Falcone: "Così combatterò Cosa nostra dal palazzo"

Falcone: "Così combatterò Cosa nostra dal palazzo"

Intervista di Francesco La Licata a Giovanni Falcone, la Stampa, pagina 13, 1° marzo 1991

UN GIUDICE LASCIA LA PRIMA LINEA - Il magistrato trasferito al ministero: non tradirò Palermo

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

«Da ieri sono un magistrato che esercita funzioni amministrative. Sì, è vero, farò altre cose, potrò dare l'impressione di non occuparmi più di lotta alla mafia. Ma non è così. Senza contare che, in qualsiasi momento, potrò rientrare nei ranghi, potrò persino tornare nella cosiddetta prima linea di Palermo».

Eccolo Giovanni Falcone nella nuova veste di stratega della lotta al grande crimine. Lascia il comando dell'avamposto più avanzato, quello a stretto contatto col nemico, per assumere la direzione di una «strategia più complessiva». Non è molto diverso da ieri, Giovanni Falcone. Dentro di sé conosce perfettamente quale strada dovrà battere, sa quali critiche gli sono state già mosse, quante gliene pioveranno ancora addosso. Ha sempre saputo, il giudice scomodo, di essere un personaggio poco amato, criticato anche soltanto per essere «protagonista contro la sua stessa volontà». Ma lui non si cura molto degli altri. Va avanti per la sua strada, convinto che, alla fine, siano sempre i fatti a parlare, ad avere l'ultima parola.

«Lo so, conosco perfettamente cosa si pensa di me in questo momento. Immagino. Ma io non ho nulla da dimostrare a nessuno. Chi lavora, chi ha lavorato, non deve ogni giorno dimostrare qualcosa».

Come rispondere alle accuse di diserzione, di alto tradimento, di opportunismo che pure vengono sussurrate a Palermo? Falcone sorride, tamburella con le dita.

«Fino a ieri a Palermo abbiamo lavorato per costruire al massimo una stanza. Bella, pulita. Abbiamo cercato di rifinirla al meglio, come può fare un muratore di grandi capacità. Purtroppo, però, ci siamo accorti che serve poco lavorare alla pulizia di una sola stanza. Non che sia inutile, anzi bisogna farlo sempre, tutti i giorni. Ma non si possono ignorare i corridoi che portano alle altre stanze. None possibile far finta che non esista l'intero palazzo. Che senso ha chiudersi nella stanza pulita se, fuori, l'ascensore non funziona, se mancano le scale o sono precarie? La lotta alla mafia non può essere relegata nella stanza bella. Deve coinvolgere tutto il palazzo, al buon muratore deve affiancarsi l'ingegnere bravo».

Giovanni Falcone l'altro ieri ha testimoniato in Corte d'Assise a Catania al processo per la morte del procuratore Gaetano Costa, massacrato dalla mafia undici anni fa a Palermo. Ricordi, sensazioni che devono essergli sembrati lontani. Il clima di quel palazzo di giustizia, il ricordo delle «congratulazioni anomale» che ricevette quel giorno, davanti al cadavere di Costa, «quando i colleghi si complimentavano con me per lo scampato pericolo. Anche questa è Palermo».

Tutti avvenimenti che sono serviti a costruire la stanza. E adesso? Come si costruisce il palazzo? Dai saloni dell'ufficio Affari penali del ministero? Si cambia registro, anche a Roma? A Roma ha un piano da realizzare «Costruire un codice comune europeo per combattere le cosche seguendo l'esempio americano».

«Io non ho nulla da insegnare a nessuno. Sono, però, convinto che quello sia un ufficio dal quale può arrivare un contributo decisivo all'edificazione del palazzo. E' un'opportunità per cominciare a pensare alla grande. Per fare arrivare al centro le idee, le richieste della periferia. Sono certo che, tante volte, è stata anche colpa nostra se a Roma non hanno capito ciò che volevamo dire. Bisogna far comprendere che il problema della mafia non riguarda la Sicilia, non è soltanto italiano».

«Gli Stati Uniti come modello»

«E' arrivato il momento di costruire, per esempio, una legislazione penale comune, europea. L'unità economica non basta per costruire un'Europa sempre più civile. Il nostro modello dev'essere quello americano, bisogna guardare con attenzione agli Stati Uniti».

Non è nuovo il richiamo al modello statunitense. Il supergiudice, così lo chiamano tra stima e ironia, non ne ha fatto mai mistero. Cosa risponde da sempre a quanti gli chiedono in cosa creda?

«Sembra sciocco, credo in una frase di Kennedy che lessi in un posto di polizia all'aeroporto di Milano. Dice pressappoco così: occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi. In ciò sta l'essenza della dignità umana».

Questa la sua filosofia. Un modo di pensare qualche volta frainteso, che lo ha fatto apparire come un romantico eroe rivoluzionario. Mentre lui, per sua stessa ammissione, alla rivoluzione ci crede poco. E ne sanno qualcosa quanti, nel corso di questi tredici anni trascorsi a Palermo, hanno cercato di appropriarsi della sua immagine per giocarla in chiave antistatale. Falcone ammette di non pensarla come tanti suoi colleghi «sfiduciati», diffidenti nei confronti di questo Stato che non riesce a difendere, a proteggere se stesso.

