Savina Pilliu

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Savina Pilliu (Palermo, 5 gennaio 1955) è una cittadina palermitana che, insieme alla sorella Maria Rosa, è diventata un simbolo di resistenza alla prepotenza e all'arroganza del potere mafioso a Palermo.

Biografia

Nel 1943 il padre, il sergente maggiore Giovanni Pilliu, originario di Lanusei, in provincia di Nuoro, sbarcò a Palermo a bordo della nave Sabaudia. Qui incontrò Giovanna Aresu, anche lei di origini sarde. I due si sposarono nel 1949. Nel 1950 nacque Maria Rosa e nel 1955 Savina.

Tutti e quattro vivevano in una delle due palazzine a pochi piani appartenenti ai nonni materni, condivisa con il resto della famiglia, situata in piazza Leoni, all’ingresso del parco della Favorita. Nella stessa zona si trovavano anche i due negozi di generi alimentari sardi che i genitori avevano aperto per vivere onestamente come commercianti.

Tuttavia, il 27 dicembre 1960 il padre di Maria Rosa e Savina morì di infarto. Per ragioni pratiche, i due negozi furono unificati e gestiti dalla madre Giovanna, e successivamente dalle due figlie. In seguito a questo evento, la famiglia paterna decise di trasferire Savina a Lanusei. Le due sorelle, per la prima ed ultima volta, verranno separate. Di quel periodo l’unica cosa che Savina ricorda è che le tagliavano i capelli dal barbiere e che frequentava la prima elementare in una scuola dove si utilizzavano ancora calamaio e pennino[1]. Dopo un anno, ritornò a Palermo grazie alla nonna materna che andò in Sardegna a riprenderla[2]. Savina, sin da bambina, era attratta dagli affari. Alle elementari rompeva le uova di Pasqua rimaste invendute per prendere le sorprese e rivenderle ai suoi compagni di scuola[3]. Una volta cresciuta, la sua vita proseguiva tra casa, studio e lavoro. Dopo la scuola, faceva le consegne a domicilio, in estate la sarta e seguiva anche un corso per diventare parrucchiera.

Nel 1977, il nonno e lo zio di Maria Rosa e Savina affittarono un appartamento delle palazzine ad una prostituta. La mamma Giovanna ne rimase sconvolta e considerò troppo scandaloso vivere nello stesso condominio. Così, insieme alle figlie, si trasferì in un’altra abitazione della zona[4].

L'interesse di Rosario Spatola nei terreni Pilliu

Nel 1979 vari costruttori palermitani iniziarono a mostrarsi interessati all’acquisto del terreno su cui sorgevano le due palazzine, situato in una zona della città molto ambita per la sua edificabilità. Rosario Spatola fu lui il primo a bussare alla porta della famiglia Pilliu-Aresu. Da venditore ambulante a costruttore, Spatola aveva trasformato i proventi della polvere bianca in calce e mattoni, diventando il braccio imprenditoriale del gruppo Gambino-Inzerillo. Era considerato l’uomo più ricco della Sicilia, con abbastanza soldi per comprare chiunque a Palermo[5].

Nel settembre 1979, acquistò il terreno attiguo a quello delle Pilliu per 225 milioni di vecchie lire, 2100 mq tra via del Bersagliere e piazza Leoni, uno dei suoi affari più importanti. La trattativa con Umberto Aresu, nonno di Maria Rosa e Savina, mirava quindi a massimizzare la cubatura. Varie proposte però, tra cui una permuta con altri immobili, non andarono in porto. Il 19 ottobre 1979 Rosario Spatola venne arrestato nell'ambito delle indagini sui rapporti tra Sindona e Cosa Nostra.

Le ambizioni di Pietro Lo Sicco

Nel 1983, La Torino Costruzioni di Santa Terrena, società della moglie di Spatola, girò il suolo ad un’altra società, la Leonia, il cui proprietario, Francesco Lo Iacono, era poco conosciuto in città.

