Strage di via Cristoforo Scobar: differenze tra le versioni

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[[File:Strage di via scobar.jpg|alt=Strage di Via Scobar|miniatura|Strage di Via Scobar]]
'''La Strage di Via Cristoforo Scobar''' fu un attentato mafioso avvenuto il [[13 giugno]] [[1983]] ad opera di [[Cosa Nostra]], in cui persero la vita il Capitano dei Carabinieri [[Mario D’Aleo]], l’appuntato [[Giuseppe Bommarito]] e il carabiniere scelto [[Pietro Morici]].
 
== La strage ==
Come era solito fare quotidianamente, anche il giorno della strage il Capitano D'Aleo lasciò la stazione di Monreale di cui era comandante verso le 20:00, per tornare verso la casa che aveva preso con la fidanzata a Palermo, in Via Cristoforo Scobar 22, all'insaputa di tutti, tranne che dei carabinieri Pietro Morici, suo autista, e l'appuntato Bommarito, suo braccio destro<ref>Citato in Bommarito Francesca (2022). ''Albicocche e Sangue'', Casalnuovo di Napoli, IOD Edizioni, pp. 33-34</ref>.
 
Una volta arrivati al civico 22, il Capitano scese dall'auto, salutò i due carabinieri presenti e si avvicinò al cancello della casa, tenendo in mano un cestino di albicocche donatogli da Bommarito e il giornale “L’Ora” di Palermo. A quel punto i sicari fecero fuoco: D'Aleo cadde subito a terra, Morici venne ferito che si trovava ancora in auto, mentre Bommarito, che era sceso dall'auto per sedersi accanto a Morici, venne colpito da un colpo di lupara alle spalle prima di riuscire a impugnare la pistola d'ordinanza<ref>Ivi, p. 35-37; p. 45-46.</ref>.
 
Sulla scena del crimine giunsero dapprima Antonella Lorenzi, la compagna del capitano, insieme ad alcuni condomini, successivamente arrivarono le auto dei carabinieri e della polizia, avvisati da una telefonata anonima alla centrale operativa del gruppo carabinieri di Palermo. La notizia del triplice omicidio fu diffusa quasi immediatamente con un'edizione straordinaria del TG1 Notte<ref>Bommarito Giuseppe, op.cit., pp. 37-39</ref>.
 
===I funerali===
Due giorni dopo, il 15 giugno, si tennero i funerali di Stato, ai quali parteciparono il Presidente della Repubblica [[Sandro Pertini]], nonché numerosi politici, magistrati e appartenenti alle forze dell'ordine<ref>Ibidem.</ref>.
 
==Antefatti e possibili cause==
La famiglia mafiosa di Monreale non era mai stata storicamente al centro dell'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura. L'attività investigativa portata avanti prima da [[Emanuele Basile]], poi da D'Aleo, in veste di comandanti della stazione dei Carabinieri di Monreale, è probabilmente alla base della strage di Via Scobar.
 
===Le indagini di Basile===
[[File:Emanuele Basile.jpg|alt=Emanuele Basile|miniatura|200x200px|Emanuele Basile]]
Basile fu il primo che cominciò a far luce sulle prime attività mafiose<ref>Bommarito Giuseppe, ''op.cit.'', p. 86-87.</ref> nella cittadina famosa per i ricchi mosaici bizantini che decorano l'interno del Duomo. Il Capitano dei Carabinieri, che poteva vantare un'esperienza investigativa di alto livello maturata presso il Nucleo Operativo di Palermo con [[Giorgio Boris Giuliano]]<ref>Ivi, p. 99.</ref>, aveva ripreso infatti alcune vecchie indagini sulle famiglie di Altofonte, Corleone, Corso dei Mille e della Noce<ref> Francesca Bommarito, op.cit., pp. 174-176</ref>.
 
