Falcone: "Ecco perché Orlando sbaglia"

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Falcone: "Ecco perché Orlando sbaglia"

Intervista di Giovanni Bianconi a Giovanni Falcone, La Stampa, pagina 9, 6 settembre 1991

Giovanni Falcone e Leoluca Orlando
Giovanni Falcone e Leoluca Orlando


- Giudice Falcone, l’accusano di aver nascosto le prove sui legami tra mafia e politica, di non aver indagato su Salvo Lima dopo le dichiarazioni del pentito Mannoia, di essersi fermato sulla soglia del «terzo livello». Si aspettava, lei che era stato indicato come il giudice antimafia per eccellenza, di usare dipinto come un insabbiatore?

«Questi sono i casi della vita. Mi ero accorto da tempo che non tutti condividono il mio operato. ma sinceramente non credevo si arrivasse al punto di accusarmi di seppellire le indagini. Faccio solo rilevare che tutti i fatti e le rivelazioni di cui si parla oggi sono emersi dalle mie indagini, non da inchieste fatte da altri e poi smontate da me. Aggiungo che ho un procedimento in corso, come parte offesa, con l'ex sindaco di Baucina Giaccone. che prima ha accusato il ministro De Michelis e poi ha ritrattato, dicendo che le dichiarazioni gli erano state estorte da me. Mi chiedo: sono uno che estorce affermazioni ai testi o un insabbiatore? E se avessi voluto fare l’insabbiatore certe cose le avrei messe agli atti?»


Giovanni Falcone lavora ancora dietro una porta blindata. Non più nel bunker della Procura di Palermo, ma al quarto piano del ministero della Giustizia. Adesso però ripercorre le inchieste a cui si riferiscono le accuse di Leoluca Orlando.

«Nei cassetti del palazzo di giustizia non c'è più niente, tutti gli atti sono stati pubblicati con il deposito della requisitoria sui “delitti politici" che anch’io ho firmato. Non c'è altro. In un regime democratico tutte le critiche sono lecite e benvenute: possono dirmi che ho sbagliato, ma non che sono un colluso e che ho protetto mafiosi e politici».


- Una delle accuse è proprio quella di aver coperto con gli "omissis" le dichiarazioni di Mannoia su Salvo Lima.

«I verbali integrali di quegli interrogatori, durati più di due mesi, sono stati trasmessi subito all’Alto commissariato e poco dopo alla commissione parlamentare antimafia. Alla corte d’assise d’appello di Palermo sono stare inviare secondo le disposizioni di legge, solo le parti riguardanti gli imputati di quel processo. Da questo nascono gli omissis. Bisognerebbe ricordare che grazie ad altri omissis apposti alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta Liggio confermò nell'aula del primo maxi-processo la partecipazione della mafia al progetto del golpe Borghese, proprio perché ignorava che Buscetta ne aveva già parlato».


- Ma è un fatto che Lima è stato chiamato a rispondere di quelle accuse solo da poco tempo, dopo quasi due anni.

«Se vuole il mio parere, io Lima non lo avrei convocato nemmeno ora. A che cosa può servire una dichiarazione come quella di Mannoia sul piano processuale? Uno chiama Lima, come dopo è successo, e lui nega di aver mai conosciuto un boss come Bontade. Poi che si fa? Negli atti giudiziari c’è ben altro su Salvo Lima, e mi stupisco che gli accusatori di oggi non se ne siano accorti. Ci sono dichiarazioni precise che riferiscono dei rapporti tra esponenti mafiosi e l'on. Lima. E poco prima dell’arresto di Ignazio e Nino Salvo, poi condannati per associazione mafiosa, il giornale «L’Ora» pubblicò la foto dell’auto blindata dei cugini-esattori messa a disposizione di Lima. Il problema è che per fare un processo ci vuole altro che sospetti di questo genere».


- Che cosa ci vuole, giudice?

