Processo Infinito

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Io sono Nunzio Novella, non ho bisogno di chiedere il parere a nessuno, nessuno, nessuno, non ho bisogno neanche di mandare imbasciate in Calabria
(Carmelo Novella, intercettato nel 2007[1])

Il Processo Infinito è il procedimento penale nato dal filone lombardo dell'Operazione Crimine-Infinito, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. Si svolse nell'aula bunker di via Uccelli di Nemi a Milano, diviso in due tronconi: il rito abbreviato, con 119 imputati, e il rito ordinario davanti all'VIII Sezione penale del Tribunale di Milano, con 44 imputati.

Il processo accertò in via definitiva l'esistenza in Lombardia di una vera e propria struttura di 'ndrangheta: sedici locali coordinati da un organismo chiamato "la Lombardia", autonomo nella gestione degli affari ma legato alla Calabria da regole, rituali e gradi comuni. Fu anche il primo grande processo a portare alla luce i rapporti tra la 'ndrangheta lombarda, l'imprenditoria e la pubblica amministrazione.

Antefatti

Il filone lombardo, Infinito, fu coordinato dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai sostituti procuratori milanesi Alessandra Dolci, Paolo Storari, Alessandra Cecchelli e dal sostituto procuratore di Monza Salvatore Bellomo. Il filone calabrese, Crimine, fu diretto dal procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri.

Infinito, il filone lombardo

Le indagini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza partirono il 30 ottobre 2006, dopo una notizia confidenziale su una presunta importazione di stupefacenti organizzata da Rocco Piscioneri e Alfredo Scarfò, già indagati nell'Operazione Tequila[2].

L'inchiesta permise di individuare sedici locali a Milano, Bollate, Cormano, Bresso, Limbiate, Solaro, Pioltello, Mariano Comense, Corsico, Rho, Pavia, Erba, Canzo, Legnano, Desio e Seregno[3]. I locali erano coordinati da una Camera di Controllo chiamata "la Lombardia", al cui vertice si succedettero Cosimo Barranca (fino al 15 agosto 2007), Carmelo Novella (dal 15 agosto 2007 al giorno del suo omicidio, il 14 luglio 2008) e Pasquale Zappia, eletto il 31 ottobre 2009 durante il summit di Paderno Dugnano[4].

Novella era stato ucciso a San Vittore Olona dopo aver dato una brusca accelerazione al processo di autonomia dei locali lombardi dalla Calabria[5]. Dopo la sua morte la Calabria incaricò Giuseppe "Pino" Neri di consultare i capi dei locali per scegliere un nuovo responsabile[6]. La scelta fu ratificata il 31 ottobre 2009 nel centro per anziani "Falcone e Borsellino" di Paderno Dugnano, in piazza Falcone[7].

Le intercettazioni mostrarono che il numero reale dei locali era più alto di quello accertato, come emerge da un dialogo tra Saverio Minasi e Vincenzo Raccosta[8]:

MINASI: «qua siamo venti "locali" siamo cinquecento uomini Cecè, non siamo uno... Cecè vedi che siamo cinquecento uomini qua in Lombardia, sono venti "locali" aperti...»

Crimine, il filone calabrese

L'operazione Crimine riunì numerose indagini della DDA di Reggio Calabria, tra cui "Patriarca", "Solare", "Reale", "Bene Comune" e "Sic et Simpliciter", coordinate con l'inchiesta milanese[9]. Il 9 luglio 2010 la Procura dispose il fermo di 121 indagati, eseguito il 13 luglio in diverse regioni d'Italia[10].

Le intercettazioni permisero di seguire quasi in diretta il rinnovo delle cariche della Provincia. Il 19 agosto 2009, durante il matrimonio tra Elisa Pelle, figlia del boss di San Luca Giuseppe Pelle detto "Gambazza", e Giuseppe Barbaro, si tenne un summit in cui l'anziano boss di Rosarno Domenico Oppedisano fu designato Capo Crimine. Le nomine vennero ufficializzate il 2 settembre 2009, durante la festa della Madonna di Polsi[11].

