Mafia

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Mafia è una parola di origine siciliana storicamente utilizzata per definire il fenomeno criminale siciliano, originariamente noto come «maffia», con due effe.

Da un punto di vista scientifico-accademico la parola dovrebbe essere utilizzata solamente per indicare Cosa Nostra. Tuttavia, la straordinaria diffusione che ebbe a livello nazionale e internazionale, prima in ambito teatrale e letterario, poi in ambito politico-giornalistico-giudiziario e infine cinematografico, ha portato nel linguaggio comune ad usare l'espressione «mafia» anche per riferirsi al fenomeno mafioso in generale, tanto che oramai è comunemente accettata l'espressione «mafie».

Da un punto di vista storico, come ricorda Isaia Sales[1], la mafia siciliana è una specifica manifestazione, e nemmeno la prima, di fenomeni criminali nati anche in altri territori e nello stesso periodo storico. Si può parlare dunque di «comune modello vincente» e quindi di modello mafioso. Questa forma di criminalità organizzata ha dimostrato di sapersi riprodurre nel tempo e non solo nel Mezzogiorno d'Italia, fino a diventare oggi il più efficiente modello di criminalità organizzata a livello globale. Ecco perché il termine declinato al plurale viene oramai utilizzato sovente anche in ambito accademico-scientifico e non solo politico-giornalistico, anche se resta più corretto utilizzare le espressioni «organizzazioni mafiose» o «associazioni criminali di stampo mafioso».

Dalla «maffia» alla mafia

Se nel caso della camorra si affermò prima il «nome» della «cosa»[2], intesa come fenomeno criminale urbano e cittadino della provincia di Napoli, nel caso della mafia accadde il contrario.

Il fenomeno criminale siciliano era ben noto prima dell’Unità d’Italia, come testimonia una lettera del 1838 del procuratore di Trapani Pietro Ulloa al Re delle Due Sicilie e dai rapporti dei procuratori generali delle corti criminali di Palermo, Messina e Girgenti (l’odierna Agrigento) tra il 1830 e il 1840. In particolare, il procuratore di Agrigento nel 1828 accertava l’esistenza di un’associazione criminale

«di oltre 100 membri di diverso rango i quali riuniti in fermo giuramento di non rivelare mai menoma circostanza delle loro operazioni, a costo della vita, e conservano a difesa comune una somma considerevole di denaro in cassa»[3].

Tuttavia, la parola comparve ufficialmente la prima volta in una lettera datata 1° maggio 1861: il marchese e generale sabaudo Alessandro Filippo Della Rovere raccontava all'amico Ottavio Tahon De Revel, conte di Pralungo e Signore di Castelnuovo, quel che aveva potuto registrare nelle prime settimane da Luogotenente generale del Re nelle province siciliane, carica che ricoprì fino al 5 settembre 1861, quando fu nominato Ministro della Guerra nel primo governo di Bettino Ricasoli:

«La situazione qui non è bella ma meno brutta di quanto mi aspettavo. Bisogna persuadere tutti che non bado né a Tizio né a Sempronio, ma voglio far osservare la legge. C'è ancora un poco di Baronia normanna, e di costumi saraceni in qualche regione, ma non è tale da dar fastidio. Nelle provincie napoletane vi sono due partiti che si torturano a vicenda. In Sicilia vi è un solo partito, ma disgraziatamente avverso al Governo per tradizione. Costì le bande di briganti sono formate dagli sbandati e dai Borbonici. In Sicilia temo che vi si formino anche bande di briganti formate dai renitenti alla leva. Questa sarà la gran piaga, perché i renitenti sono aiutati e protetti dalle popolazioni e dalle autorità municipali. Sarà un affare serio da trattarsi con energia. Della reazione borbonica non è neanche da pensarci. Qui v'è pure la camorra, non meno cattiva della napoletana. La chiamano maffia»[4].

Da questa lettera si evince come il massimo rappresentante del neonato Regno d'Italia fosse già a conoscenza di un fenomeno criminale del tutto simile all'allora ben più famosa camorra napoletana.

Quando la mafia conquisto la scena nazionale: lo spettacolo teatrale «I mafiusi de la Vicaria»

La parola mafia conquistò la scena nazionale, divenendo estremamente popolare[5], due anni dopo la lettera di Della Rovere, quando venne messo in scena per la prima volta lo spettacolo teatrale I mafiusi de la Vicaria, di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca.

La piéce teatrale ebbe molto successo all’epoca, con oltre trecento repliche nella sola Palermo e addirittura Re Umberto I tra gli spettatori a Napoli: il protagonista, Gioacchino Funciazza, dominava sugli altri mafiusi, facendosi pagare ‘u pizzu per dormire su un giaciglio, ma al tempo stesso difendeva gli oppressi dal nuovo Stato e tutti quelli che chiedevano la sua protezione[6]. Non solo, il boss rispettava i morti, battezzava i nuovi affiliati, promuoveva i migliori della banda. Tutte cose considerate all’epoca «onorevoli», ma che non definivano il mafioso «uomo d’onore» come sarebbe stato inteso decenni dopo. L’aggettivo «mafioso» era piuttosto sinonimo di «uomo coraggioso», condividendo questa accezione con l’omologo calabrese[7], mentre diventava «bella donna» se declinato al femminile.