Gli sforzi investigativi portarono a processo e alla condanna in primo grado, il [[24 novembre]] [[1979]], di Salvatore e Settimo Damiani (considerati ai vertici della famiglia di Monreale) e di Giuseppe e Castrenze Balsano. Tuttavia, gli imputati vennero successivamente prosciolti in Corte d’Appello il [[25 giugno]] [[1980]]<ref>Bommarito Giuseppe, op.cit., pp. 100-101; Bommarito Francesca, op.cit., pp. 177-178.</ref>.
 
Il [[6 febbraio]] [[1980]], Basile firmò inoltre il '''Rapporto Giudiziario n.188/1''' che denunciava dieci uomini per associazione a delinquere mafiosa, sequestro e omicidio dei fratelli Sorrentino. Tra i denunciati c'erano i fratelli Giulio, Andrea e [[Francesco di Carlo]], [[Leoluca Bagarella]] e Salvatore Lo Nigro<ref>Bommarito Francesca, op.cit., pp. 178-179.</ref>.
 
Meno di tre mesi dopo, il [[4 maggio]], Basile fu ucciso per ordine dei [[Corleonesi]] e dei loro alleati di Altofonte e San Giuseppe Jato. Gli esecutori furono [[Francesco Madonia]], Armando Bonanno e Vincenzo Puccio. Ciò che temeva l'ala vicina a [[Totò Riina]] erano le indagini sulla Cassa Rurale ed Artigiana di Altofonte, presieduta da Salvatore Nigro, istituto di credito cruciale per le attività dei Corleonesi<ref>Ivi, pp. 182-183</ref>.
 
===Le indagini di D'Aleo===
[[File:Mario D'Aleo 2.jpg|alt=Mario D'Aleo|miniatura|200x200px|Mario D'Aleo]]
Arrivato D'Aleo, tuttavia le indagini non si fermarono, come sperato dagli assassini di Basile. Grazie al ruolo di memoria storica di Bommarito, D'Aleo riuscì a continuare il lavoro del suo predecessore, continuando ad indagare sulle famiglie di Altofonte, San Giuseppe Jato e Monreale<ref>Ivi, op.cit., pp. 189 e 193-194.</ref>
 
Ad esempio, il [[30 marzo]] [[1982]], D’Aleo richiese la Misura di Prevenzione della Sorveglianza Speciale per Giuseppe Agrigento, appaltatore coinvolto in vari reati, tra cui concorso di associazione a delinquere per lo spaccio di stupefacenti e l'appartenenza alla cosca capeggiata da Emanuele Brusca e legata ai Corleonesi<ref>Ivi, pp. 196-197.</ref>. Inoltre, indagò nel settore degli appalti, richiedendo la perquisizione della società ''Litomix'', collegata ai Corleonesi e ai fratelli Giuseppe e Gregorio Agrigento. Secondo D’Aleo, la ''Litomix'' veniva utilizzata per il riciclaggio di denaro proveniente dall’eroina e faceva da collegamento tra Corleonesi, imprenditori collegati alla mafia siciliana e collusi della politica e delle istituzioni<ref>Ivi., pp. 197-199.</ref>.
 
Il [[22 giugno]] successivo, il mobiliere Onofrio Greco denunciò una tentata estorsione, affermando di aver ricevuto minacce di morte. Il suo telefono venne messo, quindi, sotto intercettazione telefonica e, qualche giorno dopo, il [[7 luglio]], l’ex sindaco di Monreale Ignazio Demma denunciò un incendio avvenuto presso la sua villa. Di Demma si ipotizzavano già da tempo una collusione con gli ambienti mafiosi e relazioni equivoche con le forze dell’ordine. Egli quantificò i danni subiti dalla sua abitazione nella stessa cifra richiesta a Greco, 50 milioni di lire, e dirottò i sospetti verso suo cugino Nicolò Demma, per depistare le indagini<ref>Ivi, pp. 203-205.</ref>
 
Il [[14 giugno]], durante le ferie del capitano D’Aleo, Bommarito accompagnò il maresciallo Cutrona, suo sostituto temporaneo, al mobilificio di Onofrio Greco. Intorno alle 18:00, arrivarono sul luogo e, durante la ricerca di Greco, Bommarito si imbatté casualmente in una riunione “anomala” tra Salvatore Damiani, Ignazio Demma e Onofrio Greco. Demma, notando la presenza di Bommarito, lo esortò a mantenere il riserbo su quell'incontro.
 
