Processo Crimine

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La pace è buona per tutti e la guerra porta sempre alle disgrazie e alla povertà
(Giuseppe Pelle, intercettato il 14 marzo 2010[1])

Il Processo Crimine è il procedimento penale nato dal filone calabrese dell'Operazione Crimine-Infinito, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Si svolse in due tronconi: il rito abbreviato davanti al GUP di Reggio Calabria, con 127 imputati, e il rito ordinario davanti al Tribunale di Locri, con 36 imputati.

Il processo è considerato storico perché per la prima volta una sentenza riconobbe l'esistenza della Provincia (o Crimine), l'organismo che garantisce il rispetto delle regole comuni a tutta la 'ndrangheta, e con essa la struttura unitaria dell'organizzazione. Fino ad allora inquirenti e studiosi avevano descritto la 'ndrangheta come una galassia di 'ndrine autonome e prive di un vertice comune.

Antefatti

Le indagini

L'operazione riunì numerose indagini della DDA di Reggio Calabria, svolte da Carabinieri, Polizia di Stato e ROS tra il 2008 e il 2010: tra queste "Patriarca", "Solare", "Reale", "Labirinto", "Campo Base", "Bene Comune" e "Sic et Simpliciter". Gli investigatori lavorarono in coordinamento con la DDA di Milano, che conduceva in parallelo l'indagine Infinito[2].

Decisive furono le intercettazioni ambientali: tra le altre, quelle nella lavanderia Apegreen di Giuseppe Commisso a Siderno, nell'agrumeto di Domenico Oppedisano e nell'abitazione di Giuseppe Pelle[3]. Grazie a queste, gli inquirenti poterono ascoltare per la prima volta dalla voce degli stessi affiliati i nomi degli organismi ("Provincia", "mandamento", "società", "locale"), delle doti ("santa", "vangelo", "quartino", "trequartino", "padrino") e delle cariche[4].

Il rinnovo della Provincia

Nell'estate del 2009 le microspie registrarono in tempo reale le trattative per il rinnovo della Provincia. Il versante tirrenico sosteneva l'anziano boss di Rosarno Domenico Oppedisano, mentre il gruppo di San Luca guidato da Giuseppe Pelle, detto "Gambazza", era inizialmente contrario[5].

L'accordo fu raggiunto il 19 agosto 2009, durante il matrimonio tra Elisa Pelle, figlia di "Gambazza", e Giuseppe Barbaro. Le nuove cariche furono:

  • Capo Crimine: Domenico Oppedisano, di Rosarno;
  • Capo Società: Antonino Latella, di Reggio Calabria;
  • Mastro Generale: Bruno Gioffrè, di San Luca;
  • Mastro di Giornata: Rocco Morabito.

Le nomine furono "consacrate" il 2 settembre 2009, durante la festa della Madonna della Montagna al Santuario di Polsi[6]. Commentando l'investitura di Oppedisano, Giuseppe Commisso raccontò di essere stato a sua volta Capo Crimine in passato: un segno che l'organismo esisteva da tempo e che le cariche ruotavano periodicamente[5].

Il fermo

Il 9 luglio 2010 la Procura di Reggio Calabria ordinò il fermo di 121 indagati, eseguito il 13 luglio in contemporanea con gli arresti milanesi. Altri 34 indagati sfuggiti al fermo furono raggiunti da un'ordinanza del 14 settembre 2010. Seguirono le operazioni Crimine 2 (ordinanza del 1 marzo 2011, 40 indagati) e Crimine 3 (fermo di Savino e Antonino Pesce, convalidato il 2 aprile 2011)[7].

Nel frattempo, il 15 giugno 2011, il processo nato dall'operazione "Reale" si era concluso con la condanna di Giuseppe Pelle, Antonino Latella e Rocco Morabito: fu il primo riconoscimento giudiziario della Provincia[8].

Il processo

Il 6 maggio 2011 la Procura chiese il rinvio a giudizio di 161 imputati. Poiché quasi tutti i giudici del Tribunale di Reggio Calabria risultavano incompatibili, l'udienza preliminare fu affidata al presidente di sezione Giuseppe Minutoli. Si svolse dal 13 giugno al 6 luglio 2011[8].

Si costituirono parte civile la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'Interno, la Regione Calabria, la Provincia di Reggio Calabria, l'ANAS, la Federazione Antiracket Italiana e SOS Impresa[8].

Il 6 luglio 2011 120 imputati scelsero il rito abbreviato e 34 furono rinviati a giudizio davanti al Tribunale di Locri. Al troncone abbreviato si aggiunsero poi i sei imputati dell'articolazione tedesca e Vincenzo Commisso: in tutto 127 imputati, il più grande processo mai celebrato a Reggio Calabria davanti a un GUP[9].

Rito abbreviato

Fase dibattimentale

Il giudizio abbreviato iniziò il 27 settembre 2011 e si svolse in 38 udienze. La requisitoria dei pubblici ministeri Michele Prestipino, Nicola Gratteri, Antonio De Bernardo, Giovanni Musarò e Maria Luisa Miranda occupò otto udienze, dal 27 settembre al 19 ottobre 2011. Il 24 ottobre la Procura presentò le sue richieste di condanna[10].

