filippo Rappa, proprietario dell’emittente televisiva T.R.M., poi fusa nel 1990 insieme a ReteQuattro Spa[23].
Il ruolo di Raffaele Ganci
Il collaboratore di giustizia Raffaele Ganci, dopo la sua scarcerazione, avvenuta il 28 novembre 1988, aveva nuovamente “preso in mano”, su ordine di Riina, la situazione relativa ai soldi che arrivavano dalla Fininvest per mezzo di Dell’Utri e Cinà. Era proprio Raffaele Ganci che provvedeva a dividerli, dopo il prelievo per quella di Santa Maria di Gesù, tra tre “famiglie”, tra le quali, per l’appunto, la “famiglia” di San Lorenzo, alla quale il denaro arrivava in quanto consegnato a Salvatore Biondino, l’autista di Riina, “reggente” di tale ultimo mandamento[24].
Il processo a carico di Marcello Dell'Utri provò i pagamenti di denaro da parte della Fininvest fino al 1992.
La nascita del partito Forza Italia
Nel 1993, quando era oramai chiaro che l'inchiesta Mani Pulite della procura di Milano stava facendo crollare la c.d. "Prima Repubblica", coi partiti storici che affondavano nella corruzione, Berlusconi delegò Dell'Utri per creare un nuovo partito politico.
In quei mesi, subito dopo l'arresto di Totò Riina, Leoluca Bagarella decise a una riunione dei vertici dell'organizzazione di creare il partito "Sicilia Libera", che puntava all'indipendenza della Sicilia dall'Italia. Il progetto venne accantonato dopo aver saputo della nascita di Forza Italia, ben prima della famosa discesa in campo di Silvio Berlusconi, dirottando il sostegno politico al nuovo partito nelle elezioni politiche del 1994, come raccontato dal collaboratore di giustizia Tullio Cannella[25].
Inoltre, il 24 febbraio 1994, mentre era in corso la campagna elettorale, al tribunale di Palmi, durante un processo, Giuseppe Piromalli - capostipite della cosca di Gioia Tauro, padre dell’omonimo boss (soprannominato "Facciazza") che verrà arrestato anni dopo accusato anche di estorsione ai danni dei gestori dei ripetitori Fininvest - prese la parola gridando dalla cella: “Voteremo Berlusconi, voteremo Berlusconi”[26].
Inoltre, il 21 luglio 2018 i Carabinieri del Ros, registrarono le parole dell'ex-senatore Giancarlo Pittelli, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa:
“Ragazzi, ragazzi, Dell’Utri… Io lo so… Perché Dell’Utri, la prima persona che contattò per la formazione di Forza Italia, fu Piromalli a Gioia Tauro. Non so se ci… Se ragioniamo - diceva parlando con i suoi interlocutori - Tu pensa che ci sono due mafiosi in Calabria, che sono i numeri uno in assoluto, uno è del vibonese e l’altro è di Gioia Tauro, uno si chiama Giuseppe Piromalli. L’altro si chiama Luigi Mancuso, che è più giovane e forse più potente… Io li difendo dal 1981, cioè sono trentasette anni che questi vivono qua dentro… pazzesco… L’altro giorno ci pensavo, dico trentasette anni…”.
In merito poi alle motivazioni della condanna in primo grado di Dell'Utri nel processo sulla c.d. Trattativa Stato-Mafia (ribaltata in appello e in Cassazione), Pittelli disse: “Senti, sto leggendo questa storia che hanno riportato sul 'Fatto Quotidiano' della trattativa stato Mafia… Berlusconi è fottuto. Berlusconi è fottuto…”[27].
Il processo per concorso esterno in associazione mafiosa
- Per approfondire, si veda Processo Dell'Utri
Sempre nel 1994, Dell'Utri venne iscritto nel registro degli indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, in particolare principalmente dopo le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi. Contemporaneamente, venne imputato a Torino per false fatture e frode fiscale durante il suo mandato di amminitratore delegato di Publitalia '80, patteggiando nel 1999 la pena di due anni e tre mesi di reclusione. Negli stessi mesi venne eletto alla Camera dei Deputati per la prima volta, dopo le elezioni politiche del 1996 che videro trionfare l'Ulivo di Romano Prodi.
