La Valle d’Aosta è una regione nella quale la presenza del fenomeno mafioso risale agli anni '70 del Novecento, anche se è stata definitivamente accertata in sede giudiziaria il 21 giugno 2023. L’organizzazione mafiosa egemone sul territorio è la ‘ndrangheta. Ciò che ha reso appetibile l'aggressione della criminalità organizzata di stampo mafioso è la proverbiale ricchezza della regione, dovuta soprattutto alla speciale autonomia.

mafie in valle d'aosta

Breve storia della Valle d'Aosta

Le origini

A partire dal VI secolo d.C., la Valle d’Aosta è appartenuta all’area culturale franca, caratterizzando profondamente la Regione. Oltre all’impiego del dialetto di origine franco-provenzale, la regione ha utilizzato e utilizza il francese quale lingua di cultura. La Regione dal medioevo gode di una forma di autonomia che gli storici della Valle d’Aosta fanno risalire all’accordo contenuto nella Charte des Franchises o Carta delle Franchigie siglata nel 1191 tra il conte Tommaso I di Savoia, il vescovo Walberto e i principali notabili di Aosta.

L’attuale autonomia

L'attuale autonomia della Valle d’Aosta è riconosciuta dallo Statuto Speciale entrato in vigore nel Secondo Dopoguerra, il quale riconosce alla regione una autonomia amministrativa e legislativa, che altrove spettano allo Stato centrale, garantendo una gestione diretta delle risorse e una particolare attenzione alle specificità territoriali.

In particolare, l’articolo 44 del medesimo statuto demanda al Presidente della Regione i compiti di prefetto. Questo stato giuridico concentra il governo e la Prefettura, retta non da un funzionario dello Stato ma dal politico presidente della Regione.

L’immigrazione in Valle d’Aosta

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'espansione delle acciaierie Cogne portò a una forte immigrazione di lavoratori, soprattutto da Calabria, Sardegna e Veneto. Negli anni ‘50 e ‘60, le grandi opere pubbliche – come il Traforo del Monte Bianco (1958-1965) – richiesero molta manodopera esterna. Gli immigrati meridionali, in particolare calabresi, si inserirono nei settori dell'edilizia, della ristorazione e delle riparazioni meccaniche. Attraverso il flusso migratorio e per via delle disposizioni di soggiorno obbligato, arrivarono nella regione anche affiliati alla 'ndrangheta[1].

La situazione economica della Valle d’Aosta

Prima del 1981, la Regione si finanziava principalmente attraverso gli introiti del Casinò e i trasferimenti statali. Dopo l'approvazione della legge 690/1981, la Valle d'Aosta ottenne la quasi totalità delle imposte riscosse localmente, continuando però a ricevere importanti servizi e sostegni dallo Stato, portando un relativo benessere e una forte dipendenza dal settore pubblico.

Questa abbondanza di risorse, definita da Lorenzo Piccinno come una «sbronza fiscale»[2], trasformò la Regione in un importante attore economico, grazie alla sua finanziaria, la Finaosta, costituita nel 1982 con la legge regionale 16/82 (sostituita in seguito dalla Legge Regionale 7/06): l'ente ancora oggi gestisce finanziamenti agevolati per imprese e cittadini, nonché tutte quelle forme di finanziamento anche a carattere sociale.

Per effetto di ciò, la Valle d'Aosta venne definita nel 2007 come "la piccola Cuba del gran turismo" dal giornalista de "la Repubblica" Curzio Maltese[3]. Nell'articolo veniva citato anche un socialista valdostano che descriveva la regione come uno degli ultimi esempi di socialismo reale, privo però di vero mercato, cui rispondeva Luciano Caveri, storico esponente politico dell'Unione Valdôtaine, il movimento regionalista nato nel 1945, definendo questo sistema "grande welfare", simile alle socialdemocrazie nordiche.

Nonostante le mutate condizioni economiche negli anni, le notevoli risorse in capo alla regione e la libertà di spenderle senza troppi vincoli statali sono due elementi che hanno reso la Valle d'Aosta un territorio appetibile per la criminalità organizzata di stampo mafioso.

Storia della presenza mafiosa in Valle d'Aosta

"Lenzuolo", la prima indagine antimafia

Il primo faro sulla presenza mafiosa nella regione è costituita dall'indagine "Lenzuolo", coordinata dalla procura distrettuale di Reggio Calabria e condotta dal Reparto Operativo del Comando Gruppo Carabinieri di Aosta, attraverso la quale veniva individuato un gruppo associativo di tipo mafioso presente in Valle d’Aosta, quale articolazione delle cosche Iamonte e Facchineri[4].

L'indagine, partita nell'ottobre 1998, prendeva il nome da una cerimonia osservata dai Carabinieri presso un bar di Aosta, dove alcune persone erano disposte in cerchio intorno a un anziano seduto su una sedia sopra un lenzuolo steso a terra; il significato di tale cerimonia non venne mai accertato.

Inizialmente iscritta a Procedimento Penale col numero 99/99 presso il Registro Generale delle Notizie di Reato della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, titolare il dott. Francesco Mollace, l'inchiesta individuava una struttura della 'ndrangheta dove Santo Pansera ricopriva la carica di «capo locale» (o «capo società») e Santo Oliverio svolgeva il ruolo di coordinamento e raccordo tra la casa madre calabrese e la struttura delocalizzata aostana. Nell'inchiesta erano indagati a vario titolo altre 12 persone.

Nelle intercettazioni, e in particolare in un passaggio della conversazione ambientale del 20 maggio 2000 tra Pansera e Oliverio, i due utilizzano proprio il termine «'ndranghetista» e «locale»[5].

Le indagini partirono dall’omicidio di Gaetano Neri, avvenuto il 13 giugno 1991 a Pont-Saint-Martin, comune di 1.500 abitanti in Valle d'Aosta, cui seguì la decisione di collaborare con la giustizia di suo cognato, Salvatore Caruso, affiliato alla 'ndrina degli Asciutto-Neri-Grimaldi di Taurianova, deponendo al processo Taurus in corte d’Assise di Palmi. Neri venne assassinato da Salvatore “Sasà” Belfiore, secondogenito di Domenico, il quale anni dopo sarebbe stato condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Bruno Caccia, procuratore di Torino e già procuratore di Aosta[6].

Caruso, trasferitosi in Valle D'Aosta nel 1982, il 23 novembre 1993 raccontò ai magistrati della Procura di Aosta della presenza di soggetti 'ndranghetisti, indicando quale capo-bastone Francesco Raso (all'epoca membro del direttivo del PSI locale), sostenendo che questi era subentrato a Santo Oliverio[7]. La testimonianza di Caruso venne corroborata anche da un altro collaboratore di giustizia, Francesco Fonti, appartenente alla famiglia Romeo di San Luca (RC), che riferiva di aver saputo dell'operatività della Locale valdostana già nel 1971, e che da questa dipendeva la sottolocale di Ivrea, gestita dalla famiglia Forgione.