Il filone calabrese confermò che il centro di comando dell'organizzazione restava nella provincia di Reggio Calabria, con ramificazioni in Liguria, Lombardia e Piemonte, ma anche in Germania (a Singen e in altre città del Baden-Württemberg), in Svizzera (a Frauenfeld), in Canada e in Australia. In tutti questi territori il modello organizzativo calabrese era stato riprodotto fedelmente[11].

Le indagini

Le indagini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza partirono il 30 ottobre 2006 da una notizia confidenziale su un traffico di stupefacenti[2]. In quasi quattro anni di intercettazioni e pedinamenti, gli investigatori documentarono decine di summit in ristoranti, capannoni, circoli e orti della provincia milanese[12].

L'omicidio di Carmelo Novella

Al vertice della Lombardia, dal 15 agosto 2007, c'era Carmelo Novella. Novella aveva impresso una forte accelerazione all'autonomia dei locali lombardi dalla Calabria, arrivando a ridisegnarne gli equilibri: per sua volontà, ad esempio, nel marzo 2008 nacque il locale di Pioltello, staccatosi da quello di Milano[13].

Il 14 luglio 2008 Novella fu ucciso a San Vittore Olona. Secondo l'accusa, mandanti ed esecutori dell'omicidio furono Vincenzo Gallace, capo del locale calabrese di Guardavalle, e Antonino Belnome, poi capo del locale di Seregno e in seguito collaboratore di giustizia[14].

Il summit di Paderno Dugnano

Dopo l'omicidio, i vertici calabresi incaricarono Giuseppe "Pino" Neri, del locale di Pavia, di consultare i capi dei locali per scegliere un nuovo responsabile della Lombardia[15]. La scelta cadde su Pasquale Zappia, del locale di Corsico, eletto il 31 ottobre 2009 nel centro per anziani "Falcone e Borsellino" di Paderno Dugnano[16].

La riunione si aprì con un brindisi di Vincenzo Mandalari "alla salute di quella buonanima che non c'è più", cioè Novella. Per risolvere i contrasti con la Calabria, Neri propose una tregua: un anno di "fermo" in cui né i lombardi né i calabresi avrebbero aperto nuovi locali o concesso nuove doti. La proposta fu accettata dai presenti[17].

L'infiltrazione nell'economia e nella politica

Secondo l'accusa, la 'ndrangheta lombarda puntava soprattutto al movimento terra e all'edilizia. Attraverso Salvatore Strangio, le 'ndrine di Platì e di Natile di Careri avevano preso il controllo della Perego Strade, poi Perego General Contractor, una delle maggiori imprese lombarde del settore. L'amministratore Ivano Perego aveva accettato e favorito l'ingresso di Strangio nella società[18].

L'indagine documentò anche i contatti con il mondo politico e amministrativo. Al centro c'era la figura di Carlo Chiriaco, direttore sanitario dell'ASL di Pavia, che faceva da tramite con i capi dei locali di Milano e Pavia[19].

Il processo

Il processo si aprì l'11 maggio 2011 davanti al GUP di Milano Roberto Arnaldi. Si costituirono parte civile la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'Interno, il Ministero della Difesa, il Commissario straordinario antiracket, la Regione Lombardia e la Regione Calabria, per la prima volta ammessa come parte civile fuori dal proprio territorio. A questi si aggiunsero la Provincia di Monza e della Brianza, i Comuni di Bollate, Desio, Pavia, Seregno e Paderno Dugnano, la Federazione Antiracket Italiana, i curatori fallimentari della Perego Strade e l'imprenditore Agostino Augusto.

Rito abbreviato

Sentenza di primo grado

Il 19 novembre 2011 il GUP Roberto Arnaldi condannò 110 imputati a pene fino a 16 anni di reclusione. La sentenza riconobbe l'esistenza della Lombardia come struttura di coordinamento dei locali lombardi[20]. Un secondo troncone abbreviato si concluse il 7 marzo 2012 e fu poi riunito al primo in appello[21].