Due anni dopo, nel febbraio 1985, i terreni in via del Bersagliere di fronte alle casette delle Pilliu vennero rilevati dalla Lopedil Costruzioni S.r.l. di Pietro Lo Sicco. Fino a quel momento rimasto confinato nelle periferie, Lo Sicco con quell’acquisto alla Favorita fece il grande salto, era arrivato nella zona alla moda del momento. Il suo «fiore all’occhiello» lo definiva[6]. Consulente fu Gianni Lapis, professore di diritto tributario, uomo molto noto nella Palermo bene e molto legato all’ex sindaco della città, Vito Ciancimino. Lapis era stato il consulente anche di Rosario Spatola quando sua moglie aveva venduto a Lo Iacono. Inoltre era sindaco della Sicilcassa che concesse il mutuo da 10,3 miliardi di lire a Lo Sicco per costruire il suo palazzo.

Pietro Lo Sicco, da benzinaio a costruttore legato alla mafia dei “perdenti” della Seconda Guerra di Mafia, era cresciuto a fianco di Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia”, suo referente: «Bontate era Dio per Pietro Lo Sicco», dichiarò ai pm in seguito il nipote Innocenzo, divenuto testimone di giustizia[7]. Quando i corleonesi uccisero il “principe” il 23 aprile 1981, subentrò nei rapporti con Lo Sicco Ignazio Pullarà.

Le prime trattative per la vendita dei terreni

Nel 1986 si tenne il primo incontro tra Lo Sicco e le Pilliu, nel quale l'imprenditore propose permute con altri edifici che stava costruendo pur di convincerle alla vendita, ma non se ne fece niente.

Due anni dopo, il 25 ottobre 1988, non essendo riuscito a comprare quei terreni, Lo Sicco, davanti al notaio Francesco Pizzuto, dichiarò che la sua società era proprietaria del lotto di terreno edificabile sito in via del Bersagliere a Palermo e, nell’indicare le particelle, incluse anche quelle di proprietà di Giovanna Aresu e dei suoi tre fratelli, a loro insaputa.

A quel punto, nel gennaio 1990 si fece avanti il classico mediatore alla “palermitana”, Michele Cillari, «che di giorno faceva il macellaio e di sera diventava il cassiere della mafia»[8]. Propose un incontro con Lo Sicco, ma ancora una volta le Pilliu rifiutarono.

Il permesso a costruire, in violazione della legge

Ciononostante, il successivo 3 marzo l'imprenditore ottenne comunque dal Comune di Palermo la concessione per poter edificare il suo palazzo con tre scale, per via dei suoi buoni rapporti con l'ufficio dell’Edilizia privata e soprattutto grazie ad una tangente di 20-25 milioni di lire all’assessore Michele Raimondo. Fu posta però una condizione: doveva prima mantenere la promessa di abbattere le casette della famiglia Pilliu.

A quel punto, il 2 novembre, Lo Sicco iniziò i lavori, forte della concessione n.120/1990. Quando le Pilliu andarono in Comune per protestare con l'assessore Angelo Serradifalco, scoprirono quel che Lo Sicco aveva fatto, in violazione della legge. Il giorno successivo l'imprenditore, venuto a conoscenza dell'incontro delle Pilliu con l'assessore, le affrontò, dicendo loro che avrebbero dovuto parlarne prima con lui.

Nonostante la velata minaccia, il 13 settembre 1991 le due sorelle si presentarono nuovamente dall’assessore Serradifalco per chiedere di annullare d’ufficio la concessione edilizia. Pochi giorni dopo il 27 settembre, le due si trovarono all'interno della loro proprietà un gruppo di operai: alla richiesta di andarsene, si arrivò quasi allo scontro fisico e Lo Sicco minacciò Maria Rosa: «Vattene da qua perché qua è tutta roba mia. Vattene a vendere quattro pacchi di pasta Barilla, perché, altrimenti fra poco non ti farò vendere manco quelli»[9].

L'inizio della battaglia legale

Decisero così di presentarsi alla prefettura. Il loro referente fu Giovanni Piombo, le ascoltò, visionò le carte e le rassicurò. La concessione era illegale perché basata sulla falsa dichiarazione della titolarità di terreni. Tre giorni dopo, il 30 settembre, chiesero quindi la sospensione dei lavori al pretore assistite dall’avvocato Andrea Zimmardi.

Nell'ottobre 1991, Lo Sicco, assistito dall’avvocato Franco Marasà, principe del foro palermitano, già legale di molti boss tra cui Bernardo Provenzano e Vittorio Mangano, tentò un accordo con le Pilliu offrendo due appartamenti. Le sorelle però volevano una permuta con una fideiussione bancaria, altrimenti mamma Giovanna non avrebbe firmato. Saltò nuovamente tutto.

