Strage di via Cristoforo Scobar

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La Strage di Via Cristoforo Scobar fu un attentato mafioso avvenuto il 13 giugno 1983 ad opera di Cosa Nostra, in cui persero la vita il Capitano dei Carabinieri Mario D’Aleo, l’appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere scelto Pietro Morici.

Strage di Via Scobar
Strage di Via Scobar

La strage

Come era solito fare quotidianamente, anche il giorno della strage il Capitano D'Aleo lasciò la stazione di Monreale di cui era comandante verso le 20:00, per tornare verso la casa che aveva preso con la fidanzata a Palermo, in Via Cristoforo Scobar 22, all'insaputa di tutti, tranne che dei carabinieri Pietro Morici, suo autista, e l'appuntato Bommarito, suo braccio destro[1].

Una volta arrivati al civico 22, il Capitano scese dall'auto, salutò i due carabinieri presenti e si avvicinò al cancello della casa, tenendo in mano un cestino di albicocche donatogli da Bommarito e il giornale “L’Ora” di Palermo. A quel punto i sicari fecero fuoco: D'Aleo cadde subito a terra, Morici venne ferito che si trovava ancora in auto, mentre Bommarito, che era sceso dall'auto per sedersi accanto a Morici, venne colpito da un colpo di lupara alle spalle prima di riuscire a impugnare la pistola d'ordinanza[2].

Sulla scena del crimine giunsero dapprima Antonella Lorenzi, la compagna del capitano, insieme ad alcuni condomini, successivamente arrivarono le auto dei carabinieri e della polizia, avvisati da una telefonata anonima alla centrale operativa del gruppo carabinieri di Palermo. La notizia del triplice omicidio fu diffusa quasi immediatamente con un'edizione straordinaria del TG1 Notte[3].

I funerali

Due giorni dopo, il 15 giugno, si tennero i funerali di Stato, ai quali parteciparono il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nonché numerosi politici, magistrati e appartenenti alle forze dell'ordine[4].

Antefatti e possibili cause

La famiglia mafiosa di Monreale non era mai stata storicamente al centro dell'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura. L'attività investigativa portata avanti prima da Emanuele Basile, poi da D'Aleo, in veste di comandanti della stazione dei Carabinieri di Monreale, è probabilmente alla base della strage di Via Scobar.

Le indagini di Basile

 
Emanuele Basile

Basile fu il primo che cominciò a far luce sulle prime attività mafiose[5] nella cittadina famosa per i ricchi mosaici bizantini che decorano l'interno del Duomo. Il Capitano dei Carabinieri, che poteva vantare un'esperienza investigativa di alto livello maturata presso il Nucleo Operativo di Palermo con Giorgio Boris Giuliano[6], aveva ripreso infatti alcune vecchie indagini sulle famiglie di Altofonte, Corleone, Corso dei Mille e della Noce[7].

Gli sforzi investigativi portarono a processo e alla condanna in primo grado, il 24 novembre 1979, di Salvatore e Settimo Damiani (considerati ai vertici della famiglia di Monreale) e di Giuseppe e Castrenze Balsano. Tuttavia, gli imputati vennero successivamente prosciolti in Corte d’Appello il 25 giugno 1980[8].

Il 6 febbraio 1980, Basile firmò inoltre il Rapporto Giudiziario n.188/1 che denunciava dieci uomini per associazione a delinquere mafiosa, sequestro e omicidio dei fratelli Sorrentino. Tra i denunciati c'erano i fratelli Giulio, Andrea e Francesco di Carlo, Leoluca Bagarella e Salvatore Lo Nigro[9].

Meno di tre mesi dopo, il 4 maggio, Basile fu ucciso per ordine dei Corleonesi e dei loro alleati di Altofonte e San Giuseppe Jato. Gli esecutori furono Francesco Madonia, Armando Bonanno e Vincenzo Puccio. Ciò che temeva l'ala vicina a Totò Riina erano le indagini sulla Cassa Rurale ed Artigiana di Altofonte, presieduta da Salvatore Nigro, istituto di credito cruciale per le attività dei Corleonesi[10].

