Operazione Crimine-Infinito
L’Operazione Crimine-Infinito è un'inchiesta coordinata dalle Direzioni Distrettuali Antimafia di Milano e Reggio Calabria contro la ‘ndrangheta. L’operazione, scattata il 13 luglio 2010, ha portato all’arresto di 154 persone in Lombardia e 156 in Calabria ed è considerata un punto di svolta nella conoscenza della struttura e delle articolazioni territoriali fuori dalla Calabria dell'organizzazione, in particolare in Lombardia.
Infatti, per la prima volta veniva accertata in maniera inequivocabile la tendenziale unitarietà della 'ndrangheta, pur nella sostanziale autonomia delle singole articolazioni territoriali, in un modernissimo e difficile equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite.
I processi risultanti dalle indagini, il Processo Crimine e il Processo Infinito, sono considerati i primi due veri grandi processi contro la 'ndrangheta nel suo complesso, indipendentemente dalle 'ndrine di appartenenza dei singoli imputati.
Antefatti
Il filone lombardo, Infinito, venne coordinato dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai sostituti procuratori milanesi Alessandra Dolci, Paolo Storari, Alessandra Cecchelli e dal sostituto procuratore di Monza Salvatore Bellomo, mentre la direzione del filone calabrese, Crimine, fu affidata al procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria Nicola Gratteri, al procuratore capo Giuseppe Pignatone e al procuratore aggiunto Michele Prestipino.
Come già detto, l’operazione permise di affermare la struttura verticistico-orizzontale della ‘ndrangheta, al cui vertice si trova il Capo-Crimine. Con Crimine-Infinito venne spazzata via la convinzione ultra-decennale di inquirenti e studiosi sulla struttura fluida e orizzontale dell'organizzazione calabrese, secondo cui ogni ‘ndrina agiva in maniera autonoma l’una dall'altra. Lo scenario descritto dall'operazione era invece completamente diverso: non solo vi era una presenza radicata in tutti e cinque i continenti, ma un fortissimo legame con la madrepatria, rinsaldato con la riunione annuale dei vertici in occasione della processione della Madonna di Polsi, alla fine di agosto. Il Capo-Crimine, ai tempi dell'inchiesta individuato nella persona di Domenico Oppedisano, fungeva da autorità morale e garante delle regole interne dell'associazione, ma non aveva i poteri che aveva ad esempio Totò Riina all'interno dell'organizzazione.
In Calabria, l’operazione mostrò il consolidamento dei tre mandamenti – quello Tirrenico, quello Centrale e quello Jonico, composti da diverse locali – coordinati da una sorta di cupola, denominata "la Provincia" o "Crimine", che ha il pieno potere sulle 'ndrine che operano in Italia e all’estero, soprattutto per quanto attiene al narcotraffico e agli appalti pubblici. Secondo gli investigatori, le 'ndrine di Reggio Calabria sono "il centro propulsore delle iniziative dell’intera organizzazione mafiosa, nonché il punto di riferimento di tutte le proiezioni extraregionali, nazionali ed estere".
La vera novità fu costituita dall’importanza assunta da Milano e dalle altre province lombarde nello scacchiere 'ndranghetista, tanto che si arrivò all'istituzione di una Camera di Controllo, denominata "La Lombardia", che serviva a coordinare le Locali lombarde.
Infinito, il filone lombardo
Le indagini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza partirono il 30 ottobre 2006 a seguito di una notizia confidenziale su una presunta importazione in Italia di un grosso carico di stupefacenti organizzata da Rocco Piscioneri e Alfredo Scarfò, sui quali gli inquirenti avevano già svolto indagini nell'ambito dell'Operazione Tequila[1].
Il filone lombardo permise di scoprire ben sedici locali nelle città di Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno[2].
Ogni locale - tranne Rho (MI) - rispondeva a una propria locale madre in Calabria, mentre tutte erano coordinate dalla Camera di Controllo denominata "Lombardia", in cui hanno rivestito un ruolo di vertice, nel corso del tempo, Cosimo Barranca (fino al 15 agosto 2007), Carmelo Novella (dal 15 agosto 2007 fino al giorno del suo omicidio, il 14 luglio 2008) e Pasquale Zappia, dal 31 agosto 2009 fino al blitz dell'operazione.
Il vertice della Lombardia era deputato a concedere agli affiliati “cariche” e “doti”, secondo gerarchie prestabilite e mediante cerimonie e rituali tipici dell’associazione mafiosa, come per esempio la partecipazione a riunioni e/o incontri. Le intercettazioni ambientali hanno accertato che il numero di locali scoperte è decisamente più basso rispetto a quelle realmente esistenti, come dimostra un dialogo tra due affiliati[3], Saverio Minasi e Vincenzo Raccosta:
MINASI: "vedi che qua in Lombardia siamo venti "locali"...
