Joe Adonis: differenze tra le versioni

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<center><blockquote>«''Non vi è attività lucrativa che non sia in un modo o nell'altro controllata dall'Adonis sulla base di una potente organizzazione internazionale, articolata in attività di copertura tese a frustrare ogni eventuale indagine di polizia''»


('''Ferruccio Allitto Bonanno''', questore di Milano, 1969)<ref>Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni (2011). ''Mafia a Milano. Sessant'anni di affari e delitti'', Milano, Melampo, p. 28, citato in Pierpaolo Farina (2021). ''Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia'', Tesi di Dottorato – XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano, p. 195.</ref></blockquote></center>
[[File:Joe-adonis-foto-segnaletica.jpg|alt=Joe Adonis|miniatura|300x300px|Joe Adonis]]
'''Joe Adonis''', al secolo '''Giuseppe Antonio Doto''' (Montemarano, [[22 novembre]] [[1902]] – Serra de' Conti, [[26 novembre]] [[1971]]), è stato un mafioso italo-americano, tra i capi di [[Cosa Nostra americana]] a New York e primo grande boss di [[Cosa Nostra]] a stabilirsi a Milano. Nato in provincia di Avellino, fu uno dei pochissimi non siciliani a raggiungere il vertice dell'organizzazione<ref>Commissione Parlamentare Antimafia (1976). ''Relazione sul traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti nonché sui rapporti tra mafia e gangsterismo italo-americano'', Relatore: sen. Michele Zuccalà, in ''Relazione conclusiva'', VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Roma, p. 369.</ref>.


'''Joe Adonis''', alias '''Giuseppe Antonio Doto''' (Montemarano, [[22 novembre]] [[1902]] – Ancona, [[26 novembre]] [[1971]]), è stato un potente mafioso italo-americano, affiliato alla [[Famiglia Genovese]], una delle cinque famiglie di New York di [[Cosa Nostra Americana|Cosa Nostra americana]].
Costretto a lasciare gli Stati Uniti nel [[1956]] dopo una condanna per falsa testimonianza, visse a Milano dal [[1958]] fino al soggiorno obbligato del 1971. Come un magnete, in quei tredici anni attirò in città mafiosi siciliani e gangster milanesi, tanto che la sua presenza è considerata l'«''innesco''» del successo delle organizzazioni mafiose in Lombardia<ref>Farina, ''op. cit.'', p. 194.</ref>.


== Biografia ==
== Biografia ==
=== Primi anni ===
=== Gli anni americani ===
Nato a Montemarano, comune in provincia di Avellino che all'inizio del secolo contava 4mila abitanti<ref>Censimento della Popolazione del Regno, Roma, 10 febbraio 1901</ref>, Giuseppe Doto lasciò l'Italia all'età di appena sei mesi con i genitori alla volta degli Stati Uniti d'America: qui la famiglia si trasferì prima a Passaic, nel New Jersey, e poi a New York, nel 1909, nel quartiere di Brooklyn. Qui il giovane Giuseppe iniziò a farsi notare prima come lustrascarpe, poi come strillone, ma per "arrotondare" si dava anche a piccoli furti. Fu in quegli anni che conobbe il futuro boss di Cosa Nostra americana [[Lucky Luciano]] e [[Settimo Accardi]], passato alla storia come "Big Sam", il più grande trafficante di eroina degli anni '50, iniziando la sua carriera criminale dapprima nel campo delle commesse clandestine.
Giuseppe Doto arrivò negli Stati Uniti da bambino, insieme alla madre e ai fratelli. Gli atti del processo che lo vide condannato per falsa testimonianza riportano il registro delle nascite di Montemarano del [[1902]], i manifesti di bordo della nave e i censimenti dello Stato di New York, da cui risultava che né lui né i genitori avevano mai preso la cittadinanza americana<ref>''Doto v. United States'', 223 F.2d 309, Corte d'Appello federale del Distretto di Columbia, 24 marzo 1955.</ref>. Cresciuto a Brooklyn, iniziò come allibratore e prese il soprannome di «''Adonis''» per il suo aspetto curato<ref>Portanova, Rossi, Stefanoni, ''op. cit.'', cap. 1.</ref>.


La leggenda vuole che l'origine del soprannome con cui fu noto al grande pubblico per tutta la vita fosse da attribuire a una giovane pin up degli Ziegfeld Follies, famosi spettacoli teatrali di moda a Broadway: la ragazza, cascandogli tra le braccia, lo guardò e disse: "''Sei bello come un Adone''"<ref>Citato in Portanova, Rossi, Stefanoni, 2011, p.24</ref>. Da quel giorno fu noto come Joe Adonis.
Durante il proibizionismo divenne il braccio destro di [[Frank Costello]] nel gioco d'azzardo e si legò a [[Lucky Luciano]], [[Albert Anastasia]] e [[Vito Genovese]]<ref>Ibidem.</ref>. Il suo ruolo principale era quello di tenere i rapporti con politici, avvocati, giudici e funzionari pubblici, garantendo all'organizzazione l'occhio benevolo della classe dirigente statunitense<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 369.</ref>. A Brooklyn fu il principale anello di congiunzione tra il [[Gangsterismo|gangsterismo]] e la macchina politica del Partito Democratico, fino alla rottura con il sindaco Fiorello La Guardia nel [[1937]], quando anche lì partirono le indagini della magistratura<ref>Salvatore Lupo (2008). ''Quando la mafia trovò l'America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008'', Torino, Einaudi, p. 106.</ref>. Negli anni della guerra partecipava alle riunioni in casa Costello con William O'Dwyer, futuro sindaco di New York, e con i capi di Tammany Hall, il centro di potere democratico della città<ref>Ivi, p. 130.</ref>.