Le indagini di D'Aleo

 
Mario D'Aleo

Arrivato D'Aleo, tuttavia le indagini non si fermarono, come sperato dagli assassini di Basile. Grazie al ruolo di memoria storica di Bommarito, D'Aleo riuscì a continuare il lavoro del suo predecessore, continuando ad indagare sulle famiglie di Altofonte, San Giuseppe Jato e Monreale[11]

Ad esempio, il 30 marzo 1982, D’Aleo richiese la Misura di Prevenzione della Sorveglianza Speciale per Giuseppe Agrigento, appaltatore coinvolto in vari reati, tra cui concorso di associazione a delinquere per lo spaccio di stupefacenti e l'appartenenza alla cosca capeggiata da Emanuele Brusca e legata ai Corleonesi[12]. Inoltre, indagò nel settore degli appalti, richiedendo la perquisizione della società Litomix, collegata ai Corleonesi e ai fratelli Giuseppe e Gregorio Agrigento. Secondo D’Aleo, la Litomix veniva utilizzata per il riciclaggio di denaro proveniente dall’eroina e faceva da collegamento tra Corleonesi, imprenditori collegati alla mafia siciliana e collusi della politica e delle istituzioni[13].

Il 22 giugno successivo, il mobiliere Onofrio Greco denunciò una tentata estorsione, affermando di aver ricevuto minacce di morte. Il suo telefono venne messo, quindi, sotto intercettazione telefonica e, qualche giorno dopo, il 7 luglio, l’ex sindaco di Monreale Ignazio Demma denunciò un incendio avvenuto presso la sua villa. Di Demma si ipotizzavano già da tempo una collusione con gli ambienti mafiosi e relazioni equivoche con le forze dell’ordine. Egli quantificò i danni subiti dalla sua abitazione nella stessa cifra richiesta a Greco, 50 milioni di lire, e dirottò i sospetti verso suo cugino Nicolò Demma, per depistare le indagini[14]

Il 14 giugno, durante le ferie del capitano D’Aleo, Bommarito accompagnò il maresciallo Cutrona, suo sostituto temporaneo, al mobilificio di Onofrio Greco. Intorno alle 18:00, arrivarono sul luogo e, durante la ricerca di Greco, Bommarito si imbatté casualmente in una riunione “anomala” tra Salvatore Damiani, Ignazio Demma e Onofrio Greco. Demma, notando la presenza di Bommarito, lo esortò a mantenere il riserbo su quell'incontro.

Questo evento suggerì un collegamento tra le indagini sull'estorsione di Greco e l'incendio doloso al villino di Demma, fino ad allora considerate come eventi separati, oltre che un rapporto di complicità dei due soggetti con Salvatore Damiani, già più volte oggetto di indagini sia del capitano Basile sia del capitano D’Aleo[15]. Tuttavia, il maresciallo Cutrona non fece alcuna relazione di servizio sull’incontro, così il 22 luglio Bommarito scrisse il rapporto da solo dopo averne discusso con D’Aleo[16].

Intanto, tra il 6 e l’8 settembre, cinque persone implicate in fatti di mafia sparirono nel nulla. Tra questi vi era anche il pregiudicato Diego Parisi. D’Aleo, con l'aiuto di un informatore, scoprì che quattro di queste erano state vittime di lupara bianca per aver praticato estorsioni non autorizzate. L'unico sopravvissuto, Parisi, si era salvato perché l'assicuratore Giuseppe Giurintano aveva riconosciuto la sua voce nella registrazione dell’uomo che aveva svolto la telefonata di minacce ad Onofrio Greco, quindi si era rifugiato nelle Marche.

Successivamente, emerse che Greco aveva già saputo nell’agosto 1982 che Parisi operava estorsioni e aveva voluto depistare le indagini di D’Aleo insieme ad Ignazio Demma. Quando D’Aleo interrogò nuovamente Greco il 4 novembre, questi tuttavia negò di conoscere i nominativi degli estorsori[17].