Questo evento suggerì un collegamento tra le indagini sull'estorsione di Greco e l'incendio doloso al villino di Demma, fino ad allora considerate come eventi separati, oltre che un rapporto di complicità dei due soggetti con Salvatore Damiani, già più volte oggetto di indagini sia del capitano Basile sia del capitano D’Aleo<ref>Ibidem</ref>. Tuttavia, il maresciallo Cutrona non fece alcuna relazione di servizio sull’incontro, così il [[22 luglio]] Bommarito scrisse il rapporto da solo dopo averne discusso con D’Aleo<ref>Ivi, pp. 205-207</ref>.
 
Intanto, tra il 6 e l’[[8 settembre]], cinque persone implicate in fatti di mafia sparirono nel nulla. Tra questi vi era anche il pregiudicato Diego Parisi. D’Aleo, con l'aiuto di un informatore, scoprì che quattro di queste erano state vittime di [[lupara bianca]] per aver praticato estorsioni non autorizzate. L'unico sopravvissuto, Parisi, si era salvato perché l'assicuratore Giuseppe Giurintano aveva riconosciuto la sua voce nella registrazione dell’uomo che aveva svolto la telefonata di minacce ad Onofrio Greco, quindi si era rifugiato nelle Marche.
 
Successivamente, emerse che Greco aveva già saputo nell’agosto 1982 che Parisi operava estorsioni e aveva voluto depistare le indagini di D’Aleo insieme ad Ignazio Demma. Quando D’Aleo interrogò nuovamente Greco il 4 novembre, questi tuttavia negò di conoscere i nominativi degli estorsori<ref>Ivi, pp. 207-209</ref>.
 
D’Aleo, convinto che Greco stesse mentendo, scrisse il rapporto 8R 536/1-1 dell’[[11 novembre]], che il giorno successivo consegnò insieme a Bommarito al Procuratore della Repubblica di Palermo Vincenzo Geraci. Se in un primo momento, il [[4 dicembre]] venne emesso un mandato di cattura per Greco e Salvatore Damiani, nel marzo [[1983]] Geraci lo revocò poiché la responsabilità penale non emergeva se non in forma indiziante, e dunque insufficiente a dimostrarne la colpevolezza. Venne rinviato a giudizio il solo Ignazio Demma, per il reato di falsa testimonianza, considerato che aveva negato l’incontro al mobilificio riportato da Bommarito<ref>Ivi, pp. 210-213</ref>.
 
Il [[16 marzo]] successivo i Carabinieri e la Questura di Palermo chiesero la sorveglianza speciale per Salvatore Damiani, ritenuto estremamente pericoloso. Tuttavia, il provvedimento fu revocato due mesi dopo<ref>Ivi, pp. 213-215</ref>.
 
Il successo investigativo di D'Aleo, da iniziale scetticismo, si trasformò in '''un progressivo isolamento''' anche all'interno dell'Arma dei Carabinieri<ref>Citato in "La strage dimenticata", Cose Nostre, RaiPlay.it[https://www.raiplay.it/video/2025/06/La-strage-dimenticata---Cose-Nostre---Puntata-del-16062025-10c989ef-dd41-401d-8221-4ab6356b9e9c.html]</ref>.
 