Le critiche dell'etnologo Giuseppe Pitrè

Giuseppe Pitrè
Giuseppe Pitrè

Il successo dell’assimilazione della mafia e dei mafiosi nella cultura nazionale come «associazione malandrinesca», per citare un rapporto del 1865 del Prefetto di Palermo Filippo Gualtiero[8],  costò a Rizzotto le aspre critiche di diversi esponenti della cultura siciliana, a partire da quelle dell’etnologo palermitano Giuseppe Pitrè, che lo ritenne responsabile della nuova fama negativa della parola.

Lo studioso affermava anzitutto che il vocabolo non aveva alcun rapporto con quello toscano di maffia, che voleva dire miseria, e nemmeno col francese maufait ("il male", trascritto tuttavia nella sua opera come mauffé). Poi precisava che:

«la mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. [...] Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola, la qualità di mafioso è stata applicata al ladro, ed al malandrino, ciò è perché il non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s’è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino il mafioso è soltanto un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso, nel qual senso l’essere mafioso è necessario, anzi indispensabile. La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto d’interessi e d’idee; donde la insofferenza della superiorità e peggio ancora della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso non si rimette alla legge, alla giustizia, ma sa farsi personalmente ragione da sé, e quando non ne ha la forza, col mezzo di altri del medesimo sentire di lui»[9].

Il peso della letteratura romantica nella diffusione del mito del «mafioso buono»

Come ricorda lo storico Salvatore Francesco Romano[10], la definizione di Pitrè, benché non definisse nulla, ebbe molto successo e diffusione alla fine del XIX secolo, specialmente tra i sociologi, generando una serie di equivoci e confusioni tra gli studiosi dell'epoca.

La concezione dell'etnologo palermitano risentiva dell'influenza della tradizione letteraria del romanticismo che aveva esaltato il mito antico del bandito o del brigante «buono», vendicatore dei deboli e dei poveri contro i ricchi e i potenti. L'uso, introdotto in Francia e poi replicato in tutti gli altri paesi europei, di pubblicare un romanzo popolare a puntate sui giornali quotidiani in un appendice, che poteva essere tolta e conservata a parte, costituì un potente mezzo di diffusione di questo genere di romanzi, che avevano molto spesso per protagonisti briganti, banditi, ribelli in lotta e in guerra per un ideale di giustizia vendicatrice.

Tra le opere di maggior rilievo vale la pena ricordare:

  • I Masnadieri (Die Räuber), di Friedrich Schiller, pubblicato nel 1781, dove il protagonista impersona lo spirito di insofferenza romantica alle consuetudini morali del tempo e alla tirannia politica;
  • Ivanhoe, di Walter Scott, pubblicato nel 1819, dove nei capitoli 40 e 41 veniva esaltata la figura del bandito Locksley, celeberrimo lord decaduto che lottava per il suo Re, anche noto come Robin Hood;
  • Hernani, di Victor Hugo, dramma teatrale andato in scena per la prima volta al "Théâtre Français" di Parigi il 25 febbraio 1830, considerato l'opera fondamentale del romanticismo;
  • Pascal Bruno, di Alexandre Dumas, pubblicato nel 1838, in cui si raccontava la storia del leggendario bandito siciliano originario di Bauso, oggi Villafranca Tirrena.

A questi si aggiunsero una miriade di altri romanzi e racconti meno noti che ebbero una larga diffusione popolare nell'Ottocento, come Il Masnadiero siciliano di Vincenzo Linares[11], che raccontava la storia del bandito Testalonga di Pietraperzia.


La definizione di mafia di Pitrè poteva contare quindi su secoli di sedimentazione nella cultura popolare del «mito del brigante buono», che a partire poi dalla sua polemica contro lo spettacolo teatrale di Rizzotto e Mosca venne gradualmente sostituito dal «mito del mafioso buono». La prova è data dalle parole di un boss mafioso del calibro di Luciano Leggio, che nella famosa intervista a Enzo Biagi, disse:

Biagi: «Che cos’è la mafia secondo lei, è una cosa riprovevole?»

Leggio: «[…] Leggendo vari autori che hanno parlato su ‘sta parola, mafia, e rifacendomi al Pitrè che è uno dei grandi cultori della lingua antica siciliana, mafia doveva essere una parola di bellezza. Bellezza non solo fisica, ma anche bellezza come spiritualità, nel senso che se incontro una bella donna diciamo mafiusa sta fimmina […]. Era un complimento e un fenomeno di bellezza».