D’Aleo, convinto che Greco stesse mentendo, scrisse il rapporto 8R 536/1-1 dell’11 novembre, che il giorno successivo consegnò insieme a Bommarito al Procuratore della Repubblica di Palermo Vincenzo Geraci. Se in un primo momento, il 4 dicembre venne emesso un mandato di cattura per Greco e Salvatore Damiani, nel marzo 1983 Geraci lo revocò poiché la responsabilità penale non emergeva se non in forma indiziante, e dunque insufficiente a dimostrarne la colpevolezza. Venne rinviato a giudizio il solo Ignazio Demma, per il reato di falsa testimonianza, considerato che aveva negato l’incontro al mobilificio riportato da Bommarito[18].

Il 16 marzo successivo i Carabinieri e la Questura di Palermo chiesero la sorveglianza speciale per Salvatore Damiani, ritenuto estremamente pericoloso. Tuttavia, il provvedimento fu revocato due mesi dopo[19].

Il successo investigativo di D'Aleo, da iniziale scetticismo, si trasformò in un progressivo isolamento anche all'interno dell'Arma dei Carabinieri[20].

Indagini e processi

Le prime indagini

Il giorno della strage, il capitano Tito Baldo Honorati del Nucleo Investigativo di Palermo avviò le indagini. Egli compilò due rapporti, datati rispettivamente il 14 e il 18 giugno (n. di protocollo 2637/1 e 2637/14), nei quali veniva delineata la dinamica dell'agguato e segnalate alcune piste significative. Tuttavia, a causa del diffuso clima di omertà e paura, ci furono pochi riscontri da parte dei testimoni e delle persone coinvolte[21].

Dalle indagini di Honorati emerse che la mattina dell’omicidio D’Aleo aveva fatto un giro in elicottero, sebbene la ragione restasse oscura. Tuttavia, era probabile che fosse stato proprio per quel giro che si fosse deciso di procedere con la strage, già pianificata da giorni. Alcuni indizi suggerivano che D’Aleo potesse aver individuato il rifugio di Bernardo Brusca, latitante in quel periodo[22].

Nel frattempo, da alcune testimonianze successive alla strage, emerse che l'autovettura Fiat 131 data alle fiamme in via Angelitti era quella utilizzata dai killer per la fuga. L'auto, rubata a un dipendente dell'I.A.C.P., non presentava segni di effrazione, suggerendo l'uso di una chiave contraffatta. Accertamenti successivi rivelarono che tra il 1982 e il 1983 erano state rubate altre otto vetture, quasi sempre con chiavi false[23].

Honorati ipotizzò come possibile movente dei “fatti di servizio”, una reazione quindi alle indagini di D'Aleo. Inoltre, nel suo rapporto, Honorati sottolineò che nell'ambiente mafioso l'esecuzione con la lupara era particolarmente significativa, suggerendo una volontà di vendetta più intensa nei confronti dell'appuntato Bommarito, ucciso con tale metodo, rispetto agli altri due[24].

I due filoni investigativi

Il 4 dicembre 1984, sulla base delle testimonianze di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, l'Ufficio Istruzione Processi Penali del Tribunale di Palermo, guidato da Antonino Caponnetto, emise venti mandati di cattura contro i presunti mandanti del triplice omicidio. Questi erano accusati di aver agito con premeditazione, in concorso tra loro e con ignoti. Tra i nomi figuravano Ignazio Motisi, Leonardo Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Bernardo Brusca. Il reato di omicidio venne direttamente contestato a Emanuele Brusca e Giusto Picone[25].

Per due anni, tuttavia, tutto rimase fermo, finché il 9 e il 17 luglio 1986 i capitani Carlo De Donno e Andrea Cerrato, comandanti dei Nuclei Operativi della Legione Carabinieri di Palermo, inviarono all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo due rapporti congiunti e distinti, chiedendo l'autorizzazione a sottoporre alcuni soggetti a intercettazioni telefoniche. In questi rapporti venivano individuati due filoni principali: uno riguardava la produzione e il traffico di stupefacenti gestiti dai Corleonesi tramite la famiglia Brusca a Monreale; l'altro riguardava le società Litomix calcestruzzi S.p.A. e Sicil Pali.