RACCOSTA: (inc.) ...
MINASI: "qua siamo venti "locali" siamo cinquecento uomini Cecè, non siamo uno...Cecè vedi che siamo cinquecento uomini qua in Lombardia, sono venti "locali" aperti, è mai possibile che a tutti... che poi tu hai un problema dentro al locale tuo... i responsabili dei "locali" (inc.), che poi hai problemi dentro al locale tuo, te la sbrighi tu... basta! a me mi dici che va tutto bene..."
Crimine, il filone calabrese
Il filone calabrese, oltre a confermare quanto già si sapeva della 'ndrangheta, portò elementi utili a delineare ulteriormente i contorni dell'organizzazione mafiosa, che risultò avere la propria base di comando strategico in Calabria (segnatamente nella provincia di Reggio Calabria) con attive ramificazioni sia nel Nord Italia (accertate in Piemonte, Liguria, ma soprattutto in Lombardia nell’hinterland milanese) sia all’estero con propaggini in Germania (accertate nelle città di Singen, Rielasingen, Radolfzell, Ravensburg, Engen e Francoforte) e in Svizzera (a Fravenfeld), ma anche in Canada e Australia.
In queste località l'indagine permise di accertare che il modello organizzativo della 'ndrangheta era stato replicato in maniera fedele. Seppur ogni ramificazione territoriale godesse di una certa autonomia, tutte erano sottoposte al comando generale della provincia di Reggio Calabria.
Dalle intercettazioni, per voce degli stessi esponenti, gli inquirenti vennero a conoscenza dei vari organismi (“provincia”, “mandamento”, “società”, “locale”), di gradi (“sgarro”, “santa”, “vangelo”), nonché dei ruoli (“cariche”) che davano un’unica chiave di lettura del fenomeno ‘ndrangheta nella prospettiva di una struttura unitaria gerarchicamente organizzata. Le indagini mostrarono come le decisioni venivano comunque assunte a dalla Provincia (o Crimine) nel rispetto rigoroso di regole e procedure, lasciando tuttavia alle articolazioni esterne ampi margini di autonomia.
Processo Crimine
Fase dibattimentale
Il processo si aprì davanti al Giudice per l'Udienza Preliminare Giuseppe Minutoli il 13 giugno 2011. Si costituirono parte civile al processo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'Interno, la Regione Calabria, la Provincia di Reggio Calabria, l'Anas, le associazioni "Sos Impresa" e la Federazione Antiracket Italiana.
La requisitoria fu aperta dal pubblico ministero Michele Prestipino il 27 settembre e fu chiusa dal collega Nicola Gratteri il 24 ottobre, insieme ai sostituti procuratori Antonio De Bernardo, Giovanni Musarò e Maria Luisa Miranda. La procura chiese la condanna per 118 dei 120 imputati con rito abbreviato e l'assoluzione per due per non aver commesso il fatto[4].
Sentenze di primo grado
L'8 marzo 2012 il Gup condannò 93 persone, assolvendone 34 e rinviando a giudizio 40 indagati che avevano optato per il rito ordinario. La condanna più dura, 14 anni e otto mesi di reclusione, venne inflitta al maistru, Giuseppe Commisso, di Siderno, mentre il 'capocrimine', Domenico Oppedisano, 82 anni, originario di Rosarno, venne condannato a 10 anni e 8 mesi: per entrambi la procura aveva chiesto 20 anni. Nonostante la sentenza identificasse per la prima volta l'unitarietà della 'ndrangheta e l'esistenza della struttura di vertica (Provincia), non venne riconosciuta ad essa l'aggravante della transnazionalità.
Il processo con rito ordinario davanti al Tribunale di Locri si concluse il 19 luglio 2013 24 condanne e 12 assoluzioni. Il Tribunale condannò a 19 anni e 6 mesi Domenico Gangemi, a 18 anni Ernesto Mazzaferro, a 16 anni Francesco Gattuso, a 15 anni Mario Giuseppe Stelitano, a 13 anni Giuseppe Antonio Primerano e Rocco Bruno Tassone, a 11 anni Antonio Futia e Antonio Figliomeni, a 9 anni e 7 mesi Giuseppe Giampaolo, a 9 anni Domenico Rocco Cento e Antonio Cuppari, a 8 anni Antonio Angelo Cianciaruso e Michele Fiorillo[5].
Ulteriori gradi di giudizio
Appello
La corte di Appello di Reggio Calabria, chiamata a decidere sulle condanne del rito abbreviato, comminò 96 condanne e 96 assoluzioni, il 27 febbraio 2014.