Il processo di primo grado per concorso esterno si aprì l'anno successivo, il 5 novembre 1997, di fronte alla II Sezione Penale presieduta da Leonardo Guarnotta, con giudici a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari[28].
Dopo 7 anni di processo, l'11 dicembre 2004 il Tribunale lo condannò a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, mentre Cinà venne condannato a 7 anni per associazione mafiosa.
Il 10 febbraio 2010 Dell'Utri rilasciò un'intervista sul giornale Il Fatto Quotidiano, affermando di usare la politica per potersi difendere dai suoi processi e confermando che non si sarebbe dimesso da senatore nemmeno in caso di conferma della condanna in appello:
«Io sono politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto [...] Mi difendo anche fuori [dal Parlamento], ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano"»[29].
Dieci giorni dopo, il 20 aprile 2010, la Corte d’Appello di Palermo, presieduta dal dott. Claudio Dell’Acqua, condannò Dell'Utri a sette anni di reclusione, ma solo per i fatti relativi al 1991. Per quelli successivi al 1992, l’imputato venne assolto perché il fatto non sussisteva[30]. Nello specifico il giudice Claudio Dell’Acqua riscontrò una carenza di “elementi certi per affermare che ciò sia avvenuto anche negli anni successivi ed in particolare dopo la strage di Capaci e nel periodo in cui, dalla fine del 1993, l’imprenditore Berlusconi decise di assumere il ruolo a tutti noto nella politica del paese”[31].
Durante il processo d'appello testimoniò come collaboratore di giustizia anche Gaspare Spatuzza, che aveva contribuito a svelare il depistaggio delle indagini sulla morte di Paolo Borsellino. In particolare, Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, raccontò di un incontro, avvenuto tra il 18 e il 19 gennaio 1994, con Giuseppe Graviano, il quale gli disse che, grazie alla "serietà" di Berlusconi e Dell'Utri, i boss avevano "il paese nelle mani"[32]. Tuttavia, in merito a queste dichiarazioni, Spatuzza venne considerato inattendibile, in quanto: “l’assoluta mancanza di qualsivoglia riscontro individualizzante che supporti, in conformità al criterio fissato dall’art.192 comma 3 c.p.p., le dichiarazioni, già vaghe e generiche, rese da Gaspare Spatuzza sul conto di Marcello DellUtri”[33].
Il 9 marzo 2012 la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione annullò la sentenza della Corte d’Appello di Palermo, rinviando nuovamente a giudizio l’imputato. Vengono accolte, da parte della Corte di Cassazione, le richieste del Sostituto Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Francesco Iacoviello, che chiedeva l’annullamento con rinvio della sentenza di condanna a sette anni. Nella requisitoria il pg aveva parlato di “gravi lacune" giuridiche della sentenza d'appello per mancanza di motivazione e mancanza di specificazione della condotta contestata a Dell'Utri”[34].
Il 19 gennaio 2013, dopo che il procuratore generale di Palermo aveva richiesto nuovamente sette anni di carcere, l'allora senatore, in un'intervista sempre a Il Fatto Quotidiano, dichiarò che non si sarebbe ricandidato[35].
Il 25 aprile 2013, la Corte d’Appello di Palermo presieduta dal dott. Raimondo Loforti, a seguito dell’annullamento della prima sentenza d’appello da parte della Corte di Cassazione, condannò nuovamente Dell’Utri a sette anni di reclusione e a risarcire le spese legali del Comune e della Provincia di Palermo[36].
Infine, il 9 maggio 2014 la Corte di Cassazione, presieduta dalla dottoressa Maria Cristina Siotto, condannò Dell’Utri, in via definitiva, a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa[37]. Secondo il Procuratore Generale Aurelio Galasso, “I rapporti tra Cosa nostra e Dell’Utri non si sono mai interrotti e si sono protratti senza soluzione di continuità dal 1974 al 1992”[38].
La breve latitanza in Libano
Nel mentre, l'11 aprile la Corte d'appello di Palermo aveva dichiarato Marcello Dell'Utri latitante[39]. Dell'Utri si era già reso irreperibile a partire dalla seconda metà del mese di marzo in base a quanto dichiarato dalla Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, alla quale era stata delegata la notifica dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti dello stesso, emessa dalla terza sezione penale della Corte d'Appello di Palermo[40].