==Indagini e processi==
===Le prime indagini===
Il giorno della strage, il capitano '''Tito Baldo Honorati''' del Nucleo Investigativo di Palermo avviò le indagini. Egli compilò due rapporti, datati rispettivamente il 14 e il 18 giugno (n. di protocollo 2637/1 e 2637/14), nei quali veniva delineata la dinamica dell'agguato e segnalate alcune piste significative. Tuttavia, a causa del diffuso clima di omertà e paura, ci furono pochi riscontri da parte dei testimoni e delle persone coinvolte<ref>Ivi, pp. 221-223</ref>.
 
Dalle indagini di Honorati emerse che la mattina dell’omicidio D’Aleo aveva fatto un giro in elicottero, sebbene la ragione restasse oscura. Tuttavia, era probabile che fosse stato proprio per quel giro che si fosse deciso di procedere con la strage, già pianificata da giorni. Alcuni indizi suggerivano che D’Aleo potesse aver individuato il rifugio di Bernardo Brusca, latitante in quel periodo<ref>Ivi, pp. 224-226</ref>.
 
Nel frattempo, da alcune testimonianze successive alla strage, emerse che l'autovettura Fiat 131 data alle fiamme in via Angelitti era quella utilizzata dai killer per la fuga. L'auto, rubata a un dipendente dell'I.A.C.P., non presentava segni di effrazione, suggerendo l'uso di una chiave contraffatta. Accertamenti successivi rivelarono che tra il 1982 e il 1983 erano state rubate altre otto vetture, quasi sempre con chiavi false<ref>Ivi, pp. 226-231.</ref>.
 
Honorati ipotizzò come possibile movente dei “''fatti di servizio''”, una reazione quindi alle indagini di D'Aleo. Inoltre, nel suo rapporto, Honorati sottolineò che nell'ambiente mafioso l'esecuzione con la lupara era particolarmente significativa, suggerendo una volontà di vendetta più intensa nei confronti dell'appuntato Bommarito, ucciso con tale metodo, rispetto agli altri due<ref>Ibidem</ref>.
 
===Le prime indagini===
Il [[4 dicembre]] [[1984]], sulla base delle testimonianze di [[Tommaso Buscetta]] e [[Salvatore Contorno]], l'Ufficio Istruzione Processi Penali del Tribunale di Palermo, guidato da [[Antonino Caponnetto]], emise venti mandati di cattura contro i presunti mandanti del triplice omicidio. Questi erano accusati di aver agito con premeditazione, in concorso tra loro e con ignoti. Tra i nomi figuravano Ignazio Motisi, Leonardo Greco, [[Salvatore Riina]], [[Bernardo Provenzano]], Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Bernardo Brusca. Il reato di omicidio venne direttamente contestato a Emanuele Brusca e Giusto Picone<ref>Ivi, pp. 221-223</ref>.
 
Per due anni, tuttavia, tutto rimase fermo, finché il 9 e il [[17 luglio]] [[1986]] i capitani Carlo De Donno e Andrea Cerrato, comandanti dei Nuclei Operativi della Legione Carabinieri di Palermo, inviarono all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo due rapporti congiunti e distinti, chiedendo l'autorizzazione a sottoporre alcuni soggetti a intercettazioni telefoniche. In questi rapporti venivano indivudati due filoni principali: uno riguardava la produzione e il traffico di stupefacenti gestiti dai Corleonesi tramite la famiglia Brusca a Monreale; l'altro riguardava le società ''Litomix calcestruzzi S.p.A.'' e ''Sicil Pali''.
 
In merito al primo filone, tutto era collegato al sequestro di ingenti quantità di eroina, presumibilmente lavorata nella raffineria che il capitano D’Aleo stava cercando nel monrealese, convinto che fosse un punto strategico per la raffinazione e l'approvvigionamento. Per quanto riguardava il secondo filone, D’Aleo aveva scoperto che il Banco di Sicilia aveva concesso un finanziamento di 616 milioni di lire alla ''Litomix'', che l'impresa ''Sicil Pali'' era intestata a Giuseppe Agrigento, già segnalato come membro di Cosa nostra, e che molti mafiosi precedentemente segnalati da Boris Giuliano e dal capitano Basile erano coinvolti nelle due società<ref>Ivi, 233-237.</ref>.
 