Per quanto riguarda il rito ordinario, la sentenza arrivò il 16 luglio 2015
Cassazione
Abbreviato: Sentenza n. 830/2016, Suprema Corte di Cassazione - Prima sezione penale, 17 giugno.
Processo Infinito
Fase dibattimentale
Il processo, svoltosi nell'aula bunker di via Uccelli di Nemi a Milano si divise in due tronconi. In 119 scelsero il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Tutti gli altri imputati andarono a dibattimento con rito ordinario. Il processo, presieduto dal Giudice dell'udienza preliminare di Milano Roberto Arnaldi cominciò l'11 maggio 2011.
Si costituirono parti civili: la Regione Calabria (fu la prima volta che l'ente venne ammessa come parte civile al di fuori del proprio territorio regionale), la Regione Lombardia (solo dal 14 giugno), la Presidenza del Consiglio dei ministri, il Ministero dell'Interno, il Ministero della Difesa, il Commissario straordinario antiracket, la Provincia di Monza e della Brianza, i Comuni di Bollate, Desio, Pavia, Seregno, Paderno Dugnano (dal 17 giugno), la Federazione Nazionale Associazioni Antiracket di Tano Grasso, i curatori fallimentari della Perego Strade, l'imprenditore Agostino Augusto.
Sentenze di primo grado
Il primo grado del rito abbreviato si concluse il 19 novembre 2011 con 110 condanne fino a 16 anni di reclusione per i presunti appartenenti alle 16 "locali" della 'ndrangheta in Lombardia. La sentenza riconobbe l'esistenza di una cupola dell'organizzazione mafiosa calabrese con infiltrazioni nel settore edile e con tentativi di inquinare anche la vita politica lombarda.[6]
Il processo di primo grado con rito ordinario si concluse il 16 dicembre 2012 con quaranta condanne con pene comprese tra i 3 e i 20 anni. Il collegio dell’ottava sezione penale di Milano condannò Pio Candeloro a 20 anni, Giuseppe 'Pino' Neri a 18 anni, mentre l'ex-carabiniere Michele Berlingieri fu condannato a 13 anni e 6 mesi. Tredici anni di reclusione e una multa di 200mila euro furono invece comminati all'ex-direttore della Asl di Pavia Carlo Chiriaco, definito dagli investigatori «figura inquietante e paradigmatica». L’imprenditore Ivano Perego fu condannato invece a 12 anni. Il collegio, presieduto da Maria Luisa Balzarotti, stabilì anche, a pena espiata, 3 anni di libertà vigilata per tutti i condannati.[7]
I risarcimenti a carico degli imputati a favore delle parti civili furono:
- € 1.000.000 per la Regione Lombardia;
- € 300.000 alla Provincia di Monza e Brianza;
- € 300.000 al Comune di Pavia;
- € 300.000 al Comune di Desio;
- € 300.000 al Comune di Seregno;
- € 200.000 al Comune di Bollate;
- € 200.000 alla Regione Calabria;
- € 50.000 alla Federazione anti-racket italiana.
Il tribunale stabilì anche delle provvisionali di:
- € 500.000 alla Presidenza del Consiglio dei Ministri;
- € 500.000 al Ministero della Difesa;
- € 500.000 al Commissario straordinario per le iniziative anti-racket;
- € 250.000 al Ministero dell'Interno.
Ulteriori gradi di giudizio
Appello
Il processo d'appello del rito abbreviato si concluse il 23 aprile 2013 quando i giudici della Corte d’Appello di Milano confermarono le 110 condanne inflitte in primo grado dal gup Roberto Arnaldi nel novembre 2011, riducendo lievemente le pene. La decisione della prima corte d’Appello, presieduta da Rosa Polizzi arrivò dopo 9 ore di camera di consiglio. Al termine della lettura del dispositivo, durata circa un’ora, gli imputati dalle gabbie applaudirono con atteggiamento ironico e quasi di sfida. Le lievi riduzioni di pena riguardarono una quarantina di imputati, tra cui Alessandro Manno, capo della Locale di Pioltello, che passò da 16 anni a 15 anni e 3 mesi di carcere, Cosimo Barranca, capo Locale di Milano, che passò da 14 a 12 anni di carcere, e Vincenzo Mandalari, capo Locale di Bollate, che fu condannato a 12 anni e otto mesi contro i 14 del primo grado. Tra i beneficiari della riduzione di pena vi fu anche Pasquale Zappia, nominato ai vertici della "Lombardia" durante il Summit di Paderno Dugnano: per lui si è passati dai 12 anni inflitti in primo grado a 9 anni in appello. Invariata invece la pena dell’ex sindaco del comune di Borgarello (Pavia), Giovanni Valdes, che si è visto confermare un anno e quattro mesi (pena sospesa) per turbativa d’asta.[8]