Constatata la latitanza, gli organi di polizia italiani emisero un mandato di cattura internazionale presso l'Interpol. Attraverso il coordinamento dei servizi della Direzione Investigativa Antimafia, Dell'Utri venne localizzato sul territorio libanese per mezzo dell'incrocio delle informazioni relative ai tabulati telefonici[41] e alle risultanze di una carta di credito in suo possesso utilizzata per i pagamenti.
L'ex-senatore venne quindi arrestato all'interno di un albergo di Beirut, in Libano, il 12 aprile, dall'intelligence libanese. Al momento dell'arresto era in possesso di due passaporti, di cui uno diplomatico scaduto, e una valigia piena di denaro contante per un totale pari a 30.000 euro in banconote di piccolo taglio[42].
A seguito della pronuncia della Cassazione, la Procura generale notificò l'ordine di carcerazione in esecuzione della pena per i reati ascritti a carico di Dell'Utri, che andò a completare la documentazione trasmessa all'autorità giudiziaria libanese ai fini dell'estradizione in Italia. Il 24 maggio 2014 il presidente libanese Michel Suleiman, nell'ultimo giorno del suo mandato, firmò l'estradizione in Italia per Dell'Utri, che tornò in patria il 13 giugno successivo e recluso nel carcere di Parma.
Gli arresti domiciliari e la scarcerazione
Il 6 luglio 2018 il Tribunale di Sorveglianza di Roma dispose il differimento della pena a causa delle gravi condizioni di salute. A chiederlo furono i legali dell’ex senatore[43]. Il 16 febbraio 2019 il Tribunale di Sorveglianza di Milano concesse all’ex-senatore la possibilità di terminare gli ultimi 11 mesi di pena a casa sua, sempre a causa dei suoi gravi problemi di salute[44]. Il 3 dicembre 2019 finì di scontare la sua pena per concorso esterno in associazione mafiosa[45].
Ulteriori procedimenti penali per fatti di mafia
Le indagini sulle stragi del ‘93
Il 22 luglio 1997 La Procura di Firenze, in seguito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Angelo Siino e Giovanni Brusca, iscrisse nel registro degli Indagati Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, sospettati di essere i concorrenti esterni delle stragi del 1993-1994[46].
Per ragioni di segretezza, i PM fiorentini scrissero nel registro degli indagati “Autore 1” e “Autore 2”, per indicare rispettivamente Berlusconi e Dell’Utri. Il gip di Firenze, il 14 novembre 1998, archiviò il procedimento su richiesta della Procura[47].
Nel suo decreto il gip concluse che “sebbene l’ipotesi iniziale abbia mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità, gli inquirenti non hanno potuto trovare, nel termine massimo di durata delle indagini preliminari, le conferme delle chiamate de relato e delle intuizioni logiche basate sulle suddette omogeneità"[48]
A seguito delle conversazioni intercettate al Penitenziario di Ascoli Piceno tra Giuseppe Graviano, capo mandamento di Brancaccio e il camorrista Umberto Adinolfi, il 31 ottobre 2017 venne riaperto il fascicolo che vede, ancora oggi, Dell’Utri indagato per le stragi del 1993-1994[49].
Le indagini sulle stragi del ‘92
Il 27 luglio 1998 Dell’Utri venne indagato, insieme a Berlusconi, dalla Procura di Caltanissetta per essere mandante esterno delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Per ragioni di segretezza, i due vennero indicati con le sigle: Alfa e Beta[50]. Il 3 maggio 2002, il GIP archiviò le posizioni dei due politici[51].Nonostante l'archiviazione, il GIP di Caltanissetta specificò:
“Gli atti al fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a “cosa nostra” ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati”[52].
L’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia
Il 24 novembre 2011 Dell’Utri venne indagato dalla Procura di Palermo per l’inchiesta sulla Trattativa Stato–mafia. Il 20 aprile 2018 venne condannato, in primo grado, per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato a 12 anni di reclusione. In secondo grado e in Cassazione, l’ex senatore è stato assolto.[53]
note
- ↑ Leonardo Guarnotta, Sentenza contro Dell’Utri, Tribunale di Palermo – II Sezione Penale, 11 dicembre 2004, p.71
- ↑ ibid
- ↑ Ivi, pp.71-72.