=== Albori della carriera criminale ===
Negli anni Quaranta i suoi interessi si spostarono nel New Jersey: nel [[1946]], insieme a Gerardo Catena, incassò 120.000 dollari da una sola casa da gioco<ref>United States Senate – Special Committee to Investigate Organized Crime in Interstate Commerce (1951). ''Final Report'', Senate Report n. 725, 82° Congresso, Washington, 31 agosto, cap. VII.D.(b) «Northern New Jersey».</ref>. Accanto alle attività illegali curava anche affari leciti: la Ford gli aveva affidato in esclusiva il trasporto delle auto nuove dallo stabilimento di Edgewater all'area di New York. Si trasferì in una villa da 100.000 dollari a Fort Lee, conducendo una vita da uomo d'affari rispettabile<ref>''Crime: A Little Rain Must Fall'', TIME, 4 giugno 1951.</ref>.
Negli anni '20, contrassegnati dal proibizionismo, Adonis, insieme a Luciano Meyer Lansky e Bugsy Siegel iniziò a contrabbandare ingenti quantitativi di alcolici per la comunità di Broadway. Bello e affascinante, teneva le "public relations" del gruppo criminale in seno all'alta società. In quegli anni iniziò il sodalizio criminale con un altro potente boss, [[Frank Costello]], passato alla storia come "''il ministro della malavita''".  


=== La guerra Castellamarese e il Sindacato Nazionale del Crimine ===
=== La Commissione Kefauver e l'uscita dagli Stati Uniti ===
Negli anni della c.d. "[[Guerra Castellamarese]]", Adonis rimase al fianco di Luciano che dapprima si era schierato con [[Joe Masseria|Giuseppe "Joe the Boss" Masseria]], a capo delle famiglie di origine napoletana, poi, quando la guerra volgeva a favore del rivale [[Salvatore Maranzano]], che riuniva le famiglie siciliane principalmente provenienti dal Golfo di Castellammare in Sicilia, passò con quest'ultimo. Masseria, venuto a sapere del tradimento "segreto" di Luciano, chiese a Joe Adonis di eliminarlo, ma questi gli rimase fedele e avvertì il compare dei progetti di Masseria di eliminarlo.
Tra il [[1950]] e il [[1951]] Adonis fu uno dei bersagli principali della [[Commissione Kefauver]], la commissione del Senato statunitense sul crimine organizzato. Interrogato a Washington il [[12 dicembre]] 1950, si rifiutò di rispondere a numerose domande sui suoi affari, e il [[22 gennaio]] 1951 il senatore Estes Kefauver lo definì in aula «''uno dei grandi criminali di questo Paese''». Nel secondo rapporto intermedio del [[18 febbraio]] 1951 la Commissione lo indicò, insieme a Costello, come capo di uno dei due principali sindacati del crimine del Paese<ref>''United States v. Doto'', 205 F.2d 416, Corte d'Appello federale del Secondo Circuito, 24 giugno 1953.</ref>.


Il [[15 aprile]] [[1931]], quindi, Lucky Luciano invitò in un ristorante di Brooklyn, il Coney Island, Joe Masseria: durante il pranzo, Luciano andò in bagno e non appena fu sparito entrarono nel ristorante Adonis, [[Vito Genovese]], [[Albert Anastasia]] e [[Bugsy Siegel]] che freddarono Masseria a colpi di mitra. La morte di Masseria sancì la fine della Guerra Castellamarese.
Il [[12 marzo]] 1951, nell'udienza pubblica di New York trasmessa in televisione, si avvalse ancora del diritto di non rispondere, anche alla domanda se avesse mai finanziato campagne elettorali<ref>Ibidem.</ref>. Cinque giorni dopo la Commissione votò all'unanimità di chiedere la sua incriminazione per oltraggio al Senato, insieme a quelle di Costello e del bookmaker Frank Erickson<ref>United States Senate (1951). ''Proceedings against Frank Costello for Contempt of the Senate'', Senate Report n. 199, 82° Congresso, Washington, 30 marzo, p. 3.</ref>. L'attenzione della Commissione portò alla sua prima condanna. Incriminato nel New Jersey con quattro soci per aver gestito un giro di gioco d'azzardo da un milione di dollari, evitò il processo con giuria e si rimise alla clemenza della corte: a fine maggio 1951 fu condannato a una pena da due a tre anni di carcere e a 15.000 dollari di multa. In 25 anni di carriera criminale non aveva mai trascorso un giorno in prigione<ref>''Crime: A Little Rain Must Fall'', ''op. cit.''</ref>. Il rapporto finale del [[31 agosto]] 1951 lo definì «''co-leader con Frank Costello della malavita della costa orientale''» e citò la sua incarcerazione tra i risultati concreti dell'inchiesta<ref>United States Senate – Special Committee to Investigate Organized Crime in Interstate Commerce, ''op. cit.'', cap. VII.A «Practical results of committee's work».</ref>.