Nel giugno 1992 Venne depositata la perizia, richiesta dal pretore, con la quale si dichiarò che le due casette delle Pilliu erano talmente vecchie che non era stata colpa delle prime operazioni di demolizione di Lo Sicco se ora erano pericolanti.

Un mese dopo, le ruspe di Lo Sicco buttarono giù gli appartamenti sopra e accanto alle due casette che adesso si trovavano anche prive di tetto. Dopo aver inviato regolare diffida, scrissero al Sindaco, al Prefetto e all’assessore all’Edilizia. In una nota, l’assessorato sosteneva che era facoltà della Lopedil «demolire le quote di fabbricati da essa posseduti, visto che la concessione 120/90 a ciò la autorizzava, e che gli eventuali rischi di tale parziale demolizione erano una questione attinente la sfera del diritto privato nel rapporto tra le parti interessate»[10]. Quindi un problema tra Giovanna Aresu e il costruttore.

L'incontro con Paolo Borsellino

Tentarono allora la via della procura. Qui incontrarono Paolo Borsellino. Dopo anni in cui erano rimaste inascoltate, finalmente qualcuno le ascoltava pazientemente e non un uomo qualsiasi, ma un magistrato in un momento della sua vita fin troppo delicato, in cui i pensieri così come le preoccupazioni erano tanti e logoranti. Furono quattro gli incontri, dal 30 giugno al 13 luglio. Il quinto, in programma dopo il 15 luglio, purtroppo non si tenne mai

Il ricorso al Tar

Il 13 dicembre 1992 il Comune sospese i lavori, rigettò la richiesta di variante presentata dalla Lopedil e annullò la concessione edilizia ed ordinò la demolizione. La Lopedil, rappresentata dallo studio Pinelli-Schifani, fece allora ricorso al Tar.

Il 4 novembre 1993 si tenne il sopralluogo ordinato dal Tar, al fine di capire se davvero il palazzo fosse stato costruito troppo a ridosso della particella intestata in parte anche alla mamma delle Pilliu, cui furono presenti Pietro Lo Sicco insieme al suo avvocato Renato Schifani.

Intanto, però, alla fine di quell'anno i lavori erano comunque terminati e gli appartamenti quasi tutti occupati. Il sistema di vendita era quello dei contratti preliminari, la Lopedil si impegnava a vendere l’appartamento, l’acquirente pagava solo un anticipo ed intanto prendeva possesso della casa in attesa del rogito definitivo.

Tra i “promittenti acquirenti” figuravano la figlia del boss Stefano Bontate, i figli di due fratelli condannati per traffico di droga al maxiprocesso, la figlia dello stesso costruttore, Salvatore Aragona, un medico vicino a Giovanni Brusca. Persino quest'ultimo acquistò, tramite prestanome, uno degli appartamenti del palazzo, dove trascorse parte della sua latitanza, fino al 1995. Interessato all'acquisto era anche Leoluca Bagarella ma decise di soprassedere proprio perché due latitanti in uno stesso palazzo pensava fossero troppi[11]. C’erano anche persone comuni, come ad esempio, la compagna di un avvocato che era stato socio di Renato Schifani in una società mai attivata, la Gms, un manager pubblico di grandi società di trasporti siciliane e nazionali, nonché una signora che lavorava nella segreteria del Tar.

Il 9 dicembre 1994, davanti al Tar, Schifani sostenne la tesi che le casette sarebbero state comunque demolite per la costruzione di una strada prevista dal piano regolatore. Lo Sicco avrebbe in pratica solo anticipato gli esiti di un intervento di pubblica utilità.

La surreale sentenza del Tar

Quasi due mesi dopo, il 23 gennaio 1995, il Tar diede ragione a Lo Sicco: nonostante si fosse dichiarato proprietario di casette e terreni non suoi, nonostante le distanze non rispettate, la costruzione restava in piedi e il provvedimento del Comune contro il palazzo era annullato, quindi la concessione della Lopedil restava valida. Nella sentenza, i giudici amministrativi scrissero che le casette prima o poi dovevano essere abbattute perché «la particella 95 è destinata dal Piano regolatore generale di Palermo a sede stradale previa demolizione delle fabbriche attualmente ivi esistenti»[12], quindi la sentenza sanava, per il momento, le illegalità del palazzo della Lopedil. Ciononostante, il comune e la mamma delle Pilliu ricorsero in Appello.