- ↑ SIOTTO, M.C. (2014). Sentenza 643/14 contro Dell’Utri Marcello, Corte di Cassazione – I sezione penale, 9 maggio, p. 48.
- ↑ Guarnotta, op.cit., pp. 377-378.
- ↑ GOMEZ, P., SISTI, L. (1997). L’intoccabile. Berlusconi e Cosa Nostra, Milano, Kaos edizioni, p.84.
- ↑ Sentenza Dell’Utri 1° grado, p. 747.
- ↑ Il racconto particolareggiato si ritrova nella Sentenza Dell’Utri 1° grado, p. 730.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ibidem. Davanti ai giudici di Torino, Dell’Utri riferì il 5 ottobre 1996 che gli ingenti “prestiti” ricevuti tra il ’91 e il ’92 da Rapisarda avvennero anche attraverso una finanziaria che faceva capo a Guatri. Si veda Travaglio, Veltri, L'odore dei soldi, p. 182.
- ↑ Sentenza 643/14 contro Dell’Utri Marcello, Corte di Cassazione, pp. 49-50.
- ↑ Si veda al riguardo, Gianni Barbacetto, Antonella Mascali, "Parlerò, parlerò...". Se ne va per sempre l'uomo che parlava a intermittenza, il Fatto Quotidiano, 1° settembre 2011.
- ↑ Giuseppe Pipitone, Forza Italia 25 anni dopo. Ezio Cartotto, l’ideatore dietro le quinte: “Vi racconto i segreti della discesa in campo. E perché oggi me ne vergogno. Berlusconi? Ora è patetico e triste”, il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2019.
- ↑ Guarnotta, Leonardo (2004), Sentenza contro Dell’Utri, Tribunale di Palermo – II Sezione Penale, 11 dicembre,p.1027
- ↑ La trascrizione è riportata da pagina 380 a pagina 391 della Sentenza di 1° grado
- ↑ Ivi, p. 1045.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Ivi, p. 1053.
- ↑ Ivi, p. 1057.
- ↑ Ivi, pp. 1062-1063.
- ↑ Ivi, p. 1059
- ↑ Ivi, p. 1063.
- ↑ Ivi, pp. 1076-1077.
- ↑ Lucio Musolino, ‘Ndrangheta stragista, un pentito: “Bagarella conosceva il nome di Forza Italia prima che fosse pubblico”, IlFattoQuotidiano.it, 18 maggio 2018.
- ↑ Citato in Consolato Minniti, "‘Ndrine e politica, quando Piromalli disse: «Voteremo Berlusconi!»", ilReggino.it, 6 luglio 2020.
- ↑ IlReggino.it, ’Ndrangheta stragista, Pittelli: «Berlusconi è fottuto». E poi: «In Calabria due mafiosi sono i numeri uno», 16 marzo 2023.
- ↑ Leonardo Guarnotta, Sentenza contro Dell’Utri Marcello, Tribunale di Palermo – II Sezione Penale, 11 dicembre 2004, p.1
- ↑ Beatrice Borromeo, Marcello Dell'Utri: Io senatore, per non finire in galera, Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2010.
- ↑ Siotto, Cristina Maria (2014), Sentenza n.643/2014 contro Dell’Utri, Suprema Corte di Cassazione – I Sezione penale, 9 maggio, p.2
- ↑ Loforti Raimondo, Sentenza (2013), Sentenza n.1352/2013 contro Dell’Utri, Corte d'Appello di Palermo – III Sezione penale, 25 marzo, p.631.
- ↑ Loforti, Raimondo (2013),Sentenza n.1352/2013 contro Dell’Utri, Corte d'Appello di Palermo – III Sezione penale, 25 marzo,p.464
- ↑ Loforti, Raimondo (2013), Sentenza n.1352/2013 contro Dell’Utri, Corte d'Appello di Palermo – III Sezione penale, 25 marzo, p.494
- ↑ Cassazione annulla appello “Da rifare il processo Dell’Utri”, la Repubblica, 9 marzo 2012
- ↑ Elezioni, Dell'Utri rinuncia a candidarsi: “L'immunità? Ormai non mi serve più”, ilfattoquotidiano.it, 20 gennaio 2013.