Appello

Il 23 aprile 2013 la I Sezione penale della Corte d'Appello di Milano, presieduta da Rosa Luisa Polizzi, confermò le condanne di primo grado, riducendo lievemente diverse pene[21]. Tra le riduzioni[22]:

Al termine della lettura del dispositivo gli imputati applaudirono dalle gabbie con fare ironico.

Cassazione

Il ricorso fu discusso davanti alla VI Sezione penale il 5 e 6 giugno 2014. La Corte confermò quasi tutte le condanne. Annullò con rinvio la sentenza nei confronti di Rocco Coluccio e, solo su singoli punti, quelle di Nicola Lucà, Armando Barranca, Giovanni Castagnella, Giuseppe Sgrò, Alfredo Introini, Salvatore Paolillo e Giovanni Valdes[23].

La sentenza è importante perché fissò due punti. Il primo: i locali lombardi erano diventati autonomi dalla "casa madre" calabrese, pur restandone una filiazione[24]. Il secondo: non si trattava di una "mafia silente", che si limita a copiare riti e gradi senza agire sul territorio. I locali avevano esercitato una concreta forza di intimidazione verso gli stessi affiliati e verso le vittime[17].

Rito ordinario

Sentenza di primo grado

Il 6 dicembre 2012 l'VIII Sezione penale del Tribunale di Milano, presieduta da Maria Luisa Balzarotti, pronunciò 40 condanne a pene comprese tra 3 e 20 anni. Tra queste[25]:

Per tutti i condannati fu disposta, a pena espiata, la libertà vigilata.

Gli imputati furono condannati a risarcire le parti civili: 1 milione di euro alla Regione Lombardia, 300mila euro ciascuno alla Provincia di Monza e Brianza e ai Comuni di Pavia, Desio e Seregno, 200mila euro al Comune di Bollate e alla Regione Calabria, 50mila euro alla Federazione Antiracket. Furono inoltre stabilite provvisionali di 500mila euro ciascuna per la Presidenza del Consiglio, il Ministero della Difesa e il Commissario antiracket e di 250mila euro per il Ministero dell'Interno.

Appello

Il 28 giugno 2014 la I Sezione penale della Corte d'Appello di Milano, presieduta da Marta Malacarne, confermò quasi integralmente il primo grado, con lievi riduzioni di pena e una sola assoluzione[26]. Le principali variazioni furono:

  • fu confermata la pena di 18 anni per Pino Neri e quella di Michele Berlingieri;
  • Pio Candeloro passò da 20 a 21 anni;
  • la pena di Chiriaco fu ridotta di un anno;
  • quella di Vincenzo Novella, figlio di Carmelo, scese da 16 anni a 13 anni e 10 mesi.

La Corte descrisse il rapporto tra Calabria e Lombardia come una sorta di "franchising": la Lombardia gestiva i propri affari in assoluta autonomia, ma doveva rispettare le regole della "casa madre" per potersi fregiare del "marchio" 'ndrangheta[27].

Cassazione

La II Sezione penale della Cassazione discusse i ricorsi del Procuratore generale e di 41 imputati il 21 aprile 2015. La decisione fu letta in udienza il 30 aprile 2015[28]. La Corte rese definitive quasi tutte le condanne, compresa quella di Ivano Perego. Annullò con rinvio la condanna di Bruno Longo, capo del locale di Corsico, e, solo per la confisca, quella di Carlo Chiriaco. Annullò inoltre senza rinvio singoli capi d'accusa per Gerardo Gambardella e Angelica Riggio[28].

L'eredità del processo

Il Processo Infinito chiuse definitivamente il dibattito sull'esistenza della 'ndrangheta in Lombardia. Dimostrò che l'organizzazione aveva riprodotto al Nord la propria struttura, con un organismo regionale capace di dialogare alla pari con la Calabria, e che si era infiltrata nell'economia legale, nella sanità e nella politica locale.

Allo stesso tempo, le sentenze di Infinito fissarono un principio poi richiamato in molti processi successivi. Fuori dai territori d'origine, la forza di intimidazione di un gruppo mafioso non può essere presunta, ma deve essere provata concretamente[29].