«Io sono un uomo dello Stato; credo, ho sempre creduto nelle istituzioni. C'è chi ritiene di poter aggiustare le cose dall'esterno. Ma il muratore, l'ingegnere, devono stare dentro la stanza, dentro il palazzo».

Per questo dice di voler evitare clamori e polemiche. Qualche tempo fa, Falcone disse che «le abitudini peggiori del tribunale di Palermo erano il pettegolezzo da comare, le chiacchiere da corridoio, una riserva mentale costante. E si dimentica che la mafia approfitta anche di questi meccanismi psicologici interni allo schieramento per insinuarsi». E' rimasto dell'idea di sfuggire alle tentazioni del gesto eclatante. Resta muto, perciò, davanti alle provocazioni. Gli si chiede se è vero che se ne va per incompatibilità, per frizioni, col capo, il procuratore Pietro Giammanco, e lui tace. Si cerca di sollecitarlo, comunicandogli che il procuratore smentisce a bassa voce, e lui di rimando: «Ed io ad alta voce». E i delitti politici? Sono queste le inchieste che hanno causato le frizioni? Silenzio. Ma firmerà, Falcone, la requisitoria sugli omicidi di Mattarella, Reina e La Torre? Risposta evasiva: «Dipende dalla data in cui prenderò possesso del nuovo ufficio. Se sarò a Palermo, firmerò». Ma è una scommessa che raccoglie poche puntate.


«Scarcerazioni, Stato sconfitto»

Sono giorni che il palazzo di giustizia palermitano si dibatte nella tempesta provocata dallo scandalo per le scarcerazioni facili. Falcone se n'è rimasto muto, quasi in disparte. Non cambia atteggiamento neppure, adesso che si trova con la valigia in mano. La sentenza del giudice Carnevale? «Su questo non dico nulla».

E sui giudici di Palermo, che avrebbero potuto evitare la scarcerazione di chi, come Michele Greco, non aveva neppure fatto il ricorso?

«No comment».

E' una disfatta per la giustizia la liberazione di Greco?

«Tutti i processi in cui non si riesce a tenere in carcere i colpevoli sono una sconfitta dello Stato. Ma questo vale anche per quei procedimenti che si dissolvono in udienza, come neve al sole, senza il conforto delle prove. Per questo sarebbe meglio neanche arrivarci a certi dibattimenti. In America i processi destinati all'insuccesso si archiviano subito».

No, davvero non dà l'impressione di uno che va in pensione, Giovanni Falcone. La solita sua logica spietata, impietoso nelle analisi. Che cos'è la mafia?

«Non è soltanto un'organizzazione criminale. La mafia è una élite, altrimenti sarebbe già stata spazzata via, come accadde per il terrorismo».

E un mafioso, che cos'è?

«Non si può spiegare, non è facile. Io non ci sono riuscito neppure con i colleghi, con gli amici più intimi. Non sono riuscito a farlo capire a mia moglie, che pure è palermitana e fa il magistrato. Il mafioso è chi conosce il potere. Cioè, un uomo che capisce cos'è il potere, che si trova perfettamente a suo agio quando è il momento di metterne in moto funzionamento e meccanismi».

Forse è per questo che la lotta alla mafia incontra tante difficoltà? C'è qualche forza, magari un partito politico, particolarmente attrezzata nel combattere la piovra e un'altra sotterraneamente interessata all'insuccesso? Scuote la testa, il giudice.

«E' un problema di uomini. Non c'è un partito del bene e uno del male. C'è una trasversalità, nel bene e nel male, che passa per tante realtà. Tuttavia mi sembra che pochi, di quanti al centro hanno avuto contatti con la questione, abbiano capito a fondo la dimensione del problema. C'è pure una trasversalità nell'incomprensione».

Va a Roma anche per questo. Dice di non avere nulla da insegnare ma non disconosce il valore del suo contributo, di un'esperienza di questo tipo. Falcone si allontana da Palermo, dalla «testa del serpente». Ha cambiato sede sociale, la mafia Spa?

«La Sicilia avrà sempre una posizione centrale. Forse Palermo, in questo momento, mi sembra meno vicina alla stanza dei bottoni. Mi vado convincendo che le borgate, i centri della provincia e persino la Sicilia interna contino di più di Palermo-centro. La città, in questo particolare momento storico, probabilmente si limita a ratificare decisioni prese nei sobborghi e non soltanto a Corleone. Questo è il motivo principale della spaccatura interna a Cosa nostra che mi fa temere il peggio. Palermo ha sempre comandato e non riesce ad assoggettarsi all'idea che il centro decisionale sia stato spostato a Corleone o nelle province interne che garantiscono ai Corleonesi, gruppo egemone, il perfetto controllo del territorio».

«Sento la morte cucita addosso»

Allora, allarme rosso? Ha paura? La risposta è sciasciana. Richiama l'immagine del cavaliere che cavalca con la morte accanto. Parafrasa la metafora di Bufalino sul «luttuoso lusso di essere siciliani». Sfida la retorica quando, per rispondere a chi gli rimprovera di aver cambiato pelle per paura, dice: «io sono un siciliano, per me la vita vale quanto il bottone di questa giacca».

Intuisce il pericolo dell'enfasi, si ravvede, stempera tutto con un gesto di umiltà:

«So cosa mi aspetta. Mi sento come uno che si tuffa in un mare in tempesta. Mi consola il fatto che il nuoto sia il mio sport preferito».