- ↑ Siotto, Cristina Maria (2014), Sentenza n.643/2014 contro Dell’Utri, Suprema Corte di Cassazione – I Sezione penale, 9 maggio,p. 9
- ↑ Grazia Longo, Dell’Utri condanna definitiva a sette anni, La Stampa, 10 maggio 2014
- ↑ Giuseppe Pipitone, Mafia, la cassazione conferma la condanna a 7 anni per Dell’Utri, il fatto quotidiano, 9 maggio 2014.
- ↑ Riccardo Arena, “Arresto per Dell’Utri”, ma è latitante, La Stampa, 11 aprile 2014.
- ↑ Mafia: Dia, Dell'Utri irreperibile sin dalla metà di marzo, in Ansa, 11 aprile 2014.
- ↑ Francesco Viviano, Nel giallo libanese c'è un biglietto aereo di ritorno per Parigi, la Repubblica, 14 aprile 2014.
- ↑ Ibidem.
- ↑ Marcello Dell’Utri sarà scarcerato: il tribunale di sorveglianza dispone il differimento della pena per l’ex senatore, il fatto quotidiano, 6 luglio 2018
- ↑ Marcello Dell’Utri resta ai domiciliari fino a fine pena, antimafiaduemila.com, 16 febbraio 2019
- ↑ Marcello Dell’Utri torna libero: ha scontato la pena per concorso esterno Ma restano i 12 anni in primo per la Trattativa, ilfattoquotidiano.it, 2 dicembre 2019
- ↑ Soresina Giuseppe (1998), ”Decreto di Archiviazione – Procedimento penale n. 3197/96 R.N.R.D.D.A. “, Tribunale di Firenze – Ufficio del GIP, 14 novembre, p.1
- ↑ Soresina Giuseppe (1998), Decreto di Archiviazione – Procedimento penale n. 3197/96 R.N.R.D.D.A “, Tribunale di Firenze – Ufficio del GIP, 14 novembre, p.2
- ↑ Lo Bianco Giuseppe, Rizza Sandra, L’agenda nera della seconda repubblica, Milano, Chiarelettere, p.243
- ↑ Palazzolo Salvo e Selvatici Franca, Mafia e Stragi del ’93, Berlusconi indagato, La Repubblica, 31 ottobre 2017
- ↑ Giovanbattista Tona (2002), “Decreto di Archiviazione – Procedimento penale n. 1370/98 R.G.N.R.”, Tribunale di Caltanissetta – Ufficio del GIP, 3 Maggio, pp.1, 2
- ↑ Stragi di Capaci e di Via D’Amelio archiviazione per Berlusconi, la Repubblica, 4 maggio 2002
- ↑ Giovanbattista Tona, “Decreto di Archiviazione – Procedimento penale n. 1370/98 R.G.N.R.”, Tribunale di Caltanissetta – Ufficio del GIP, 3 maggio 2002, p.71
- ↑ Pipitone Giuseppe, Trattativa Stato-mafia: la Cassazione assolve i carabinieri per non aver commesso il fatto, prescritti i boss. Definitiva l’assoluzione di Dell’Utri, Il Fatto quotidiano, 27 luglio 2023
Bibliografia
- Archivio ANSA
- Archivio Il Fatto Quotidiano
- Archivio La Stampa
- Guarnotta Leonardo (2004), Sentenza contro Dell’Utri, Tribunale di Palermo – II Sezione Penale, 11 dicembre.
- Lo Bianco Giuseppe, Rizza Sandra, L’agenda nera della seconda repubblica, Milano, Chiarelettere, 2010.
- Senato Della Repubblica XVI Legislatura 2008 – 2013.
- Siotto, Maria Cristina (2014), Sentenza n.643/2014 contro Dell’Utri, Suprema Corte di Cassazione – I Sezione penale, 9 maggio.
- Soresina, Giuseppe (1998), Decreto di Archiviazione – Procedimento penale n. 3197/96 R.N.R.D.D.A “, Tribunale di Firenze – Ufficio del GIP, 14 novembre.
- Tona Giovanbattista (2002), “Decreto di Archiviazione – Procedimento penale n. 1370/98 R.G.N.R.”, Tribunale di Caltanissetta – Ufficio del GIP, 3 maggio.