Il procedimento penale fu inviato per competenza dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria – D.D.A. alla collaterale D.D.A. di Torino, dove assunse il numero 16579/01 R.G.N.R. sotto la direzione del P.M. dott. Andrea Padalino, e qui definitivamente archiviato.

Nonostante l'archiviazione, l'indagine accertò diversi segnali dell'operatività della 'ndrangheta nella regione nel corso degli anni, come estorsioni, incendi, omicidi[8]. Tuttavia, a causa della scarsa conoscenza del fenomeno e della convinzione che non potesse attecchire al di fuori delle regioni di origine, questi episodi non provocavano allarme sociale, anche perché erano temporalmente lontani tra loro e difficilmente collegabili in quegli anni.

Anni '80

Negli anni '80 si verificarono diversi attentati dinamitardi a danno di esercizi commerciali, nonché tentate estorsioni, rapine e omicidi, la maggior parte dei quali rimasta ad opera di ignoti. Tre sono i fatti criminali che si consumano in quegli anni, con chiare caratteristiche mafiose.

Omicidio di Francesco Manti

Il 31 gennaio 1981 ad Aosta venne ucciso a colpi di pistola Francesco Manti[9], a seguito di una lite all’interno del bar ENAL. Pregiudicato originario della provincia di Reggio Calabria, Manti veniva arrestato il 24 marzo 1975 dai Carabinieri di Bianco (RC) perché sorpreso in possesso di una pistola con matricola abrasa. L'assassino, identificato in Giovanni Zurzolo, classe 1954 originario di Bovalino (RC), venne condannato in via definitiva dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino alla pena di 13 anni di reclusione. Durante le indagini altre 4 persone, tutti originari della provincia di Reggio Calabria, furono arrestate in flagranza del reato di favoreggiamento personale e per questo condannate. Il collaboratore di giustizia, Francesco Fonti, riferì che l’omicidio sarebbe avvenuto per volere di Pansera per questioni relative al traffico di stupefacenti.

Tentato omicidio dei coniugi Grillo

Il 9 dicembre 1981 ci fu invece il tentato omicidio ad Aosta dei coniugi Francesco Grillo e Ilva Gaj[10], ad opera di Carmelo Oliverio, pregiudicato già conosciuto per attentati dinamitardi. Qualificandosi come agente di polizia, irrompeva nell’abitazione dei coniugi, ferendoli gravemente a colpi di pistola. Nella nota n. 9/13-3 del 24 dicembre successivo i Carabinieri della Compagnia di Aosta scrivevano: «Si ritiene che all’origine del grave fatto delittuoso vi siano vecchi rancori personali in quanto OLIVERIO Carmelo – tuttora latitante – presumeva che GRILLO Francesco fosse confidente delle Forze dell’Ordine». Carmelo Oliverio, dopo una breve latitanza, veniva arrestato e condannato.

Tentato omicidio di Giovanni Selis

Il 13 dicembre 1982, sempre ad Aosta, venne fatta esplodere l’autovettura dell’allora Pretore di Aosta Giovanni Selis, che si accingeva a metterla in moto. Il magistrato rimase miracolosamente illeso. Rimasti ignoti gli autori.

Anni '90

Negli anni '90 del Novecento, le indagini evidenziarono la presenza di appartenenti a ‘ndrine operanti nella Piana di Gioia Tauro. Alcuni di loro, a seguito di provvedimenti di divieto di soggiorno in Calabria, scelsero di stabilirsi in Valle d’Aosta, ove erano già presenti altri parenti. Oltre alla commissione di delitti, veniva scoperta una fitta rete di fiancheggiatori delle ‘ndrine Facchineri, Iamonte e Nirta “Scalzone”.

L'omicidio di Giuseppe Mirabelli

Il 4 giugno 1990 venne ucciso a Issogne, in provincia di Aosta, Giuseppe Mirabelli[11], nell'ambito della faida tra le 'ndrine Mirabelli-Garofalo, Giuseppe Mirabelli. Per l’omicidio vennero condannati dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino a 24 anni di carcere Tommaso Ceraudo e Silvano Toscano[12].

L'omicidio di Gaetano Neri

Il 13 giugno 1991 venne ucciso Gaetano Neri, che si era stabilito nel 1988 a Pont Saint Martin (AO), dove aveva trovato lavoro nel settore dell’edilizia, dopo essere stato colpito da provvedimento di divieto di soggiorno in Calabria. L'omicidio è inquadrabile nella faida di Taurianova, tra le 'ndrine Avignone-Zagari-Viola e Asciutto-Neri-Grimaldi, iniziata il 2 luglio 1989 con l’eliminazione a Taurianova di Rocco Neri, classe 1965, fratello di Gaetano.

La faida causò 24 morti tra le due fazioni e provocò altrettanti tentati omicidi. L'omicidio di Gaetano inizialmente venne qualificato come la risposta a quello di Rocco Zagari, classe 1932, ucciso all’interno di una barberia a colpi di fucile il 2 maggio 1991 a Taurianova, di cui lo stesso Neri era sospettato tanto dagli inquirenti quanto dalla fazione avversa. Le indagini, tuttavia, stabilirono che il movente dell’omicidio era da attribuire a contrasti interni tra Gaetano Neri e i membri della sua stessa 'ndrina. In particolare, Santo Asciutto lo accusava di mancanza di determinazione e disinteresse, al punto che durante il conflitto, scatenato anche dall'uccisione del fratello Rocco Neri, si era allontanato da Taurianova.

Santo Asciutto, al termine del processo di primo grado riguardante la faida, celebrato presso la Corte d'Assise di Palmi, venne condannato all'ergastolo il 22 settembre 1999, insieme a Santo Barreca, Roberto Comandè, (all'epoca minorenne) e Salvatore Belfiore, detto "Sasà". Quest'ultimo, a capo dell'omonima cosca operante a Torino e provincia, aveva fornito le armi e il supporto logistico agli esecutori materiali.

La latitanza di Luigi Facchineri

La sconfitta dei Facchineri nella faida contro i Raso-Gullace-Albanese e i Facchineri, provocò la diaspora di molti dei suoi membri in varie regioni italiane, inclusa la Valle d’Aosta. In questo contesto, Luigi Facchineri, detto "Biscia", emergeva come figura di rilievo della 'ndrina. Figlio del defunto Michele, detto " ’O Papa", Luigi era latitante dal 1987 insieme al fratello Vincenzo per i reati di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, estorsione, porto abusivo d’armi e tentato omicidio, rendendolo uno dei 30 latitanti più ricercati d'Italia[13].