Il processo di Appello del rito ordinario si concluse il 28 giugno 2014, quando la Corte d’Assise d’Appello di Milano confermò, con lievi riduzioni di pena e una sola assoluzione, le condanne fino a 20 anni di reclusione inflitte in primo grado agli imputati. Il collegio presieduto da Rosa Malacarne accolse, nella sostanza, le richieste del sostituto pg milanese Laura Barbaini, che chiese la conferma delle condanne inflitte in primo grado. La pena di Pino Neri a 18 anni di reclusione venne confermata, mentre quella per Carlo Chiriaco fu ridotta di un anno e quella di Vincenzo Novella, figlio di Carmelo, passò da 16 a 13 anni e 10 mesi. Ivano Perego ottenne una riduzione della pena di 9 mesi, mentre l'ex-carabiniere Michele Berlingieri si vide confermata la pena di primo grado. Fu aumentata di un anno invece la pena a Pio Candeloro, che passò quindi a 21 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello confermò anche i risarcimenti disposti dalla sentenza di primo grado a favore delle parti civili.[9]
Cassazione
Il 6 giugno 2014 il processo di rito abbreviato arrivò a sentenza definitiva. La VI Sezione Penale della Cassazione confermò quasi tutte le condanne ai 92 imputati del processo d’appello, annullando la sentenza d'appello e rinviando a nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Milano: Rocco Coluccio, Nicola Lucà (limitatamente all'aggravante dell'associazione mafiosa), Armando Barranca, Giovanni Castagnella e Giuseppe Sgrò (limitatamente al trattamento sanzionatorio) e Alfredo Introini, Salvatore Paolillo e Giovanni Valdes (limitatamente all'aggravante prevista dal comma 2 dell'art.353 del Codice Penale, "Turbata libertà degli Incanti").
Il Processo con rito ordinario in Cassazione si concluse il 30 aprile 2015 con la conferma delle 41 condanne emesse in Appello. Carlo Chiriaco ottenne l'annullamento della sentenza d'appello limitatamente alla statuizione di confisca, con rinvio per un nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Milano (il resto del ricorso fu giudicato inammissibile).
Note
- ↑ Andrea Ghinetti, Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio 2010, p.61
- ↑ Ivi, p.64
- ↑ Ibidem
- ↑ Lucio Musolino, «”Crimine”, Gratteri chiede 118 condanne», Corriere della Calabria, 24 ottobre 2011.
- ↑ Corriere della Calabria, "Crimine": 24 condanne e 12 assoluzioni, 19 luglio 2013.
- ↑ Maxi processo "Infinito", 'ndrangheta di nuovo alla sbarra
- ↑ ‘Ndrangheta, infiltrazioni in Lombardia: 40 condanne. 13 anni a ex direttore asl Pavia, Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2012
- ↑ “Ndrangheta Lombardia, appello processo ‘Infinito’ conferma 110 condanne” 23 aprile 2013
- ↑ ‘Ndrangheta in Lombardia, operazione Infinito: in appello condanne confermate, Il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2014
Bibliografia
Crimine
- Pignatone, Giuseppe (2010). Decreto di Fermo di indiziato di delitto - Procedimento Penale n. 1389/2008 R.G.N.R. D.D.A. (Operazione Crimine), Voll. 1-4, Tribunale di Reggio Calabria, 5 luglio.
- Siotto, Maria Cristina (2016). Sentenza n. 830/2016, Suprema Corte di Cassazione - Prima sezione penale, 17 giugno.
Infinito
Ordinanza di custodia cautelare
- Ghinetti, Andrea (2010). Ordinanza di applicazione coercitiva con mandato di cattura - Procedimento Penale n. 43733/06 R.G.N.R., Tribunale di Milano - Ufficio GIP, 5 luglio.
Abbreviato
- Arnaldi, Roberto (2011). Sentenza contro "Albanese + 118", Tribunale di Milano - Ufficio del Giudice per l'Udienza Preliminare, 19 novembre.
- Polizzi, Rosa (2013). Sentenza 2909/13 contro "Albanese + 108", Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 23 aprile.
- Milo, Nicola (2014). Sentenza n. 30059/14 contro "Bertuccia Francesco + 91", Suprema Corte di Cassazione - VI Sezione Penale, 6 giugno.
Rito Ordinario
- Balzarotti, Maria Luisa (2012). Sentenza 13255/12 contro "Agostino Fabio + 43", Tribunale Ordinario di Milano - VIII Sezione Penale, 6 dicembre.
- Malacarne, Marta (2014). Sentenza n. 5339/14 contro "Agostino + 40", Corte di Appello di Milano - I Sezione Penale, 28 giugno.
- Esposito, Antonio (2015). Sentenza n. 34147/15 contro "Agostino + 40", Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 30 aprile.