I promittenti acquirenti, minacciati dalla battaglia delle sorelle Pilliu che puntava alla demolizione del palazzo e rappresentati dall’avvocato Nunzio Pinelli, presentarono a quel punto richiesta di condono sulla base di una legge del 1994 del primo governo Berlusconi.

L'inchiesta a carico di Lo Sicco

Nel giugno 1995, intanto, i Carabinieri della Compagnia di San Lorenzo avevano consegnato un’informativa nella quale segnalavano i reati di Lo Sicco e vari funzionari della Sicilcassa, l'ente che aveva concesso il mutuo, nonché delle compagnie che avevano fornito servizi idrici, telefonici ed elettrici al palazzo illegale. Il pm titolare però per due volte presentò richiesta di archiviazione. Il 13 aprile 1996 Savina, che non accettava la cosa, si scrisse l'opposizione all'archiviazione da sola.

Undici giorni dopo, il 24 aprile, il GIP Vincenzina Massa le diede ragione, ordinando al pm Maurizio De Lucia di iscrivere Lo Sicco, in concorso con vari funzionari, per falso, truffa ed abuso d’ufficio.

L'annullamento della sentenza del Tar

Il 17 ottobre 1996, il Consiglio di giustizia amministrativa siciliana annullò la sentenza del Tar: la concessione veniva annullata perché Lo Sicco si era impegnato a distruggere le casette dichiarando che fossero sue, cioè il falso. Ritornava così in vita l’ordinanza di demolizione.

La collaborazione del nipote di Lo Sicco

Il 7 gennaio 1997, Innocenzo Lo Sicco, nipote di Pietro, iniziò a collaborare coi magistrati. Un anno e mezzo dopo, il 21 novembre 1998 Pietro Lo Sicco venne arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, col sequestro di un patrimonio di 200 miliardi di lire.

Il processo contro Lo Sicco per concorso esterno

Il 26 gennaio 2000, durante il processo all'imprenditore, il nipote Innocenzo scoperchiò il sistema dell’edilizia privata a Palermo contro il quale si battevano oramai da oltre 20 anni le due sorelle Pilliu e la madre Giovanna Aresu[13].

La chiusura del negozio e i problemi economici di Maria Rosa e Savina

Tuttavia, la situazione delle due sorelle si fece sempre più precaria: anni e anni di pagamenti di parcelle degli avvocati, insieme a una clientela sempre inferiore per via delle continue minacce cui erano sottoposte, costrinse Maria Rosa e Savina a chiudere il negozio e a fare domanda per un appartamento sequestrato alla mafia.

Riuscirono a quel punto ad ottenerne uno nell'agosto 2000, proprio nel palazzo abusivo di Lo Sicco, per la cifra di 700mila lire al mese. «Se dovevamo andare in un palazzo sequestrato alla mafia, almeno preferivamo andare dalla mafia che conoscevamo!»[14]. E molto probabilmente l’appartamento era anche quello che aveva abitato Giovanni Brusca, o almeno una porta poi murata nella camera da letto, che doveva servire quasi certamente per un’eventuale fuga, faceva pensare a questo[15].

La condanna di Lo Sicco

Il 19 febbraio 2001 il tribunale di Palermo condannò Pietro Lo Sicco per truffa, falso e corruzione, assolvendolo tuttavia dall'accusa di abuso d’ufficio per il prestito ricevuto dalla Sicilcassa perché quel tipo di mutuo non era agevolato dallo Stato e quindi non c’era possibilità che si configurasse tale reato, che presupponeva la presenza di un pubblico ufficiale. La pena, due anni ed otto mesi, vennero ridotti a due anni e due mesi in Appello per la prescrizione del falso. In più, fu riconosciuto il risarcimento alla signora Giovanna Aresu per i danni subiti.