Biagi: «Se è così lei non si offende se io dico che è mafioso».

Leggio: «No, non mi offendo, non solo. Semplicemente mi duole perché credo che non ho tutta quella ricchezza spirituale e fisica di esserlo, un mafioso».

Luciano Leggio
Luciano Leggio

La ricchezza spirituale e fisica di cui parlava Leggio evidentemente non mancava invece a un illustre cittadino palermitano come era Vittorio Emanuele Orlando, già presidente del Consiglio dei Ministri (1917-1919) e Ministro degli Interni (1916-1919), che in un comizio al Teatro Massimo di Palermo in occasione delle elezioni dell’agosto 1925 arrivò a dichiarare che:

«se per mafia si intende il senso dell'onore portato fino all'esagerazione, l'insofferenza contro ogni prepotenza e sopraffazione, portata sino al parossismo, la generosità che fronteggia il forte ma indulge al debole, la fedeltà alle amicizie, più forte di tutto, anche della morte. Se per mafia si intendono questi sentimenti, e questi atteggiamenti, sia pure con i loro eccessi, allora in tal senso si tratta di contrassegni individuali dell'anima siciliana, e mafioso mi dichiaro io e sono fiero di esserlo

Vittorio Emanuele Orlando
Vittorio Emanuele Orlando

Il caso di Vittorio Emanuele Orlando non fu un caso isolato: si tratta solo di uno della miriade di esempi che si possono riscontrare nell’arco di più di 150 anni di legittimazione del fenomeno mafioso e di negazione della sua natura criminale. A tal proposito, basti pensare che solamente grazie alla sentenza definitiva del Maxiprocesso di Palermo, e in particolare alla collaborazione di Tommaso Buscetta, si poté finalmente scrivere la parola «fine» al dibattito sull’esistenza della «mafia» in quanto organizzazione criminale.

D’altronde, persino sul Vocabolario della lingua italiana a cura di Nicola Zingarelli nel 1966 alla voce mafia stava scritto: «associazione di prepotenti e delinquenti un tempo infestante la Sicilia. Il regime fascista l’ha combattuta aspramente e sradicata»[12]. Ed è Carlo Levi nel suo celeberrimo Le parole sono pietre, del 1951, che ci riporta la curiosa conversazione notturna sulla mafia con il vicesindaco di Palermo di allora: il politico gli avrebbe detto «lei crede a quelle fandonie? La mafia non esiste, è una leggenda. La mafia non c’è: se ci fosse sarebbe una bella cosa, sarei mafioso anch’io».

La prima inchiesta: le «Condizioni politiche e amministrative della Sicilia» di Leopoldo Franchetti

Leopoldo Franchetti
Leopoldo Franchetti

Che la maffia fosse simile alla camorra, ma fosse anche qualcosa di diverso, fu messo nero su bianco nel 1877 in un'eccezionale inchiesta sociologico-politica[13] di due giovani aristocratici di origine ebraica, all'epoca ventinovenni, Leopoldo Franchetti, futuro deputato e senatore, e Sidney Sonnino, futuro Presidente del Consiglio dei Ministri.

Allievi dello storico e meridionalista Pasquale Villari, Franchetti e Sonnino partirono nel 1876 insieme al compagno di studi Enea Cavalieri alla volta della Sicilia, anzitutto con lo scopo di studiare la situazione politica, amministrativa ed economica dell'isola. L'obiettivo principale dell'inchiesta doveva essere la condizione dell'agricoltura locale, di modo da poter indicare le giuste riforme per migliorare generalmente le condizioni delle masse rurali ed evitare quindi che attecchissero nell'isola le idee socialiste e si acuisse quindi il conflitto di classe.

Tuttavia, oggi quell'inchiesta è ricordata soprattutto per la parte redatta da Franchetti, intitolata «Condizioni politiche e amministrative della Sicilia», nella quale il futuro deputato (venne eletto per la prima volta nel 1882) riuscì a restituire ai posteri una lucida analisi dei fattori sociali, culturali e politici che generavano una concezione e una gestione del potere totalmente illiberale e abissalmente lontana da quella che il nuovo Stato piemontese si era prefissato di promuovere quindici anni prima.

Scriveva Franchetti che:

«l’amministrazione governativa è come accampata in mezzo ad una società che ha tutti i suoi ordinamenti fondati sulla presunzione che non esista autorità pubblica. [...] La massa della popolazione ammette, riconosce e giustifica l’esistenza di quelle forze che altrove sarebbero giudicate illegittime».