Il 5 marzo 1992 la Squadra Mobile della Questura di Aosta venne informata dell'arrivo nel capoluogo della fidanzata di Luigi, Loredana Napoli, che alloggiava presso la sorella Rosalba. La polizia, con il supporto del Nucleo Operativo dei Carabinieri di Aosta, avviò operazioni di sorveglianza e intercettazione per localizzare Facchineri.

Il 29 marzo 1993 le forze dell'ordine di Aosta e Arezzo effettuavano un'operazione in un ex-mulino a Capraia Michelangelo (AR), località Rovalza, durante il quale Luigi riuscì a sfuggire alla cattura, ma fu arrestato il cugino Domenico, anch'egli latitante. Le operazioni di monitoraggio consentivano di identificare un gruppo di sostenitori della famiglia Facchineri.

Luigi Facchineri venne poi arrestato dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, con la collaborazione della Polizia francese, il 31 agosto 2002 a Cannes, in Francia. Luigi finì di scontare la pena il 4 settembre 2016, stabilendosi ad Aosta con la moglie e i figli.

Indagini a carico della ‘ndrina Nirta Scalzone nel comune di Quart (AO)

Nei primi anni '90, le forze dell’ordine in Valle d’Aosta conducevano indagini rilevanti su alcuni affiliati della ‘ndrina Nirta, nota anche come “La Maggiore” o " Scalzone" di San Luca, residenti a Quart, comune sparso di 4.150 abitanti della Valle d'Aosta[14].

Il gruppo familiare di Quart comprendeva i fratelli Giuseppe e Domenico Nirta, detto “Mimmo”. Un cugino, Giuseppe Nirta, era nipote di Giuseppe Nirta, ucciso a Bianco (RC) il 19 marzo 1995, e di Francesco “Ciccio” Nirta, due figure di grande rilievo nella 'ndrangheta. Le attività criminali del gruppo erano orientate principalmente al traffico di stupefacenti, cocaina, e alla commissione di truffe.

Il 16 febbraio 1993 il G.I.P. del Tribunale di Aosta emise l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nr. 191/92 R.G.N.R. e nr. 367/92 R.G.I.P nell'ambito dell'Operazione “Mangusta”. L’esecuzione fu affidata alla Squadra Mobile della Questura di Aosta in collaborazione con il Nucleo Operativo del Gruppo Carabinieri di Aosta, e furono eseguite 8 ordinanze di custodia cautelare nei confronti tra cui:

  • Giuseppe Nirta, classe 1965;
  • Rosario Strati, classe 1964;
  • Rosario Strati, che riusciva a sfuggire alla cattura e venne arrestato solo anni dopo alla frontiera di Chiasso.

Gli imputati erano accusati di spaccio di cocaina a persone residenti in Valle d’Aosta, gestito da Giuseppe e dal cugino Domenico. Durante le indagini emersero anche attività di truffa ai danni di commercianti della Valle d’Aosta e a uno dei maggiori acquirenti di cocaina del gruppo, residente a Chamonix.

Le truffe consistevano nel proporre l'acquisto di denaro di provenienza illecita a prezzi vantaggiosi. Al momento della consegna, i truffatori ricevevano denaro contante e consegnavano mazzette di denaro con la scritta “fac-simile” coperta da una fascetta di carta. Quando le vittime contestavano la frode, erano minacciate e spesso non denunciavano il fatto, temendo ritorsioni dalla criminalità organizzata o incriminazioni per riciclaggio.

Al termine delle indagini condotte dalla Procura di Aosta, P.M. dott. Pasquale Longarini, altre 12 persone furono processate il 28 agosto 1993 per traffico di stupefacenti, estorsione e truffa aggravata. Il 30 novembre 1994 il processo di primo grado si concluse con le condanne:

  • Rosario Strati, classe 1961: 7 anni e 6 mesi di reclusione, 45 milioni di lire per traffico di stupefacenti;
  • Giorgio Furfaro, classe 1950: 7 anni e 6 mesi di reclusione, 45 milioni di lire per traffico di stupefacenti e truffa;
  • Francesco Giancotta, classe 1956: 2 anni e 2 milioni di lire di multa per truffa ed estorsione;
  • Filippo Neri, classe 1954: 2 anni e 2 milioni di lire di multa per truffa ed estorsione.

Anni 2000

Tentata estorsione Paglialonga

La vicenda era iscritta al procedimento penale n. 1156/08 mod 44 poi iscritto al modello 21 con numero 2545/09 della Procura della Repubblica di Aosta[15].

Nel 2008, Daniele Paglialonga lavorava come venditore ambulante di frutta utilizzando autocarri posizionati lungo le strade attorno ad Aosta e in tale attività era assistito da un cittadino albanese. Il 9 settembre 2008 il dipendente denunciò che la notte precedente ignoti avevano danneggiato l’autocarro di proprietà di Paglialonga parcheggiato nella periferia del comune di Aosta.

L'indagine, condotta dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Aosta anche con intercettazioni telefoniche, permetteva di ascoltare conversazioni tra Daniele Paglialonga e Peppino Pepé, in cui quest’ultimo, rivendicando lo spazio occupato dal Paglialonga come di suo esclusivo uso per la vendita di frutta, lo minacciava intimandogli di spostare il camion danneggiato.

Nella vicenda interveniva anche Santo Mammoliti che supportando le richieste del Pepè, minacciava Paglialonga, lamentandosi anche del fatto che si fosse rivolto alle autorità.

Paglialonga, per poter continuare a lavorare serenamente, chiamò un imprenditore edile di origine calabrese per trovare una soluzione diplomatica. Quest'ultimo si rivolgeva a un suo dipendente, già emerso nell’indagine Lenzuolo sospettato quale favoreggiatore della famiglia Facchineri, che riusciva a risolvere la questione permettendo a Paglialonga di continuare a vendere la frutta in quel luogo. L'intervento dell’emissario, documentato da filmati dei Carabinieri di Aosta, interrompeva il tentativo di estorsione. Il processo terminava con l’assoluzione degli imputati a causa della ritrattazione di Paglialonga.

Incendio di due escavatori dell’Impresa Mochettaz

Il 12 marzo 2009, due escavatori dell’impresa Mochettaz furono incendiati a Nus, vicino al fiume Dora[16]. L’atto fu attribuito a una ritorsione di soggetti calabresi dopo che Mochettaz aveva rifiutato una proposta commerciale di una ditta di escavazione e gestione di cave di inerti sul cui conto agli atti delle Forze di Polizia esistevano indizi di collegamenti con la criminalità organizzata del Piemonte. L’incendio fu interpretato come vendetta legata all’estrazione di materiali dal fiume, colpendo solo i mezzi di Mochettaz. Dopo un anno, la Procura di Aosta archiviò il caso.