Per evitare ulteriori guerre, Maranzano venne eletto "capo dei capi" di Cosa nostra americana, in un vertice a cui presero parte i principali esponenti delle famiglie di New York. Maranzano, però, tentò di sbarazzarsi degli altri boss di Cosa Nostra americana "non siciliani", come Al Capone, così il [[10 settembre]] 1931 fu ucciso nel suo ufficio di Manhattan.
La condanna per oltraggio, pronunciata a New York nel febbraio [[1953]], venne annullata il [[24 giugno]] 1953 dalla Corte d'Appello, che riconobbe il suo diritto a non rispondere su fatti che potevano incriminarlo<ref>''United States v. Doto'', ''op. cit.''</ref>. Fu invece decisiva la condanna per falsa testimonianza: davanti alla Commissione Adonis aveva giurato di essere cittadino americano, ma i documenti provavano che era nato in Italia e non era mai stato naturalizzato. La condanna fu confermata in appello il [[24 marzo]] [[1955]] e il [[10 ottobre]] dello stesso anno la Corte Suprema rifiutò di riesaminare il caso<ref>''Doto v. United States'', ''op. cit.''; ''Doto v. United States'', 350 U.S. 847, Corte Suprema degli Stati Uniti, 10 ottobre 1955.</ref>.


Con la morte di Maranzano, Lucky Luciano ereditò il dominio sulle attività criminali della città di New York e questo portò Joe Adonis a compiere un notevole salto di qualità nella propria carriera criminale. Invece di farsi eleggere "capo dei capi", Luciano fondò la "Commissione", che avrebbe coordinato l'attività criminale di Cosa Nostra americana e dove i boss delle famiglie più potenti avrebbero avuto pari diritti, sia nel voto su questioni particolarmente importanti sia nella risoluzione delle dispute. Inizialmente l'organismo era formato dalle Cinque Famiglie di New York, dalla «''Chicago Outfit''» di Al Capone e dalla Famiglia di Buffalo del boss Stefano Magaddino. Contemporaneamente, Luciano fondò il "[[Sindacato Nazionale del Crimine]]", che univa famiglie italiane e non italiane e serviva come struttura di coordinamento a New York e in altre città americane per controllare il contrabbando di alcolici e stupefacenti, la prostituzione, il gioco d'azzardo, i sindacati dei lavoratori e l'industria dell'abbigliamento.  
Per evitare l'espulsione coatta, Adonis scelse la «partenza volontaria»: il [[3 gennaio]] 1956 si imbarcò a New York sul transatlantico ''Conte Biancamano'', diretto in Italia<ref>''Joe Adonis Quits U.S. Voluntarily'', The New York Times, 4 gennaio 1956.</ref>.


=== L'ascesa criminale nell'Olimpo del crimine ===
=== L'arrivo in Italia e il Summit delle Palme ===
In breve tempo, Adonis e Luciano divennero i monopolisti nel contrabbando di alcolici, con un giro di affari di 12 milioni di dollari all'anno e più di 100 persone che a vario titolo erano coinvolte nell'indotto. Adonis si ritrovò ben presto a reinvestire l'enorme quantità di liquidi a disposizione in attività propriamente legali: arrivò a possedere una trentina tra bar, ristoranti e night club, oltre a diventare direttore dell'Automotive Conveying Corporation, la società che aveva il monopolio della distribuzione delle automobili della Ford prodotte nello stabilimento di Edgewater, nel New Jersey. Proprio qui comprò diverse concessionarie: i clienti, dopo aver comprato l'auto, venivano costretti ad assicurarsi, pagando un sovrapprezzo all'organizzazione. Adonis investì anche nel contrabbando di sigarette: dopo essersi inserito nel mercato delle macchinette automatiche che le distribuivano, le riempiva di sigarette di contrabbando. Famoso divenne poi il Joe's Italian Kitchen, il ristorante di Brooklyn che rappresentava il cuore del suo impero criminale.
Sbarcato in Italia a metà gennaio<ref>Secondo Portanova, Rossi e Stefanoni, ''op. cit.'', cap. 1, Adonis sbarcò a Genova il 15 gennaio 1956. La Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 370, colloca invece l'arrivo nel febbraio 1956.</ref>, Adonis si diresse a Roma, ma dopo pochi giorni la Questura lo rimandò con foglio di via obbligatorio ad Avellino. Il [[25 febbraio]] 1956 il Ministero dell'Interno segnalò la sua pericolosità alle questure<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 370.</ref>. Poco più di un mese dopo si stabilì in una villa a Frascati e poi, nell'agosto [[1957]], nella villa «La Collinetta» di Grottaferrata, conducendo una vita di lusso e incontrando trafficanti di droga americani<ref>Ivi, pp. 370-371.</ref>.


A metà degli anni '30 Adonis era diventato uno dei boss di Cosa Nostra americana più ricchi e influenti di New York: diversi uomini politici e membri delle forze dell'ordine erano a libro paga del boss, che usava queste amicizie per favorire gli interessi della famiglia Luciano di cui faceva parte.
Secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, fu tra i preparatori del [[Summit Grand Hotel et des Palmes|summit dell'Hotel delle Palme]] di Palermo, che dal [[12 ottobre|12]] al [[16 ottobre]] 1957 riunì i capi di Cosa Nostra americana e siciliana per organizzare il traffico internazionale di droga<ref>Ivi, pp. 329 e 364.</ref>. Dopo la [[Riunione di Apalachin|riunione di Apalachin]] del [[14 novembre]] 1957, secondo un rapporto dell'FBI, [[Carmine Galante]] venne mandato in Italia a informarlo delle decisioni prese<ref>Ivi, p. 371.</ref>. A dicembre lasciò definitivamente il Lazio per Saint-Vincent, in Valle d'Aosta, ospite dell'Hôtel Billia<ref>Ibidem.</ref>.


