Se mafia e terrorismo si scambiano le tecniche

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Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche

Articolo di Pio La Torre, Rinascita n.44, 16 novembre 1979, pp. 3-4.

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Un crescendo di atti criminali nelle ultime settimane. Dalla «notte di San Valentino» a Milano all'assassinio dei tre carabinieri sulla Catania-Messina. Il governo insiste nel negare l'esistenza di prove sui legami fra delinquenza comune e politica. Sfida aperta ai pubblici poteri. Il significato delle accoglienze riservate a Pertini dal popolo siciliano: tagliare i legami tra mafia e protettori politici.

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Le più recenti manifestazioni del terrorismo politico e della criminalità organizzata fanno sorgere problemi e interrogativi nuovi sul modo di fronteggiare il multiforme attacco all'ordine democratico nel nostro paese. I cittadini rimangono colpiti dal susseguirsi, in un crescendo impressionante, di episodi come l'assassino dell'agente di Ps Michele Granato al quartiere di Tiburtino a Roma, rivendicato dalle Brigate Rosse e, nelle stesse ore, dall'agguato ordito sull'autostrada Catania-Messina da una banda di criminali che per liberare il gangster Angelo Pavone hanno assassinato tre carabinieri della scorta. Contemporaneamente arrivava la notizia dell'arresto del capo degli «autonomi» romani Daniele Pifano, impegnato, insieme ad altri complici, nel trasporto di due missili terra-aria.

Altri fatti sconvolgenti erano accaduti nelle settimane precedenti. Si pensi alla catena degli omicidi di mafia a Palermo e, in particolare, all'assassinio di note personalità come il giornalista Mario Francese, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il vice questore Boris Giuliano e, infine, Cesare Terranova. A Milano, nello stesso tempo, si aveva il sanguinoso regolamento di conti al ristorante La Strega che ha fatto rievocare la notte di S. Valentino della Chicago degli anni '30.

Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell'attività della criminalità organizzata. Non commetteremo, certamente, l'errore di appiattire l'analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. Si tratta, in primo luogo, di cogliere la specificità di ciascun fenomeno sapendo ben distinguere tra violenza, terrorismo politico, gangsterismo e mafia. Ma la valutazione della specificità originaria di ciascun fenomeno non ci deve impedire di cogliere l'evoluzione che si sta verificando sotto i nostri occhi.

La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutare sistemi, metodi e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Sappiamo bene che la mafia e il nuovo gangsterismo, per loro natura, perseguono obiettivi ben diversi da quelli del terrorismo politico. I terroristi puntano a colpire a morte lo Stato democratico. La mafia, invece, tende all'indebolimento dei pubblici poteri e a un collegamento con essi per realizzare i propri fini di illecito arricchimento. Sta di fatto, però, che oggi si verifica una convergenza obiettiva nell'azione dei due «fenomeni» e, inoltre, si moltiplicano gli episodi di vera e propria collaborazione tra taluni settori del terrorismo e la criminalità organizzata.

Già nel 1975 la Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia, nel corso dell'indagine condotta a Milano, venne a conoscenza del fatto che un sequestro di persona in Lombardia era stato realizzato di intesa tra la gang di Luciano Liggio e uomini del Mar di Fumagalli. Successivamente, altri episodi hanno messo in luce forme di collaborazione fra terroristi e criminalità organizzata. Più recentemente esponenti di Prima linea hanno teorizzato e tentato di realizzare collegamenti con settori della mafia calabrese ed esiste, ormai, un'ampia documentazione dalla quale risulta lo sviluppo di simili tentativi.

Ecco perché siamo rimasti negativamente colpiti dalle risposte che il ministro degli Interni Rognoni, ancora recentemente, ha reso in Parlamento, perseverando nel negare l'esistenza di prove sui legami fra criminalità organizzata, mafia e terrorismo. Ci pare giunto il momento di rivendicare una visione più aggiornata per realizzare un coordinamento ad un livello superiore di tutta l'azione per fronteggiare l'attacco all'ordine democratico nelle sue molteplici manifestazioni.

Siamo di fronte al dilagare di forme di gangsterismo alimentate dalla disgregazione sociale che la crisi economica va provocando in vaste aree metropolitane. Emigranti sradicati e mafiosi confinati, con criteri assurdi, nelle aree del triangolo industriale, hanno contribuito al dilagare del fenomeno. I campi di attività sono i più diversi: dalle rapine alle varie forme di racket, dal sequestro di persona al traffico della droga e al contrabbando di armi e di pietre preziose. Con queste attività criminose si possono accumulare, oggi, ingenti capitali e si creano nuove potenze finanziarie.

Si sono sviluppati ed estesi i legami internazionali tra le varie organizzazioni criminali e mafiose. La vicenda del bancarottiere Sindona ha messo in evidenza l'ampiezza e l'articolazione di tali legami da Palermo a Milano, da Roma a Ginevra e a New York. Le nuove potenze finanziarie mafiose hanno imparato a sviluppare contemporaneamente attività imprenditoriali apparentemente lecite che si intrecciano con le attività criminose. Le nuove organizzazioni criminali, mutuando i metodi del terrorismo, diventano via via più spavalde e sfidano apertamente i pubblici poteri. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa.