Tentata estorsione all'Impresa Edilsud

Nell'ambito del Processo Tempus Venit, venne accertata una tentata estorsione aggravata dall'art. 7 a danno dell’Impresa Edilsud dei Fratelli Tropiano[17].

Nel 2011, la famiglia Facchineri di Cittanova, tramite Giuseppe Facchinieri residente in Emilia-Romagna, effettuò un tentativo di estorsione nei confronti delle imprese “Edilsud s.r.l.”, guidata dai fratelli Giuseppe, Salvatore, Romeo Tropiano, e “Archeos s.r.l.”, diretta da Luigi Monteleone, attive in Valle d’Aosta. Questo tentativo era volto a influenzare l’assegnazione degli appalti nell’area regionale, coinvolgendo la 'ndrangheta, con ripercussioni per i fratelli Vincenzo, Michele e Salvatore Raso.

Michele Raso e Salvatore, su mandato della Edilsud, avviarono una trattativa con Giuseppe Facchinieri, Roberto Raffa e Vincenzo Chemi, che furono fermati dai militari del Nucleo Investigativo di Aosta il 20 dicembre 2011. In una conversazione intercettata il 30 luglio 2011, Michele Raso illustrava ai fratelli Tropiano le motivazioni della richiesta economica avanzata da Giuseppe Facchinieri, riferendosi a un codice condiviso tra le parti. Il 17 novembre 2011, Salvatore Raso fu vittima di un omicidio vicino alla sua abitazione. Non fu accertato se l’accaduto fosse collegato al tentativo di estorsione.

Con sentenza del 30 gennaio 2013, il G.I.P. del Tribunale di Torino condannava per tentata estorsione[18]:

  • Giuseppe Facchinieri: 6 anni e 8 mesi di reclusione ed euro 1.800 di multa;
  • Giuseppe Chemi: 5 anni e 8 mesi di reclusione ed euro 1.400 di multa;
  • Roberto Raffa: 5 anni e 10 mesi di reclusione ed euro 1.600 di multa;

per porto abusivo di arma:

  • Michele Raso: 3 anni e 6 mesi di reclusione ed euro 1.000 di multa, più 2 anni di reclusione ed euro 3.000 di multa.

per favoreggiamento:

  • i fratelli Giuseppe, Salvatore e Romeo Tropiano condannati alla reclusione di 1 anno e 4 mesi, pena sospesa.

La II sezione Penale della Corte d’Appello di Torino, con sentenza del 28 ottobre 2013[19] confermava le condanne di Facchinieri, Chemi e Raffa per tentata estorsione, di Michele Raso per porto abusivo d’arma, mentre assolveva i fratelli Tropiano e Raso Michele dall’accusa di favoreggiamento e concorso in estorsione. La Corte giustificava l’assoluzione sulla base delle finalità solidaristiche attribuite all’azione di Raso verso i Tropiano e considerava il mancato ricorso alle autorità come conseguenza di timori personali. Successivamente Michele Raso venne condannato dal Tribunale di Palmi perché appartenente al locale della ‘ndrangheta di San Giorgio Morgeto, nell'ambito del Processo Altanum.

Il processo Geenna

L’indagine “Geenna” rappresenta il frutto di un’articolata attività investigativa condotta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Aosta, con il supporto della Sezione Anticrimine del R.O.S. Carabinieri di Torino e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (D.D.A.) presso la Procura della Repubblica di Torino. Questo lavoro investigativo prese forma attraverso il compendio di un patrimonio informativo raccolto nel corso di anni di attività di polizia giudiziaria e informativa, attingendo in modo particolare ai risultati ottenuti dall’indagine “Lenzuolo”[20].

Nel prosieguo delle indagini, le acquisizioni del procedimento “Geenna” sono state ulteriormente rafforzate dall’inserimento delle risultanze di un’altra rilevante indagine, denominata “Egomnia[21]. Questo insieme di materiali investigativi ha costituito la base documentale a sostegno del processo, consentendo una ricostruzione dettagliata delle dinamiche criminali sul territorio valdostano.

L’attività di Polizia Giudiziaria si focalizzò principalmente sull’attualizzazione degli indizi riguardanti l’esistenza e l’operatività, nel territorio di Aosta, di una “locale” di ‘ndrangheta. In tale contesto, il procedimento “Lenzuolo” aveva assunto una particolare importanza giudiziaria, così come riconosciuto dalla Corte d’Appello di Torino nell'ambito del procedimento “Tempus Venit”[22]. Nella motivazione, la Corte sottolineava espressamente la rilevanza primaria dell’indagine “Lenzuolo”, nell’ambito della quale era emersa una compagine associativa di stampo mafioso operante in Valle d’Aosta. Tale struttura risultava essere un’articolazione delle cosche Iamonte e Facchineri, sotto la guida di Santo Pansera, con la partecipazione di altri soggetti.

«Le emergenze di tale procedimento - definito con provvedimento di archiviazione da parte del GIP di Torino a seguito della trasmissione degli atti alla Procura di Torino per competenza da parte dei GIP di Reggio Calabria - posti in relazione alle successive acquisizioni processuali relative alla struttura della 'ndrangheta, alla relativa organizzazione territoriale, alla composizione delle diverse "locali", ai rapporti tra le "locali" calabresi e le "locali" dislocati in altre regioni, considerate le successive propalazioni rese dai collaboratori di giustizia, hanno portato alla acquisizione di rilevanti elementi in ordine ala presenza ed operatività della 'ndrangheta in Valle d'Aosta della operatività, negli anni 2000 e 2001, di una vera e propria "locale", con a capo PANSERA Santo (deceduto), rivestente al carica di capo locale o capo società ed [-omissis-], con il ruolo di coordinamento della struttura aostana con al "casa madre" calabrese. Al riguardo assume rilievo l'intercettazione ambientale della conversazione captata a bordo dell'autovettura in uso a PANSERA Santo, in data 22.08.2000, intercorsa tra PANSERA Santo, -[omissis] - ed altra persona non identificata, nella quale si ripercorre sinteticamente la storia della presenza della 'ndrangheta in Valle d'Aosta.»

Da pagina 107 della medesima sentenza la Corte d’Appello continua la sua analisi sulla presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, ipotizzata dai Carabinieri circa 20 anni prima:

«Altre conversazioni oggetto di intercettazione ambientale nel rilevare la presenza della ‘ndrangheta in Valle d'Aosta evidenziavano la necessità di rendersi il meno visibili possibile e ciò sia per la resistenza della popolazione locale ad accettare imposizioni di carattere estorsivo, sia per evitare di attirare l'attenzione delle forze dell'ordine. Di assoluto rilievo al conversazione intercettata li 24.07.2000, emersa nell'indagine "Lenzuolo", intercorsa tra [omissis], i quali, pur non essendo risultati appartenere alla "locale", mantenevano con lo stesso stretti e rispettosi contatti e svolgevano comunque attività illecite quali l'usura e il traffico di stupefacenti».