Il [[17 ottobre]] [[1989]] il collaboratore di giustizia [[Francesco Marino Mannoia]] dichiarò che [[Bernardo Brusca]] era fortemente infastidito delle indagini del capitano D'Aleo e parlò della volontà della famiglia di Altofonte affinché le indagini, dapprima condotte da Basile e successivamente da D'Aleo, venissero fermate in qualche modo.
 
===Il proscioglimento===
Il [[7 luglio]] [[1991]] il giudice istruttore [[Leonardo Guarnotta]] fu costretto tuttavia a prosciogliere gli imputati, in quanto la figura del giudice istruttore era stata abolita dal nuovo codice di procedura penale e non vi erano gli elementi necessari per il rinvio a giudizio, non essendo emersi ulteriori elementi probatori. Passò in ogni caso il fascicolo alla Procura, dove l'[[8 marzo]] [[1992]] il pubblico ministero [[Giuseppe Pignatone]] richiese e ottenne l'archiviazione del caso<ref>Ivi, pp. 237-239</ref>.
 
Pochi mesi dopo, il [[15 dicembre]], il sostituto procuratore della Repubblica Leonardo Agueci chiese la riapertura delle indagini nei confronti di “ignoti” per i procedimenti archiviati del triplice omicidio, dopo la scoperta di relazioni tra le indagini condotte dal capitano D’Aleo sulla società Litomix e l'omicidio di via Scobar 22<ref>Ivi, p. 239.</ref>.
 
===Le nuove dichiarazioni dei collaboratori di giustizia===
La collaborazione dei collaboratori di giustizia [[Calogero Ganci]] e [[Francesco Paolo Anzelmo]] risultò cruciale nella ricostruzione della dinamica della strage. In particolare, Anzelmo si assunse la responsabilità del triplice omicidio, fornendo dettagli sulle dinamiche della strage<ref>Ivi, p. 41.</ref>.
 
====La testimonianza di Ganci====
Nella sua testimonianza, resa in udienza il [[19 ottobre]] [[1998]], Calogero Ganci confermò la circostanza che le decisioni sugli omicidi di membri delle forze dell'ordine venivano decisi dalla Commissione (o “Cupola”) di Cosa Nostra<ref>Ivi, p. 249 e p. 253</ref>.
 
Nel racconto del collaboratore di giustizia, i dettagli organizzativi vennero discussi da [[Giovanni Brusca]] con lui e il padre Raffaele Ganci, prima nella macelleria di famiglia in via Lancia di Brolo, poi nell'abitazione della nonna di Calogero, situata in via Largo Mariano Accardi 8, dove erano già presenti alcune armi. Infine, fecero un sopralluogo in Via Scobar 22<ref>Ivi, pp. 247-248</ref>.
 
====La testimonianza di Anzelmo====
Nella testimonianza resa il [[15 ottobre]] [[1998]], successivamente confermata il [[2 maggio]] [[2000]], Francesco Paolo Anzelmo rivelò che Raffaele Ganci sollecitò lui e Domenico Ganci a partecipare all'omicidio di via Scobar, agendo su incarico della [[Famiglia della Noce]]. La richiesta prevedeva che Anzelmo e Domenico venissero informati sul luogo dell'attentato e partecipassero a un sopralluogo per pianificare l'esecuzione. I due esecutori erano tenuti a rimanere reperibili tutti i pomeriggi durante l'orario di apertura dei negozi, poiché l'orario preciso dell'attentato era ancora incerto. In alcune occasioni era stato presente anche Michelangelo (detto “Angelo”) La Barbera, che doveva anch’egli partecipare all'operazione. Anzelmo menzionò inoltre la presenza di una macchina rubata parcheggiata nelle vicinanze, in prossimità di via Holm. Si trattava di una Fiat 131 targata PA-616737, di colore arancione scuro<ref>Ivi, pp. 243-244</ref>.
 