Pagine correlate

Note

  1. ↑ Nicola Milo, Sentenza n. 30059/14 contro "Bertucca Francesco + 91", Suprema Corte di Cassazione - VI Sezione Penale, 6 giugno 2014, p. 69.
  2. ↑ 2,0 2,1 Andrea Ghinetti, Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio 2010, p. 61.
  3. ↑ Nicola Milo, Sentenza n. 30059/14 contro "Bertucca Francesco + 91", Suprema Corte di Cassazione - VI Sezione Penale, 6 giugno 2014, pp. 9-23. Il capo d'imputazione parla di «15 locali individuate», ma ne descrive sedici: a Seregno operava anche una 'ndrina distaccata.
  4. ↑ Ivi, pp. 9 e 17.
  5. ↑ Ivi, p. 68.
  6. ↑ Ivi, p. 18.
  7. ↑ Esposito, op. cit., p. 14.
  8. ↑ Ghinetti, op. cit., p. 64.
  9. ↑ Giuseppe Minutoli, Sentenza nel procedimento n. 1389/08 R.G.N.R. D.D.A. (Operazione Crimine) - rito abbreviato, Tribunale di Reggio Calabria - Sezione GIP/GUP, 8 marzo 2012, p. 2.
  10. ↑ Ibidem.
  11. ↑ 11,0 11,1 Minutoli, op. cit., p. 3.
  12. ↑ Antonio Esposito, Sentenza n. 34147/15 contro "Agostino + 40", Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 30 aprile 2015, pp. 13-16.
  13. ↑ Milo, op. cit., pp. 15-16 e 68.
  14. ↑ Ivi, pp. 17 e 22; Esposito, op. cit., p. 27.
  15. ↑ Milo, op. cit., p. 18.
  16. ↑ Esposito, op. cit., p. 14.
  17. ↑ 17,0 17,1 Milo, op. cit., p. 72.
  18. ↑ Ivi, pp. 23-24.
  19. ↑ Ivi, pp. 14 e 18.
  20. ↑ Maxi processo "Infinito", 'ndrangheta di nuovo alla sbarra, Il Giorno, 23 aprile 2013.
  21. ↑ 21,0 21,1 Milo, op. cit., p. 7.
  22. ↑ ’Ndrangheta Lombardia, appello processo ‘Infinito’ conferma 110 condanne, Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2013.
  23. ↑ Milo, op. cit., pp. 327-328.
  24. ↑ Ivi, p. 68.
  25. ↑ ’Ndrangheta, infiltrazioni in Lombardia: 40 condanne. 13 anni a ex direttore asl Pavia, Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2012.
  26. ↑ Marta Malacarne, Sentenza n. 5339/14 contro "Agostino + 40", Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 28 giugno 2014; ’Ndrangheta in Lombardia, operazione Infinito: in appello condanne confermate, Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2014.
  27. ↑ Esposito, op. cit., p. 31.
  28. ↑ 28,0 28,1 Esposito, op. cit., p. 1.
  29. ↑ Maria Cristina Siotto, Sentenza n. 55359/16, Suprema Corte di Cassazione - I Sezione Penale, 17 giugno 2016, Considerato in diritto, par. 2.8.

Bibliografia

Ordinanza di custodia cautelare

  • Ghinetti, Andrea (2010). Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio.

Rito abbreviato

  • Arnaldi, Roberto (2011). Sentenza contro "Albanese + 118", Tribunale di Milano - Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, 19 novembre.
  • Milo, Nicola (2014). Sentenza n. 30059/14 contro "Bertucca Francesco + 91", Suprema Corte di Cassazione - VI Sezione Penale, 6 giugno.
  • Polizzi, Rosa Luisa (2013). Sentenza n. 2909/13 contro "Albanese + 108", Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 23 aprile.

Rito ordinario

  • Balzarotti, Maria Luisa (2012). Sentenza n. 13255/12 contro "Agostino Fabio + 43", Tribunale Ordinario di Milano - VIII Sezione Penale, 6 dicembre.
  • Esposito, Antonio (2015). Sentenza n. 34147/15 contro "Agostino + 40", Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 30 aprile.
  • Malacarne, Marta (2014). Sentenza n. 5339/14 contro "Agostino + 40", Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 28 giugno.