Con sentenza n. 1243 del 20 aprile 2023, riguardo gli imputati con rito ordinario del processo Geenna, la Corte di Cassazione certificava definitivamente l’esistenza di un locale della ‘ndrangheta operante in Aosta con a capo Bruno Nirta e Marco Fabrizio Di Donato, quale promanazione della ‘ndrangheta di San Luca. Sull’esistenza e operatività della ‘ndrangheta in un territorio lontano dalla casa madre della ‘ndrangheta, la Calabria, a pagina 19 della sentenza la Cassazione[23] stabiliva che:

«ogni "locale" ed ogni cosca costituente tale realtà mutua dal gruppo madre il proprio potere intimidatorio. E ciò essenzialmente perché, come riconosciuto in diverse pronunce di questa Corte, ogni "locale" opera nella diffusa consapevolezza del collegamento con l'organizzazione principale dotata di propria capacità intimidatoria, riconosciuta anche nella diversa realtà territoriale; vale al proposito il principio stabilito da questa Corte, secondo cui il reato di cui all'art. 416-bis cod. pen. è configurabile con riferimento ad una nuova articolazione periferica (c.d. "locale") di un sodalizio mafioso radicato nell'area tradizionale di competenza - anche in difetto della commissione di reati-fine e della esteriorizzazione della forza intimidatrice, qualora emerga il collegamento della nuova struttura territoriale con quella "madre" del sodalizio di riferimento, ed il modulo organizzativo (distinzione di ruoli, rituali di affiliazione, imposizione di rigide regole interne, sostegno ai sodali in carcere, ecc.) presenti i tratti distintivi del predetto sodalizio, lasciando concretamente presagire una già attuale pericolosità per l'ordine pubblico (Sez. 5, n. 31666 del 03/03/2015, Bandiera ed altri, Rv. 264471)».

La forza intimidatrice della ‘ndrangheta è storicamente riconosciuta anche in assenza o mancata prova di reati fine (motivazione principale per l’archiviazione del processo Lenzuolo). La Cassazione a pagina 19 spiega:

«un sodalizio mafioso radicato nell'area tradizionale di competenza anche in difetto della commissione di reati-fine e della esteriorizzazione della forza intimidatrice, qualora emerga il collegamento della nuova struttura territoriale con quella "madre" del sodalizio di riferimento, ed il modulo organizzativo (distinzione di ruoli, rituali di affiliazione, imposizione di rigide regole interne, ecc.) presenti i tratti distintivi del predetto sodalizio, con conseguente forza di intimidazione "intrinseca" alla accertata capacità di egemonizzazione criminale del territorio. (Sez. 5, n. 47535 del 11/07/2018, "N.", Rv. 274138).

Ribadito quindi, anche nel presente giudizio, il criterio ed il valore dell'intimidazione diffusa, intrinsecamente connessa alla accertata capacità di egemonizzazione criminale di un determinato territorio, valido per tutte le realtà operative delle c.d. mafie storiche […]

Laddove, le "locali" esportate in territori distanti, che non hanno storicamente sofferto il giogo mafioso, estrinsecantesi nel controllo capillare del territorio (distribuito per cellule interconnesse o in organismi piramidali), devono manifestare o un chiaro legame placentare con la casa madre, che ne disciplina anche le dinamiche interne, ovvero palesare nel territorio di esportazione una replica precisa di quel modello organizzativo fondato sull'assoggettamento omertoso del territorio e delle risorse umane e finanziarie che in quel territorio operano (Sez. 1, n. 55359 del 17/06/2016, P.g. in proc. Pesce ed altri, Rv. 269043 - 01).

Il “metodo mafioso” nelle precedenti sentenze era stato provato da miriadi episodi quale «epifania del metodo mafioso», fra questi la gestione di attività commerciali lecite: «come nel caso di specie verificatosi, perfino per la distribuzione delle aree di sosta valdostane ai mercanti provenienti dal sud carichi dei prodotti autoctoni da commercializzare a latitudini più elevate (pag. 232 e ss. della sentenza impugnata)».

La Cassazione ha riconosciuto che l’organizzazione ‘ndranghetista operava in modo autonomo sul territorio, pur mantenendo legami gerarchici con le ‘ndrine calabresi, una caratteristica già emersa nel processo “Lenzuolo”, all’epoca non ritenuta sufficiente per la mancata prova dei reati fine. È appropriato parlare di “locale di Aosta”, poiché gli eventi di Geenna si sono svolti esclusivamente nella media Valle, senza connessioni con altre aree della Regione e, attualmente, non ci sono evidenze giudiziarie che suggeriscono il contrario.

I campi d’interesse della ‘ndrangheta ad Aosta

Dal processo Geenna è risultato che la locale di Aosta aveva due principali aree di interesse: la gestione del pacchetto di voti degli elettori valdostani di origine calabrese e il traffico internazionale di cocaina dalla Spagna all'Italia.

Controllo del voto

Le persone di origine calabrese residenti in Valle d’Aosta attualmente sono circa 35.000 su un totale di circa 120.000 abitanti. Il controllo del pacchetto di voti avveniva anche attraverso la gestione di lavori privati da distribuire tra gli imprenditori che accettavano le regole del sodalizio.

L’importanza dell’uso di questa fetta consistente di elettori di origine calabrese non era nuova alle cronache giudiziarie. L’11 marzo 1993 il G.I.P. del Tribunale di Aosta emetteva ordinanza di custodia cautelare in carcere nr. 115/93 R.G.N.R. e nr. 187/93 R.G.G.I.P. a carico di Augusto Rollandin, storico esponente dell’Union Valdôtaine, più volte presidente della Regione, detto “l’Empereur”, deceduto nel 2006, Giovanni Barocco, Francesco Raso detto “Ciccio”, deceduto per malattia, e Domenico Cosentino, detto “Mimmo”, tutti indagati per violazione delle leggi elettorali.

Augusto Rollandin e Giovanni Barocco nelle consultazioni elettorali del 30-31 maggio 1993 erano candidati nelle liste dell’Union Valdôtaine per il rinnovo del consiglio della Regione Autonoma Valle d’Aosta. Allo scopo di assicurarsi il “pacchetto di voti” gestito da Francesco Raso, promettevano a quest’ultimo di fare ottenere a persone da lui indicate impieghi pubblici e privati, promessa poi mantenuta. Cosentino era invece addetto al pagamento ai votanti.