La riapertura del negozio delle Pilliu

Nell'ottobre 2001, il negozio riaprì, perché la Regione Sicilia le aveva riconosciute vittime di mafia e, una volta accertato che i loro problemi finanziari non erano altro che una conseguenza delle loro denunce, attingendo al fondo regionale antiracket, ottennero un contributo di 310 milioni di lire che le aiutò a ripartire. Riuscirono così a pagare i creditori e a ristrutturare il negozio.

La fine dell'iter giudiziario, l'inizio di un altro calvario

Tre anni dopo, nel settembre 2004, la condanna del 2001 diventò definitiva. Le Pilliu allora chiesero i danni materiali e morali. In questa fase però quelli materiali non vennero riconosciuti perché si sosteneva che le palazzine fossero state danneggiate non da Lo Sicco, ma perché si trovano sopra a delle cave “antropiche”. Vennero ammessi invece quelli morali ma per stabilirne l’ammontare bisognava aspettare ancora.

Nel giugno 2008, Lo Sicco venne condannato in via definitiva a 7 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.

Nel 2010 venne accertato che il palazzo di nove piani non rispettava le distanze dalle due casette delle Pilliu e che doveva arretrare di 2,2 metri. I balconi della scala che affacciava verso la proprietà delle due sorelle dovevano essere in parte demoliti.

Sempre nel 2010, l’amministratore giudiziario della Lopedil, Luigi Turchio, spedì alle Pilliu un telegramma nel quale comunicava l’intenzione di abbattere le casette a loro spese perché diventate pericolanti a seguito di un crollo verificatosi nel gennaio del 2005. In quell’occasione un giudice le aveva anche rinviate a giudizio per crollo colposo. Vennero poi prosciolte, perché se quelle casette erano ridotte in quello stato la colpa di certo non era loro.

La quantificazione dei danni morali

Nel 2015 finalmente furono quantificati i danni morali, ma Lo Sicco non poteva pagare perché gli era stato sequestrato l’intero patrimonio. Le Pilliu vennero però risarcite dal fondo nazionale per le vittime di mafia con 218.000 euro.

Il 17 novembre dello stesso anno, il custode giudiziario e delegato alla vendita dei beni chiese ad un ingegnere di fare una perizia per stabilire a che prezzo si potevano vendere gli appartamenti.

In teoria dovevano essere abusivi perché il palazzo era stato costruito sulla base di una concessione edilizia annullata dal Consiglio di giustizia amministrativa nel 1996, ma una norma del 2000, frutto di un emendamento presentato da Forza Italia, permetteva all’amministratore dei beni confiscati di riattivare il condono anche quando fosse scaduto. In questo modo potevano essere sanati e venduti gli appartamenti che avevano la richiesta di condono bloccata per la condanna di Lo Sicco. Non solo, il tribunale permetteva di vendere gli appartamenti della scala abusiva perché troppo vicina alle casette delle Pilliu con uno sconto di 25 mila euro a testa, conseguenza dei costi di abbattimento per allineare il palazzo alle distanze legali.

La battaglia giudiziaria col vicino Giuseppe B.

Il 23 dicembre 2015 le due sorelle ricevettero una lettera raccomandata dall'inquilino del piano di sopra, che recitava così: «Cara Maria Rosa Pilliu, questa casa in cui state in affitto da quindici anni in realtà non è della Lopedil ora confiscata ma è mia. Per cortesia dovreste lasciarmela libera di tutte le vostre cose e sloggiare al più presto»[16].

Il problema nasceva dal fatto che nell'agosto del 1996, il signor Giuseppe B. aveva comprato da Pietro Lo Sicco, in qualità di amministratore della Lopedil, il terzo piano del palazzo. Solo dopo 21 anni, scoprì però di abitare nell’appartamento sbagliato. Stando alle carte infatti, aveva comprato il piano di sotto, quello affittato nel 2000 alle Pilliu, non il terzo. L’equivoco nasceva a causa del piano ammezzato. L'appartamento in cui vivevano Maria Rosa e Savina era quello già venduto che al catasto risultava essere il terzo, ma da sempre nel palazzo tutti lo chiamavano “il secondo sopra l’ammezzato”[17].