In merito al primo filone, tutto era collegato al sequestro di ingenti quantità di eroina, presumibilmente lavorata nella raffineria che il capitano D’Aleo stava cercando nel monrealese, convinto che fosse un punto strategico per la raffinazione e l'approvvigionamento. Per quanto riguardava il secondo filone, D’Aleo aveva scoperto che il Banco di Sicilia aveva concesso un finanziamento di 616 milioni di lire alla Litomix, che l'impresa Sicil Pali era intestata a Giuseppe Agrigento, già segnalato come membro di Cosa nostra, e che molti mafiosi precedentemente segnalati da Boris Giuliano e dal capitano Basile erano coinvolti nelle due società[26].

Il 17 ottobre 1989 il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia dichiarò che Bernardo Brusca era fortemente infastidito delle indagini del capitano D'Aleo e parlò della volontà della famiglia di Altofonte affinché le indagini, dapprima condotte da Basile e successivamente da D'Aleo, venissero fermate in qualche modo.

Il proscioglimento

Il 7 luglio 1991 il giudice istruttore Leonardo Guarnotta fu costretto tuttavia a prosciogliere gli imputati, in quanto la figura del giudice istruttore era stata abolita dal nuovo codice di procedura penale e non vi erano gli elementi necessari per il rinvio a giudizio, non essendo emersi ulteriori elementi probatori. Passò in ogni caso il fascicolo alla Procura, dove l'8 marzo 1992 il pubblico ministero Giuseppe Pignatone richiese e ottenne l'archiviazione del caso[27].

Pochi mesi dopo, il 15 dicembre, il sostituto procuratore della Repubblica Leonardo Agueci chiese la riapertura delle indagini nei confronti di “ignoti” per i procedimenti archiviati del triplice omicidio, dopo la scoperta di relazioni tra le indagini condotte dal capitano D’Aleo sulla società Litomix e l'omicidio di via Scobar 22[28].

Le nuove dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

La collaborazione dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo risultò cruciale nella ricostruzione della dinamica della strage. In particolare, Anzelmo si assunse la responsabilità del triplice omicidio, fornendo dettagli sulle dinamiche della strage[29].

La testimonianza di Ganci

Nella sua testimonianza, resa in udienza il 19 ottobre 1998, Calogero Ganci confermò la circostanza che le decisioni sugli omicidi di membri delle forze dell'ordine venivano decisi dalla Commissione (o “Cupola”) di Cosa Nostra[30].

Nel racconto del collaboratore di giustizia, i dettagli organizzativi vennero discussi da Giovanni Brusca con lui e il padre Raffaele Ganci, prima nella macelleria di famiglia in via Lancia di Brolo, poi nell'abitazione della nonna di Calogero, situata in via Largo Mariano Accardi 8, dove erano già presenti alcune armi. Infine, fecero un sopralluogo in Via Scobar 22[31].

La testimonianza di Anzelmo

Nella testimonianza resa il 15 ottobre 1998, successivamente confermata il 2 maggio 2000, Francesco Paolo Anzelmo rivelò che Raffaele Ganci sollecitò lui e Domenico Ganci a partecipare all'omicidio di via Scobar, agendo su incarico della Famiglia della Noce. La richiesta prevedeva che Anzelmo e Domenico venissero informati sul luogo dell'attentato e partecipassero a un sopralluogo per pianificare l'esecuzione. I due esecutori erano tenuti a rimanere reperibili tutti i pomeriggi durante l'orario di apertura dei negozi, poiché l'orario preciso dell'attentato era ancora incerto. In alcune occasioni era stato presente anche Michelangelo (detto “Angelo”) La Barbera, che doveva anch’egli partecipare all'operazione. Anzelmo menzionò inoltre la presenza di una macchina rubata parcheggiata nelle vicinanze, in prossimità di via Holm. Si trattava di una Fiat 131 targata PA-616737, di colore arancione scuro[32].

Come ricostruito in seguito in sede processuale, una telefonata partì dalla caserma per informare Giovanni Brusca che il Capitano stava tornando a casa, il quale a sua volta informò Raffaele Ganci[33].

Il giorno dell'omicidio, Ganci partecipò attivamente alla fase successiva del delitto, utilizzando un'auto di copertura, una Renault 18, per portare Anzelmo in un villino a Capo Zafferano, dove i due vivevano insieme. Durante il tragitto, furono fermati da un posto di blocco all’entrata dell’autostrada per Villabate, sottoposti a un controllo e successivamente autorizzati a proseguire[34].