=== L'arresto di Lucky Luciano ===
=== Gli anni milanesi ===
Nel 1936 Luciano venne condannato a 30 anni di carcere e l'anno dopo, Vito Genovese, il secondo in capo, era fuggito in Italia per scampare a un arresto per omicidio. Benché Luciano continuasse a tenere le redini del potere dal carcere, Frank Costello ereditò la reggenza della famiglia.
Nel febbraio 1958 Adonis si trasferì a Milano, in un appartamento al settimo piano di via Alberico Albricci 7, a poche centinaia di metri dal Duomo, con due guardie del corpo travestite da maggiordomi<ref>Ivi, p. 410; Farina, ''op. cit.'', p. 194.</ref>. Ufficialmente faceva «''una vita da pensionato''»; in realtà, soprattutto dopo la morte di Lucky Luciano nel [[1962]], era il più autorevole esponente delle cinque famiglie di New York in Italia<ref>Farina, ''op. cit.'', pp. 194-195.</ref>.


Negli anni '40, a causa dell'attività del neo-sindaco di New York Fiorello La Guardia contro il gioco d'azzardo, Adonis fu costretto a trasferire le sue attività nel New Jersey, trasferendo anche la sua famiglia in una lussuosa villa a Fort Lee.  
Intorno a lui gravitavano mafiosi siciliani come [[Tommaso Buscetta]], i fratelli [[Angelo La Barbera|La Barbera]] e i fratelli Giuseppe e Alfredo Bono, ma anche gangster milanesi come [[Francis Turatello]]<ref>Ivi, pp. 194 e 196.</ref>. Giuseppe Bono era il suo uomo di fiducia e faceva da tramite con il gruppo di [[Gerlando Alberti]]<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 417.</ref>. Dopo la scomparsa del fratello Salvatore, il [[17 gennaio]] [[1963]], Angelo La Barbera cercò protezione a Milano proprio presso Adonis, ma il [[24 maggio]] 1963 fu ferito in un agguato in viale Regina Giovanna<ref>Ivi, pp. 396 e 398.</ref>. Il [[1 giugno|1° giugno]] Adonis fu convocato in questura, ma per cinque anni non subì più controlli<ref>Ivi, p. 410.</ref>.


=== La Commissione Kefauver ===
Secondo la Commissione Antimafia, Adonis aveva scelto Milano per dirigere il traffico internazionale di preziosi, soprattutto diamanti, con ramificazioni in Francia e in Svizzera, e per coordinare il contrabbando di droga verso il Nord Europa<ref>Ivi, p. 412.</ref>. Incontrava regolarmente esponenti di Cosa Nostra americana come Samuel Lewin, ritenuto un corriere di Thomas Eboli della famiglia Genovese<ref>Ivi, p. 411.</ref>. Per schermare i propri affari acquistò tramite prestanome la catena di supermercati Stella, con filiali a Milano, Bergamo e Brescia, e nel [[1965]] fondò l'immobiliare Milbeton<ref>Ivi, p. 410.</ref>, anticipando quello che sarebbe diventato il business preferito dei boss: il mattone<ref>Farina, ''op. cit.'', p. 195.</ref>. Secondo la ricostruzione di Gianni Simoni e Giuliano Turone, [[Michele Sindona]] gli fece da consulente finanziario<ref>Ivi, pp. 206-207.</ref>.
Il [[12 dicembre]] [[1950]] Adonis venne convocato di fronte la Commissione del Senato degli Stati Uniti, presieduta dal senatore [[Estes Kefauver]], il quale disse di lui: "''Se Albert Anastasia era il presidente dell'Anonima assassini, non c'è dubbio che Joe Adonis ne era il direttore generale! Quest'uomo ha le mani che grondano di sangue come forse nessun altro gangster in America''"<ref>Ibidem, p.25</ref>.


Nell'aprile 1953, durante una seduta della Commissione, Adonis scivolò su una domanda che permetterà all'FBI di espellerlo dagli USA: dopo aver risposto a diverse domande avvalendosi della formula prevista dalla Costituzione americana "rifiuto di rispondere alla domanda perché potrebbe incriminarmi", a quella "''Lei dove è nato e qual è la sua nazionalità, Mister Doto?''", rispose "''Sono americano, sono nato a Passaic, nel New Jersey''". L'FBI, che sa benissimo che è nato il 22 novembre a Montemarano, lo incriminò così per falsa testimonianza: il [[6 agosto]] venne decisa la sua espulsione in Italia e tre giorni dopo venne rilasciato nel New Jersey.
Il [[21 ottobre]] [[1968]] il questore lo diffidò, ma «''il Doto non modificò affatto condotta''»<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 410.</ref>. Le intercettazioni rivelarono anche i suoi rapporti con il mondo dello spettacolo: nel 1971 il cantante Tony Renis gli chiese di intercedere presso il regista Francis Ford Coppola per ottenere una parte nel film ''Il Padrino''<ref>Ivi, p. 411; Farina, ''op. cit.'', p. 196.</ref>.


Il [[3 gennaio]] [[1956]] Adonis lasciò New York City e dodici giorni dopo arrivò a Genova. Da lì girò mezza Italia e molto probabilmente incontrò a Napoli Lucky Luciano.  
=== Il soggiorno obbligato e la morte ===
Tra il 1968 e il 1969 il capo della Polizia Angelo Vicari chiese alla Questura di Milano di «''togliere di mezzo''» Adonis, cercando elementi per proporre il soggiorno obbligato<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 372.</ref>. Nel maggio 1971 fu fermato e proposto per la misura<ref>Ivi, p. 412.</ref>. Il [[19 giugno]] 1971 il Tribunale di Milano lo dichiarò «''persona particolarmente pericolosa''», anche sulla base di un rapporto dell'FBI che lo indicava come il numero due di Cosa Nostra americana dopo Vito Genovese, e lo inviò per quattro anni a Serra de' Conti, in provincia di Ancona<ref>Portanova, Rossi, Stefanoni, ''op. cit.'', cap. 1; Farina, ''op. cit.'', p. 196.</ref>.