Per il sovraffollamento del carcere di Reggio Calabria e i rischi per l'ordine pubblico, il giudice dispose che molti detenuti partecipassero alle udienze in videoconferenza dopo le arringhe dei propri difensori[11].

Sentenza di primo grado

L'8 marzo 2012 il GUP pronunciò 93 condanne e 34 assoluzioni. La pena più alta, 14 anni e 8 mesi, fu inflitta a Giuseppe Commisso, detto "u mastru", di Siderno. Domenico Oppedisano fu condannato a 10 anni[12].

La sentenza riconobbe l'esistenza della Provincia e la struttura unitaria della 'ndrangheta. Escluse invece l'aggravante della transnazionalità[13].

Appello

La Corte di Appello di Reggio Calabria si pronunciò il 27 febbraio 2014. Confermò l'impianto accusatorio, sottolineando che riti di affiliazione, doti e regole erano la «forza simbolica» dell'organizzazione e uno strumento per garantirne gli scopi[14].

Rispetto al primo grado, la Corte modificò diverse posizioni[15]:

  • assolse alcuni imputati condannati in primo grado, come Isidoro Cosimo Callà, Donato Fratto e Savino Pesce;
  • condannò alcuni imputati assolti dal GUP, come Antonio Altamura, Saverio Boschetto, Stefano Chilà, Cosimo De Leo e Antonio e Giovanni Maesano;
  • riqualificò da capi a semplici partecipi alcuni imputati, come Giorgio De Masi e Vincenzo Longo, riducendone le pene.

Cassazione

Il ricorso fu discusso davanti alla I Sezione penale della Cassazione il 6 e 7 giugno 2016 e deciso il 17 giugno 2016. Ricorrevano il Procuratore generale, contro 18 posizioni, e 79 imputati condannati[15].

La Cassazione confermò l'esistenza della Provincia. La definì un organismo di garanzia, nato da una «cessione parziale di sovranità» delle famiglie per evitare le guerre interne. Non era un vertice che decideva i singoli delitti come la "Cupola" siciliana[1]. La Corte segnalò anche l'esistenza di gruppi di matrice 'ndranghetista che non riconoscevano la Provincia, chiamati "bastarde"[16].

Sul piano delle singole posizioni la Corte[17]:

  • rigettò i ricorsi o li dichiarò inammissibili per la maggior parte degli imputati, tra cui Domenico Oppedisano, rendendo definitive le condanne;
  • ridusse a 11 anni la pena di Giuseppe Commisso, escludendo la recidiva;
  • annullò senza rinvio la condanna di 12 imputati per non aver commesso il fatto;
  • trasmise gli atti di Giuseppe Marvelli alla DDA di Torino per incompetenza territoriale;
  • accolse il ricorso del Procuratore generale per cinque assolti in appello (Mario Gaetano Agostino, Isidoro Cosimo Callà, Antonio Galea, Carmelo Gattuso e Bruno Pisano), rinviandoli a un nuovo giudizio d'appello.

Rito ordinario

Sentenza di primo grado

Il dibattimento davanti al Tribunale di Locri, presieduto da Alfredo Sicuro, si aprì il 10 novembre 2011. L'accusa fu sostenuta da Nicola Gratteri, Antonio De Bernardo e Giovanni Musarò[18].

Il 19 luglio 2013 il Tribunale pronunciò 23 condanne e 10 assoluzioni, mentre per tre imputati il reato fu dichiarato prescritto[19]. Le pene più alte furono:

  • 19 anni e 6 mesi a Domenico Gangemi;
  • 18 anni a Ernesto Mazzaferro;
  • 16 anni a Francesco Gattuso;
  • 15 anni ad Antonio Commisso e a Mario Giuseppe Stelitano;
  • 13 anni a Giuseppe Antonio Primerano e Rocco Bruno Tassone;
  • 12 anni a Francesco Bonarrigo.

Anche in questo caso fu esclusa l'aggravante della transnazionalità. Il Tribunale condannò gli imputati a risarcire un milione di euro alla Regione Calabria[19].

Appello

Contro la sentenza ricorsero 21 condannati e la Procura. La Procura contestava le assoluzioni di Francesco Marzano, Giuseppe Siviglia e Giuseppe Velonà e chiedeva che Mario Giuseppe Stelitano, Francesco Bonarrigo, Antonio Figliomeni e Antonio Cuppari fossero riconosciuti come capi e non come semplici partecipi[20].

Il 16 luglio 2015 la Corte di Appello di Reggio Calabria confermò quasi integralmente il primo grado. Ridusse soltanto tre pene: Antonio Commisso e Francesco Gattuso passarono a 13 anni ciascuno, Ernesto Mazzaferro a 15 anni e 5.000 euro di multa[20].