Come ricostruito in seguito in sede processuale, una telefonata partì dalla caserma per informare [[Giovanni Brusca]] che il Capitano stava tornando a casa, il quale a sua volta informò [[Raffaele Ganci]]<ref>Bommarito, Giuseppe (2023). ''Le vittime dimenticate'', Ancona, Affinità Elettive Edizioni, p. 111</ref>.
 
Il giorno dell'omicidio, Ganci partecipò attivamente alla fase successiva del delitto, utilizzando un'auto di copertura, una Renault 18, per portare Anzelmo in un villino a Capo Zafferano, dove i due vivevano insieme. Durante il tragitto, furono fermati da un posto di blocco all’entrata dell’autostrada per Villabate, sottoposti a un controllo e successivamente autorizzati a proseguire<ref>Bommarito Francesca, op.cit., pp. 248-249</ref>.
 
===Il processo Tempesta===
A seguito delle dichiarazioni dei due collaboratori, nel [[1996]] ebbe inizio il processo denominato “''Tempesta''”, il quale comprendeva, tra gli altri, un troncone riguardante il triplice omicidio di via Scobar. Durante la fase dibattimentale del processo, i mandanti del triplice omicidio furono identificati in Giovanni Brusca, Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Vincenzo Geraci, Bernardo Provenzano e Giuseppe Farinella, mentre gli esecutori materiali risultarono essere Raffaele e Domenico Ganci, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera e Francesco Paolo Anzelmo<ref>Ivi, pp. 239-240</ref>.
 
==== La sentenza di 1° grado ====
Nella sentenza emessa dalla Corte d'Assise il [[16 novembre]] [[2001]], Giovanni Brusca e Domenico Ganci furono assolti, Francesco Paolo Anzelmo ricevette una condanna a dieci anni di reclusione per aver collaborato con la giustizia, mentre tutti i mandanti e i membri del gruppo di esecuzione furono condannati all'ergastolo, ad eccezione di Bernardo Brusca, già deceduto. Calogero Ganci fu condannato a tredici anni di reclusione in un processo separato<ref>Ibidem</ref>.
 
==== Gradi successivi ====
In appello, il [[20 novembre]] [[2003]], la sentenza fu confermata, ma in Cassazione, il [[20 aprile ]] [[2005]], vennero annullati circa quaranta ergastoli, tra cui quelli di Giuseppe Calò e Domenico Ganci per la strage di via Scobar. Di conseguenza, si dovette procedere con un nuovo processo <ref>Ivi, pp. 239-240.</ref>.
 
Il [[23 maggio]] [[2007]] una sezione distinta della Corte d'Assise d'Appello, sotto la presidenza di Giovanni Miccichè, ratificò le condanne emesse in primo grado riguardanti la strage di via Scobar, fatta eccezione per Giuseppe Calò, il quale, comunque, già si trovava detenuto per altri reati di stampo mafioso, oggetto di accusa nello stesso processo<ref>Bommarito Giuseppe, op.cit., p. 177</ref>.
 
== Note ==
<references></references>
 
== Bibliografia ==
* Bommarito, Francesca (2022). ''Albicocche e Sangue'', Casalnuovo di Napoli, IOD Edizioni.
* Bommarito, Giuseppe (2023). ''Le vittime dimenticate'', Ancona, Affinità Elettive Edizioni.
* Cose Nostre, "La strage dimenticata", RaiPlay.it[https://www.raiplay.it/video/2025/06/La-strage-dimenticata---Cose-Nostre---Puntata-del-16062025-10c989ef-dd41-401d-8221-4ab6356b9e9c.html].
 
[[Categoria:Stragi di mafia]] [[Categoria:Stragi di Cosa Nostra]]