Ciò che colpiva era che «la città e l'agro palermitano ci presentano un fenomeno a prima vista incomprensibile e contrario all'esperienza generale e alle opinioni ricevute», cioè «l'industria delle violenze è per lo più in mano a persone della classe media. In generale questa classe è considerata come un elemento d'ordine, di sicurezza, specialmente dov'è numerosa, come lo è infatti in Palermo». Rispetto alla camorra, quindi, la cui estrazione sociale è quella dei «facinorosi della classe infima», la mafia è un fenomeno di «facinorosi della classe media», tanto che «tutti i cosiddetti capi mafia sono di condizione agiata». In particolare, un capo mafia svolgeva

«in quell'industria la parte del capitalista, dell'impresario e del direttore. Egli determina quell'unità nella direzione dei delitti, che dà alla mafia la sua apparenza di forza ineluttabile e implacabile; regola la divisione del lavoro e delle funzioni, la disciplina fra gli operai di questa industria, disciplina indispensabile in questa come in ogni altra per ottenere abbondanza e costanza di guadagni. A lui spetta il giudicare dalle circostanze se convenga sospendere per un momento le violenze, oppure moltiplicarle e dar loro un carattere più feroce, e il regolarsi sulle condizioni del mercato per scegliere le operazioni da farsi, le persone da sfruttare e la forma di violenza da usarsi per ottenere meglio il fine. È propria di lui quella finissima arte, che distingue quando convenga meglio uccidere addirittura la persona recalcitrante agli ordini della mafia, oppure farlo scendere ad accordi con uno sfregio, coll'uccisione di animali o la distruzione di sostanze, od anche semplicemente con una schioppettata di ammonizione».

Franchetti riusciva così ben 115 anni prima della sentenza definitiva del Maxiprocesso di Palermo ad analizzare con straordinaria esattezza le prerogative di un boss mafioso. Arrivando anche a denunciare il fatto che «il Governo centrale non sostiene i suoi funzionari», lasciati allo sbando in balìa di una forza impossibile da fronteggiare con gli scarsi mezzi inviati da Roma. Scriveva Franchetti:

«Qualunque Governo italiano ha l'obbligo di rendere la pace a quelle popolazioni e di far loro conoscere che cosa sia la legge, di sacrificare a questo fine qualunque interesse di partito od altro. Ma invece vediamo i Ministeri italiani d'ogni partito dare per i primi l'esempio di quelle transazioni interessate che sono la rovina di Sicilia, riconoscere, nell'interesse delle elezioni politiche, quelle potenze locali che dovrebbero anzi cercar di distruggere, e trattare con loro. Il prefetto stesso deve, per ubbidire ai superiori, imitarli, e così dimenticare il vero fine della sua missione; anzi, nuocergli. [...] Sotto colore di politica, gl'impiegati migliori e più coscienziosi sono sacrificati a rancori personali, è distrutta l'opera incominciata, si ricade più basso che mai e, quel che è peggio, si conferma sempre più nel pubblico l'opinione della potenza infallibile e incrollabile, nell'Isola e fuori, di quelle persone che la tiranneggiano e la sfruttano a loro profitto».

Franchetti descrive in maniera impietosa anche parte dell'avvocatura siciliana, quella degli «avvocatucoli [...] che vanno attorno offrendo i loro servigi a chi vuole e a chi non vuole», accusati di essere «i mezzani di tutte le corruzioni, i ministri di tutte le prepotenze legali, a loro si deve in gran parte se è diffuso in tutta la Sicilia "quel funesto contenzioso spirito" che nel principio del secolo era "ristretto nella sola capitale", e se è tanto comune in Sicilia il caso che le leggi civili e i contratti si violino o si eludano non solo colla prepotenza aperta, ma anche coll'astuzia».

A rafforzare l'analisi di Franchetti fu 23 anni dopo, nel 1900, il rapporto del Questore Sangiorgi, con dettagliate analisi supportate da prove documentali importantissime, che tuttavia non trovò alcuna sponda nel governo centrale

Quando la mafia conquistò la scena internazionale: da Joe Valachi a Tommaso Buscetta, passando per «il Padrino» di Coppola

Il Padrino, di Francis Ford Coppola
La locandina de "Il Padrino"

Nonostante le analisi e gli aspri dibattiti a cavallo tra XIX e XX secolo, la parola mafia si conquistò definitivamente la ribalta internazionale solamente negli anni '60, quando negli USA decise di collaborare con la giustizia il mafioso italo-americano Joe Valachi, innescando un feroce dibattito in seno alla sociologia americana, che negava l'esistenza della mafia come organizzazione criminale[14].

In Italia l’eco delle dichiarazioni di Valachi e del relativo dibattito sulla reale esistenza della mafia come organizzazione criminale si intrecciò con la prima vera opera di repressione giudiziaria del fenomeno mafioso nel nostro Paese, seguita alla Strage di Ciaculli. Il giudice istruttore palermitano Aldo Vigneri riuscì sì nel 1965 ad ottenere il visto per andare a interrogare personalmente il primo pentito di Cosa nostra americana, visionando i rapporti riservati del Federal Bureau of Investigation e tornando in patria con le sentenze dei tribunali americani e le relazioni di polizia che accertavano il ruolo della mafia siciliana nel traffico internazionale di stupefacenti, ma come è noto i due grandi processi di Bari e Catanzaro scaturiti dalle operazioni antimafia post-Ciaculli finirono con raffiche di assoluzioni alla fine del decennio per insufficienza di prove.

