Mafiosfera

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Mafiosfera è un concetto coniato per definire l'ecosistema digitale, comunicativo e simbolico in cui le organizzazioni mafiose comunicano e riproducono i propri codici identitari. Il concetto è mutuato dalla definizione di "infosfera", utilizzato già nei primi anni '80 del Novecento nella filosofia della comunicazione per qualificare la globalità dello spazio delle informazioni.

mafiosfera

Il concetto di "mafiosfera" riprende in particolare la definizione di "infosfera" di Luciano Floridi, che la riprese a sua volta da quella di "biosfera". Per Floridi la infosfera è "il campo semantico costituito dalla totalità dei documenti, degli agenti e delle loro operazioni"[1].

Il concetto di Mafiosfera

Secondo Marcello Ravveduto, il neologismo si è reso necessario per definire "l'ambiente comunicativo, relazionale e simbolico all’interno del quale si sviluppano e si riproducono le pratiche, i codici e le narrazioni mafiose"[2].

La mafiosfera investirebbe quindi "la sfera pubblica coinvolgendo attivamente i media mainstream, la comunicazione politica e la cultura popolare". Dai romanzi al cinema, passando per le serie tv, i reportage giornalistici i videogiochi e i social media, tutti contribuirebbero alla costruzione di un universo narrativo "fortemente ideologico che può essere usato sia per denunciare, sia per rafforzare il potere simbolico delle mafie"[3].

Differenze tra infosfera e mafiosfera

Nella definizione di infosfera di Floridi, questa rappresenterebbe un ecosistema informativo che comprende dati, soggetti umani e agenti artificiali che abitano lo spazio informativo e, con le loro relazioni, ne modificano la struttura contribuendo alla sua evoluzione. Proprio per questo motivo sarebbe governato da "principi etici come la trasparenza, la tracciabilità e la responsabilità informativa"[4].

Secondo Ravveduto, invece, la mafiosfera sarebbe "una copia negativa, un sotto-ambiente deviato che, pur utilizzando strumenti simili, opera con finalità opposte rispetto a quelle della infosfera", perché perseguirebbe "la manipolazione del senso, la costruzione del consenso mediante la paura, la diffusione di codici simbolici ambigui e ritualizzati e la riproduzione di un potere fondato sull’intimidazione, sull’omertà e sulla mitizzazione delle mafie"[5].

Quindi, benché entrambi ecosistemi comunicativi, l’infosfera opererebbe "in una logica di apertura, partecipazione e interconnessione", mentre la mafiosfera sarebbe strutturata su "su una logica opposta, quella della chiusura, della esclusione e della mitizzazione del potere"[6].

In conclusione, se l'infosfera rappresenterebbe "un orizzonte teorico aperto all’emancipazione, alla responsabilizzazione degli individui e alla circolazione della conoscenza", la mafiosfera si presenterebbe invece come:

"una “zona d’ombra” dell’informazione, un ambiente chiuso e autoreferenziale, in cui la comunicazione non è uno strumento di libertà ma un mezzo di dominio, controllo e riproduzione del potere criminale. In quanto sotto-sfera deviata dell’infosfera, sfrutta i canali e le tecnologie ma ne perverte le finalità, agendo come parassita simbolico e culturale in un ambiente informativo apparentemente neutro[7].

La stratificazione della mafiosfera

La mafiosfera si stratificherebbe quindi su tre livelli:

  1. endogeno, che comprende i sistemi comunicativi interni alle organizzazioni mafiose – codici comportamentali, rituali iniziatici, linguaggi criptici, gerarchie simboliche. La sedimentazione avverrebbe attraverso meccanismi di trasmissione orale, gestualità esoterica e pratiche performative finalizzate a consolidare l’appartenenza e l’identità del gruppo;
  2. esogeno, che riguarda la proiezione dell’immaginario mafioso verso l’esterno attraverso i media, la cultura popolare, le narrazioni audiovisive e letterarie. In questo caso la mafiosfera si manifesterebbe attraverso stereotipi, mitologie e rappresentazioni che oscillerebbero tra demonizzazione e fascinazione;
  3. interstiziale, che rappresenta lo spazio di negoziazione e contaminazione tra mondo mafioso e società civile nel quale si generano forme ibride di comunicazione che normalizzano o legittimano interessi e valori mafiosi nel tessuto sociale più ampio.