Il 29 febbraio 1996, con sentenza del G.I.P. di Aosta Raso veniva condannato alla pena di 5 mesi e 10 giorni di reclusione e 50.000 lire di multa. Ciccio Raso da tempo si interessava di politica e già nel 1978 faceva parte del comitato direttivo della federazione regionale valdostana del Partito Socialista Italiano. Il 23 novembre 1993 il collaboratore di Giustizia Salvatore Caruso indicava Francesco Raso quale esponente della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta, definendolo “capo bastone”[24].

Durante l’indagine “Lenzuolo veniva inoltre intercettata una conversazione tra Santo Pansera e un'altra persona, durante la quale quest’ultimo spiegava il perché era necessaria la scalata al potere politico:

«come noi ad Aosta, in una città dove possiamo fare i diplomatici, dove possiamo fare quello che vogliamo, dobbiamo fare i deficienti sotto agli altri, sotto agli altri, ma come 2.500 miliardi di bilancio, ma te li vuoi pigliare 1.000 miliardi e te li gestisci […]»

Il discorso continuava con la necessità di scalare l’Union Valdôtaine, candidare quattro o cinque “compari”, i quali potevano portare in dote un notevole pacchetto di voti utili al movimento per mantenere il potere.

Dagli atti del processo Geenna si rileva che la cabina di regia per la gestione del pacchetto elettorale era la Pizzeria “La Rotonda”, gestita da Antonino Raso con l’aiuto del capo ‘ndrina Marco Fabrizio Di Donato da Saint Pierre, coadiuvati nel procacciamento di voti da Alessandro Giachino, all’epoca dipendente del Casinò di Saint Vincent.

Sono numerosi i documenti dei Carabinieri che attestano la frequentazione presso il locale pubblico di politici della Regione Valle d’Aosta e del Comune di Aosta, così come sono documentati i discorsi intercettati al suo interno con l’imprenditore, incontri che sono stati equiparati a vere e proprie riunioni, alcune delle quali per dirimere problematiche dell’ambiente con modalità tipiche dell’associazione mafiosa.

A supporto degli elementi raccolti durante le investigazioni dell’indagine Geenna, vennero utilizzati quelli raccolti durante l’indagine, sempre dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Aosta, cosiddetta Egomnia, Proc. Pen. 3194/2018 R.G.N.R. della Procura della Repubblica di Torino.

I politici che l’organizzazione aveva “aiutato” per le elezioni per il rinnovo di consigli comunali nel 2015 e del consiglio regionale nel 2018 erano tre: Marco Sorbara, Nicola Prettico e Monica Carcea, i quali avevano conseguito i seguenti risultati:

Rinnovo Consiglio Comunale di Aosta (10 maggio 2015). Totale votanti 17.553 pari al 61,26%[25]:

  • Marco Sorbara 743 voti, (1° eletto della lista Union Valdôtaine);
  • Nicola Prettico 361 voti (8° eletto della lista Union Valdôtaine).

Rinnovo consiglio comunale di Saint Pierre (10 maggio 2015). Totale votanti 1.595 pari al 63,02%[26]:

  • Monica Carcea eletta con 152 voti (2° eletta nella sua lista Union Valdôtaine e Stella Alpina - partito autonomista valdostano)

Rinnovo del Consiglio Regionale della Valle d’Aosta (20 maggio 2018). Totale votanti: 67.159, pari al 65,13%[27]:

  • Marco Sorbara, 1071 voti, (6° eletto nella lista Union Valdôtaine).

Nell'ambito del processo Geenna, Marco Sorbara e Monica Carcea vennero rinviati a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, mentre Nicola Prettico venne rinviato a giudizio quale appartenente al locale della ‘ndrangheta di Aosta.

Ai sensi della Legge 6 novembre 2012, n. 190, conosciuta come “Legge Severino”, Marco Sorbara e Nicola Prettico decaddero dai loro incarichi politici, mentre Monica Carcea si dimetteva dal consiglio Comunale di Saint Pierre e dalla carica di assessore alla finanze del medesimo comune.

Dopo sette mesi di detenzione in carcere, dal 23 gennaio al 26 agosto 2019, Sorbara veniva ammesso agli arresti domiciliari dal Tribunale del riesame di Torino [28].

Lo stesso Tribunale e la Cassazione, in varie sentenze dal 15/02/2019 al 26/08/2019, rigettò le istanze per il termine della custodia cautelare:

  • Il 15 febbraio 2019 il Tribunale del Riesame di Torino rigettò la scarcerazione e confermò la custodia cautelare per Sorbara e Carcea[29];
  • il 29 maggio 2019 la Cassazione confermò la detenzione di Sorbara e rinviò per ulteriore decisione per Carcea[30];
  • Il 29 luglio 2019 la Cassazione concesse gli arresti domiciliari a Monica Carcea[31];
  • Il 24 agosto 2019 il Tribunale del Riesame Torino rigettò la scarcerazione di Marco Sorbara, disponendo gli arresti domiciliari[32]
  • 18 gennaio 2021, il Tribunale del Riesame di Torino rigettò la scarcerazione cautelare per Sorbara[33]-

Il 16 settembre 2020, all'epilogo del processo di primo grado, il tribunale di Aosta condannò Marco Sorbara a dieci anni di reclusione per concorso esterno, Antonio Raso a 13 anni per associazione mafiosa, l'ex consigliere comunale aostano Nicola Prettico a 11 anni e, sempre per concorso esterno, l'ex assessora di Saint-Pierre Monica Carcea a 10 anni.

Le sentenze vennero ribaltate in Appello, dove Marco Sorbara il 13 ottobre 2021 venne assolto dalla Corte d’Appello di Torino, sentenza confermata definitivamente dalla Cassazione il 24 gennaio 2023, mentre Monica Carcea venne assolta il 30 settembre 2024: per entrambi non era stato provato che fossero consapevoli di collaborare con un’associazione per delinquere di tipo mafioso, e quindi essere uno strumento per la sua crescita. Il reato di voto di scambio politico-mafioso decadeva e tutti gli imputati a cui era stato contestato l’illecito venivano assolti.