=== La nuova vita in Italia ===
Vi arrivò il [[14 luglio]] 1971, ma continuò a seguire i propri affari grazie alle visite del suo uomo di fiducia Nicola Caprano, noto contrabbandiere<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', pp. 411-412; Farina, ''op. cit.'', p. 196.</ref>. L'[[8 ottobre]] 1971 la Corte d'Appello di Milano ridusse la misura a tre anni, ma Adonis morì il 26 novembre 1971 dopo quattro giorni di agonia<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 412; Farina, ''op. cit.'', p. 196.</ref>. La figlia ne riportò la salma negli Stati Uniti<ref>Portanova, Rossi, Stefanoni, ''op. cit.'', cap. 1.</ref>.
Adonis non perse tempo e sfruttò la sua presenza sulla penisola per rinsaldare i rapporti tra Cosa Nostra siciliana e Cosa Nostra americana, importando molti dei traffici avviati con successo negli USA in Italia, tra cui non solo le pietre preziose ma anche la droga. Il via libera, su quest'ultimo punto, ci fu grazie al [[Summit Grand Hotel et des Palmes|Summit tenutosi al Grand Hotel Des et Palmes]], tenutosi a Palermo tra il [[12 ottobre|12]] e il [[16 ottobre]] [[1957]] grazie ai buoni uffici di Lucky Luciano.


Nell'inverno [[1958]], Adonis si trasferì a Milano, in un appartamento in via Albricci 7, a poche centinaia di metri dal Duomo. Alla morte di Luciano, avvenuta il [[26 gennaio]] [[1962]], divenne il più autorevole rappresentante delle famiglie di Cosa Nostra americana in Italia. Benché ufficialmente Adonis dichiarasse di essere un pensionato, in realtà dopo qualche tempo venne a galla il suo ruolo centrale di coordinamento di svariati traffici e personaggi legati al crimine organizzato non solo italiano: traffico di droga, soprattutto. Come attività di copertura e riciclaggio di denaro, acquisì la proprietà occulta della catena di '''supermercati Stella''' e fondò '''l'immobiliare Milbeton''', aprendo la strada che nei decenni successivi sarebbe stata percorsa da diversi pezzi da novanta di Cosa Nostra.  
Per la Commissione Antimafia, con la sua morte si estinse il «''governo''» mafioso dei grandi boss in Italia: l'eredità passò a esecutori come Gerlando Alberti, che a Milano costruì la più vasta cellula mafiosa mai radicata fuori dalla Sicilia<ref>Commissione Parlamentare Antimafia, ''op. cit.'', p. 412.</ref>.


In un rapporto del [[1969]] l'allora questore di Milano Ferruccio Allitto Bonanno scrisse di lui: "''Non vi è attività lucrativa che non sia in un modo o nell'altro controllata dall'Adonis sulla base di una potente organizzazione internazionale, articolata in attività di copertura tese a frustrare ogni eventuale indagine di polizia.<ref>ibidem p.28</ref>''"
== Pagine correlate ==
* [[Mafie a Milano]]
* [[Summit Grand Hotel et des Palmes]]
* [[Commissione Kefauver]]


Fu proprio tenendo d'occhio Adonis che gli inquirenti scoprirono che tra le varie relazioni sociali non vi erano uomini d'affari ma anche diversi personaggi dello spettacolo dell'epoca. Particolarmente noto è il caso di Tony Renis, che tra il [[20 febbraio|20]] e il [[21 febbraio]] [[1971]] si rivolse al boss affinché facesse tutto il possibile per fargli avere una parte secondaria nel film "Il Padrino", diretto da Francis Ford Coppola. Nonostante le conoscenze di Adonis, la richiesta, come è noto, non fu accolta e Renis non ottenne nessuna parte nel film.
== Note ==
 
<references />
=== Il confino a Serra de' Conti e la morte ===
Il [[19 giugno]] 1971 i giudici del Tribunale di Milano diedero ragione al Questore e qualificarono Adonis come "''persona particolarmente pericolosa''" ed emettono un dispositivo di soggiorno obbligato a Serra de' Conti, in provincia di Ancona, della durata iniziale di quattro anni. Insediatosi nel borgo marchigiano il [[14 luglio]], il boss si integrò subito con la comunità locale e ricevette anche le visite della moglie e delle due figlie. In autunno, però, le sue condizioni di salute si aggravarono e, dopo quattro giorni di agonia, Joe Adonis morì il [[26 novembre]] [[1971]] per insufficienza cardiorespiratoria, all'età di 69 anni.
 
Tre giorni dopo sua figlia Maria fece imbalsamare il corpo e lo riportò negli Stati Uniti.


== Bibliografia ==
* Commissione Parlamentare Antimafia (1976). ''Relazione sul traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti nonché sui rapporti tra mafia e gangsterismo italo-americano'', Relatore: sen. Michele Zuccalà, in ''Relazione conclusiva'', VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Roma.
* Farina, Pierpaolo (2021). ''Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia'', Tesi di Dottorato – XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.
* Lupo, Salvatore (2008). ''Quando la mafia trovò l'America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008'', Torino, Einaudi.
* Portanova, Mario; Rossi, Giampiero; Stefanoni, Franco (2011). ''[[Mafia a Milano|Mafia a Milano. Sessant'anni di affari e delitti]]'', Milano, Melampo Editore.
* TIME (1951). [https://time.com/archive/6795518/crime-a-little-rain-must-fall/ ''Crime: A Little Rain Must Fall''], 4 giugno.
* United States Senate – Special Committee to Investigate Organized Crime in Interstate Commerce (1951). ''Final Report'', Senate Report n. 725, 82° Congresso, Washington, 31 agosto.
* United States Senate (1951). ''Proceedings against Frank Costello for Contempt of the Senate'', Senate Report n. 199, 82° Congresso, Washington, 30 marzo.