Critiche

Secondo Ravveduto, la mafiosfera "può essere un dispositivo teorico in grado di sistematizzare ricerche sparse, facilitare analisi transdisciplinari e proporre un approccio critico alla rappresentazione e alla comunicazione del potere mafioso", utile per "indagare la persistenza culturale delle mafie, le ambiguità narrative dei media, l’ambivalenza delle narrazioni simboliche e le potenzialità della comunicazione come strumento di contrasto al dominio criminale".

Tuttavia, il concetto è stato criticato da più parti. In particolare, Anna Sergi ha criticato sia il concetto di mafiosfera che quello di mafiofilia, nati all'interno del rapporto di ricerca curato da Ravveduto e diventati la base di un progetto di legge per punire nel codice penale "l'apologia e istigazione relative al fenomeno della criminalità organizzata o mafiosa".

Secondo Sergi, i due concetti si prestano a manipolazioni avendo una limitata chiarezza analitica, in quanto

"descrivono manifestazioni culturali senza distinguere se si tratti di un prodotto della presenza mafiosa, di una conseguenza dell'abbandono istituzionale, di una forma di risentimento sociale o di un codice espressivo subculturele autonomo. Questa indistinzione rende impossibile comprendere la direzione causale del fenomeno"[8].

Questa indistinzione, secondo Sergi, renderebbe impossibile comprendere la direzione causale del fenomeno. Inoltre, il termine "mafiofilo" ha il limite di sovrapporre categorie completamente eterogenee:

"mette sullo stesso piano chi ha legami concreti con organizzazioni criminali, chi condivide contenuti per emulazione culturale, chi lo fa per provocazione giovanile, chi utilizza quei codici come linguaggio identitario di periferia e chi semplicemente consuma prodotti culturali come serie tv o musica"[9].

Questa confusione, secondo la studiosa, renderebbe il concetto "analiticamente inutilizzabile, troppo ampio per essere operativo e troppo vago per essere esplicativo".

Concentrandosi più su su aspetti di rappresentazione, comunicazione e diffusione di stereotipi e frame di successo, l'incertezza della definizione per Sergi è probabilmente volutamente trascurata, dato che non vengono indagate le cause e le intenzioni di utilizzo.

«Del resto» - conclude Sergi - «è quell'incertezza definitoria che è comune agli studi culturali sulla mafia (di cui chi scrive fa parte), a partire dalla mai del tutto superata definizione di "mentalità mafiosa", e dalla vaghezza di alcuni concetti propri al mondo della comunicazione sul tema».

Note

  1. ↑ Il Sole 24 Ore, In viaggio con il padre dell'infosfera - intervista a Luciano Floridi, 20 maggio 2010.
  2. ↑ Ravveduto, Marcello (a cura di) (2025). Le mafie nell'era digitale – Focus TikTok. II Rapporto di Ricerca, Fondazione Magna Grecia, p. 24.
  3. ↑ Ibidem.
  4. ↑ Ibidem.
  5. ↑ Ibidem.
  6. ↑ Ibidem.
  7. ↑ Ivi, p. 25.
  8. ↑ Sergi, Anna (2026). "Canzoni, serie e reel criminali. Con il reato di apologia mafiosa, lo Stato criminalizza i sintomi e non cura la malattia", La Via Libera, 17 marzo.
  9. ↑ Ibidem.

Bibliografia

  • Archivio Il Sole 24 Ore.
  • Ravveduto, Marcello (a cura di) (2025). Le mafie nell'era digitale – Focus TikTok. II Rapporto di Ricerca, Fondazione Magna Grecia.
  • Sergi, Anna (2026). "Canzoni, serie e reel criminali. Con il reato di apologia mafiosa, lo Stato criminalizza i sintomi e non cura la malattia", La Via Libera, 17 marzo.