Il signor Giovanni B. si accorse del fatto quando venne sfrattato perché l’appartamento andava in vendita all’asta per pagare il debito della società Lopedil nei confronti della Sicilcassa. Le Pilliu allora fecero causa contro l’inquilino e contro l’Agenzia dei beni confiscati alla mafia. Quest'ultima rispose che era tutto a posto, loro avrebbero continuato a vivere in quell’appartamento, mentre il signor Giuseppe B. avrebbe comprato quello al piano superiore. Ma Giuseppe B. voleva quello in cui abitavano le Pilliu e poi la procedura esecutiva del tribunale aveva già messo all’asta quello dove abitava lui al piano superiore. Ora il signor Giuseppe B. vive in un comune sul litorale fuori Palermo e chiede i danni[18].

Le sorelle Pilliu, intanto, acquistarono un altro appartamento per tutelarsi in caso di sconfitta giudiziaria[19].

Il riconoscimento dei danni patrimoniali

Nel 2018 venne riconosciuto il risarcimento anche per i danni patrimoniali. La sentenza della Corte d’Appello riconobbe che alle Pilliu spettavano 658.934 euro oltre rivalutazione monetaria per il risarcimento dei danni patrimoniali, più 50mila per ciascuna sorella per il danno non patrimoniale e infine 21mila euro di spese legali[20].

La Lopedil, che era stata confiscata ed ora era di proprietà dell’Agenzia dei beni confiscati, doveva risarcire, prima però avrebbe dovuto restituire il mutuo alla Sicilcassa che nel frattempo aveva ceduto il suo credito ad un terzo, una società finanziaria di Milano che ora chiedeva al tribunale che il palazzo venisse messo all’asta. La vendita degli appartamenti andava quindi a favore della ricca finanziaria milanese e non delle Pilliu.

Il rifiuto all'accesso al fondo di solidarietà per le vittime di mafia

Il 6 marzo 2018, l'avvocato delle due sorelle, Giulio Falgares, tentò allora la via del fondo per le vittime della mafia, chiedendo allo Stato di sostituirsi alla Lopedil per pagare quanto dovuto alle sorelle Pilliu dalla stessa società, e presentò istanza alla prefettura di Palermo.

Il 17 aprile 2019, il Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso rigettò la richiesta, sostenendo che la legge del 1999 prevedesse una relazione tra il danno subito e l’atto mafioso. Invece in quel caso mancava il “nesso di causalità”: non era stata la mafia a buttare giù le casette ma un costruttore che poi, per altri fatti, era stato condannato per concorso con la mafia. Le due sorelle insomma non sarebbero vittime di mafia.

Così le Pilliu non ottennero il risarcimento, non erano vittime di mafia e inoltre l’Agenzia delle entrate di Palermo spedì loro un “avviso di liquidazione dell’imposta”. Il direttore provinciale chiedeva a Maria Rosa Pilliu di pagare 22mila e 842 euro, il 3% sul valore della causa vinta di 758,934 euro. Somma mai ricevuta.

E non si poteva fare nulla perché la legge non ammette deroghe: chi fa causa deve pagare le tasse anche se non incassa il risarcimento. «Nel caso di specie non essendoci un collegamento tra il risarcimento del danno deciso nel giudizio civile e le vicende penali, gli importi sono dovuti solidalmente dalla parte civile vittoriosa per effetto della solidarietà passiva prevista dal Testo unico delle imposte sui redditi» è stata la spiegazione data dall’Agenzia delle entrate. Le Pilliu si trovarono a pagare al posto della Lopedil di Lo Sicco[21].

Le minacce e le intimidazioni

Dagli inizi degli anni ‘90, le sorelle Pilliu fecero i conti anche con continue minacce ed intimidazioni. A partire da un liquido rosso lasciato davanti l’ingresso del negozio, poi una scritta «Pilliu, la grascia continua» (Pilliu, lo sporco continua).

Il tenore diventò sempre più pesante. Iniziarono ad arrivare al negozio corone di fiori e cuscini funebri a nome dei condomini che però non ne sapevano nulla, bidoni di calce ed intonaco, una bombola di gas, cannoli, torta e sigarette.