== Bibliografia ==
=== Sentenze ===
* Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni, ''[[Mafia a Milano|Mafia a Milano - Sessant'anni di affari e delitti]]'', Milano, Melampo Editore, 2011
* [https://law.justia.com/cases/federal/appellate-courts/F2/205/416/133494/ ''United States v. Doto'', 205 F.2d 416], Corte d'Appello federale del Secondo Circuito, 24 giugno 1953.
* [https://m.openjurist.org/223/f2d/309 ''Doto v. United States'', 223 F.2d 309], Corte d'Appello federale del Distretto di Columbia, 24 marzo 1955.
* ''Doto v. United States'', 350 U.S. 847, Corte Suprema degli Stati Uniti, 10 ottobre 1955.


== Note ==
[[Categoria:Mafie in Lombardia]]
<references></references>


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Versione attuale delle 12:49, 7 nov 2026

«Non vi è attività lucrativa che non sia in un modo o nell'altro controllata dall'Adonis sulla base di una potente organizzazione internazionale, articolata in attività di copertura tese a frustrare ogni eventuale indagine di polizia» (Ferruccio Allitto Bonanno, questore di Milano, 1969)[1]

Joe Adonis
Joe Adonis

Joe Adonis, al secolo Giuseppe Antonio Doto (Montemarano, 22 novembre 1902 – Serra de' Conti, 26 novembre 1971), è stato un mafioso italo-americano, tra i capi di Cosa Nostra americana a New York e primo grande boss di Cosa Nostra a stabilirsi a Milano. Nato in provincia di Avellino, fu uno dei pochissimi non siciliani a raggiungere il vertice dell'organizzazione[2].

Costretto a lasciare gli Stati Uniti nel 1956 dopo una condanna per falsa testimonianza, visse a Milano dal 1958 fino al soggiorno obbligato del 1971. Come un magnete, in quei tredici anni attirò in città mafiosi siciliani e gangster milanesi, tanto che la sua presenza è considerata l'«innesco» del successo delle organizzazioni mafiose in Lombardia[3].

Biografia

Gli anni americani

Giuseppe Doto arrivò negli Stati Uniti da bambino, insieme alla madre e ai fratelli. Gli atti del processo che lo vide condannato per falsa testimonianza riportano il registro delle nascite di Montemarano del 1902, i manifesti di bordo della nave e i censimenti dello Stato di New York, da cui risultava che né lui né i genitori avevano mai preso la cittadinanza americana[4]. Cresciuto a Brooklyn, iniziò come allibratore e prese il soprannome di «Adonis» per il suo aspetto curato[5].

Durante il proibizionismo divenne il braccio destro di Frank Costello nel gioco d'azzardo e si legò a Lucky Luciano, Albert Anastasia e Vito Genovese[6]. Il suo ruolo principale era quello di tenere i rapporti con politici, avvocati, giudici e funzionari pubblici, garantendo all'organizzazione l'occhio benevolo della classe dirigente statunitense[7]. A Brooklyn fu il principale anello di congiunzione tra il gangsterismo e la macchina politica del Partito Democratico, fino alla rottura con il sindaco Fiorello La Guardia nel 1937, quando anche lì partirono le indagini della magistratura[8]. Negli anni della guerra partecipava alle riunioni in casa Costello con William O'Dwyer, futuro sindaco di New York, e con i capi di Tammany Hall, il centro di potere democratico della città[9].

Negli anni Quaranta i suoi interessi si spostarono nel New Jersey: nel 1946, insieme a Gerardo Catena, incassò 120.000 dollari da una sola casa da gioco[10]. Accanto alle attività illegali curava anche affari leciti: la Ford gli aveva affidato in esclusiva il trasporto delle auto nuove dallo stabilimento di Edgewater all'area di New York. Si trasferì in una villa da 100.000 dollari a Fort Lee, conducendo una vita da uomo d'affari rispettabile[11].

La Commissione Kefauver e l'uscita dagli Stati Uniti

Tra il 1950 e il 1951 Adonis fu uno dei bersagli principali della Commissione Kefauver, la commissione del Senato statunitense sul crimine organizzato. Interrogato a Washington il 12 dicembre 1950, si rifiutò di rispondere a numerose domande sui suoi affari, e il 22 gennaio 1951 il senatore Estes Kefauver lo definì in aula «uno dei grandi criminali di questo Paese». Nel secondo rapporto intermedio del 18 febbraio 1951 la Commissione lo indicò, insieme a Costello, come capo di uno dei due principali sindacati del crimine del Paese[12].

Il 12 marzo 1951, nell'udienza pubblica di New York trasmessa in televisione, si avvalse ancora del diritto di non rispondere, anche alla domanda se avesse mai finanziato campagne elettorali[13]. Cinque giorni dopo la Commissione votò all'unanimità di chiedere la sua incriminazione per oltraggio al Senato, insieme a quelle di Costello e del bookmaker Frank Erickson[14]. L'attenzione della Commissione portò alla sua prima condanna. Incriminato nel New Jersey con quattro soci per aver gestito un giro di gioco d'azzardo da un milione di dollari, evitò il processo con giuria e si rimise alla clemenza della corte: a fine maggio 1951 fu condannato a una pena da due a tre anni di carcere e a 15.000 dollari di multa. In 25 anni di carriera criminale non aveva mai trascorso un giorno in prigione[15]. Il rapporto finale del 31 agosto 1951 lo definì «co-leader con Frank Costello della malavita della costa orientale» e citò la sua incarcerazione tra i risultati concreti dell'inchiesta[16].