A consacrare il successo della parola mafia a livello internazionale fu tuttavia nel 1972 il film di Francis Ford Coppola, Il Padrino, che, riprendendo il libro di Mario Puzo, consacrò nella storia del cinema mondiale la mafia italo-americana.

Nonostante il film di Coppola, il dibattito sulla reale esistenza della mafia continuò a infuriare, soprattutto in Italia, dove i legami oramai accertati con la Democrazia Cristiana anche negli anni '70, nella celeberrima relazione critica di minoranza a firma Pio La Torre e Cesare Terranova, divennero oggetto di contesa politica.

Che cos'è la mafia?

Che cos'è quindi la mafia? Se la definizione giuridica di organizzazione mafiosa non lascia spazio a dubbi[15], la sua interpretazione ontologica dal punto di vista sociologico non è invece univoca: negli anni sono stati proposti diversi paradigmi che fanno riferimento a differenti teorie sociali.

La prospettiva teorica maggiormente consolidata è quella che considera la mafia una forma specifica di potere.

Questo paradigma interpretativo affonda le sue radici in una lunga tradizione di ricerca, che potremmo far risalire a Leopoldo Franchetti, e che negli anni si è arricchita anche di contributi esterni all’accademia, come quello di politici e intellettuali impegnati in prima fila contro la mafia in Sicilia come Pio La Torre e Michele Pantaleone[16]. Fu lo storico Salvatore Francesco Romano a definire per la prima volta negli anni ’60 la mafia come «una forma di potere reale extralegale, di cui si servono i gruppi politici, sociali ed economici per fini di conquista e di egemonia che essi si propongono e che solo in parte si identifica e confonde con gli stessi capi dell’attività delinquenziale diretta»[17]. Successivamente, nel 1976, Nando dalla Chiesa definì la mafia siciliana come «modo di esercizio del potere, forma di dominio di classe»[18], precisando ulteriormente questa prospettiva teorica in lavori successivi[19].

La mafia come potere invisibile e ubiquo

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

Il potere mafioso è invisibile e ubiquo[20], e questo ha giovato alla sua aura di invincibilità e al tempo stesso alimentato la letteratura che ne negava l’esistenza. Sotto questo punto di vista, come scrisse Gordon Hawkins nel 1969[21], condivide prerogative di Dio, anche se di divino ha ben poco.

La sua è un’invisibilità manifesta, fondata sulla cecità delle istituzioni pubbliche e sulla consapevolezza dei privati cittadini: è un potere che non deve essere nominato in pubblico ma che tutti sul territorio dove opera devono sapere che esiste. La storia della mafia, come ricorda Nando dalla Chiesa[22], è anzitutto storia della mafia che non esiste, ma spara, uccide, devasta territori, si impossessa di attività economiche, disgrega le istituzioni e il tessuto socio-economico del luogo in cui opera.

La sua ubiquità deriva invece dall’abilità di intessere relazioni di potere, che le permettono di contare su una vasta platea di soggetti esterni all’associazione che per interesse o per paura rinunciano alla propria dignità di cittadini per degradarsi a sudditi o tentare il salto di qualità ai vertici della «catena alimentare» della società. Se non va dimenticato che «la mafia è un fenomeno di classi dirigenti»[23], allo stesso modo vanno ricordate le parole di Giovanni Falcone:

«la mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione»[24].

La vera forza della mafia

Ed è per questo che «la vera forza della mafia sta fuori dalla mafia»[25]: se così non fosse, questo fenomeno criminale non sarebbe sopravvissuto per oltre due secoli, mettendo radici ben al di fuori e lontano dagli originali contesti di nascita e insediamento; se così non fosse, la Lombardia e Milano, il cuore pulsante dell’economia italiana, non avrebbero conosciuto una presenza delle principali organizzazioni mafiose italiane così radicata e duratura, sin dagli anni ’50 del secolo scorso.

Ma quali sono i requisiti di questa forza? Nando dalla Chiesa ne individua cinque all’interno del suo «modello mafioso»:

  1. legittimità, ossia l’accettazione, attiva o passiva, di cui gode da parte dell’ambiente e il suo potenziale di «giustificazione»;
  2. invisibilità materiale, cioè la sua capacità di mimetizzarsi e farsi percepire in maniera diversa e non pericolosa (che si sublima – scrive il sociologo – nella classica affermazione che «la mafia non esiste»);
  3. invisibilità concettuale, che differisce dalla precedente in quanto consiste nella capacità di essere confusa con altri fenomeni, anche contigui o correlati, come corruzione, clientelismo o criminalità economica;
  4. espansività, cioè la capacità di espandersi e radicarsi, sia in nuove aree geografiche sia in nuovi settori di attività;
  5. impunità, sia sotto il profilo politico che giudiziario.