«Per esempio, ciò che ha portato all'avviso di garanzia per associazione mafiosa, partito dal mio ufficio, per gli imprenditori Costanzo di Catania. Il pentito Calderone aveva detto che nello studio del Costanzo, alla sua presenza, avvenivano riunioni di mafia; e che quando fu trovata una bomba a casa sua, Calderone si rivolse a Gino Costanzo per sapere disinnescarla. Se permette. e un po’ diverso dalla notizia di un incontro tra due persone».


- Le dichiarazioni su Lima, dunque, non potevano portare da nessun’altra parte?

«Bisogna distinguere le valutazioni politiche dalle prove giudiziarie. Secondo me sotto il profilo penale non si poteva fare di più. Quello che io ho cercato di fare è di interrompere la solita trafila con cui si era andati avanti per decenni: omicidio eccellente, indagini che non portano a specifiche responsabilità per quel delitto, imputazioni collettive generiche, lunghe istruttorie con la carcerazione preventiva e poi proscioglimenti e assoluzioni per tutti».


- Lei insomma sostiene che un'indagine antimafia, per approdare a qualche risultato, dev’essere improntata a rigore, ma anche a cautela: per Orlando è proprio questo che sta riportando l’antimafia al solito tran tran burocratico. Che cosa replica?

«La continua, pesantissima interferenza in indagini così delicate ha già prodotto danni gravissimi. Faccio ancora l’esempio dell’inchiesta sui Costanzo, che dopo l'avviso di reato avevano cominciato a collaborare, e che a seguito di attacchi contrapposti e polemiche ingiustificate è finita in una bolla di sapone: il frazionamento delle inchieste, i contrasti tra i giudici, la Cassazione che ha aperto la strada allo spezzettamento delle dichiarazioni dei pentiti. Quanti altri danni deve produrre questa politicizzazione della giustizia, da qualunque parte provenga? Se si lanciano sospetti indiscriminati a raffica non ci saranno più poliziotti o magistrati che avranno voglia di fare indagini. Ed è assolutamente illusorio, significa non conoscere la mafia, pensare che a Palermo, dove ci sono centinaia di delitti impuniti, si possano enucleare gli omicidi più gravi e in virtù di chissà quali doti taumaturgiche arrivare alla loro scoperta».

- Lei quindi è sicuro che, anche in presenza di indizi su legami tra mafia e politica, le indagini sono sempre andate fino in fondo?

«Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba. In una Sicilia dove non ci sono altri esempi che l’illegalità, occorre far vedere che il diritto esiste. Buscetta, puntandomi la mano contro, una volta mi disse: "io accuso voi magistrati con due dita, come fanno gli arabi per indicare una colpa gravissima. Avete creato dei mostri dando rilievo a personaggi ai scarso peso, mentre in realtà i veri capi non li avete toccati"».

- Il procuratore di Palermo Gianmarco ha detto che Orlando ce l’ha con lei perché «non gli ha voluto favorire nemmeno un avviso di garanzia da utilizzare politicamente contro Lima». E' vero?

«Nessuno mi ha mai chiesto nulla a riguardo. Posso confermare l’assoluta correttezza di Orlando su questo piano».


È un fatto però che prima rappresentavate, insieme, i simboli dell’antimafia e adesso siete su posizioni opposte. Che cosa si è rotto fra voi?

«Dire che c’è stata una rottura tra me e l’ex sindaco significherebbe affermare che prima c’era un sodalizio, e non è vera nessuna delle due cose. Le nostre vedute divergono da quando Orlando ha fatto, l’anno scorso, la gravissima affermazione che noi tenevamo le prove nascoste nei cassetti».


Giudice Falcone, nell’88 lei minacciò di dimettersi davanti allo smantellamento del «pool» antimafia, oggi dice che certe accuse sull’allentamento della lotta alle cosche sono ingiustificate. Non è in contraddizione?

«Lo so, c'è chi sostiene che io sono passato su altri versanti, ma non è così. In me non è cambiato assolutamente niente, io sono sempre uguale a me stesso, voglio fare soltanto il magistrato. Posso avere maggiore esperienza, questo sì, e anche maggiore amarezza. Ma non certo minore impegno».