La condanna per oltraggio, pronunciata a New York nel febbraio 1953, venne annullata il 24 giugno 1953 dalla Corte d'Appello, che riconobbe il suo diritto a non rispondere su fatti che potevano incriminarlo[17]. Fu invece decisiva la condanna per falsa testimonianza: davanti alla Commissione Adonis aveva giurato di essere cittadino americano, ma i documenti provavano che era nato in Italia e non era mai stato naturalizzato. La condanna fu confermata in appello il 24 marzo 1955 e il 10 ottobre dello stesso anno la Corte Suprema rifiutò di riesaminare il caso[18].

Per evitare l'espulsione coatta, Adonis scelse la «partenza volontaria»: il 3 gennaio 1956 si imbarcò a New York sul transatlantico Conte Biancamano, diretto in Italia[19].

L'arrivo in Italia e il Summit delle Palme

Sbarcato in Italia a metà gennaio[20], Adonis si diresse a Roma, ma dopo pochi giorni la Questura lo rimandò con foglio di via obbligatorio ad Avellino. Il 25 febbraio 1956 il Ministero dell'Interno segnalò la sua pericolosità alle questure[21]. Poco più di un mese dopo si stabilì in una villa a Frascati e poi, nell'agosto 1957, nella villa «La Collinetta» di Grottaferrata, conducendo una vita di lusso e incontrando trafficanti di droga americani[22].

Secondo la Commissione Parlamentare Antimafia, fu tra i preparatori del summit dell'Hotel delle Palme di Palermo, che dal 12 al 16 ottobre 1957 riunì i capi di Cosa Nostra americana e siciliana per organizzare il traffico internazionale di droga[23]. Dopo la riunione di Apalachin del 14 novembre 1957, secondo un rapporto dell'FBI, Carmine Galante venne mandato in Italia a informarlo delle decisioni prese[24]. A dicembre lasciò definitivamente il Lazio per Saint-Vincent, in Valle d'Aosta, ospite dell'Hôtel Billia[25].

Gli anni milanesi

Nel febbraio 1958 Adonis si trasferì a Milano, in un appartamento al settimo piano di via Alberico Albricci 7, a poche centinaia di metri dal Duomo, con due guardie del corpo travestite da maggiordomi[26]. Ufficialmente faceva «una vita da pensionato»; in realtà, soprattutto dopo la morte di Lucky Luciano nel 1962, era il più autorevole esponente delle cinque famiglie di New York in Italia[27].

Intorno a lui gravitavano mafiosi siciliani come Tommaso Buscetta, i fratelli La Barbera e i fratelli Giuseppe e Alfredo Bono, ma anche gangster milanesi come Francis Turatello[28]. Giuseppe Bono era il suo uomo di fiducia e faceva da tramite con il gruppo di Gerlando Alberti[29]. Dopo la scomparsa del fratello Salvatore, il 17 gennaio 1963, Angelo La Barbera cercò protezione a Milano proprio presso Adonis, ma il 24 maggio 1963 fu ferito in un agguato in viale Regina Giovanna[30]. Il 1° giugno Adonis fu convocato in questura, ma per cinque anni non subì più controlli[31].

Secondo la Commissione Antimafia, Adonis aveva scelto Milano per dirigere il traffico internazionale di preziosi, soprattutto diamanti, con ramificazioni in Francia e in Svizzera, e per coordinare il contrabbando di droga verso il Nord Europa[32]. Incontrava regolarmente esponenti di Cosa Nostra americana come Samuel Lewin, ritenuto un corriere di Thomas Eboli della famiglia Genovese[33]. Per schermare i propri affari acquistò tramite prestanome la catena di supermercati Stella, con filiali a Milano, Bergamo e Brescia, e nel 1965 fondò l'immobiliare Milbeton[34], anticipando quello che sarebbe diventato il business preferito dei boss: il mattone[35]. Secondo la ricostruzione di Gianni Simoni e Giuliano Turone, Michele Sindona gli fece da consulente finanziario[36].

Il 21 ottobre 1968 il questore lo diffidò, ma «il Doto non modificò affatto condotta»[37]. Le intercettazioni rivelarono anche i suoi rapporti con il mondo dello spettacolo: nel 1971 il cantante Tony Renis gli chiese di intercedere presso il regista Francis Ford Coppola per ottenere una parte nel film Il Padrino[38].

Il soggiorno obbligato e la morte

Tra il 1968 e il 1969 il capo della Polizia Angelo Vicari chiese alla Questura di Milano di «togliere di mezzo» Adonis, cercando elementi per proporre il soggiorno obbligato[39]. Nel maggio 1971 fu fermato e proposto per la misura[40]. Il 19 giugno 1971 il Tribunale di Milano lo dichiarò «persona particolarmente pericolosa», anche sulla base di un rapporto dell'FBI che lo indicava come il numero due di Cosa Nostra americana dopo Vito Genovese, e lo inviò per quattro anni a Serra de' Conti, in provincia di Ancona[41].