I vari requisiti sono in sinergia tra loro come nel modello «tradizionale» e possono essere considerati, scrive Dalla Chiesa, come un «sistema di fattori»[26], nel quale ogni cambiamento in uno di essi produce cambiamenti dello stesso segno (cioè in più o in meno) in tutti gli altri.

Quando si può parlare di mafia?

Il problema odierno è che oramai la parola mafia viene utilizzata nell'immaginario collettivo per definire qualsiasi fenomeno criminale. Ma come già metteva in guardia Michele Pantaleone, con una celeberrima espressione sovente citata senza che gli sia mai riconosciuta la paternità, «nulla è mafia se tutto diventa mafia»[27].

Pur vero è, come notava Giovanni Falcone, che

«nel panorama criminale internazionale, le maggiori organizzazioni, depurate dalle loro specifiche connotazioni ambientali, presentano caratteristiche non dissimili da quelle della mafia [...] e tale unicità sostanziale del modello organizzativo [...] consente di usare per le stesse il termine "mafia" in una accezione certamente più estensiva di quella che è normalmente, in senso tecnico, il significato di questa parola, ma in una accezione tuttavia non priva di un certo rigore scientifico»[28].

Se la definizione giuridica, del resto, è ben chiara, nel dibattito sociologico i diversi paradigmi interpretativi sono mediati tanto dalle rappresentazioni sociali e istituzionali, quanto dai quadri teorici di riferimento dei vari autori, che privilegiano una o l’altra dimensione d’analisi. Quello che va sottolineato è che la definizione sociologica è molto più esigente di quella giuridica.

La definizione sociologica di mafia

Nando dalla Chiesa
Nando dalla Chiesa. Foto di Pierpaolo Farina

Restando nell’alveo del paradigma interpretativo che considera la mafia come una forma specifica di potere, adottiamo qui la definizione illustrata da Nando dalla Chiesa col suo «modello mafioso». Per poter parlare di mafia devono ricorrere i quattro elementi seguenti:

  • Controllo del territorio;
  • Rapporti di dipendenza personali;
  • Violenza come suprema regolatrice dei conflitti (economici, sociali, politici);
  • Rapporti organici con la politica.

Se manca anche solo uno di questi requisiti, non si può parlare di mafia: senza violenza ci troviamo di fronte a un fenomeno di clientelismo; senza i rapporti con la politica, a una forma di criminalità organizzata classica. Ogni elemento costitutivo è caratterizzato da un alto grado di interdipendenza con gli altri.

Una rete di rapporti di dipendenza personali e l’esistenza di rapporti organici con la politica sono le due caratteristiche che hanno determinato e determinano la sopravvivenza del potere mafioso. Un potere che, insistendo sul medesimo territorio dello Stato, gli contende non solo l’effettivo controllo ma anche l’uso della violenza che nelle organizzazioni mafiose è usata come suprema regolatrice dei conflitti, siano essi di natura economica, sociale o politica, ma che resta sempre l’extrema ratio dell’agire mafioso: in determinati contesti è sufficiente infatti pronunciare un cognome per realizzare quella condizione di assoggettamento e omertà descritta dal 416bis.

La fama criminale e la consapevolezza che la violenza può essere efficacemente impiegata rappresentano nella maggior parte dei casi un formidabile mix deterrente a qualsiasi forma di resistenza civile. E dove non funziona, scatta la rappresaglia come forma di avvertimento al resto della popolazione. Quest’analisi è stata confermata anche sul piano giuridico dalla Corte di Cassazione, quando ha scritto che:

«in tema di associazione di tipo mafioso, la violenza e la minaccia, rivestendo natura strumentale nei confronti della forza di intimidazione, costituiscono un accessorio eventuale, o meglio latente, della stessa, ben potendo derivare dalla semplice esistenza e notorietà del vincolo associativo. Esse dunque non costituiscono modalità con le quali deve puntualmente manifestarsi all'esterno la condotta degli agenti, dal momento che la condizione di assoggettamento e gli atteggiamenti omertosi, indotti nella popolazione e negli associati stessi, costituiscono, più che l'effetto di singoli atti di sopraffazione, la conseguenza del prestigio criminale della associazione, che, per la sua fama negativa e per la capacità di lanciare avvertimenti, anche simbolici ed indiretti, si accredita come temibile, effettivo ed autorevole centro di potere»[29].

Ed è proprio in qualità di temibile, effettivo ed autorevole centro di potere che l’organizzazione mafiosa sfida lo Stato nelle sue prerogative esclusive e quindi si pone come anti-stato, benché questa si alimenti dello Stato e cerchi la convergenza con alcune sue parti per garantirsi la sopravvivenza.