Un signore un giorno entrò in negozio e disse due volte a Maria Rosa: «Ancora viva sei?» e promise di farlo saltare in aria, dirà poi che era stato solo uno scherzo. Poi ancora le sorelle vennero contattate da varie ditte: di porte blindate, spurghi, una di traslochi che sosteneva di dover effettuare lo sgombero dei mobili all’interno del loro appartamento. Agenti immobiliari si presentarono da loro per periziare le casette. Annunci di locazione degli immobili di loro proprietà comparvero su varie riviste specializzate. Telefonate anonime all’utenza privata segretata delle Pilliu. Due furti in casa in cui in realtà non rubarono granché, lo scopo era solo quello di intimidire. Una notte furono distrutte le piante davanti al loro negozio.

E poi anche due fatti un po’ inquietanti che Savina Pilliu raccontò: «Un giorno, mentre con Maria Rosa mi stavo avviando verso la Posta, sbuca fuori dal suo cantiere Pietro Lo Sicco, il quale ci invita ad entrare dicendo che doveva comunicarci una cosa. Ma una volta dentro e chiuso il cancello, lui sparisce. Così ci ritrovammo da sole, sotto il sole estivo palermitano, davanti a un’enorme buca profonda, in un cantiere deserto, per circa cinque minuti. All’improvviso, però, si apre il cancello [...] subito dopo rispunta il signor Lo Sicco che, in maniera un po’ scortese, ci comunica che non aveva nulla da dirci e che potevamo andar via»[22].

In un’altra occasione invece, percorrendo via del Bersagliere a piedi, incrociarono il costruttore in auto. «Ho avuto la leggera sensazione che la Ferrari per qualche secondo puntasse proprio noi due. Tanto che ci siamo buttate verso il muretto»[23].

Quarantaquattro in totale le denunce sporte dalle due sorelle per questi fatti, ma non portarono a nulla. Lo Sicco non fu mai indagato o condannato per questi episodi.

Nel 1998 i carabinieri proposero a Maria Rosa e Savina di entrare in un programma di protezione. Avrebbero dovuto cambiare nome e città. Loro rifiutarono: «Noi abbiamo detto che ci andava bene, perché lo Stato ci doveva proteggere, ma non volevamo andare fuori dalla Sicilia. Lui [Lo Sicco] doveva andare in esilio, non noi. Tre persone a vagabondare senza avere più nulla. Ma sono pazzi?»[24]. Dirà Savina.

Poi nel 2004, quando con le misure cautelari cominciarono a sequestrare i beni al costruttore, la prefettura propose a Maria Rosa una scorta. Rifiutò. Pensava che a quel punto, se fosse successo qualcosa a lei o alla sua famiglia, i carabinieri sarebbero andati dritti da Lo Sicco. Era una sorta di garanzia sul fatto che non sarebbe successo nulla[25].

In realtà, accettando la scorta, avrebbero creato disagi agli altri residenti della via. C'era la voglia di non disturbare, di non apparire troppo. E soprattutto la paura che qualcuno potesse fraintendere il senso della loro lotta e scambiasse un provvedimento, preso per questioni di sicurezza, per privilegio[26].

E oggi?

Oggi, rimasta sola, Savina continua la sua lotta a testa alta. Settant’anni, ma ancora lo stesso spirito battagliero.


Note

  1. Citato in Pif, Marco Lillo (2022). "Io posso. Due donne sole contro la mafia", Milano, Feltrinelli, p. 35
  2. Ibidem
  3. Ivi, p. 36
  4. Ivi, p. 37
  5. Ivi, pp. 42-43
  6. Ivi, p. 51
  7. Ivi, p. 49
  8. Citato in Attilio Bolzoni, La Repubblica, 1° febbraio 1989
  9. Pif, Lillo, op. cit., p. 56
  10. Ivi, p. 61
  11. Ivi, p. 90
  12. Ivi, pp. 94-95
  13. Ivi, p.105
  14. Ivi, p. 115
  15. Pierfrancesco Diliberto, "Caro Marziano. Trent’anni senza giustizia", , 06/02/2024[1]
  16. Pif, Lillo, op. cit., p. 135
  17. Ivi, p. 136
  18. Ivi, p. 137
  19. Ivi, p. 138
  20. Pif, Lillo, op. cit., p. 125
  21. Ivi, p. 141
  22. Ivi, pp. 80-81
  23. Ibidem
  24. Ivi, p. 82
  25. Ibidem
  26. Ivi, p. 83

Bibliografia

  • Pif, Marco Lillo (2022). "Io posso. Due donne sole contro la mafia", Milano, Feltrinelli.