Vi arrivò il 14 luglio 1971, ma continuò a seguire i propri affari grazie alle visite del suo uomo di fiducia Nicola Caprano, noto contrabbandiere[42]. L'8 ottobre 1971 la Corte d'Appello di Milano ridusse la misura a tre anni, ma Adonis morì il 26 novembre 1971 dopo quattro giorni di agonia[43]. La figlia ne riportò la salma negli Stati Uniti[44].

Per la Commissione Antimafia, con la sua morte si estinse il «governo» mafioso dei grandi boss in Italia: l'eredità passò a esecutori come Gerlando Alberti, che a Milano costruì la più vasta cellula mafiosa mai radicata fuori dalla Sicilia[45].

Pagine correlate

Note

  1. ↑ Mario Portanova, Giampiero Rossi, Franco Stefanoni (2011). Mafia a Milano. Sessant'anni di affari e delitti, Milano, Melampo, p. 28, citato in Pierpaolo Farina (2021). Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di Dottorato – XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano, p. 195.
  2. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia (1976). Relazione sul traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti nonché sui rapporti tra mafia e gangsterismo italo-americano, Relatore: sen. Michele Zuccalà, in Relazione conclusiva, VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Roma, p. 369.
  3. ↑ Farina, op. cit., p. 194.
  4. ↑ Doto v. United States, 223 F.2d 309, Corte d'Appello federale del Distretto di Columbia, 24 marzo 1955.
  5. ↑ Portanova, Rossi, Stefanoni, op. cit., cap. 1.
  6. ↑ Ibidem.
  7. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 369.
  8. ↑ Salvatore Lupo (2008). Quando la mafia trovò l'America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Torino, Einaudi, p. 106.
  9. ↑ Ivi, p. 130.
  10. ↑ United States Senate – Special Committee to Investigate Organized Crime in Interstate Commerce (1951). Final Report, Senate Report n. 725, 82° Congresso, Washington, 31 agosto, cap. VII.D.(b) «Northern New Jersey».
  11. ↑ Crime: A Little Rain Must Fall, TIME, 4 giugno 1951.
  12. ↑ United States v. Doto, 205 F.2d 416, Corte d'Appello federale del Secondo Circuito, 24 giugno 1953.
  13. ↑ Ibidem.
  14. ↑ United States Senate (1951). Proceedings against Frank Costello for Contempt of the Senate, Senate Report n. 199, 82° Congresso, Washington, 30 marzo, p. 3.
  15. ↑ Crime: A Little Rain Must Fall, op. cit.
  16. ↑ United States Senate – Special Committee to Investigate Organized Crime in Interstate Commerce, op. cit., cap. VII.A «Practical results of committee's work».
  17. ↑ United States v. Doto, op. cit.
  18. ↑ Doto v. United States, op. cit.; Doto v. United States, 350 U.S. 847, Corte Suprema degli Stati Uniti, 10 ottobre 1955.
  19. ↑ Joe Adonis Quits U.S. Voluntarily, The New York Times, 4 gennaio 1956.
  20. ↑ Secondo Portanova, Rossi e Stefanoni, op. cit., cap. 1, Adonis sbarcò a Genova il 15 gennaio 1956. La Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 370, colloca invece l'arrivo nel febbraio 1956.
  21. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 370.
  22. ↑ Ivi, pp. 370-371.
  23. ↑ Ivi, pp. 329 e 364.
  24. ↑ Ivi, p. 371.
  25. ↑ Ibidem.
  26. ↑ Ivi, p. 410; Farina, op. cit., p. 194.
  27. ↑ Farina, op. cit., pp. 194-195.
  28. ↑ Ivi, pp. 194 e 196.
  29. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 417.
  30. ↑ Ivi, pp. 396 e 398.
  31. ↑ Ivi, p. 410.
  32. ↑ Ivi, p. 412.
  33. ↑ Ivi, p. 411.
  34. ↑ Ivi, p. 410.
  35. ↑ Farina, op. cit., p. 195.
  36. ↑ Ivi, pp. 206-207.
  37. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 410.
  38. ↑ Ivi, p. 411; Farina, op. cit., p. 196.
  39. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 372.
  40. ↑ Ivi, p. 412.
  41. ↑ Portanova, Rossi, Stefanoni, op. cit., cap. 1; Farina, op. cit., p. 196.
  42. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., pp. 411-412; Farina, op. cit., p. 196.
  43. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 412; Farina, op. cit., p. 196.
  44. ↑ Portanova, Rossi, Stefanoni, op. cit., cap. 1.
  45. ↑ Commissione Parlamentare Antimafia, op. cit., p. 412.

Bibliografia

  • Commissione Parlamentare Antimafia (1976). Relazione sul traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti nonché sui rapporti tra mafia e gangsterismo italo-americano, Relatore: sen. Michele Zuccalà, in Relazione conclusiva, VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Roma.
  • Farina, Pierpaolo (2021). Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di Dottorato – XXXIII Ciclo, Università degli Studi di Milano.
  • Lupo, Salvatore (2008). Quando la mafia trovò l'America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, Torino, Einaudi.
  • Portanova, Mario; Rossi, Giampiero; Stefanoni, Franco (2011). Mafia a Milano. Sessant'anni di affari e delitti, Milano, Melampo Editore.
  • TIME (1951). Crime: A Little Rain Must Fall, 4 giugno.
  • United States Senate – Special Committee to Investigate Organized Crime in Interstate Commerce (1951). Final Report, Senate Report n. 725, 82° Congresso, Washington, 31 agosto.
  • United States Senate (1951). Proceedings against Frank Costello for Contempt of the Senate, Senate Report n. 199, 82° Congresso, Washington, 30 marzo.

Sentenze