In Sicilia, in particolare, non abbiamo avuto sino ad oggi manifestazioni consistenti di terrorismo politico. Ma negli ultimi tempi, la mafia ha sfidato apertamente lo Stato compiendo alcuni delitti secondo i canoni del terrorismo. C'è una intesa ormai esplicita? Una sorta di zona di influenza riservata alla mafia che sa cosa fare e quando e contro chi agire? Non c'è dubbio comunque che con gli ultimi assassinii verificatisi a Palermo siamo di fronte ad un gruppo politico mafioso che ha scelto di farsi avanti con i sistemi del terrorismo politico.

Molti degli omicidi verificatisi nel Palermitano nell'ultimo anno sono collegati allo scontro fra gruppi mafiosi per il controllo degli appalti di opere pubbliche. Ma alcuni degli assassinii (Boris Giuliano e Cesare Terranova) segnano un salto di qualità politica. E' nostra opinione che questo salto sia cominciato con l'assassinio del segretario provinciale della Dc Michele Reina. Ed è grave e scandaloso che la Dc abbia, invece, avallato l'interpretazione più deteriore sulle cause di questo delitto. I più noti esponenti democristiani siciliani si rifiutano di prendere posizione e alcuni di essi sono in preda al terrore. Possiamo affermare che viene turbato così lo stesso svolgimento della dialettica democratica nella vita politica siciliana.

I metodi e le attività criminali di tipo mafioso si estendono a macchia d'olio anche fuori delle tradizionali province della Sicilia occidentale.

Si paga, oggi, il colpevole ritardo nell'attuazione delle proposte conclusive della Commissione parlamentare antimafia. Al punto in cui sono le cose, di fronte alla convergenza fra criminalità organizzata, mafia e terrorismo è tutta l'azione degli organi dello Stato che dove fare un salto di qualità.

Talune «anime belle» pensano che si possano adottare contro i mafiosi quei provvedimenti «liberticidi» e anticostituzionali che, invece, si rifiutano per gli indiziati di terrorismo. Noi pensiamo, invece, che le garanzie costituzionali debbano valere sia per gli uni che per gli altri ma anche per magistrati, forze dell'ordine e testimoni. Quella ohe noi sollecitiamo è una presa di coscienza del pericolo mortale che l'attacco convergente dei criminali mafiosi e dei terroristi fa correre alle istituzioni democratiche nel nostro paese.

I fatti più recenti e in particolare i missili di Daniele Pifano hanno messo a nudo la pretestuosità della polemica di coloro che si sono opposti ad una grande mobilitazione unitaria di tutte le forze sane in difesa dell'ordine democratico, rivolgendo contro di noi le accuse più infami. Si ripropongono, dopo le ultime vicende, tutti gli interrogativi sui «santuari» sulle coperture e protezioni di cui hanno goduto gli organizzatori del cosiddetto «circolo culturale» di via dei Volsci e delle altre centrali del terrorismo a Roma come in altre città d'Italia.

E' evidente, infatti, che anche le norme e gli strumenti più moderni di repressione sarebbero senza efficacia se non si stabilisse un rinnovato rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni repubblicane. Non si tratta soltanto di smascherare la formula canagliesca «né con lo Stato né con le Brigate rosse». Occorre ricercare un collegamento genuino con le aspirazioni più profonde delle grandi masse lavoratrici e popolari per superare ogni forma di indifferenza, di omertà e di paura.

L'ultima testimonianza dei reali sentimenti popolari, a questo proposito, ci è venuta dal viaggio del presidente Pertini in Sicilia. All'accoglienza affettuosa e trionfale che il popolo siciliano ha riservato a Sandro Pertini nelle grandi città come nei centri minori, hanno fatto da contrappunto i fischi clamorosi riservati ai più noti esponenti di un sistema di potere corrotto, clientelare, trasformistico e mafioso. Dal viaggio di Pertini in Sicilia viene, dunque, insistente e tenace la richiesta popolare che siano rescissi, finalmente, i legami tra mafia e potere politico e, più in generale, che venga avviata una profonda azione di bonifica e di rinnovamento della vita sociale e politica nazionale.

Siamo alla vigilia della ricorrenza del decennale della strage di piazza Fontana. E' questa l'occasione perché si faccia il bilancio di questi anni decisivi, mettendo in evidenza «i santuari», le protezioni e le connivenze di ogni genere che hanno alimentato l'attacco all'ordine democratico nelle sue molteplici espressioni. La mobilitazione unitaria dei lavoratori e di tutto il popolo dovrà avvenire in forme originali, corrispondenti alla specifica realtà di ciascuna regione e alle caratteristiche del nemico con cui occorre fare i conti e che è profondamente diverso da Padova a Milano, da Torino a Reggio Calabria, da Roma a Palermo.

Si tratta di approfondire l'analisi di aspetti decisivi della realtà sociale e di taluni orientamenti culturali prevalenti in vasti strati popolari. La battaglia culturale e ideale diventa in questo caso davvero decisiva per togliere ogni copertura di massa ai nemici dell'ordine democratico.

E' nel corso di questa mobilitazione unitaria che potranno maturare le condizioni per rilanciare su solide basi la politica di solidarietà nazionale. Risulterà via via chiaro a strati sempre più ampi di cittadini la necessità di dar vita ad un governo di unità democratica in grado di garantire la difesa dell'ordine repubblicano e di varare e attuare con coerenza un programma di rinnovamento dell'economia, della società e dello Stato.