Cassazione

Il 18 maggio 2017 la II Sezione penale della Cassazione, presieduta da Piercamillo Davigo, chiuse il troncone ordinario[21].

Nel ricostruire il caso, la Corte ribadì quanto accertato da entrambi i giudici di merito: la 'ndrangheta è un'unica associazione, articolata in tre mandamenti (Tirrenico, Jonico e Reggio città) e guidata dalla Provincia[22].

Sulle singole posizioni la Corte[21]:

  • dichiarò inammissibili i ricorsi di quasi tutti i condannati, rendendo definitive le condanne;
  • eliminò la recidiva a Giuseppe Giampaolo, fissandone la pena in 9 anni;
  • accolse in parte il ricorso del Procuratore generale e annullò con rinvio l'assoluzione di Francesco Marzano;
  • rinviò a un nuovo giudizio d'appello, per valutare il loro ruolo di capi, le posizioni di Francesco Bonarrigo, Mario Giuseppe Stelitano e Antonio Figliomeni, la cui condanna per associazione mafiosa restava comunque definitiva;
  • rese definitive le assoluzioni di Giuseppe Siviglia e Giuseppe Velonà.

Tra le condanne definitive ci furono anche quelle per la truffa aggravata ai danni dell'ANAS, contestata ad alcuni imputati in relazione a un appalto[23].

L'eredità del processo

Con il Processo Crimine la 'ndrangheta smise di essere considerata soltanto una somma di famiglie autonome. La Cassazione riconobbe un organismo che regolava nomine, doti e aperture di nuovi locali in Calabria, nel Nord Italia e all'estero, e che le articolazioni lontane contribuivano anche a finanziare[5].

Restò tuttavia fermo un limite: fuori dalla Calabria la forza di intimidazione di un locale non poteva essere data per scontata, ma andava dimostrata caso per caso. Questo principio avrebbe pesato su molti processi successivi contro la 'ndrangheta al Nord[24].

Pagine correlate

Note

  1. ↑ 1,0 1,1 Maria Cristina Siotto, Sentenza n. 55359/16, Suprema Corte di Cassazione - I Sezione Penale, 17 giugno 2016, Considerato in diritto, par. 2.17.
  2. ↑ Giuseppe Minutoli, Sentenza nel procedimento n. 1389/08 R.G.N.R. D.D.A. (Operazione Crimine) - rito abbreviato, Tribunale di Reggio Calabria - Sezione GIP/GUP, 8 marzo 2012, p. 2.
  3. ↑ Minutoli, op. cit., pp. 77 e 85.
  4. ↑ Siotto, op. cit., par. 2.15.
  5. ↑ 5,0 5,1 5,2 Ivi, par. 2.16.
  6. ↑ Minutoli, op. cit., p. 3.
  7. ↑ Minutoli, op. cit., pp. 2 e 5.
  8. ↑ 8,0 8,1 8,2 Ivi, p. 5.
  9. ↑ Minutoli, op. cit., p. 6.
  10. ↑ Ivi, pp. 6 e 9; Lucio Musolino, «Crimine», Gratteri chiede 118 condanne, Corriere della Calabria, 24 ottobre 2011.
  11. ↑ Minutoli, op. cit., pp. 7-9.
  12. ↑ Ivi, pp. 829 e ss.
  13. ↑ Ibidem.
  14. ↑ Siotto, op. cit., Ritenuto in fatto, par. 4.
  15. ↑ 15,0 15,1 Ivi, Ritenuto in fatto, par. 1.1.
  16. ↑ Ivi, par. 2.13.
  17. ↑ Ivi, P.Q.M.
  18. ↑ Alfredo Sicuro, Sentenza n. 242/13, Tribunale di Locri - Sezione Unica, 19 luglio 2013, pp. 1 e 24.
  19. ↑ 19,0 19,1 Ivi, pp. 887-889.
  20. ↑ 20,0 20,1 Piercamillo Davigo, Sentenza n. 29850/17, Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 18 maggio 2017, Ritenuto in fatto, par. 1-2.
  21. ↑ 21,0 21,1 Ivi, P.Q.M.
  22. ↑ Ivi, Ritenuto in fatto, par. 3.
  23. ↑ Ivi, Considerato in diritto, par. 1.
  24. ↑ Siotto, op. cit., par. 2.8-2.9.

Bibliografia

  • Davigo, Piercamillo (2017). Sentenza n. 29850/17, Suprema Corte di Cassazione - II Sezione Penale, 18 maggio.
  • Minutoli, Giuseppe (2012). Sentenza nel procedimento n. 1389/08 R.G.N.R. D.D.A. (Operazione Crimine) - rito abbreviato, Tribunale di Reggio Calabria - Sezione GIP/GUP, 8 marzo.
  • Sicuro, Alfredo (2013). Sentenza n. 242/13, Tribunale di Locri - Sezione Unica, 19 luglio.
  • Siotto, Maria Cristina (2016). Sentenza n. 55359/16, Suprema Corte di Cassazione - I Sezione Penale, 17 giugno.