A pagina 555 della sentenza della Corte d’Appello, riguardo il locale della ‘ndrangheta di Aosta i giudici scrivevano:

«E tuttavia, ritiene la Corte come debba esser sottolineato che la "locale" aostana era, all'epoca, un gruppo non solo di ridotte dimensioni, certamente già fornito da un nucleo consistente di fiancheggiatori (molti sono i soggetti che ruotano intorno ad esso, intercettati in quanto sovente contattati dal RASO e da altri componenti del sodalizio […] ed ai molti politici, di professione o per vocazione, che in occasione delle competizioni elettorali danno luogo ad un autentico tourbillon di contatti telefonici, non mancando di organizzare anche delle vere e proprie conventions con i Di Donato), ma certamente ancora di recente costituzione, come del resto si evince dalla stessa contestazione, oltre che dalla collocazione spazio-temporale delle attività investigative. Solo avendo presente questo dato oggettivo possono ragionevolmente spiegarsi non soltanto il succedersi ed il successivo diradarsi (ma dopo due anni...) delle discese/ascese dei due Nirta in Valle, ma anche lo stesso rivolgimento, da parte del nascente sodalizio, alle attività, per lo più gestite da soggetti di origine calabrese (ovviamente particolarmente sensibili anche a messaggi non propriamente espliciti) ed ai settori che potessero consentire al gruppo, anche attraverso eventuali successive adesioni o- come nel caso dei politici- concorsi esterni, di estendere i suoi tentacoli nel tessuto socio economico-politico regionale.»

I giudici della Corte d’Appello, nella sentenza citata annotavano che il sodalizio rivolgeva le sue attenzioni alle attività economiche private gestite da soggetti di origine calabresi o comunque vicine all’ambiente. In futuro progettavano di espandersi con il richiamo di altri soggetti anche di fuori Valle a cui proporre la gestione di locali, non solo per il riciclaggio di denaro ma anche per la commissione di truffe, reato per cui si rischia poco e permette lauti guadagni. Questi soggetti avrebbero dovuto essere contattati attraverso ambasciate di Di Donato come rappresentanti di "famiglie" di solida affidabilità. L’attività di inchiesta aveva interrotto prematuramente il progetto proprio nel momento in cui il gruppo si stava consolidando.

Nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale della Valle d’Aosta del 28 settembre 2025, Marco Sorbara è stato candidato nelle liste di Forza Italia e otteneva 1.080 voti, risultando il più eletto nella sua lista quindi entrando nel consiglio regionale.

Il traffico internazionale di stupefacenti

Le complesse investigazioni riguardanti il traffico internazionale di stupefacenti tra Spagna, Calabria, Piemonte, Lombardia e Liguria erano condotte dalla Sezione Anticrimine del ROS dei Carabinieri di Torino, a cui collaborava il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Aosta per quanto riguarda gli accertamenti con collegamenti con associati presenti in Valle d’Aosta.

A capo dell’attività vi erano i fratelli Nirta, Bruno e Giuseppe, quest’ultimo ucciso in Spagna nella regione della Murcia l’11 giugno 2017[34].

La base operativa principale era in Spagna ed erano registrati collegamenti con personalità importanti della ‘ndrangheta coinvolte nel traffico di stupefacenti, tra cui Vincenzo Macrì, arrestato in Brasile nel 2017, figlio dell’esponente di rilievo della ‘ndrangheta Antonio Macrì, ucciso a Siderno nel 1975.

Nell’inchiesta era anche coinvolto un avvocato di Torino successivamente condannato. Nel comune di Aosta vennero registrate riunioni operative presso l’abitazione di Marco Fabrizio Di Donato e presso la Pizzeria La Rotonda.

Commissioni antimafia

Commissione parlamentare della XVII Legislatura (Commissione Bindi)

Il 19 ottobre 2017 la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, presieduta dall’on. Rosy Bindi, giungeva nel Comune di Aosta per conoscere lo stato della presenza del fenomeno mafioso in Valle d’Aosta. La commissione, nei giorni a seguire, ascoltava i rappresentanti del governo valdostano, rappresentanti delle Forze dell’ordine e della Magistratura, fra cui anche il dott. Stefano Castellani che all’epoca estava concludendo l’inchiesta Geenna. L’esito dell’inchiesta è pubblicato nel documento conclusivo n. 38 dell’ 8 febbraio 2018[35]

Commissione Parlamentare Antimafia della XVIII Legislatura (Commissione Morra)

Rispetto alla legislatura precedente, la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta dal Sen. Morra, oltre a ricostruire quanto emerso dal processo Geenna e da altre inchieste circa la presenza mafiosa in Valle d'Aosta, ricostruiva anche i contatti con la massoneria e l’appartenenza ad essa di alcuni esponenti del locale di Aosta, frutto non "di scelte ed ambizioni individuali", bensì di "scelte strategiche decise e condivise anche dai vertici della ’ndrangheta aostana e, in particolare, da Marco Fabrizio Di Donato che aveva dato il proprio appoggio all’iniziativa in quanto ritenuta funzionale agli interessi della consorteria mafiosa"[36].

Le Commissioni regionali Antimafia

La Commissione regionale del 2012

A seguito delle indagini citate indagini Tempus Venit e Hybris, il 25 gennaio 2012 la regione Autonoma Valle d’Aosta costituiva una commissione regionale per analizzare la presenza di un sistema mafioso sul proprio territorio. La Commissione era composta da 7 consiglieri, rappresentanti tutti i gruppi consiliari, si insediò il 1° marzo dello stesso anno. Alla commissione era affidato l’incarico di[37]:

  • individuare i settori maggiormente esposti al rischio di penetrazione mafiosa in Valle d'Aosta;
  • stabilire opportuni raccordi operativi con analoghi organismi già esistenti presso il Parlamento Italiano, in altre regioni e nell'ambito di enti locali;
  • studiare e proporre pratiche amministrative e interventi normativi che rafforzino significativamente il presidio nei confronti di tali fenomeni malavitosi.

Al termine dei lavori, la commissione stabiliva che, pur ritenendo che da una lettura nazionale degli avvenimenti giudiziari che riguardano la mafia nessuna regione italiana si può definire “immune” dal fenomeno, poneva l’accento a non abbassare la guardia e continuare a monitorare il fenomeno che in Valle d’Aosta avrebbe trovato appetibile il settore dell’edilizia e alberghiero. In sostanza la commissione riteneva che la società valdostana all'epoca fosse sana ,anche se era necessaria la creazione di sistemi diagnostici per osservare in tempo eventuali pericolosi sintomi, anche se episodi estorsivi non erano da ritenersi segnali della presenza mafiosa ma episodi isolati prontamente risolti dalle Forze dell’Ordine.

L'Osservatorio Regionale sul fenomeno mafioso in Valle d’Aosta

Dopo il processo Geenna, nel 2022 la Regione Valle d’Aosta si è dotata di un osservatorio dei fenomeni mafiosi in Valle d’Aosta. L’organo venne costituito dal Consiglio Valle nell'aprile 2022 e reso operativo nel luglio dello stesso anno «quale organo provvisto di una propria fisionomia e struttura, di autonomia regolamentare e funzionale»[38], allo scopo di «favorire la conoscenza del fenomeno, promuovere la coscienza civica e la cittadinanza attiva, agevolare l'adozione di misure efficaci a tutela dei cittadini e dei beni comuni».

