Operazione Belgio 2: differenze tra le versioni

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Secondo le indagini quantomeno dai primi mesi del [[1988]] fino al [[1992]] l’appartamento e i box di via Belgioioso 2 (VII piano) nonché l’appartamento di via Alberti 2, di proprietà di Alfredo Girlandi, e il box di Via Mac Mahon 50, di proprietà di Marco Boni, sarebbero stati utilizzati dal gruppo criminale capeggiato da Emilio Di Giovine come deposito di ingenti sostanze stupefacenti. <ref>Santo Belfiore, Relazione Introduttiva Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.150 e p.168</ref>.  
Secondo le indagini quantomeno dai primi mesi del [[1988]] fino al [[1992]] l’appartamento e i box di via Belgioioso 2 (VII piano) nonché l’appartamento di via Alberti 2, di proprietà di Alfredo Girlandi, e il box di Via Mac Mahon 50, di proprietà di Marco Boni, sarebbero stati utilizzati dal gruppo criminale capeggiato da Emilio Di Giovine come deposito di ingenti sostanze stupefacenti. <ref>Santo Belfiore, Relazione Introduttiva Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.150 e p.168</ref>.  


Secondo gli inquirenti presso questi recapiti tra Marzo e Maggio [[1992]] sarebbe stata depositata tra il quintale e la tonnellata e mezzo di hashish, con arrivi di 1000 kg ogni 15 giorni, prima di essere venduta e smistata sul territorio milanese e nelle principali piazze italiane. Peculiare è il caso riguardante l’appartamento di via Belgioso 2, la casa di Antonio Di Giovine. Dalle indagini è emerso che il fratello di Emilio riceveva in camera da letto i clienti e consegnava in loco la quantità di sostanze stupefacenti prestabilita. I collaboratori di giustizia hanno rivelato che in alcune occasioni si arrivava ad avere una ventina di persone in attesa di concludere affari con Antonio nel salotto dell’appartamento. <ref>Santo Belfiore, Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.141</ref>
Secondo gli inquirenti presso questi recapiti tra Marzo e Maggio [[1992]] sarebbe stata depositata tra il quintale e la tonnellata e mezzo di hashish, con arrivi di 1000 kg ogni 15 giorni, prima di essere venduta e smistata sul territorio milanese e nelle principali piazze italiane. Peculiare è il caso riguardante l’appartamento di via Belgioioso 2, la casa di Antonio Di Giovine. Dalle indagini è emerso che il fratello di Emilio riceveva in camera da letto i clienti e consegnava in loco la quantità di sostanze stupefacenti prestabilita. I collaboratori di giustizia hanno rivelato che in alcune occasioni si arrivava ad avere una ventina di persone in attesa di concludere affari con Antonio nel salotto dell’appartamento. <ref>Santo Belfiore, Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.141</ref>


Secondo le indagini l’approvvigionamento di hashish proveniva dal Marocco. La procedura era semplice: il carico di droga veniva raccolto e smistato in Spagna e Portogallo per mezzo di natanti e successivamente importato in Italia via terra tramite camion frigorifero, pullman turistici, T.I.R., autovetture e furgoni. <ref>Santo Belfiore, Relazione Introduttiva Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.183</ref> Secondo le indagini, dal [[1989]] le forniture di hashish si sarebbero attestate tra il quintale e le decine di tonnellate per volta fino a 25000 kg. Emilio Di Giovine dichiarò quale fosse il suo modo di operare nel traffico dell’hashish. Inizialmente quando acquistava lo stupefacente proveniente dal Marocco, ne pagava metà subito e metà dopo la vendita; quando i fornitori iniziarono a conoscerlo e a entrare in buoni rapporti, acquistava l’intero quantitativo a credito, pagandolo dopo lo smercio. Di Giovine faceva caricare lo stupefacente su autovetture, le quali avevano una capienza fino a 350 kg e trasportavano l’hashish fino a un altro luogo, ancora in Spagna, dove vi era in attesa un pullman sul quale l’hashish veniva caricato e trasportato a Milano. All'arrivo c’era un uomo di fiducia di Di Giovine deputato a distribuire la merce ai vari clienti e a ricevere i pagamenti. Secondo le indagini e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, per la prima volta tra dicembre [[1990]] e gennaio [[1991]] per evitare i costi dei trasporti in Spagna e Portogallo l’organizzazione decise di utilizzare un trasporto diretto via nave dal Marocco a Lampedusa con il supporto di Jaime Gonzales Garcia e Tonino Sanguedolce. Questo tipo di trasporto venne poi ripetuto nel tempo traendo vantaggio della complicità di altre organizzazioni criminali. <ref>Santo Belfiore, Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.393 e ss.</ref>
Secondo le indagini l’approvvigionamento di hashish proveniva dal Marocco. La procedura era semplice: il carico di droga veniva raccolto e smistato in Spagna e Portogallo per mezzo di natanti e successivamente importato in Italia via terra tramite camion frigorifero, pullman turistici, T.I.R., autovetture e furgoni. <ref>Santo Belfiore, Relazione Introduttiva Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.183</ref> Secondo le indagini, dal [[1989]] le forniture di hashish si sarebbero attestate tra il quintale e le decine di tonnellate per volta fino a 25000 kg. Emilio Di Giovine dichiarò quale fosse il suo modo di operare nel traffico dell’hashish. Inizialmente quando acquistava lo stupefacente proveniente dal Marocco, ne pagava metà subito e metà dopo la vendita; quando i fornitori iniziarono a conoscerlo e a entrare in buoni rapporti, acquistava l’intero quantitativo a credito, pagandolo dopo lo smercio. Di Giovine faceva caricare lo stupefacente su autovetture, le quali avevano una capienza fino a 350 kg e trasportavano l’hashish fino a un altro luogo, ancora in Spagna, dove vi era in attesa un pullman sul quale l’hashish veniva caricato e trasportato a Milano. All'arrivo c’era un uomo di fiducia di Di Giovine deputato a distribuire la merce ai vari clienti e a ricevere i pagamenti. Secondo le indagini e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, per la prima volta tra dicembre [[1990]] e gennaio [[1991]] per evitare i costi dei trasporti in Spagna e Portogallo l’organizzazione decise di utilizzare un trasporto diretto via nave dal Marocco a Lampedusa con il supporto di Jaime Gonzales Garcia e Tonino Sanguedolce. Questo tipo di trasporto venne poi ripetuto nel tempo traendo vantaggio della complicità di altre organizzazioni criminali. <ref>Santo Belfiore, Sentenza Terza corte d’assise d’appello - Procedimento Penale n. 5/2000, Tribunale di Milano, 14 febbraio 2000, p.393 e ss.</ref>