La mentalità mafiosa

Lo studio della dimensione culturale della mafia nelle scienze sociali è oggetto di un vivace dibattito iniziato nella seconda metà degli anni '80 del Novecento[30] e dura tutt'oggi. La disputa ruota anche attorno al concetto di mentalità mafiosa, nei termini posti da Giovanni Falcone. Riprendendo la distinzione tra spirito di mafia e organizzazione criminale di Gaetano Mosca[31], Falcone individuava una specifica mentalità mafiosa distinta dall’organizzazione, operante in senso lato nella società. In Cose di Cosa Nostra scriveva infatti:

«Per lungo tempo si sono confuse la mafia e la mentalità mafiosa, la mafia come organizzazione illegale e la mafia come semplice modo di essere. Quale errore! Si può benissimo avere una mentalità mafiosa senza essere un criminale»[32].

Da siciliano e da giudice che aveva messo alla sbarra (e fatto condannare) per la prima volta la «mafia come organizzazione», Falcone metteva sotto accusa la società civile per come aveva permesso alla «mafia come modo d’essere» di prosperare. Linguaggi, gesti, codici, tradizioni, la mafia non è altro che «l’esasperazione dei valori siciliani»[33], esattamente come la camorra lo è di quelli napoletani, la ‘ndrangheta di quelli calabresi e così via. E in effetti, «l’operazione delle grandi organizzazioni mafiose nel corso dei secoli è stata quella di portare agli estremi la cultura originaria dei territori che controllavano, manipolandola per consacrare nell’immaginario collettivo una fondazione mitica ed eroica della figura del mafioso, che ne ha accresciuto la legittimità e il prestigio sociali»[34].

Principali organizzazioni mafiose italiane

Le principali organizzazioni mafiose italiane sono tre:

  • Cosa Nostra, egemone fino al periodo stragista del '92-'93;
  • camorra, potente, ma non gerarchizzata;
  • 'ndrangheta, oggi la più potente tra le organizzazioni mafiose al mondo.

Per un elenco completo, consulta Le associazioni criminali di stampo mafioso

Principali paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso

I principali paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso sono essenzialmente tre:

Per un elenco completo degli altri paradigmi, consulta Paradigmi interpretativi del fenomeno mafioso