Il processo Tempesta

A seguito delle dichiarazioni dei due collaboratori, nel 1996 ebbe inizio il processo denominato “Tempesta”, il quale comprendeva, tra gli altri, un troncone riguardante il triplice omicidio di via Scobar. Durante la fase dibattimentale del processo, i mandanti del triplice omicidio furono identificati in Giovanni Brusca, Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Vincenzo Geraci, Bernardo Provenzano e Giuseppe Farinella, mentre gli esecutori materiali risultarono essere Raffaele e Domenico Ganci, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera e Francesco Paolo Anzelmo[35].

La sentenza di 1° grado

Nella sentenza emessa dalla Corte d'Assise il 16 novembre 2001, Giovanni Brusca e Domenico Ganci furono assolti, Francesco Paolo Anzelmo ricevette una condanna a dieci anni di reclusione per aver collaborato con la giustizia, mentre tutti i mandanti e i membri del gruppo di esecuzione furono condannati all'ergastolo, ad eccezione di Bernardo Brusca, già deceduto. Calogero Ganci fu condannato a tredici anni di reclusione in un processo separato[36].

Gradi successivi

In appello, il 20 novembre 2003, la sentenza fu confermata, ma in Cassazione, il 20 aprile 2005, vennero annullati circa quaranta ergastoli, tra cui quelli di Giuseppe Calò e Domenico Ganci per la strage di via Scobar. Di conseguenza, si dovette procedere con un nuovo processo [37].

Il 23 maggio 2007 una sezione distinta della Corte d'Assise d'Appello, sotto la presidenza di Giovanni Miccichè, ratificò le condanne emesse in primo grado riguardanti la strage di via Scobar, fatta eccezione per Giuseppe Calò, il quale, comunque, già si trovava detenuto per altri reati di stampo mafioso, oggetto di accusa nello stesso processo[38].

Note

  1. Citato in Bommarito Francesca (2022). Albicocche e Sangue, Casalnuovo di Napoli, IOD Edizioni, pp. 33-34
  2. Ivi, p. 35-37; p. 45-46.
  3. Bommarito Giuseppe, op.cit., pp. 37-39
  4. Ibidem.
  5. Bommarito Giuseppe, op.cit., p. 86-87.
  6. Ivi, p. 99.
  7. Francesca Bommarito, op.cit., pp. 174-176
  8. Bommarito Giuseppe, op.cit., pp. 100-101; Bommarito Francesca, op.cit., pp. 177-178.
  9. Bommarito Francesca, op.cit., pp. 178-179.
  10. Ivi, pp. 182-183
  11. Ivi, op.cit., pp. 189 e 193-194.
  12. Ivi, pp. 196-197.
  13. Ivi., pp. 197-199.
  14. Ivi, pp. 203-205.
  15. Ibidem
  16. Ivi, pp. 205-207
  17. Ivi, pp. 207-209
  18. Ivi, pp. 210-213
  19. Ivi, pp. 213-215
  20. Citato in "La strage dimenticata", Cose Nostre, RaiPlay.it[1]
  21. Ivi, pp. 221-223
  22. Ivi, pp. 224-226
  23. Ivi, pp. 226-231.
  24. Ibidem
  25. Ivi, pp. 221-223
  26. Ivi, 233-237.
  27. Ivi, pp. 237-239
  28. Ivi, p. 239.
  29. Ivi, p. 41.
  30. Ivi, p. 249 e p. 253
  31. Ivi, pp. 247-248
  32. Ivi, pp. 243-244
  33. Bommarito, Giuseppe (2023). Le vittime dimenticate, Ancona, Affinità Elettive Edizioni, p. 111
  34. Bommarito Francesca, op.cit., pp. 248-249
  35. Ivi, pp. 239-240
  36. Ibidem
  37. Ivi, pp. 239-240.
  38. Bommarito Giuseppe, op.cit., p. 177

Bibliografia

  • Bommarito, Francesca (2022). Albicocche e Sangue, Casalnuovo di Napoli, IOD Edizioni.
  • Bommarito, Giuseppe (2023). Le vittime dimenticate, Ancona, Affinità Elettive Edizioni.
  • Cose Nostre, "La strage dimenticata", RaiPlay.it[2].