L'Osservatorio è composto da 15 membri in rappresentanza delle istituzioni politiche regionali e del mondo produttivo, sindacale, del lavoro e dell'associazionismo ed è aperto alle Forze dell'ordine; i membri dell'Osservatorio prestano la propria attività a titolo gratuito. Si avvale di un comitato tecnico composto di tre esperti nel settore del contrasto al crimine organizzato e della promozione della legalità, nominati dall'Osservatorio su indicazioni di Avviso Pubblico.

Ai membri del comitato tecnico è attribuito un compenso determinato nell'ambito del Regolamento adottato dall'Osservatorio (art. 5, comma 6, l.r. 1/2022), oltre il rimborso delle spese sostenute e debitamente documentate. Il medesimo rimborso spetta loro anche in caso di missioni deliberate dall'Osservatorio.

L'attuale Osservatorio è stato costituito con deliberazione del Consiglio Valle n. 1446/XVI del 27 aprile 2022, successivamente integrata con deliberazioni n. 2040/XVI del 30 novembre 2022 e n. 3458/XVI del 3 aprile 2024. L'Osservatorio è rinnovato all'inizio di ogni legislatura.

Fino ad ora l’osservatorio ha organizzato eventi su vari temi di interesse reperibili sul sito istituzionale. Ogni anno dovrebbe essere prodotta una relazione annuale ma fino ad ora quella pubblicata è solo quella relativa al 2022.

Note

  1. Citato in C.N.R. n. 63/6 del Reparto Operativo – Nucleo Operativo Gruppo Carabinieri di Aosta - Proc. Pen. 99/99 della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, 26/11/2000, p. 7.
  2. Piccinno, Lorenzo (2015). C'era una volta mamma Regione. Dalla pioggia di miliardi all'«attacco all'autonomia», Gignod, edizioni END.
  3. Curzio Maltese, "La Ricca Aosta, piccola Cuba del Gran Turismo”, la Repubblica, 12 marzo 2007[1].
  4. Commissione Parlamentare Antimafia (2022). "Relazione sull'attività svolta", Relatore: Sen. Morra, Doc. XXIII n. 37, Tomo IV, 13 settembre, p. 2246.
  5. Ivi, p. 2247.
  6. Citato in Roberto Mancini, Storie di ‘ndrangheta in Valle d’Aosta (2°parte), Blog Patuasia, 28 febbraio 2014[2].
  7. Ibidem
  8. Reparto Operativo - Gruppo Carabinieri di Aosta, "Informativa conclusiva nr. 63/6 - Proc. Pen. 99/99 - Indagine Lenzuolo", Procura della Repubblica di Reggio Calabria, 26/11/2000, pp. 9-43.
  9. Ivi P. 10
  10. Ivi, p. 11
  11. Ivi, p. 13
  12. Stefano Sergi, “Omicidio Mirabelli Due Condanne”, La Stampa, 1° febbraio 1995, p. 33.
  13. Nota informativa relativa alla ‘ndrina Facchineri allegata all’informativa conclusiva dell’indagine c.d. Geenna nr. 73/1-191-2016 P.P. 33607/14 Mod. 21 della Proc. Della Repubblica di Torino D.D.A. – P.M. Stefano Castellani e Valerio Longi
  14. Ibidem.
  15. Informativa conclusiva indagine Geenna nr. 73/1-191-2016 del Nucleo Investigativo Carabinieri di Aosta e Sez. Anticrimine del ROS Carabinieri di Torino, p. 30.
  16. Ivi, p. 31.
  17. Processo Penale 32386/2010 mod. 21 della Procura della Repubblica di Torino – D.D.A. P.M. Dott. Stefano Castellani, Dott.ssa Daniela Isaia
  18. Federica Bompieri, "Sentenza contro Facchinieri + 6 N. 32386/10 R.G.N.R. -19871/11 R.G.", Ufficio G.I.P. - Tribunale di Torino, 30 gennaio 2010
  19. Brunella Rosso, Sentenza contro Facchinieri + 6 n. 3538/13 - 32386/10 R.G.N.R.", Corte d’Appello di Torino - II Sezione Penale.
  20. procedimento penale n. 99/99 della D.D.A. di Reggio Calabria, Pubblico Ministero Dott. F. Mollace, e successivamente nel procedimento n. 16579/01 della D.D.A. di Torino, P.M. Dott. A. Padalino
  21. P.P. 3194/18 R.G.N.R. Procura della Repubblica – D.D.A. Torino, che era stata archiviata su richiesta della stessa D.D.A. di Torino.
  22. Brunella Rosso, "Sentenza n. 3538/13 contro Facchinieri Giuseppe + 6", Corte d’Appello di Torino - II Sez. Penale, 28 ottobre 2013, p. 102.
  23. Sergio Beltrani (2023). "Sentenza n. 1243/23 contro “Bonarelli + 6", Suprema Corte di Cassazione - Seconda Sezione Penale, 20 aprile
  24. Informativa finale Indagine Lenzuolo, p. 146.
  25. Sito della Regione Valle d'Aosta, Archivio Elezioni Comunali 10 maggio 2015 Comune di Aosta[3]
  26. Sito della Regione Valle d'Aosta, Archivio Elezioni Comunali 10 maggio 2015 Comune di Saint Pierre (AO)[4]
  27. Sito della Regione Valle d'Aosta, Archivio Elezioni Regionali del 20 maggio 2018[5]
  28. Christian Diémoz, “Sorbara, per i giudici sì ai domiciliari, ma “persistente pericolosità sociale”, Aosta Sera.it [6]
  29. Ansa https://www.regione.vda.it/notizie/details_i.asp?id=305291
  30. Christian Diémoz, “Operazione Geenna, altro diniego alla scarcerazione di Carcea”, Aosta Sera.it, cassazione-conferma-carcere-per-sorbara-rinviata-al-riesame-la-decisione-su-carcea
  31. Luca Mercanti, “Operazione Geenna, perché Montica Carcea ha ottenuto i domiciliari”, Gazzetta Matina,[7]
  32. Federico Donato, “Geenna Marco Sorbara lascia il carcere dopo 7 mesi”, Gazzetta Matin [[8]]
  33. "Valle d’Aosta “Ndrangheta: Riesame, Marco Sorbara resta ai domiciliari", Ansa, 18 gennaio 2021 [9]
  34. Christian Diémoz, "Il pluripregiudicato Giuseppe Nirta ucciso in Spagna", Aostasera.it, 11 giugno 2017[10]
  35. [11]
  36. Commissione Parlamentare Antimafia (2022). "Relazione sull'attività svolta", Relatore: Sen. Morra, Doc. XXIII n. 37, Tomo IV, 13 settembre, p. 2249.
  37. [12]
  38. Regione Autonoma Valle d’Aosta, Sito ufficiale Osservatorio sul fenomeno della criminalità Organizzata[13].

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