Voci Correlate

Note

  1. Sales, Isaia (2016). Storia dell'Italia mafiosa, Soveria Mannelli, Rubbettino, pp. 53-54.
  2. La parola camorra come casa da gioco o gioco d'azzardo era già nota nel Settecento. In una «Prammatica» del 1735 furono autorizzate dal re otto nuove case da gioco, una delle quali si chiamava «camorra avanti palazzo». Della camorra come organizzazione criminale si iniziò invece a parlarne attorno al 1820, non solo negli atti di polizia, ma anche in letteratura, soprattutto attraverso i romanzi a puntate di Francesco Mastriani. Per approfondire, si veda Sales, op. cit., pp. 59-64.
  3. Ivi, p. 60.
  4. Lettera riportata da Thaon De Revel nel suo libro di memorie. Cfr Thaon De Revel, Ottavio (1892). Da Ancona a Napoli. Miei ricordi, Milano, Dumolard, p. 180.
  5. Per approfondire, si veda Novacco, Domenico (1959). "Considerazioni sulla fortuna del termine mafia", in Belfagor, 14(2), pp. 206–212.
  6. Dickie, John (2005). Cosa Nostra - Storia della Mafia Siciliana, Roma-Bari, Editori Laterza, p. 44-45.
  7. La parola ‘ndrangheta deriverebbe dal verbo greco άνδραγαθέω (andragathéo), composto dalla matrice semantica degli aggettivi άνήρ (anèr) e άθαθός (agathòs), che significa letteralmente «agisco da uomo perbene o valoroso», stando alla definizione del Dizionario Greco-Italiano a cura di Lorenzo Rocci. Per approfondire l’etimologia dei termini, si veda Cosa Nostra, Camorra e 'ndrangheta.
  8. Lupo, Salvatore (2004). Storia della mafia, Roma, Donzelli editore, p. 13.
  9. Pitrè Giuseppe (1889). Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. II, Palermo, L. Pedone-Lauriel, p. 287 e ss.
  10. Romano, Salvatore Francesco (1966). Storia della mafia, Milano, Arnoldo Mondadori Editore (ed. or. 1963 Sugar editore), p. 36 e ss.
  11. Per approfondire, Navarria, Aurelio (1957). "Un narratore siciliano dell'Ottocento: Vincenzo Linares", in Belfagor, 12(3), pp. 312–314.
  12. Citato in Dalla Chiesa, La Convergenza, p. 41.
  13. Franchetti, Leopoldo, Sonnino, Sidney (1877). La Sicilia nel 1876,(2 voll.), Firenze, Barbera.
  14. Sul tema si veda la ricostruzione storica fatta da Pierpaolo Farina in: Farina, Pierpaolo (2021). Le Affinità elettive: il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di Dottorato - XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.
  15. Si veda la voce Legge Rognoni - La Torre e la categoria Le associazioni criminali di stampo mafioso
  16. Di Michele Pantaleone, si veda in particolare il suo Mafia e politica, edito da Einaudi nel 1962.
  17. Romano, op. cit., p. 258.
  18. Dalla Chiesa, Nando (1976). Il potere mafioso, Milano, Mazzotta editore, p. 59.
  19. Si vedano in particolare, Dalla Chiesa, Nando (1984). “Attualità della mafia: Mafia, onore e potere”, in Quaderni Storici, Vol. 19(1), n. 55, p. 263-270; (1987). La palude e la città, Milano, Mondadori, scritto con Pino Arlacchi; (2010) La Convergenza, Milano, Melampo editore.
  20. Farina Pierpaolo, op. cit., p. 25.
  21. Hawkins, Gordon (1969). “God and the Mafia”, in The Public Interest, 14, pp. 24-51.
  22. Dalla Chiesa, Nando (2017). Scienza, storia e fantasia. La mafia nell’epoca della post-verità, Summer School in Organized Crime, Università degli Studi di Milano, 11 settembre.
  23. Commissione Parlamentare Antimafia (1976). Relazione critica di minoranza – VI legislatura (1972-1976), a cura dell’on. La Torre e altri, Roma, 4 febbraio, p. 569.
  24. Cose di Cosa Nostra, p.93. Grassetti e Corsivi nostri.
  25. L’espressione è stata coniata da Nando dalla Chiesa per la prima volta nel 1987 in La Palude e la Città, p. 31.
  26. Ivi, p. 34.
  27. Citato in Pantaleone, Michele (1970). Il sasso in bocca: mafia e Cosa Nostra, Bologna, Cappelli editore.
  28. Parole pronunciate durante l'ultimo intervento pubblico del giudice, il 12 maggio 1992. Il testo fu ripubblicato nel numero 1/1993 di Narcomafie.
  29. Suprema Corte di Cassazione - Sezione V penale, Sentenza n. 4893, 16 marzo 2000 (depositata il 20 aprile 2000). Citato in Farina, op. cit., pp. 27-28. Corsivi nostri.
  30. Per approfondire, si vedano gli articoli di Marco Santoro (1998). “Mafia, cultura e politica”, in Rassegna Italiana di Sociologia, n. 4, ottobre-dicembre, pp. 441-476; (2000). “Mafia, cultura e subculture”, in Polis, n. 1/2000, pp. 91-112.
  31. Mosca, Gaetano (1900). “Che cos’è la Mafia”, in Giornale degli economisti, serie II, n. 20, pag. 236-262.
  32. Falcone, Cose di Cosa Nostra, pp. 80-81.
  33. Falcone dedica alla «contiguità» tra mafia e società siciliana un intero capitolo del suo libro sopra citato, il terzo, facendo diversi esempi e argomentando in maniera esemplare la sua tesi. Ancora oggi, a distanza di 30 anni, quel libro è il miglior libro mai pubblicato sull’antropologia del mafioso e sulla mafia in generale.
  34. Farina, op. cit., p. 36.

Bibliografia

  • Dalla Chiesa, Nando (1976). Il potere mafioso. Economia e ideologia, Milano, Mazzotta editore.
    • (a cura di). (2010). Contro la Mafia, Torino, Einaudi.
    • (2010). La Convergenza, Milano, Melampo editore.
  • Dickie, John (2005). Cosa Nostra - Storia della Mafia Siciliana, Roma-Bari, Editori Laterza.
  • Falcone, Giovanni, in collaborazione con Marcelle Padovani (1991). Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli.
  • Farina, Pierpaolo (2021). Le Affinità elettive: il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di Dottorato - XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.
  • Lupo, Salvatore (2004). Storia della mafia, Roma, Donzelli editore.
  • Pantaleone, Michele (1970). Il sasso in bocca: mafia e Cosa Nostra, Bologna, Cappelli editore.
  • Pitrè Giuseppe (1889). Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. II, Palermo, L. Pedone-Lauriel.
  • Romano, Salvatore Francesco (1966). Storia della mafia, Milano, Arnoldo Mondadori Editore (ed. or. 1963 Sugar editore).
  • Sales, Isaia (2016). Storia dell’Italia mafiosa, Soveria Mannelli, Rubbettino.
  • Sales, Isaia, Meloro, Simona (2017). Le mafie nell'economia globale. Fra la legge dello Stato e le leggi di mercato, Napoli, Guida Editore.
  • Sciascia, Leonardo (1991). “La Storia della Mafia”, in Quaderni Radicali n. 30 e 31 – Anno XV.
  • Terranova, Cesare (1965). Ordinanza-sentenza contro Leggio + 115, Tribunale di Palermo, 14 agosto.
  • Thaon De Revel, Ottavio (1892). Da Ancona a Napoli. Miei ricordi, Milano, Dumolard.